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mercoledì 17 giugno 2026

Il centenario di attività dell’Osteria “Fusâr” a Udine. Festa il 4 luglio 2026

Fu attivata nel 1926 da Attilio Roiatti (Udine 1898-1989), l’osteria da “Fusâr” di Udine. Dal 1994 ad oggi a gestire l’azienda è, infatti, Giorgio Romanello, orgoglioso nipote del fondatore. Fino al 2000 l’attività è stata condotta assieme alla zia Elsa Roiatti e, per un po’ di tempo, col figlio Alberto Romanello, classe 1988.

Il punto vendita è situato in Via Pradamano al civico numero 25, vicino alla scuola “E. Fermi”. Per esempio, se un nuovo cliente entra in negozio e l’oste o barista è nel retro bottega al lavoro, senti i vecchi clienti in coro a chiamare: “Giorgiooo”. Poi continuano col grande impegno della briscola, della scopa o del tressette. Per il 4 luglio 2026 è prevista una piccola festa per il centenario dell’osteria.

Giorgio Romanello
Lis Sedonariis e i fusârs

Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni dl Novecento c’erano le venditrici ambulanti di fusi per filare. Erano dette “fusanis”, da “fûs”, che in lingua friulana significa “fuso”. Esse vendevano anche mestoli, venivano allora chiamate “sedonariis” (singolare: “Sedonarie”), dal termine friulano “sedon” che significa appunto “cucchiaio o mestolo”.

Il “fusâr”, in friulano, è il “fusaio”, ossia il fabbricatore di fusi. Furono gli stessi avventori dell’osteria, negli anni ’20 del Novecento, a dare quel nome ad Attilio Roiatti, figlio di Giovanni, perché aiutava le fusaie e i loro uomini: i fusai. Questo genere di accoglienza era una tradizione di famiglia, dato che era praticata tempo addietro pure Giovanni Roiatti, il padre di Attilio.

In particolare esse chiedevano di poter dormire nel fienile del Roiatti, che acconsentiva con benevolenza. «In quel tempo – ha spiegato il signor Giorgio Romanello – mio nonno Attilio Roiatti aveva anche campagna, tre mucche, il cavallo, galline da governare e il fienile, insomma era oste, dopo aver lavorato sodo come contadino e ha gestito l’osteria per 61 anni, fino al 1987. Da quell’anno fino al 1993 la ditta è passata alla signora Franca e poi a me».

Quelle donne, le “fusanis” con la gerla in spalla piena di mercanzia andavano a vendere per città di porta in porta.

«A vignivin di Claut, cul om che al vuidave il cjar – raccontò il signor Gino Nonino – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats, lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, col marito che guidava il carro e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr).

Da un’altra intervista si è saputo che «me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – riferì Elsa Roiatti – al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno Giovanni Roiatti, nato nel 1863 e morto nel 1941 faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusaio). Le fusaie, dette pure “lis sedonariis” erano anche di altri paesi come Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una tale Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri, con cui i Roiatti restarono in contatto per lettera per vario tempo.

Un ritrovo udinese per “Sedonariis” di Claut e di Collina era «il cortile e sottoportico di Casa Giacomelli, in borgo Grazzano, oggi sede del Museo Etnografico del Friuli, dove nel 1920-1930 – come disse Rina Bernardinis – aveva inizio il mercato delle venditrici ambulanti di mestoli, nel senso che si accordavano sul prezzo da proporre al cliente in ambito cittadino».

Attilio Roiatti
Biografia di Attilio Roiatti, il Fusâr

È sempre stato un gran lavoratore. Poco loquace, ma molto intelligente. Attilio Roiatti nacque a Udine il 19 luglio 1898 e morì nel 1989. Caporale alpino nella Grande Guerra, si meritò la nomina di Cavaliere di Vittorio Veneto. Componente di una famiglia numerosa «saranno stati 8-9 fratelli – ha detto Giorgio Romanello», aiutò tutti i fratelli a costruirsi la casa tra la zona di Via Pradamano e Baldasseria. Uno col carro andava a raccogliere pietre nel Torre e poi tutti assieme a lavorare nel cantiere. Si fecero muri grossi, tanto che ogni casa ha retto alle scosse del terremoto del 1976. La solidarietà in famiglia era d’obbligo, ma è una forza del rione intero, con la nascita delle prime cooperative nel Novecento. La Cooperativa di Consumo fra Ferrovieri nasce nel 1921, ma, essendo osteggiata dal fascismo, viene soppressa e rinasce il 7 ottobre 1945 con il nome di “Società Cooperativa fra Ferrovieri”; nel 1954 si apre lo spaccio di Via Pradamano (odierno Piazzale Cavalcaselle), tuttora in funzione sotto il marchio Coop.

Attilio Roiatti fondò il 1° gennaio 1926 l’osteria da “Fusâr” e la gestì fino al 1987. L’iscrizione alla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Udine reca il n° 14748 del 25 gennaio 1927. Si alzava alle 4 del mattino per lavorare sia nella stalla, nel gallinaio e poi in osteria. Per scegliere il vino del suo punto vendita si faceva accompagnare nelle aziende vinicole del Sacilese, a lui note, da un suo amico. Era Romualdo Lazzaro, maresciallo della polizia, a fargli gentilmente da autista da Via Pradamano a Udine fino nelle case contadine del sacilese. Scelto e ordinato il prodotto, arrivava con un camion a botti. Chi le scaricava? Attilio e suo fratello le facevano scendere dal camion e le rotolavano fino nel retro bottega. Per 61 anni.

«Mi ricordo che il nonno Attilio – ha aggiunto Giorgio Romanello – andava col carro trainato dal cavallo a portare le vinacce alla distilleria di Primo Badini di Vergnacco, in cambio gli offrivano della grappa, assaggi di nocino o bicchierini di liquore alla prugna».

Attilio Roiatti sposò Linda Carlini che gli ha dato tre figlie.

L’osteria Fusâr dopo il 1945

L’osteria da “Fusâr” in Via Pradamano a Udine è situata vicino alla scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Molti profughi dell’esodo d’Istria, di Fiume e Dalmazia frequentano l’osteria di Attilio Roiatti, dopo il 1945, perché si trova vicino al Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine. Oggi lì c’è la scuola media.


Fonti orali

Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica. Ringrazio per la collaborazione, la cortesia e per la messa a disposizione di alcune fotografie storiche, i seguenti signori:

- Caterina Eleonora Bernardinis Rina (Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova 1908 – Udine 2010), int. del 24 ottobre 1995.

- Gino Nonino, Udine (1944 - †), int. del 7 maggio 2005.

- Elisa Roiatti, Udine (†), int. del 9 maggio 2005.

- Giorgio Romanello, Udine 1952, int. del 3 agosto 2016.

 

giovedì 4 agosto 2016

Il 90° anniversario dell’Osteria “Fusâr”, Udine

Fondata nel 1926 da Attilio Roiatti (Udine 1898-1989), l’osteria da “Fusâr” di Udine potrebbe sembrare un semplice bar della periferia, invece dietro di sé c’è un pezzo di storia del Friuli. 
È un punto vendita di bevande pieno di umanità. E di cultura dato che fra le pareti potrete ammirare pure un quadro di Giuseppe Zigaina, con il classico contadino in bicicletta. Lasciamo perdere il maestro friulano del neorealismo in pittura e torniamo all’osteria. Quest’anno è il 90° anniversario dalla sua fondazione, ma sta passando in sordina. 
Udine - L'ingresso dell'osteria da Fusâr, in Via Pradamano 25

È situato in Via Pradamano al civico numero 25, vicino alla scuola “E. Fermi”. Per esempio, se un nuovo cliente entra in negozio e l’oste o barista è nel retro bottega al lavoro, senti i vecchi clienti in coro a chiamare: “Giorgiooo”. Poi essi continuano col grande impegno della briscola, della scopa o del tressette.
Dal 1994 ad oggi a gestire l’azienda è, infatti, Giorgio Romanello, orgoglioso nipote del fondatore. Fino al 2000 l’attività è stata condotta assieme alla zia Elsa Roiatti ed oggi col figlio Alberto Romanello, classe 1988.

Cosa vuol dire “fusâr”?
Nel passato le venditrici ambulanti di fusi per filare erano dette “fusanis”, da “fûs”, che in lingua friulana significa “fuso”. Esse vendevano anche mestoli, venivano allora chiamate “sedonariis” (singolare: “Sedonarie”), dal termine friulano “sedon” che significa appunto “cucchiaio o mestolo”. Tutto ciò emerse durante una ricerca scolastica del 2004, svolta in collaborazione con la Camera di commercio di Udine.
Il “fusâr”, in friulano, è il “fusaio”, ossia il fabbricatore di fusi. Furono gli stessi avventori dell’osteria, negli anni ’20 del Novecento, a dare quel nome ad Attilio Roiatti, figlio di Giovanni, perché aiutava le fusaie e i loro uomini: i fusai. Questo genere di accoglienza era una tradizione di famiglia, dato che era praticata pure da Giovanni Roiatti, il padre di Attilio.
In particolare esse chiedevano di poter dormire nel fienile del Roiatti, che acconsentiva con benevolenza. «In quel tempo – spiega il signor Giorgio Romanello – mio nonno Attilio Roiatti aveva anche campagna, tre mucche, il cavallo, galline da governare e il fienile, insomma era oste, dopo aver lavorato sodo come contadino e ha gestito l’osteria per 61 anni, fino al 1987. Da quell’anno fino al 1993 la ditta è passata alla signora Franca e poi a me».
Giorgio Romanello

Quelle donne, le “fusanis” con la gerla in spalla piena di mercanzia andavano a vendere per città di porta in porta.
«A vignivin di Claut, cul om che al vuidave il cjar – mi ha riferito il signor Gino Nonino – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats, lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, col marito che guidava il carro e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr).
Da un’altra intervista si è saputo che «me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha aggiunto Elsa Roiatti – al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno Giovanni Roiatti, nato nel 1863 e morto nel 1941 faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusaio). Le fusaie, dette pure “lis sedonariis” erano anche di altri paesi come Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una tale Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri, con cui i Roiatti restarono in contatto per lettera.
Un ritrovo udinese per “Sedonariis” di Claut e di Collina era «il cortile e sottoportico di Casa Giacomelli, in borgo Grazzano [oggi sede del Museo Etnografico del Friuli, N.d.A.] dove nel 1920-1930 – come ha riportato Rina Bernardinis – aveva inizio il mercato delle venditrici ambulanti di mestoli, nel senso che si accordavano sul prezzo da proporre al cliente».
Attilio Roiatti. Collezione Giorgio Romanello, Udine

Biografia di Attilio Roiatti, il Fusâr
È sempre stato un gran lavoratore. Poco loquace, ma molto intelligente. Attilio Roiatti nasce a Udine il 19 luglio 1898 e muore nel 1989. Caporale alpino nella Grande Guerra, si merita la nomina di Cavaliere di Vittorio Veneto. Componente di una famiglia numerosa «saranno stati 8-9 fratelli – ha detto Giorgio Romanello», aiuta tutti i fratelli a costruirsi la casa tra la zona di Via Pradamano e Baldasseria. Uno col carro andava a raccogliere pietre nel Torre e poi tutti assieme a lavorare nel cantiere. Si fanno muri grossi, tanto che ogni casa ha retto alle scosse del terremoto del 1976. La solidarietà in famiglia era d’obbligo, ma è una forza del rione intero, con la nascita delle prime cooperative, studiate nel Novecento. La Cooperativa di Consumo fra Ferrovieri nasce nel 1921, ma, essendo osteggiata dal fascismo, viene soppressa e rinasce il 7 ottobre 1945 con il nome di “Società Cooperativa fra Ferrovieri”; nel 1954 si apre lo spaccio di Via Pradamano (odierno Piazzale Cavalcaselle), tuttora in funzione sotto il marchio Coop.
Alpini della Grande Guerra, a cura della sezione Associazione Nazionale Alpini di Udine (ANA), Attilio Roiatti è il primo in seconda fila a destra. Collezione Giorgio Romanello, Udine

Attilio Roiatti fonda il 1° gennaio 1926 l’osteria da “Fusâr” e la gestisce fino al 1987. L’iscrizione alla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura reca il n° 14748 del 25 gennaio 1927. Si alza alle 4 del mattino per lavorare sia nella stalla, nel gallinaio e poi in osteria. Per scegliere il vino del suo punto vendita si fa accompagnare nelle aziende vinicole del Sacilese, a lui note, da un suo amico. È Romualdo Lazzaro, maresciallo della polizia, a fargli gentilmente da autista da Via Pradamano a Udine fino nelle case contadine del sacilese. Scelto e ordinato il prodotto, arriva con un camion a botti. Chi le scarica? Attilio e suo fratello le fanno scendere dal camion e le rotolano fino nel retro bottega. Per 61 anni.
«Mi ricordo che il nonno Attilio – ha aggiunto Giorgio Romanello – andava col carro trainato dal cavallo a portare le vinacce alla distilleria di Primo Badini di Vergnacco, in cambio gli offrivano della grappa, assaggi di nocino o bicchierini di liquore alla prugna».
Attilio Roiatti sposa Linda Carlini che gli ha dato tre figlie.
Atto di conferimento dell'onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto a Attilio Roiatti. Collezione Giorgio Romanello, Udine

L’osteria da Fusâr dopo il 1945
L’osteria da “Fusâr” in Via Pradamano a Udine è situata vicino alla scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Molti profughi dell’esodo d’Istria, di Fiume e Dalmazia frequentano l’osteria di Attilio Roiatti, dopo il 1945, perché si trova vicino al Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine, che è attivo dal 1947 al 1960.
Visura camerale della Camera di commercio di Udine da cui si evince la data di costituzione dell'osteria da Fusâr: 1° gennaio 1926. 

Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti

Fonti orali
Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica alle date indicate. Ringrazio per la collaborazione, la cortesia e per la messa a disposizione di alcune fotografie storiche, i seguenti signori:
Caterina Eleonora Bernardinis Rina (Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova 1908 – Udine 2010), int. del 24 ottobre 1995.
Gino Nonino, Udine 1944, int. del 7 maggio 2005.
Elisa Roiatti, Udine, int. del 9 maggio 2005.
Giorgio Romanello, Udine 1952, int. del 3 agosto 2016.

Riferimenti bibliografici
- Elio Varutti, Tra scuola e museo. Una ricerca dell’Istituto Stringher di Udine sui venditori ambulanti. Claut e Val Resia, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», n. 10, 2007, pp. 146-151.
Giocatori di briscola da  “Fusâr” in Via Pradamano a Udine. Nella fotografia sotto si notano, a sinistra, Romualdo Lazzaro, maresciallo di polizia in quiescenza e Toni, in maglia bianca.

Sitologia
Sulle venditrici di mestoli, cucchiai ed altri piccoli casalinghi in legno si vedano i saggi dello scrivente intitolati :



Sull’emigrazione e il lavoro ambulante femminile si può vedere un elaborato scolastico in Power Point: “Feminis tal forest”, 2014. 

Sulla solidarietà in Baldasseria e a Udine sud si può consultare l’articolo dello scrivente “Solidarietà e cooperazione in Baldasseria, Udine (sec. XIX-XX)”, 2015.

Sul Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine si può vedere il saggio del 2014, con aggiornamenti e integrazioni successive, con il medesimo titolo nel mio blog.
Osteria Da Fusâr in Via Pradamano a Udine. Sullo sfondo la scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Per altre info vedi: Il Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine, 1947-1960
Osteria Da Fusâr in Via Pradamano a Udine. L'interno col bancone.

giovedì 30 aprile 2015

Le osterie di Udine sud

Questa è la storia delle osterie udinesi oltre Porta Aquileia. Don Aldo Moretti, nel 1979, ha scritto di aver trovato in biblioteca un «Indicatore della provincia di Udine 1930-31 – VIII-IX Era fascista». Di tale pubblicazione si è servito solo per la precisione dei titoli e degli indirizzi. Nel rione di Baldasseria e Udine Sud, infatti, ha utilizzato anche le testimonianze degli anziani: “i loro ricordi – ha scritto don Moretti – sono spesso imprecisi nelle date e nei dettagli, ma in compenso hanno una freschezza venata di nostalgia che fa rivivere cose già morte”. Poi, don Moretti continua con le seguenti parole.
Don Aldo Moretti, nome di battaglia da partigiano "DON LINO"

1) Osteria “Al Cason”, oppure “Alle Sbarre”
C’erano le sbarre del passaggio a livello all’inizio di viale Palmanova, oggi sostituite dal sottopassaggio e lì vicino c’era un’osteria. Se se le stanghe erano calate – e lo erano di frequente – avevi tempo di entrare nel chiosco d’angolo, che si chiamava, alla buona, «Il Casot». Potevi bervi «il taj di vin» (bicchiere di vino), il  «bùssul di sgnape» (bicchierino di grappa). Oppure potevi comperare per i bambini «doi centesins di bagjigjis o un centesin di luvins» (due centesimi di arachidi o un centesimo di lupini). Ci incontravi magari i figure tipiche del tempo come «Bons, Toni Lunc, Carlo Crûgnul». Costoro però quando erano meglio forniti di «palanchis», passavano nell’osteria vera e grande, anche se ancora umile nel nome «la Ostarie del Cason»,  che esisteva già ai tempi antichi di Pietro Carlini mentre, poco dopo la metà del Novecento, la gestiva siôr Toni Carlin, ovvero «Toni dal Cason».
Essa era all’angolo tra il via e Palmanova e via Medici. Aveva anche cortile e stallo per carri e cavalli, sia per bestiame d’acquisto, che di transito. Era infatti, quello, punto di ritrovo per sensali e negozianti che lì contrattavano bovini destinati ai mercati d’Italia e cavalli provenienti dall’Ungheria, questi in genere destinati ai paesi del Friuli. La vicinanza della stazione ferroviaria era la ragione di questa referenza.
Prima del 1927 e fino al 1945 – secondo Mario Quargnolo – fu gestita, con il nome “Alle sbarre”, dalla signora Giovanna Peloi. Non esiste più nel 2015.

2) Al Privilegio
Torniamo sul viale Palmanova: da via Medici a via della Madonetta e fra la roggia e il viale c’era la «Industria Laterizi della Società Anonima Impresa Rizzani». (Tale industria era “sorta nel 1906” – vedi: Elio Varutti, Anelli-Monti e Anderloni, Udine, Ribis edizioni, 1994, pag. 20).
Questa fornace, di proporzioni maggiori a quelle della fornace Franzolini, era sorta ancor prima di questa e fu più lungamente attiva, fino a non molti anni fa. Le campagne della nostra zona vennero largamente scoperte – e poi ricoperte – dello strato superiore di humus «il nembri», per prelevarvi sotto l’argilla. Sulla carta topografica della città del 1920 è segnata una viuzza, denominata «via dell’Argilla», che a via Medici procede, da nord a sud, fino ad incontrare via della Madonetta. Ora ne esiste l’inizio, che si chiama via Gregorutti. Quella “de argile” era percorsa da cavalli spinti a mano a portare il materiale dagli «arzilârs» (i campi di estrazione) alla fornace. C’era anzi un tunnel per il quale i carrelli sottopassavano il viale Palmanova per andare a prelevare argilla nelle campagne a est, seguendo probabilmente un’altra stradella simile alla precedente, segnata anche essa sulle carte topografiche d’allora  e detta la «strade dai Carlins». Tale viuzza partiva da via Fornaci, ma aveva una laterale che proveniva appunto dal tunnel suddetto. La viuzza proseguiva per la campagna compresa tra le attuali vie Baldasseria Media e Bassa fin molto a sud. Mi pare ovvio che di tale stradella abbiano fatto uso tutte e due le fornaci.
La ciminiera che si ergeva presso l’attuale via Urli e l’osteria «al Privilegio» (negli anni 1970-1975, osteria il Manderon) erano gli emblemi più appariscenti o almeno più osservati di quella attività, che dava sudato lavoro a tanti «fornasîrs» (fornaciai). Fin qui le ricerche di don Aldo Moretti.
Secondo Diego Cinello, come scrive a pag. 180 del suo libro fatto con racconti pubblicati sul calendario Rizzardi dal 1992 al 2005, il privilegio “al è il permès, vût par antîc dal Patriarcje, di fabricâ modons”. Vicino alla fornace, dove si avvicendavano molti carradori assetati, doveva nascere per forza un’osteria. Doveva chiamarsi, sempre per forza, Al Privilegio. Non esiste più nel 2015.


Cartolina di Udine, Porta Aquileia nel 1949

3) Ai Tre Musoni
È un’osteria friulana classica. Si trova in Via Marsala a Udine, vicino all’osteria Bontà. Mario Quargnolo nel suo “Caffè e osterie di Udine”, del 1983, ha descritto il locale dei Tre Musoni per filo e per segno.
L’attività esisteva già nel 1904 sotto un altro nome. Si chiamava “Al Piccolo Torino” e poteva vantare pure due campi di bocce, distrutti dal bombardamento americano del 1944. Quell’evento bellico fu un fatto tragico per il quartiere. Provocò, infatti, 43 morti in via Buttrio, che è molto vicina ai magazzini ferroviari, vero obiettivo dei raid angloamericani, che tendevano a distruggere il treno blindato nazista, usato nella repressione antipartigiana. Da qui uso altre fonti, come articoli di giornale e ricerche personali.
Il 28 dicembre 1944 l’attacco dal cielo si svolse in tre ondate. La contraerea tedesca era installata ai quattro punti strategici della città: a Sant’Osvaldo, nel Cormôr, vicino al cimitero di Paderno e in Baldasseria bassa. Quattro aerei americani furono colpiti: uno cadde in via Marsala, uno presso Castions di Strada e un terzo velivolo a Tavagnacco. I resti dei piloti caduti in via Marsala erano ancor visibili, abbandonati lì, dopo un mese. La guerra è così. Alla sera del 28 dicembre si contarono 60 morti civili e un migliaio di udinesi senza tetto. Il 29 dicembre 1944, dopo mezzogiorno, sei formazioni per complessivi novanta aerei USA sganciarono sulla verticale della stazione di Udine bombe di grosso calibro, spezzoni incendiari e dirompenti. Il bilancio fu di un centinaio di morti civili, oltre alla distruzione di 26 stabilimenti, 200 abitazioni e 6 scuole o collegi. Cinquemila furono i senza tetto. La parrocchia del Cristo, in via Marsala, ebbe 36 morti. Devastata la zona di Gervasutta. Ampi incendi distruggevano le costruzioni di via Cussignacco, via Percoto, via Ronchi, via Buttrio e via Roma. Altri bombardamenti avvennero nei mesi successivi, come ha scritto Olivio Intilia sul «Messaggero Veneto» del 29 dicembre 2005. La guerra finì il 1 maggio 1945, quando i tank neozelandesi entrarono in città, che era già stata liberata dai partigiani.
L’osteria “Ai Tre Musoni”, ai primi del Novecento, era ben inserita nel settore, tanto che metteva in mostra un’oleografia, ovvero una pittura a stampa, diffusa nell’Ottocento, con la scritta: “Gara al boccino 1909”. Era il punto di mescita dell’imprenditore Francesco Marzano (1862-1940), assai noto nella zona. Egli era giunto a Udine da Gioia del Colle, in provincia di Bari, sul finire dell’Ottocento, come operaio della ferriera. Poi, appurato che il vino Puglia, fattosi spedire da casa, in Friuli andava a ruba, divenne imprenditore, importando tale prodotto in grandi quantità. “Il forte vino meridionale dilagò ben presto in città e in provincia – ha scritto Quargnolo – e l’azienda di Francesco Marzano si ampliò fino a divenire, nel suo genere, un’istituzione”.
La figlia di Francesco Marzano, signora Giovanna Peloi, ebbe dal padre l’osteria nel 1927. Prima lei aveva gestito l’osteria “Alle sbarre”, davanti al passaggio a livello di viale Palmanova, dove più tardi ci fu una caserma del carabinieri. Negli anni Trenta fu costruito il cavalcavia, vanificando tale passaggio a livello. Verso gli anni Settanta fu aperto l’attuale sottopassaggio, che unisce piazzale D’Annunzio con viale Palmanova. La “Siora Giovana” gestì il locale sino al 1945. Apriva alle cinque del mattino per somministrare i quintini di grappa agli ex colleghi del padre, ovvero agli operai della ferriera, situata nel viale omonimo, a pochi passi da via Marsala. La chiusura era fissata per le undici, mezzanotte. Oltre alla grappa, che i fornitori portavano a damigiane, l’osteria vendeva vino meridionale e friulano.
Nel 1946 l’azienda fu presa in carico dal figlio Angelo Peloi, cui si deve l’intitolazione di “Tre Musoni”. Vista su un’enciclopedia la fotografia di tre mascheroni da fontana monumentale, il Peloi incaricò lo scultore Milan di riprodurli in legno rivestito per il suo locale. 
Il lavoro, di ottima fattura, rappresenta la fratellanza di tre razze (bianca, nera e gialla) davanti a un buon bicchiere. Fu collocato sulla parete dietro il banco nel 1955 e dalla bocca di ciascuno dei mascheroni usciva un tipo di vino diverso. Negli anni sessanta iniziò a servire pure il caffé. I Marzano ed i loro discendenti, in quel periodo, si occuparono anche di opere di beneficenza religiosa per la zona.
Il 28 giugno 1953, terminata la costruzione del campanile della chiesa del Cristo, voluto da Giuseppe Marzano (1896-1968), furono posizionate quattro lapidi, agli angoli della torre campanaria, col bassorilievo dei familiari Marzano. Sono ricordati Francesco Marzano (1862-1940), Onofrio Marzano (1890-1951), Donato Marzano (1892-1940) e Giuseppe Marzano. Fu, infine, collocata una lapide a ricordo dei benefattori, che reca il seguente testo:
QUESTO MONUMENTO
DONO DELLA MUNIFICENZA DI GIUSEPPE MARZANO
E
LE NUOVE CAMPANE ED OROLOGIO
OFFERTI DALLA GENEROSITÁ DEI PARROCCHIANI
VENNERO SOLENNEMENTE BENEDETTI ED INAUGURATI
IL GIORNO 28 GIUGNO 1953
DA S.E. MONS. GIUSEPPE NOGARA ARCIV. DI UDINE
ESSENDO PARROCO MONS. PIETRO BALDASSI

Nel settembre 1971 la gestione dei “Tre Musoni” fu assunta da Attilio Tomada, che introdusse pure un servizio di cucina casalinga. Dal canto suo Angelo Peloi, nipote dell’avventuroso Francesco Marzano, intraprese un’attività inedita per il capoluogo friulano, inaugurando la sala di bowling di viale Palmanova. Era il 1971 e toccò al sindaco Bruno Cadetto tirare la prima boccia all’inaugurazione della nuova attività. Negli anni novanta il figlio del gestore, Roberto Peloi, attualizzò l’azienda, introducendo un “Internet point”, oltre a numerosi videogiochi a tecnologia avanzata.
Dal 1971 al 2010 la gestione dei “Tre Musoni” fu assunta da Attilio Tomada, che introdusse pure un servizio di cucina casalinga. Dal 2013 è gestita dalla signora Marilena Breda, che si impegna anche sulle cene a tema.
Viale Palmanova a Udine. Fotografia: www.lavitacattolica.it

4) Al Ledra
Si trovava lungo Viale Palmanova, all’incrocio con Vie della Madonnetta. L’interno, assai semplice, metteva in mostra una raccolta di cappelli e di caschi militari. L’osteria chiuse con la fine del Novecento.

5) Da Fusâr
Aperta ufficialmente nel 1926, si è scoperto che l’osteria da “Fusâr”, di Via Pradamano, a Udine, reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare), proprio in onore di quelle donne, chiamate "Lis Sedonariis" (da "sedon", mestolo, in friulano), che, gerla in spalla, ripiena di mercanzia, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. 
«A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr).
In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr, a dave di durmî ai fusâr e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno… faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dai ragazzi dello Stringher, si è saputo che “lis sedoneris” venivano chiamate anche con altri appellativi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini, dalle montagne.
Per tali figure del commercio ambulante c’era il nome di “Chei des cjaçutis”, ossia: quelli delle stoviglie. “Las Nardanas” erano dette le donne che venivano da Erto (“Nert”), in provincia di Pordenone. Naturalmente “las Clautanas cu las crassignas” erano le portatrici di Claut. La “crassigne” è un oggetto ancora più antico, usato addirittura dai “cramars”, gli ambulanti carnici del Settecento e dei secoli precedenti.
Era un contenitore di legno, da portare a mo’ di zaino sulle spalle. Era in montagna e in Carnia che, durante i freddi inverni, venivano fabbricati questi utensili in legno, per poi venderli in pianura, mediante le donne di casa, giovani incluse.
Ecco spiegato allora il termine “lis cjargnelis cul zei plen di robe” (le carniche con la gerla piena di roba). Alcune donne erano definite “lis fusanis”, perché vendevano per le strade della città i fusi per filare. 
Osteria Da Fusâr in Via Pradamano a Udine. Sullo sfondo la scuola "Enrico Fermi", che fu Centro di Smistamento Profughi dell'esodo giuliano dalmata dal 1947 al 1960. Per altre info vedi: Il Centro di Smistamento dei profughi istriani a Udine, 1947-1960 
Fotografia di Elio Varutti

6) Al Francese, lì de La Piccola Parigi
L’osteria «Al Francese» sorta nell’ultimo dopoguerra, era situata nel borgo di Via Baldasseria Bassa detto “La Piccola Parigi”, come ha scritto Alfredo Orzan nel 1984 sul numero unico della sagra di Baldasseria. La intitolò lo scomparso Gino Colle, padre del gestore degli anni 1980-1990, emigrato in Francia per tanti anni. A così intitolarla furono gli avventori: «anin a bevi un tai là dal Francês». Fin qui tra storia e leggenda.
Spreco un po’ di spazio sul toponimo de “La Piccola Parigi”, con le parole del maestro Alfredo Orzan. «Una manciata di vecchie case – scrive Orzan – a levante e ponente di via Baldasseria Bassa, fra i paralleli di via Lauzacco e Lavariano; qualche muro annerito, stradine, orticelli curati e aiuole fiorite. Una borgata tranquilla che ha mantenuto inalterato nel tempo l’aspetto del tipico insediamento operaio-rurale di due secoli fa: un esempio di architettura spontanea modesta, se vogliamo, ma suggestiva e in stridente contrasto con la monotona mole del «Modulo commerciale» vicino, che non poteva trovare collocazione più infelice.
Carletto Domenico nell’agosto del 1971 (allora aveva 79 anni) in occasione della sagra, intervistato, dichiarava al periodico della comunità, in quegli anni intitolato «Parrocchia di S. Pio X»: «I Casali di Baldasseria Bassa vennero denominati «Piccola Parigi» all’inizio del 1800, quando anche la Baldasseria Bassa era un covo di contrabbandieri... il centro della borgata era costituito dallo stallone o stazione dei cavalli, fabbricato adibito ad abitazione».
Non esistono, però, fonti storiche per documentare il battesimo di questo toponimo. Le ricerche di Orzan alla Biblioteca Comunale sono state infruttuose. A sentir gli anziani la denominazione ha origini più remote. L’avevano già sentita dai nonni e bisnonni. Evidentemente (e su questo punto le testimonianze orali tramandate sono concordi) nel borgo esisteva una stazione di posta per il cambio dei cavalli alle diligenze che provenivano da Trieste e Gorizia ed erano dirette a Vienna.
Questa sosta favoriva il contrabbando di merci facilmente reperibili nel porto giuliano, ma attirava anche donne compiacenti in cerca di zerbinotti denarosi. Forse il toponimo nacque allora per definire, come dice Carletto, il luogo poco raccomandabile e malfamato simile a certi quartieri della capitale francese. Dopo l’avvento della ferrovia, questa stazione rimase inattiva e si trasformò in rimessa per carrozze, probabilmente, di privati e facoltosi cittadini che avevano in affitto anche qualche stanza per le loro scappatelle.
«Entravano da quel portone» e mostra il rustico abitato nel 1984 dalla famiglia Sdrigotti; così un’anziana signora che l’aveva spesso sentito da sua nonna. E mi fa certe allusioni che non lasciano sottintesi. Tornando all’origine del toponimo, esso potrebbe derivare anche dalla presenza di qualche contingente di soldati francesi stanziatosi nei dintorni durante il periodo napoleonico o che frequentavano questo posto in cerca di evasioni amorose».
Così conclude il maestro Orzan.

Bibliografia
-        Mario Blasoni, In periferia nei locali di fine ‘800, «Messaggero Veneto», 2 gennaio 2008, pag. V.
-          Diego Cinello, Tes cjasis dai vons, Udine, Rizzardi, 2006.
-          Indicatore della provincia di Udine 1930-31 – VIII-IX Era fascista.
-          Paolo Medeossi, Osterie in Baldasseria, Udine, Numero Unico «Baldasseria 87» 1987.
-          Aldo Moretti, Attività economica dal primo anteguerra nel nostro rione, Numero Unico per la sagra di Baldasseria, 1979.
-          Alfredo Orzan, La Piccola Parigi, Udine, Numero Unico per la sagra di Baldasseria, 1984.
-          Mario Quargnolo, Caffè e osterie di Udine, supplemento al n. 308 del «Messaggero Veneto» del 30 dicembre 1983.
-          Elio Varutti, Anelli-Monti e Anderloni, Udine, Ribis edizioni, 1994.
-          Elio Varutti, Lis sedoneris a cjaminavin, «Camminare per conoscersi», 2009.

mercoledì 19 novembre 2014

Lis Sedonariis, le venditrici friulane di mestoli


Lis sedonariis, in lingua friulana, erano le venditrici ambulanti di mestoli, fusi, cucchiai, seggiolini ed altri oggetti casalinghi in legno. Singolare: sedonarie (mestolaia). Si muovevano a piedi per le città e i paesi del Friuli e del Veneto. Alcune di loro dormivano da Fusâr, un'osteria storica, in Via Pradamano a Udine. Proprio l'appellativo dell'osteria deriva da loro. Il fusâr era un Roiatti, che poco prima e dopo la Grande guerra le ospitava nel fienile della sua osteria. Un cenno su di loro c'è pure in un articolo di Elena Commessatti sul Messaggero Veneto del 30 gennaio 2011.

Una fotografia di Udine del 1860. Si vede che nella Loggia di San Giovanni; c'era ancora la scala e una porticina che dava sulla salita del Castello, vicino all'arco Bollani privo del leone marciano, rimesso là sopra il 6 luglio 1953. 
Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi.


Le mestolaie (sedonariis) camminavano moltissimo. In fondo, avevano la cultura del muoversi a piedi, del conoscere gente, oltre che del vendere, che era una necessità per l'economia della famiglia. Bussavano alla porta, proponendo i loro prodotti, con semplicità, senza arrecare disturbo alle persone. Intanto cercavano di chiacchierare par furlan, come si può immaginare.
In quei tempi, anche un piatto di minestra poteva rappresentare un buon corrispettivo per un pezzo della loro originale mercanzia. In lingua friulana “sedon” significa cucchiaio, appunto. Quindi loro facevano il mestiere di: mestolaie.
Tali informazioni sono state raccolte in una ricerca scolastica, svolta da alcuni insegnanti di Italiano e Storia dell'Istituto "Bonaldo Stringher" di Udine, in collaborazione con la locale Camera di commercio e con i Civici Musei. Si è scoperto che l’osteria da “Fusâr” reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare) proprio in onore di quelle donne, che, gerla piena in spalla, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. «A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr). 
In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusâr a lis sôs feminis e alore ducj lu lamavin fusâr» (Mio nonno... faceva l’oste e dava dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais, Claut e della Val Cellina, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dagli studenti dell'Istituto Stringher, si è saputo che le mestolaie venivano chiamate in vari modi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini dalle montagne friulane.

Per tali figure del commercio ambulante c’era il nome di “Chei des cjaçutis”, ossia: quelli delle stoviglie. “Las Nardanas” erano dette le donne che provenivano da Erto, con una parlata friulana tutta particolare, corrotta dal vicino dialetto veneto, secondo il professor Giovanni Frau, dell'Università di Udine. Esse venivano da Erto, in provincia di Pordenone, "Nert" in friulano. Naturalmente “las Clautanas cu las crassignas" erano le Clautane con la cassetta portaoggetti. Queste altre erano le portatrici di Claut, sempre in provincia di Pordenone. La “crassigne” è uno strumento a spalla, usato addirittura dai “cramars”, gli ambulanti carnici del Settecento e dei secoli precedenti, che giravano per tutta l'Europa a vendere spezie, tessuti ed erbe medicinali. La "crassigne" o "crama" era un contenitore di legno, da portare a mo' di zaino, tutta la mercanzia sulle spalle. 
Era in montagna, in Carnia e nei paesini del Pordenonese che, nei lunghi e freddi inverni, gli uomini lavoravano il legno per fabbricare i cucchiai, i seggiolini, le gerle ed altri oggetti casalinghi, venduti poi dalle mogli, dalle figlie o dalle sorelle. Ecco spiegato allora il termine “lis cjargnelis cul zei plen di robe” (le carniche con la gerla piena di roba). Altre donne erano dette proprio "lis fusanis" perchè vendevano i fusi per filare, molto usati nel passato, quando nelle famiglie patriarcali le donne dovevano filare, fare i lavori domestici, accudire e allevare i figli, lavorare nell'orto e curarsi degli animali da cortile. Agli uomini spettavano i lavori più duri, con gli animali da tiro, arare, falciare il fieno, raccogliere i prodotti dell'agricoltura e così via. Oltre il 90 per cento della popolazione era dedito all'agricoltura, a fine Ottocento.
Il punto di ritrovo per "fissare i prezzi" dei mestoli da fare nel mercato udinese, secondo Rina Bernardinis (Castiglione delle Stiviere 1908 - Udine 2010) era il Palazzo Giacomelli, in via Grazzano. Oggi è la sede del Museo Etnografico del Friuli, che raccoglie proprio gli oggetti della cultura materiale e quotidiana, di cui "lis sedonariis" erano le vestali.

Il carretto delle montanare, fotografia ripresa dal sito di Anellina Colussi
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Questo articolo, in una prima versione, è stato pubblicato su UISP atletica del 2009. Qui è stato ripreso ed ampliato. Qui sotto: una gerla (zei, in friulano, con i termini in lingua friulana delle sue parti di fabbricazione (Per questa immagine così istruttiva sono grato a La Patrie dal Friûl, gruppo di Facebook).