martedì 28 giugno 2022

Dobri Memories. Esodo da Albona per Udine e il Campo profughi di Laterina, poi in Canada, 1956

A metà giugno 2022 ricevo questo messaggio in Messenger da Silvio Dobri: “Signor Varutti, sono stato molto sorpreso e felice di vedere la sua ricerca sui profughi Istriani. Sono uno di loro. Siamo partiti dall'Istria nel 1956. Abbiamo viaggiato in treno da Pola a Lubiana, dove abbiamo cambiato treno per Trieste e poi Udine. Abbiamo passato una settimana al Centro smistamento profughi di Udine e 18 mesi al Campo profughi di Laterina, in provincia di Arezzo. Dopo ci siamo trasferiti a Genova e la famiglia — papà, mamma e tre figli — emigrò in Canada. Ho 75 anni e ricordo ancora il tempo trascorso a Laterina, specialmente le estati nuotando nell’Arno”.

Laterina, Crp, 19 maggio 1957 – Prima Comunione di Silvio Dobri, col papà Giuseppe e il signor Ricco, a destra. Collezione Silvio Dobri.

Chiedo se sia disponibile a raccontare ancora. Signor Dobri ha altri ricordi del Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina? “Ho frequentato la terza elementare nel campo di Laterina – è la replica – l’unico insegnante che ricordo è un giovane che era da Siena, però, non ricordo il suo nome. Manderò una foto, una storia del nostro breve soggiorno a Laterina e come mio padre è riuscito a tirarci fuori del campo in 18 mesi. Il mio italiano va bene per parlare ma non per scrivere, quindi scriverò in inglese, la lingua che parlo dall’età di 12 anni, quando siamo venuti in Canada. Sono un redattore di testi in pensione e ancora un pellegrino irrequieto. La famiglia Dobri è di Albona”.

Nella classe 3^ del Crp, nell’anno scolastico 1956-1957 la maestra è Giuliana Stoppielli, con 23 scolari, tra i quali c’è appunto Silvio Dobrich (Archivio dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane, AR). Niente male per un cucciolo dell’esodo, diventato un importante giornalista canadese. Nei documenti scolastici lei, signor Silvio Dobri, come mai è segnato così: “Silvio Dobrich”? “Nel Campo profughi si usava il cognome Dobrich – ha risposto l’interessato – come indicavano i documenti rilasciati dalla Jugoslavia quando nel 1956 siamo usciti dall’Istria, però mio papà preferiva usare il cognome italianizzato ‘Dobri’, dopo essere usciti dal campo”.

Giuliana Stoppielli, insegnante aretina della 3^ classe, scrive nel suo registro: “Sono piccoli uomini e brave donnine, che guardano già all’avvenire con una certa serietà e che, per la loro esperienza o per l’esperienza dei genitori, mostrano di valutare in pieno quel senso di italianità per il quale hanno accettato di vivere miseramente al campo”. (Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico 1956-1957).

Com’è stato il giorno della sua Prima Comunione nel Crp di Laterina? Ha una fotografia?  La foto è stata scattata il 17 o 19 di maggio 1957, il giorno della mia Prima comunione – ha detto Silvio Dobri – e ricordo che mia madre mi portò da un sarto ad Arezzo per farmi il vestito. Mio padre, Giuseppe (Beppo), nella foto è a sinistra. A destra è un vicino, che era di Albona e si chiamava Ricco. Lui lasciò il Campo poco dopo la mia famiglia ed emigrò in Francia”.

In effetti il 19 maggio 1957 è registrato il nome del comunicando e cresimando “Dobrich Silvano” (anziché Silvio) assieme al suo santolo, o padrino “Bastianich Enrico”, come si legge nella Rubrica, conservata all’Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (AR), col titolo: Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms.

Come vi siete integrati in Canada? “Ho lavorato nel giornalismo per 40 anni nelle provincie di Ontario, Manitoba e Alberta – ha concluso Silvio Dobri – ora sono in pensione. I miei fratelli, Franko e Bruno, vivono a Port Hope, così come la sorella Mary Susan, che è nata lì. I miei fratelli sono ingegneri, entrambi in pensione”.

Da ultimo si nota che Silvio e Giuseppe Dobri, assieme a Bruno e Franco Dobri sono segnati al fascicolo n. 211 dell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito dal Comune di Laterina Pergine Valdarno. Risultano emigrati il 26 gennaio 1959 per Calenzano (FI). Poi vanno a Genova e in Canada, come emerge dal racconto dello stesso Silvio Dobri.

Copertina della rubrica dei cresimati al Centro raccolta profughi, APLa, Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms

Memoriale di Silvio Dobri e la traduzione di Patrizia Pireni

Come in ogni memoriale ci sono i racconti di vita vissuta, fatti tristi, momenti allegri e certe opinioni personali. Il racconto è fluente, colorito e, a volte, con intensi toni letterari. In parentesi riquadrate sono state inserite alcune spiegazioni del redattore. Buona lettura con le parole di Silvio Dobri nel testo originale in inglese e nella traduzione a cura della professoressa Patrizia Pireni, di Udine.

Dobri memories Laterina refugee centre

Laterina floats on a Tuscan hill, levitating lordly over the flood plain of the Arno. The town’s ancient stones are set in the fertile agricultural triangle with Firenze, Siena and Arezzo at its points. 

I was 9 the year my brothers — Bruno and Franko — and our parents — Giuseppe and Maria — set foot on Tuscan soil. Bruno was almost six months old and squirming in mom’s arms, Franko was three years old; dad was 42 and mom was 32. Laterina was our first home in Italy. Surrounded by rolling hills and vineyards fed by the eternaly-flowing Arno, you’d think Laterina an idyllic and enviable locale. The scene held a lot of promise, even for refugees like us.

Our first temporary pied-à-terre was a barrack. Grey blankets hanging on wires were our walls that provided some privacy. Baby Bruno was colicky, so our need for family quarters was dire. And before too long we moved into a three-room unit located in another of the 20 barracks that capped the flood plain. This was quite a contrast to the lush surrounding. 

A church, infirmary, public showers, a community television room and general store were among the 30 buildings that completed our place of refuge. The same buildings had previously housed prisoners of war, and once PoWs were cleared out the camp was a re-indoctrination centre for the disgraced acolytes of Benito Mussolini.

Whatever the condition of the Centro Raccolta Profughi Laterina it was enough for the hardy exiles from the Balkans to feel safe. The camp provided temporary housing for about 5,000 refugees between 1948 and 1963. The residents were primarily a diaspora from Istria and Dalmatia. The camp closed in 1963, after 15 years of non-stop hosting of people looking for safety, freedom and a chance at a better life.

For children the camp was never a dreary place. The camp provided opportunities for adventure, for devil-may-care games and plenty of swimming in the Arno. Here, I saw a television for the first time. Watching TV was a community event. There were times for access and kids would line up early to get a good spot on the floor in front of the television. The Lone Ranger, The Cisco Kid and show featuring cowboys and Indians were my favourite.

As strange as this may sound, the classroom was another place popular with kids. The resources were few, but the foreign students were eager to learn and improve their stilted Italian, if they spoke it at all. All joined the Dante Alighieri Society.

Movement at the camp was not restricted. I’d be sent on errands to the medieval town often, and fondly remember a day I bought a chocolate and walking out with two. As luck would have it, two chocolates stuck together and the old man behind the counter did not notice it. I tried to repeat the magic trick but got caught.

Dad had planted a vineyard near Valmazzinghi, the cement factory town we lived in Istria. The field was abandoned when we left. So to satisfy his nostalgia for what he left behind he would take us for Sunday walks through the Tuscan countryside to admire the grapes and the work the “contadini.” Knowing the hard work that went into cultivating the vineyards, never would he take as mush as a grapes without first talking to the farmer. It always worked and we would gorge ourselves. For me it was like being back in my grandfather’s vineyards.

Not everyone was mindful of the hard working grape growers. I recall a farmer whose vineyard was closest to the camp running, with a bullwhip in hand, after a kid who had stolen his grapes.

Italy had a welcome mat for refugees flooding into the country during the 1950s. Quite a contrast to the current situation. Anyone entering Italy today faces a marathon of obstacles and often hatred for just considering to step onto Italian ground.

The mass exodus of Italian-speaking men, women and children from Istria and Dalmatia was a result of the protracted internecine struggle between the Communist and Fascist forces. For Italians the war and the turbulent post war period raises the ugly and cruel spectre of the “foibe massacres.” Finding hundreds of bodies in Istria’s “foibe” is proof enough for them.

A “foiba” is a deep sinkhole or karst, a natural geological phenomenon throughout Istria. Many of the “foibe” were used by both warring side as dumping grounds for the losers of the five-year war and the settling of accounts after the war. The rocky village where I was born, had a foil near the cemetery, but never did I hear of a local being thrown into the sinkhole.

In every village it was common knowledge who took what political side, but the settling of political conflict was rarely discussed after the war. Both sides of my family lost members in the war, or had members spend time in concentration camps either in Germany or Greece.

Crp di Laterina, Istruzioni per la cresima, da un Attestato di cresima del 1949. APLa, Attestati di cresima vari 1949-1957, stampati.


Our family of five left Pula on a night train with no more than two suitcases. A policeman at the house watched my parents pack and made sure we did not take even one of Tito’s dinars over the amount allowed. Giuseppe, Maria and their sons were processed at the Giuliano Dalmatian Refugee Sorting Centre in Udine, and spent a week in an overcrowded apartment block before getting train tickets to Tuscany.

In Udine we saw cousin Gino, who had escaped from Tito’s grip by rowing westward across the Adriatic. Gino made the journey to freedom with a couple of friends a few months after all three completed their military service.

In Udine and Laterina the Italians provided some assistance to the exiles, but it was up to each refugee to get a job and leave the camp as soon as possible. My father was resourceful and hard working. He got us out of Laterina some 18 month after our arrival.

Dad still had contacts in Italy. He was conscripted into the Italian army in 1936. His unit was based in Piemonte, and before he served in the army he was in the merchant marine. He sailed while still a teen and often told us stories about his trips to India through the Suez Canal, and other ports of call. Montenegro’s ports were the scariest place to stop, he said. His intent was to resume his merchant marine career once he got his military discharge, but that was not to be. Yugoslavia was rebuilding after the war and workers were needed at the Valmazzinghi cement factory. He had no political aspirations or affiliations, and no interest in taking part in any the local Communist committee meetings or events at the factory. That meant he never got permission his papers to return to sea.

Dad’s search for a way back into the merchant marine and freedom, was a force that drove him to keep his Italian citizenship and he applied for political asylum in Italy.

A great many places in European had changed flags and nationalities when the war ended. Istria was such a place and Tito agreed to let all Italian citizens leave Yugoslavia. It was not an easy process. It took my parents five years to get out from behind the Iron Curtain.

Getting out of the camp was a lot easier. Dad found work on the autostrada the Italian government was building. He then started to contact people he knew. He reached a relative on his mother’s side of the family who worked in the Port Authority in Livorno, and through him signed us on a ship that sailed out of Genova. He spent almost two years plying the Tyrrhenian Sea hauling goods from Genova to Sardinia, to Corsica and to Sicilia, before emigrating to Canada. He even took me along on one of his voyages the last summer we spent in Italy.

Giuseppe was 45 when he walked down the gangway of the Cristoforo Colombo in Halifax. His ultimate destination was Port Hope, Ontario, where his brother lived. The train ride took several days. For a mariner, Port Hope must have appeared to be full of promise. Maria and his three sons followed 10 months later, sailing on the ‘Irpinia’ from Genova to Montreal then making a four-hour train trip to their Canadian home.

Two years after arriving in Port Hope, Mary Susan, was welcomed into the family. Giuseppe and Maria raised their family and spent the last 50 years of their life in Port Hope. Husband and wife reached the age of 94 when they passed away. Three of their children still reside in Port Hope, while the oldest son went west and lives in Edmonton, Alberta.

The four generations of the Dobri family — parents to great-grandchildren — total 25 souls who live a comfortable life in freedom and prosperity all because of the sacrifices Giuseppe and Maria made through their lives. [Così finisce il testo originale di Silvio Dobri].

Il nome “Dobric Silvano”, per Silvio, è al tredicesimo posto della lista in questa rubrica di cresimati. Si noti al secondo posto il cognome Daicich, di cui c’è una breve testimonianza alla fine del presente saggio. APLa, Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms


Il Centro raccolta profughi di Laterina nelle memorie di Dobri, traduzione

Laterina fluttua su una collina toscana levitando signorile sulla pianura alluvionale dell’Arno. Le antiche mura della città sono situate nel fertile triangolo agricolo tra Firenze e Siena ed Arezzo nei suoi punti cardinali. Avevo nove anni l’anno in cui i miei fratelli Bruno e Franco e i nostri genitori Giuseppe [detto Beppo, NdR] e Maria [nata Glavicich] misero piede sul suolo toscano [era l’anno 1956]. Bruno aveva quasi sei mesi e si contorceva nelle braccia di mamma, Franco aveva tre anni, papà aveva 42 anni e la mamma ne aveva 32. Laterina era la nostra prima casa in Italia. Circondata da colline ondeggianti e vigneti nutriti dall’Arno eternamente fluente, tu avresti pensato a Laterina come a una località idilliaca ed invidiabile. La scena era piena di promesse, persino per dei rifugiati come noi.

Il nostro primo temporaneo pied-à-terre fu una baracca. Grigie coperte pendevano su dei fili ed erano le nostre mura, fornendoci una certa privacy. Il piccolo Bruno aveva le coliche e così la nostra necessità per un alloggio familiare era terribile e dopo poco ci trasferimmo in una unità di tre stanze situata in un’altra delle 20 baracche che ricoprivano la pianura alluvionale. Questo costituiva un contrasto notevole con i dintorni lussureggianti. Una chiesa, un’infermeria, docce pubbliche, una stanza per la televisione comune e un magazzino generale erano tra i 30 edifici che completavano il nostro luogo di rifugio. Gli stessi edifici avevano precedentemente ospitato prigionieri di guerra e una volta che i prigionieri di guerra se ne furono andati il Campo divenne un centro per il re-indottrinamento degli accoliti di Benito Mussolini in disgrazia.

Qualunque fosse la condizione del Centro di raccolta profughi di Laterina, era comunque abbastanza affinché i profughi provenienti dai Balcani si sentissero al sicuro. Il campo fornì alloggio temporaneo a circa 5.000 rifugiati tra il 1948 e il 1963 [dalle statistiche più recenti i profughi passati per il Crp di Laterina sono oltre 10 mila]. I residenti erano principalmente una diaspora proveniente dall’Istria e dalla Dalmazia [e da Fiume e costa liburnica]. Il campo fu chiuso nel 1963 dopo 15 anni in cui ospitò senza sosta persone che cercavano salvezza, libertà e una opportunità per una vita migliore.

Per i bambini il campo non fu mai un posto triste. Il campo forniva opportunità di avventura, di giochi e un sacco di nuotate nel fiume Arno. Qui io vidi per la prima volta una televisione. Guardare la TV era un evento comunitario. C’erano delle ore per poter accedere alla televisione e i ragazzi erano soliti fare la coda presto per poter ottenere una buona posizione sul pavimento davanti alla TV. The Lone Ranger, The Cisco Kid e spettacoli con cowboy e indiani erano i miei preferiti.

Può sembrare strano ma la classe [l’aula scolastica, in baracca] era un altro posto molto popolare tra i ragazzi. Le risorse erano poche ma gli studenti stranieri erano desiderosi di imparare e di migliorare il loro italiano pomposo, se addirittura riuscivano a parlarlo. Eravamo tutti iscritti alla società Dante Alighieri. Muoversi e uscire dal campo non era proibito e io ero spesso mandato per commissioni nella città medievale e così ricordo che un giorno ho comprato una stecca di cioccolata e uscendo dal negozio ne avevo due di stecche di cioccolata. Le due stecche si erano appiccicate insieme e il vecchio dietro il bancone non l’aveva notato. Tentai di ripetere quel trucco magico, ma venni preso.

Papà aveva piantato un vigneto vicino a Valmazzinghi [o Koromačno, presso Albona], la città di industrie di cemento dove vivevamo in Istria. Il campo agricolo fu abbandonato quando partimmo. Così per soddisfare la sua nostalgia per ciò che avevamo lasciato dietro di noi lui era solito portarci la domenica a fare passeggiate attraverso la campagna Toscana per ammirare l’uva e il lavoro dei contadini. Poiché sapeva del duro lavoro che c’era dietro alla coltivazione dei vigneti, lui non avrebbe mai raccolto un grappolo d’uva senza prima averlo chiesto al contadino. E questo funzionava sempre perché così noi potevamo rimpinzarci. Per me era come tornare indietro nel vigneto del nonno. Non tutti erano consapevoli del duro lavoro che c’era dietro a una coltivazione d’uva. Ricordo un agricoltore il cui vigneto era vicino al campo e lo ricordo mentre con una frusta in mano rincorreva un bimbo che aveva rubato la sua uva. L’Italia aveva steso un tappeto di benvenuto per i rifugiati che come una ondata avevano invaso il paese durante gli anni ’50 [Secondo altre fonti l’accoglienza non fu così rosea]. Una situazione completamente diversa da quella attuale. Qualunque persona che entri in Italia oggi deve affrontare una maratona di ostacoli e spesso di odio semplicemente per il fatto di aver messo piede sul suolo italiano.

L’esodo di massa dall’Istria e dalla Dalmazia di uomini donne e bambini parlanti italiano fu il risultato di una lotta protratta e intestina tra le forze comuniste e quelle fasciste. Per gli italiani la guerra e il turbolento periodo del dopoguerra solleva il terribile e crudele spettro dei massacri delle foibe. Ne è prova l’aver trovato centinaia di corpi nelle foibe istriane. Una foiba è una profonda dolina nel Carso, un fenomeno geologico naturale presente in tutta l’Istria. Molte foibe furono usate da entrambi le parti in guerra come terreni di discarica per i perdenti di questa guerra durata cinque anni e per sistemare i conti dopo la guerra.

Il paese roccioso, dove sono nato io [Santa Lucia d’Albona], ne aveva una vicino al cimitero, ma non ho mai sentito di un solo abitante che fosse gettato nella voragine. In ogni villaggio si sapeva chi parteggiava per una parte politica, ma dopo la guerra raramente si è affrontato il tema della risoluzione politica del conflitto. Entrambi i lati della mia famiglia hanno perso membri nella guerra o avevano dei membri che hanno passato del tempo nei campi di concentramento sia in Germania che in Grecia. La nostra famiglia di cinque persone ha lasciato Pola con un treno notturno e non avevamo che due valigie. Un poliziotto controllava che i miei genitori facessero le valigie e si assicurava che noi non prendessimo nemmeno uno in più dei dinari di Tito oltre l’ammontare che ci era concesso. Giuseppe, Maria e i loro figli furono sistemati nel Centro smistamento dei rifugiati giuliano dalmati di Udine e trascorsero una settimana in un edificio super affollato prima di ottenere i biglietti ferroviari verso la Toscana.

Scorcio di Albona, anni '30. Immagine dal web


In Udine abbiamo incontrato il cugino Gino che era sfuggito alla morsa di Tito navigando verso occidente attraversando l’Adriatico. Gino aveva realizzato il viaggio verso la libertà con una coppia di amici alcuni mesi dopo che tutti e tre avevano completato il loro servizio militare. A Udine e anche a Laterina gli italiani davano assistenza ai rifugiati, ma dipendeva poi da ciascun esule procurarsi un lavoro e lasciare il campo non appena possibile. Mio padre era un uomo pieno di risorse ed era un duro lavoratore e così riuscimmo ad uscire da Laterina 18 mesi dopo il nostro arrivo.

Papà aveva ancora dei contatti in Italia. Fu arruolato nell’esercito italiano nel 1936. La sua unità era di base in Piemonte. Prima di entrare nell’esercito era nella marina mercantile. Era solo un teenager e già viaggiava per mare e spesso ci raccontava storie dei suoi viaggi verso l’India attraverso il Canale di Suez e altri porti di scalo. Ci raccontava che i porti del Montenegro erano i posti più insidiosi dove fermarsi. La sua intenzione era di riprendere la sua carriera nella marina mercantile una volta ottenuto il congedo militare, ma ciò non fu possibile. La Jugoslavia stava attraversando un periodo di ricostruzione dopo la guerra ed erano necessari i lavoratori alla fabbrica di cemento di Valmazzinghi. Papà non aveva né aspirazioni, né affiliazioni politiche e nessun interesse a prendere parte agli incontri locali del Comitato comunista, oppure agli eventi in fabbrica. Ciò significò per lui l’impossibilità di tornare a lavorare in mare.

La ricerca di papà di un modo per poter tornare a lavorare nella marina mercantile e quindi avere anche la libertà fu la forza che lo guidò a mantenere la sua cittadinanza italiana e così fece domanda di asilo politico in Italia. Parecchi posti in Europa avevano cambiato bandiere e nazionalità quando la guerra finì. L’Istria fu uno di quei posti e Tito concesse a tutti i cittadini italiani di lasciare la Jugoslavia. Non fu un processo facile. Ci vollero cinque anni perché i miei genitori uscissero da dietro la Cortina di Ferro. Uscire dal Campo profughi fu molto più facile. Papà trovò lavoro nell’autostrada che il governo italiano stava costruendo. Poi iniziò a contattare persone che conosceva. Raggiunse un parente dal lato di sua madre che lavorava nell’autorità portuale a Livorno e tramite lui ci imbarcò su una nave che salpava da Genova. Trascorse quasi due anni navigando per il mare Mediterraneo, trasportando merci da Genova verso la Sardegna, Corsica e Sicilia, prima di emigrare in Canada. Mi portò persino con sé in uno dei suoi viaggi l’ultima estate che passammo in Italia.

Giuseppe aveva 45 anni quando percorse la passerella della ‘Cristoforo Colombo’ ad Halifax [in Canada]. La sua ultima destinazione fu Port Hope, nell’Ontario, dove viveva suo fratello. Il tragitto in treno durò vari giorni. Per un marinaio, Port Hope doveva essergli sembrato un posto pieno di promesse. Maria e i suoi tre figli lo seguirono 10 mesi più tardi, viaggiando sulla ‘Irpinia’ [motonave] da Genova fino a Montreal e poi facendo un viaggio in treno di quattro ore verso la loro dimora canadese. Due anni dopo l’arrivo a Port Hope, nacque Mary Susan, benvenuta nella nostra famiglia. Giuseppe e Maria crebbero i figli e trascorsero gli ultimi cinquant’anni della loro vita a Port Hope. Marito e moglie raggiunsero l’età di 94 anni quando poi morirono. Tre dei loro figli si trovano tuttora a Port Hope, mentre il figlio più anziano [Autore delle memorie] si trasferì a ovest e vive a Edmonton, nell’Alberta. Le quattro generazioni della famiglia Dobri, dai genitori fino ai pronipoti, sono in totale 25 anime, vivono una vita confortevole in libertà e prosperità, tutti grazie ai sacrifici che Giuseppe e Maria fecero lungo il corso delle loro vite.

Cosa succede alla scuola di Albona nel 1944

Grazie alla diffusione nel web dell’Archivio di Stato di Gorizia (ASGo) ecco un documento scolastico della provincia di Pola (vedi sopra), allora amministrata dalle autorità germaniche di occupazione nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico (OZAK). Il 13 giugno del 1944 Giuseppe Nider, direttore didattico ad Albona in Istria, trasmette all’ispettore scolastico a Pola il rapporto sulla visita alla scuola di Pozzo Littorio (dal 1943 “Piedalbona”; dal 1947 “Podlabin”), villaggio minerario inaugurato il 28 ottobre 1942, a vent’anni dalla Marcia su Roma. Su 39 alunni della classe seconda ben 22 sono rimasti a casa. Motivo delle assenze: “paura”. Le “note ragioni” [ossia, la guerra] impedivano di prendere provvedimenti. “Molto bene la lettura”, scrive il direttore, mentre tra vetri rotti e in assenza di mezzi didattici procede il lavoro di Caterina Luciani e Maria Scopas Potnik, insegnanti di una classe decimata dal terrore dei bombardamenti. ASGo, Provveditorato agli studi di Pola (1923-1951), b. 153, fascicolo “Maria Scopas Potnik”.

Conclusioni

Parliamo degli uni e parliamo degli altri. Nel gennaio 2022 un mio amico di gioventù, Maurizio Daici, a una presentazione pubblica a Udine del mio libro 'La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul centro raccolta profughi giuliano dalmati di Laterina 1946-1963', ha voluto dirmi che: “Anche mio padre, e prima ancora i miei nonni, avevano perso la patria. Istriani di lingua croata, a loro furono italianizzati il nome e il cognome negli anni ’30. Inoltre, mio nonno, ferroviere, non poté mai lavorare nella sua terra, dove aveva una casa, e a causa dei continui trasferimenti da un luogo all’altro si ritrovò con la famiglia in Friuli, decidendo di rimanervi anche dopo la guerra, perché ormai qui i figli erano cresciuti e qui aveva il suo lavoro. Lui e mia nonna parlavano un italiano ‘imparaticcio’, con alcune inflessioni istro-venete, negandosi la lingua madre che il regime fascista contrastava e che era un ostacolo all’assimilazione non solo nell’Italia del Ventennio, ma anche in quella degli anni successivi. Sennonché, mia nonna sul letto di morte non parlò altrimenti che in croato, circondata da figli e nipoti che non potevano capirla. Il nonno non so in quale lingua pensò o urlò quando, col terremoto del 6 maggio 1976, gli cadde addosso il tetto di casa”.

Per concludere questo originale contributo riportiamo il pensiero dell’ingegnere Sergio Satti, nato nel 1934, esule di Pola, componente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine e già vicepresidente dal 1987 al 2015. Il decano Satti, in riferimento al travagliato Novecento istriano, ha affermato: “Sono contento e felice che, dopo essere da 75 anni socio dell’ANVGD, la memoria della nostra storia stia diventando patrimonio per tutti”.

Compito di aritmetica di Dobri Silvio, classe III, Laterina Crp, giugno 1957. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)


Il messaggio di Bruna Zuccolin

La presente ricerca si è svolta nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92 sul Giorno del Ricordo, per diffondere la conoscenza dei tragici eventi del confine orientale che nel secondo dopoguerra colpirono gli italiani vittime delle foibe, nonché gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, preservando le tradizioni di quelle comunità. “È importante ricordare in un clima di collaborazione e di pace tra i popoli in dimensione europea – ha detto Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine – perché così i giovani vengono a sapere di fatti tragici che non dovrebbero più ripetersi”.

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Fonti orali e digitali

- Maurizio Daici, nato in Friuli nel 1956, vive ad Artegna (UD), int. del 20 gennaio e del 28 giugno 2022.

- Silvio Dobri, Santa Lucia di Albona 1946, vive a Edmonton, Alberta, Canada; email allo scrivente del 16-23 giugno 2022.

- Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 23 giugno 2022.

Documenti originali

Silvio Dobri, Dobri memories Laterina refugee centre, testo in RTF, 2022, pp. 3. Collezione E. Varutti.

Fonti archivistiche

Premesso che potrebbero esserci alcuni errori materiali di scrittura nei manoscritti consultati, la presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali di studio presso l’Archivio Parrocchiale (APLa) e quello Comunale di Laterina, oltre che all’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR) è stata effettuata dal 2015 a cura di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo.

- Archivio di Stato di Gorizia (ASGo), Provveditorato agli studi di Pola (1923-1951), b. 153, fascicolo “Maria Scopas Potnik”.

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

- Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Scuola Elementare C.R.P., Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], pp. 30, stampato e ms.

Dettato di Dobri Silvio, classe III, Laterina Crp, 14 giugno 1957. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)


Cenni bibliografici e del web

Giuliana Pesca – Serena Domenici – Giovanni Ruggiero, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello, Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021, pp. 224.

E. Varutti, Istriani esuli in Ontario, Canada. La lista di quelli passati prima al Campo profughi di Laterina, on line dal 19 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

Ringraziamenti - La redazione del blog per l’articolo presente è riconoscente al signor Silvio Dobri, esule da Albona in Canada e al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), socio dell’ANVGD provinciale di Arezzo. In particolare Claudio Ausilio ha fornito con la consueta cortesia i materiali per la ricerca presso l’Archivio Parrocchiale e del Comune di Laterina, oltre a quello scolastico di Levane (AR), secondo la tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. Oltre alle fonti orali, si ringraziano gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), per la collaborazione riservata all’indagine storica. Si è grati pure a don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015 e agli operatori dell’ASGo. Grazie per la traduzione dall’inglese alla professoressa Patrizia Pireni, di Udine.

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Autore principale Silvio Dobri. Altri testi di Elio Varutti. Ricerche di Claudio Ausilio e E. Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Lettori: Silvio Dobri, Patrizia Pireni, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine), Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) e il professor Enrico Modotti. Copertina: Laterina, Crp, 19 maggio 1957 – Prima Comunione di Silvio Dobri, col papà Giuseppe e il signor Ricco, a destra.

Altre fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/




giovedì 5 maggio 2022

Scolari istriani al Campo profughi di Laterina, 1956. Parla la maestra Giuliana Stoppielli

“Insegnavo nella baracca scuola ad una ventina di scolari del Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina (AR) – ha detto la maestra Giuliana Stoppielli – tuttavia gli iscritti variavano, c’era chi andava via e chi arrivava, chi partiva, chi veniva, perché i genitori emigravano per lavoro in Italia e anche all’estero. Devo dire che i nuovi arrivati, pur avendo frequentato le scuole jugoslave che erano solo in lingua croata, imparavano molto presto e nel giro di una settimana li sentivo parlare italiano”.

Nel Crp c’era solo la scuola elementare? “Sì, infatti per frequentare le scuole medie – è la replica – gli studenti si recavano a Montevarchi, o a San Giovanni Valdarno”.

Cosa ricorda dei suoi allievi al Campo profughi? “Ricordo che erano tristi, qualcuno piangeva – ha risposto la maestra Giuliana – del resto con i genitori vivevano nelle baracche, erano alloggi bui, umidi, disagevoli e senza riscaldamento”.

Terranuova Bracciolini, 1958 – La maestra Giuliana Stoppielli a spasso col marito Ivo Paoletti. Eleganza italiana. Collezione Stoppielli

Ricorda se c’è stato qualche screzio fra i profughi e i laterinesi? “No, non ho mai visto, o sentito di screzi tra la popolazione locale e i profughi”. La testimonianza conferma quanto scritto nel 1980 dal parroco di Laterina, don Piero Cheli, entrato nel 1960. Il Crp, sotto il fascismo, è un Campo di concentramento per prigionieri inglesi, sudafricani e canadesi. Poi per un anno il Campo è stato un reclusorio sotto la sorveglianza nazista. Dopo la liberazione, avvenuta nel 1944, a cura della VIII Armata britannica, si trasforma fino al 1946 in un campo di concentramento per tedeschi e repubblicani della RSI catturati al Nord. Dal 1946 al 1963, per ben diciassette anni, funziona come Campo profughi per italiani in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia (per oltre 10mila persone), terre assegnate alla Jugoslavia col trattato di pace del 10 febbraio 1947. Dal 1970 è una zona artigianale. Una curiosità emersa dal 2019 è che il Campo fosse intitolato a Guglielmo Oberdan, martire triestino dell’irredentismo, come ha detto Giovanni Nocentini a Claudio Ausilio.

Signora maestra Giuliana come si recava al lavoro, abitando a Terranuova Bracciolini, a circa 17 chilometri dal Crp? “Con un pullman andavo fino a Montevarchi – ha risposto Stoppielli – dove prendevo un treno fino alla stazione di Laterina, poi avevo cinque chilometri da fare sulla strada di sassi fino al Campo profughi. Per fortuna dalla stazione di Laterina al Crp talvolta andavo in motorino guidato da una collega. Sembrava più una bicicletta con un piccolo motore”. Sarà stato un modello due ruote “Bianchi Aquilotto”, degli anni ’50.

Signora Stoppielli ricorda per caso i nomi dei suoi colleghi, che insegnavano al Campo profughi di Laterina? “Ricordo con affetto i seguenti maestri: – ha concluso – Pasqua Benvegnù Sponza, Giulietta Massini, Romano Alfieri, il Direttore didattico Ennio Scala e la maestra Emilia Carmignani, da Loro Ciuffenna (AR)”.

Anche se la maestra Stoppielli non ricorda molti altri particolari della sua attività didattica vissuta da precaria per un solo anno scolastico al Crp, sono rimasti i documenti scolastici a illustrarci la vita nella classe della scuola baracca.

Disegno dell’allievo Dobrich Silvio, da Albona, evidentemente col papà in marineria. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)

La classe 3^ del 1956-1957, cucciole dell’esodo - Dall’Archivio scolastico si sa che Giuliana Stoppielli è insegnante della 3^ classe elementare. Riguardo ai suoi scolari scrive nel suo registro: “Sono piccoli uomini e brave donnine, che guardano già all’avvenire con una certa serietà e che, per la loro esperienza o per l’esperienza dei genitori, mostrano di valutare in pieno quel senso di italianità per il quale hanno accettato di vivere miseramente al campo”.

La maestra Giuliana Stoppielli prende servizio il 17 dicembre 1956. Trova nell’aula: il mappamondo, l’atlante, carte geografiche e la bandiera (p. 24 del Registro). È consapevole che la scuola di Laterina sia “un ambiente particolare. I bambini sono in massima parte profughi d’Istria, ma ve ne sono anche di altre parti (…)”. Verso la metà di febbraio la classe deve fare lezione nel pomeriggio, poiché ci sono troppi iscritti nella scuola del Crp; bisogna fare i turni. A marzo molti pargoli si ammalano di morbillo. Poi si legge che: “Ancora una volta durante il mese di aprile abbiamo dovuto abbandonare la nostra aula, ci siamo trasferiti in quella del M.o Alfieri, poiché la nostra ha dovuto accogliere i bambini della signora Stifanich che stanno diventando molto numerosi” (p. 21). Con ciò si viene a sapere che i maestri esuli giuliano dalmati a Laterina sono una piccola pattuglia: Nicola De Marin, nel 1949-1950, Pasqua Benvegnù Sponza e, appunto, la signora Stifanich nel 1956-1957.

A giugno, prima degli esami, cuccioli e cucciole sognano di prendere dei bei voti. La maestra riporta i loro pensieri: “magari prendessi dieci, mio padre mi regalerebbe un bel pallone – ed una bambina – e a me un bel vestito!”. Ci sono le visite d’istruzione alla Diga di Ponticino, alla Fornace Baglioni e al fiume Arno, mentre le lezioni di Educazione fisica, mancando ovviamente la palestra, si svolgono all’aperto, nel Campo profughi.

Il 15 giugno 1957, a esami conclusi in presenza di Ennio Scala, Direttore didattico, la maestra Stoppielli trascorre l’ultimo giorno “dentro la baracca della mia scuola”. Inizia allora un’affettuosa processione di alunni che desiderano salutarla, senza nemmeno sapere il risultato dell’esame. Le cucciole dell’esodo vogliono starle vicino. “Sono qui seduta al mio tavolo – scrive nelle Note della Prova d’esami – ed ogni tanto sento bussare alla porta: sono i miei bambini che vengono a salutarmi, non ricordano più nemmeno gli esami ora, si dimenticano anche di chiedermi l’esito, hanno quasi tutti un foglio in mano per appuntare il mio indirizzo. Molti di questi bambini devono partire fra qualche giorno: chi andrà in Francia, chi in Belgio, chi in Argentina, chi in Brasile; partono insieme alle loro famiglie in cerca di un lavoro che dia loro la possibilità di vivere discretamente. Ognuno mi promette di scrivermi, di mandarmi tante cartoline illustrate”.

La semplicità del disegno di Boban Graziella, da Zara (città italiana che ha subito 54 bombardamenti alleati su suggerimento dei titini), scolara della classe 3^ mista. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)

Formata da 23 alunni la lista inizia con: Bazzul Radoslavo, Castelverde, Pisino (PL); Bertetich Anna, Lindaro, Pisino (PL); Boban Graziella, Zara; Bulessi Adriano, Pola; Bulich Alfio, Zara; Canaletti Fiorella, Lussinpiccolo (PL); Canzian Vittorio, Tripoli; Di Pasquale Mario, Tripoli; Diracca Nevia, Sussak (YU); Dobrich Silvio, Santa Lucia, Pirano (PL); Gobbo Bruno, Valmazzinghi, Albona (PL); Mazzorana Gabriella, Pachino (SR); Milotti Lucia, Pola; Milotti Claudia, Pola; Precali Rosanna, S. Lorenzo del Pasenatico (PL); Rabar Giuliana, Pola; Ugussi Gianfranco, Parenzo (PL); Ussich Emilia, Altura (TS); Valle Doreto, Valmazzinghi, Albona (PL); Visconti Lucilla, Pola; Zanghirella Nadia, Pola; Zvietich Anna Maria, Zara; Lanci Federico, Chieti. I 14 nati in provincia di Pola sono la parte preponderante nella classe, rappresentando il 60,8 per cento degli alunni, poi ci sono gli zaratini (13%), quelli di Tripoli (8,7%) ed altri, inclusa Trieste, perché c’è chi scappa pure dal capoluogo giuliano, per la pura dei titini, fintantoché non viene riannesso all’Italia, nel 1954. Questa classe è di cucciole dell’esodo, dato che 13 femmine rappresentano il 56,5 % della classe, mentre i 10 maschi sono al 43,5%. Tra i mestieri prevalenti del capofamiglia ci sono l’operaio, il muratore, un paio di coloni, di imbianchini, di cuochi e una guardia di finanza. Pur avendo 23 iscritti, gli scrutinati a fine anno sono 19, perché sono 4 i trasferiti, mentre i promossi nelle due sessioni risultano 18 (11 femmine e 7 maschi). C’è un solo bocciato.

Stupendo incipit del tema di Nadia Zanghirella, da Pola, scolara della classe 3^ mista. Archivio Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR)

Ricordare la maestra istriana Sponza esule in Toscana - “Mi sono permessa di scrivere, dopo aver letto gli articoli sui bambini istriani del Campo profughi di Laterina – ha comunicato Cristina Tassi, di Prato – in un articolo è ricordata la signora Pasqua Sponza Benvegnù, che è stata per cinque anni la mia amata maestra a Prato”.

Ricorda qualcosa d’altro? “Tanti sono i ricordi affiorati alla memoria – ha concluso la Tassi - dalle canzoni che ci ha fatto cantare in coro prima su tutte Il Piave mormorava, poi c’erano Ta-pum, l’inno di Mameli. Ricordo la sua pazienza e l’amorevole cura nei nostri confronti. Tutti qui a Prato la ricordiamo con affetto. Probabilmente siamo stati i suoi ultimi alunni dal 1967 al 1972 e per anni ha risposto agli auguri che le mandavamo per Natale”.

Verso il 1956, la maestra Pasqua Sponza “nei Benvegnù di Rovigno”, come si diceva una volta, ha insegnato ai suoi cuccioli dell’esodo nel Crp di Laterina, in base ai dati dell’archivio scolastico. Risulta diplomatasi a Parenzo (PL) nel 1937. Dopo l’esodo è domiciliata al Crp di Laterina e residente a Firenze.

Nota - Devo la terminologia di “cuccioli dell’esodo” a Michele Zacchigna, in un suo piccolo, ma significativo libro del 2013, per riferirsi ai figli dei 350 mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, fuggiti dalle violenze titine durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Prato, scuola elementare, la benvoluta maestra Pasqua Sponza Benvegnù con 27 scolari, tra i quali Cristina Tassi. Collezione Cristina Tassi, Prato.

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone intervistate da Elio Varutti, con contatti preparatori di Claudio Ausilio.

- Giovanni Nocentini, Laterina (AR) 1929, int. di Claudio Ausilio del 23 aprile 2022 a Laterina.

- Giuliana Stoppielli, Terranuova Bracciolini (AR) 1933, int. del 28 aprile 2022 di Claudio Ausilio a Montevarchi (AR) con Elio Varutti al telefono.

- Cristina Tassi, Prato, email dell’8 febbraio 2022 allo scrivente.

Collezioni private – Giuliana Stoppielli, fotografia. – Cristina Tassi, fotografia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2018 a cura di Claudio Ausilio presso l’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR).

- Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Scuola Elementare C.R.P., Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], pp. 30, stampato e ms.

- Giuliana Stoppielli, Note della Prova d’esami, 14 giugno 1957, allegato al Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], c. 1, ms.

Riferimenti bibliografici – Grazie a Pier Luigi Boschi, di Laterina, per certi spunti bibliografici.

- Consiglio Pastorale Parrocchiale (a cura del), Memorie del preposto Cheli. 13 marzo 2011, 30° anniversario della morte, Laterina (AR), 2011.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.

- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.

Terranuova Bracciolini 1958, la maestra Giuliana Stoppielli a passeggio col marito Ivo Paoletti. Collezione Giuliana Stoppielli.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo). Interviste di Claudio Ausilio e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio e Marco Birin.  Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine.

Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

sabato 23 aprile 2022

Preso dai titini, papà si toglie la vera e la dà alla mamma. La fine del finanziere Giuseppe Covella

Mi racconta Vittorio Covella, che suo papà Giuseppe Covella, detto Pino, classe 1905 finanziere, è stato catturato dai titini e portato in un campo di concentramento jugoslavo in Croazia, nella zona tra Ogulin e Karlovac, nel 1945. “Sono entrati in casa armati, avevano la stella rossa sul berretto – ha detto Vittorio Covella – e hanno preso mio padre per portarlo via, allora lui si è tolto la vera dal dito e l’ha consegnata a mia madre, neanche sapesse la fine tragica che poteva fare”.

Giuseppe Covella, 1905-1947. Collez. fam. Covella

Poi cosa accade? “Mia mamma, con l’aiuto di una conoscente
drugariza (partigiana slava) – ha aggiunto Vittorio Covella, Zebi per gli amici – è riuscita a vederlo nel campo di concentramento titino, ma, uscito dal gulag slavo, è morto di stenti nel 1947 e ora i suoi resti riposano a Sissano, comune di Lisignano, in Istria”.

La signora che riceve l’anello nunziale è Maria Garboni (1918-2007), mamma di Vittorio e Federico. Loro, nel 1945, lasciano Fiume per rientrare a Sissano e a Pola. Il loro esodo dall’Istria risale al mese di agosto del 1946. Fanno tappa a Trieste, passando per il Centro raccolta profughi del Silos. Altri loro parenti vanno al Crp di Padriciano. Poi dal Territorio Libero di Trieste giungono a Cervignano del Friuli, in provincia di Udine, accolti nella caserma della Guardia di Finanza. Uno zio del signor Vittorio, Bruno Garboni parte per Melbourne, in Australia. Resta a Sissano, in Istria,  il nonno di Vittorio, di nome Michele Gabrović, detto Miho. Le famiglie si rifrequentano e si scrivono sin dagli anni 1949-1950, ma sulla corrispondenza che giungeva dalla Jugoslavia a Cervignano c’era la gara a “sbregar el bolo col muso de Tito”. Il signor Vittorio studia e si diploma all’Istituto Tecnico Industriale “A. Malignani” di Udine. Poi inizia a lavorare con successo in Estremo Oriente. “Sono rientrato da poco dal Congo – ha spiegato Covella – ma ho lavorato in tante parti del mondo, anche con la Danieli di Buttrio, nel settore del metalmeccanico, come in Arabia Saudita, Siria, USA, Canada, Argentina e Gibilterra. Pensi che il mio primogenito Luca è nato in Svezia e lavora in Giappone, mentre mia figlia Francesca è nata in Alabama, negli Stati Uniti”.

Siete mai ritornati in Istria? “Sì, dai parenti sin dagli anni 1949-1950, assieme a mio fratello Federico e, dagli anni 1980-1985, mia moglie Daniela Bradaschia, una furlanuta dell’ex Friuli austriaco – ha spiegato Vittorio Covella – tornava coi bambini nella casa avita a Sissano, io li raggiungevo quando ero libero dal lavoro, così lei si è appassionata all’Istria e a Fiume più di me che ci sono nato e ho vissuto là, come il mio padre, contadino di mestiere, che da ragazzo, nel 1922, si trasferì da Bari, fino quassù al Confine orientale, volendo entrare nella Guardia di Finanza a Pola, ma lo respinsero poiché ancora diciassettenne, così si mise ad aiutare nel lavoro dei campi la gente di Sissano e si innamorò di mia mamma, Maria, poi divenne finanziere con compiti di servizio da Pola a Fiume. Negli anni 1980-1990, siamo andati regolarmente a Sissano, con i miei figli. Pure loro sin da bambini piccoli, quindi, senza interruzione”.

Sissano 1939 - sposi Giuseppe Covella e Maria Garboni nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Collez. fam. Covella

Signor Vittorio, posso chiederle come ha affrontato la morte prematura di suo padre, ufficialmente deceduto nel 1947, a causa della prigionia nel lager titino? “È evidente. Sono rimasto scioccato – ha riposto il testimone – mio padre, fortunatamente, uscì vivo dal lager titino, ma profondamente segnato nel fisico. Sarà per quel fatto che, come dice mia moglie, non riesco a star fermo in un posto, come nel lavoro che ho fatto sempre in giro per il mondo”.

Storia di una famiglia dalmato-pugliese, i Covella - Erano della Terra di Bari i Covella, secondo le ricerche di famiglia – come ha detto Vittorio, assieme alla moglie Daniela Bradaschia – ma una parte della famiglia nell’Ottocento e nei primi del Novecento viveva in Dalmazia, tra Spalato e Ragusa, avendo intrecciato diverse relazioni nella regione absburgica.

Intorno al 1920, almeno una parte del ramo dalmata si trasferisce in Puglia. Ciò accade nel contesto di quello che viene definito come primo esodo dalmata. Le condizioni socio-economiche nel periodo 1918-1921 sono molto difficili per l’intera famiglia. Pino è un adolescente, non ha buoni rapporti in famiglia. Conclude con successo le prime 4 o 5 classi elementari e si forma come tappezziere, ossia lo stramazer in Istria, Fiume e Trieste. Lavora per qualche tempo nei dintorni in questo settore, andando a bottega, oltre a continuare pure il lavoro agricolo, senza grandi successi e stabilità. All’età di 16 anni, ancora minorenne, lascia definitivamente la famiglia. Pima di compiere 17 anni, nel 1922, giunge da solo a Pola, utilizzando tutti i miseri risparmi racimolati, dove trova una nuova dimora.

Tenta ancora il mestiere di stramazer – hanno spiegato i testimoni – e ottiene qualche occasionale impiego e lavoretto, ma di lì a breve, evidentemente spinto dalla necessità, entra nella scuola della Guardia di Finanza di Pola, arruolandosi giovanissimo tra le Fiamme Gialle. Una volta entrato in servizio effettivo, resta per qualche tempo a Pola (città amata da tutta la famiglia), per poi essere trasferito al distaccamento di Medolino, poco distante da Pola, sulla punta meridionale estrema dell’Istria.

Lì svolge servizio di finanza marittima. La caserma è sul mare, con un proprio molo. Il vecchio edificio ed il pontile esistono ancora, sono tutt’oggi chiamati dai locali, pure i croati: [La] Finanza. La struttura è all’interno di un campeggio turistico. La casa ospita da molti anni un noto bar-ristorante sul mare dal nome Financa (traslitterazione croata / ciacava istriana di “Finanza”).

Maria Garboni con i figli Federico (1940) e Vittorio (1942) verso la fine degli anni ‘40. Collez. fam. Covella

Il servizio di finanziere del mio papà – ha aggiunto Covella – consiste nel pattugliare il tratto di fascia costiera tra la baia-porto di Medolino a sud e Porto Badò a nord, dove pure esiste tuttora sulla riva il vecchio edificio e molo già della Finanza italiana. È un tratto di costa affacciato al Basso Quarnero, per la maggior parte incontaminato e selvaggio. Il servizio giornaliero è svolto da una coppia di due militi, a volte tre. Il più delle volte percorrono l’intero tratto a piedi o in bicicletta, lungo i sentieri bianchi e polverosi della linea di costa, circondati da campi e dal fitto bosco del Prostimo. Una squadra parte da Badò, un’altra da Medolino, incrociandosi a metà percorso, presso Monte Madonna. A volte effettuano pure il servizio in mare, su una delle piccole imbarcazioni in dotazione dei due distaccamenti.

Durante questi anni di servizio – ha spiegato Covella – Pino conosce e apprezza la località di Sissano ed i suoi abitanti. È il paese di mia madre, posto all’interno della sua zona operativa. Mia madre Maria, classe 1918, aveva 12 anni e mezzo meno di lui ed era ancora giovane. È il parroco di Sissano a farli conoscere, tramite il padre di lei, Michele, detto Miho o Micel Strigo, qualche anno più tardi, quando mia madre ha 15 anni. Si fidanzano poco dopo. È una sorta d’unione combinata, voluta dal padre di lei e dal parroco del paese. La coppia si sposa alla fine del 1939, in occasione del trasferimento di Pino a Fiume. Nel 1940 nasce il loro primogenito Federico, per tutti semplicemente Rico, che oggi è pensionato, nonno e vive tra Miami (USA), l’Istria ed il Friuli. Nel 1942 nasco io, Vittorio, Zebi per gli amici.

Pino e Maria si sposano a Sissano nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Per qualche settimana vivono in una stanza nella casa familiare di lei, risalente al 1895, subito fuori paese, sulla strada verso il mare. Nel dicembre 1939, per motivi di servizio di lui, si trasferiscono  in pianta stabile a Fiume.

Nona Matia Zivolich, del 1887, co i so do pici sameri (asini), sun la cal de Monte Madona, devanti casa de famea Covella Garboni a Sisan.  Si chiamava proprio così: Mattia. Non "Mattea", come taluni la chiamavano e come si trovava scritto su alcuni documenti. Forse, al momento del battesimo, i genitori (e lo stesso prete) non si preoccuparono troppo che quel nome fosse solitamente maschile. (didascalia di famiglia). Primi decenni del ‘900. Collez. fam. Covella

Bombardamenti a Fiume, 1944 - Dopo la prima residenza a Fiume, a partire da dicembre 1939, al terzo piano di un palazzo in via E. De Amicis (oggi: Dolac), in coabitazione col professor Ugo Terzoli e suo figlio, la famiglia Covella si trasferisce in un alloggio più adatto e comodo per l’aumentato numero dei componenti, visto che in quegli anni nascono i figli Rico, nel 1940, e Vittorio nel 1942, entrambi battezzati nella Cattedrale di San Vito, come raccontano i Covella. Viene quindi assegnato loro un alloggio a Cosala/Borgomarina, adiacente alla caserma della Guardia di Finanza, dove Pino prestava servizio, proprio di fronte al mare.

Col 1944 iniziano i bombardamenti aerei alleati, che bersagliano particolarmente Fiume. In effetti si ritrova in letteratura la descrizione dei bombardamenti anglo-americani, come da molte fonti orali. Col 7 gennaio 1944 (Ballarini A, Sobolevski M 2002 : 61) iniziano i ventisette bombardamenti aerei alleati su Fiume, contro la ferrovia, il porto, il silurificio ed altro. Ciò provoca vittime e danni agli impianti portuali e industriali, nonché agli edifici civili (Decleva R 2017 : 59). Erano arrivati di sorpresa quei maledetti, con gli aeroplani, anche il giorno di Pasqua del 1945, anche se c’era ben poco d’importante da demolire nella nostra povera Fiume. La contraerea taceva, eravamo inermi, dovevamo subire e basta, non suonarono nemmeno l’allarme, tanto non ce n’era bisogno, ce lo avevano dato gl’inglesi (Tardivelli B 2015 : 1). Certi testimoni menzionano le “mastodontiche bombe che i bombardieri alleati rovesciavano sulla zona industriale” (Sabucco J 1953 : 7).

Fortunatamente i rifugi antiaerei del rione erano poco distanti dall’abitazione dei Covella: devono visitarli di frequente in quei mesi, con le sirene che suonano continuamente. In occasione di uno di questi allarmi, Maria coi due figli piccoli si ripara in rifugio assieme ad una moltitudine di altri residenti della zona, specie donne, bambini ed anziani. Poco dopo li raggiunge fortunatamente pure Pino, che era appena smontato dal servizio. Al termine dei bombardamenti durante quella tremenda notte, quando possono finalmente uscire dal rifugio, li coglie una triste sorpresa: la caserma della Guardia di Finanza (GdF) e la loro abitazione adiacente sono ridotte ad un ammasso fumante di macerie.

Tutto era distrutto, tutte le loro cose perdute, ma loro erano tutti vivi, sani e salvi. Un aneddoto di quei giorni di Rico è che in un precedente bombardamento che aveva colpito poco distante, lui e Vittorio si sono protetti sotto il materasso del letto, mentre attorno cadono calcinacci e s’alza la polvere. In quei giorni di scarsissime provviste alimentari, vista l'estrema difficoltà a procurarsele, quando pure tutte le verze e le patate sono state mangiate, il piccolo Rico in un paio d’occasioni si riduce per fame a mangiare addirittura le radici delle verze e le bucce delle patate! Dopo quel tragico bombardamento, la famiglia si trasferisce quindi in un’ulteriore abitazione in periferia.

Vittorio, detto Zebi, con zio Giovanin Recia. Sissano, primi anni ‘70 sul biroc col samer, sulla strada verso il mare (didascalia di famiglia). Collez. fam. Covella

L’arresto di Pino e le ruberie dei titini - Continua così il racconto dei Covella. Dopo il bombardamento della casa a Cosala, sfollano fuori città in un’abitazione a Laurana, dove rimangono per qualche tempo. Rientrano quindi a Fiume, dove trovano un alloggio in una casa in periferia. Era una bella villa signorile a due piani, d’epoca absburgica, con una gradinata all’ingresso, orto e giardino.

È davanti questa casa che Pino viene prelevato dai militi titini il 3 Maggio 1945, lo stesso giorno in cui gli jugoslavi occupano Fiume, debellando gli ultimi presidi tedeschi. Gli jugoslavi hanno preso controllo e possesso della città già dal mattino. Dopo mezzogiorno, forse l’una, Pino è fuori casa, dedicandosi a qualche lavoro nell’orto, Maria è in cucina coi bambini e sta mettendo assieme qualcosa per pranzo.

Un gruppetto (3 o 4) di militi jugoslavi che percorre la via, si ferma davanti l’abitazione, nota Pino e dopo un brevissimo scambio verbale, entrano di forza in casa, formalmente per una “normale perlustrazione”, ma di fatto non fanno altro che derubare la famiglia dei pochi soldi contanti trovati in casa. Gli unici miseri risparmi posseduti che permettono ai Covella di sopravvivere di giorno in giorno, nonché tutta una serie di effetti personali, alcuni molto cari a Pino e Maria, lasciando tutto a soqquadro. Decidono quindi di arrestare Pino e portarlo via con sé.

Il finanziere ha solo il tempo di levarsi la fede di matrimonio, affidandola di nascosto alla moglie. Poi bacia e rassicura un po’ i due bambini di 5 e 3 anni, prima di essere sequestrato.

Maria ha raccontato che Pino mentre lavorava nell’orto indossava una vecchia camicia della GdF. Tale indumento forse ha attirato l’attenzione dei miliziani titini in transito davanti casa. La verità è molto meno accidentale. Lo conferma la testimonianza rivelata, molti anni dopo, da zio Carlo di Sissano. Carlo Garboni, classe 1927, all’inizio del 1945, pochi mesi prima della fine del conflitto, appena diciottenne, si arruola nelle formazioni partigiane titoiste in Istria, più per necessità e pressione degli stessi partigiani che per convinzione o affinità ideologica, ma era certamente intimorito dai tedeschi e voleva combattere la loro occupazione militare.

Durante quei mesi tra i partigiani, Carlo può visionare delle liste di proscrizione compilate dai locali comandi partigiani e diffuse tra i miliziani con numerosissimi nominativi di abitanti della regione da ricercare, arrestare (sequestrare) e, se necessario, liquidare, poiché considerati fascisti, collaborazionisti, criminali, nemici del popolo ed altro. Tra i molti nomi, Carlo nota subito pure quello di Giuseppe Covella. Il fatto lo colpisce e preoccupa a tal punto, che appena ha l’occasione, si reca a Fiume per informare del grave pericolo i suoi parenti Pino e Maria.

Non si sa esattamente come andarono le cose: se Pino sottovaluta e vuole ridimensionare l’avvertimento del cugino, o se c’è poco che lui possa fare, se non sperare.

Si sa che in quell’occasione risponde di aver la coscienza pulita, di non aver mai commesso alcun  crimine o sopruso, di non aver mai causato la morte di nessuno, di non aver alcun ruolo e coinvolgimento politico, pur vestendo una divisa militare italiana. È solo un umile appuntato al tempo. Al momento della morte, nel 1947, è appuntato scelto. È un pesce piccolo ed anonimo insomma, non un comandante o una personalità in vista. Dice che non sussistono davvero ragioni da parte di alcuno per arrestarlo, processarlo e condannarlo.

Questo significativo precedente però potrebbe verosimilmente rivelarci che alcune settimane più tardi, in quel 3 maggio 1945, quei partigiani che si fermano davanti casa loro, non lo fanno per caso o solo perché attirati dalla camicia da finanziere, ma proprio perché sono venuti lì a prelevarlo di proposito, evidentemente dopo essere stati informati del suo indirizzo. Al di là della vicenda personale di Pino, la testimonianza di Carlo Garboni è tutt'oggi preziosissima anche nel contesto più ampio di quella guerra e del triste dopoguerra. Innanzitutto si tratta della testimonianza diretta, non solo di un testimone contemporaneo, ma esterno, civile ed estraneo ai fatti, ma proprio di un partigiano, quindi una fonte interna. È molto significativa pure nel dibattito storiografico odierno perché ci dà conferma delle liste di proscrizione redatte dal movimento titoista già durante la guerra. Esse includevano non solo criminali di guerra (reali o presunti), comandanti ed ufficiali, personalità politiche, cariche istituzionali, convinti ed impegnati fascisti e collaborazionisti dei tedeschi/nazisti, ma pure centinaia e centinaia di comuni ed anonimi cittadini della regione.

Secondo la famiglia Covella è un fatto non da poco, se è vero che ancor oggi esistono alcune voci giustificazioniste e riduzioniste, pure in Italia, che continuano a negare l’esistenza di tali liste nere, spacciandole per pura propaganda fascista e reazionaria.

Sin dal Novecento certi studiosi hanno dimostrato l’esistenza delle liste d’arresto dei titini per effettuare la pulizia etnica contro gli italiani a Fiume. È l’OZNA, la polizia segreta di Tito ad organizzarle con l’intervento dei Comitati Popolari di Liberazione (CPL), talvolta più incarogniti degli stessi duri agenti OZNA. Sono notori il furto e la rapina di soldi e preziosi, prima dell’arresto del malcapitato destinato ad un gulag di Ogulin, o di Karlovac, nonché la devastazione della casa italiana da parte slava (Molinari F 1996 : 47-51). Si è saputo, inoltre, del campo di concentramento titino di Vršac, in Vojvodina, dove sono reclusi un centinaio di ufficiali italiani dal 1945 al 1947. È un campo di rieducazione antifascista, ma la mortalità dei reclusi è del 14 per cento (Varutti E 2022 : 1).

Vittorio Covella, Zebi, nato a Fiume nel 1942, testimone della vicenda. Fotografia del 12 febbraio 2022 in occasione del Giorno del Ricordo a Cervignano. Foto E. Varutti

Il gulag titino tra Ogulin e Karlovac - In seguito all’arresto Pino è incarcerato a Fiume. Dopo, per qualche tempo, è a Sussak. È quindi destinato ad un campo di prigionia-concentramento in Croazia, nella regione tra Ogulin e Karlovac. Nelle memorie familiari si è perso il nome e la precisa localizzazione di tale campo. A questo punto si svolge un’altra vicenda alquanto sorprendente della storia familiare.

Maria non ottiene alcuna risposta dalle autorità jugoslave in città. Non rassegnandosi all’arresto-sequestro del marito e padre dei suoi piccoli figli, di cui non riusciva ad avere più alcuna notizia, decide di portare i bambini al sicuro in Istria a casa dei nonni e quindi di ripartire subito alla volta di Fiume alla ricerca del marito. In questa coraggiosa ricerca si unisce ad un piccolo gruppo di altre donne fiumane ed istriane, tutte alla disperata ricerca di mariti e figli. In particolare è con lei una sua amica pure in cerca del marito prelevato dagli jugoslavi.

Grazie alle informazioni passate loro da una conoscente drugarica (una partigiana), si avviano all’interno della Croazia, tra mille impedimenti, disagi, fatiche e pericoli, specie in quei giorni per un piccolo gruppo di donne sole, disarmate, e considerate straniere.

Di quei giorni Maria ricorda il lungo tragitto a piedi in un territorio sconosciuto, l’estrema difficoltà a reperire informazioni, indicazioni ed un po’ di cibo dai contadini del luogo. Ci sono i rischi, il timore, la diffidenza ed il sospetto che circola tra tutti, sia tra loro donne che tra i civili del luogo. Soprattutto c’è il problema di scansare coloro che vogliono approfittarsi di loro. Una donna del gruppo, in cerca di cibo e informazioni, viene minacciata, ricattata e stuprata. Pure Maria rischia da vicino una tragedia simile. La salva la prontezza. Un uomo cui lei aveva chiesto informazioni e del cibo le dice che può aiutarla, che conosce il luogo in cui si trova il marito e che le avrebbe fornito del cibo, incitandola a seguirlo verso dei casolari isolati poco più avanti. Maria si tiene a debita distanza dall’uomo, capisce subito che c’è qualcosa di sospetto e che in quei casolari non avrebbe trovato ciò che le era stato promesso e con una scusa si allontana nella direzione opposta.

Le aiuta invece il fatto che sia Maria, sia ancor più la sua amica, parlano discretamente pure il croato, o meglio: il ciacavo istriano. Ciò permette loro di comunicare sufficientemente con le autorità e gli abitanti croati, una volta uscite da Fiume. Questo coraggioso peregrinare dura alcune settimane, ma infine Maria è capace di trovare il campo in cui era detenuto Pino. Si separa quindi dalla sua amica, che prosegue in cerca del proprio marito.


Sissano, anni '40. Immagine Archivio Arena di Pola

Maria vede Pino nel gulag titino - Una larga parte dei prigionieri del campo sono o paiono italiani – ha continuato la famiglia Covella.  Quasi tutti sono ridotti in pessime condizioni, ombre degli uomini che erano stati fino ad alcune settimane o mesi prima. Per rancio mangiano una brodaglia e le condizioni igienico-sanitarie del campo sono miserevoli.

Il complesso è circondato da una recinzione che almeno da un lato è circondata da un fossato d’acqua torbida e maleodorante, dove venivano scaricati a cielo aperto le latrine e tutti i rifiuti e scarti del campo. Attraverso la rete di recinzione, diversi prigionieri supplicano Maria, chiedendo in italiano: “Prego, un poco di pane”. La testimonianza è analoga alla tragica prigionia del tenente Raffaele Covatta, scampato al gulag jugoslavo di Vršac (Varutti E 2022).

Giusto il giorno prima dell’arrivo di Maria, Pino, ormai esasperato e stremato, decide di lasciarsi morire, ponendo fine a tale pena. Ha quindi smesso di bere l’acqua e di mangiare. Maria lo avvista attraverso la rete, riconoscendolo appena. È riverso a terra e di aspetto scheletrico. La vista di Maria naturalmente lo rinfranca molto. Lei prova a rifocillarlo come può attraverso la rete, con quel poco che ha nel suo sacco.

Deve stare attenta a cosa dargli, i prigionieri in quelle condizioni sono infatti molto deboli e debilitati, con gli stomachi chiusi e non possono mangiare immediatamente cibi solidi e troppo sostanziosi. Alcuni infatti erano morti per essersi rifocillati senza fare attenzione, mossi dalla fame estrema. Quel giorno gli dà solo un uovo da bere. E in seguito un frutto tenero colto dagli alberi incontrati lungo il tragitto. Maria poi tenta d’intercedere con alcune guardie per far liberare il marito, ma senza successo.

Le informazioni che ha la famiglia di questi frangenti sono abbastanza approssimative, ma fortuna vuole che in quegli stessi giorni c’è un intervento della Croce Rossa, che evidentemente aveva individuato e monitorava pure questo campo. Un certo numero di prigionieri, tra cui Pino, vengono quindi liberati. È il principio di agosto del 1945. Non essendo in grado di camminare speditamente e per lunghi tratti, la coppia rientra lentamente a Fiume con mezzi di fortuna. Dal momento dell’arresto-sequestro a Fiume il 3 maggio, Pino trascorre in prigionia 3 mesi circa. Esce dal campo pesando solo 37-38 kg, col fisico e la salute estremamente provati.

Silva Vellenich, Canal di Leme, acrilico su carta, cm 56x76, 2022, courtesy dell’artista.

Il ritorno a Fiume, in Istria e il trasferimento in Friuli - A Fiume restano poco, giusto il tempo che Pino si rimetta in sesto. Rientrano quindi in Istria, ricongiungendosi con i due figli a casa dei nonni a Sissano. Qui Maria ed i suoi genitori si prendono cura di Pino come meglio possono: lui sembra molto malato. Per rimettersi gradualmente, mangia solo frutta tenera, in particolare fichi e susini maturi e beve latte e uova fresche crude, alimenti che non mancano nella fattoria della famiglia.

Dopo poco tempo, temendo di incorrere nuovamente nelle maglie dell’apparato politico-militare jugoslavo che ormai controlla il territorio, decide di trasferirsi nell’enclave di Pola, a pochi chilometri da Sissano. Pola è posta, allora, sotto occupazione inglese nella Zona A dell’amministrazione militare Alleata della Venezia Giulia: giugno 1945 - settembre 1947. Lì può stare più al sicuro da eventuali azioni dei titoisti.

Va a Pola da solo. Moglie e figli restano invece nella casa dei nonni a Sissano, andando ogni tanto a visitarlo in città, in particolare con la nonna, che quasi ogni mattina di buonora, trasporta e vende a Pola il latte fresco di mungitura e qualche altro prodotto, con un carretto a due ruote (biroc’, in sissanese) trainato da un asino (samero, in sissanese).

Da Pola Pino prende di nuovo contatto con le autorità italiane ed il comando regionale della GdF. Gli viene offerta la possibilità di essere reintegrato in servizio, esodando dall’Istria verso una nuova destinazione italiana. Dopo un primo tempo, raggiunge Trieste via traghetto e viene quindi assegnato al distaccamento della GdF di Cervignano del Friuli (UD).

I suoi superiori del Comando GdF gli avevano offerto la possibilità di scegliere tra più stazioni, tutte dislocate nel Nordest. È Pino a scegliere proprio Cervignano, poiché è il luogo più vicino all’Istria, posto lungo la ferrovia e la strada che conducono direttamente a Trieste e da lì a Pola. A quel tempo possiede ancora un piccolo porto fluviale con tradizionali collegamenti verso le località costiere giuliane. Evidentemente in quei giorni è ancora vivo il proposito o la speranza di rientrare presto in Istria in pianta stabile.

Tanto più che Pino aveva già molti anni prima confidato alla moglie che il suo desiderio era di congedarsi un giorno dalla GdF e dedicarsi completamente al suo mestiere di tappezziere (stramazer) a Pola o nella stessa Sissano, avvalendosi dell’aiuto di Maria come sarta. Contava di farlo già al termine della guerra, se non fossero intervenuti la prigionia, gli stravolgimenti politici e nazionali e l’esodo.

Ricevute notizie della sistemazione di Pino, nell’estate del 1946, verso tardo agosto, anche Maria, Rico e Vittorio prendono la strada dell’esodo. Lasciano Sissano con pochissime cose al seguito. S’incamminano a piedi e da soli verso Trieste. È un tragitto lungo e faticoso sia per i bambini piccoli che per la madre e certamente non privo di rischi e pericoli. Ma fortunatamente non s’imbattono in alcun particolare imprevisto o pericolo. Da Trieste raggiungono quindi Cervignano col treno. La parentesi friulana di Pino dura però solo poco più di un anno. L’uomo non si era mai completamente rimesso dopo la prigionia, ma si era ammalato. Maria in quei giorni lo ricorda sempre stanco e piuttosto debole. Torna a casa ogni giorno con le camicie madide di sudore, cosa che non gli capitava prima della prigionia.

Una mattina di novembre del 1947, mentre svolge il suo usuale servizio in bicicletta assieme ad un collega, è verosimilmente colto da un infarto mentre percorrono una strada di campagna subito fuori dal paese. Cade nel fosso di lato la strada, morendo sul colpo. Ha appena compiuto 42 anni. È allora sepolto nel cimitero di Cervignano. In seguito, negli anni ‘90, dopo la disgregazione della Jugoslavia, è stato traslato nella tomba di famiglia del cimitero di Sissano, dove riposa tutt’oggi a fianco della sua Maria, mancata alla fine del 2007.

A Cervignano, dal 1946 la famiglia ha trovato un primo alloggio presso una casa contadina ai margini sud del paese. Vi vive pure una famiglia contadina originaria del luogo di solida fede comunista, alcuni dei cui membri avevano partecipato alla guerra partigiana. Verso la fine della guerra c’è stato anche un caduto: un partigiano fucilato dai tedeschi in ritirata sulla strada, proprio davanti la loro abitazione. Sul luogo vi è oggi un cippo in memoria del fatto di sangue.

In quei primi anni dopo il loro arrivo come profughi e dopo la morte di Pino, uno di questi nuovi vicini di casa in più occasioni, forse scherzando con umore nero e forse in preda all’alcol, indicando un grosso albero del cortile, ripeteva a Vittorio e Rico, in friulano: “Lo vedete quell’albero? Lì ho trovato il ramo giusto dove impiccheremo vostra madre esule”.

La qual cosa fa scoppiare in lacrime il piccolo Vittorio, già traumatizzato dalla recente morte del padre e dallo stravolgimento della loro vita causato dall’esodo. A parte questo episodio e qualche altra battuta di natura politico-ideologica, Maria e i due bambini hanno sempre serbato belle memorie di quella famiglia contadina, che ricordano in fondo come generosi, accoglienti e ben disposti. C’era un aiuto reciproco, pur nella generale miseria del primo dopoguerra. Non hanno contrastato, ma anzi forse pure contributo a favorire il non semplice inserimento della famiglia esule nel nuovo ambiente sociale. Hanno così mantenuto sempre buoni rapporti con loro anche dopo essersi trasferiti da quell’abitazione, diversi anni più tardi.

La Cala vicino a casa dei Covella, a Sissano, in Istria. Foto del 2022. Collez. fam. Covella

L’eccidio di Sissano, 1945 - La famiglia Covella intende menzionare un episodio macabro dell’immediato dopoguerra accaduto presso Sissano, non distante dalla casa di famiglia, di cui poco o nulla di sa e che viene tutt'oggi citato da pochissime fonti.

Nel maggio del 1945 la guerra in Europa era appena finita. Proprio in quel periodo, fine maggio-giugno 1945, Maria affida i due figli ai genitori per tornare a Fiume e continuare la ricerca del marito. I partigiani titini, ovvero l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, ormai dilaga in tutta l’Istria e prende il controllo dell’intero territorio con poche eccezioni. Trieste, Muggia, Pola, sono occupate dagli Alleati a partire dalla metà di giugno 1945. In Istria si è nel pieno della caccia all’uomo, delle purghe, dei regolamenti dei conti.

Tra le altre azioni, le milizie titoiste operanti nell’Agro Polese, sezione più meridionale della penisola istriana, sono così riuscite a rastrellare e catturare in quelle settimane diverse decine di italiani e filo-italiani che pare avessero costituito l’ultima resistenza/opposizione armata alla conquista jugoslava, o avessero collaborato e sostenuto la stessa. Sono stati poi indicati generalmente come fascisti, o della Milizia di difesa territoriale (MDT o Landschutz-Miliz, come la definivano i tedeschi). Diversi di questi prigionieri tra giugno e luglio sono trasportati a Sissano e rinchiusi temporaneamente, sotto stretta sorveglianza, in un’abitazione del paese appartenente a collaboratori/simpatizzanti degli jugoslavi.

Un giorno, ben legati ed incolonnati, sotto scorta armata, sono condotti verso il mare, lungo la strada di campagna che passa proprio davanti alle case della famiglia Covella. Attraversando campi ed il bosco costiero, la strada conduce in Cala, una baietta della costa sissanese ed al resto della costa.

I prigionieri sono una ventina, o trentina di uomini, per lo più giovani, alcuni pare abbiano solo 17-18 anni, quindi minorenni. Giunti sul fondo della Cala – hanno aggiunto i Covella – in un luogo denominato dai sissanesi La Tesa (dove la stradina che costeggia la Cala, attraversa la vallicola che scende dal bosco con un’ampia curva e presenta quindi un rato, una salita di alcuni metri, per poi proseguire nel bosco), i prigionieri vengono legati in gruppi agli alberi circostanti. Viene posizionato tra loro dell’esplosivo: dinamite o simile. Dalla casa dei nonni, non più di 2 km a monte, si ode chiaramente il frastuono dell’esplosione, grossomodo un’ora dopo aver visto transitare la colonna di prigionieri davanti casa.

Stando alle poche testimonianze, nessuno del paese ha il coraggio e la voglia quel giorno di scendere in Cala a vedere cos’era successo. Uno dei primissimi a farlo, se non  proprio il primo, grazie pure alla maggiore vicinanza al luogo della sua abitazione, è nonno Miho (Micel), il mattino del giorno successivo. Non porta con sé naturalmente i due nipotini, Rico e Vittorio. Quanto vede presso la Tesa, in fondo alla Cala, è impressionante e perturbante. Quel tratto di boschetto mediterraneo è stato completamente sventrato dall’esplosione. C’è nell’aria un cattivo odore, misto a bruciato. Sopra la risacca delle onde, si sente solo il rumore, lo stridio, degli animali predatori. I gabbiani e altri uccelli, ratti ed altro si contendono i sanguinolenti brandelli umani sparsi tutto attorno: sul suolo, sui sassi, o penzolanti dai rami degli alberi. È tutto ciò che resta di quegli uomini. Nonno Miho per diverso tempo non vuole raccontare nulla a nessuno di quanto aveva visto.

Lo dice a suo figlio minore Bruno (allora diciottenne), un paio di settimane più tardi, quando questo rientrò a casa, dopo una permanenza forzata tra i partigiani. Bruno, molti anni dopo, ci ha raccontato questi dettagli, hanno concluso i Covella. Di questa vicenda la ricerca storiografica non se ne è ancora occupata dettagliatamente. Le uniche fonti sono le poche testimonianze del paese, dei pochi non riluttanti a parlarne e con qualche cognizione sull’accaduto. Tanti dettagli ancora non si conoscono, o sono vaghi e dubbi. Non si conoscono i nomi delle vittime. Né quelli esatti degli esecutori. Pare solo che tra quelle vittime non vi fossero sissanesi. Provenivano da altri paesi dell’Istria.

Cartolina di Fiume, primi del '900. Foto diffusa da Alessandro Filippo de Lisi in Facebook

Da un rapporto del 30 dicembre 1946 del Central Intelligence Group (CIG) degli USA, de-secretato nel 1999, inizia ad operare, con istruttori sovietici, la missione “Juris”, diretta emanazione dell’OZNA, il servizio segreto jugoslavo. “The aim of the ‘Juris’ Group is to terrorize the population in Zone ‘A’ with a view to organizing a future terrorist policy in areas which are predominantly Italian” (Lo scopo dei Gruppi Juris è di terrorizzare la popolazione nella Zona A [della Linea Morgan, compresa tra Plezzo, Comeno, Sesana, Trieste e l’exclave di Pola, NdR] al fine di organizzare una futura politica terroristica nelle aree a predominanza italiana).

Fonti orali e digitali – Per la sua intensa storia familiare Vittorio Covella, con la collaborazione del fratello Federico e della moglie Daniela Bradaschia, si è avvalso delle informazioni raccolte da sua madre Maria Garboni (1918-2007) e da altri membri della famiglia, come Bruno e Carlo, entrambi classe 1927. Poi c’erano lo zio Micel, Miho, del 1919, le zie Fume (1918), Maria (1921) e zia Lina (1928), prima che scomparissero tutti. Ecco le persone intervistate da Elio Varutti.

– Vittorio Covella, detto Zebi, Fiume 1942, int. a Cervignano del Friuli (UD) del 12 febbraio 2022. – Federico Covella, detto Rico, classe 1940 (figlio primogenito di Maria e Giuseppe, fratello maggiore di Vittorio), residente tra Sissano, Miami - Florida (USA) e Cervignano del Friuli, notizie raccolte dai familiari con email del 15-22 aprile 2022. – Daniela Bradaschia, Cervignano del Friuli 1954, int. a Cervignano del 12 febbraio 2022 e email del 18 febbraio 2022 con altri familiari.

Cenni bibliografici e del web

- Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Zrtve talijanske nacionalnosti u rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, 2002.

Central Intelligence Group  (CIG) degli USA, Intelligence report, 30 dicembre 1946, dda reg. 77/1763, dal web.

- Rodolfo Decleva, Piccola storia di Fiume 1847 – 1947, II edizione, Sussisa di Sori (GE), impaginato da ilpigiamadelgatto, 2017.

- Fulvio Molinari, Istria contesa. La guerra, le foibe, l’esodo, Milano, Mursia, 1996.

- Janni Sabucco, …si chiamava Fiume, Perugia, «Quaderni di Centro Italia», s.d. [1953].

- Bruno Tardivelli, La Pasqua di 70 anni fa, testo in Word, 2015, pp. 2. Collez. privata.

- Elio Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on line dal 13 ottobre 2016 su   eliovarutti.blogspot.com

- Elio Varutti, Tenente Raffaele Covatta nel gulag titino di Vršac, in Vojvodina, 1945-'47. La lista dei reclusi, on line dal 12 aprile 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Note – Interviste a cura di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Vittorio Covella, Daniela Bradaschia e professor Enrico Modotti. Grazie all’artista Silva Vellenich, di Pola, esule in Friuli. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private delle famiglie Covella e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/