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sabato 16 settembre 2023

Memorie del viaggio a Zara nel 2000 con 160 esuli, partiti da Mestre

Siamo lieti di ospitare un articolo di Franca Balliana Serrentino per un resoconto di una visita turistica e di sentimenti a Zara, effettuata nel 2000 da 160 esuli dalmati. La signora Franca è la moglie dell’avvocato Pietro Serrentino (1921-2010), figlio dell’ultimo Prefetto italiano di Zara, fucilato a Sebenico nel 1947 dai titini. Oltre alla visita della città il gruppo si è soffermato per alcuni riti religiosi molto sentiti dagli zaratini. La devozione mariana non si ferma alla Pasqua di Borgo Erizzo, di antica etnia albanese, e i suggestivi rituali con cui veniva festeggiata dalla comunità. È la festa della Nostra Signora (“Gospa naša - Zonja Jon”), dedicata alla Madonna di Loreto, cui è intitolata la chiesa del rione, celebrata ancora oggi con grande afflusso popolare e con la tradizionale processione. È un racconto nostalgico di una gita in tre pullman, partiti da Mestre. Noi lo dedichiamo alla gioventù della parte alta di Borgo Erizzo, allontanatasi per sempre con l’esodo. In parentesi riquadrate vi sono rare spiegazioni del curatore. (a cura di Elio Varutti, per la redazione del blog).

Menego Mazzoni?, Zara, pittura, collezione Silvio Cattalini

Il nostro grand-père Ulisse Donati anche quest’anno si è fatto carico di organizzare il viaggio a Zara; che fatica! [Ulisse Donati era nato il 6 agosto 1913 a Zara e scomparve il 20 marzo 2013 a Venezia, NdR]. In gran numero, lunedì 8 maggio di buon’ora, noi tutti partecipanti siamo pronti ai punti di partenza alla stazione di Mestre-Venezia. Sotto una pioggia torrenziale provvediamo, aiutati dai bravi autisti della Ditta Faresin, a sistemare i nostri bagagli per poi salire sul pullman tutti bagnati dalla testa ai piedi.

Naturalmente le signore a bordo brontolano pensando ai loro capelli bagnati: alla cosiddetta “messa in piega”. Noto invece che io sto pensando ai miei piedi bagnati ed al possibile raffreddore che mi potrebbe colpire, date le molto ore che dovrò passare in pullman. Una volta sistemati ai propri posti incominciano i saluti: “Oh, ciao, ci sei anche tu! E Piero?”. Questa è una domanda che mi verrà rivolta ogni qualvolta che uno zaratino mi saluterà: quindi sempre.

Miriam Paparella, assessore del libero Comune di Zara, provvede a fare l’appello di tutti i passeggeri presenti leggendo i nomi dall’elenco fornitole dal bravo Ulisse, tutto battuto a macchina ed in ordine alfabetico. Sì, sembra che ci siamo proprio tutti! Ed alla fine si può partire anche se la pioggia continua a cadere inesorabile, ma noi sappiamo che niente ci fermerà, arriveremo a Zara all’ora stabilita. L’interno del pullman subito si anima ed incominciano i chiacchierii. Sembra di essere con una scolaresca in vacanza. Chi domanda questo, chi domanda quello. Chi chiede quanti chilometri dista Trieste, chi quanti alla frontiera. Chi vuole essere informato sul tempo che farà a Zara. Chi sul cambio e sul valore delle Kune, chi sul mangiare Bonkulovich. [I dalmati erano, secondo Enzo Betttiza, buongustai o, meglio, «bonculovich» come si diceva in quelle terre].

Dal posto di comando del pullman veniamo informati dal nostro Ulisse, organizzatore-navigatore, che stiamo per arrivare alla frontiera, quindi bisogna preparare i documenti. Subito un grande aprire e chiudere borse e una guardatina alla fotografia del proprio documento: “Eh, gli anni passano!”

Prima sorpresa del viaggio, il nostro bravo assessore Miriam, sempre perfetta, questa volta ha dimenticato i documenti personali. “Oh, non è possibile, guarda bene – dice qualcuno – Zitti, zitti, non fate confusione, lasciate che Miriam guardi bene”. Ogni zaratino in quel momento era disposto a dividere il suo di documento, anche a pagare una gabella, purché servisse a far passare la nostra Miriam. Ma no, niente da fare. L’assessore deve scendere dal pullman e ritornare con i propri documenti – impresa ardua, ma non difficile conoscendo Miriam. Per fortuna con noi è rimasta un’altra autorità di questo Comune: il “Ministro degli Esteri, onorevole Pitamitz”. Il pullman riparte e questa volta l’unico rumore che si sente è quello del motore. Gli zaratini sono tutti in silenzio: cosa assai rara!

I nostri occhi continuano a guardare dai finestrini. Finalmente il cielo è più azzurro, la costa e il mare sono calmi. Tutto prosegue come da programma. Sosta a Buccari, panini, caffè e quant’altro: tutto bene. La nostra attenzione è sempre catturata da questo meraviglioso mare e dalla costa dura ed accogliente alo stesso tempo. Notiamo che qualche lavoro di sistemazione della strada percorsa due anni or sono è stato fatto e ci sentiamo più sicuri. Lara è più vicino e i tre pullman corrono uno di seguito all’altro.

Finalmente, verso le ore 18, si leva una voce per avvertirci che siamo in arrivo a Zara. Immediatamente tutti i passeggeri si alzano in piedi e vengono abbagliati da un sole infuocato. Ulisse chiede all’autista di fare un giro della città per farci ammirare il tramonto. Per tanti viaggiatori è un tramonto che non vedono da più di 55 anni. Mi vengono in mente le parole di Piero: “Vedrai Franca, i tramonti di Zara sono più belli di quelli sul Bosforo”. Devo ammetterlo anche questa volta Piero aveva ragione. Il mare, la città, le palme, le barche, il cielo, tutto è un colore arcobaleno: azzurro, rosa, rosso, arancione, il buon Dio non si è risparmiato.

Tutti noi siamo senza parole e all’interno del pullman regna un rispettoso silenzio. Finalmente approdiamo all’Hotel Kolovare, dove ognuno di noi viene adeguatamente sistemato. Ulisse ha scelto bene, come sempre. Ormai è fatta: siamo a Zara, dove ci attendono giorni molto intensi. Tutti hanno molte cose da rivedere, tanti posti da rivisitare e doni da consegnare a parenti ed amici. È un ritornare… con il cuore in gola.

L’indomani mattina, dopo un’abbondante colazione e tanti, tanti saluti – finalmente tutti i 160 zaratini sono insieme e le loro voci si sentono tutte – la nostra prima mattinata è dedicata ai nostri Cari Defunti. Davanti al Cimitero c’è un certo fermento, ad attenderci troviamo il nostro Vanni Rolli con Donna Vittoria [Maria Vittoria Barone, del Madrinato dalmatico] che vorrei ringraziare a nome di tutti per il generoso e nobile impegno, qui lo si vede tutto, che Donna Vittoria ed altri continuano a portare avanti senza mai lamentarsi.

Un caro saluto zaratino.         Franca Balliana Serrentino

Zara viale Ghisi, primi del '900. Collezione provata

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Documento originale - Franca Balliana Serrentino, “III Maggio zaratino (8-14 maggio 2000). Nostra Signora di Borgorizzo”, testo in Word, pp. 3.

Cenni bibliografici del curatore – Enzo Bettiza, Esilio, Milano, Mondadori, 1999.

– Gabriella Vuxani, “Recensione del libro ‘Borgo Erizzo. Scritti dedicati al quartiere albanese della città di Zara”, on line dal 3 maggio 2023 su anankenews.it

Nota di cronaca – Non c’è più Miriam Paparella Bracali, assessore del libero Comune di Zara in esilio. Sua figlia, Donatella Bracali, è presidente del Comitato provinciale di Pescara dell’ANVGD.

Antonio Pitamitz, nato a Zara il 23 agosto 1936, è deceduto nel 2022. A metà del 1983, pubblicò sulle pagine del mensile «Storia Illustrata» la prima inchiesta seria e documentata sulle foibe e sugli eccidi commessi da partigiani italiani e titini sul fronte orientale.

Nel 1982 nacque il Madrinato Dalmatico per la Conservazione del Cimitero degli Italiani di Zara fondato dalle donne dalmate che decisero di occuparsi delle tombe, tra le quali Maria Vittoria Barone Rolli.

Ringraziamenti – La redazione del blog, per il saggio presente, è riconoscente alla signora Franca Balliana Serrentino, che vive a Jesolo (VE), per aver cortesemente concesso, il 15 settembre 2023, la diffusione e pubblicazione dei suoi materiali d’archivio. Si ringrazia per la collaborazione riservata Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo.

Note generali – Autrice principale: Franca Balliana Serrentino. Ricerca e Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettori: Franca Balliana Serrentino, assessore alle Attività promozionali del Libero Comune di Zara in Esilio, Bruno Bonetti, Bruno Stipcevich, Claudio Ausilio e la professoressa Annalisa Vucusa (ANVGD Udine). Aderisce il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Copertina: Menego Mazzoni?, Zara, pittura, collezione Silvio Cattalini. Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


domenica 29 gennaio 2023

La Porporela de Zara

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Ulisse Donati, zaratino “patoco”. Inviatoci da Franca Balliana Serrentino, è intitolato “La Porporela”. Fu da lui diffuso ai suoi corrispondenti con un cartoncino d’auguri per le festività natalizie 2003-2004. Il vocabolo veneziano “porporèla” significa “scogliera artificiale”, ben documentato nel XVI secolo. Ha per sinonimi “sesame, nafo, poto, mula, barìgola” ed altri, come ha scritto Franco Crevatin, di Trieste, in “Etimi Istriani”, pubblicato su < academia.edu > nel web. Il vocabolo è utilizzato in altri porti dell’Istria e della Dalmazia, per secoli “Stato da Mar” dei Dogi. Riguardo all’etimologia, c’è un’ipotesi. La barriera frangiflutti è costituita da massi, o conci di pietra carsica chiara, che assume facilmente i colori dell’alba e del tramonto, rosa, rosso e rosso porpora, da cui: Porporela.

Nel proporre qui il testo di Ulisse Donati, nato il 6 agosto 1913 a Zara e scomparso il 20 marzo 2013 a Venezia, si è cercato di rispettare la grafia originale del dattiloscritto, pur sciogliendo alcune abbreviazioni. In parentesi riquadrate si sono inserite rare note redazionali, o traduzioni in italiano dal dialetto zaratino. A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

Cartolina di Zara con la Fabbrica Luxardo, anni 1930-1940. Collez. privata.

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Per quei che no xe [non sono] Zaratini, devo precisar che con questo nome se vol indicar quela diga che se trova quando che se entra nel porto de Zara, e se gà in zima [cima] una lanterna con luce rossa. L’altra, con luce verde, xe [è] su la ponta de la riva Derna.

Mi, che gò un zerta età, ve posso parlar de do [di due] Porporele. Quela vecia, costruida da la Serenissima, jera fata de grossi sassi. Scopo principal de ‘sti sassi jera de spacar le onde che le forti ponentade e maestraloni alzava [onde dei venti Ponente e Maestrale]. E come i xe riussidi a farla tanto longa e grossa? Se dixe che Venezia gaveva obligado i Scojani [abitanti delle isole vicine a Zara], che veniva in porto, de portarse adrio [dietro], come biglieto de entrada, un grosso sasso. E così, sasso su sasso, xe saltà fora la diga che mi me ricordo da mulo [ragazzo].

Quela che vedè oggi, xe quela che el Genio Civil gà fato nei anni 1926, ’27 e ’28. La xe longa 175 metri, in fondo la gà quatro scalini per poder montar in barca e passar su la riva de fronte. Podè veder la zima de la Porporela, a destra, su la foto che ghe sul cartonzin de auguri [qui mancante]. Xe un bon posto per ormegiar barche e navi de una zerta grandezza.

Ricordo che dopo la Prima Guera Mondial, se gaveva ligado el cacciatorpediniere “Missuri”. Comandante da sempre, e per sempre, el maressiallo De Franceschi, a Zara per anni e anni. Magro, alto con la sua divisa squasi in bon stato. Però, quando che jera qualche giorno de festa, el tirava fora la divisa bela con decorazioni. El fazeva, alora, la sua bela figura.

Altra barca granda jera la “Croce del Sud”. El suo paron jera Graneli, de la Magnesa San Pelegrino. Jera un tre alberi, fato, su disegno de l’ingegner Gino Treleani, a Lussinpicolo. No so se la xe ancora in vita, ma ogi la podaria far ancora invidia a qualchedun. Altro cuter [cutter= parola inglese per barca a vela con una randa e due fiocchi], el “Corsaro”, con rispeto parlando, jera un vero casson [grande cassa]. No gò mai avudo el piazer de vederlo con le vele alzade. Po’ el gà cambiado posto, metendose davanti la casa Gilardi. A un zerto momento se gà parlà ch’el Corsaro andava in crociera. Preparativi a non finir, rifornimenti de viveri, de spagnoleti e acendini. El giorno che i doveva partir, i gà trovà la barca a fondo, unica coxa visibile la zima de l’albero. Non se gà mai savudo coxa jera nato. Se parlava de tapi no ben streti.

Ligado proprio vizin el Circolo Canottieri Diadora, el motoscafo de la Polizia, el P9. Comandante, motorista e marinaio el solo agente Fiorucci, venezian. De quei che frequentava la Canotiera el saveva tuto de tuti, da bon polizioto.

A Zara la Canotiera jera ciamada “Ponton”. Nome ciapado da un poton fisso inclinado, che aiutava i vogatori de meter le barche in mar. El Ponton, sempre pien de giovani pieni de vita, el gaveva de fianco la Porporela, dove sfilava la gente che andava a ciapar la barca per andar a Zara [nel centro città].

Gò sempre presente quando passava la Rosy Ledwinca, sorela de un bon canotier, el Nico Ledwinca che nel 1926, con Menego Brazzani, Giulio Colombani e Mario Bina, timonier Massi Cettineo, gà vinto a Pola. Xe stà l’unico armo [equipaggio], a quatro, che gà battudo la famosa “Pulino” de Isola d’Istria [Società nautica ‘Giacinto Pullino’, sorta nel 1925]. Po’ per anni e anni, la Pulino gà vinto tuto: gare nazionali, internazionali e Olimpiadi.

Davanti passava un mucio [mucchio] de gente, ma ghe jera uno che, quando el passava, el meteva in rivoluzion tuto el Ponton. Jera el Bek (Böck), basso, squasi inoservado, coi cavei rossi e un naso a pissinboca [volgare: piscio in bocca]. El portava pegola, se dixeva. El primo che lo vedeva, el dava un urlo: “el Bek!”. E ‘sto nome passava de boca in boca, come una eco. Zà, quando ch’el passava, el girava la testa verso Val de Ghisi, come voler parar ‘sta valanga de urli. E in Ponton, al primo urlo “Bek”, tuti se portava le man avanti per scongiurar l’efeto “Bek”. Povero Bek, quanto semo stai cativi con ti!

Francobollo emesso sotto l'occupazione tedesca di Zara, 1943.

E no ghe jera solo el Bek che passava davanti el Ponton, ghe jera una signora che andava a ciapar la barca, in fondo a la Porporela, ogni matina. Ma el belo jera che ogni matina la coreva, per arivar prima de le oto, e pagar zinque centesimi inveze de diexe [dieci]. Se vede che la sortiva tardi da casa, e per tuta la Porporela jera una corsa. Ti vedevi ‘ste masse de carne che se spostava da l’alto in basso, da destra a sinistra e viceversa. La jera un donon, sempre vestia de nero. Qualche volta mi con la bici, con discrezion, la seguivo a debita distanza per veder se la ciapava la barca o se la ciapava un colpo. La gà sempre ciapà la barca. Ma conveniva ris’ciar, ghe jera zinque centesimi de sparagno [risparmio]. E no jera poco!

Ghe jera, po’, un momento che la Porporela cambiava el suo muxo [muso], e jera quando veniva a Zara la Squadra Naval de la Regia Marina. Le navi grosse come la “Duilio” e la “Cavour”, se fermava nel Canal de Zara, mentre le picole, i caciatorpedinieri, veniva a ligarse a la Porporela. Ti vedevi, alora, ‘sti sete o oto cacia [cacciatorpedinieri] tuti alineadi, come soldatini, ligadi a le colone de la diga. I Cacia i jera pituradi di un grigio ciaro ciaro. Le corde de un cacia andava a incrosarse con quele de l’altro cacia vizin, così da formar una ragnatela de corde.

Standoghe vizin ti sentivi quel particolar odor de catrame de le corde, missiado a quelo de le cuxine [cucine] e de qualche motor sempre impizado [acceso]. ‘Sto insieme de odori jera un vero profumo, el “profumo de nave”. Su le pupe [poppe] ghe jera el nome del cacia, scrito in letere de oton, sempre lucido, filetado de color rosso, per fa risaltar meo [meglio] el nome. E tuto quelo che ghe jera a bordo de oton e rame, sluxava [luccicava]. Ma el belo jera veder quela selva de stendardi dai vivi colori che i dava un senso de gioia. Me sentivo fiero de esser italian. A pupa la grande bandiera bianco, rosso e verde che tocava squasi el mar. Al centro el stema sabaudo con la bela corona. I stendardi no gaveva in zima el solito pomolo, ma una corona intajada de legno. E, quando mi jero in brodo de sixole [giuggiole] nel amirar le nostre bandiere, no jera ancora nato quel italian che gavaria dito de butar in cesso la bandiera italiana. Me usavo sentar, per meze ore, su una colona piena de corde del cacia ligado.

Guardavo senza secar nissun, come se svolgeva la vita a bordo. A pupa jera el solito Guardiamarina, ne la sua imacolada divisa bianca con una fassa azura de traverso. I marini, ne le divise bianche, che i se moveva a bordo senza dar l’idea che i fazessi qualcosa che i doveva far. I soliti marinai de cuxina con le maie a meze manighe, de estate e de inverno, e la traverseta [grembiule] davanti, che i butava in mar i resti del rancio. I marinai che i andava in libera uscita, prima de prender el pontil per andar a tera, i salutava la bandiera.

A proposito de bandiere, mi conosso uno che, fato prigioniero da le SS de la Panzer Divisionen “Prinz Eugen”, davanti a la Corte Marzial che ghe fazeva zerte proposte, le rifiutava dixendo che lù se sentiva ancora ligado dal giuramento fato su la bandiera. La Corte Marzial gaveva fato fucilar 49 sui coleghi, inveze lù se la gà cavà con soli do anni de lager tedeschi. El xe tornà da la prigionia pele e ossi, ma drento forte. Tornando ancora a le bandiere, co ti me posso confidar: a mi quele bandiere de i cacia ligadi su la Porporela, le me xe rimaste nel cor [cuore]. Le jera una lezion de amor de Patria al solo guardarle. Se qualchedun me sentissi dir ‘ste coxe [cose], ogi, el me daria sicuro del fassista, coxa che no me ofende. Me ofendaria se i dixesse che son comunista.

La Porporela, el Ponton e la Fabrica de Maraschino Luxardo ghe stava tuti in un fazoleto, tanto jerimo vizini. Quando finiva el lavoro in Fabrica, i operai sortiva e i se sparpajava, chi da una parte, chi da l’altra, a pie o in bici. No i gaveva le machine, parchegiade fora, come se vede ogi ne le fabriche. E pur se viveva ben e tuti jera contenti e felici. De vista li conosevo tuti. Per no parlar po’ de le done che andava in fabrica per cior la paja [paglia]. Le sortiva co muci de paja soto el brazo in bici. A casa le preparava el rivestimento de le famose botilie impajade de maraschino de Zara.

Se uno volaria parlar de el Ponton, el dovarìa spender una vita, tanto ghe sarìa de scriver. Per tanti giovani el xe stado una vera scola [scuola]. Drento ghe jera gente de tuti i colori che, squasi per magia, se amalgamava tra de lori. No xe nato, in tanti anni, nissun incidente, no xe mai mancado niente. Inveze a chi ghe xe venudo a mancar qualcoxa xe stada la Fabrica de Maraschino Luxardo, quando arivava le marasche [ciliegie]. Noi muli del Ponton ne butajmo [ci buttavamo] su le marasche come mosche su el zucaro [zucchero]. Per dir la verità, i Luxardo no ne scazava via, podejmo magnar quanto volejmo, però “sul posto”, senza portar via gnente. Quando finivimo de magnar, cambiavimo de speto. Ve ricordè che tanti anni fa jera sortidi do film americani: “El cantante del Gez” e “El cantante mato” con Al Gionson? [Il cantante di jazz, “The Jazz Singer”, film del 1927, diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson]. Lù, negro, el se gaveva fato, in bianco, una granda boca e le man anca bianche con do ocioni [occhioni] spalancai. Nojaltri, inveze, co le marasche gavejmo una granda boca nera e le man nere. Adesso no ricordo ben, ma credo che, andajmo a far pipì, fazejmo amarena. Senza zucaro.

Adesso la Fabrica, a vederla, la xe come prima. Al zentro, in alto, la grande scrita: “Maraska”. Xe scrito “Marasca”, ma se leze: Luxardo. Ve podaria scriver ancora tante coxe, ma mi gò rispetto per i mii amizi e no li vojo anojar e farghe perder tempo. Tanto più che ogni anno i me lassa scriver de monade su Zara. E mi de questo ghe son grato.

Adesso mi devo confessar una coxa: ve gò parlado de la Porporela, ma mi no so dove xe saltà fora ‘sto nome. No so se za i Veneziani la ciamava così, lori che la gà costruida. O chi xe stà el primo. Sarìa grato a chi me lo savessi dir. Sarìa grato anca a chi me savessi dir coxa vol dit “garofolin”.

Quelo che ve volevo dir, xe che ne sentiremo el prossimo anno, sempre sperando che…

Ulisse

Nota finale – Bruno Stipcevich il 29.1.2023 ci ha scritto che: “Non so dire di preciso se ancora oggi si accende la luce rossa alla lanterna e quella verde sulla ponta della riva Derna, come si sa, adesso, c’è il porto a Gaseniza [Gaženica, in croato]. Alla lanterna c’è ancora il barcaiolo per andare alla fabbrica Luxardo”.

Cenni bibliografici

- Ruggero Botterini, Parlavimo e scrivevimo cussì in casa Mocolo. Vocabolario del dialetto polesano-istriano, Mariano del Friuli (GO), Edizioni della Laguna, 2014.

- Giovanni (Nino) Bracco, Piccolo dizionario dell’antica parlata slava di Neresine, 2009.

- Franco Crevatin, “Etimi Istriani”, on line su academia.edu

Edizione originale – Ulisse Donati, La porporela, dattiloscr., s.l. [Venezia], 2003, pp. 2.

Collezione privata - Franca Balliana Serrentino, dattiloscr.

Ringraziamenti – La redazione del blog, per il saggio presente, è riconoscente alla signora Franca Balliana Serrentino, che vive a Jesolo (VE), per aver cortesemente concesso, il 16 gennaio 2023, la diffusione e pubblicazione. Si ringraziano per la collaborazione riservata Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo e Bruno Stipcevich, esule di Zara a Meldola (FC).

Zara con la Porporela, in alto a destra, 1930-1940

Note varie – Autore principale: Ulisse Donati. Lettori: Franca Balliana Serrentino, assessore alle Attività promozionali del Libero Comune di Zara in Esilio. Altri lettori: Bruno Bonetti, Claudio Ausilio, i professori Annalisa Vucusa e Marcello Mencarelli. Aderiscono il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo.

Ricerche e Networking di Girolamo Jacobson e Elio Varutti. Copertina: Cartolina di Zara con la Fabbrica Luxardo, anni 1930-1940. Collez. privata. Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/