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lunedì 1 agosto 2022

I Zuccon di Carnizza infoibati, nonno e avi istriani del manager Sergio Marchionne

“Mi ricordo che lo zio Giacomo Zuccon arrivava per le feste a Mormorano con la sua moto Guzzi – ha detto Carlo Varesco – mi teneva per mano e diceva: vuoi un gelato?” Giacomo Zuccon è pure il nonno del noto manager Sergio Marchionne. L’hanno preso i titini “nel settembre del 1943 e l’hanno ucciso nella foiba, infatti è stato trovato qualche mese dopo”. Chi si immaginava che volevano eliminare gli italiani? È la frase che dicono molti dei testimoni dell’esodo giuliano dalmata. “Io ero bambino – ha aggiunto Varesco – ma ricordo che dicevano che c’era paura, c’era tanta paura dei partigiani”. Ricorda qualcosa d’altro?

Giacomo Zuccon, ucciso in foiba nel settembre 1943 a 46 anni. Collezione Carlo Varesco.

“Sì, Giuseppe Zuccon, mio cugino e figlio di mio zio Giacomo – ha spiegato il testimone – era militare del regio esercito, era ritornato a casa dopo l’8 settembre 1943, voleva andare a cercare il papà catturato dai partigiani, ma i tedeschi lo hanno fermato e ucciso come sospetto partigiano. In quel momento mia zia Mara era senza marito, prelevato dai partigiani, mentre il figlio le era stato ammazzato dai tedeschi, per lei è stata dura, molto dura, non è stata più lei”. Non è finita qui, vero signor Carlo Varesco?

“Proprio così – ha replicato Varesco – perché nel 1944 i titini uccidono nella foiba un altro mio zio, fratello di Giacomo e di Caterina, mia madre. Lui era Giuseppe Zuccon [I nomi propri come “Giuseppe”, si ripetono, per tradizione di famiglia, NdR]. Poi c’era un altro loro fratello e mio zio. È Romano Zuccon che si è salvato dalla foiba ed è stato ricoverato in Ospedale a Pola fino alla fine della guerra. Poi Romano ha fatto l’operaio alla fabbrica di cemento a Pola fino all’età di 75 anni, morendo in Istria all’età di 94 anni”.

Giuseppe Zuccon, fratello di Giacomo, pure finito in foiba. Collezione Carlo Varesco.

Carlo Varesco, istriano emigrato negli USA, è andato via da Mormorano nel 1950, passando per Trieste “poi in treno al Centro smistamento profughi di Udine – ha detto – dove siamo stati destinati al Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo”, come dall’intervista allo scrivente, citata in fondo. È il cugino del celebre manager Sergio Marchionne, pure lui con ascendenze istriane.

È dal libro pubblicato nel 2022 da Rosanna Turcinovich Giuricin, col titolo Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, edito dalla Oltre Edizioni, che si hanno altre notizie sulla tragedia dei Zuccon. “La famiglia gestiva un grande emporio nella piazza principale della piccola località di Carnizza, presso Pola [oggi in Croazia: Pula, NdR]” ha riferito la Turcinovich “che forniva anche Castelnuovo d’Istria [oggi in Slovenia: Podgrad] ed i villaggi circostanti dove abitavano numerose famiglie dei minatori” delle vicine miniere di Arsia e Albona. “Nel 1943, dopo l’8 settembre vennero ad arrestare mio padre – ha raccontato Maria Zuccon Marchionne, mamma di Sergio Marchionne – Non era gente del posto, anche se i mandanti, chissà… Mio fratello, che era militare di leva [è: Giuseppe], giunse a casa proprio in quei giorni e andò a cercare notizie di nostro padre. Non fecero ritorno e di loro non si seppe più nulla, mai più… Quanto dolore, che strazio per i parenti. Noi tre donne di famiglia, lasciammo Carnizza e ci rifugiammo nella casa del nonno, in campagna. Furono anni difficili. Dall’emporio venne portato via tutto, sequestrato dal potere popolare. Si fece addirittura un processo sulla pubblica piazza affidato ad un funzionario che non avevamo mai visto prima, mandato dai partigiani jugoslavi…”.

Romano Zuccon, salvatosi dalla foiba, è un rimasto, fratello di Giacomo e Giuseppe infoibati. Collezione Carlo Varesco.

I Zuccon nella foiba, in letteratura

Si ricorda che Zucconi, in croato: Cokuni, è un villaggio istriano di poche case, tra Marzana e Dignano, dove tutti gli abitanti fanno di cognome Zuccon. Nella pubblicistica solo il nome di Giacomo Zuccon, eliminato in una foiba, è citato da padre Flaminio Rocchi. È nella foiba di Terli che, il 1° novembre 1943, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, coadiuvato dai vigili del fuoco Bussani, Paron e Giacomini, procede al recupero di 55 salme, che vengono estratte dalla foiba, giù fino a 85 metri, a gruppi di tre-quattro legate assieme. Tra questi poveri resti umani in decomposizione c’è: “Zuccon Giacomo fu Giuseppe, anni 46, commerciante, di Medolino” (Rocchi F 1990 : 26). Medolino (in croato: Medulin; in istro-veneto: Medolin) è un comune vicino a Pola, odierna Croazia.

Nell’elenco dei Caduti della RSI compaiono sia Giacomo Zuccon, con gli stessi dati già descritti, sia suo fratello Giuseppe, con queste informazioni, con qualche lieve discordanza rispetto alla fonte orale: “Zuccon Giuseppe, Civile, nato a Dignano (PL), data di morte presunta 05/10/1943”.

Esodo da Laurana dei Guastamacchia col babbo in Guardia di Finanza, 1944

Per qualcun’altro l’esodo è stato facile e senza tragedie. “Mio papà era della Guardia di Finanza – ha detto Giovanni Guastamacchia, nato a Fiume – e, visto quello che succedeva in Istria, ci ha detto che era meglio andar via, sarà stato il 1944, così erano i racconti in famiglia. Con mia mamma Maria Calcich, un nome istriano, siamo partiti con un camion caricato delle nostre masserizie. Giunti alla curva sulla strada tra Fiume e Trieste, il motore fumava, per fortuna che c’era un abbeveratoio animale nelle vicinanze, così con l’acqua della vasca è stato spento il principio d’incendio. A Udine siamo stati ospitati dal conte Del Torso, in piazza Garibaldi per circa due anni, poi siamo andati a vivere in una casa in affitto in via Baldissera. Ricordo che arrivati a Udine, la mia famiglia ha dovuto scaricare il mobilio in viale Palmanova, presso un magazzino di trasporti, perché non potevano entrare dove ci avrebbero ospitato”. C’è qualche altro ricordo?

Fiume porto franco, cartolina successiva al 1929. Collezione privata.

“Mia mamma mi raccontava che in Istria non avevo mai assaggiato lo zucchero – ha aggiunto Guastamacchia – poi ricordo che si diceva che mio padre, di origine pugliese, dopo il corso della Guardia di Finanza è stato assegnato in Istria, perché la città portuale di Fiume era un porto franco dal 1929 e necessitavano di tanto personale”.

Conclusioni

Fa male scrivere di certi argomenti, eppure capita di farlo. Si opera nello spirito della Legge italiana 30 marzo 2004, n. 92 istitutiva del “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani  e di tutte   le vittime  delle  foibe, dell’esodo  dalle loro terre  degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Mi auguro che il fatto di far conoscere certi eventi con rispetto e con onore sia più forte del dolore suscitato nei parenti, invitati a raccontare dei loro cari uccisi nelle foibe.

“Mio zio Benito Daddi, di Zara, nel Campo profughi di Laterina, forse nel 1952”. Didascalie e collezione di Ettore Daddi. In seguito alle presenti ricerche, i Daddi e i Varesco hanno scoperto di essere stati “vicini di baracca” al Crp di Laterina.

Contributi dal web

Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) ha diffuso su WhattsApp il presente articolo e Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD di Gorizia nonché Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha scritto le seguenti parole, aggiungendo certe immagini: “La foiba di Terli (in croato Trlji) si trova nel comune di Barbana, un paesino di circa 3 mila abitanti che si trova tra Pola (dove viveva a quel tempo mio padre, ragazzino tredicenne)  e Albona  (dove viveva mia madre). Mio padre trascorreva le vacanze estive a Carnizza, a circa 20 km da Pola (aveva dei parenti da parte della mamma). Nella mappa il paesino è individuato da un  puntino scuro. A Carnizza i partigiani, tra gli altri,  portarono via da casa, di notte, Giacomo Zuccon, il nonno di Marchionne, portato via con i polsi legati con il filo di ferro (come ha  testimoniato la nuora, ultranovantenne, intervistata pochi anni fa). Giacomo Zuccon aveva 46 anni, era  un commerciante che a Carnizza aveva un piccolo negozio di alimentari, si trovava a poche decine di metri dalla casa dei cugini di mio padre, che avevano invece un'osteria, lungo la strada principale che dalla piazzetta del paese portava giù al piccolo porto”.

Immagini a cura di Maria Grazia Ziberna, presidente ANVGD di Gorizia, che si ringrazia per la diffusione in questo blog

Collezioni private 

- Ettore Daddi, vive a New York, USA, fotografia del Crp di Laterina.

- Carlo Varesco, fotografie commentate, email a Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) del 29 luglio 2022, inoltrata allo scrivente.

I cugini Sergio Marchionne e Carlo Varesco a Chicago nel 2010. Collezione Carlo Varesco

Fonti orali e digitali

- Giovanni Guastamacchia, Laurana (PL) 1942, int. a Udine del 27 luglio 2022 dello scrivente con la collaborazione di Franco Pischiutti, dell’ANVGD di Udine.

- Carlo Varesco, Mormorano (PL) 1931, esule in Florida (USA), videochiamata in Messenger del 30 luglio 2022 ed email del 31 luglio con lo scrivente, grazie ai contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Maria Grazia Ziberna, Gorizia 1958, messaggio su WhattsApp del 3 agosto 2022 nel gruppo "Noi dei Ricordo".

Cenni bibliografici e sitologia

- Elenco “Livio Valentini”, Caduti della Repubblica Sociale Italiana, disponibile nel web.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

- Rosanna Turcinovich, Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, Sestri Levante (GE), Otre Edizioni, 2022.

- E. Varutti, Carlo Varesco, elettricista istriano dal Campo profughi di Laterina agli USA, 1950-1956, on line dal 2 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

E. Varutti, Discendenti di esuli di Zara, passati al Campo profughi di Laterina ricordano i loro cari avi, on line dal 25 luglio 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Produzione culturale del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine, coordinato dal prof. Elio Varutti e con la collaborazione di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Carlo Varesco, Marco Birin, Franca Pividori, Claudio Ausilio, oltre a Daniela Conighi e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie: Collezione Carlo Varesco. Adesioni: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo. Siamo grati a Maria Grazia Ziberna, presidente dell'ANVGD di Gorizia, per il suo gradito intervento scritto.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Laurana, virata in azzurro, anni ’30. Archivio ANVGD Udine.


martedì 22 gennaio 2019

Fiume 1947, l’umanità tra una bambina italiana e un militare tedesco prigioniero degli iugoslavi


È un libro che si legge tuto de un fia’. È un incantevole volume del ricordo, giunto già alla seconda edizione. Sono poche, ma intense le 58 pagine fondate su di un atto di gentilezza delle ragazze di Fiume dopo la Seconda guerra mondiale verso i soldati tedeschi costretti ai lavori forzati. L’umanità, in quelle terre, aveva iniziato a spegnersi dal 1943, quando un insieme variegato di bande e di eserciti si fronteggiava con vena nazionalistica e con tragiche uccisioni.
La copertina del libro con la fotografia che il militare tedesco Josef teneva con sé; si vede la moglie, col figlioletto Werner

Il fatto straordinario è che l’intero testo di Cristina Scala è stato creato sulla base di documenti familiari, come lettere manoscritte, fotografie, dattiloscritti e vari contatti via web. Lo stile dell’autrice appare scarno e senza fronzoli, ma è sciolto e leggibile. Certe sue frasi sono come stilettate di bora, lanciate lì tra appunti storici e riflessioni filosofiche. Al termine di una paragrafo potrebbe capitarvi di avere dei brividi di emozione, perché tutto il racconto si basa su di una storia vera del 1947, come recita il titolo, con un balzo cronologico al 2016 e 2017 per le corrispondenze di posta elettronica, quando la Scala scopre gli originali manoscritti in lingua tedesca. 
È proprio a Natale del 2016, durante un viaggio negli Stati Uniti, in contatto con la rete dei fiumani sparsi nel mondo, che all’Autrice vengono sottoposte alcune lettere da comprendere e tradurre. I manoscritti, del 1949, sono opera di un soldato tedesco che si trovava prigioniero degli slavi a Fiume, annessa alla Jugoslavia, dopo il secondo conflitto mondiale.
Il soldato esprime la sua gratitudine per la solidarietà e la gentilezza incontrate tra i fiumani, in particolare con una bambina di 10 anni, Luzia, che lo aiutò, con poche e semplici parole, a superare il brutto periodo di detenzione e di lavori forzati per gli slavi. Dopo quasi 70 anni Cristina Scala è riuscita a mettersi in contatto con i discendenti di quel milite e a creare l’occasione di un viaggio del ricordo nei luoghi di detenzione e di pena.
Il libro della Scala è come una bomba d’acqua: tutto, tanto e subito. Non c’è tempo per fare delle congetture. Non c’è sosta. C’è solo la voglia matta di finire di leggere e di capire dove vano a parare i protagonisti dell’avvincente faccenda. Non si vede l’ora di finire una pagina per scoprire che cosa ci sarà in quella seguente.

Josef B., nato a Kobern, presso Coblenza, il 14 settembre 1911, morì a casa sua il 18 gennaio 1987. L'ultima di copertina del libro di Cristina Scala


La vicenda del soldato Josef e della bambina Lucia
Come già accennato la vicenda è quella di Josef B., di Coblenza, soldato tedesco della Wehrmacht fatto prigioniero, col suo reparto, dagli iugoslavi a Castelnuovo d’Istria, oggi Podgrad, il 3 maggio 1945. Come molti altri suoi commilitoni viene destinato ai lavori forzati. Gli è andata bene, perché è ancora vivo. Nel 1947 a Fiume, in Via Torquato Tasso, diventata Ulica Kozala, fa conoscenza con Lucia, una bambina italiana di 10 anni, che gli dà un semplice saluto, oppure un pezzo di pane e marmellata.
I semplici atti di gentilezza della bimba italiana Lucia danno grande conforto al soldato tedesco Josef, che ricorderà quel briciolo di umanità. Il soldato Josef B. riesce a far ritorno in Germania, dalla sua famiglia, il 25 gennaio 1949, dopo quattro anni di lavoro coatto duro e pesante, come quello notturno in miniera, ad Arsia, che gli rovina la salute e la possibilità di deambulare. Muore il 18 gennaio 1987.
Nel 1949 Josef scrive tre lettere di ringraziamento a Lucia M., indirizzandole a Fiume, Via Tasso, raccontandole del figlio Werner, della moglie e dei vicini, curiosi di sapere quella storia di piccola umanità. La bambina Lucia, pur non capendo quella calligrafia, è contenta perché capisce che Josef è riuscito a tornare dalla sua famiglia. Le missive, in tedesco, non facilmente comprensibili per la grafia, restano in una scatola nella cantina di Lucia fino al suo esodo da Fiume, avvenuto nel 1957, per arrivare a Genova.
La miniera di Arsia negli anni Quaranta; grazie per la cartolina a Paolo De Luise, di Pirano, esule a Carpi, provincia di Modena

Dalla Liguria, questi originali documenti vengono ritrovati nel 2016, scansionati ed inviati per posta elettronica all’amica del cuore Lucilla, che da Fiume è esule negli Stati Uniti, nel Nord Carolina. Avendo Lucilla un fratello che conosce la lingua tedesca, potrà egli tradurre i messaggi, ma la grafia è veramente impossibile. Poi, per pura coincidenza, arriva Cristina Scala e riesce a capire quelle frasi e a tradurle. Non solo, ritornata in Italia, costruisce dei contatti con i discendenti di Josef di Coblenza. Nel luglio del 2017 si incontra con Alexandra, la figlia di Werner, in Austria. Poi se li porta a Portogruaro, a Fiume e ad Arsia, nella miniera dove pativa Josef, in un tenero quanto europeo viaggio della memoria, documentato nel libretto con tanto di fotografie.
“Non dimenticherò mai le donne di Via Tasso – scrive Josef nella lettera, firmandosi Giuseppe, moglie e Werner (il figlio) – con pane, conserve e frutta vi siete occupate per il nostro benessere fisico, e tramite il vostro gentilissimo Buongiorno e Come Va? siamo stati rafforzati nello spirito” (p. 25).

La storia del pacchettino
Lucia risponde al soldato Josef con delle cartoline e delle lettere, come quella del 20 dicembre 1950 che, racconta Josef in un altro messaggio, viene letta assieme alla sua famiglia e a certi vicini di casa, desiderosi di sentire raccontare ancora una volta la storia del pacchettino delle bambine fiumane. Cos’era questo pacchettino? Lucia, sua sorella e le altre ragazze di Fiume davano da mangiare al soldato Josef che lavorava ad uno scavo in Via Tasso. Le bambine senza farsi notare dai guardiani titini, lasciavano cadere o nascondevano un piccolo pacco, con dentro un panino di marmellata, oppure un frutto, per Josef. Il pacchetto veniva nascosto vicino ad un cancello del forno Pucikar, il nonno di Lucilla. Quando poteva, Josef lo andava a raccogliere e si nutriva, oltre a sentire i garruli saluti di Buongiorno delle ragazzine di Fiume.
I discendenti di Josef, con Cristina Scala, hanno visitato a Fiume, in Via Tasso a Cosala, il luogo di consegna del pacchettino. Lo hanno fotografato e mostrato ai parenti. Tutta la visita a Fiume e alla miniera di Arsia si è svolta tenendosi in contatto telefonico con Werner, in Germania, con Lucilla, in Nord Carolina, con Furio, figlio di Lucilla che vive in Texas e con Lucia a Genova.
Arsia 1942, scuola elementare "G. Marconi"; ringrazio per la immagine Mario Tamburlini, del gruppo di Facebook Amici profughi istriani, col suo messaggio del  21.1.2019

L’incidente del 1948 nella miniera di Arsia
La miniera di Arsia, ora Raša, non si è accontentata della vita dei 187 minatori uccisi da un’esplosione il 28 febbraio 1940, quando apparteneva all’Italia. Divenuta iugoslava, tornò ad esplodere nel 1948, provocando la morte di almeno 92 minatori tedeschi prigionieri degli iugoslavi e costretti ai lavori forzati, come Josef, il quale si salvò perché era stato spostato a lavorare in un panificio di Draga di Moschiena. Oggi Arsia pare una città fantasma, la miniera è chiusa e dell’incidente del 1948 si sa che “… il regime di Tito volle insabbiare questa faccenda” (p. 46).

Chi è Cristina Scala?
Figlia di padre esule da Fiume e di madre profuga dalla Boemia, l’Autrice è nata nel 1972 a Trieste. Nel 1978 la famiglia si trasferisce in Germania, a Offenbach sul Meno, vicino a Francoforte sul Meno. L’Autrice si specializza in Tecniche turistiche, conseguendo il diploma di Reisenverkehrskauffrau, corrispondente in Italia a Perito turistico.
Per dieci anni lavora in agenzie marittime per crociere internazionali a Francoforte e a Monaco di Baviera. Nel 2000 rientra in Italia, stabilendosi a Portogruaro, in provincia di Venezia, dove attualmente è responsabile dell’ufficio commerciale di un’impresa del settore metalmeccanico. Il suo primo libro edito si intitola Ricordi fiumani e Ciacolade di Giulio Scala, del 2014 e premiato nel 2018 con menzione d’onore speciale al Premio letterario “Generale Loris Tanzella” di Verona. L’autrice ha un profilo Facebook, dove può essere contattata per eventuali informazioni sul suo originale libro.
 Cartolina di Moschiena degli anni 1920-1930. Immagine da Internet 


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Il libro recensito
Cristina Scala, Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, Portogruaro (VE), [s.e.], 2018, pp. 58.

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Commenti del web
In un paio di giorni l’articolo presente ha fatto registrare nel web oltre 350 visualizzazioni e una serie di commenti positivi, compresi quelli festosi dell’Autrice. Tra i tanti messaggi ricevuti riportiamo i seguenti per dare un’idea della ricezione riguardo al libro di Cristina Scala.
Rudi Decleva, nato a Fiume nel 1929, sul profilo di Google il 23.1.2019, ha scritto: “Storia di una  bambina dal cuore d’oro e di un soldato prigioniero di uno Stato che per punirlo gli impedisce di correre ad abbracciare la sua famiglia in una terra lontana. Una vacanza negli States che fa scoprire all’Autrice gli ingredienti di questa storia come in un gioco del destino. E le imprevedibili sorprese nei luoghi dove venne a svilupparsi questo doloroso dramma umano che fortunatamente si conclude con lacrime di gioiosa commozione”.
Una fiumana nel cuore, Arianna Gerbaz, di Latina, che vive a Torino, il 22.1.2019, nel gruppo di Facebook Un Fiume di Fiumani, ha scritto: “Una storia commovente con protagonista la piccola Lucia”.

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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 2 aprile 2017

La donna friulana emigrante, conferenza a Udine

Sintesi della conferenza del professor Elio Varutti  tenuta al Museo Etnografico del Friuli, Via Grazzano, 1 – Udine il giorno 28 marzo 2017, ore 15.
Fornaciai in Germania a far mattoni e tegole nei primi del '900. Fotografia dei Civici Musei di Udine

L’emigrazione è un fenomeno sociale, cioè che coinvolge molte persone di una stessa zona, oltre che il paese e la famiglia. Questa parte di popolazione si sposta dal luogo di origine, cioè di nascita verso un altro. Il luogo di arrivo è più o meno lontano, ma sempre e comunque diverso. Spiegare le cause e le condizioni non è facile.
Nel film di Christiane Rorato “I dimenticati della Transiberiana” (2017) la regista interpreta la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu (1846-1936). Tale donna dell’emigrazione era discendente di una nobile famiglia di Gorizia vissuta tra l’Austria e il Friuli. La contesa Pierina, a 50 anni di età, decide di seguire il marito, titolare della ditta Floriani di Tarcento, proprio in Siberia (1895-1908). La contessa si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai friulani (circa 450) a preparare i documenti e a spedire le loro lettere dalla lontana Siberia.
Il tipo di emigrazione è da capire. C’è quella permanente: l’emigrante parte per non tornare più, a volte la decisione viene presa nel corso del periodo di emigrazione, altre volte la decisione non viene chiaramente espressa, ma scorre lungo la vita. L’emigrante parte con la famiglia o si fa raggiungere in un secondo momento.
Poi c’è l’emigrazione temporanea: l’emigrante va in un altro paese per un periodo limitato di tempo (mesi, anni) con il preciso proposito di rientrare in patria (non a caso chiamata “madre”). Di frequente stipula contratti ben precisi e limitati. Di solito emigra senza la famiglia, proprio perché vuole far rientro in patria, anche se in vecchiaia.

Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Il confine è una linea immaginaria di demarcazione che separa due territori afferenti a soggetti diversi, che siano essi persone, nel caso di proprietà private, o che siano autorità locali e statali in altri casi.
Frontiera: nel diritto internazionale il confine è definito anche come frontiera, è quella linea che delimita lo spazio di intervento del singolo stato. La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei.
Perché emigrano i friulani? La maggior parte emigrano per necessità economiche. Chi sono? In Friuli nel ‘600 sono soprattutto carnici, a partire dalla metà dell’800 anche i friulani della pianura emigrano. Uomini: agli inizi sono adulti, hanno una specializzazione spesso di alto livello (tessitori), verso il ‘900 la gran parte sono manovalanza. Donne: sono adulte, ma anche ragazzine che prestano servizio (lis massariis); poi svolgono la vendita porta a porta (lis sedonariis).
Tra gli emigranti dal Friuli quelli specializzati sono addetti all’edilizia (muratori, scalpellini, falegnami); al settore tessile (linaioli, tintori, tessitori); al settore dell’abbigliamento come i calzolai.
I lavoratori generici sono manovali, braccianti, fornaciai e tanti ragazzini apprendisti, bambinaie, sarte.
Le cifre e le anime. Nel 1679 dai quattro Canali della Carnia (conca di Tolmezzo, Canale di Socchieve, Canal di Gorto, Valle del But) emigrano 1132 persone. Sono circa il 24% della popolazione. Infatti, qualche anno prima nel 1672, il numero degli abitanti era di circa 27.000 individui.
Savigny, Francia 1960. Collezione Nevio Candolini, Interneppo, frazione di Bordano

I luoghi dell’emigrazione friulana. Nel periodo 1600 e 1700 la meta è rappresentata dai paesi del Centro Europa, dell’Europa balcanica, del nord est dell’Italia. Dal 1800 rimangono le mete precedenti, dalla  metà del secolo si aggiungono la Russia e le Americhe. Il ‘900 è il secolo della grande emigrazione nel Sud e Nord America, ma anche in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, oltre che la Germania.
I luoghi di partenza sono i porti europei: Genova, Trieste, Marsiglia, Napoli, Les Havres. Gli emigranti dovevano raggiungere i porti transoceanici di partenza in Italia o in altri paesi, come la Francia, il viaggio oltre mare era lungo così come la strada che portava ai porti. In molti casi si creavano dei gruppi che facevano la strada assieme. Per pagare il viaggio molti emigrati si indebitavano.
Gli organizzatori dell’emigrazione (agenti). Prima di partire l’emigrante doveva mettersi in contatto con le persone che organizzavano il viaggio. Spesso erano dei profittatori, a volte si prendevano la caparra e poi non si facevano più vedere. Altre volte arrivavano fino all’imbarco e poi lasciavano gli emigranti al loro destino. Infine c’era chi procurava il contratto di lavoro negli altri stati e poi non seguiva più gli emigranti. Questo sistema è molto simile a quello del caporalato.
San Gallo, Svizzera, 1904. Donne emigranti di Forni Avoltri per fare le sarte. Si ringrazia per la diffusione della immagine l'autore del seguente libro: Tullio Ceconi, Tracce di storia per immagini, 1996.

Le fasi storiche
Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne. 3% (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vede molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cerca fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
Terza fase. Dal 1877 inizia pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrano dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede sotto nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 - Emigranti della provincia di Udine, 1907
Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo 31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti) 3.694
Totale 35.512
Fonte: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1904.


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Le ricerche scolastiche
Nel 1922, fu firmato un accordo tra il Belgio e l'Italia per l'invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Molte famiglie e cittadini italiani che fuggono dalla loro patria a causa della situazione politica (ascesa del fascismo), emigrarono. Nel 1922 che la prima famiglia italiana, Spangaro di Biauzzo (Codroipo), andò ad abitare a Hennuyères.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, la produzione di carbone in Belgio era insufficiente per mancanza di mano d'opera. Contatti sono allora stabiliti tra il Belgio e l'Italia, il 20 giugno 1946 i due paesi firmano un Protocollo chiamato: “accordo uomo – carbone”.
L'Italia si impegna a inviare in Belgio 50.000 minatori in 6 mesi al ritmo del 2.000 partenze al mese (occorrerà attendere 1952 perché questa cifra sia ottenuta). Il Belgio vende all'Italia 200 chili di carbone al giorno e per emigrato.
In questi anni numerose famiglie della regione di Codroipo sono andate a abitare a Hennuyères. Il principale datore di lavoro erano le fornaci di Hennuyères, ma alcuni hanno lavorato in aziende agricole o nelle acciaierie di Clabecq.
L'8 agosto 1956 c’è la terribile catastrofe mineraria du Bois du Cazier, che fece 262 morti fra i quali 136 italiani. Questo evento causerà una reazione del governo italiano che rompe l'accordo del 1946. L'incidente provocò 262 morti su 274 uomini presenti nella miniera. Noi tutti conosciamo oggi quella località con il nome di Marcinelle (a cura del professor Giancarlo Martina).
Caterina e Giuseppe, cognossûts vuê come “Catine e Bepo di Australie”, tal mês di Dicembar dal 1959 a son partîts dal Friûl.  A son lâts vie in cinc: Catine cul sô om Bepo e i lôr fruts: Raffaella e Piergiorgio. Dopo e jere ancje Rosa, sûr di Bepo. A àn decidût di emigrâ, parcè culì a no ’nd ere lavôr. Arleve: Deborah Tosoratti di Bagnarie Arse. Classe 5^ A  Tecnic pai Servizis Turistics. Istitût “B. Stringher”, Udin - An scolastic   2007-2008. (par cure dal Professôr Elio Varutti).
L’emigrazione friulana ebbe termine nel 1969, secondo la sociologa Elena Saraceno. Vedi:
- E. Saraceno, Emigrazione e rientri. Il Friuli - Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, Il Campo, Udine, 1981.

Bibliografia schematica
- Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione Friuli V.G. 1903-1983
- Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Cramars, Arti Grafiche Friulane, 1997
- Giancarlo Martina (a cura di), Storie di emigrazione friulana dal Seicento al Novecento, Laboratorio di storia, anno scolastico 2009-2010, Isis Bonaldo Stringher Udine, ppt
- Bianca Maria Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del XIX secolo al 1940, Arti Grafiche Friulane, 1968
- Emigrazioni e trasferimenti di popolazioni, in Giampaolo Valdevit, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Gorizia, Leg, 1997.
- Piero Zanini, Significati del confine, B. Mondadori, 2002.

lunedì 27 febbraio 2017

Giallo di Bellandi ambientato a Gorizia nel 1946

Fin dalle prime pagine di questo libro giallo troviamo due carte topografiche del confine orientale italiano. Sono le aree dove si svolge la spy story, come non esita a chiamarla lo stesso autore, Riccardo Bellandi, in copertina. 
Notiamo che la precisione temporale delle mappe non è facile da trovare nemmeno in taluni ordinari libri di storia. Una di esse è del confine orientale italiano dal giugno 1945 a settembre 1947 con la cosiddetta linea Morgan, che lasciava più terre all’Italia, Pola inclusa. L’altra mappa è sull’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Asse, dall’aprile 1941 a settembre 1943.
Pure con il titolo, “Lo spettro greco”, l’autore dà per scontata una conoscenza della storia europea di quel momento: il 1946. Tutto sommato, non è un prerequisito, perché ci sono le spiegazioni nel prosieguo del romanzo. Si riferisce, in sostanza, allo stato di rivoluzione mista alla guerra civile che, in Grecia, i comunisti locali stavano per attuare, nei postumi della seconda guerra mondiale. Un fatto analogo poteva accadere nell’Italia sconfitta dalla seconda guerra mondiale e sull’orlo di una guerra civile con l’Armata jugoslava, che alitava sui confini orientali. La missione di spionaggio descritta nel volume mira a svigorire la componente filo-jugoslava e rivoluzionaria del PCI, per evitare lo stato di guerra civile come in Grecia.
Gli avvenimenti descritti in queste avvincenti pagine sono ambientati a Gorizia, ma possiamo trovare dei flash-back riferiti alla costa dalmata, con la città di Zara ed al territorio interno dei Balcani. Già perché dall’aprile del 1941 al settembre 1943, come si legge in modo quasi asettico, nei libri di storia ci fu l’occupazione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse. Pochi storici hanno il coraggio di scrivere che l’Italia fascista, in combutta con Hitler e l’aiutino dello stato fantoccio fascista ungherese, invade ed occupa la Jugoslavia. Ecco perché Tito, secondo certi storici, alla fine del secondo conflitto mondiale chiese il conto all’Italia, volendo annettersi dopo l’Istria, Zara, le isole di Cherso e Lussino, anche Gorizia, Trieste e Tarvisio. 
La Linea Morgan, in rosso, da wikipedia

Torniamo al giallo di Bellandi. L’autore si premura di porre all’inizio del testo pure una legenda delle sigle utilizzare nel corso degli eventi. Scopriamo così che i Badogliani, in senso spregiativo, erano definiti i militi italiani che avevano seguito l’armistizio e il cambio di alleanze deciso dal re e dal governo Badoglio. Per l’autore i repubblichini o quegli italiani che addirittura entrano come volontari nelle Waffen SS per portare a termine la follia hitleriana sono semplicemente dei soldati fedeli.
Poi spiega chi sono i Bisiacchi, ovvero gli abitanti della zona di Monfalcone. I Četnici sono quei nazionalisti serbi monarchici, che prima parteggiavano per gli alleati, poi stanno coi repubblichini e coi fascisti croati di Pavelić, in funzione anticomunista. Come a dire che i cambi di casacca nel Novecento erano di moda. Si pensi ai francesi. Del resto, anche nelle pagine di questo giallo troverete spie col doppio gioco e addirittura al soldo di servizi segreti dei fautori della guerra fredda (USA e URSS), appunto sempre riferendosi al cambio di casacca.
Interessante poi è sapere che tra il 1946 e 1947 c’è la “Central Intelligence Group” degli Stati Uniti d’America, antesignana della arcinota CIA. Ci sono tante formazioni militari che se la facevano più o meno coi nazifascisti. C’è la famigerata  OZNA di Tito, ossia i servizi segreti partigiani e polizia politica dei comunisti jugoslavi, divenuta UBDA nel 1946 fino al 1992, quando la Jugoslavia si scioglie come la margarina al sole. C’è la droga (Pervitin, una metanfetamina) che i nazisti assumevano prima delle loro splendide azioni militari e così via.
The nazi drug, by wikipedia

Ci sono molti personaggi storici realmente esistiti a dare man forte politica alle pagine piene di violenza macabra (stupri, squartamenti, evirazioni, fosse comuni, foibe), di suspense, di nazionalismi esacerbati per un’epoca instabile, imbarbarita e selvaggia.
Il personaggio centrale del volume è lo zaratino Aldo Ganz, con mamma italiana e padre di Klagenfurt. Data la sua carriera militare, che il lettore avrà il piacere di scoprire leggendo il testo, diviene una spietata spia con capello Fedora (o Borsalino) quasi sempre in testa e una cicca tra le labbra.
Qui ci sono i Centri Raccolta Profughi per gli istriani e dalmati, penserei come quello di Firenze, forse in Via Guelfa, dove c’erano le pareti di cartone nei box adattati ai nuclei familiari di rifugiati (p. 31).
Poi l’autore mette in bocca a certi figuri titini, alla ricerca di spie occidentali, le parole che sono diventate un refrain nel dopoguerra, riprese e criticate perfino dal cantautore Simone Cristicchi nel suo spettacolo “Magazzino 18”:  «Speriamo che non ci sfuggano. Gorizia è piena di profughi fascisti che scappano dall’Istria e dalla Dalmazia» (p. 59). Il mondo degli esuli cerca di spiegare, da decenni, che fuggivano con l’esodo giuliano dalmata molti degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, al di là delle opinioni politiche. Nella stessa pagina è menzionata persino la strage di Vergarolla del 18 agosto 1946, che provocò oltre 80 morti, bambini, donne e vecchi di Pola. Guarda caso tutti italiani. Il massacro fece da volano all’esodo da Pola.
È un volume ricco di colpi di scena, come si addice alle trame gialle più classiche. Per ovvi motivi non si può svelare il finale, ma devo dire, in conclusione, che può dar grande soddisfazione al lettore.

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Riccardo Bellandi, Lo spettro greco. Una spy story della guerra fredda al confine orientale italiano, Tricase (LE), Youcanprint, 2015, p. 286 + 2 carte geografiche, euro 15.

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Cenno bibliografico
Un’opera che si avvicina alla tematica trattata da Riccardo Bellandi, pur in veste romanzata, è un piccolo saggio, apparso nel 1982, nella letteratura dell’esodo giuliano dalmata. Siccome è ricco di organizzazioni segrete (Mano Nera, Mano Bianca, spie russe, controspionaggio, attentati, partigiani della Osoppo ed altro…), mi sento di segnalare il seguente volume:

Paolo Venanzi, Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia Giulia, Edizioni de L’Esule, Milano, 1982, pp. 164..

domenica 20 novembre 2016

L’Albergo Italia a Udine e la piazza intorno

L'albergo si trova in Piazza XX Settembre, anticamente “Place dai Grans”, ovvero: Piazza dei grani. Il nome attuale della Piazza XX Settembre ricorda l’entrata in Roma delle truppe italiane il 20 settembre 1870, dopo la celebre breccia di Porta Pia. Ebbe quel nome per la deliberazione del Consiglio comunale di Udine del 7 settembre 1895.
Udine - Albergo Italia in una cartolina ai primi del Novecento

1. Forme estetiche sparse
Questo luogo vide la prima rivolta contadina del 1511, quando i popolani assieme ai nobili Savorgnan, schierati con Venezia, assalirono le case dei ricchi della Torre, che erano del partito filo imperiale.
L’area, nel 1717, era occupata dai ruderi e dalle restanti case della famiglia Torriani, che furono confiscate dal governo Veneto e demolite. Si salvarono le due statue di Ercole e Caco, trasportate presso la Loggia del Lionello in Piazza Contarena (oggi Piazza Libertà).
Qui aveva sede pure la Confraternita dei bombardieri, che aveva per protettrice Santa Barbara. Nel 1797, caduto il veneziano governo della serenissima Repubblica di San Marco, i Torriani ottennero la restituzione del fondo, che fu adibito a mercato dei polli, del pesce e di altri generi. Poi lo spazio fu venduto alla famiglia dell’industriale Antivari che, nel 1864, a sua volta lo cedette alla famiglia Angeli, dalla quale il Comune l’acquistò nel 1868.
La piazza, livellata e selciata fu destinata al mercato delle granaglie. Queste notizie spiegano come la località sia stata chiamata “Place Toriane, dal Fisc, di Sante Barbare, dai Grans” (G.B. Della Porta).

2. La zobia grassa del 1511
Questi luoghi, in particolare a sud, nella vicina Piazza Venerio, il 23 febbraio 1511 che era un giovedì grasso “la zobia grassa”, videro l’amore infelice tra Lucina Savorgnan e Luigi Da Porto. Loro furono fonte d’ispirazione del  celebre dramma “Romeo and Juliet” di William ShakespeareIl tema dell’infelice amore del 1511 dei cugini Lucina Savorgnan e Luigi Da Porto ha portato a sviluppare certe idee innovative sulla piazza, per ampliare l’offerta turistica di Udine, potenziandone l’estetica con un monumento all’amore. 
Alcuni allievi dell’Istituto Stringher hanno proposto al Comune di Udine, con messaggi “on-line” di installare una statua dedicata alla Giulietta friulana.

Si tratta delle allieve Valentina Cimador e Katia De Luca, della classe 5^ A Tecnico dei Servizi Turistici, oltre a Alice Bianchi, Giulia Colussi, Ilaria Coppa, Rebecca Driussi e Alice Milocco, classe 5^ C Tecnico dei Servizi Turistici dell'Istituto "Stringher" di Udine – anno scolastico 2010-2011.
Prof. Elio Varutti, Economia e Tecnica dell’Azienda Turistica. Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico – Isis “B. Stringher”, Udine.

3. L’estetica di una piazza
Al n. 14 della piazza si trova Palazzo Antivari Kechler. Progettato da Giuseppe Jappelli nel 1831, ci propone una delle più belle facciate neoclassiche della città, costruita sotto la direzione dell’architetto Gian Battista Bassi. Contiene stucchi di Giulio Luccardi e decorazioni di Giovanni Pontoni. Durante la Prima guerra mondiale palazzo Kechler ospitò numerose delegazioni degli stati alleati all'Italia. Spesso gli udinesi accorsero a salutare gli illustri ospiti come il primo ministro francese Aristide Briand o i deputati russi.
Nel link seguente si può vedere come Palazzo Kechler sia stato inserito in un tour virtuale intitolato dagli allievi e dagli insegnanti dell’Istituto Stringher: "Due passi per la capitale della guerra. Percorso virtuale per le vie, le piazze, gli edifici e le case di Udine".
Il piano nobile dell’edificio, collegato con l’adiacente Albergo Astoria Italia, è adibito a centro congressi. Qui si possono ammirare un salottino con mobilio originale stile Impero ed alcune camere di tradizione veneta, con alcove decorate di motivi mitologici e paesaggi.
L’Astoria Hotel Italia, al n. 10, è frutto di modifiche del Settecento e Ottocento; qui si sono alternati vari alberghi e caffé.
Sul lato nord della piazza c’è il Palazzo dell’INA, costruito dall’architetto Provino Valle nel 1925. Sul lato orientale della piazza c’è la casetta veneziana, che era in Via Rialto e venne qui ricostruita nel 1929, con stemmi del XVI secolo. Sul fianco sinistro della casetta veneziana si apre la Corte Savorgnan, nella quale ha sede l’Ufficio di Udine de “Il Gazzettino”, giornale quotidiano di Venezia dal 1887.
Il lato meridionale della piazza è occupato dall’edificio dell’ex ospedale cinquecentesco. Al n. 3 B portale originale del Collegium Pauperum, costruito per volontà della Confraternita dei Battuti nel 1523; si vede il monogramma di Santa Maria della Misericordia (come ha scritto Maurizio Buora).
Udine, Piazza XX Settembre, dal sito web Visit Udine Locali Storici

4. Il mercato
La merce giungeva in piazza con carri agricoli, carrette, carrettine trainate da cavalli ma anche, fino alla guerra 1915-18, da asini. Per tutta la mattina e fino alle primissime ore del pomeriggio, le strade che portavano al mercato erano animatissime. Era tutto un parlare, un vociare, un chiamarsi, un raccogliersi in gruppetti, un darsi manate sulle spalle, un trascinarsi nell’osteria vicina, dove i boccali non si contavano. Sul mezzogiorno questa animazione si trasferiva nelle affollatissime e fumose osterie (Giuseppe De Piero).
La piazza è stata destinata a parcheggio dagli anni Sessanta fino al 2008, quando l’amministrazione comunale ha dato impulso ai lavori di pedonalizzazione del centro storico: la nuova piazza è stata inaugurata il 23 dicembre 2010.
I lavori, cominciati nell’estate 2010, sono terminati nell’anno con la sistemazione completa della pavimentazione, il risanamento del sottofondo, la creazione di sotto-strutture per gli scarichi delle acque. La sistemazione delle lastre in pietra è stata differenziata: i masselli e le lastre in pietra dei bordi sono state restaurate, mentre nella zona centrale, dove si prevede un deterioramento per l’ingresso dei mezzi pesanti, le lastre di pietra attuali, di circa 5-8 cm di spessore, sono state sostituite con altre identiche per tipo di materiale e dimensione ma di spessore di circa 15 centimetri posato su letto di sabbia. 
I ritrovamenti archeologici rinvenuti durante i lavori sono stati documentati con appositi rilievi e protetti con geo-tessuto: tutti gli interventi sono stati eseguiti con la supervisione della Soprintendenza archeologica.
È stata stuccata e restaurata la Vera da Pozzo nel lato nord est della piazza, per restituirla alla città in tutta la sua bellezza cromatica originale (marmo bianco-rosato di matrice veneta). Un trattamento di restauro (olio di lino cotto) è stato riservato anche alla cimasa (ornamento superiore) che sovrasta la vera da pozzo, poi ritinteggiata nel colore originale.

5. I nuovi servizi della piazza
A Piazza XX Settembre viene restituito il ruolo di area mercantile. Per sei giorni alla settimana ospita diverse tipologie di mercato, da quello tradizionale a quello del riciclo e del riuso, fino al Farmer market, in collaborazione con la Coldiretti.
Ma il mercato non è l’unica novità. Attrezzata con panchine, la piazza diventa ancora di più spazio di socializzazione, grazie al servizio di “bookcrossing”: contenitori per lo scambio dei libri e la lettura. Inoltre, l’area è stata dotata di un servizio di connessione WiFi gratuito per cittadini, commercianti ed esercenti della zona e loro clienti (per un massimo di 15 utenti collegati nello stesso momento), caratterizzandosi come luogo per lo svago e il tempo libero ad alto contenuto di servizi tecnologici.
Funziona anche il totem informativo, installato all’esterno del plateatico, sull’angolo della piazza dove sorge l’Hotel Astoria Italia. In una prima fase ha ospitato informazioni su musei e itinerari per scoprire Udine, oltre a una sezione specifica dedicata a Piazza XX Settembre. Poi sono disponibili le sezioni dedicate alla piazza, ai musei e agli itinerari, tradotte in inglese e in friulano. Il totem si arricchirà, infine, di sezioni con la mappa della città e gli eventi organizzati in città.

6. Focus sull’Astoria Hotel Italia
Ci sarà pure un motivo se l’Astoria Hotel Italia è il primo albergo menzionato nella Guida Michelin del 1973, quando nasce il turismo di massa. Il motivo è che è sempre stato un luogo di accoglienza di grande profilo. Nel 1922-1923 fu visitato da Mussolini e dal principe di Piemonte. Nel 1932, essendo tutto esaurito per il Giro d’Italia, Achille Campanile (1899–1977) scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e giornalista italiano, accetta di dormire su un biliardo! Cosa accadeva nell’Ottocento?
L’Astoria Hotel Italia e il Risorgimento. Nel 1841 qui c’era la locanda Stella d’Oro, gestita da Giuseppe Francesconi. Qui come dice la lapide sulla facciata dell’Astoria Hotel Italia, posta a 5-6 metri da terra, il 9 agosto 1866 – anno dell’annessione del Friuli al Regno d’Italia – Quintino Sella si adoperò con i capi dell’esercito italiano per scongiurare la possibilità di un ritorno degli austriaci. Che cosa succedeva? Era la fine della III Guerra d’Indipendenza e gli Austriaci, spadroneggiando e requisendo ogni cosa, si erano accampati a Manzano, a Buttrio e a Pavia di Udine, come ricorda Caterina Percoto in una delle sue lettere.
Caterina Percoto, Studio Rovere & Madussi, 1875,
Fototeca dei Civici Musei di Udine.

7. Il racconto di Caterina Percoto sul Manzanese nel 1866
Era il mese di settembre del 1866. Manzano, Buttrio, Pavia vengono rioccupate dagli Austriaci per due mesi, fino al plebiscito del 21 ottobre 1866. A Manzano 723 ammessi al voto. Per il sì: 718 (99,3%).
«Vedo invece tre luride compagnie di austriaci; – scrive Caterina Percoto all’amica Marina Baroni – di austriaci è piena la casa e fin qui fuori della porta della mia camera sta un tenente con i suoi servitori che nel loro barbaro linguaggio insultano e bestemmiano a questa mia povera patria… voci di saccheggio, voci di estorsioni in altre città. Poi le requisizioni di buoi, di vino, di grani. Un giorno chiuse le porte a Udine e dodicimila austriaci pronti al saccheggio se entro sei ore non si dava loro oltre il mantenimento non so che ingente somma di denaro… al mio povero villaggio sono toccati 25 buoi dovuti condurre al loro campo e vino ed altro, insomma ci hanno spogliati… si erano ritirati su Gorizia… in casa abbiamo due compagnie di slovacchi… lordano tutte le stanze come se fossero tante bestie. Per 25 giorni in antecedenza abbiamo avuto i volontari viennesi i quali ci hanno portato il cholera.»
La “contessa contadina” (definizione di Pacifico Valussi nei confronti di Caterina Percoto) nasce il 19 febbraio 1812 a San Lorenzo di Soleschiano, Comune di Manzano, vicino a Udine. Morì nel suo paese il 15 agosto 1887. 

8. I commenti sul Web elaborati dagli studenti
I commenti sul sito Internet di “Booking.com” riguardo all’Astoria Hotel Italia di Udine sono di questo genere: “Ottimo albergo, posizione centrale, ottimo il ristorante”. La valutazione è di “Eccellente”, corrispondente in decimi a “9,3”. Il punteggio è stato ottenuto da 313 giudizi espressi dai clienti fino alla data del 25 ottobre 2012. La clientela fidelizzata è soprattutto austriaca e bavarese, ma ci sono molti altri stranieri, oltre alla clientela italiana.

booking.com.”网上对乌迪内Astoria宾馆的评论是这样:卓越的宾馆,位处中心,一流的餐厅以十分制为基准的评分为“9.3”,评价是:优秀
这个分数是从截止20121025日的313条顾客评论中得出的。忠实客户基本上是奥地利人和巴格利亚人,但是也有其他意大利以外的外国顾客。

Versione in lingua cinese di Wu Meng Qi “Elena”, classe 5^ B Tecnico dei Servizi Turistici – anno scolastico 2012-1013. Prof. Giancarlo Martina, Italiano e Storia. Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico – Isis “B. Stringher”, Udine.

Versione in lingua spagnola. Los comentarios del sitio de Internet “Booking.com” sobre el Astoria Hotel Italia de Udine son de este tipo: “Optimo hotel, ubicado en el centro, optimo el restaurante”. La valutaciòn es “excelente” correspondiente en decimale “9,3”. El puntaje ha estrado obtenido de 313 juicios esprimidos de los clientes hasta el día 25 de octubre del 2012. La clientela mas cercana es sobretodo Austriaca y Alemanas, pero hay muchos extranjeros, mas alla de la clientela Italiana.

Versione in lingua russa. Комментарии на сайте booking.com об Oтеле Астория из Удине, Италия, таковы: " Превосходный Oтель, расположен в центре, с хорошим рестораном ". Оценка "отлично", соответствующее в "9,3"десятых долей. Счет был получен из 313 отзывов клиентов до 25 октября 2012 года. Лояльные клиенты, в основном австрийцы и баварцы, а также итальянцы и много других иностранцев.

Versione in lingua rumena. Comentariile de pe siteul booking.com despre Hotelul ”Astoria” Italia din Udine sunt de acest tip: „Un Hotel excelent, situat in centrul oraşului cu un restaurant excepţional”. Hotelul a fost evaluat cu calificativul ”Excelent”, ce corespunde cu nota 9,3. Totalul a fost obţinut din 313 evaluări ale clienţilor pîna la data de 25 octombrie 2012. Cei mai fideli clienţi sunt: Austriecii şi Bavarezii, de asemenea Italienii ş.a.

Versione in spagnolo di Jennifer Rodriguez, Tamara Michelle Serrano e Benjamin Pavan, classe 3^ B
Tecnico dei Servizi Commerciali – anno scolastico 2012-2013.
Versione in lingua russa e rumena di Bulduma Dumitriţa e di Volodymyr Yakubyak (per il russo), classe 5^ C Tecnico dei Servizi Turistici – anno scolastico 2012-2013
Prof. Elio Varutti, Economia e Tecnica dell’Azienda Turistica. Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico – Isis “B. Stringher”, Udine

9. Gli Americani all’Albergo Italia nel 1945
“Nel 1945 all’Albergo Italia di Udine alloggiavano i soldati americani” – ha raccontato nel 2009 il signor Petronio Olivieri, nato a Ovaro il 29 marzo 1929 ed emigrato in Canada, a Vancouver, nel 1957.
“Io, nel 1945, ero stato garzone da Gattolin, in Piazza San Giacomo a Udine, in un negozio laboratorio di paste fresche (ravioli e cappelletti), chiuso nel 1979”.
“A Vancouver, nel 1957, ho aperto la ditta Olivieri’s Ravioli Store di pizze, cappelletti, pasta fresca e ravioli di carne. Nel 1980 la Olivieri Food Ltd aveva 75 dipendenti e si vendeva non solo in Canada, ma anche negli USA. Io e mia moglie siamo andati in pensione nel 2002. Nel 1986 la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, la Camera di Commercio di Udine e l’Ente Friuli nel Mondo mi hanno dato l’incarico di ambasciatore del Made in Friûl perché ho fatto conoscere nelle Americhe, non solo la mia pasta fresca, ma anche il prosciutto di San Daniele, il formaggio Montasio, la “brovada” (rape nella vinaccia) e il cotechino e la polenta friulana.

I Americans intal Albierc Italia tal 1945. “Tal 1945 lì dal Albierc Italia di Udin a stavin i soldâts americans” – al à contât tal 2009 il siôr Petronio Olivieri, nassût a Davâr ai 29 di Març dal 1929 e emigrât in Canadà, a Vancouver, tal 1957. “Jo, tal 1945, o vevi cjapât sù il mistîr cuant che o jeri a vore lì di Gattolin, in Place Sant Jacum a Udin, intun negozi laboratori di scaletîr di sâl, sierât tal 1979”.
“A Vancouver, tal 1957, o ai metût sù la dite Olivieri’s Ravioli Store di pizis, capelets, pastis frescjis e cjalçons di cjar. Tal 1980 la Olivieri Food Ltd e veve 75 dipendents e si vendeve no dome in Canadà, ma ancje intai Stâts Unîts di Americhe. Jo e la mê femine si sin ritirâts dai afârs intal 2002. Tal 1986 la Regjon Autonome Friûl Vignesie Julie, la Cjamare di Cumierç di Udin e lu Ent Friûl tal Mont mi àn dât la incjarie di ambassadôr dal Made in Friûl par vie che o ai fat cognossi pes Americhis, no dome la mê paste frescje, ma ancje il presut di San Denêl, il formadi Montâs, la broade cul muset e la polente furlane”.

Allievi del Gruppo di friulano, classe 5^ C tur – anno scolastico 2010-2011.
Prof. Elio Varutti, Economia e Tecnica dell’Azienda Turistica.
Dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico – Isis “B. Stringher”, Udine

Bibliografia
Maurizio Buora, Guida di Udine. Arte e Storia tra vie e piazze, Trieste, Lint, 1986.
- Lucia Burello, Osterie dentro le mura in Udine tra il Quattrocento e i giorni nostri, Monfalcone, Ediz. della Laguna, 1998.
- Giovanni Battista Della Porta, Toponomastica storica della città e del Comune di Udine, nuova ed. a cura di Lelia Sereni; con note linguistiche di Giovanni Frau, Udine, Società filologica friulana, 1991.
- Giuseppe De Piero, I borghi e le piazze dell'antica città murata di Udine nella storia e nella cronaca, Udine, Graphik Studio, 1983.
- Bruno Grizzaffi, Andrea Romanici et alii, Saluti da Udine. Visioni udinesi dall’Archivio Cartolnova, Udine, Comune di Udine, 2012.
- Lettera di Caterina Percoto a Marina Baroni, ai primi di settembre 1866, in AA.VV, Quintino Sella. Regio Commissario Straordinario in Friuli 1866, Udine, 2001.
- E. Varutti, Dal Friûl a Vancouver, “Sot la Nape”, 1, Zenâr-Març 2010, pp. 63-64.