domenica 13 settembre 2026

VERGAROLLA: UN GIUDIZIO ETICO E STORICO NELL’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO. 18 AGOSTO 1946: UN DELITTO CONTRO L’UMANITA’ NEL QUADRO DELLA PULIZIA ETNICA DELL’ISTRIA. INTENSO RICORDO PATRIOTTICO

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola e consigliere nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce, molto attiva sull'argomento. È dedicato all’80° anniversario della strage di Vergarolla, in Istria. Presso Pola il 18 agosto 1946 ci fu quel terribile eccidio. Le riflessioni dell’Autrice si chiudono con una bibliografia orientata. Le fotografie si riferiscono alla cerimonia commemorativa di Trieste 2026. Ecco il testo di Laura Brussi. (Premessa di Elio Varutti, della redazione del blog)

Trieste, 18 agosto 2026. La famiglia Dinelli presso la lapide in ricordo dei Caduti di Vergarolla


Nell’ottantesimo anniversario, l’eccidio compiuto sulla spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola, mentre era in corso una sentita e grande manifestazione sportiva di carattere nautico per iniziativa della Società Pietas Julia, è passato alla storia come la massima strage di civili compiuta in Italia durante il Novecento, in periodo di pace: mani criminali anti-italiane fecero esplodere ventotto bombe di profondità ad alto potenziale, ed altri strumenti letali: residuo bellico accatastato nelle vicinanze, il cui contenuto era pari ad oltre nove tonnellate di tritolo.

Nella tragica circostanza, il Comandante della XXIV Brigata di Fanteria Britannica, M.D. Erskine, si era fatto premura di segnalare che le mine non erano state recintate né sorvegliate, proprio perché si era provveduto a renderle inerti, e quindi non pericolose. Gli ordigni erano stati opportunamente e tempestivamente disinnescati per iniziativa delle forze Alleate d’occupazione, ma proprio il 18 agosto 1946 mani criminali ebbero l’ordine di attivarle, accendendo con grande maestria e competenza una miccia propagatasi a tutti gli ordigni che si trovavano sulla spiaggia:  le Vittime si contarono, secondo le testimonianze più aggiornate, nel numero di 116, ma quelle che si riuscì ad identificare furono solo 64, pari a poco più della metà: gli effetti della tremenda deflagrazione erano stati sconvolgenti ed allucinanti, come attestano le cronache del tempo.

Si ricordano doverosamente anche i tanti feriti, in numero pressoché doppio rispetto a quello dei Caduti, e tutti coloro che, per causa di postumi irreversibili, rimasero mutilati e parzialmente invalidi.

Nella Comunità Italiana di Pola e nei testimoni - inclusi diversi sopravvissuti - la tragedia fu immediatamente interpretata quale deliberato atto intimidatorio od attentato doloso attribuito agli apparati jugoslavi. Le ricostruzioni storiche, unitamente ai documenti d’archivio ed alle successive informazioni ufficiali di parte inglese, convergevano e convergono sulla realtà dell’attentato medesimo, quale opera dell’OZNA, la polizia politica di Tito.

I Caduti erano tutti di nazionalità italiana, ma non sono disponibili notizie probanti circa due appartenenti alle forze britanniche presenti sul territorio istriano, che furono feriti in maniera certamente grave ma su cui non si sono ottenute informazioni circa la loro sorte effettiva. Non tutti i Caduti ebbero la possibilità di essere identificati: non solo per le condizioni indotte dall’intensità della deflagrazione, ma nello stesso tempo perché diverse Vittime provenivano da fuori città, in territorio occupato da parte slava, attratte dalla predetta iniziativa nautica, con tutte le difficoltà di successiva ricerca, dovute al disagio del periodo post-bellico di gestione croata, ed al senso di paura, indotti dal lugubre attentato. 

I nomi degli esecutori materiali sono noti da tempo: comprendono cinque italiani, tra cui il caposquadra Giuseppe Kovacich, nativo di Fiume e disertore della Marina Militare, oltre ai comprimari Oreste Parovel, Marco Lipez, Silvano Picorich,  Guido Fiorino, ed al croato Ivan Berljaffa; e soprattutto quelli dei mandanti, a cominciare dal Vice Presidente della Repubblica Federativa Jugoslava Edvard Kardelj, e dal suo collaboratore Milovan Gilas, non ancora caduto in disgrazia, senza dire - ben s’intende  - del Maresciallo Tito, indubbio e consapevole regista.

L’eroico Dr. Geppino Micheletti, primario dell’Ospedale di Pola dove rimase ad operare alacremente per due giorni e due notti anche quando gli pervenne, unitamente alla moglie Jolanda, la notizia terribile, che su quella spiaggia c'erano i loro due piccoli figli, Carlo di quattro anni, ritrovato senza vita assieme agli altri Martiri, e Renzo di nove anni, riconosciuto soltanto per una calzetta, unico perenne ed affettuoso  ricordo per il Papà. Nell’ambito dei Caduti familiari si debbono annoverare anche Alberto, fratello di Geppino, e la cognata, quali espressioni di una tragedia davvero immensa, assolutamente incancellabile. Il “Medico Eroe” fu insignito, in seguito,  di altissime Onorificenze della Repubblica Italiana in omaggio imperituro allo straordinario valore del cittadino, del padre, del professionista.

Pola visse quella tragedia come l’atto finale di un’ingiustizia epocale, che si sarebbe completata qualche mese più tardi con la firma dell’iniquo trattato di pace (10 febbraio 1947) e la perdita italiana della Dalmazia, di Fiume e di massima parte dell’Istria, compreso il capoluogo, ad esclusivo vantaggio della Jugoslavia. In effetti, fu a seguito dell’eccidio di Vergarolla che caddero le ultime speranze, e che la scelta dell’Esilio, abbandonando tutto, divenne una decisione plebiscitaria, condivisa dal 92 per cento della cittadinanza (con un’incidenza analoga a quelle di tutta la Venezia Giulia trasferita sotto la sovranità dell’usurpatore).

Quelle speranze erano state già abbattute dalle indiscrezioni filtrate da qualche mese circa il loro carattere strumentale, collegato alla fruizione del porto di Pola da parte degli Alleati limitatamente al tempo necessario per l’approdo dei trasporti marittimi destinati all’entroterra nell’ultimo periodo bellico e nella prima fase delle esigenze successive.

L’Esodo fu un giudizio etico e politico, tanto definitivo quanto irreversibile, che il tempo e la storiografia hanno consolidato, ma che è bene confermare e ribadire: se non altro perché non sono mancate voci, sia pure largamente minoritarie, che hanno interpretato Vergarolla alla stregua di un fatto accidentale, se non addirittura di un’azione ad opera degli Alleati, mentre è stato confermato, in specie dopo l’apertura degli Archivi britannici di Kew Gardens a sessant’anni dalla tragedia, quello che si era compreso immediatamente, non solo a Pola, ravvisando nella strage la lunga mano dell’OZNA, la polizia politica del regime titoista.

Ogni anno, il 18 agosto si ricorda la Strage dei Martiri di Vergarolla evocando quella sanguinosa pagina di storia, quando caddero, a 16 mesi dalla fine della guerra, tante ulteriori Vittime innocenti della “pulizia etnica” (in maggioranza donne e bambini per l’età media di 26 anni). Nel 2025 si è registrato, finalmente, un passaggio istituzionale di grande rilevanza politica e mediatica, grazie al progetto di legge presentato dall’On. Nicole Matteoni (FDI) per l’istituzione di una ”Giornata nazionale” per il Ricordo dei Martiri di Vergarolla, onde perpetuarne il Ricordo nel nome della Patria e dei suoi Valori, con l’auspicio di rapido completamento dell’iter legislativo.

Non poteva essere diversamente, e così è stato, per la celebrazione dell’ottantennio, svoltasi a Trieste - ad iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio -  davanti alla stele in pietra del Carso (Donazione della Cava Romana di Aurisina) che, innanzi alla Cattedrale di San Giusto, affida i Nomi dei Caduti alla “pietas” dei superstiti e dei posteri; una Stele  fortemente voluta, assieme alla scrivente (Brussi-Dinelli-Montani), dal compianto Gen. Riccardo Basile, che per tanti anni aveva stretto in un unico abbraccio la Federazione Grigioverde e la Famiglia di Pola in Esilio finanziata esclusivamente dal Volontariato del mondo Esule, e che era stato convinto assertore dei Valori inderogabili di italianità e di patriottismo.

Alla presenza delle Autorità civili e militari e del Gonfalone di Trieste decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, le Vittime di Vergarolla, dopo l’allocuzione del Vescovo Mons. Trevisi, sono state onorate con la Benedizione dell’ottantennio, e con la recita delle preghiere di rito. Al riguardo, è da segnalare la commossa presenza di tanti Congiunti delle Vittime, ad iniziare dai cinque Caduti appartenenti alla Famiglia Dinelli, che non a caso il Presule triestino ha voluto onorare personalmente nella Basilica di San Giusto, salutando ciascuno degli Eredi ivi convenuti.

Nella ricorrenza, ha fatto seguito la toccante cerimonia esterna davanti alla Stele commemorativa dei Caduti di Vergarolla con gli omaggi rituali, presenti i labari delle Associazioni d’Arma riunite nella Grigioverde, e quelli delle Organizzazioni civili e patriottiche, con la deposizione degli omaggi floreali sulle note del Silenzio. In particolare, si deve far cenno alla commossa partecipazione di tanti cittadini, senza dire dei numerosi visitatori presenti nella Zona Sacra antistante la Cattedrale, spesso inconsapevoli della tragedia in parola, stante la disinformazione perseguita per troppo tempo dall’Italia ufficiale.

La strage del 18 agosto 1946 è assurta a testimonianza emblematica del grande dramma di un intero popolo: quello giuliano, istriano e dalmata, che aveva avuto il solo torto, attestato da Maria Pasquinelli, di “amare incommensurabilmente ed incondizionatamente” la sua Patria.

Questa testimonianza è rivissuta ancora una volta nella celebrazione dell’ottantennio, con gli Onori perenni alle Vittime, e nel segno di un’indomita speranza proposta dalla partecipazione dei giovani e dei bambini, quasi a sottolineare che da Vergarolla non scaturisce soltanto il pur commendevole e necessariamente commosso Ricordo, ma nello stesso tempo, un impegno di vita a lungo termine, in senso nobilmente patriottico, e soprattutto etico. I Caduti di Vergarolla sono presenti attivamente nelle menti e nei cuori di tutti gli Italiani di buona volontà, e lo saranno sempre.

Laura Brussi Montani - Esule da Pola - Pubblicista

Consigliere dell’Opera Nazionale per i Caduti senza Croce

Volontariato per non dimenticare

Già Revisore dei Conti del Libero Comune di Pola in Esilio

Trieste, 18 agosto 2026. Santa messa in ricordo dei Caduti di Vergarolla
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Bibliografia

Cimmino Regina, Quella terra è la mia terra. Istria: memoria di un esodo, Edizioni Il Prato, Padova 1998.

Basile Riccardo, Cronologia essenziale della storia d'Italia e delle terre Giulie, a cura della Federazione Grigioverde, Editore Italo Svevo, Trieste 2010.

Bernas  Jan  (a cura di), Ci chiamavano Fascisti. Eravamo Italiani, Mursia, Milano 2010.

Montani Carlo Cesare, Venezia Giulia Istria Dalmazia - Pensiero e Vita morale, Aviani e Aviani Editori, Seconda edizione ampliata, Udine 2024.

Montani Carlo Cesare, Vergarolla: una verità definitiva, in "Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale", Roma 2008.

Muggia Wanda, L'epoca di Wanda, Editrice L'Autore Libri, Firenze 2003.

Orsini Angelo, L'Esodo a Latina - La storia dimenticata dei Giuliani e Dalmati, Editore Aracne, Roma 2007-

Pupo Raoul, Il lungo Esodo - Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Edizioni Rizzoli Storica, Milano 2005.

Radivo Paolo, La Strage di Vergarolla (18 agosto 1946), secondo i giornali giuliani dell’Epoca, le acquisizioni successive, Comune di Pola in Esilio, Trieste 2015, pagg. 648.

Rocchi P. Flaminio, L'Esodo dei 350 mila Giuliani, Fiumani e Dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma 1990.

Tomasini Elvino, Pola Addio! E altri racconti, Edizioni “Italo Svevo”, Trieste 1977.

Vanni Duccio, Vita Opere e Riconoscimenti del Medico Eroe della Strage di Vergarolla: Geppino Micheletti (1905 – 1961), testo italo - inglese,  seconda edizione, Edizioni Apice Libri, Sesto Fiorentino 2026, pagg. 128.

Vivoda Lino, L'Esodo da Pola - Agonia e morte di una città italiana, Nuova Lito - Effe, Piacenza 1989.

Vivoda Lino, Libero Comune di Pola in Esilio - 60 anni di cronache della diaspora polesana, Edizioni “L'Arena di Pola”, Trieste 2005.

Vivoda Lino, Campo profughi giuliani - Caserma Ugo Botti - La Spezia, Edizioni Istria    Europa,  Imperia 1999.

Zecchi Stefano, Quando ci batteva forte il cuore - Istria 1945. Un padre e un figlio, un grande viaggio alla ricerca dell’identità rubata dal vento della Storia, Mondadori, Milano 2010.

giovedì 13 agosto 2026

Il ragazzo che scelse la libertà. Livio Conti, patriota rigutinese della ‘Brigata Osoppo’. Recensione

Da Arezzo al Friuli nella Seconda guerra mondiale, passando prima per la Francia. È un libro ricco di valori. Patria, libertà, democrazia, istituzioni, religione, famiglia. Solo per menzionarne alcuni. Testo biografico scorrevole, frutto di un’appassionata ricerca storica tra varie fonti, a volte, purtroppo confuse, come nel caso della lapide posta dall’ANPI, a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, nel 2011, con due nomi di caduti su tre sbagliati (vedi pag. 74 del volume).

La copertina del bel volume
Tra documenti d’identità falsi e una storia d’amore riapparsa dall’oblio, l’Autore dell’indagine storica è riuscito a far riemergere dagli archivi familiari, parrocchiali e statali, la straordinaria vicenda del partigiano osovano Livio Conti, nome di battaglia “Cisco” e non solo.

Nacque nel 1925 Livio Conti a Rigutino, frazione di Arezzo, situata nella Valdichiana, da Zeffiro e Ada Lucci. Negli anni ’20 il padre falegname non volle iscriversi al PNF, così venne emarginato nel lavoro. Dopo la crisi del 1929, la famiglia emigrò a Marsiglia presso dei parenti. Nel 1933 il padre subì un incidente sul lavoro restandone mutilato. Con la Seconda guerra mondiale francesi e italiani furono nemici, perciò Livio nel 1940 fu rimandato in Toscana presso gli zii. Verso il 1941 fu arruolato, sedicenne, alle scuola CREM (Corpo Regi Equipaggi Marittimi) di Fermo, nelle Marche, come marconista. Dopo l’8 settembre 1943 fu nascosto dagli zii, ma nel febbraio 1944 probabilmente fu costretto ad arruolarsi nella Guardia Nazionale Repubblicana di Rigutino (AR) e fu destinato a vigilare l’Agenzia V della Società Azionaria Italiana Cellulosa e Industria di Torviscosa (SAICI), in provincia di Udine. Avendo disertato dalla GNR, col 1° giugno 1944 appartenne alla Brigata Osoppo-Friuli, una formazione partigiana d’ispirazione cattolica, laica, liberale e socialista. Catturato sul finire del conflitto, venne fucilato dai nazisti il 29 aprile 1945 a San Giorgio di Nogaro (UD).

La storia di Livio Conti, detto “Cisco”, rimase offuscata per molti decenni. È stata riscoperta grazie all'instancabile lavoro di studi e di ricerche condotte da Santino Gallorini e Massimo Pulitini. Grazie all'interessamento del Sindaco di Arezzo Alessandro Ghinelli e dei Consiglieri Comunali Andrea Gallorini e Piero Perticai, la memoria di Livio Conti è stata finalmente onorata: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 13 maggio 2024, gli ha conferito una Medaglia al Valor Militare e a Rigutino è stata posta una targa commemorativa in suo onore. Questo volume raccoglie e restituisce al pubblico la vicenda umana e partigiana di un giovane che scelse coraggiosamente la libertà, offrendo un contributo prezioso alla memoria storica della Resistenza italiana, che ebbe alcuni tristi lati oscuri.

Si ricorda, infatti, che il Comando delle Brigate Osoppo fu sterminato alle malghe di Porzûs, in Comune di Attimis, provincia di Udine. L’eccidio di Porzûs consistette nella barbara uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di diciassette partigiani osovani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti – appartenenti al Partito Comunista Italiano, su ordine dell’OZNA, il servizio segreto jugoslavo di Tito.

A corredo di questo importante libro biografico, il recensore si permette di citarne un altro sulle ambiguità e gli scontri fra gruppi partigiani, con spie, imboscate e relative soppressioni usualmente nel confine orientale perpetrate da parte di facinorosi comunisti. È il caso del racconto “Il labirinto” di Giorgio Caproni, ambientato in Val Trebbia, in provincia di Genova. Scritto nel 1944-1945, fu incredibilmente pubblicato nel 1946 e, per fortuna, riprodotto  anche di recente. La Resistenza non fu tutta rose, fiori e canti corali, anzi! Sarebbe opportuno studiarla di più in un’ottica critica, alla Renzo De Felice.

Il volume sulla storia del partigiano Livio Conti “Cisco” e di un altro patriota Enzo Fiumalbi “Tonio”, toscano pure lui e fucilato dai tedeschi nello stesso giorno a San Giorgio di Nogaro, gode della Presentazione di Roberto Volpetti, presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo Friuli, che ha sede a Udine.

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Il libro recensito

Santino Gallorini, Il ragazzo che scelse la libertà. Livio Conti, patriota rigutinese della «Brigata Osoppo», Arcidosso (GR), Effigi edizioni, 2026, pagg. 96. Con varie fotografie in b/n e a colori.

ISBN‏ : ‎ 979-1257391317

giovedì 16 luglio 2026

A Tavagnacco (UD) è morto Igino Bertoldi, delle Brigate Osoppo, amico di esuli giuliano dalmati

Igino Bertoldi è deceduto il 15 luglio 2026, a 99 anni, nel suo paese. Tra i partigiani era detto “Ercole”, “Bogomiro” o “Ragamir”. Era nato a Tavagnacco (provincia di Udine) il 29 agosto 1926. È stato un patriota delle Brigate Osoppo, di area cattolica, azionista, monarchica e laico-socialista. Poi Volontario della libertà, per il periodo 1945-1948, in contatto con gli angloamericani. Dal 1948 al 1954, Igino fece parte dei ‘Volontari Difesa Confini Italiani VIII’, col nome di ‘Bogomiro’, oppure ‘Ragamir’. “Se non ci fossimo stati noi adesso qui ci sarebbe un’altra nazione – ripeteva come in un ritornello – e ora sono iscritto all’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli (APO) di Udine”. 
Igino Bertoldi, l'osovano Ercole. Per la gentile concessione alla pubblicazione si ringrazia: backfilmproductions.com

Dopo il mese di maggio del 1945, a guerra finita, fu il maestro Arduino Cremonesi a riunire in parrocchia a Tavagnacco i giovani nei Volontari della libertà, così raccontò il partigiano Ercole. 
Lo stesso maestro Cremonesi scampò a una fucilazione dei partigiani jugoslavi. Dopo l’8 settembre 1943 fu prelevato dai titini con altri giovani. “Lui era un Pillepich, poi aveva cambiato cognome in: Cremonesi – raccontò Bertoldi – i prigionieri avevano le mani legate col filo di ferro e subirono un processo farsa, ci seguì la fucilazione”. 
Come si salvò Cremonesi dalla fucilazione nel 1943 vicino a Fiume? “Quando hanno sparato – disse Bertoldi – sono caduti i ragazzi e il maestro Arduino si è gettato a terra, ferito di striscio ad una gamba, rotolando giù per un rilievo fino al bosco, dove riuscì a nascondersi dai suoi aguzzini. Lo cercarono nelle ore e nei giorni successivi persino con i cani, ma lui si era già dileguato. Restò senza mangiare e senza bere, si accontentò solo della neve. Dopo un po’ sulla strada vide un camion di tedeschi, così cercò di fermarlo per poter salire. Nell’interrogatorio che ne seguì, all’ospedale di Villa del Nevoso, pur conoscendo la lingua tedesca, rispose in francese e si salvò. 
Fu sfollato a Milano, in altri luoghi, poi rientrò a Fiume da dove, infine, la moglie Maria Bostiancich e i figli presero la via dell’esilio per il Friuli”. Si ricorda che Arduino Cremonesi Pillepich (nato a Fiume nel 1912 e morto a Udine nel 1983) è stato un maestro, storico, pubblicista e figura di riferimento dell’esodo giuliano dalmata. Negli anni ‘50 è stato un dirigente di spicco e Segretario del Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. A Udine, con l’architetto Carlo Conighi ed altri fiumani, fondò la "Lega Fiumana", all’interno dell’ANVGD, prima di distanziarsene per divergenze organizzative. 
Gli stessi Cremonesi e Conighi furono attivi, alla fine degli anni ’40 e primi anni ‘50, nella locale Lega dell’Arcangelo, un’Associazione patriotica irredentista del Comitato per il Ritorno Adriatico (Archivio dell’ANVGD di Udine). 
Programma della Lega dell'Arcangelo, post 1947. Archivio dell'ANVGD di Udine

Igino Bertoldi è stata una figura nota e benvoluta in tutto il paese. Agricoltore all’antica e socio della Coldiretti, fu sposo di Rita che gli diede cinque figli, poi nacquero sette nipoti ed altrettanti pronipoti. “Era sempre disponibile a fare favori per tutti – ha detto il figlio Giuseppe, gestore dell’Agriturismo ‘La Lobie’ – fu attivo nel coro parrocchiale e si diede da fare per la festa degli asparagi”. 
Ecco una dichiarazione dello scrittore Mauro Tonino, del Consiglio Direttivo dell’ANVGD di Udine: “Ci ha lasciati Igino Bertoldi, ‘osovano’, nome di battaglia ‘Ercole’, uno degli ultimi testimoni di un periodo storico drammatico e complesso che una parte politica ben precisa vorrebbe cancellare. Un ricordo proprio di qualche settimana fa a casa tua a consultare documenti dell’epoca. Hai sempre difeso con caparbia e determinazione la storia da chi voleva invece mistificarla. Mandi ‘Ercole". 
I funerali del patriota “Ercole” si terranno sabato 18 luglio 2026, alle ore 10, nella Chiesa di Tavagnacco. Alle esequie parteciperà un delegato dell’ANVGD di Udine, con coccarda tricolore del sodalizio, in rappresentanza di Bruna Zuccolin Presidente.
Tavagnacco, Igino Bertoldi nel 2023. Foto di Elio Varutti


Lettera della Lega Fiumana di Udine firmata da Arduino Cremonesi, 1954. Archivio dell'ANVGD di Udine
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Il suo funerale a Tavagnacco

Nella chiesa di Sant’Antonio Abate di Tavagnacco, gremita di persone, si è svolto il funerale di Igino Bertoldi. Con Ornella Comuzzo, assessore alla Cultura, c’erano molti Gruppi di alpini, giunti persino dai paesi limitrofi, i Donatori di sangue e i soci dell’Associazione Osoppo Friuli (APO) di Udine, guidati dal Presidente Roberto Volpetti.

Igino è stato ricordato con affetto oltre che dal celebrante, da un rappresentante dei coristi della parrocchia, di cui Igino era un assiduo frequentatore e voce impegnata. Ha portato il suo saluto in lingua friulana la maestra Adina Ruffini, della Società Filologica Friulana, e amica degli esuli giuliano dalmati. È stata letta la Preghiera dell’Alpino in un silenzio assordante. La Delegazione dell’ANVGD di Udine, in rappresentanza della Presidente Bruna Zuccolin, era formata da Luciano Bonifazi, Mauro Tonino, Elio Varutti e Giuseppe D’Anzul, pure orgoglioso alfiere dell’APO. 




mercoledì 17 giugno 2026

Il centenario di attività dell’Osteria “Fusâr” a Udine. Festa il 4 luglio 2026

Fu attivata nel 1926 da Attilio Roiatti (Udine 1898-1989), l’osteria da “Fusâr” di Udine. Dal 1994 ad oggi a gestire l’azienda è, infatti, Giorgio Romanello, orgoglioso nipote del fondatore. Fino al 2000 l’attività è stata condotta assieme alla zia Elsa Roiatti e, per un po’ di tempo, col figlio Alberto Romanello, classe 1988.

Il punto vendita è situato in Via Pradamano al civico numero 25, vicino alla scuola “E. Fermi”. Per esempio, se un nuovo cliente entra in negozio e l’oste o barista è nel retro bottega al lavoro, senti i vecchi clienti in coro a chiamare: “Giorgiooo”. Poi continuano col grande impegno della briscola, della scopa o del tressette. Per il 4 luglio 2026 è prevista una piccola festa per il centenario dell’osteria.

Giorgio Romanello
Lis Sedonariis e i fusârs

Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni dl Novecento c’erano le venditrici ambulanti di fusi per filare. Erano dette “fusanis”, da “fûs”, che in lingua friulana significa “fuso”. Esse vendevano anche mestoli, venivano allora chiamate “sedonariis” (singolare: “Sedonarie”), dal termine friulano “sedon” che significa appunto “cucchiaio o mestolo”.

Il “fusâr”, in friulano, è il “fusaio”, ossia il fabbricatore di fusi. Furono gli stessi avventori dell’osteria, negli anni ’20 del Novecento, a dare quel nome ad Attilio Roiatti, figlio di Giovanni, perché aiutava le fusaie e i loro uomini: i fusai. Questo genere di accoglienza era una tradizione di famiglia, dato che era praticata tempo addietro pure Giovanni Roiatti, il padre di Attilio.

In particolare esse chiedevano di poter dormire nel fienile del Roiatti, che acconsentiva con benevolenza. «In quel tempo – ha spiegato il signor Giorgio Romanello – mio nonno Attilio Roiatti aveva anche campagna, tre mucche, il cavallo, galline da governare e il fienile, insomma era oste, dopo aver lavorato sodo come contadino e ha gestito l’osteria per 61 anni, fino al 1987. Da quell’anno fino al 1993 la ditta è passata alla signora Franca e poi a me».

Quelle donne, le “fusanis” con la gerla in spalla piena di mercanzia andavano a vendere per città di porta in porta.

«A vignivin di Claut, cul om che al vuidave il cjar – raccontò il signor Gino Nonino – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats, lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, col marito che guidava il carro e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr).

Da un’altra intervista si è saputo che «me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – riferì Elsa Roiatti – al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno Giovanni Roiatti, nato nel 1863 e morto nel 1941 faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusaio). Le fusaie, dette pure “lis sedonariis” erano anche di altri paesi come Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una tale Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri, con cui i Roiatti restarono in contatto per lettera per vario tempo.

Un ritrovo udinese per “Sedonariis” di Claut e di Collina era «il cortile e sottoportico di Casa Giacomelli, in borgo Grazzano, oggi sede del Museo Etnografico del Friuli, dove nel 1920-1930 – come disse Rina Bernardinis – aveva inizio il mercato delle venditrici ambulanti di mestoli, nel senso che si accordavano sul prezzo da proporre al cliente in ambito cittadino».

Attilio Roiatti
Biografia di Attilio Roiatti, il Fusâr

È sempre stato un gran lavoratore. Poco loquace, ma molto intelligente. Attilio Roiatti nacque a Udine il 19 luglio 1898 e morì nel 1989. Caporale alpino nella Grande Guerra, si meritò la nomina di Cavaliere di Vittorio Veneto. Componente di una famiglia numerosa «saranno stati 8-9 fratelli – ha detto Giorgio Romanello», aiutò tutti i fratelli a costruirsi la casa tra la zona di Via Pradamano e Baldasseria. Uno col carro andava a raccogliere pietre nel Torre e poi tutti assieme a lavorare nel cantiere. Si fecero muri grossi, tanto che ogni casa ha retto alle scosse del terremoto del 1976. La solidarietà in famiglia era d’obbligo, ma è una forza del rione intero, con la nascita delle prime cooperative nel Novecento. La Cooperativa di Consumo fra Ferrovieri nasce nel 1921, ma, essendo osteggiata dal fascismo, viene soppressa e rinasce il 7 ottobre 1945 con il nome di “Società Cooperativa fra Ferrovieri”; nel 1954 si apre lo spaccio di Via Pradamano (odierno Piazzale Cavalcaselle), tuttora in funzione sotto il marchio Coop.

Attilio Roiatti fondò il 1° gennaio 1926 l’osteria da “Fusâr” e la gestì fino al 1987. L’iscrizione alla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Udine reca il n° 14748 del 25 gennaio 1927. Si alzava alle 4 del mattino per lavorare sia nella stalla, nel gallinaio e poi in osteria. Per scegliere il vino del suo punto vendita si faceva accompagnare nelle aziende vinicole del Sacilese, a lui note, da un suo amico. Era Romualdo Lazzaro, maresciallo della polizia, a fargli gentilmente da autista da Via Pradamano a Udine fino nelle case contadine del sacilese. Scelto e ordinato il prodotto, arrivava con un camion a botti. Chi le scaricava? Attilio e suo fratello le facevano scendere dal camion e le rotolavano fino nel retro bottega. Per 61 anni.

«Mi ricordo che il nonno Attilio – ha aggiunto Giorgio Romanello – andava col carro trainato dal cavallo a portare le vinacce alla distilleria di Primo Badini di Vergnacco, in cambio gli offrivano della grappa, assaggi di nocino o bicchierini di liquore alla prugna».

Attilio Roiatti sposò Linda Carlini che gli ha dato tre figlie.

L’osteria Fusâr dopo il 1945

L’osteria da “Fusâr” in Via Pradamano a Udine è situata vicino alla scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Molti profughi dell’esodo d’Istria, di Fiume e Dalmazia frequentano l’osteria di Attilio Roiatti, dopo il 1945, perché si trova vicino al Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine. Oggi lì c’è la scuola media.


Fonti orali

Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica. Ringrazio per la collaborazione, la cortesia e per la messa a disposizione di alcune fotografie storiche, i seguenti signori:

- Caterina Eleonora Bernardinis Rina (Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova 1908 – Udine 2010), int. del 24 ottobre 1995.

- Gino Nonino, Udine (1944 - †), int. del 7 maggio 2005.

- Elisa Roiatti, Udine (†), int. del 9 maggio 2005.

- Giorgio Romanello, Udine 1952, int. del 3 agosto 2016.

 

lunedì 6 aprile 2026

Uno sconosciuto aiuto ai profughi giuliani. L’Oratorio dei Vanchetoni a Firenze, di Susanna Bino, 1947

Interessante e molto originale è questo studio di Susanna Bino sul sito d’accoglienza profughi dei Vanchetoni a Firenze nel secondo dopoguerra. Poco o nulla si sapeva su tale luogo allestito, nel 1947, in fretta e furia in un oratorio barocco seicentesco del capoluogo toscano. A Firenze, in quei frangenti, sempre più esuli affluivano dall’Istria, Fiume e Dalmazia e da altre località. La difficoltosa accoglienza ai Vanchetoni, durata un anno, si concluse col trasferimento dei 70 ospiti, tra i quali molti bambini, in un altro sito per profughi. Ce n’erano vari in città fino all’assegnazione delle case popolari in via delle Gore, nella zona di Careggi, a metà degli anni ’50.

Secoli or sono l’appellativo di “Vanchetoni” fu assegnato a un’antica arciconfraternita religiosa di culto cattolico, tutt’oggi in piena attività, per il modo di camminare cheti e silenziosi (“Vanno cheti”) e per il termine di “bacchettoni”, in riferimento alla bacchetta usata per battersi a scopo penitenziale.

L’Autrice, figlia di esuli istriani, si concentra soprattutto su tale sito di sistemazione profughi nel dopoguerra per motivi familiari. Non a caso, in appendice, c’è una esclusiva testimonianza scritta dal suo papà, messa debitamente a confronto con le esclusive documentazioni d’archivio sui Vanchetoni. Proprio la ricca e scrupolosa citazione e riproduzione archivistica è il grande merito dell’opera che presenta, inoltre, un’equilibrata introduzione storica alla complessa questione del confine orientale.

L’importanza dello studio della Bino è data dalla documentazione e dalle cifre secondo gli archivi e i giornali locali. Nel paragrafo intitolato “Il problema dei sussidi e dell’assistenza economica” del 2° capitolo sono citati 2.700 profughi presenti a Firenze in vari centri nel 1948, provenienti da vari territori, inclusa la Venezia Giulia.

Anche Firenze, dunque, può offrire un nuovo sito alla letteratura dell’esodo giuliano dalmata. Già sono stati studiati e documentati, anche nel web, il Campo profughi del Sant’Orsola (Crp), o siti analoghi come quello di Via della Pergola, quello di Via della Scala, o quello della stazione. È dal 2023 che Beatrice Raveggi e Daniela Velli hanno pubblicato per la realtà toscana: “In tempo di pace. Ispirato alla storia vera di Claudio Bronzin esule istriano”, Treviso, Edizioni la nave dei sogni, 2023.

Dall’approfondita ricerca storica della professoressa Bino, corredata di immagini e con lo spoglio orientato dei giornali del periodo, il sito d’accoglienza profughi dell’Oratorio dei Vanchetoni è una realtà sociale analizzata sotto varie forme e in modo particolare. I vari documenti sono stati scovati nell’Archivio di Stato di Firenze e in altri luoghi di conservazione dei beni culturali. Molto interessanti sono le corrispondenze menzionate e riprodotte nel libro, di celebri personaggi come il ministro Scelba, il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, Giorgio La Pira, Mons. Guido Anichini o Giulio Andreotti, intenti ad aiutare il mondo degli esuli.

È un libro esemplare quello della Bino poiché contiene i tipici casi della “mal accoglienza” riservata ai profughi giuliano dalmati dall’Italia matrigna. Ci sono le lettere delle autorità laiche e religiose che si danno da fare, compatibilmente con il periodo storico, per rendere decente l’arrivo e la permanenza dei profughi. Già il 19 gennaio 1947 furono 580 i profughi dichiarati in arrivo, dipendenti della Manifattura Tabacchi di Pola e trasferiti in quella di Firenze. Sono menzionate le famose pareti di cartone intelaiato nei box del Campo profughi del Sant’Orsola, dove vivevano le tabacchine.

È citata una certa propaganda politica di area comunista che “spingeva l’opinione comune a considerare tutti i profughi giuliani come ‘fascisti’ fuggiti da un ideale e idealizzato regime comunista”. È riportato il caso in cui le istituzioni volevano addirittura far pagare l’alta bolletta della luce ai profughi, che ricevevano un meschino sussidio dall’Ente Comunale di Assistenza per gli alimenti. Così, aizzati dalla stampa di partito “alla sera si è raccolta davanti alla chiesa una folla di ‘compagni’ a battere dei colpi contro il portone chiuso, urlando ‘Fascisti! Fascisti!’.

Il testo gode del patrocinio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, oltre che del Comitato provinciale di Udine dell’ANVGD. Contiene una “Introduzione” del professore Gianni Silei, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena, una “Prefazione” di Stefano Cecconi, Guardiano-Presidente della Congregazione dei Vanchetoni e una “Postfazione”  di Elio Varutti.

Con questo volume, allora, si sa molto, se non tutto, del sito per profughi dei Vanchetoni a Firenze. L’opera rientra nel quadro di indagini conoscitive svolto di recente anche in altre località italiane. Si pensi a Giovanni Spinelli, con il suo “Dopo l’esodo: da profughi a cittadini. Il processo di integrazione di giuliani e dalmati nell’Italia del secondo Novecento attraverso le vicende di Brescia”, del 2024.

Altro Crp oggetto di studi era situato a Novara in una ex caserma, addirittura oggi oggetto di visite guidate. Il libro in questione si intitola: “Da caserma a campus universitario. Le vicende della Perrone nella storia d’Italia”, edito nel 2025, dalla Società Storica Novarese in collaborazione con il Dipartimento di Studi per l’economia e l’impresa. Un recentissimo studio sul Crp di Taranto, con adeguate indagini archivistiche è, infine, quello del professor Vito Fumarola, intitolato: “L’esodo giuliano dalmata in provincia di Taranto” (ANVGD, Trieste 2025).

È una prolifica stagione di ricerche e di studi molto importante per la storia dell’esodo giuliano dalmata, senza rancori, senza preventivi approcci ideologici, ma con un senso del dialogo, del rispetto e della pace in dimensione europea. E il libro sui Vanchetoni ci sta dentro a pieno titolo.

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Il libro recensito -  Susanna Bino, Profughi dalla Venezia Giulia a Firenze: La vicenda dei Vanchetoni (1947-1948), Firenze, Aska, 2026.

ISBN  978 88 7542 426 8

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Recensione di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking e studi a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (esule di Fiume a Montevarchi, AR), Bruna Zuccolin, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e i professori Daniela Conighi e Enrico Modotti. Copertina: il libro dei Vanchetoni di Susanna Bino. Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia.  Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.   Sito web:  https://anvgdud.it/

 

sabato 14 febbraio 2026

La patria cercata, di Elio Varutti, libro presentato alla UTE di Portogruaro con l’ANVGD

È stato Alessio Alessandrini, presidente dell’Università della Terza Età di Portogruaro (VE), ad aprire i lavori dell’affollato incontro culturale del 9 febbraio 2026 nella Sala delle Colonne del Collegio Marconi, in via Seminario 34.

In occasione del Giorno del Ricordo è stata presentata un’opera con molte testimonianze, alcune delle quali veramente emozionanti, che descrive la storia degli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia accasatisi in Toscana negli anni ‘50. Il testo è: “La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana”, edito a Firenze da Aska nel 2025 e giunto già alla seconda edizione.

Varutti e Alessandrini alla UTE di Portogruaro per presentare "La patria cercata". Foto di Daniela Conighi
Attraverso 176 pagine, 100 fotografie e documenti inediti, l’Autore ha perlustrato la vita nei campi profughi, nei villaggi per i rifugiati, o nelle case di Arezzo, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa e Siena. Molti di loro transitarono per il Centro smistamento profughi di Udine. Nel libro è descritto il difficile cammino verso l’integrazione sociale per passare da profughi a cittadini mediante l’abitazione, la religione, il lavoro e gli affetti familiari, anche con matrimoni con gli autoctoni. Avevano perso la patria i profughi giuliano dalmati, a causa delle annessioni jugoslave del 1947. Con grande volontà la cercarono in altre località italiane, ritrovandola in vari luoghi toscani con grande umanità.

Varutti, dopo aver portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha mostrato una serie di diapositive riprese dal volume stesso, con qualche immagine riferita anche ai campi profughi di Venezia.

Come mai quel titolo: La patria cercata? Verso la fine e in seguito alla seconda guerra mondiale i profughi italiani usciti dall’Istria, Fiume e Dalmazia a causa della violenza dei seguaci di Tito, provarono il senso della patria perduta. “Ce ne siamo andati, perché sospinti a partire – dicono – e per mezzo del diritto di opzione riconosciuto dal trattato di pace”. C’è chi, tuttavia, è fuggito da clandestino in barca, o per i sentieri del confine orientale inseguito dalle guardie armate jugoslave. Quegli italiani persero la bottega, la fattoria, lo squero, il torchio, l’asino, gli ulivi e la casa che, per molti di loro, era l’antica abitazione da tanti secoli e generazioni. Tutti i loro averi servirono all’Italia sconfitta, dopo la guerra del 1941 voluta dal duce e dal re, alleati di Hitler, mentre la monarchia serbo-croata era in confusione, per pagare i danni del conflitto alla vincente Jugoslavia. Così fu firmato il trattato di pace il 10 febbraio 1947 che assegnò alla Jugoslavia: Istria, Fiume, Zara e gran parte delle provincie di Trieste e Gorizia. Erano del Regno d’Italia dalla fine della Grande guerra. Nel secondo dopoguerra, quindi, gli esuli istriani, fiumani e dalmati si ritrovarono a cercare la patria. Alcune migliaia di loro la ritrovarono proprio in Toscana, che utilizzò all’uopo oltre 20 Centri raccolta profughi. Altri si fermarono in Veneto, Piemonte, Lombardia, dove c’era il lavoro.

Portogruaro, 9.2.2026, Sala delle Colonne Collegio Marconi pubblico per "La patria cercata" di Varutti
Determinante è stata la collaborazione alle ricerche sul campo di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR), nonché di Francesco Ostrogovich, soprattutto per quanto concerne l’indagine iconografica sull’esilio a Massa Carrara, entrambi soci dell’ANVGD.

Come mai Udine, Laterina (AR) e il Veneto sono entità territoriali così associate in questa parte di storia d’Italia per tanto tempo oscurata? È già stato scritto nel libro La patria perduta del 2021, sempre di Varutti, giunto alla terza edizione. Dai passaporti dei profughi italiani in fuga dalle loro terre, Istria, Fiume e Dalmazia annesse alla Jugoslavia di Tito, si può notare che l’itinerario dell’esilio è sempre lo stesso. Giunti a Trieste, in vari modi, con il carro, o il treno, camion, piroscafo ed altro, vengono essi destinati al Centro smistamento profughi (Csp) di Udine e poi, in treno, via Venezia, molti finiscono a Laterina, altri a Firenze, Marina di Carrara, Vicenza, Cremona, Torino, Alessandria, Brescia, Roma, Napoli, Bari, Servigliano nelle Marche e così via in oltre 100 strutture per lo più fatiscenti del Ministero dell’Assistenza Post-bellica, sparpagliate per l’intero Paese.

Parla Alessio Alessandrini, presidente della UTE di Portogruaro. Foto di Daniela Conighi
 Con un ricco apparato fotografico e documentario, come già scritto, qui ci sono le storie delle famiglie Andretti, Badini, Baici, Barbieri, Benvegnù, Bracchitta, Cattonar, Daddi, Daici, Danielis, Dobri, Manzin, Manzoni, Marchionne, Mladossich, Pacori, Paoli, Prete, Radolovich, Rauni, Rocchi, Sestan, Spogliarich, Sponza, Stipcevich, Tomissich, Travaglia, Tropea, Varesco, Vellenich ed altri ancora.

Alla fine della presentazione è seguito un intenso dibattito, mentre i relatori hanno ricordato la tradizionale collaborazione tra l’UTE di Portogruaro e l’ANVGD di Udine. Tra i presenti c’era la professoressa Daniela Conighi, dell’ANVGD di Udine. Il tutto si è concluso con un firma-copie e l’annuncio dell’appuntamento del giorno successivo riguardante l’unico infoibato di Portogruaro. Risponde al nome di Aldo Giomo, un giovane meccanico. Prelevato dai partigiani jugoslavi il 15 maggio 1945 a Trieste, fu imprigionato e deportato nei gulag titini fino a scomparire per sempre. Su YouTube c’è la sua storia, raccontata dal figlio Giuseppe. Alla presentazione del filmato, tenutasi il 10 febbraio, ha partecipato anche lo scrittore Mauro Tonino, del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, sul tema: “Trieste e le foibe”.

Firma copie con dedica a Giuseppe Giomo, figlio di Aldo Giomo, meccanico, prelevato dai partigiani jugoslavi a Trieste il 15 maggio 1945. Unico infoibato di Portogruaro, fu deportato nei gulag titini, poi scomparve. Foto di Daniela Conighi
Le presentazioni

Fino al 9.2.2026 il libro “La patria cercata” è stato presentato, in Italia e all’estero, con successo di pubblico a circoli culturali, biblioteche, scuole e associazioni, con le rispettive autorità istituzionali come nel museo di Muggia (TS), in presenza pure di Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste e di Renzo Codarin, presidente dell’ANVGD nazionale. Poi è stato presentato in Consiglio regionale a Firenze, in Consiglio comunale a Laterina Pergine Valdarno (AR), a Palazzo ducale di Massa (MS), al vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Il 18 maggio 2025 è stato presentato al Salone del Libro di Torino, nel padiglione della Regione Toscana, con Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti (presidente e vice dell’ANVGD di Udine) e Aldo Ferrucci (editore). Ad Abbazia, il 23 agosto 2025, è stato presentato a Sonja Kalafatovic, presidente della Comunità degli Italiani di Abbazia/Opatija (HR) e pure alla professoressa Rina Brumini, ricercatrice e vicepresidente della Comunità ebraica di Fiume, oltre che vicepresidente della Comunità degli Italiani di Fiume/Rijeka (HR). Il 19 novembre 2025 il volume è stato presentato a Daniela Velli, presidente dell’ANVGD di Firenze e al generale Edi Turco, comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze “Giulio Douhet”.

In Friuli è stato presentato a Udine (al Liceo Classico “J. Stellini”, all’Istituto Tecnico Economico “A. Zanon”, all’Isis “C. Deganutti”), alla Biblioteca Civica “V. Joppi” e all’ Università della Terza Età (UTE). Poi a Tarcento (UD), a Tavagnacco (UD), a Attimis (UD) e a Zoppola (PN). Oltre che sul «Corriere di Arezzo», su «L’Arena di Pola», «La Nazione», «Diari Toscani», «Teletruria», «Rete Valdarno», «Arezzo TV», «La Gazzetta di Massa e Carrara», «Valdarnopost.it», «Amaranto Channel», «anvgd.it», «Arcipelago Adriatico», «kepown.com» e «anvgdud.it» il volume è stato presentato a Radio RAI Friuli Venezia Giulia, nella trasmissione di “Sconfinamenti”, di Massimo Gobessi, con replica da Radio Capodistria (SLO) e su raiplaysound.it/ in podcast. Commenti sono apparsi su «La Voce del Popolo», di Fiume/Rijeka (HR).

Per il Giorno del Ricordo a Portogruaro, 9.2.2026, introduce Alessio Alessandrini
Il libro recensito

-  Elio Varutti, La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana, Firenze, Aska, 2025 (Seconda edizione del 2026).          

ISBN 978-88-7542-413-8

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Note – Testo a cura di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Bruna Zuccolin, Daniela Conighi e Bruno Bonetti. Fotografie di Daniela Conighi, Alessio Alessandrini e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:   https://anvgdud.it/

 

Il volantino sull'unico infoibato di Portogruaro, Aldo Giomo, la cui vicenda è raccontata su YouTube 



domenica 16 novembre 2025

Le stravaganti donne disegnate di Daniela Fattori, con liriche orientate

C’è stato il Finissage delle opere di Daniela Fattori, in arte Dan. Erano in mostra fino al pomeriggio del 15 novembre 2025 alla Libreria Tarantola di Via Vittorio Veneto a Udine. L’apertura della esposizione, il Vernissage, era stata il 15 ottobre scorso. La poliedrica rassegna, per usare e parole di Cristina Carignani, intervenuta all’incontro con tante domande all’artista per un acuto dialogo, ha coinvolto molti visitatori che affollavano la sala.

Daniela Fattori, Donna di quadri, 2025
Vari neuropsichiatri affermano che l’arte pittorica accenda il cervello. Ecco che le donne stravaganti di Daniela Fattori rischiano di farcelo trotterellare il cervello.

Il titolo della mostra era: “I minimi, invisibili dettagli di poesia”, che è pure il titolo di un originale libretto stampato da La Legotecnica (UD), per l'impaginazione di Giulia Rizzi, con le immagini delle donne illustrate dalla pittrice alla sua prima personale. Si sappia che tra i cinque libri pubblicati dall'Autrice questo de "I minimi" è il secondo dedicato alla Poesia. Ogni disegno esposto in sala era infatti accompagnato da un silloge, o da un prosa ideata da Daniela Fattori, sempre lei, con il suo ricco bagaglio culturale di studentessa e poi docente dell’Istituto statale d’Arte “Sello”, dove insegnò Progettazione. 

Non solo arte visiva e letteratura perché c’è stata pure un performance, a completamento della serata poliedrica alla Tarantola, con la partecipazione straordinaria di Mauro Cantarutti, Elisabetta Englaro, Fedra Modesto e Vera Paoletti. D’altronde Dan non si poteva smentire. Fattori ha progettato e coordinato da tredici anni il Teatro Fra Le Nuvole a Sauris (UD). Ha condotto per nove anni Aliante Teatro al Liceo Artistico “G. Sello”, cui si aggiungono numerose altre attività effettuate in campo teatrale e artistico dedicate a tutte le fasce d'età.

Ha operato anche nel settore dell’educazione all’immagine con la scuola primaria nell’hinterland udinese.

Daniela Fattori. Fotografia di Leoleo Lulu
Nel 2023 Dan ha scritto Briciole, un testo teatrale che prende in esame il tema dell’Alzheimer, su cui è stata prodotta una lettura scenica curata assieme ad Andrea Collavino, presso l’Associazione Alzheimer di Udine. Lo stesso testo, nel 2024, è stato messo in scena, in forma di studio per lo spettacolo, presso il Mulino Nicli di Rive d’Arcano (UD), con l’interpretazione di Klaus Martini e Nicoletta Oscuro. Nel 2025 la sperimentazione medesima è stata replicata a “Le(Serre” di Basaldella di Campoformido (UD), all’interno del progetto Care di Klaus Martini, con gli stessi attori e l’aggiunta di Gilberto Innocenti.

È stato detto che i riferimenti culturali di Daniela Fattori sono, in pittura, Amedeo Modigliani e Frida Kahlo, mentre in chiave letteraria sono, tra gli altri, Boris Vian, Giorgio Gaber e Daniel Pennac. Tuttavia su uno dei tre racconti letti, La lingua morta, fa andare la mente, visto il surrealismo, al Signor Gregor Samsa di Franz Kafka ne La metamorfosi.

Oltre alle decine di disegni nella mostra c’erano anche due tele dipinte dall’Artista sullo stesso tema. “Gli Amu-Leti giocosi, nelle due grandi tele – ha scritto Cristina Carignani – augurano la Buona Ventura e la Fortuna di possedere il talento creativo per affrontare i colpi avversi del Destino”.

All’incontro ha portato i saluti anche Luciano Omet, presidente di “ArtèSello”, ossia l’Associazione Docenti, Dirigenti, Personale ATA, Ex Studenti dell'Istituto d'Arte e Liceo Artistico "Giovanni Sello" di Udine.

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Vera Paoletti, Elisabetta Englaro, Dan, Mauro Cantarutti e Fedra Modesto
Testo di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettore: Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la riproduzione in questo blog.

Daniela Fattori, Amu-Leto del sorriso, 2025