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sabato 23 aprile 2022

Preso dai titini, papà si toglie la vera e la dà alla mamma. La fine del finanziere Giuseppe Covella

Mi racconta Vittorio Covella, che suo papà Giuseppe Covella, detto Pino, classe 1905 finanziere, è stato catturato dai titini e portato in un campo di concentramento jugoslavo in Croazia, nella zona tra Ogulin e Karlovac, nel 1945. “Sono entrati in casa armati, avevano la stella rossa sul berretto – ha detto Vittorio Covella – e hanno preso mio padre per portarlo via, allora lui si è tolto la vera dal dito e l’ha consegnata a mia madre, neanche sapesse la fine tragica che poteva fare”.

Giuseppe Covella, 1905-1947. Collez. fam. Covella

Poi cosa accade? “Mia mamma, con l’aiuto di una conoscente
drugariza (partigiana slava) – ha aggiunto Vittorio Covella, Zebi per gli amici – è riuscita a vederlo nel campo di concentramento titino, ma, uscito dal gulag slavo, è morto di stenti nel 1947 e ora i suoi resti riposano a Sissano, comune di Lisignano, in Istria”.

La signora che riceve l’anello nunziale è Maria Garboni (1918-2007), mamma di Vittorio e Federico. Loro, nel 1945, lasciano Fiume per rientrare a Sissano e a Pola. Il loro esodo dall’Istria risale al mese di agosto del 1946. Fanno tappa a Trieste, passando per il Centro raccolta profughi del Silos. Altri loro parenti vanno al Crp di Padriciano. Poi dal Territorio Libero di Trieste giungono a Cervignano del Friuli, in provincia di Udine, accolti nella caserma della Guardia di Finanza. Uno zio del signor Vittorio, Bruno Garboni parte per Melbourne, in Australia. Resta a Sissano, in Istria,  il nonno di Vittorio, di nome Michele Gabrović, detto Miho. Le famiglie si rifrequentano e si scrivono sin dagli anni 1949-1950, ma sulla corrispondenza che giungeva dalla Jugoslavia a Cervignano c’era la gara a “sbregar el bolo col muso de Tito”. Il signor Vittorio studia e si diploma all’Istituto Tecnico Industriale “A. Malignani” di Udine. Poi inizia a lavorare con successo in Estremo Oriente. “Sono rientrato da poco dal Congo – ha spiegato Covella – ma ho lavorato in tante parti del mondo, anche con la Danieli di Buttrio, nel settore del metalmeccanico, come in Arabia Saudita, Siria, USA, Canada, Argentina e Gibilterra. Pensi che il mio primogenito Luca è nato in Svezia e lavora in Giappone, mentre mia figlia Francesca è nata in Alabama, negli Stati Uniti”.

Siete mai ritornati in Istria? “Sì, dai parenti sin dagli anni 1949-1950, assieme a mio fratello Federico e, dagli anni 1980-1985, mia moglie Daniela Bradaschia, una furlanuta dell’ex Friuli austriaco – ha spiegato Vittorio Covella – tornava coi bambini nella casa avita a Sissano, io li raggiungevo quando ero libero dal lavoro, così lei si è appassionata all’Istria e a Fiume più di me che ci sono nato e ho vissuto là, come il mio padre, contadino di mestiere, che da ragazzo, nel 1922, si trasferì da Bari, fino quassù al Confine orientale, volendo entrare nella Guardia di Finanza a Pola, ma lo respinsero poiché ancora diciassettenne, così si mise ad aiutare nel lavoro dei campi la gente di Sissano e si innamorò di mia mamma, Maria, poi divenne finanziere con compiti di servizio da Pola a Fiume. Negli anni 1980-1990, siamo andati regolarmente a Sissano, con i miei figli. Pure loro sin da bambini piccoli, quindi, senza interruzione”.

Sissano 1939 - sposi Giuseppe Covella e Maria Garboni nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Collez. fam. Covella

Signor Vittorio, posso chiederle come ha affrontato la morte prematura di suo padre, ufficialmente deceduto nel 1947, a causa della prigionia nel lager titino? “È evidente. Sono rimasto scioccato – ha riposto il testimone – mio padre, fortunatamente, uscì vivo dal lager titino, ma profondamente segnato nel fisico. Sarà per quel fatto che, come dice mia moglie, non riesco a star fermo in un posto, come nel lavoro che ho fatto sempre in giro per il mondo”.

Storia di una famiglia dalmato-pugliese, i Covella - Erano della Terra di Bari i Covella, secondo le ricerche di famiglia – come ha detto Vittorio, assieme alla moglie Daniela Bradaschia – ma una parte della famiglia nell’Ottocento e nei primi del Novecento viveva in Dalmazia, tra Spalato e Ragusa, avendo intrecciato diverse relazioni nella regione absburgica.

Intorno al 1920, almeno una parte del ramo dalmata si trasferisce in Puglia. Ciò accade nel contesto di quello che viene definito come primo esodo dalmata. Le condizioni socio-economiche nel periodo 1918-1921 sono molto difficili per l’intera famiglia. Pino è un adolescente, non ha buoni rapporti in famiglia. Conclude con successo le prime 4 o 5 classi elementari e si forma come tappezziere, ossia lo stramazer in Istria, Fiume e Trieste. Lavora per qualche tempo nei dintorni in questo settore, andando a bottega, oltre a continuare pure il lavoro agricolo, senza grandi successi e stabilità. All’età di 16 anni, ancora minorenne, lascia definitivamente la famiglia. Pima di compiere 17 anni, nel 1922, giunge da solo a Pola, utilizzando tutti i miseri risparmi racimolati, dove trova una nuova dimora.

Tenta ancora il mestiere di stramazer – hanno spiegato i testimoni – e ottiene qualche occasionale impiego e lavoretto, ma di lì a breve, evidentemente spinto dalla necessità, entra nella scuola della Guardia di Finanza di Pola, arruolandosi giovanissimo tra le Fiamme Gialle. Una volta entrato in servizio effettivo, resta per qualche tempo a Pola (città amata da tutta la famiglia), per poi essere trasferito al distaccamento di Medolino, poco distante da Pola, sulla punta meridionale estrema dell’Istria.

Lì svolge servizio di finanza marittima. La caserma è sul mare, con un proprio molo. Il vecchio edificio ed il pontile esistono ancora, sono tutt’oggi chiamati dai locali, pure i croati: [La] Finanza. La struttura è all’interno di un campeggio turistico. La casa ospita da molti anni un noto bar-ristorante sul mare dal nome Financa (traslitterazione croata / ciacava istriana di “Finanza”).

Maria Garboni con i figli Federico (1940) e Vittorio (1942) verso la fine degli anni ‘40. Collez. fam. Covella

Il servizio di finanziere del mio papà – ha aggiunto Covella – consiste nel pattugliare il tratto di fascia costiera tra la baia-porto di Medolino a sud e Porto Badò a nord, dove pure esiste tuttora sulla riva il vecchio edificio e molo già della Finanza italiana. È un tratto di costa affacciato al Basso Quarnero, per la maggior parte incontaminato e selvaggio. Il servizio giornaliero è svolto da una coppia di due militi, a volte tre. Il più delle volte percorrono l’intero tratto a piedi o in bicicletta, lungo i sentieri bianchi e polverosi della linea di costa, circondati da campi e dal fitto bosco del Prostimo. Una squadra parte da Badò, un’altra da Medolino, incrociandosi a metà percorso, presso Monte Madonna. A volte effettuano pure il servizio in mare, su una delle piccole imbarcazioni in dotazione dei due distaccamenti.

Durante questi anni di servizio – ha spiegato Covella – Pino conosce e apprezza la località di Sissano ed i suoi abitanti. È il paese di mia madre, posto all’interno della sua zona operativa. Mia madre Maria, classe 1918, aveva 12 anni e mezzo meno di lui ed era ancora giovane. È il parroco di Sissano a farli conoscere, tramite il padre di lei, Michele, detto Miho o Micel Strigo, qualche anno più tardi, quando mia madre ha 15 anni. Si fidanzano poco dopo. È una sorta d’unione combinata, voluta dal padre di lei e dal parroco del paese. La coppia si sposa alla fine del 1939, in occasione del trasferimento di Pino a Fiume. Nel 1940 nasce il loro primogenito Federico, per tutti semplicemente Rico, che oggi è pensionato, nonno e vive tra Miami (USA), l’Istria ed il Friuli. Nel 1942 nasco io, Vittorio, Zebi per gli amici.

Pino e Maria si sposano a Sissano nella chiesa parrocchiale dei Santi Felice e Fortunato. Per qualche settimana vivono in una stanza nella casa familiare di lei, risalente al 1895, subito fuori paese, sulla strada verso il mare. Nel dicembre 1939, per motivi di servizio di lui, si trasferiscono  in pianta stabile a Fiume.

Nona Matia Zivolich, del 1887, co i so do pici sameri (asini), sun la cal de Monte Madona, devanti casa de famea Covella Garboni a Sisan.  Si chiamava proprio così: Mattia. Non "Mattea", come taluni la chiamavano e come si trovava scritto su alcuni documenti. Forse, al momento del battesimo, i genitori (e lo stesso prete) non si preoccuparono troppo che quel nome fosse solitamente maschile. (didascalia di famiglia). Primi decenni del ‘900. Collez. fam. Covella

Bombardamenti a Fiume, 1944 - Dopo la prima residenza a Fiume, a partire da dicembre 1939, al terzo piano di un palazzo in via E. De Amicis (oggi: Dolac), in coabitazione col professor Ugo Terzoli e suo figlio, la famiglia Covella si trasferisce in un alloggio più adatto e comodo per l’aumentato numero dei componenti, visto che in quegli anni nascono i figli Rico, nel 1940, e Vittorio nel 1942, entrambi battezzati nella Cattedrale di San Vito, come raccontano i Covella. Viene quindi assegnato loro un alloggio a Cosala/Borgomarina, adiacente alla caserma della Guardia di Finanza, dove Pino prestava servizio, proprio di fronte al mare.

Col 1944 iniziano i bombardamenti aerei alleati, che bersagliano particolarmente Fiume. In effetti si ritrova in letteratura la descrizione dei bombardamenti anglo-americani, come da molte fonti orali. Col 7 gennaio 1944 (Ballarini A, Sobolevski M 2002 : 61) iniziano i ventisette bombardamenti aerei alleati su Fiume, contro la ferrovia, il porto, il silurificio ed altro. Ciò provoca vittime e danni agli impianti portuali e industriali, nonché agli edifici civili (Decleva R 2017 : 59). Erano arrivati di sorpresa quei maledetti, con gli aeroplani, anche il giorno di Pasqua del 1945, anche se c’era ben poco d’importante da demolire nella nostra povera Fiume. La contraerea taceva, eravamo inermi, dovevamo subire e basta, non suonarono nemmeno l’allarme, tanto non ce n’era bisogno, ce lo avevano dato gl’inglesi (Tardivelli B 2015 : 1). Certi testimoni menzionano le “mastodontiche bombe che i bombardieri alleati rovesciavano sulla zona industriale” (Sabucco J 1953 : 7).

Fortunatamente i rifugi antiaerei del rione erano poco distanti dall’abitazione dei Covella: devono visitarli di frequente in quei mesi, con le sirene che suonano continuamente. In occasione di uno di questi allarmi, Maria coi due figli piccoli si ripara in rifugio assieme ad una moltitudine di altri residenti della zona, specie donne, bambini ed anziani. Poco dopo li raggiunge fortunatamente pure Pino, che era appena smontato dal servizio. Al termine dei bombardamenti durante quella tremenda notte, quando possono finalmente uscire dal rifugio, li coglie una triste sorpresa: la caserma della Guardia di Finanza (GdF) e la loro abitazione adiacente sono ridotte ad un ammasso fumante di macerie.

Tutto era distrutto, tutte le loro cose perdute, ma loro erano tutti vivi, sani e salvi. Un aneddoto di quei giorni di Rico è che in un precedente bombardamento che aveva colpito poco distante, lui e Vittorio si sono protetti sotto il materasso del letto, mentre attorno cadono calcinacci e s’alza la polvere. In quei giorni di scarsissime provviste alimentari, vista l'estrema difficoltà a procurarsele, quando pure tutte le verze e le patate sono state mangiate, il piccolo Rico in un paio d’occasioni si riduce per fame a mangiare addirittura le radici delle verze e le bucce delle patate! Dopo quel tragico bombardamento, la famiglia si trasferisce quindi in un’ulteriore abitazione in periferia.

Vittorio, detto Zebi, con zio Giovanin Recia. Sissano, primi anni ‘70 sul biroc col samer, sulla strada verso il mare (didascalia di famiglia). Collez. fam. Covella

L’arresto di Pino e le ruberie dei titini - Continua così il racconto dei Covella. Dopo il bombardamento della casa a Cosala, sfollano fuori città in un’abitazione a Laurana, dove rimangono per qualche tempo. Rientrano quindi a Fiume, dove trovano un alloggio in una casa in periferia. Era una bella villa signorile a due piani, d’epoca absburgica, con una gradinata all’ingresso, orto e giardino.

È davanti questa casa che Pino viene prelevato dai militi titini il 3 Maggio 1945, lo stesso giorno in cui gli jugoslavi occupano Fiume, debellando gli ultimi presidi tedeschi. Gli jugoslavi hanno preso controllo e possesso della città già dal mattino. Dopo mezzogiorno, forse l’una, Pino è fuori casa, dedicandosi a qualche lavoro nell’orto, Maria è in cucina coi bambini e sta mettendo assieme qualcosa per pranzo.

Un gruppetto (3 o 4) di militi jugoslavi che percorre la via, si ferma davanti l’abitazione, nota Pino e dopo un brevissimo scambio verbale, entrano di forza in casa, formalmente per una “normale perlustrazione”, ma di fatto non fanno altro che derubare la famiglia dei pochi soldi contanti trovati in casa. Gli unici miseri risparmi posseduti che permettono ai Covella di sopravvivere di giorno in giorno, nonché tutta una serie di effetti personali, alcuni molto cari a Pino e Maria, lasciando tutto a soqquadro. Decidono quindi di arrestare Pino e portarlo via con sé.

Il finanziere ha solo il tempo di levarsi la fede di matrimonio, affidandola di nascosto alla moglie. Poi bacia e rassicura un po’ i due bambini di 5 e 3 anni, prima di essere sequestrato.

Maria ha raccontato che Pino mentre lavorava nell’orto indossava una vecchia camicia della GdF. Tale indumento forse ha attirato l’attenzione dei miliziani titini in transito davanti casa. La verità è molto meno accidentale. Lo conferma la testimonianza rivelata, molti anni dopo, da zio Carlo di Sissano. Carlo Garboni, classe 1927, all’inizio del 1945, pochi mesi prima della fine del conflitto, appena diciottenne, si arruola nelle formazioni partigiane titoiste in Istria, più per necessità e pressione degli stessi partigiani che per convinzione o affinità ideologica, ma era certamente intimorito dai tedeschi e voleva combattere la loro occupazione militare.

Durante quei mesi tra i partigiani, Carlo può visionare delle liste di proscrizione compilate dai locali comandi partigiani e diffuse tra i miliziani con numerosissimi nominativi di abitanti della regione da ricercare, arrestare (sequestrare) e, se necessario, liquidare, poiché considerati fascisti, collaborazionisti, criminali, nemici del popolo ed altro. Tra i molti nomi, Carlo nota subito pure quello di Giuseppe Covella. Il fatto lo colpisce e preoccupa a tal punto, che appena ha l’occasione, si reca a Fiume per informare del grave pericolo i suoi parenti Pino e Maria.

Non si sa esattamente come andarono le cose: se Pino sottovaluta e vuole ridimensionare l’avvertimento del cugino, o se c’è poco che lui possa fare, se non sperare.

Si sa che in quell’occasione risponde di aver la coscienza pulita, di non aver mai commesso alcun  crimine o sopruso, di non aver mai causato la morte di nessuno, di non aver alcun ruolo e coinvolgimento politico, pur vestendo una divisa militare italiana. È solo un umile appuntato al tempo. Al momento della morte, nel 1947, è appuntato scelto. È un pesce piccolo ed anonimo insomma, non un comandante o una personalità in vista. Dice che non sussistono davvero ragioni da parte di alcuno per arrestarlo, processarlo e condannarlo.

Questo significativo precedente però potrebbe verosimilmente rivelarci che alcune settimane più tardi, in quel 3 maggio 1945, quei partigiani che si fermano davanti casa loro, non lo fanno per caso o solo perché attirati dalla camicia da finanziere, ma proprio perché sono venuti lì a prelevarlo di proposito, evidentemente dopo essere stati informati del suo indirizzo. Al di là della vicenda personale di Pino, la testimonianza di Carlo Garboni è tutt'oggi preziosissima anche nel contesto più ampio di quella guerra e del triste dopoguerra. Innanzitutto si tratta della testimonianza diretta, non solo di un testimone contemporaneo, ma esterno, civile ed estraneo ai fatti, ma proprio di un partigiano, quindi una fonte interna. È molto significativa pure nel dibattito storiografico odierno perché ci dà conferma delle liste di proscrizione redatte dal movimento titoista già durante la guerra. Esse includevano non solo criminali di guerra (reali o presunti), comandanti ed ufficiali, personalità politiche, cariche istituzionali, convinti ed impegnati fascisti e collaborazionisti dei tedeschi/nazisti, ma pure centinaia e centinaia di comuni ed anonimi cittadini della regione.

Secondo la famiglia Covella è un fatto non da poco, se è vero che ancor oggi esistono alcune voci giustificazioniste e riduzioniste, pure in Italia, che continuano a negare l’esistenza di tali liste nere, spacciandole per pura propaganda fascista e reazionaria.

Sin dal Novecento certi studiosi hanno dimostrato l’esistenza delle liste d’arresto dei titini per effettuare la pulizia etnica contro gli italiani a Fiume. È l’OZNA, la polizia segreta di Tito ad organizzarle con l’intervento dei Comitati Popolari di Liberazione (CPL), talvolta più incarogniti degli stessi duri agenti OZNA. Sono notori il furto e la rapina di soldi e preziosi, prima dell’arresto del malcapitato destinato ad un gulag di Ogulin, o di Karlovac, nonché la devastazione della casa italiana da parte slava (Molinari F 1996 : 47-51). Si è saputo, inoltre, del campo di concentramento titino di Vršac, in Vojvodina, dove sono reclusi un centinaio di ufficiali italiani dal 1945 al 1947. È un campo di rieducazione antifascista, ma la mortalità dei reclusi è del 14 per cento (Varutti E 2022 : 1).

Vittorio Covella, Zebi, nato a Fiume nel 1942, testimone della vicenda. Fotografia del 12 febbraio 2022 in occasione del Giorno del Ricordo a Cervignano. Foto E. Varutti

Il gulag titino tra Ogulin e Karlovac - In seguito all’arresto Pino è incarcerato a Fiume. Dopo, per qualche tempo, è a Sussak. È quindi destinato ad un campo di prigionia-concentramento in Croazia, nella regione tra Ogulin e Karlovac. Nelle memorie familiari si è perso il nome e la precisa localizzazione di tale campo. A questo punto si svolge un’altra vicenda alquanto sorprendente della storia familiare.

Maria non ottiene alcuna risposta dalle autorità jugoslave in città. Non rassegnandosi all’arresto-sequestro del marito e padre dei suoi piccoli figli, di cui non riusciva ad avere più alcuna notizia, decide di portare i bambini al sicuro in Istria a casa dei nonni e quindi di ripartire subito alla volta di Fiume alla ricerca del marito. In questa coraggiosa ricerca si unisce ad un piccolo gruppo di altre donne fiumane ed istriane, tutte alla disperata ricerca di mariti e figli. In particolare è con lei una sua amica pure in cerca del marito prelevato dagli jugoslavi.

Grazie alle informazioni passate loro da una conoscente drugarica (una partigiana), si avviano all’interno della Croazia, tra mille impedimenti, disagi, fatiche e pericoli, specie in quei giorni per un piccolo gruppo di donne sole, disarmate, e considerate straniere.

Di quei giorni Maria ricorda il lungo tragitto a piedi in un territorio sconosciuto, l’estrema difficoltà a reperire informazioni, indicazioni ed un po’ di cibo dai contadini del luogo. Ci sono i rischi, il timore, la diffidenza ed il sospetto che circola tra tutti, sia tra loro donne che tra i civili del luogo. Soprattutto c’è il problema di scansare coloro che vogliono approfittarsi di loro. Una donna del gruppo, in cerca di cibo e informazioni, viene minacciata, ricattata e stuprata. Pure Maria rischia da vicino una tragedia simile. La salva la prontezza. Un uomo cui lei aveva chiesto informazioni e del cibo le dice che può aiutarla, che conosce il luogo in cui si trova il marito e che le avrebbe fornito del cibo, incitandola a seguirlo verso dei casolari isolati poco più avanti. Maria si tiene a debita distanza dall’uomo, capisce subito che c’è qualcosa di sospetto e che in quei casolari non avrebbe trovato ciò che le era stato promesso e con una scusa si allontana nella direzione opposta.

Le aiuta invece il fatto che sia Maria, sia ancor più la sua amica, parlano discretamente pure il croato, o meglio: il ciacavo istriano. Ciò permette loro di comunicare sufficientemente con le autorità e gli abitanti croati, una volta uscite da Fiume. Questo coraggioso peregrinare dura alcune settimane, ma infine Maria è capace di trovare il campo in cui era detenuto Pino. Si separa quindi dalla sua amica, che prosegue in cerca del proprio marito.


Sissano, anni '40. Immagine Archivio Arena di Pola

Maria vede Pino nel gulag titino - Una larga parte dei prigionieri del campo sono o paiono italiani – ha continuato la famiglia Covella.  Quasi tutti sono ridotti in pessime condizioni, ombre degli uomini che erano stati fino ad alcune settimane o mesi prima. Per rancio mangiano una brodaglia e le condizioni igienico-sanitarie del campo sono miserevoli.

Il complesso è circondato da una recinzione che almeno da un lato è circondata da un fossato d’acqua torbida e maleodorante, dove venivano scaricati a cielo aperto le latrine e tutti i rifiuti e scarti del campo. Attraverso la rete di recinzione, diversi prigionieri supplicano Maria, chiedendo in italiano: “Prego, un poco di pane”. La testimonianza è analoga alla tragica prigionia del tenente Raffaele Covatta, scampato al gulag jugoslavo di Vršac (Varutti E 2022).

Giusto il giorno prima dell’arrivo di Maria, Pino, ormai esasperato e stremato, decide di lasciarsi morire, ponendo fine a tale pena. Ha quindi smesso di bere l’acqua e di mangiare. Maria lo avvista attraverso la rete, riconoscendolo appena. È riverso a terra e di aspetto scheletrico. La vista di Maria naturalmente lo rinfranca molto. Lei prova a rifocillarlo come può attraverso la rete, con quel poco che ha nel suo sacco.

Deve stare attenta a cosa dargli, i prigionieri in quelle condizioni sono infatti molto deboli e debilitati, con gli stomachi chiusi e non possono mangiare immediatamente cibi solidi e troppo sostanziosi. Alcuni infatti erano morti per essersi rifocillati senza fare attenzione, mossi dalla fame estrema. Quel giorno gli dà solo un uovo da bere. E in seguito un frutto tenero colto dagli alberi incontrati lungo il tragitto. Maria poi tenta d’intercedere con alcune guardie per far liberare il marito, ma senza successo.

Le informazioni che ha la famiglia di questi frangenti sono abbastanza approssimative, ma fortuna vuole che in quegli stessi giorni c’è un intervento della Croce Rossa, che evidentemente aveva individuato e monitorava pure questo campo. Un certo numero di prigionieri, tra cui Pino, vengono quindi liberati. È il principio di agosto del 1945. Non essendo in grado di camminare speditamente e per lunghi tratti, la coppia rientra lentamente a Fiume con mezzi di fortuna. Dal momento dell’arresto-sequestro a Fiume il 3 maggio, Pino trascorre in prigionia 3 mesi circa. Esce dal campo pesando solo 37-38 kg, col fisico e la salute estremamente provati.

Silva Vellenich, Canal di Leme, acrilico su carta, cm 56x76, 2022, courtesy dell’artista.

Il ritorno a Fiume, in Istria e il trasferimento in Friuli - A Fiume restano poco, giusto il tempo che Pino si rimetta in sesto. Rientrano quindi in Istria, ricongiungendosi con i due figli a casa dei nonni a Sissano. Qui Maria ed i suoi genitori si prendono cura di Pino come meglio possono: lui sembra molto malato. Per rimettersi gradualmente, mangia solo frutta tenera, in particolare fichi e susini maturi e beve latte e uova fresche crude, alimenti che non mancano nella fattoria della famiglia.

Dopo poco tempo, temendo di incorrere nuovamente nelle maglie dell’apparato politico-militare jugoslavo che ormai controlla il territorio, decide di trasferirsi nell’enclave di Pola, a pochi chilometri da Sissano. Pola è posta, allora, sotto occupazione inglese nella Zona A dell’amministrazione militare Alleata della Venezia Giulia: giugno 1945 - settembre 1947. Lì può stare più al sicuro da eventuali azioni dei titoisti.

Va a Pola da solo. Moglie e figli restano invece nella casa dei nonni a Sissano, andando ogni tanto a visitarlo in città, in particolare con la nonna, che quasi ogni mattina di buonora, trasporta e vende a Pola il latte fresco di mungitura e qualche altro prodotto, con un carretto a due ruote (biroc’, in sissanese) trainato da un asino (samero, in sissanese).

Da Pola Pino prende di nuovo contatto con le autorità italiane ed il comando regionale della GdF. Gli viene offerta la possibilità di essere reintegrato in servizio, esodando dall’Istria verso una nuova destinazione italiana. Dopo un primo tempo, raggiunge Trieste via traghetto e viene quindi assegnato al distaccamento della GdF di Cervignano del Friuli (UD).

I suoi superiori del Comando GdF gli avevano offerto la possibilità di scegliere tra più stazioni, tutte dislocate nel Nordest. È Pino a scegliere proprio Cervignano, poiché è il luogo più vicino all’Istria, posto lungo la ferrovia e la strada che conducono direttamente a Trieste e da lì a Pola. A quel tempo possiede ancora un piccolo porto fluviale con tradizionali collegamenti verso le località costiere giuliane. Evidentemente in quei giorni è ancora vivo il proposito o la speranza di rientrare presto in Istria in pianta stabile.

Tanto più che Pino aveva già molti anni prima confidato alla moglie che il suo desiderio era di congedarsi un giorno dalla GdF e dedicarsi completamente al suo mestiere di tappezziere (stramazer) a Pola o nella stessa Sissano, avvalendosi dell’aiuto di Maria come sarta. Contava di farlo già al termine della guerra, se non fossero intervenuti la prigionia, gli stravolgimenti politici e nazionali e l’esodo.

Ricevute notizie della sistemazione di Pino, nell’estate del 1946, verso tardo agosto, anche Maria, Rico e Vittorio prendono la strada dell’esodo. Lasciano Sissano con pochissime cose al seguito. S’incamminano a piedi e da soli verso Trieste. È un tragitto lungo e faticoso sia per i bambini piccoli che per la madre e certamente non privo di rischi e pericoli. Ma fortunatamente non s’imbattono in alcun particolare imprevisto o pericolo. Da Trieste raggiungono quindi Cervignano col treno. La parentesi friulana di Pino dura però solo poco più di un anno. L’uomo non si era mai completamente rimesso dopo la prigionia, ma si era ammalato. Maria in quei giorni lo ricorda sempre stanco e piuttosto debole. Torna a casa ogni giorno con le camicie madide di sudore, cosa che non gli capitava prima della prigionia.

Una mattina di novembre del 1947, mentre svolge il suo usuale servizio in bicicletta assieme ad un collega, è verosimilmente colto da un infarto mentre percorrono una strada di campagna subito fuori dal paese. Cade nel fosso di lato la strada, morendo sul colpo. Ha appena compiuto 42 anni. È allora sepolto nel cimitero di Cervignano. In seguito, negli anni ‘90, dopo la disgregazione della Jugoslavia, è stato traslato nella tomba di famiglia del cimitero di Sissano, dove riposa tutt’oggi a fianco della sua Maria, mancata alla fine del 2007.

A Cervignano, dal 1946 la famiglia ha trovato un primo alloggio presso una casa contadina ai margini sud del paese. Vi vive pure una famiglia contadina originaria del luogo di solida fede comunista, alcuni dei cui membri avevano partecipato alla guerra partigiana. Verso la fine della guerra c’è stato anche un caduto: un partigiano fucilato dai tedeschi in ritirata sulla strada, proprio davanti la loro abitazione. Sul luogo vi è oggi un cippo in memoria del fatto di sangue.

In quei primi anni dopo il loro arrivo come profughi e dopo la morte di Pino, uno di questi nuovi vicini di casa in più occasioni, forse scherzando con umore nero e forse in preda all’alcol, indicando un grosso albero del cortile, ripeteva a Vittorio e Rico, in friulano: “Lo vedete quell’albero? Lì ho trovato il ramo giusto dove impiccheremo vostra madre esule”.

La qual cosa fa scoppiare in lacrime il piccolo Vittorio, già traumatizzato dalla recente morte del padre e dallo stravolgimento della loro vita causato dall’esodo. A parte questo episodio e qualche altra battuta di natura politico-ideologica, Maria e i due bambini hanno sempre serbato belle memorie di quella famiglia contadina, che ricordano in fondo come generosi, accoglienti e ben disposti. C’era un aiuto reciproco, pur nella generale miseria del primo dopoguerra. Non hanno contrastato, ma anzi forse pure contributo a favorire il non semplice inserimento della famiglia esule nel nuovo ambiente sociale. Hanno così mantenuto sempre buoni rapporti con loro anche dopo essersi trasferiti da quell’abitazione, diversi anni più tardi.

La Cala vicino a casa dei Covella, a Sissano, in Istria. Foto del 2022. Collez. fam. Covella

L’eccidio di Sissano, 1945 - La famiglia Covella intende menzionare un episodio macabro dell’immediato dopoguerra accaduto presso Sissano, non distante dalla casa di famiglia, di cui poco o nulla di sa e che viene tutt'oggi citato da pochissime fonti.

Nel maggio del 1945 la guerra in Europa era appena finita. Proprio in quel periodo, fine maggio-giugno 1945, Maria affida i due figli ai genitori per tornare a Fiume e continuare la ricerca del marito. I partigiani titini, ovvero l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, ormai dilaga in tutta l’Istria e prende il controllo dell’intero territorio con poche eccezioni. Trieste, Muggia, Pola, sono occupate dagli Alleati a partire dalla metà di giugno 1945. In Istria si è nel pieno della caccia all’uomo, delle purghe, dei regolamenti dei conti.

Tra le altre azioni, le milizie titoiste operanti nell’Agro Polese, sezione più meridionale della penisola istriana, sono così riuscite a rastrellare e catturare in quelle settimane diverse decine di italiani e filo-italiani che pare avessero costituito l’ultima resistenza/opposizione armata alla conquista jugoslava, o avessero collaborato e sostenuto la stessa. Sono stati poi indicati generalmente come fascisti, o della Milizia di difesa territoriale (MDT o Landschutz-Miliz, come la definivano i tedeschi). Diversi di questi prigionieri tra giugno e luglio sono trasportati a Sissano e rinchiusi temporaneamente, sotto stretta sorveglianza, in un’abitazione del paese appartenente a collaboratori/simpatizzanti degli jugoslavi.

Un giorno, ben legati ed incolonnati, sotto scorta armata, sono condotti verso il mare, lungo la strada di campagna che passa proprio davanti alle case della famiglia Covella. Attraversando campi ed il bosco costiero, la strada conduce in Cala, una baietta della costa sissanese ed al resto della costa.

I prigionieri sono una ventina, o trentina di uomini, per lo più giovani, alcuni pare abbiano solo 17-18 anni, quindi minorenni. Giunti sul fondo della Cala – hanno aggiunto i Covella – in un luogo denominato dai sissanesi La Tesa (dove la stradina che costeggia la Cala, attraversa la vallicola che scende dal bosco con un’ampia curva e presenta quindi un rato, una salita di alcuni metri, per poi proseguire nel bosco), i prigionieri vengono legati in gruppi agli alberi circostanti. Viene posizionato tra loro dell’esplosivo: dinamite o simile. Dalla casa dei nonni, non più di 2 km a monte, si ode chiaramente il frastuono dell’esplosione, grossomodo un’ora dopo aver visto transitare la colonna di prigionieri davanti casa.

Stando alle poche testimonianze, nessuno del paese ha il coraggio e la voglia quel giorno di scendere in Cala a vedere cos’era successo. Uno dei primissimi a farlo, se non  proprio il primo, grazie pure alla maggiore vicinanza al luogo della sua abitazione, è nonno Miho (Micel), il mattino del giorno successivo. Non porta con sé naturalmente i due nipotini, Rico e Vittorio. Quanto vede presso la Tesa, in fondo alla Cala, è impressionante e perturbante. Quel tratto di boschetto mediterraneo è stato completamente sventrato dall’esplosione. C’è nell’aria un cattivo odore, misto a bruciato. Sopra la risacca delle onde, si sente solo il rumore, lo stridio, degli animali predatori. I gabbiani e altri uccelli, ratti ed altro si contendono i sanguinolenti brandelli umani sparsi tutto attorno: sul suolo, sui sassi, o penzolanti dai rami degli alberi. È tutto ciò che resta di quegli uomini. Nonno Miho per diverso tempo non vuole raccontare nulla a nessuno di quanto aveva visto.

Lo dice a suo figlio minore Bruno (allora diciottenne), un paio di settimane più tardi, quando questo rientrò a casa, dopo una permanenza forzata tra i partigiani. Bruno, molti anni dopo, ci ha raccontato questi dettagli, hanno concluso i Covella. Di questa vicenda la ricerca storiografica non se ne è ancora occupata dettagliatamente. Le uniche fonti sono le poche testimonianze del paese, dei pochi non riluttanti a parlarne e con qualche cognizione sull’accaduto. Tanti dettagli ancora non si conoscono, o sono vaghi e dubbi. Non si conoscono i nomi delle vittime. Né quelli esatti degli esecutori. Pare solo che tra quelle vittime non vi fossero sissanesi. Provenivano da altri paesi dell’Istria.

Cartolina di Fiume, primi del '900. Foto diffusa da Alessandro Filippo de Lisi in Facebook

Da un rapporto del 30 dicembre 1946 del Central Intelligence Group (CIG) degli USA, de-secretato nel 1999, inizia ad operare, con istruttori sovietici, la missione “Juris”, diretta emanazione dell’OZNA, il servizio segreto jugoslavo. “The aim of the ‘Juris’ Group is to terrorize the population in Zone ‘A’ with a view to organizing a future terrorist policy in areas which are predominantly Italian” (Lo scopo dei Gruppi Juris è di terrorizzare la popolazione nella Zona A [della Linea Morgan, compresa tra Plezzo, Comeno, Sesana, Trieste e l’exclave di Pola, NdR] al fine di organizzare una futura politica terroristica nelle aree a predominanza italiana).

Fonti orali e digitali – Per la sua intensa storia familiare Vittorio Covella, con la collaborazione del fratello Federico e della moglie Daniela Bradaschia, si è avvalso delle informazioni raccolte da sua madre Maria Garboni (1918-2007) e da altri membri della famiglia, come Bruno e Carlo, entrambi classe 1927. Poi c’erano lo zio Micel, Miho, del 1919, le zie Fume (1918), Maria (1921) e zia Lina (1928), prima che scomparissero tutti. Ecco le persone intervistate da Elio Varutti.

– Vittorio Covella, detto Zebi, Fiume 1942, int. a Cervignano del Friuli (UD) del 12 febbraio 2022. – Federico Covella, detto Rico, classe 1940 (figlio primogenito di Maria e Giuseppe, fratello maggiore di Vittorio), residente tra Sissano, Miami - Florida (USA) e Cervignano del Friuli, notizie raccolte dai familiari con email del 15-22 aprile 2022. – Daniela Bradaschia, Cervignano del Friuli 1954, int. a Cervignano del 12 febbraio 2022 e email del 18 febbraio 2022 con altri familiari.

Cenni bibliografici e del web

- Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Zrtve talijanske nacionalnosti u rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, 2002.

Central Intelligence Group  (CIG) degli USA, Intelligence report, 30 dicembre 1946, dda reg. 77/1763, dal web.

- Rodolfo Decleva, Piccola storia di Fiume 1847 – 1947, II edizione, Sussisa di Sori (GE), impaginato da ilpigiamadelgatto, 2017.

- Fulvio Molinari, Istria contesa. La guerra, le foibe, l’esodo, Milano, Mursia, 1996.

- Janni Sabucco, …si chiamava Fiume, Perugia, «Quaderni di Centro Italia», s.d. [1953].

- Bruno Tardivelli, La Pasqua di 70 anni fa, testo in Word, 2015, pp. 2. Collez. privata.

- Elio Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on line dal 13 ottobre 2016 su   eliovarutti.blogspot.com

- Elio Varutti, Tenente Raffaele Covatta nel gulag titino di Vršac, in Vojvodina, 1945-'47. La lista dei reclusi, on line dal 12 aprile 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Note – Interviste a cura di Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Ricerche e Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Vittorio Covella, Daniela Bradaschia e professor Enrico Modotti. Grazie all’artista Silva Vellenich, di Pola, esule in Friuli. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private delle famiglie Covella e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


giovedì 30 novembre 2017

Ricordo di Angelo Tomasello, prigioniero a Mitrovica nel 1945 e esule istriano

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola. Ha voluto scrivere un pezzo commemorativo su Angelo Tomasello (1928-2017), esule istriano, che passò le sue brutte peripezie verso la fine e dopo la seconda guerra mondiale, in mano ai partigiani jugoslavi. Era un ragazzo di Canfanaro d'Istria nel 1945, quando decise di... Ecco il testo di Laura Brussi...
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Angelo Tomasello: grande patriota italiano ed esule dall’Istria. Esempio di speranza e di fede nella tragedia epocale di un intero popolo.

Non c’è dubbio: la grande storia, che Alessandro Manzoni aveva interpretato quale grande lotta contro il tempo, avente lo scopo di perpetuare ricordi ed esempi, è costituita da quella delle idee, e dei fatti che ne derivarono, ma nello stesso tempo, da una miriade di storie e vicende individuali che contribuiscono a costituirla ed in qualche misura, a spiegarla. La tragedia del confine orientale italiano, con particolare riguardo al grande Esodo del dopoguerra, protrattosi dal 1945 fino agli anni cinquanta del secolo scorso, coinvolgendo un intero popolo di 350 mila persone, ne costituisce palese conferma.
Un caso emblematico, al pari di tanti altri, è quello di Angelo Tomasello (1928-2017), patriota istriano, combattente della Decima Mas, protagonista del dramma di Pola, esule in patria, testimone attento e partecipe. 
Era nato a Canfanaro d’Istria, e quando aveva 17 anni, mentre la guerra  volgeva al termine con orribili prospettive per la sua terra istriana, aveva dovuto prendere una decisione vitale: l’alternativa, esclusa quella partigiana - essendo già tristemente noto il trattamento che gli slavi riservavano agli italiani - era fra l’esercito tedesco (Flak) o le sue Organizzazioni di supporto logistico (Todt) da una parte, e la Decima Mas dall’altra. Angelo Tomasello non ebbe dubbi e come tanti altri fece la sua scelta all’insegna dell’italianità.
Non fu un’opzione sofferta. Anzi, si onorava di essere rimasto fedele al giuramento fino all’ultimo ammaina bandiera della Decima, che ebbe luogo a Pola il 2 maggio 1945, quando le armi vennero consegnate ad un gruppo di ufficiali del Maresciallo Tito, con cui era stata trattata la resa dei reparti istriani di Junio Valerio Borghese. Tomasello, al riguardo, ricordava sempre che il glorioso vessillo della Flottiglia fu portato in salvo da una signora italiana rimasta sconosciuta, sottraendolo a sicuro scempio; e soprattutto, che i patti, come spesso accadeva in quella stagione plumbea, non vennero rispettati. Si può ben dire che mai come allora fossero stati scritti sulla sabbia.
Era un periodo tragico, ed a suo giudizio non sarebbe stato possibile comportarsi con una scelta diversa, in specie a seguito di quanto era accaduto al padre, che nel 1943, dopo la tragedia dell’otto settembre, era stato prelevato dai partigiani, portato a Pisino con la famigerata “corriera della morte” e rinchiuso nel Castello locale adibito a carcere. Avrebbe dovuto finire in foiba, assieme ad un’altra dozzina di sventurati stipati nella sua cella, ma nel pomeriggio riuscì a fuggire grazie alla confusione creata da un bombardamento tedesco, in cui altri infelici trovarono la morte. Camminò di notte per sfuggire ai suoi aguzzini e pur essendo ferito riuscì ad arrivare a Pola, controllata dalla Wehrmacht, ed a mettersi in salvo.

I ricordi della Decima che vivevano nel cuore di Angelo Tomasello non erano molti, perché riferiti ad un periodo piuttosto breve, ma egli rammentava bene che il Comandante  Borghese seppe tenere arditamente testa al nemico, ed in qualche caso anche ai tedeschi, nonostante questi ultimi lo avessero minacciato di arresto. I combattimenti con gli slavi, certamente impari, si protrassero fino a tutto aprile: non solo per l’onore, come spesso si legge, ma prima ancora, per l’italianità dell’amatissima terra istriana. Ciò, con particolare riguardo alle battaglie di Tarnova della Selva ed all’ultima difesa di Cherso, in cui si distinsero Stefano Petris (autore del celebre testamento spirituale scritto sulla propria “Imitazione di Cristo” prima di essere fucilato) e gli uomini del suo reparto: episodi rimasti per sempre nel ricordo di Tomasello e di tutti i patrioti come lui.
All’indomani della consegna delle armi, cioè il 3 maggio 1945, i prigionieri vennero incolonnati e portati via dagli scherani di Tito: erano una sessantina. Per prima cosa, furono divisi per nazionalità e gli uomini di etnia slava avviati ad ignota ma intuibile destinazione, e conseguente “liquidazione” in quanto “colpevoli” di avere collaborato con il fascismo. I superstiti, dopo due giorni di precario accampamento, marciando sempre a piedi, vennero avviati a Fasana per essere imbarcati sulla nave cisterna “Lina Campanella” che avrebbe dovuto trasferirli in Jugoslavia, verso qualche allucinante campo di prigionia. Nel frattempo il loro numero era nuovamente cresciuto.
Dopo poche ore di navigazione, il dramma: il natante era finito su una mina, cosicché la cisterna si inclinò rapidamente dopo l’esplosione. Molti prigionieri annegarono: Tomasello ricordava con particolare angoscia la tragica sorte di un  giovane commilitone che non riuscì ad allontanarsi in tempo e venne straziato dalle eliche. Nondimeno, a salvarsi furono in diversi, perché il naufragio era avvenuto a distanza relativamente breve dalla costa, che venne guadagnata a nuoto, portando a terra anche alcuni feriti: date le circostanze, un episodio di cameratismo davvero eroico.

Venne ricostituita la colonna dei prigionieri, che fu riportata a Pola attraverso Carnizza e Dignano, ma senza i feriti, crudamente “liquidati” dai partigiani con un colpo di pistola (gli spari furono uditi subito dopo la partenza), Poi, essendo in arrivo gli Alleati, l’anabasi proseguì immediatamente verso Fiume e Susak, sempre a piedi salvo un breve tratto in treno, e quindi verso Belgrado con altri allucinanti 40 giorni di marcia: molti cadevano sfiniti, ma era vietato soccorrerli, e tanto meno si poteva impedire che venissero finiti con una scarica di mitra o di fucile. Tomasello e compagni di sventura videro più volte la morte in faccia e soffrirono una fame atroce, tanto che, se a Susak erano circa tremila, quando giunsero al campo serbo di Mitrovica non superavano il migliaio.
Dopo ulteriori angherie facilmente immaginabili, in luglio ebbe luogo l’ispezione di due ufficiali con la stella rossa, uno dei quali era un concittadino di Angelo, con cui lo stesso Tomasello era stato amico d’infanzia e di adolescenza. Fu un colpo di fortuna, o meglio della Provvidenza, perché lui ebbe il “dono” di essere rimpatriato viaggiando in treno fino a Trieste, e da qui a Pola.
A quel punto, cominciò a lavorare con gli Alleati nella località costiera di Vergarolla, dove sarebbe avvenuta la strage del 18 agosto 1946 in cui trovarono la morte oltre cento concittadini, in maggioranza donne e bambini. Tomasello conosceva bene le mine che sarebbero esplose durante la festa per il LX della Società “Pietas Julia” e che erano state opportunamente disinnescate: su quelle mine, una trentina, qualcuno giocava o addirittura si riposava, cosa che conferma, se per caso ve ne fosse ancora bisogno dopo l’apertura degli Archivi inglesi del Foreign Office (Kew Gardens), la subdola matrice terroristica dell’attentato, attribuito sin dall’inizio all’Ozna, la polizia politica di Tito, quale strumento particolarmente idoneo, nella sua perversità, ad incentivare l’esodo.
Le provocazioni slave erano uno stillicidio, con aggressioni notturne da cui era necessario difendersi in proprio perché il controllo della città da parte delle forze d’occupazione anglo-americane era decisamente “soft” in specie da quando si era saputo che l’Italia avrebbe perduto anche Pola. Fu così che il capoluogo istriano vide un esodo plebiscitario, capace di coinvolgere il 92 per cento della popolazione, e concentrato soprattutto nel primo trimestre del 1947, in buona prevalenza con il piroscafo “Toscana” che fece la spola da Pola a Venezia ed Ancona, compiendo dodici viaggi e trasportando un dolentissimo carico umano.
Angelo Tomasello dal sito di Primonumero

Durante i lugubri mesi della preparazione, Tomasello lavorò duramente - circa 12 ore al giorno - agli imballaggi ed ai trasporti delle masserizie di tanti esuli verso il celebre “Magazzino 18” di Trieste, dove avrebbero conosciuto l’infausta sorte cantata in tempi recenti da Simone Cristicchi. In tale circostanza, conobbe di persona Maria Pasquinelli, che operava presso il Comitato di Assistenza ai Profughi e che sarebbe passata alla storia perché il 10 febbraio, proprio mentre a Parigi si stava per firmare il “diktat”, uccise il Generale Robert De Winton, comandante della piazzaforte di Pola (poi sepolto nel cimitero militare di Adegliacco presso Udine), in segno di estrema protesta contro il tradimento degli Alleati che avevano consegnato a Tito l’Istria e la Dalmazia.
Alla fine, anche Angelo prese la via dell’esilio e dopo ulteriori peripezie giunse a Torino dove venne assunto in Fiat, iniziando una lunga e proficua carriera industriale non priva di soddisfazioni (avrebbe lavorato in qualità di quadro direttivo persino nello stabilimento jugoslavo di Kragujevac) conclusa a Termoli nel 1984, con il collocamento in quiescenza. Il suo esempio, al pari di tanti altri, dimostra come gli esuli, lungi dal piangersi addosso, abbiano operato con perseveranza in una ricostruzione della propria vita sin dalle fondamenta, spesso con significativi successi.
Tomasello ha sempre considerato un onore partecipare alle manifestazioni per il “Giorno del Ricordo” - istituito con apposita legge del 2004 dopo tanti anni di colpevole silenzio - e portare il contributo della sua testimonianza, con particolare riguardo alle iniziative del Libero Comune di Pola in Esilio ed a quelle organizzate in Molise e nelle Puglie presso Amministrazioni pubbliche ed Istituzioni scolastiche. Gli esuli di Venezia Giulia e Dalmazia, e lui tra loro, si erano guadagnati il convinto rispetto di tutti restando fermi difensori di umanità e civiltà, ed onorando “i valori tradizionali senza trascurare ogni buona, giusta ed indistruttibile speranza”. Sono parole che è bene affidare alla memoria comune, in quanto sintesi di una vita esemplare.
Angelo Tomasello è “andato avanti” il 27 ottobre 2017 con la vigile scolta della Bandiera tricolore e di quella istriana, lasciando un vivido messaggio di alto valore cristiano, nel segno di un’indomita fede e di un beninteso patriottismo.
Laura Brussi, esule da Pola

Trieste, Magazzino 18. Foto Varutti 2016 
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Networking a cura di Girolamo Jacobson e E.V.

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Cenno sitologico

Giovanni De Fanis,“Fuga da casa e dall’orrore. Parla uno scampato alle Foibe”, pubblicato nel web dal 10 febbraio 2006 su www.primonumero.it