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domenica 2 aprile 2017

La donna friulana emigrante, conferenza a Udine

Sintesi della conferenza del professor Elio Varutti  tenuta al Museo Etnografico del Friuli, Via Grazzano, 1 – Udine il giorno 28 marzo 2017, ore 15.
Fornaciai in Germania a far mattoni e tegole nei primi del '900. Fotografia dei Civici Musei di Udine

L’emigrazione è un fenomeno sociale, cioè che coinvolge molte persone di una stessa zona, oltre che il paese e la famiglia. Questa parte di popolazione si sposta dal luogo di origine, cioè di nascita verso un altro. Il luogo di arrivo è più o meno lontano, ma sempre e comunque diverso. Spiegare le cause e le condizioni non è facile.
Nel film di Christiane Rorato “I dimenticati della Transiberiana” (2017) la regista interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia (1895-1908). La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai friulani (circa 450) a preparare i documenti e a spedire le loro lettere dalla lontana Siberia.
Il tipo di emigrazione è da capire. C’è quella permanente: l’emigrante parte per non tornare più, a volte la decisione viene presa nel corso del periodo di emigrazione, altre volte la decisione non viene chiaramente espressa, ma scorre lungo la vita. L’emigrante parte con la famiglia o si fa raggiungere in un secondo momento.
Poi c’è l’emigrazione temporanea: l’emigrante va in un altro paese per un periodo limitato di tempo (mesi, anni) con il preciso proposito di rientrare in patria (non a caso chiamata “madre”). Di frequente stipula contratti ben precisi e limitati. Di solito emigra senza la famiglia, proprio perché vuole far rientro in patria, anche se in vecchiaia.

Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Il confine è una linea immaginaria di demarcazione che separa due territori afferenti a soggetti diversi, che siano essi persone, nel caso di proprietà private, o che siano autorità locali e statali in altri casi.
Frontiera: nel diritto internazionale il confine è definito anche come frontiera, è quella linea che delimita lo spazio di intervento del singolo stato. La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei.
Perché emigrano i friulani? La maggior parte emigrano per necessità economiche. Chi sono? In Friuli nel ‘600 sono soprattutto carnici, a partire dalla metà dell’800 anche i friulani della pianura emigrano. Uomini: agli inizi sono adulti, hanno una specializzazione spesso di alto livello (tessitori), verso il ‘900 la gran parte sono manovalanza. Donne: sono adulte, ma anche ragazzine che prestano servizio (lis massariis); poi svolgono la vendita porta a porta (lis sedonariis).
Tra gli emigranti dal Friuli quelli specializzati sono addetti all’edilizia (muratori, scalpellini, falegnami); al settore tessile (linaioli, tintori, tessitori); al settore dell’abbigliamento come i calzolai.
I lavoratori generici sono manovali, braccianti, fornaciai e tanti ragazzini apprendisti, bambinaie, sarte.
Le cifre e le anime. Nel 1679 dai quattro Canali della Carnia (conca di Tolmezzo, Canale di Socchieve, Canal di Gorto, Valle del But) emigrano 1132 persone. Sono circa il 24% della popolazione. Infatti, qualche anno prima nel 1672, il numero degli abitanti era di circa 27.000 individui.
Savigny, Francia 1960. Collezione Nevio Candolini, Interneppo, frazione di Bordano

I luoghi dell’emigrazione friulana. Nel periodo 1600 e 1700 la meta è rappresentata dai paesi del Centro Europa, dell’Europa balcanica, del nord est dell’Italia. Dal 1800 rimangono le mete precedenti, dalla  metà del secolo si aggiungono la Russia e le Americhe. Il ‘900 è il secolo della grande emigrazione nel Sud e Nord America, ma anche in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, oltre che la Germania.
I luoghi di partenza sono i porti europei: Genova, Trieste, Marsiglia, Napoli, Les Havres. Gli emigranti dovevano raggiungere i porti transoceanici di partenza in Italia o in altri paesi, come la Francia, il viaggio oltre mare era lungo così come la strada che portava ai porti. In molti casi si creavano dei gruppi che facevano la strada assieme. Per pagare il viaggio molti emigrati si indebitavano.
Gli organizzatori dell’emigrazione (agenti). Prima di partire l’emigrante doveva mettersi in contatto con le persone che organizzavano il viaggio. Spesso erano dei profittatori, a volte si prendevano la caparra e poi non si facevano più vedere. Altre volte arrivavano fino all’imbarco e poi lasciavano gli emigranti al loro destino. Infine c’era chi procurava il contratto di lavoro negli altri stati e poi non seguiva più gli emigranti. Questo sistema è molto simile a quello del caporalato.
San Gallo, Svizzera, 1904. Donne emigranti di Forni Avoltri per fare le sarte. Si ringrazia per la diffusione della immagine l'autore del seguente libro: Tullio Ceconi, Tracce di storia per immagini, 1996.

Le fasi storiche
Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne. 3% (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vede molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cerca fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
Terza fase. Dal 1877 inizia pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrano dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede sotto nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 - Emigranti della provincia di Udine, 1907
Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo 31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti) 3.694
Totale 35.512
Fonte: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1904.


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Le ricerche scolastiche
Nel 1922, fu firmato un accordo tra il Belgio e l'Italia per l'invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Molte famiglie e cittadini italiani che fuggono dalla loro patria a causa della situazione politica (ascesa del fascismo), emigrarono. Nel 1922 che la prima famiglia italiana, Spangaro di Biauzzo (Codroipo), andò ad abitare a Hennuyères.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, la produzione di carbone in Belgio era insufficiente per mancanza di mano d'opera. Contatti sono allora stabiliti tra il Belgio e l'Italia, il 20 giugno 1946 i due paesi firmano un Protocollo chiamato: “accordo uomo – carbone”.
L'Italia si impegna a inviare in Belgio 50.000 minatori in 6 mesi al ritmo del 2.000 partenze al mese (occorrerà attendere 1952 perché questa cifra sia ottenuta). Il Belgio vende all'Italia 200 chili di carbone al giorno e per emigrato.
In questi anni numerose famiglie della regione di Codroipo sono andate a abitare a Hennuyères. Il principale datore di lavoro erano le fornaci di Hennuyères, ma alcuni hanno lavorato in aziende agricole o nelle acciaierie di Clabecq.
L'8 agosto 1956 c’è la terribile catastrofe mineraria du Bois du Cazier, che fece 262 morti fra i quali 136 italiani. Questo evento causerà una reazione del governo italiano che rompe l'accordo del 1946. L'incidente provocò 262 morti su 274 uomini presenti nella miniera. Noi tutti conosciamo oggi quella località con il nome di Marcinelle (a cura del professor Giancarlo Martina).
Caterina e Giuseppe, cognossûts vuê come “Catine e Bepo di Australie”, tal mês di Dicembar dal 1959 a son partîts dal Friûl.  A son lâts vie in cinc: Catine cul sô om Bepo e i lôr fruts: Raffaella e Piergiorgio. Dopo e jere ancje Rosa, sûr di Bepo. A àn decidût di emigrâ, parcè culì a no ’nd ere lavôr. Arleve: Deborah Tosoratti di Bagnarie Arse. Classe 5^ A  Tecnic pai Servizis Turistics. Istitût “B. Stringher”, Udin - An scolastic   2007-2008. (par cure dal Professôr Elio Varutti).
L’emigrazione friulana ebbe termine nel 1969, secondo la sociologa Elena Saraceno. Vedi:
- E. Saraceno, Emigrazione e rientri. Il Friuli - Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, Il Campo, Udine, 1981.

Bibliografia schematica
- Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione Friuli V.G. 1903-1983
- Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Cramars, Arti Grafiche Friulane, 1997
- Giancarlo Martina (a cura di), Storie di emigrazione friulana dal Seicento al Novecento, Laboratorio di storia, anno scolastico 2009-2010, Isis Bonaldo Stringher Udine, ppt
- Bianca Maria Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del XIX secolo al 1940, Arti Grafiche Friulane, 1968
- Emigrazioni e trasferimenti di popolazioni, in Giampaolo Valdevit, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Gorizia, Leg, 1997.
- Piero Zanini, Significati del confine, B. Mondadori, 2002.

giovedì 23 marzo 2017

Quando i friulani costruivano la Transiberiana, film della Rorato

Il film di Christiane Rorato è eccezionale. Si intitola “I dimenticati della Transiberiana”, ma ha anche il titolo in francese: “Les Oubliés di Transsiberiéne”, viste le origini francesi della regista, che vanta delle ascendenze friulane, di Rivignano.

È stato proiettato, alla sera, al cinema Visionario di Udine il 22 marzo 2017. La sala più grande del Visionario era stracolma di persone. Alla fine della proiezione c’è stato un lungo applauso per lei. E pure un dibattito con la regista Rorato. Oltre alla regista era presente Bruno Beltramini che ha effettuato le riprese e Maria Grazia Renier, pittrice delle opere mostrate nel film. Già perché la regista non voleva le fotografie, che avrebbero trasformato l’opera in un documentario.
In realtà, a mio modesto parere, il suo film è un grande affresco sull’epopea dei friulani quando costruirono una parte della ferrovia transiberiana. È un interessante crogiolo di lingue, perché usa il friulano, il francese, il russo e l’italiano, con le didascalie di traduzione.
Russia 1876. Una locomotiva a legna della linea transiberiana. Vi lavorarono molti emigranti di Osoppo, Buja, Lauco, Forni di Sotto, Forni di Sopra, Nimis. I tredici colossali piloni di Sizran sono stati costruiti dall’impresa Leonardo Perini di Artegna. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

Il libro e il grano

A volte il “cjast” (solaio, in friulano, o anche: granaio nella soffitta) può riservare delle autentiche sorprese. Tanti anni fa il “cjast”, luogo asciutto, secco, nelle case contadine del Friuli, serviva a conservare i grani. 
Anche se si doveva intraprendere una lotta dura contro i roditori (topolini), combattuti a suon di trappole molto ingegnose, il “cjast” era quasi un posto catartico. Nel “cjast” filtrava un raggio di sole dalle piccole finestre adatte solo a dare una buona aereazione alle granaglie.
Nel caso in questione, nel “cjast” viene riposto anche un libro di orazioni. Il libro e il grano sono vicini. Li scombicchera (“ju scribice”) solo l’Orcolat (Il Brutto Orco, ossia il terremoto). Li rimescola. Li ribalta. Il terremoto li butta a terra, ma non riesce a distruggerli. Qualcuno ritrova il libro e poi... Il film nasce da lì. Prima ci sono tante ricerche del signor Romano Rodaro, ottimo attore nelle sequenze filmiche.
Il tutto sgorga da un libro di preghiere ritrovato a Buja, dopo il terremoto del 1976. Nell’ultima pagina contiene una giornata di diario a Missaavaja, in Siberia. 
La città della Russia asiatica dove vanno a lavorare un folto gruppo di friulani è proprio Missaavaja, in altre grafie: “Mysovsk”. Tale denominazione della città dura dal 1902 al 1941, anno in cui assume il nome attuale di “Babuškin”, in onore di Ivan Vasil'evič Babuškin, rivoluzionario russo fucilato dagli zaristi nel 1906, proprio a Mysovsk.
È così che un anziano signore va alla ricerca delle tracce di Luigi Giordani, lo sconosciuto che ha scritto sulla retro-copertina del libro di preghiere le seguenti parole: “Primo gennaio 1900, io Luigi Giordani e 13 altri friulani, sfidando un freddo intenso… a Missavia, Siberia”.
L’anziano signore è interpretato con una grinta da fare invidia alle scuole di cinema da Romano Rodaro, artigiano muratore, emigrato in Francia. Ecco gli straordinari incroci tra Friuli, Francia Siberia e altri posti ancora. C’è inoltre una incredibile Contessa (interpretata dalla stessa Rorato), che ha ricevuto il messale da un capitano giapponese nel porto di Vladivostok, nella Russia estrema, ai confini con la Cina e la Corea.
Un impellicciato emigrante di Lusevera nei cantieri della ferrovia transiberiana, tra fine '800 e primi del '900. Il revolver era prerogativa dei capi reparto, come è detto nel film di Christiane Rorato, del 2017. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

I personaggi di questa sorta di romanzo filmato ci fanno fare un tuffo nel passato. Si va all’inizio del Novecento, quando alcuni scalpellini, muratori e falegnami friulani erano andati a costruire la Transiberiana sulle rive del lago Baikal. È un film che apre il dibattito sul modo di affrontare la storia del territorio, secondo un’ottica che inizia dal particolare per andare al generale. Da un lato ci sono i fatti veri (Luigi Giordani è esistito, come pure gli oltre 450 friulani finiti in Siberia per qualche guadagno). Si va dall’autenticità delle cose alla fantasia della sua rappresentazione. La vicenda regge. La ricerca degli anni 2012-2016 delle tracce dei Dimenticati è centrale nel film. Si  mette in gioco una realizzazione spontanea, fuori dalle regole e con il piglio del plurilinguismo.
Qualcuno ha detto che non è un film storico, né un romanzo. La nuova opera di Christiane Rorato si apre alla storia del Friuli. Ci mostra spazi insospettati (la Siberia) ed allo stesso tempo cerca di risolvere un enigma.
È stata un’occasione per comprendere dalla viva voce di Christiane Rorato le scelte di regia, i problemi e i fatti ridicoli o incresciosi accaduti durante le riprese del film, dedicato ai dimenticati costruttori friulani della transiberiana.
Siamo nel pieno dell’epopea degli emigranti friulani, tra fine ’800 e inizio ’900. Si partiva per la Americhe, per il Centro Europa. Questi Dimenticati partono per la Siberia, dove contribuiscono alla costruzione della ferrovia lunga oltre 9 mila chilometri. Le riprese sono iniziate a Buja e più precisamente a Ursinins Piccolo. È stato proprio lo spunto del manoscritto ritrovato dopo il terremoto a dare l’idea del film. Nella casa diroccata della famiglia di Celso Gallina si ritrova lo scritto di Luigi Giordani (1857-1921). È uno dei tanti scultori, scalpellini e muratori friulani che in quel tempo lontano prendono la strada del lago Bajkal, nella Siberia meridionale. Sembra una favola, ma è tutta verità.  Essi vanno in cerca di lavoro. Luigi Giordani è un misterioso bujese, perché si è scoperto pochissimo di lui. Si sa che sul principio del ventesimo secolo si trovava in una baracca con altri 13 colleghi di cantiere a Missaavaja, nel lontano e freddo Est asiatico. Luigi Giordani era figlio di Vincenzo Giordani, detto “El Mago Bide” (1820-1892). Costui realizzò una bella ancona nella borgata.
Locomotiva storica della ferrovia Transiberiana. Fotografia dal sito web Transiberiana 2016 che si ringrazia per la riproduzione

Christiane Rorato è stata autrice, nel 2003, del film intitolato: “I guerrieri nella notte”.  Argomento ripreso dai “Benandanti” di Carlo Ginzburg. Nel 2011 ha prodotto “La rugiada nel tempo, i cantori di Cercivento”. In questi ultimi tempi ha creato mesi “Les Oubliés di Transsiberiéne”. Le prime riprese sono state effettuate a Ursinins Piccolo, grazie alla collaborazione del Comune di Buja.
Come accennato nel film la Rorato interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia friulana di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia. 


Emigranti friulani della zona di Pordenone in Siberia. Fotografia dal sito web Occhimentecuore, che si ringrazia per la diffusione

La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai a preparare i documenti e a spedire le loro lettere alle famiglie. Nel film, il suo destino ha un percorso parallelo a quello di Luigi Giordani, che a un certo punto prende una nave per ritornare in Friuli. Lei sola finirà i suoi giorni a Nimis, mentre il misterioso Giordani muore nella nave sul tragitto Vladivostok – Trieste, come si scopre all'Archivio del Tribunale di Tolmezzo.


Approfondimenti nel web e cenno bibliografico
Le fotografie di emigranti qui riprodotte sono riprese dal libro esemplare di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli, Udine, Ente Friuli nel Mondo, 1983.

Per chi fosse curioso di approfondire la ricerca iconografica e statistica sull’emigrazione di genere, sulla donna friulana emigrante, come lo fu la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu, può vedere nel web: E. Varutti, Feminis tal forest (Donne all’estero), 2014.

Le copie del film della Rorato sono in vendita al cinema Visionario di Udine, Via Fabio Asquini n. 33 - 33100 UdineTelefono0432 227798. 

Siberia 1895. Un gruppo di emigranti di Clauzetto, occupati nei lavori di costruzione del tratto italiano della transiberiana, vicino al lago Baikal. Fotografia dal volume di Gino di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli.

mercoledì 18 maggio 2016

Esodo dolce da Tolmino, 1945

Trattando dell’esodo giuliano dalmata si può dire che ci siano state soluzioni dolci? Esiste un esodo soft? Mi sono posto tali domande dopo avere ascoltato la testimonianza di un esule da Tolmino, dell’Alta Valle d’Isonzo.
Cartolina di Tolmino, 1935, fotografo Agostino Negro. Stampa dello Stabilimento grafico Cesare Capello di Milano. Collezione privata, Udine

«Siamo venuti via nel gennaio 1945 – mi racconta Paolo Negro, nato nel 1942 – mio papà era contrario al regime di Tito».
Allora siete partiti senza aver subito violenze o pressioni da parte dei partigiani?
«Mio padre era ben visto in paese. Ci hanno lasciato partire con un carretto con un po’ di roba dentro verso Gorizia e Udine – aggiunge il signor Negro – i partigiani lasciavano partire così chi se ne voleva andare via, come mi hanno detto in famiglia».
La sua famiglia era originaria di Tolmino?
«No, mia madre era di Zomeais di Tarcento, in provincia di Udine – è la risposta – mio padre era Agostino Negro, nato nel 1897 a Villanova delle Grotte, in comune di Taipana, provincia di Udine. Papà fece la Prima guerra mondiale sul Pal Piccolo. Lavorò all’estero nelle fornaci “a fâ madons” (a fare mattoni, in lingua friulana) sapeva tante lingue, come il tedesco e lo sloveno, nel 1928 si trasferì a Tolmino, aprendo una cartoleria, libreria, edicola, studio fotografico e di cartoline».
Siete passati per i Campo Profughi o per il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano a Udine, da dove transitarono oltre cento mila esuli giuliano dalmati dal 1944 al 1960?
«No siamo andati da parenti a Beivars, vicino a Udine, dove abbiamo visto i Cosacchi (alleati dei nazisti nella guerra anti-partigiana) – spiega Paolo Negro – ma fino al 1944 eravamo a Tolmino e mio padre aveva il lasciapassare dei tedeschi che avevano occupato la zona. Lui aveva il lasciapassare per poter andare a Gorizia a rifornirsi di materiale per il negozio».
Fotografia di Agostino Negro, Tolmino, 1934. Stampa Fotocelere di A. Campassi, Torino. Collezione E. Varutti

Poi a Udine siete dovuti ripartire da zero?
«Lavoro duro e duro lavoro – conclude il signor Negro – sempre con una cartoleria a Udine prima in piazza del Duomo nel Palazzo di Prampero e poi, dal 1954 il Via Stringher, di fronte all’Osteria Il Grappolo d’Oro fino al 2009, quando si è chiusa l’attività».
Così termina la testimonianza di Paolo Negro, non senza accennare al fatto che ha dei parenti Negro sparsi in Argentina e in Pennsylvania, negli USA, frutto dell’emigrazione friulana.
Agostino Negro, Tolmino - Primavera, 1934. "Edizione Riservata A. Negro - Libreria Cartoleria - Tolmino". Collezione E. Varutti

1. Storia della Fotografia nell’Alta Valle d’Isonzo
Si può ben dire che un grande fotografo di Tolmino fu Agostino Negro, nato nel 1897 a Taipana, oggi un paese della minoranza slovena, riconosciuta dalla vigente normativa italiana. Egli lavorò a Tolmino, Tolmin in sloveno, dal 1928 al 1945, facendo vari scatti per immortalare non solo l’ameno paese di montagna, ma anche le Alpi Giulie, come il Montenero, Monte Colovrat, Monte Scherbina e Monte Stol, sopra Caporetto, Kobarid, in sloveno e Cjaurêt, in friulano.
Alcune sue cartoline sono di Plezzo, Bovec, in sloveno, con Oltresonzia e il Monte Canin, oggi  confine tra Slovenia ed Italia. Fin qui la fonte è quella del figlio Paolo Negro, che possiede un’ampia scelta di cartoline ed altro materiale fotografico del babbo.
Nel 1926 è militare italiano a Tolmino Alfonso Leonardo Negro, nato a Lusevera il 28 agosto 1896 e morto a San Juan, Argentina, il 1° maggio 1981. La fonte di tale dato è una fotografia ed altre produzioni dall’Archivio Fotografico della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, disponibile anche in Internet.
Lo stesso archivio ci informa che nella metà degli anni venti del Novecento operava a Tolmino, provincia di Gorizia, il fotografo Ippolito Picco. Egli è documentato anche da Giancarlo Brambilla, “Censimento degli studi fotografici attivi dal 1860 a Gorizia e in provincia”, «Il Territorio», XXII, 11/12, giugno-dicembre 1999. 
Picco agiva con la consorte, Adele Liberini, censita pure lei come fotografa di Tolmino da Gualtiero Valentinis nella sua “Guida commerciale industriale e professionale del Friuli”, Udine, Tipografia Passero, 1921. Secondo altri autori ella subentra nell’attività del marito “esclusivamente” nella vendita di articoli fotografici.
A Caporetto c’era il fotografo Antonio Juretig nel 1921, sempre secondo il Valentinis. Era attivo nel periodo 1906-1910 il fotografo Luigi Klein, secondo il citato studio di Brambilla, che menziona pure il fotografo Francesco Erzen nella stessa Caporetto, nel 1930. Ancora il Brambilla nomina due fotografi a Plezzo attivi rispettivamente nel 1937, Ida Domenis, che chiude l’attività nel 1938. Le succede, nel 1939, Sava Domenis, fu Mattia, nato a Plezzo il giorno 8 novembre 1920, con stabilimento in Via XXVIII Ottobre n.1.
Agostino Negro, Tolmino visto dal Monte Colovrat, 1936. Stampa Stabilimento grafico Cesare Capello, Milano. 
Collezione privata, Udine

2. Tolmino è pure un formaggio
C’è da dire che con la parola Tolmino si intende anche un formaggio, di produzione vaccina. È detto “Tolminc D.O.P.”, ove la sigla DOP sta per “Denominazione di Origine Protetta”. Dai documenti storici per la prima volta è menzionato come “Formaggio di Tolmino - Tolminski sir (Formaggio di Tolmin)”, nel 1756 in un listino prezzi nella città di Udine. Il Friuli e Udine erano sotto la Serenissima Repubblica di Venezia, mente Tolmino era sotto l’Austria, precisamente apparteneva al Sacro Romano Impero. Gli scambi mercantili tuttavia erano attivi, tanto che il formaggio degli allevatori sloveni viene quotato sulla piazza di Udine.

A migliorare la qualità del prodotto contribuirono in maniera rilevante diversi fabbricanti di formaggio i quali, già alla fine del XIX secolo, sotto gli auspici dell’Associazione degli agricoltori di Gorizia (o Görz, alla tedesca), si recarono nella regione per aiutare gli agricoltori del posto a risolvere i problemi legati alla produzione. È sul monte Razor che, nel 1886, sotto la direzione dello svizzero Thomas Hitz, si diede il via alla lavorazione di formaggi a pasta dura. Il Tolminc ha continuato a svilupparsi nel corso dei secoli fino a diventare parte della tradizione e della cultura dei produttori di allora e di oggi. Quello stagionato è un formaggio gustoso, un po’ piccante, da leccarsi i baffi.

Ringraziamenti

Desidero ringraziare il signor Paolo Negro, nato nel 1942 a Tolmino, in provincia di Gorizia. Egli è stato da me intervistato a Udine il 16 maggio 2016, grazie ai contatti intrapresi dall’architetto Walter Vidale e dalla professoressa Patrizia Pireni, conoscenti comuni.  
 Agostino Negro, Tolmino - Montenero (m 2245). "Edizione Riservata A. Negro - Tolmino". Stampa Stabilimento grafico Cesare Capello, Milano. Collezione E. Varutti

mercoledì 17 dicembre 2014

Friulians in Canada, wow che libro!

Ecco un libro destinato a fare storia. Si intitola Friulians in Canada. Scritto da Sarah Rolfe Prodan, è bilingue: inglese / italiano. Poi ci sono pure alcune gustose frasi idiomatiche in friulano. Promosso dalla Camera di Commercio di Udine, in coedizione con Forum Editrice Universitaria Udinese e con il patrocinio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, il volume è realizzato con il contributo della Banca Popolare di Cividale e ha beneficiato della collaborazione speciale del console onorario del Canada - insediato proprio negli uffici della Camera di Commercio - Primo Di Luca

Bel testo, con una elegante impaginazione e con contenuti che resteranno nel tempo. Si tratta, forse, della prima indagine sull'emigrazione friulana d'oltre oceano scritta da un autore di la da l'aghe. L'autrice, infatti è canadese, pur con legami famiari col Friuli. Ci sono belle storie di friulani che, emigrati nel grande Paese nordamericano, sono riusciti a fare nascere imprese di primo piano. Si sono costruiti il loro futuro lavorando tanto, con impegno e talento, raggiungendo risultati di riconosciuto successo. È tutto racchiuso in questo libro stupendo.
È stato presentato ad un folto pubblico e alle autorità friulane venerdì 12 dicembre 2014, alle 15.00 in Sala Valduga, presso la Camera di Commercio di Udine.
Ha fatto gli onori di casa Giovanni Da Pozzo, presidente della Camera di Commercio di Udine, ricordando le ampie relazioni economiche e culturali esistenti tra Friuli e Canada. Primo Di Luca ha ricordato che, a livello mondiale, Toronto è la seconda città del Friuli, nel senso che posside oltre 50 mila abitanti di origine friulana, che parlano la marilenghe e rafforzano continuamente i loro legami con la Piccola Patria, bagnata dal Tiliment. Ha poi ricordato come è nata l'idea di questo bel volume, destando molto interesse fra i presenti e raccontando che l'autrice ha costruito delle emozionanti pagine di biografie di grossi imprenditori friulo-canadesi. Non c'è solo l'edilizia coinvolta, ci sono il medico, il norcino, l'assicuratore, il fotografo, il prete, l'avvocato, il poliziotto e il politico... Insomma in ogni campo i friulani si sono fatti ben notare in Canada. "A jerin ducj iscrits a la scuele dai gobos" - ha detto Di Luca, fra i sorrisi dei presenti. La traduzione della frase è: "Erano tutti iscritti alla scuola dei gobbi, col significato nascosto che vede nei friulani dei grandi lavoratori... tanto da farsi venir la gobba!
Bernardi, Da Pozzo, Di Luca e De Felice alla presentazione del volume

La più coinvolgente relazione, in chiave scientifica, all'incontro di presentazione del volume di Sarah Rolfe Prodan è stata quella del sociologo Ulderico Bernardi, dell'Università di Venezia. Ha voluto ricordare il percorso multiculturale seguito dal 1988 dal Canada, enfatizzando il patrimonio di intelligenze degli immigrati.
Anche il rettore dell'ateneo friulano, professore Alberto Felice De Toni, ha portato il suo segno di apprezzamento all'iniziativa che segna una intensa collaborazione dell'Università di Udine con gli scambi col Canada. Altro saluto non solo rituale è stato quello di  Graziano Tilatti, presidente della Banca Popolare di Cividale. È intervenuto poi Pietro Paviotti, consigliere regionale della lista civica Cittadini per il presidente.
Il testo è importante perchè consente un confronto con la letteratura sull'emigrazione di lingua inglese, osservata dall'angolo visuale del Canada. 
Il Canada si conferma uno dei Paesi di maggiore interesse per il Friuli Venezia Giulia, a partire dai fortissimi legami tra le due comunità. Il libro, sintesi viva e coinvolgente delle vicende di tanti friulani in Canada, contribuisce ancora di più a rinsaldare tali buone relazioni. È un omaggio a chi ha dovuto o chi ha saputo osare. Negli anni Cinquanta o Sessanta del Novecento essi hanno abbandonato il Friuli e sono riusciti a costruirsi una vita, non facile, ma sempre brillante e positiva, realizzando i propri sogni. Con sacrifici difficilmente descrivibili in qualche riga. È stato detto che ciò è un segno di merito per le persone emigrate, sicuramente, ma anche per il Paese d’accoglienza.  Certe storie d'emigrazione friulana, infine, si situano anche agli inizi del Novecento.


Special thanks to www.delcampe.net for this postcard's reproduction, Toronto, Ontario, Canada, 1900-1910s; completed 1895-1896. Demolished 1970.  I.O.F. Temple