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venerdì 2 giugno 2023

25 aprile 2023: Patrioti o Partigiani. Igino Bertoldi denuncia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di Igino Bertoldi, nato a Tavagnacco (UD) nel 1926. È stato partigiano, o meglio come scrive lui: patriota. Nomi di battaglia:  Ercole, Bogomiro, o Ragamir. Già Volontario della libertà, verso il 1948 è stato uno dei Volontari Difesa Confini Italiani VIII (VDCI-VIII). Al Bosco Romagno, in Comune di Cividale del Friuli (UD), il 21 giugno 2015, ha ricevuto, assieme ad altri partigiani osovani superstiti, la medaglia appositamente coniata dal Governo a ricordo del settantesimo anniversario della Liberazione. Si ricorda che le Brigate Osoppo-Friuli furono formazioni partigiane autonome fondate presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, il 24 dicembre 1943, su iniziativa di volontari di ispirazione laica, socialista e cattolica. I partigiani osovani furono spesso contrastati dai partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi. Il culmine delle ostilità fu l’ecidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945, quando un centinaio di gappisti comunisti filo-titini fucilò, o uccise barbaramente, diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) delle Brigate Osoppo. La redazione del blog riproduce l’intervento scritto di Igino Bertoldi, senza apportare alcuna modifica. In parentesi riquadrate ci sono delle brevi spiegazioni. L’autore polemizza con certi “professori” che scrivono dei fatti di Porzûs a sfondo ideologico, persino in forma romanzata, senza aver vissuto quei tragici momenti ma, soprattutto, tirando l’acqua al proprio mulino. (a cura di Elio Varutti).
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Igino Bertoldi
Sono andato a sfogliare il vocabolario Zingarelli per verificare l’esatto significato dei due termini. Patriota: chi ama la patria e lo dimostra lottando e sacrificandosi per essa. Partigiano: fautore, seguace o difensore di una parte o di un partito.

Nella grande confusione di stampa e manifestazioni, grandi interventi, grandi discorsi per dimenticare la verità dei fatti che noi combattenti osovani abbiamo dovuto sostenere. Non mi rincresce rivangare la storia che ci ha coinvolti.

Bandiere rosse, berretti con la stella rossa (di Tito), camice rosse… viste a Udine! questa la piazza del 25 aprile! Non si parla di foibe, semmai si negano, non si parla di Porzûs, semmai lo si riduce a uno scontro fra fazioni avversarie!

Ma poi quelli “nati dopo” gli eventi e che la storia l’hanno vista sui giornali o sui libri di parte dicono: “Dobbiamo parlare di più con i giovani e raccontare loro i valori della storia”.

Ma di che storia, questi “nati dopo”, possono parlare ai giovani? Possono parlare per sentito dire o per aver letto notizie di una parte, o di partiti sulla carta stampata. Partigiani, secondo il vocabolario Zingarelli!

Noi, invece, testimoni dei fatti, fortunatamente ancora viventi, patrioti, siamo qui a testimoniare ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle e ci sentiamo preoccupati del fatto che questi “nati dopo” vogliano raccontare ai giovani una storia che noi abbiamo fatto e che loro, senza alcun merito e soprattutto senza alcuna cognizione di causa vogliono tramandare come verità.

Noi non possiamo dimenticare le grida di dolore degli abitanti di Nimis, Faedis, Attimis e Barcis, paesi bruciati per rappresaglia agli atti di qualcuno che aveva gli obiettivi da raggiungere, incurante delle sofferenze della povera gente!

Non possiamo e non vogliamo dimenticare il terrore di quelle persone che si sono trovare nella lista che i “Compagni” dovevano eliminare perché non la pensavano come loro! Il mio nome e quello di mio padre era su quella lista!

Erano tre le dittature nel conflitto: due vennero sconfitte, la terza risultò vincitrice e, in seguito, si persero i territori della Dalmazia e dell’Istria. i comunisti locali si fecero forti della vittoria. A noi non rimanevano che due scelte: o lasciarsi sottomettere o reagire. Con l’aiuto degli alleati abbiamo reagito non accettando la nuova dittatura, mettendo a repentaglio la nostra vita.

Diversi gruppi minacciavano i nostri territori e noi osovani: i fascisti, i “Diavoli Rossi”, il IX Corpus di Tito e i GAP, la Garibaldi e il Partito Comunista: dico a voi che andate sulle piazze alzando la voce come nuovi profeti depositari della verità, ma la realtà era quella.

Chi furono i veri resistenti? Noi Volontari della Libertà che abbiamo penato fino al ’48 quando con elezioni libere vinse la democrazia. Però restava ancora un problema: non c’era esercito italiano in Friuli e noi ragazzi ci siamo offerti come volontari per la difesa dei confini orientali d’Italia. Il comunismo forte si era già impadronito della Slovenia, Dalmazia, Istria e il Friuli era molto appetibile.

Il sangue dei nostri martiri ci spronò e con grande forza abbiamo resistito. Fermi sulla linea del fuoco. Con noi anche ufficiali e alpini della Divisione Julia. Una verità storica che però i “Compagni” hanno cercato di nascondere con ogni mezzo.

Nel ’54 l’esercito italiano era pronto ad entrare a Trieste e gli alleati ci aiutarono a costituire la “Gladio”, sentinella fra i due blocchi. Vorrei rammentare al professore l’incontro di Campoformido: dopo due ore di lezione, per dimostrare le falsità su Porzûs con pochissime parole del mio intervento è fuggito andando a nascondersi in mezzo ai suoi compagni del pubblico.

Porzûs era un avamposto di confine tenuto da patrioti osovani, comandato da un ex ufficiale degli alpini del Battaglione Tirano, Francesco De Gregori, con lo scopo di impedire a Tito di impadronirsi del nostro Friuli. Ora ho visto di nuovo il professore, non più con filmati ma con libri romanzati e trattati filosofici per coprire la verità: il sangue e il valore dei nostri martiri non si tocca. A proposito della Turchetti [Elda], splendida ragazza uccisa nell’eccidio di Porzûs, a Povoletto l’hai decantata, professore. In realtà fu usata come una doppia esca. La prima: ai gappisti risultava essere una spia tedesca, “ve la portiamo a giudicare”, così salirono e controllarono il posto. Pochi giorni dopo fecero il colpo. La seconda: “siamo saliti a fare giustizia perché avevate una spia tedesca”. Esecuzione a sangue freddo. 120 gappisti contro 20 osovani. Ecco caro professore come si sono svolti i fatti!

Pasolini [Guido], uno dei martiri di Porzûs, al Bosco Romagno: due giorni sotto i cadaveri dei compagni denudati e uccisi a randellate perché non si dovevano riconoscere i corpi, né sentire i colpi delle armi da fuoco nel vicino abitato. Pensavano di averlo colpito a morte, ma rinvenne e fuggì. Venne ritrovato ai Quattroventi [frazione di Corno di Rosazzo, UD]. In questo luogo una signora lo accompagnò, credendo di fare del bene, proprio in mano ai “Compagni” gappisti che lo uccisero con un colpo di piccone, dopo avergli fatto scavare la fossa!

Ecco professore, la storia che lei vuole romanzare è un racconto non di uomini, ma di belve feroci. Ecco perché non possiamo parlare né di perdono, né di riconciliazione. Se lei avesse letto di Tarcisio Petracco, edito da Ribis e anche “Il ribelle” del professor Nilo D’Osualdo edito da Gaspari, forse non sarebbe ricaduto in simili leggerezze. Tarcisio Petracco e Nilo D’Osualdo erano mei compagni d’arme: la nostra divisa era il cappello alpino e il fazzoletto verde, in battaglia non portavamo bandiere rosse o bandiere con la stella rossa, ma portavamo il tricolore italiano: eravamo patrioti osovani!.

Cavaliere Igino Bertoldi. Nome di battaglia “Ercole”

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Progetto e ricerca di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età (UTE), Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Marco Birin. Copertina: Igino Bertoldi, 2023. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo.

La foiba di Norma Cossetto 1943, collage su cartone, cm 23 x 31, 2015. Gruppo di studio sull'Ultimo Risorgimento, Gruppo creativo interclasse per l’inclusione dei soggetti diversamente abili e classe 4^ C  Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015: allievi Gianfranco D.A. ed altri cinque. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva).  Dirigente scolastico:  Anna Maria Zilli. Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher" Udine.



sabato 23 aprile 2022

Preso dai titini, papà si toglie la vera e la dà alla mamma. La fine del finanziere Giuseppe Covella

Mi racconta Vittorio Covella, che suo papà Giuseppe Covella, detto Pino, classe 1905 finanziere, è stato catturato dai titini e portato in un campo di concentramento jugoslavo in Croazia, nella zona tra Ogulin e Karlovac, nel 1945. “Sono entrati in casa armati, avevano la stella rossa sul berretto – ha detto Vittorio Covella – e hanno preso mio padre per portarlo via, allora lui si è tolto la vera dal dito e l’ha consegnata a mia madre, neanche sapesse la fine tragica che poteva fare”.

Giuseppe Covella, 1905-1947. Collez. fam. Covella

Poi cosa accade? “Mia mamma, con l’aiuto di una conoscente
drugariza (partigiana slava) – ha aggiunto Vittorio Covella, Zebi per gli amici – è riuscita a vederlo nel campo di concentramento titino, ma, uscito dal gulag slavo, è morto di stenti nel 1947 e ora i suoi resti riposano a Sissano, comune di Lisignano, in Istria”.

La signora che riceve l’anello nunziale è Maria Garboni (1918-2007), mamma di Vittorio e Federico. Loro, nel 1945, lasciano Fiume per rientrare a Sissano e a Pola. Il loro esodo dall’Istria risale al mese di agosto del 1946. Fanno tappa a Trieste, passando per il Centro raccolta profughi del Silos. Altri loro parenti vanno al Crp di Padriciano. Poi dal Territorio Libero di Trieste giungono a Cervignano del Friuli, in provincia di Udine, accolti nella caserma della Guardia di Finanza. Uno zio del signor Vittorio, Bruno Garboni parte per Melbourne, in Australia. Resta a Sissano, in Istria,  il nonno di Vittorio, di nome Michele Gabrović, detto Miho. Le famiglie si rifrequentano e si scrivono sin dagli anni 1949-1950, ma sulla corrispondenza che giungeva dalla Jugoslavia a Cervignano c’era la gara a “sbregar el bolo col muso de Tito”. Il signor Vittorio studia e si diploma all’Istituto Tecnico Industriale “A. Malignani” di Udine. Poi inizia a lavorare con successo in Estremo Oriente. “Sono rientrato da poco dal Congo – ha spiegato Covella – ma ho lavorato in tante parti del mondo, anche con la Danieli di Buttrio, nel settore del metalmeccanico, come in Arabia Saudita, Siria, USA, Canada, Argentina e Gibilterra. Pensi che il mio primogenito Luca è nato in Svezia e lavora in Giappone, mentre mia figlia Francesca è nata in Alabama, negli Stati Uniti”.

Siete mai ritornati in Istria? “Sì, dai parenti sin dagli anni 1949-1950, assieme a mio fratello Federico e, dagli anni 1980-1985, mia moglie Daniela Bradaschia, una furlanuta dell’ex Friuli austriaco – ha spiegato Vittorio Covella – tornava coi bambini nella casa avita a Sissano, io li raggiungevo quando ero libero dal lavoro, così lei si è appassionata all’Istria e a Fiume più di me che ci sono nato e ho vissuto là, come il mio padre, contadino di mestiere, che da ragazzo, nel 1922, si trasferì da Bari, fino quassù al Confine orientale, volendo entrare nella Guardia di Finanza a Pola, ma lo respinsero poiché ancora diciassettenne, così si mise ad aiutare nel lavoro dei campi la gente di Sissano e si innamorò di mia mamma, Maria, poi divenne finanziere con compiti di servizio da Pola a Fiume. Negli anni 1980-1990, siamo andati regolarmente a Sissano, con i miei figli. Pure loro sin da bambini piccoli, quindi, senza interruzione”.

Sissano 1939 - sposi Giuseppe Covella e Maria Garboni nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Collez. fam. Covella

Signor Vittorio, posso chiederle come ha affrontato la morte prematura di suo padre, ufficialmente deceduto nel 1947, a causa della prigionia nel lager titino? “È evidente. Sono rimasto scioccato – ha riposto il testimone – mio padre, fortunatamente, uscì vivo dal lager titino, ma profondamente segnato nel fisico. Sarà per quel fatto che, come dice mia moglie, non riesco a star fermo in un posto, come nel lavoro che ho fatto sempre in giro per il mondo”.

Storia di una famiglia dalmato-pugliese, i Covella - Erano della Terra di Bari i Covella, secondo le ricerche di famiglia – come ha detto Vittorio, assieme alla moglie Daniela Bradaschia – ma una parte della famiglia nell’Ottocento e nei primi del Novecento viveva in Dalmazia, tra Spalato e Ragusa, avendo intrecciato diverse relazioni nella regione absburgica.

Intorno al 1920, almeno una parte del ramo dalmata si trasferisce in Puglia. Ciò accade nel contesto di quello che viene definito come primo esodo dalmata. Le condizioni socio-economiche nel periodo 1918-1921 sono molto difficili per l’intera famiglia. Pino è un adolescente, non ha buoni rapporti in famiglia. Conclude con successo le prime 4 o 5 classi elementari e si forma come tappezziere, ossia lo stramazer in Istria, Fiume e Trieste. Lavora per qualche tempo nei dintorni in questo settore, andando a bottega, oltre a continuare pure il lavoro agricolo, senza grandi successi e stabilità. All’età di 16 anni, ancora minorenne, lascia definitivamente la famiglia. Pima di compiere 17 anni, nel 1922, giunge da solo a Pola, utilizzando tutti i miseri risparmi racimolati, dove trova una nuova dimora.

Tenta ancora il mestiere di stramazer – hanno spiegato i testimoni – e ottiene qualche occasionale impiego e lavoretto, ma di lì a breve, evidentemente spinto dalla necessità, entra nella scuola della Guardia di Finanza di Pola, arruolandosi giovanissimo tra le Fiamme Gialle. Una volta entrato in servizio effettivo, resta per qualche tempo a Pola (città amata da tutta la famiglia), per poi essere trasferito al distaccamento di Medolino, poco distante da Pola, sulla punta meridionale estrema dell’Istria.

Lì svolge servizio di finanza marittima. La caserma è sul mare, con un proprio molo. Il vecchio edificio ed il pontile esistono ancora, sono tutt’oggi chiamati dai locali, pure i croati: [La] Finanza. La struttura è all’interno di un campeggio turistico. La casa ospita da molti anni un noto bar-ristorante sul mare dal nome Financa (traslitterazione croata / ciacava istriana di “Finanza”).

Maria Garboni con i figli Federico (1940) e Vittorio (1942) verso la fine degli anni ‘40. Collez. fam. Covella

Il servizio di finanziere del mio papà – ha aggiunto Covella – consiste nel pattugliare il tratto di fascia costiera tra la baia-porto di Medolino a sud e Porto Badò a nord, dove pure esiste tuttora sulla riva il vecchio edificio e molo già della Finanza italiana. È un tratto di costa affacciato al Basso Quarnero, per la maggior parte incontaminato e selvaggio. Il servizio giornaliero è svolto da una coppia di due militi, a volte tre. Il più delle volte percorrono l’intero tratto a piedi o in bicicletta, lungo i sentieri bianchi e polverosi della linea di costa, circondati da campi e dal fitto bosco del Prostimo. Una squadra parte da Badò, un’altra da Medolino, incrociandosi a metà percorso, presso Monte Madonna. A volte effettuano pure il servizio in mare, su una delle piccole imbarcazioni in dotazione dei due distaccamenti.

Durante questi anni di servizio – ha spiegato Covella – Pino conosce e apprezza la località di Sissano ed i suoi abitanti. È il paese di mia madre, posto all’interno della sua zona operativa. Mia madre Maria, classe 1918, aveva 12 anni e mezzo meno di lui ed era ancora giovane. È il parroco di Sissano a farli conoscere, tramite il padre di lei, Michele, detto Miho o Micel Strigo, qualche anno più tardi, quando mia madre ha 15 anni. Si fidanzano poco dopo. È una sorta d’unione combinata, voluta dal padre di lei e dal parroco del paese. La coppia si sposa alla fine del 1939, in occasione del trasferimento di Pino a Fiume. Nel 1940 nasce il loro primogenito Federico, per tutti semplicemente Rico, che oggi è pensionato, nonno e vive tra Miami (USA), l’Istria ed il Friuli. Nel 1942 nasco io, Vittorio, Zebi per gli amici.

Pino e Maria si sposano a Sissano nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Per qualche settimana vivono in una stanza nella casa familiare di lei, risalente al 1895, subito fuori paese, sulla strada verso il mare. Nel dicembre 1939, per motivi di servizio di lui, si trasferiscono  in pianta stabile a Fiume.

Nona Matia Zivolich, del 1887, co i so do pici sameri (asini), sun la cal de Monte Madona, devanti casa de famea Covella Garboni a Sisan.  Si chiamava proprio così: Mattia. Non "Mattea", come taluni la chiamavano e come si trovava scritto su alcuni documenti. Forse, al momento del battesimo, i genitori (e lo stesso prete) non si preoccuparono troppo che quel nome fosse solitamente maschile. (didascalia di famiglia). Primi decenni del ‘900. Collez. fam. Covella

Bombardamenti a Fiume, 1944 - Dopo la prima residenza a Fiume, a partire da dicembre 1939, al terzo piano di un palazzo in via E. De Amicis (oggi: Dolac), in coabitazione col professor Ugo Terzoli e suo figlio, la famiglia Covella si trasferisce in un alloggio più adatto e comodo per l’aumentato numero dei componenti, visto che in quegli anni nascono i figli Rico, nel 1940, e Vittorio nel 1942, entrambi battezzati nella Cattedrale di San Vito, come raccontano i Covella. Viene quindi assegnato loro un alloggio a Cosala/Borgomarina, adiacente alla caserma della Guardia di Finanza, dove Pino prestava servizio, proprio di fronte al mare.

Col 1944 iniziano i bombardamenti aerei alleati, che bersagliano particolarmente Fiume. In effetti si ritrova in letteratura la descrizione dei bombardamenti anglo-americani, come da molte fonti orali. Col 7 gennaio 1944 (Ballarini A, Sobolevski M 2002 : 61) iniziano i ventisette bombardamenti aerei alleati su Fiume, contro la ferrovia, il porto, il silurificio ed altro. Ciò provoca vittime e danni agli impianti portuali e industriali, nonché agli edifici civili (Decleva R 2017 : 59). Erano arrivati di sorpresa quei maledetti, con gli aeroplani, anche il giorno di Pasqua del 1945, anche se c’era ben poco d’importante da demolire nella nostra povera Fiume. La contraerea taceva, eravamo inermi, dovevamo subire e basta, non suonarono nemmeno l’allarme, tanto non ce n’era bisogno, ce lo avevano dato gl’inglesi (Tardivelli B 2015 : 1). Certi testimoni menzionano le “mastodontiche bombe che i bombardieri alleati rovesciavano sulla zona industriale” (Sabucco J 1953 : 7).

Fortunatamente i rifugi antiaerei del rione erano poco distanti dall’abitazione dei Covella: devono visitarli di frequente in quei mesi, con le sirene che suonano continuamente. In occasione di uno di questi allarmi, Maria coi due figli piccoli si ripara in rifugio assieme ad una moltitudine di altri residenti della zona, specie donne, bambini ed anziani. Poco dopo li raggiunge fortunatamente pure Pino, che era appena smontato dal servizio. Al termine dei bombardamenti durante quella tremenda notte, quando possono finalmente uscire dal rifugio, li coglie una triste sorpresa: la caserma della Guardia di Finanza (GdF) e la loro abitazione adiacente sono ridotte ad un ammasso fumante di macerie.

Tutto era distrutto, tutte le loro cose perdute, ma loro erano tutti vivi, sani e salvi. Un aneddoto di quei giorni di Rico è che in un precedente bombardamento che aveva colpito poco distante, lui e Vittorio si sono protetti sotto il materasso del letto, mentre attorno cadono calcinacci e s’alza la polvere. In quei giorni di scarsissime provviste alimentari, vista l'estrema difficoltà a procurarsele, quando pure tutte le verze e le patate sono state mangiate, il piccolo Rico in un paio d’occasioni si riduce per fame a mangiare addirittura le radici delle verze e le bucce delle patate! Dopo quel tragico bombardamento, la famiglia si trasferisce quindi in un’ulteriore abitazione in periferia.

Vittorio, detto Zebi, con zio Giovanin Recia. Sissano, primi anni ‘70 sul biroc col samer, sulla strada verso il mare (didascalia di famiglia). Collez. fam. Covella

L’arresto di Pino e le ruberie dei titini - Continua così il racconto dei Covella. Dopo il bombardamento della casa a Cosala, sfollano fuori città in un’abitazione a Laurana, dove rimangono per qualche tempo. Rientrano quindi a Fiume, dove trovano un alloggio in una casa in periferia. Era una bella villa signorile a due piani, d’epoca absburgica, con una gradinata all’ingresso, orto e giardino.

È davanti questa casa che Pino viene prelevato dai militi titini il 3 Maggio 1945, lo stesso giorno in cui gli jugoslavi occupano Fiume, debellando gli ultimi presidi tedeschi. Gli jugoslavi hanno preso controllo e possesso della città già dal mattino. Dopo mezzogiorno, forse l’una, Pino è fuori casa, dedicandosi a qualche lavoro nell’orto, Maria è in cucina coi bambini e sta mettendo assieme qualcosa per pranzo.

Un gruppetto (3 o 4) di militi jugoslavi che percorre la via, si ferma davanti l’abitazione, nota Pino e dopo un brevissimo scambio verbale, entrano di forza in casa, formalmente per una “normale perlustrazione”, ma di fatto non fanno altro che derubare la famiglia dei pochi soldi contanti trovati in casa. Gli unici miseri risparmi posseduti che permettono ai Covella di sopravvivere di giorno in giorno, nonché tutta una serie di effetti personali, alcuni molto cari a Pino e Maria, lasciando tutto a soqquadro. Decidono quindi di arrestare Pino e portarlo via con sé.

Il finanziere ha solo il tempo di levarsi la fede di matrimonio, affidandola di nascosto alla moglie. Poi bacia e rassicura un po’ i due bambini di 5 e 3 anni, prima di essere sequestrato.

Maria ha raccontato che Pino mentre lavorava nell’orto indossava una vecchia camicia della GdF. Tale indumento forse ha attirato l’attenzione dei miliziani titini in transito davanti casa. La verità è molto meno accidentale. Lo conferma la testimonianza rivelata, molti anni dopo, da zio Carlo di Sissano. Carlo Garboni, classe 1927, all’inizio del 1945, pochi mesi prima della fine del conflitto, appena diciottenne, si arruola nelle formazioni partigiane titoiste in Istria, più per necessità e pressione degli stessi partigiani che per convinzione o affinità ideologica, ma era certamente intimorito dai tedeschi e voleva combattere la loro occupazione militare.

Durante quei mesi tra i partigiani, Carlo può visionare delle liste di proscrizione compilate dai locali comandi partigiani e diffuse tra i miliziani con numerosissimi nominativi di abitanti della regione da ricercare, arrestare (sequestrare) e, se necessario, liquidare, poiché considerati fascisti, collaborazionisti, criminali, nemici del popolo ed altro. Tra i molti nomi, Carlo nota subito pure quello di Giuseppe Covella. Il fatto lo colpisce e preoccupa a tal punto, che appena ha l’occasione, si reca a Fiume per informare del grave pericolo i suoi parenti Pino e Maria.

Non si sa esattamente come andarono le cose: se Pino sottovaluta e vuole ridimensionare l’avvertimento del cugino, o se c’è poco che lui possa fare, se non sperare.

Si sa che in quell’occasione risponde di aver la coscienza pulita, di non aver mai commesso alcun  crimine o sopruso, di non aver mai causato la morte di nessuno, di non aver alcun ruolo e coinvolgimento politico, pur vestendo una divisa militare italiana. È solo un umile appuntato al tempo. Al momento della morte, nel 1947, è appuntato scelto. È un pesce piccolo ed anonimo insomma, non un comandante o una personalità in vista. Dice che non sussistono davvero ragioni da parte di alcuno per arrestarlo, processarlo e condannarlo.

Questo significativo precedente però potrebbe verosimilmente rivelarci che alcune settimane più tardi, in quel 3 maggio 1945, quei partigiani che si fermano davanti casa loro, non lo fanno per caso o solo perché attirati dalla camicia da finanziere, ma proprio perché sono venuti lì a prelevarlo di proposito, evidentemente dopo essere stati informati del suo indirizzo. Al di là della vicenda personale di Pino, la testimonianza di Carlo Garboni è tutt'oggi preziosissima anche nel contesto più ampio di quella guerra e del triste dopoguerra. Innanzitutto si tratta della testimonianza diretta, non solo di un testimone contemporaneo, ma esterno, civile ed estraneo ai fatti, ma proprio di un partigiano, quindi una fonte interna. È molto significativa pure nel dibattito storiografico odierno perché ci dà conferma delle liste di proscrizione redatte dal movimento titoista già durante la guerra. Esse includevano non solo criminali di guerra (reali o presunti), comandanti ed ufficiali, personalità politiche, cariche istituzionali, convinti ed impegnati fascisti e collaborazionisti dei tedeschi/nazisti, ma pure centinaia e centinaia di comuni ed anonimi cittadini della regione.

Secondo la famiglia Covella è un fatto non da poco, se è vero che ancor oggi esistono alcune voci giustificazioniste e riduzioniste, pure in Italia, che continuano a negare l’esistenza di tali liste nere, spacciandole per pura propaganda fascista e reazionaria.

Sin dal Novecento certi studiosi hanno dimostrato l’esistenza delle liste d’arresto dei titini per effettuare la pulizia etnica contro gli italiani a Fiume. È l’OZNA, la polizia segreta di Tito ad organizzarle con l’intervento dei Comitati Popolari di Liberazione (CPL), talvolta più incarogniti degli stessi duri agenti OZNA. Sono notori il furto e la rapina di soldi e preziosi, prima dell’arresto del malcapitato destinato ad un gulag di Ogulin, o di Karlovac, nonché la devastazione della casa italiana da parte slava (Molinari F 1996 : 47-51). Si è saputo, inoltre, del campo di concentramento titino di Vršac, in Vojvodina, dove sono reclusi un centinaio di ufficiali italiani dal 1945 al 1947. È un campo di rieducazione antifascista, ma la mortalità dei reclusi è del 14 per cento (Varutti E 2022 : 1).

Vittorio Covella, Zebi, nato a Fiume nel 1942, testimone della vicenda. Fotografia del 12 febbraio 2022 in occasione del Giorno del Ricordo a Cervignano. Foto E. Varutti

Il gulag titino tra Ogulin e Karlovac - In seguito all’arresto Pino è incarcerato a Fiume. Dopo, per qualche tempo, è a Sussak. È quindi destinato ad un campo di prigionia-concentramento in Croazia, nella regione tra Ogulin e Karlovac. Nelle memorie familiari si è perso il nome e la precisa localizzazione di tale campo. A questo punto si svolge un’altra vicenda alquanto sorprendente della storia familiare.

Maria non ottiene alcuna risposta dalle autorità jugoslave in città. Non rassegnandosi all’arresto-sequestro del marito e padre dei suoi piccoli figli, di cui non riusciva ad avere più alcuna notizia, decide di portare i bambini al sicuro in Istria a casa dei nonni e quindi di ripartire subito alla volta di Fiume alla ricerca del marito. In questa coraggiosa ricerca si unisce ad un piccolo gruppo di altre donne fiumane ed istriane, tutte alla disperata ricerca di mariti e figli. In particolare è con lei una sua amica pure in cerca del marito prelevato dagli jugoslavi.

Grazie alle informazioni passate loro da una conoscente drugarica (una partigiana), si avviano all’interno della Croazia, tra mille impedimenti, disagi, fatiche e pericoli, specie in quei giorni per un piccolo gruppo di donne sole, disarmate, e considerate straniere.

Di quei giorni Maria ricorda il lungo tragitto a piedi in un territorio sconosciuto, l’estrema difficoltà a reperire informazioni, indicazioni ed un po’ di cibo dai contadini del luogo. Ci sono i rischi, il timore, la diffidenza ed il sospetto che circola tra tutti, sia tra loro donne che tra i civili del luogo. Soprattutto c’è il problema di scansare coloro che vogliono approfittarsi di loro. Una donna del gruppo, in cerca di cibo e informazioni, viene minacciata, ricattata e stuprata. Pure Maria rischia da vicino una tragedia simile. La salva la prontezza. Un uomo cui lei aveva chiesto informazioni e del cibo le dice che può aiutarla, che conosce il luogo in cui si trova il marito e che le avrebbe fornito del cibo, incitandola a seguirlo verso dei casolari isolati poco più avanti. Maria si tiene a debita distanza dall’uomo, capisce subito che c’è qualcosa di sospetto e che in quei casolari non avrebbe trovato ciò che le era stato promesso e con una scusa si allontana nella direzione opposta.

Le aiuta invece il fatto che sia Maria, sia ancor più la sua amica, parlano discretamente pure il croato, o meglio: il ciacavo istriano. Ciò permette loro di comunicare sufficientemente con le autorità e gli abitanti croati, una volta uscite da Fiume. Questo coraggioso peregrinare dura alcune settimane, ma infine Maria è capace di trovare il campo in cui era detenuto Pino. Si separa quindi dalla sua amica, che prosegue in cerca del proprio marito.


Sissano, anni '40. Immagine Archivio Arena di Pola

Maria vede Pino nel gulag titino - Una larga parte dei prigionieri del campo sono o paiono italiani – ha continuato la famiglia Covella.  Quasi tutti sono ridotti in pessime condizioni, ombre degli uomini che erano stati fino ad alcune settimane o mesi prima. Per rancio mangiano una brodaglia e le condizioni igienico-sanitarie del campo sono miserevoli.

Il complesso è circondato da una recinzione che almeno da un lato è circondata da un fossato d’acqua torbida e maleodorante, dove venivano scaricati a cielo aperto le latrine e tutti i rifiuti e scarti del campo. Attraverso la rete di recinzione, diversi prigionieri supplicano Maria, chiedendo in italiano: “Prego, un poco di pane”. La testimonianza è analoga alla tragica prigionia del tenente Raffaele Covatta, scampato al gulag jugoslavo di Vršac (Varutti E 2022).

Giusto il giorno prima dell’arrivo di Maria, Pino, ormai esasperato e stremato, decide di lasciarsi morire, ponendo fine a tale pena. Ha quindi smesso di bere l’acqua e di mangiare. Maria lo avvista attraverso la rete, riconoscendolo appena. È riverso a terra e di aspetto scheletrico. La vista di Maria naturalmente lo rinfranca molto. Lei prova a rifocillarlo come può attraverso la rete, con quel poco che ha nel suo sacco.

Deve stare attenta a cosa dargli, i prigionieri in quelle condizioni sono infatti molto deboli e debilitati, con gli stomachi chiusi e non possono mangiare immediatamente cibi solidi e troppo sostanziosi. Alcuni infatti erano morti per essersi rifocillati senza fare attenzione, mossi dalla fame estrema. Quel giorno gli dà solo un uovo da bere. E in seguito un frutto tenero colto dagli alberi incontrati lungo il tragitto. Maria poi tenta d’intercedere con alcune guardie per far liberare il marito, ma senza successo.

Le informazioni che ha la famiglia di questi frangenti sono abbastanza approssimative, ma fortuna vuole che in quegli stessi giorni c’è un intervento della Croce Rossa, che evidentemente aveva individuato e monitorava pure questo campo. Un certo numero di prigionieri, tra cui Pino, vengono quindi liberati. È il principio di agosto del 1945. Non essendo in grado di camminare speditamente e per lunghi tratti, la coppia rientra lentamente a Fiume con mezzi di fortuna. Dal momento dell’arresto-sequestro a Fiume il 3 maggio, Pino trascorre in prigionia 3 mesi circa. Esce dal campo pesando solo 37-38 kg, col fisico e la salute estremamente provati.

Silva Vellenich, Canal di Leme, acrilico su carta, cm 56x76, 2022, courtesy dell’artista.

Il ritorno a Fiume, in Istria e il trasferimento in Friuli - A Fiume restano poco, giusto il tempo che Pino si rimetta in sesto. Rientrano quindi in Istria, ricongiungendosi con i due figli a casa dei nonni a Sissano. Qui Maria ed i suoi genitori si prendono cura di Pino come meglio possono: lui sembra molto malato. Per rimettersi gradualmente, mangia solo frutta tenera, in particolare fichi e susini maturi e beve latte e uova fresche crude, alimenti che non mancano nella fattoria della famiglia.

Dopo poco tempo, temendo di incorrere nuovamente nelle maglie dell’apparato politico-militare jugoslavo che ormai controlla il territorio, decide di trasferirsi nell’enclave di Pola, a pochi chilometri da Sissano. Pola è posta, allora, sotto occupazione inglese nella Zona A dell’amministrazione militare Alleata della Venezia Giulia: giugno 1945 - settembre 1947. Lì può stare più al sicuro da eventuali azioni dei titoisti.

Va a Pola da solo. Moglie e figli restano invece nella casa dei nonni a Sissano, andando ogni tanto a visitarlo in città, in particolare con la nonna, che quasi ogni mattina di buonora, trasporta e vende a Pola il latte fresco di mungitura e qualche altro prodotto, con un carretto a due ruote (biroc’, in sissanese) trainato da un asino (samero, in sissanese).

Da Pola Pino prende di nuovo contatto con le autorità italiane ed il comando regionale della GdF. Gli viene offerta la possibilità di essere reintegrato in servizio, esodando dall’Istria verso una nuova destinazione italiana. Dopo un primo tempo, raggiunge Trieste via traghetto e viene quindi assegnato al distaccamento della GdF di Cervignano del Friuli (UD).

I suoi superiori del Comando GdF gli avevano offerto la possibilità di scegliere tra più stazioni, tutte dislocate nel Nordest. È Pino a scegliere proprio Cervignano, poiché è il luogo più vicino all’Istria, posto lungo la ferrovia e la strada che conducono direttamente a Trieste e da lì a Pola. A quel tempo possiede ancora un piccolo porto fluviale con tradizionali collegamenti verso le località costiere giuliane. Evidentemente in quei giorni è ancora vivo il proposito o la speranza di rientrare presto in Istria in pianta stabile.

Tanto più che Pino aveva già molti anni prima confidato alla moglie che il suo desiderio era di congedarsi un giorno dalla GdF e dedicarsi completamente al suo mestiere di tappezziere (stramazer) a Pola o nella stessa Sissano, avvalendosi dell’aiuto di Maria come sarta. Contava di farlo già al termine della guerra, se non fossero intervenuti la prigionia, gli stravolgimenti politici e nazionali e l’esodo.

Ricevute notizie della sistemazione di Pino, nell’estate del 1946, verso tardo agosto, anche Maria, Rico e Vittorio prendono la strada dell’esodo. Lasciano Sissano con pochissime cose al seguito. S’incamminano a piedi e da soli verso Trieste. È un tragitto lungo e faticoso sia per i bambini piccoli che per la madre e certamente non privo di rischi e pericoli. Ma fortunatamente non s’imbattono in alcun particolare imprevisto o pericolo. Da Trieste raggiungono quindi Cervignano col treno. La parentesi friulana di Pino dura però solo poco più di un anno. L’uomo non si era mai completamente rimesso dopo la prigionia, ma si era ammalato. Maria in quei giorni lo ricorda sempre stanco e piuttosto debole. Torna a casa ogni giorno con le camicie madide di sudore, cosa che non gli capitava prima della prigionia.

Una mattina di novembre del 1947, mentre svolge il suo usuale servizio in bicicletta assieme ad un collega, è verosimilmente colto da un infarto mentre percorrono una strada di campagna subito fuori dal paese. Cade nel fosso di lato la strada, morendo sul colpo. Ha appena compiuto 42 anni. È allora sepolto nel cimitero di Cervignano. In seguito, negli anni ‘90, dopo la disgregazione della Jugoslavia, è stato traslato nella tomba di famiglia del cimitero di Sissano, dove riposa tutt’oggi a fianco della sua Maria, mancata alla fine del 2007.

A Cervignano, dal 1946 la famiglia ha trovato un primo alloggio presso una casa contadina ai margini sud del paese. Vi vive pure una famiglia contadina originaria del luogo di solida fede comunista, alcuni dei cui membri avevano partecipato alla guerra partigiana. Verso la fine della guerra c’è stato anche un caduto: un partigiano fucilato dai tedeschi in ritirata sulla strada, proprio davanti la loro abitazione. Sul luogo vi è oggi un cippo in memoria del fatto di sangue.

In quei primi anni dopo il loro arrivo come profughi e dopo la morte di Pino, uno di questi nuovi vicini di casa in più occasioni, forse scherzando con umore nero e forse in preda all’alcol, indicando un grosso albero del cortile, ripeteva a Vittorio e Rico, in friulano: “Lo vedete quell’albero? Lì ho trovato il ramo giusto dove impiccheremo vostra madre esule”.

La qual cosa fa scoppiare in lacrime il piccolo Vittorio, già traumatizzato dalla recente morte del padre e dallo stravolgimento della loro vita causato dall’esodo. A parte questo episodio e qualche altra battuta di natura politico-ideologica, Maria e i due bambini hanno sempre serbato belle memorie di quella famiglia contadina, che ricordano in fondo come generosi, accoglienti e ben disposti. C’era un aiuto reciproco, pur nella generale miseria del primo dopoguerra. Non hanno contrastato, ma anzi forse pure contributo a favorire il non semplice inserimento della famiglia esule nel nuovo ambiente sociale. Hanno così mantenuto sempre buoni rapporti con loro anche dopo essersi trasferiti da quell’abitazione, diversi anni più tardi.

La Cala vicino a casa dei Covella, a Sissano, in Istria. Foto del 2022. Collez. fam. Covella

L’eccidio di Sissano, 1945 - La famiglia Covella intende menzionare un episodio macabro dell’immediato dopoguerra accaduto presso Sissano, non distante dalla casa di famiglia, di cui poco o nulla di sa e che viene tutt'oggi citato da pochissime fonti.

Nel maggio del 1945 la guerra in Europa era appena finita. Proprio in quel periodo, fine maggio-giugno 1945, Maria affida i due figli ai genitori per tornare a Fiume e continuare la ricerca del marito. I partigiani titini, ovvero l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, ormai dilaga in tutta l’Istria e prende il controllo dell’intero territorio con poche eccezioni. Trieste, Muggia, Pola, sono occupate dagli Alleati a partire dalla metà di giugno 1945. In Istria si è nel pieno della caccia all’uomo, delle purghe, dei regolamenti dei conti.

Tra le altre azioni, le milizie titoiste operanti nell’Agro Polese, sezione più meridionale della penisola istriana, sono così riuscite a rastrellare e catturare in quelle settimane diverse decine di italiani e filo-italiani che pare avessero costituito l’ultima resistenza/opposizione armata alla conquista jugoslava, o avessero collaborato e sostenuto la stessa. Sono stati poi indicati generalmente come fascisti, o della Milizia di difesa territoriale (MDT o Landschutz-Miliz, come la definivano i tedeschi). Diversi di questi prigionieri tra giugno e luglio sono trasportati a Sissano e rinchiusi temporaneamente, sotto stretta sorveglianza, in un’abitazione del paese appartenente a collaboratori/simpatizzanti degli jugoslavi.

Un giorno, ben legati ed incolonnati, sotto scorta armata, sono condotti verso il mare, lungo la strada di campagna che passa proprio davanti alle case della famiglia Covella. Attraversando campi ed il bosco costiero, la strada conduce in Cala, una baietta della costa sissanese ed al resto della costa.

I prigionieri sono una ventina, o trentina di uomini, per lo più giovani, alcuni pare abbiano solo 17-18 anni, quindi minorenni. Giunti sul fondo della Cala – hanno aggiunto i Covella – in un luogo denominato dai sissanesi La Tesa (dove la stradina che costeggia la Cala, attraversa la vallicola che scende dal bosco con un’ampia curva e presenta quindi un rato, una salita di alcuni metri, per poi proseguire nel bosco), i prigionieri vengono legati in gruppi agli alberi circostanti. Viene posizionato tra loro dell’esplosivo: dinamite o simile. Dalla casa dei nonni, non più di 2 km a monte, si ode chiaramente il frastuono dell’esplosione, grossomodo un’ora dopo aver visto transitare la colonna di prigionieri davanti casa.

Stando alle poche testimonianze, nessuno del paese ha il coraggio e la voglia quel giorno di scendere in Cala a vedere cos’era successo. Uno dei primissimi a farlo, se non  proprio il primo, grazie pure alla maggiore vicinanza al luogo della sua abitazione, è nonno Miho (Micel), il mattino del giorno successivo. Non porta con sé naturalmente i due nipotini, Rico e Vittorio. Quanto vede presso la Tesa, in fondo alla Cala, è impressionante e perturbante. Quel tratto di boschetto mediterraneo è stato completamente sventrato dall’esplosione. C’è nell’aria un cattivo odore, misto a bruciato. Sopra la risacca delle onde, si sente solo il rumore, lo stridio, degli animali predatori. I gabbiani e altri uccelli, ratti ed altro si contendono i sanguinolenti brandelli umani sparsi tutto attorno: sul suolo, sui sassi, o penzolanti dai rami degli alberi. È tutto ciò che resta di quegli uomini. Nonno Miho per diverso tempo non vuole raccontare nulla a nessuno di quanto aveva visto.

Lo dice a suo figlio minore Bruno (allora diciottenne), un paio di settimane più tardi, quando questo rientrò a casa, dopo una permanenza forzata tra i partigiani. Bruno, molti anni dopo, ci ha raccontato questi dettagli, hanno concluso i Covella. Di questa vicenda la ricerca storiografica non se ne è ancora occupata dettagliatamente. Le uniche fonti sono le poche testimonianze del paese, dei pochi non riluttanti a parlarne e con qualche cognizione sull’accaduto. Tanti dettagli ancora non si conoscono, o sono vaghi e dubbi. Non si conoscono i nomi delle vittime. Né quelli esatti degli esecutori. Pare solo che tra quelle vittime non vi fossero sissanesi. Provenivano da altri paesi dell’Istria.

Cartolina di Fiume, primi del '900. Foto diffusa da Alessandro Filippo de Lisi in Facebook

Da un rapporto del 30 dicembre 1946 del Central Intelligence Group (CIG) degli USA, de-secretato nel 1999, inizia ad operare, con istruttori sovietici, la missione “Juris”, diretta emanazione dell’OZNA, il servizio segreto jugoslavo. “The aim of the ‘Juris’ Group is to terrorize the population in Zone ‘A’ with a view to organizing a future terrorist policy in areas which are predominantly Italian” (Lo scopo dei Gruppi Juris è di terrorizzare la popolazione nella Zona A [della Linea Morgan, compresa tra Plezzo, Comeno, Sesana, Trieste e l’exclave di Pola, NdR] al fine di organizzare una futura politica terroristica nelle aree a predominanza italiana).

Fonti orali e digitali – Per la sua intensa storia familiare Vittorio Covella, con la collaborazione del fratello Federico e della moglie Daniela Bradaschia, si è avvalso delle informazioni raccolte da sua madre Maria Garboni (1918-2007) e da altri membri della famiglia, come Bruno e Carlo, entrambi classe 1927. Poi c’erano lo zio Micel, Miho, del 1919, le zie Fume (1918), Maria (1921) e zia Lina (1928), prima che scomparissero tutti. Ecco le persone intervistate da Elio Varutti.

– Vittorio Covella, detto Zebi, Fiume 1942, int. a Cervignano del Friuli (UD) del 12 febbraio 2022. – Federico Covella, detto Rico, classe 1940 (figlio primogenito di Maria e Giuseppe, fratello maggiore di Vittorio), residente tra Sissano, Miami - Florida (USA) e Cervignano del Friuli, notizie raccolte dai familiari con email del 15-22 aprile 2022. – Daniela Bradaschia, Cervignano del Friuli 1954, int. a Cervignano del 12 febbraio 2022 e email del 18 febbraio 2022 con altri familiari.

Cenni bibliografici e del web

- Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Zrtve talijanske nacionalnosti u rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, 2002.

Central Intelligence Group  (CIG) degli USA, Intelligence report, 30 dicembre 1946, dda reg. 77/1763, dal web.

- Rodolfo Decleva, Piccola storia di Fiume 1847 – 1947, II edizione, Sussisa di Sori (GE), impaginato da ilpigiamadelgatto, 2017.

- Fulvio Molinari, Istria contesa. La guerra, le foibe, l’esodo, Milano, Mursia, 1996.

- Janni Sabucco, …si chiamava Fiume, Perugia, «Quaderni di Centro Italia», s.d. [1953].

- Bruno Tardivelli, La Pasqua di 70 anni fa, testo in Word, 2015, pp. 2. Collez. privata.

- Elio Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on line dal 13 ottobre 2016 su   eliovarutti.blogspot.com

- Elio Varutti, Tenente Raffaele Covatta nel gulag titino di Vršac, in Vojvodina, 1945-'47. La lista dei reclusi, on line dal 12 aprile 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Note – Interviste a cura di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Vittorio Covella, Daniela Bradaschia e professor Enrico Modotti. Grazie all’artista Silva Vellenich, di Pola, esule in Friuli. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private delle famiglie Covella e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


domenica 13 marzo 2022

Ecco Mario Candotto, da Ronchi, sopravvissuto al Campo di concentramento di Dachau

È riuscito a sopravvivere al lager perché lavorava in modo coatto per la BMW, vicino a Monaco di Baviera. Ci sapeva fare col tornio, nonostante le sue conoscenze di meccanica fossero dovute solo alla scuola, come ha raccontato. Solo così è riuscito a portare a casa la ghirba. Si sa che a Flossenbürg i tedeschi realizzano uno stabilimento sotterraneo BMW per la produzione di motori per mezzi corazzati, come ha scritto Maria Chiara Laurenti, nel 2007.

Lo scampato al lager è Mario Candotto, da Ronchi dei Legionari (GO) - foto sopra -, che ha detto di aver lavorato per la BMW a Trostberg, un sotto-campo di Dachau e, per tre mesi, dal 20 luglio 1944 in poi, anche a Markisch, in Bassa Lorena, annessa al Terzo Reich, in francese è: Sainte-Marie-aux-Mine. Ovvero: Santa Maria delle Miniere. La fabbrica là era in un tunnel ferroviario, per sfuggire ai bombardamenti angloamericani. Io dipendevo da un ‘meister’ in fabbrica, che non mi maltrattava, come invece facevano le guardie nel lager con baracche di 500 detenuti, anzi lui mi faceva trovare qualche pezzo di pane. L’ho rivisto nel dopoguerra e faceva finta di niente, ero assieme ad un altro sopravvissuto di Pola, che gli ha gridato: Ehi meister, così ci siamo messi a scambiare qualche parola. Il turno di lavoro in fabbrica era di 12 ore e quello che subentrava al mio posto era un croato del lavoro volontario, un ustascia, guai se avesse saputo che ero stato catturato come sospetto partigiano, perché me gaveria copà”.

Mi vuol parare di Dachau? “Sì, i nazisti in Campo di concentramento volevano cancellare l’essere umano – ha risposto – eravamo più di 32.000 prigionieri, ma per loro eravamo solo dei numeri. Negli appelli estenuanti al freddo io dovevo dire, in tedesco, il n. 69.610. Era tutto un gridare. Nessuna guardia parlava in modo normale. Il problema più grave era la fame. Poi le botte, il terrore, le urla e la divisa a righe, che oggi… digo el pigiama. Nel dopoguerra no te podevi parlar del Campo de concentramento neanche in famiglia. Iera robe che pochi i credeva, sembrava esagerazioni. Me diseva: Basta parlar de guera ”. Foto sotto: cartolina di Ronchi dei Legionari, viaggiata nel 1935 foto G. Peluchetti, Monfalcone.

Quando è stato arrestato a Ronchi dei Legionari e da chi? “Era il 24 maggio del 1944 – ha detto Candotto – all’alba arrivano i camion di tedeschi con i repubblichini per un rastrellamento. Hanno catturato una settantina persone, compresa la mia famiglia. Dopo si sa che 32 ronchesi sono morti nei lager. A casa mia sono entrati i repubblichini e sono andati a cercare in vari posti, compresa la vaschetta del water, dove avevo nascosto una bustina partigiana con la stella rossa [il copricapo è detto: la titovka, NdR]. Ci hanno portati via tutti. Con me c’erano mia mamma Maria Turolo, mie sorelle Ida e Fede, oltre a mio papà Domenico Candotto, detto Muini [in friulano], o Monego [in bisiaco, idioma di Ronchi e Monfalcone, NdR], perché era sagrestano a Porpetto (UD). Ci hanno trasferito al carcere del Coroneo di Trieste. Dopo un po’ di giorni ci hanno caricato sui carri ferroviari, non sapevamo perché, poi abbiamo visto il campo di concentramento. I carri con i prigionieri erano aperti, ma nessuno, per paura, tentava di scappare. Il grande rastrellamento nazista a Ronchi è stato possibile perché due partigiani avevano fatto la spia: erano un certo Florean, detto ‘Cicogna’ e il tale Soranzio, detto ‘Crock’, oppure: ‘Cubo”.

Sono diversi i partigiani doppiogiochisti, anzi troppi. Gli esperti ne parlano poco, forse perché la polvere del salotto è meglio lasciarla sotto il tappeto. È stato Mario Tardivo, presidente dell’ANED di Ronchi a fare i nomi di quelle due spie sulla Cronaca di Gorizia de «Il Piccolo» del 5 maggio 1999; si tratterebbe di Ferruccio Soranzio, nome di battaglia ‘Crock’ ed Umberto Florean ‘Cicogna’. Le cifre degli arresti di Ronchi sono state pubblicate su «Il Piccolo» del 26 maggio 2016. Gli arrestati sono imprigionati dalla “SIPO Triest” (Archivi di Arolsen). La Scherheitspolizei (SIPO) è la polizia di sicurezza tedesca di stanza a Trieste. Per i ronchesi ed altri detenuti il 31 maggio 1944 è il giorno di partenza per i lager nazisti.

Lager di Dachau - Scheda di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Com’è stata la liberazione a Dachau? “Ci sono arrivato il 2 giugno 1944 e alla fine pesavo circa 40 chili – ha replicato Mario Candotto – un prigioniero russo spilungone pesava solo 28 chili, la mattina del 29 aprile 1945 molte guardie SS erano scappate con i kapò resisi colpevoli di violenze e assassini di detenuti. Prima di quella giornata hanno preso 1.500 prigionieri dal nostro sotto-campo per ammassarli a Dachau, volevano far sparire tutte le tracce della prigionia. Non ci danno la sveglia alle 4,30 come al solito e c’era trambusto da qualche giorno, poco dopo abbiamo visto una jeep coi soldati americani vicino al Campo, era una grande gioia, ci hanno detto di stare calmi, per evitare spargimento di sangue e vendette varie sulle ultime guardie arresesi agli alleati, così abbiamo fatto, poi con i documenti in una decina di italiani ci siamo diretti verso Salisburgo e lì abbiamo trovato un Campo per reduci, dove ci hanno rifocillato e poi via verso Tarvisio e l’Italia. È a Salisburgo che una mia sorella sopravvissuta pure lei ad Auschwitz, ha visto il mio nome scritto sul registro del Campo di reduci, scoprendo che ero ancora vivo”.

Con quale mezzo viaggiavate? “Son tornà a casa a pie in più di dieci giorni! – ha detto Candotto – ma mio papà e mia mamma non sono più tornati, mia mamma Maria Turolo (1890-1945) ha finito di vivere in una Marcia della morte, così mi ha raccontato una certa Brumat, detta Slavica, mio papà Domenico Candotto (1886-1944) stava nella baracca dei preti per almeno due mesi, lavorava in fabbrica ed è morto in una succursale del lager. L’ha sotterrato un altro detenuto di Monfalcone nel piccolo cimitero del paese, mi disse che aveva un anello di ferro al dito, prodotto da un chiodo”.

In effetti negli Archivi di Arolsen (Germania), consultabili in Internet, si è trovato il certificato di morte del padre di Mario Candotto. Il suo babbo Domenico Candotto, di Porpetto (UD), risulta deceduto il: “23 novembre 1944 a Dachau II”.

Lager di Dachau - Documento di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Come mai da Porpetto la sua famiglia è giunta a Ronchi dei Legionari? “Mio papà era caligher – ha aggiunto Mario Candotto – pensi che nel 1911 aveva fabbricato un paio di scarpine per la principessa Iolanda di Savoia, ma non le sono state recapitate, perché qualcuno aveva introdotto un biglietto contro i regnanti, così sono ritornate indietro con i carabinieri in casa. Eravamo sette fratelli e il primogenito Massimo era un seminarista, ma poi ha cambiato idea, così è stato uno scandalo per tutta la famiglia. Venivamo segnati a dito per il paese; è per tale motivo che mio padre ha cercato lavoro nei cantieri, ci siamo stabiliti a Ronchi e ha dovuto iscriversi al fascio per lavorare. Due mie sorelle si sono sposate. Poi arriva la seconda guerra mondiale, un mio fratello è militare in Jugoslavia e ci raccontava le ingiustizie contro la popolazione che vedeva là.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 cosa succede? “In tre fratelli, Lorenzo, Massimo ed io volevamo andare coi partigiani garibaldini – ha spiegato il testimone – ma a Vermegliano, che fa parte del comune di Ronchi dei Legionari, i miei fratelli mi hanno detto: Tu vai a casa, qui siamo già in due. Allora io son tornato a casa, mentre loro sono andati a Doberdò del Lago (GO), dove era in corso l’ammassamento delle reclute partigiane. Loro hanno partecipato alla costituzione della Brigata proletaria. Dopo un comizio ai cantieri navali del 10 settembre, c’è stato l’invito agli operai ad unirsi ai partigiani titini. Oltre 1.000 volontari si incamminano verso il punto di raccolta alle Cave di Selz, frazione di Ronchi, per attaccare poi Gorizia, difesa dai nazifascisti. La battaglia del 28 novembre 1943 segna l’annientamento della Brigata proletaria, dove muore anche un mio fratello. Poi io ho fatto il portaordini dei partigiani”.

Lager di Dachau - Certificato di morte di Domenico Candotto, padre di Mario. Archivi di Arolsen (D)

Conteme la storia delle due monete in Campo di concentramento. “Quando ero prigioniero a Dachau – ha precisato Candotto – mentre si aspettava l’appello in cortile, spostavo la ghiaia con i piedi e ho visto due monete da cinque marchi l’una, allora le ho ricoperte e, dopo la guerra, quando sono tornato a Dachau in un viaggio della memoria con l’ANED, perché sa, io sono iscritto all’ANED di Udine, sono andato a cercare proprio quelle monete tra la meraviglia e la curiosità dei presenti, ma non le ho mica più trovate”.

Nella primavera del 1947, dopo la firma del trattato di pace (10 febbraio) e il ritorno della sovranità italiana nell’Isontino (Gorizia, Ronchi e Monfalcone), più di duemila operai dei Cantieri navali di Monfalcone, uno dei principali del Mediterraneo, lasciano il lavoro, le case e l’Italia per raggiungere i Cantieri di Fiume e Pola e altre località ormai annesse alla Jugoslavia, dove sperano di vivere in una società libera e più giusta. In seguito, la delusione per le condizioni di vita e la scelta di appoggiare Stalin contro Tito dopo la “scomunica” del partito comunista jugoslavo in seguito alla Risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, causarono una sconfitta bruciante che ebbe devastanti ripercussioni sulle vite personali e familiari: dal ritorno a casa alla detenzione nei gulag di Tito, tra i quali “l’inferno” di Goli Otok, l’Isola Calva. (vedi: Chiara Fragiacomo, 2017).

Ho saputo che è stato uno dei ‘cantierini’ andati a rinforzare il cosiddetto paradiso socialista di Tito. “Sì, sono partito anch’io come tanti qui di Ronchi e lavoravo in una autorimessa – ha concluso Mario Candotto – ma sono ritornato in Italia quattro mesi prima della Risoluzione del Cominform del 1948, così non mi hanno recluso nel campo di concentramento titino. Che delusione un guerrigliero come Tito, che poi pensa solo al potere, così ho gettato la tessera del partito comunista e mi sono avvicinato al movimento anarchico”.

Sul "Piccolo", del 30 luglio 2025, e sul sito web della RAI, TGR del Friuli Venezia Giulia, si legge che Mario Candotto è morto a Ronchi dei Legionari (GO).

Fonte orale – Mario Candotto - foto sopra -, Porpetto (UD), 2 giugno 1926, intervista di Elio Varutti del giorno 11 marzo 2022 a Ronchi dei Legionari (GO), in presenza di Paolo Boscarol, Franco Pischiutti e di Zorzin.

Cenni bibliografici e del web (consultazione del 12.3.2022)

- Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Candotto Mario, geburtsdatum 06.02.1926, prisoner 69.610.

Chiara Fragiacomo, Fuga dall’utopia. la tragedia dei“monfalconesi”. 1947-1949, Novecento.org, n. 8, agosto 2017.

- Maria Chiara Laurenti, L’economia tedesca e il lavoro dei deportati, Pinerolo (TO), aprile 2007.

Giovanni Melodia, La liberazione di Dachau nelle parole degli americani, Archivio storico dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED).

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Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Mario Candotto, Paolo Boscarol e il professor Stefano Meroi. Grazie all’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) per la collaborazione riservata alla ricerca. Copertina: Mario Candotto. Fotografie di Elio Varutti.

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/