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martedì 16 ottobre 2018

Riedito Popolo in fuga, di Lo Bono, sull’esodo giuliano dalmata in Sicilia


È la storia del Centro raccolta profughi (Crp) di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Il testo era già stato edito nel 2016. L’autore, nel 2018, ha voluto aggiornare ed arricchire di ulteriori testimonianze la sua pregevole e meritoria opera. Il Crp di Termini Imerese fu attivato nell’estate del 1948 presso la caserma “Giuseppe La Masa” e chiuse i battenti alla fine dell’estate del 1956, dopo aver ospitato circa due mila profughi dell’esodo giuliano dalmata, molti dei quali si sistemarono in terra sicula.
Roma, 8 ottobre 2018 – presentazione di Popolo in fuga di Fabio Lo Bono, primo a destra, vicino a Umberto Smaila ed altri pregiati relatori

L’itinerario di diversi esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, una volta abbandonata la Jugoslavia, vede toccare il Crp del Silos a Trieste, che fino al 1954 non è Italia, ma Territorio Libero di Trieste, sotto protezione degli alleati. Dalla stazione di Trieste gli esuli vengono inviati al Centro smistamento profughi di Udine, sito in via Pradamano, presso la stazione ferroviaria e da lì sventagliati per gli oltre cento Crp sparsi per l’Italia, Termini Imerese incluso. L’autore documenta molto bene tale passaggio a p. 92. A Udine passarono cento mila profughi dal 1945 al 1960, quando chiuse il Centro. Secondo molti autori in tutto fuggirono oltre 350 mila individui dalle terre perse.
Come mi è capitato già di affermare in precedenza, nel 2017, l’autore dedica alcune importanti pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il demerito di scrivere nei suoi dispacci, riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 36). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono in realtà un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
La copertina del buon libro di Fabio Lo Bono, 2.a edizione

Vorrei confermare, come ho già scritto, che il volume di Lo Bono è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione alla prima edizione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola. Poi valorizza il Giorno del Ricordo.
Poi c’è una Prefazione alla seconda edizione di Mario Micich, che azzarda un’ipotesi metodologica. “Occorrerebbe – ha scritto – che, sul modello di Lo Bono, si scrivesse una storia degli insediamenti di esuli giuliano dalmati in ogni regine italiana” (p. 10).
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione alla prima edizione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön. Nella seconda edizione troviamo altre coinvolgenti biografie di giuliano dalmati notevoli, come lo stilista Ottavio Missoni, l’atleta Abdon Pamich e il cabarettista Umberto Smaila.  
Fabrizio Somma nella Presentazione alla seconda edizione cita la strage di Vergarolla e una serie di autori che hanno dato una svolta alla letteratura dell’esodo, china su se stessa e raramente apprezzata in campo nazionale. Oltre che a Fulvio Tomizza, il riferimento va a Anna Maria Mori ed altri scrittori come Giovanni Maiani e Roberto Stanich.
Roma, 8 ottobre 2018 – presentazione di Popolo in fuga di Fabio Lo Bono, giunto alla 135^ occasione pubblica

Nell’Introduzione alla prima edizione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 22).
Antonio Ballarin, presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, nella sua Introduzione alla seconda edizione, esalta il ruolo sociale del volume. Il testo di Lo Bono “si inserisce dentro un progetto di ricostruzione minuta di storie, vicende umane e percorsi che insieme danno carne e consistenza umana al concetto di memoria” (p. 26).
Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice orientata al tema, il volume si avvale di quattro post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 220).
Una terza postfazione è quella di Augusto Sinagra che ricorda quelle che furono, anche se per poco (1941-1943), delle città italiane dell’Adriatico orientale, come Spalato, Sebenico, Cattaro e Ragusa. Lo scrittore accenna all’importanza di aver a disposizione alte testimonianze di esuli, come quelle dei fiumani Orlando Sicara e Martino Casagrande. Poi ci sono quelle del polesano  Romano Bosich, di Bruna Fiore da Fianona, di Loretta Crivici da Cherso, di Rosanna Godena da Rovigno d’Istria e di Sonia Bertini da Zara (pp. 223-224).
Sono assai interessanti le testimonianze raccolte da Lo Bono. Le interviste sono corredate con una serie di documenti originali, come fotografie del tempo, diari, lettere, dichiarazioni di opzione per la cittadinanza italiana e fotografie di oggi.
La locandina per la presentazione a Roma del libro Popolo in fuga

Un pezzo di storia da divulgare
Il 9 ottobre 2018 l’autore ha raggiunto la 135^ presentazione del volume di Fabio Lo Bono. La vicenda del Crp di Termini Imerese è da divulgare ancor di più. Grandi meriti vadano a chi si è preso la briga di farlo in modo scientifico e senza rancori. Si sa ancora troppo poco dell’esodo giuliano dalmata. È importante raccontare le varie storie dei Campi profughi, come venivano semplicemente chiamate quelle strutture di accoglienza degli anni 1945-1972.  
L’evento della 135^ presentazione di “Popolo in fuga” si è tenuto nella prestigiosa sala del Senato della Repubblica “Istituto di Santa Maria in Aquiro” a Roma. Per il successo di tale operazione Lo Bono ha voluto ringraziare i Senatori Raffaele Stancanelli e Massimo Ruspandini, l’onorevole Federico Mollicone, Antonio Ballarin, Marino Micich, oltre a Emanuele Merlino, Giuliana de'Medici e Guglielmo Quagliarotti. Un grazie particolare ha inteso riservarlo all’amico, fiumano doc, Umberto Smaila e, in ultimo, un grazie di cuore per l’amicizia profonda e sincera all’amico di sempre Carmelo Pace.
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Note dal web
È successo che il signor Aldo Costante, nato a Fiume il 25 marzo 1943 (così leggiamo in Facebook), dopo aver letto della riedizione de Il popolo in fuga, abbia scritto, il 17 ottobre 2018, il seguente messaggio nel gruppo di Facebook “Un Fiume di Fiumani!”. Si propone qui di seguito il suo post.
“Io sono probabilmente ancora uno dei profughi, figlio di profughi, che ha vissuto nel campo di Termini Imerese. Ho dei ricordi indelebili di quel periodo e qualche foto. Lì ho trascorso la prima parte della mia infanzia. Ci sono passato giorni fa e nella caserma-campo profughi c'è ora la sede del Comune. Fuori, in quel grande giardino, esiste ancora il campo da basket, costruito da mio fratello e tanti amici profughi, dove facevano tornei. Poi venimmo a Genova dove la città NON ci ha accolto bene. Ci ha tollerato”.

Termini Imerese 2016 - La lapide per ricordare il campo profughi degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Si è riconoscenti per la diffusione e pubblicazione della fotografia a: Lions Club Termini Imerese Host– Lions Club Termini Himera Cerere

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Sitologia
E. Varutti, Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo, on-line dal 16 marzo 2017.


Ringraziamenti
Fotografie dal profilo Facebook di Ed. Lo Bono che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione. Per la foto della lapide del Crp si è grati a: Lions Club Termini Imerese Host – Lions Club Termini Himera Cerere.

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Il libro qui recensito
Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza (1.a edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese, provincia di Palermo, 2.a edizione ampliata, 2018, pagg. 240, fotografie b/n e a colori, 20 euro.
ISBN 978-88-94-1921-1-7

sabato 1 aprile 2017

Fiume 1938 scocca l’amore. Poi, guerra ed esodo

È un libro affascinante quello scritto da Elettra e Maria Serenella Candiloro. Si intitola: “Voci dal silenzio”. È stato edito nel 2016 dalla Dreambook edizioni di San Giuliano Terme (Pisa).

Fiume 1939, studentesse della scuola  "Emma Brentari" coi genitori delle autrici, insegnanti nello stesso istituto. Fotografia della Collezione famiglia Candiloro, Piombino (LI)

Sin dalla copertina, che riporta un’elegante illustrazione acquerellata di Sara Angiolini, c’è una citazione dell’esodo giuliano dalmata, con bambini, ragazze in gruppo e due donne che portano una cesta, nella fuga dalla Jugoslavia di Tito. Quell'immagine è ormai un'icona dell'esodo degli italiani dall'Istria.
Tutto è incentrato sulla vita a Fiume, nel Quarnaro, di una coppia di giovani che si sposano nel 1938. Poi arrivano i venti di guerra e lui parte per la Libia, essendo stato richiamato militare, lasciando la giovane sposa in attesa di una bambina.
Il libro è tutto con nomi di fantasia, ma si incardina sulla storia vera della famiglia delle autrici e dei loro avi. Ah, la potenza delle ricerche genealogiche! Si pensi che, di recente, è sorto un ramo del turismo, appunto definito "turismo genealogico". Le stesse scrittrici mostrano, per così dire, una certa dicotomia nell’appartenenza socio-territoriale. Mi spiego meglio. La primogenita è nata a Fiume, mentre la secondogenita nasce a Udine, durante l’esilio dei genitori, che come capita alle genti dell’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia, li porta in varie parti d’Italia: Friuli, Sicilia e Toscana. Alla fin fine sono questi i luoghi dei nonni e degli studi universitari delle giovani degli anni 1950-1960.
La prima autrice è molto legata alla città mitteleuropea di Fiume italiana. Ambra (questo è lo pseudonimo) descrive il legame profondo dei fiumani con la città. C’è il significato profondo della perdita dello spirito fiumano, oltre ai beni materiali, come le case, i negozi, i magazzini, i cantieri e  le industrie. «Quello che è andato perduto – è scritto a pag. 112 del volume – quello che i fiumani rimpiangono di più, è lo spirito di una città che sentivano diversa, amica, calda ed accogliente, anche con chi non vi era nato, ma vi era giunto in un momento della sua vita. No, se non si è vissuti a Fiume, non si può capire».
La famiglia Mareschi, Valeriano 1914. Nonni delle autrici, attivi a Fiume come terrazzai e mosaicisti. Fotografia Malignani. Collezione famiglia Candiloro, Piombino (LI)

La sorella nasce a Udine, come già scritto, con la famiglia in esilio. Giuditta (nella finzione del libro romanzo) si sente cittadina udinese. Lo scrive (alle pagine 182 e 211). La vita della famigliola fiumana nel capoluogo friulano si sviluppa in Baldasseria Bassa, dove le giovani ricordano i lavatoi sul canale Ledra. Le donne andavano a lavare i panni presso tali lavatoi. Ce n’erano diversi in città. Nel 2016 il sindaco Furio Honsell, ha inaugurato, in via Baldasseria Media, un restaurato lavatoio sul roiello, con tanto di targa turistica trilingue (italiano, friulano, inglese).
Nel volume c’è tanta storia: la Libia, il campo di prigionieri italiani di Yol (India), i titini, le foibe, Caporetto, la questione di Fiume con D’Annunzio che girava per la città del Quarnaro col suo cavallo bianco: un ricordo indelebile per tutti i fiumani (pag. 41). C’è tanto Friuli, si va da Pinzano a Valeriano, Ragogna, San Daniele, ai baracconi di Udine (luna park e ambulanti).
Alcuni brani sono scritti in dialetto fiumano (pagine 175, 221), oppure ci sono parole in lingua friulana (pagine 171-173).
Udine, 13 marzo 2016 - Inaugurazione della targa presso l’antico lavatoio di Via Baldasseria Bassa, col sindaco Furio Honsell (Fotografia di Elio Varutti)

La tecnica espositiva del volume è con la forma dell’autobiografia. Si va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del Novecento, quando le famiglie di terrazzai e mosaicisti di Sequals, Spilimbergo e Maniago emigravano in America, in Francia e nell’Impero Austro-Ungarico. Proprio in quel “Separatum Corpus” dell’Impero d’Ungheria, che era Fiume, vanno a finirla le famiglie di Valeriano, frazione di Pinzano. Dal Friuli a Fiume, porto del Quarnaro con maggioranza italofona. Sono gli antenati delle scrittrici nostre. Fin qui gli antenati del ramo materno. 
Il protagonista (Francesco) capita a Fiume nel 1933 per lavoro, avendo ricevuto l’incarico di insegnamento per sedici ore di Computisteria e Pratica commerciale alla scuola secondaria di avviamento professionale “Gabriele D'Annunzio” di Fiume. L’anno successivo, nel 1934, ha l'incarico completo e insegna Computisteria, ragioneria e pratica commerciale alla scuola “Emma Brentari”. È così che incontra la sua Maria. È lei che davvero gli ha mandato il telegramma dell’assunzione, essendo stata segretaria alla “G. D'Annunzio” e poi, nel 1934, era segretaria e anche insegnante alla “Brentari”.
È tra i corridoi dell’austera scuola commerciale fiumana che sgorga l’amore tra Francesco e Maria (ecco i nickname dei protagonisti del libro, i genitori delle autrici). Lui ha fatto il militare a Pola, perciò conosce l’ambiente del litorale adriatico che va dall’Istria a Fiume. Poi aveva il palermitano nonno Rodolfo, ufficiale di Marina, che combatté nella battaglia di Lissa nel 1866, trasmettendogli l’amore per la patria (pagine 58-59).

Fiume, in via Dolac nel 1884 viene edificata la Scuola femminile “Emma Brentari”, su progetto dell’architetto triestino Giacomo Zammattio. La costruzione è un monumentale parallelepipedo a tre piani con forti marcapiani che ne accentuano l’orizzontalità e con le facciate animate da un grande numero di finestre, l’architetto triestino ha scelto qui dei moduli rinascimentali. (Erna Toncinich, Zammattio, L’architetto dell’edificio scolastico; dal libro: Tra storia e ricordi. 110 anni di vita scolastica, Rijeka-Fiume)

Il volume appartiene in pieno alla seconda generazione della letteratura dell’esodo. Ha vari spunti di auto-riflessione e c'è pure un po' di auto-analisi. È questo un tipo di scrittura venuto a galla dopo gli anni 2004-2007. Ossia dopo l’approvazione della legge sul Giorno del Ricordo (2004) e dopo il celebre discorso (2007) del presidente Giorgio Napolitano di denuncia del silenzio della storia sui fatti delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata dei 350 mila profughi italiani fuggiti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
Alcuni di loro, a questo proposito, rifiutano il verbo “fuggire”. Ci tengono a precisare che fu un’uscita autorizzata, dopo avere optato per l’Italia. Ma quanto gli è costata quella uscita? È proprio vero che fu un traslochino qualsiasi, oppure fu un autentico fuggifuggi dalle prevaricazioni titine, dalle violenze e dalla paura di finire ucciso nella foiba?
Ho intervistato o contattato oltre 300 profughi italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia nelle mie ricerche iniziate nel 2003 in modo organico. Ho pubblicato due libri e vari articoli sul tema. Ancora oggi qualcuno non ama essere definito profugo, perché «no gò fato domanda de profugo!» Altri mi dicono che il termine di esule va meglio, perché è colui che non può più ritornare nella sua terra, nella sua casa, nel suo negozio.
Nelle ultime pagine di questo coinvolgente romanzo con originali scorci biografici è riprodotto il testo di un documento del Ministero della Pubblica Istruzione (pag. 199). È una lettera di encomio per il professore, babbo delle autrici, dato che dal febbraio 1943 al marzo 1946 ha insegnato Ragioneria generale ed applicata nel Centro Studi di Yol in India, agli italiani prigionieri dei britannici. Non c’è più grande soddisfazione nelle ricerche genealogiche se non quella di trovare un atto che esalti il ruolo del nostro avo. Per le sorelle Candiloro è stato proprio così.

Campo di prigionieri italiani a Yol (India) sotto custodia britannica. Fotografia da Internet
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Spunti biografici
Elettra Candiloro è nata a Fiume. Laureatasi in Lettere classiche all’Università di Pisa, ha conseguito il Diploma presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, dedicandosi all’insegnamento. Si è perfezionata in Storia antica, pubblicando vari saggi.
Maria Serenella Candiloro è nata a Udine. Laureatasi a Pisa in Scienze biologiche, ha coltivato i suoi interessi per l’arte e la letteratura. Nel 2012 ha pubblicato, con lo pseudonimo di Serena Mauri, il racconto intitolato Che cosa cerchi Marì.


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Elettra e Maria Serenella Candiloro, Voci dal silenzio, San Giuliano Terme (Pisa), Dreambook, 2016, euro 13, pagg. 226.
ISBN 978-8899830052

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Bibliografia di riferimento
Per chi volesse approfondire, mi permetto di segnare qui di seguito i  testi da me prodotti sull’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia, oltre ad altri articoli scritti sul tema.

- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», Bulletin of the Friulian Philological Society, Udine, Italy, 2008.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, 2015, pagine 128.

Riferimenti sitologici
- E. Varutti, Memorie italiane su Fiume, esodo 1947, articolo nel web del 2016 sul maestro Renato Lupetich, nel mio blog « eliovarutti.blogspot.com ».
- E. Varutti, L’esodo giuliano dalmata a Udine visto da Gli Stelliniani, articolo nel blog di Varutti sull’incontro svoltosi al liceo classico “J. Stellini” di Udine nel 2016.
E. Varutti, Il lavatoio del roiello di Baldasseria, Udine, articolo del 2016.
- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, intervista del 2017 a Ireneo Giorgini, nato a Fiume nel 1937.
- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi da Fiume, aprile-maggio 1945, articolo nel web del 2016.
- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo del 2017 nel mio blog « eliovarutti.blogspot.com ».
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Rassegna stampa

Voci dal silenzio, un libro sull’esodo da Fiume sul web di friulionline  del 10 giugno 2017.

 

giovedì 16 marzo 2017

Il Campo Profughi giuliani di Termini Imerese, Palermo

Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa.
Profughi giuliano dalmati all'ingresso della città

Quello di Termini Imerese funzionò in una vecchia caserma, dal 4 agosto 1948 all’estate del 1956, quando agli ultimi profughi ospitati furono assegnate le case popolari a Palermo.
Mancava un libro sul Centro Raccolta Profughi di Termini Imerese. Dal febbraio 2016 la lacuna è stata colmata da Fabio Lo Bono, laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Palermo, oltre che responsabile amministrativo del Museo Civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese. L’autore è, inoltre, direttore culturale del Museo Etnoantropologico “Giovanna Bellomo” di Montemaggiore Belsito.
Come scrive l’autore nella Premessa: «Il Campo Profughi “La Masa” e i cittadini termitani “gente buona e dal cuore immenso”, memori degli insegnamenti greci, hanno accolto i circa duemila profughi con rispetto e affetto, dando grande prova di solidarietà e garantendo loro una “quasi” normale vita quotidiana» (p. 72). Diversi di questi profughi si sono stabiliti nella località sicula, integrandosi con la popolazione locale, come quando organizzavano assieme le feste del Carnevale con i coloratissimi carri allegorici. Oppure quando andavano a rinforzare le squadre di pallacanestro locali e, vista la prestanza atletica delle “putele” di Fiume e di Pola, le trasformavano nelle compagini di basket più temute della Sicilia.
Funzione religiosa dentro il Campo Profughi di Termini Imerese

Il volume è assai interessante ed originale nella metodologia di ricerca, basata sulle fonti documentarie, ma anche su alcune testimonianze orali. Dopo aver sondato gli archivi dell’Ufficio Anagrafe di Termini Imerese, della locale Biblioteca Comunale “Liciniana”, del Museo Civico “Baldassare Romano” e, persino, i Servizi Cimiteriali del Comune siculo, l’autore si è avvalso della una sitologia del mondo degli esuli giuliano dalmati e di altri siti web, nonché di vari periodici a stampa e documentari-film nazionali.
Il testo è arricchito dalla Prefazione di Giuliana Almirante De’ Medici, la quale accenna al fatto che nel 1963 ci fossero ancora 15 campi profughi aperti, con quasi 8.500 esuli da insediare, nonostante una legge fissasse al 1960 la chiusura di tutti i CRP della penisola.
Il giornalista Guglielmo Quagliarotti nella sua Presentazione, oltre a lodare il lavoro certosino di Lo Bono, si sofferma sui ritratti che emergono dalle interviste rivolte ai personaggi ospiti nell’ex-caserma “La Masa” e sulle icone dell’esodo giuliano dalmata, come Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario Andretti, Sergio Endrigo e Mila Schön, presentate in poche, ma significative pagine.
Nell’Introduzione di Francesco Pira, docente di Comunicazione e giornalismo all’Università degli Studi di Messina e di Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università Salesiana di Venezia, rammenta i “carri di bestiame che partirono tra gli sputi e le urla dei Titini per trovare dei luoghi dove poter sopravvivere, ma almeno continuare a vivere”. Questo volume ha “il pregio di raccontare come la Sicilia, terra che incute timore in tutto il mondo, marchiata dalla mafia, ha sempre dimostrato di essere un luogo di grandissima accoglienza con straordinari abitanti capaci di una generosità senza confini” (p. 18).
Una delle testimoni citate nel libro, Giuseppina (Grazietta) Drassich e Fabio Lo Bono

Oltre ad una abbondante bibliografia e alla Appendice piuttosto orientata al tema, il volume si avvale di due post-fazioni. Nella  prima, di Enzo Giunta, è spiegato come il prodotto di Lo Bono tolga dall’oblio un pezzo di storia di Termini Imerese, quando il paese siculo ospitò circa duemila profughi di Fiume, di Zara, dell’Istria e della Dalmazia. Poi c’è l’intervento di Loredana Bellavia, che punta ad una Storia che sia «punto di partenza ai fini di un umanesimo etico fondato sulla valorizzazione delle preziose diversità di tutti gli uomini» (p. 258).
L’autore dedica alcune pagine iniziali alla storia e alla geografia del confine orientale d’Italia. Si sofferma anche sull’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia del 1941. Alcune pagine sono dedicate all’occupazione italiana dei Balcani, con un cenno al generale Mario Robotti che ebbe il coraggio di scrivere nei suoi dispacci riguardo alla repressione contro gli slavi indomabili: «Si ammazza troppo poco». Oppure l’altro generale Mario Roatta, il quale spiegava di incendiare i villaggi dei ribelli slavi e di deportarne gli abitanti infedeli (p. 35). Tali comportamenti criminali, giustificati sotto il termine di rappresaglia militare, secondo le alte sfere fasciste, comportarono un crescente desiderio di vendetta e di pulizia etnica degli jugoslavi contro tutto ciò che fosse italiano.
Il volume descrive l’uccisione degli italiani nelle foibe perpetrata dai titini. Sin dalla copertina si ha la visione delle voragini naturali della terra carsica. Nelle testimonianze si parla delle sparizioni di persone, anche di donne giovani.
Uno delle decine di originali documenti del libro di Fabio Lo Bono.

Il corpo principale del volume è dedicato al CRP della ex-caserma “La Masa” di Termini Imerese. L’autore ricostruisce perfino la pianta della struttura, e riproduce un centinaio di documenti dell’esodo giuliano dalmata. Forse questa è la parte più appetibile per gli storici doc, che vogliono sempre vedere la documentazione.
Certo, la vita all’interno della vecchia caserma era scandita dal movimento delle persone dai padiglioni, che avevano pareti con tende grigie, per creare un po’ di intimità familiare, fino ai servizi igienici, posti in mezzo al cortile. Il corpo di guardia dava su Via Garibaldi. Il CRP aveva poi un’infermeria, l’asilo e vari magazzini (p. 123).
Ci sono numerosi collegamenti col Centro di Smistamento Profughi di Udine, da dove transitarono oltre centomila esuli giuliano dalmati, dal 1947 al 1960, per essere destinati nei circa 140 CRP sparsi per l’Italia. Il CSP di Udine è citato nel volume di Fabio Lo Bono circa otto volte nelle seguenti pagine: 86, 145, 172, 186, 192, 218, 220 e 233.
Il bel libro di Fabio Lo Bono è già stato presentato con successo in varie località della Sicilia, a Roma, a Gradisca d'Isonzo e a Fiume nel Quarnaro.




Messaggi dal web


Mario Cinà, di Palermo, il 20 marzo 2017, ha scritto questo messaggio nel gruppo di Facebook dedicato alla ANVGD di Arezzo, dopo il post che annunciava la recensione al buon libro di Fabio Lo Bono: «Anche al Collegio di Maria di Monreale nel 1951 sono state ospitate parecchie profughe della Dalmazia». Il citato collegio si trova vicino a Palermo.

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Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese, ex- provincia di Palermo, 2016, pagg. 272, 120 fotografie b/n e 1 a colori, 15 euro.
Per informazioni:   info@lobonopubblicita.it

IBSN 979-12-200-0776-4