venerdì 14 novembre 2014

Immagini di Annalisa Mansutti

C’era una volta il fotografo ambulante. Era la fine dell’Ottocento. Aveva lo stabilimento fotografico – si diceva così – in una città o paese grosso con mercato (e disponibilità finanziaria). I clienti si rivolgevano a lui per i “carte de visite”: fotografie, tipo figurina o santino, usati come biglietto da visita “visivo”, appunto. Ma si curava degli scatti fotografici alle famiglie, ai ritratti singoli e ai gruppi. Poi, all’occorrenza, si metteva a girare per le valli, o le città vicine, cercando clientela per i ritratti, nello stesso tempo – e siamo già nel Novecento – certi bei panorami erano l’ispirazione per un istantanea per le prime cartoline illustrate.
Passato il secolo breve, ecco che determinati fotografi con una buona stoffa, si cimentano ancora nella fotografia itinerante, anzi ne fanno uno stato d’animo, come nel caso di Annalisa Mansutti. Molto bella è stata l’esposizione di sue fotografie al Salone della Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, della sede di Udine in via del Monte (25 ottobre – 8 novembre 2014).
Fare fotografie, per qualcuno, è l’esteriorizzazione dei propri sentimenti – come ha scritto Giséle Freund nel suo Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di un’allieva di Adorno, Torino, Einaudi, 1976, edizione originale francese Photographie et societe, 1974 – è una sorta di creazione. Quello che crea la Mansutti è veramente un reportage tutto particolare dei viaggi intrapresi. Il visitatore e l'osservatore delle sue immagini può sognare, guardando le sue opere. Gli scatti sono anche improbabili. Da un finestrino del treno della Transiberiana, da un finestrino aperto, dal riflesso dell’immagine in una superficie riflettente e così via. Oppure, incontrando un premio Nobel che passeggia per Udine.
A mio modesto parere c’è del realismo nelle immagini proposte nella mostra di Mansutti. Poi non saprei bene se parlare di rivisitazione del neo-realismo, oppure se parlare di tardo neo-realismo. Il suo background è costituito senz’altro dalla poderosa lezione del Gruppo Friulano per la Nuova Fotografia, sorto a Spilimbergo il 1° dicembre 1955, con i Borghesan (Gianni e Giuliano) e Italo Zannier in prima fila. Se fossi un giapponese, mi inchinerei davanti a certe foto.

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Ora ecco qualche dato biografico dal web-site dell’autrice. Annalisa Mansutti nasce nel 1962 a San Vito al Tagliamento (Pordenone, Italia). Figlia d’arte, cresce nel laboratorio fotografico di suo padre, che condurrà per alcuni anni. Dopo una pausa durante la quale si dedica principalmente alla famiglia e a corsi di specializzazione, nel 2005 Annalisa inizia ad utilizzare la tecnologia digitale, iavvicinandosi anche al bianco e nero.
Agli inizi del 2000, l’incontro con Serenella Zoppolat attraverso comuni amici architetti, segna l’inizio di una profonda e proficua collaborazione, che porta a sviluppare competenze fondamentali che vanno oltre la semplice fotografia o la progettazione architettonica. Lo studio della visione spaziale da punti focali diversi produce nuove forme d’espressione e apre ad entrambe le porte a nuovi discorsi culturali.
Nel 2005 in Austria, Annalisa fotografa i progetti architettonici di Serenella Zoppolat, componendo immagini importanti, utilizzate in seguito per concorsi e pubblicazioni.
Nel 2012 Annalisa apre a Udine lo studio itinerante “annalisamansutti immagina”: risultante del progetto di fotografare le persone partendo dalla sua casa-studio, e continuando poi esternamente, negli ambienti frequentati dalla gente.
Il catalogo della sua ultima mostra “Del guardare“, edito da Gaspari Editore, di Udine, dà pieno risalto al suo grande talento artistico.



lunedì 10 novembre 2014

Convegno futurista del 1938 a Milano ed altri cinque racconti

Convegno futurista con Marinetti

di Giacomo Varutti

Una cartolina "da visita" dei primi anni Trenta.


Milano, maggio 1938. Eravamo in piena campagna razziale. Si aveva discusso tante volte col mio amico, il dottor Penzo, sul problema sociale e su quello razziale, dissidendo entrambi dall’idea comune che andava imperando…
Una sera era nostro ospite non tanto gradito il fondatore e capo dei futuristi italiani. Aprendo il convegno pronunciò poche, ma eleganti frasi di pragmatica, cedendo la parola ad uno dei due oratori designati. Non ricordo con precisione il titolo di quel convegno; l’argomento, però, molto bene. In quella sera si erano dato appuntamento, provenienti dalle principali città d’Italia, le due primarie correnti letterarie: i classici e i futuristi. I primi capitanati da Renato Simoni, gli altri da Filippo Tommaso Marinetti, poeta strambo, ma non fesso, come lui si dichiarava.
Finita l’esposizione dei due oratori, diametralmente opposta, fu aperta la discussione generale sui due temi. Il relatore dei classici era dell’Università Cattolica, mentre l’altro, per i futuristi, non ricordo più chi fosse. La discussione assunse un tono caldo, per degenerare in una buffa e pericolosa tragicommedia. Dichiaro apertamente che in seno a quella scuola si poteva cantar fuori il proprio volere senza timore di confine. Ho l’impressione che fosse l’unico ambiente in cui, durante i dolorosi anni dello schiavismo fascista, si potesse far la barba anche a Mussolini.
Quando Marinetti – in seguito ad un mio appunto – mi chiese quale fosse la disciplina che insegnavo ed in quale università, con quella crapa pelata sospettò che volessi burlarmi di lui quando gli dissi che ero un operaio della Pirelli. Per consolarlo, tuttavia, aggiunsi che mi dilettavo già da qualche anno nella prosa e nella poesia, per la qual cosa ero stato anche nominato corrispondente di due accademie letterarie francesi: la “Latinitas” e la “Jereaux de la Mediterranée”.
Disse a chiusura del nostro diverbio: “Tu sei il futurista dei futuristi”. Non mi piaceva il futurismo, né condividevo la testardaggine dei classici. Il duello serrato aveva assunto il calore del ferro rovente. Qualcuno disse: “Vedo il soffitto luccicare di schiaffi”. Fu la scintilla dalla quale sprizzò l’infernale pandemonio della memorabile serata. Nessuno poteva parlare, perché a un certo punto le parole venivano sommerse da fischi e urli della parte avversa. I classici dal loggione sputavano bava velenosa. I futuristi, elettrizzati dalla presenza del loro “papà” saettavano contro tutto e tutti. I neutrali si davano da fare per calmare i bollenti spiriti, ma inutilmente.
In platea vedevi un roteare di pugni tesi e visi rubicondi. I volti erano fiammeggianti e le bocche sghembe e atteggiate alle più banali forme. Non c’era speranza di tregua. Il direttore scampanellava inutilmente. Marinetti gesticolava come un ossesso. Per precauzione in fondo alla sala gironzolavano, sfaccendati e noncuranti della buffa scena, alcuni carabinieri.
Dissi tra me, dopo un consiglio privato col mio amico Penzo: “Mi pianto in mezzo, e vediamo un po’ se si può fare qualche cosa”. Mi faceva pena veramente il pallore cadaverico del viso del buon Giani (1) . Detto e fatto. Mi pianto davanti al tavolo di Marinetti e di fronte alle prime file delle lussuose poltrone, ove sedevano, non so se umiliati o intimoriti i padreterni della scienza milanese. Tesi le braccia coi pugni chiusi e pronunciai con voce altissima queste parole: “Amici, stiamo recitando una vergognosa farsa. Sarebbe bene che sciogliessimo questo infernale pandemonio”.
Ero riuscito ad ottenere un momento di tregua. Le mie parole furono accolte non da mormorio, ma da ruggito belluino male represso. Quindi una voce da baritono mi apostrofò: “Vada via Marinetti e lei passi al suo posto”.
La proposta presentava una seria difficoltà. Tuttavia non me la feci ripetere. Mi volsi e già Marinetti se ne allontanava facendomi cenno con ambo le mani di prendere il suo posto.
“Che cosa devo dirvi? Io non sono né futurista e neppure classico: vi assicuro che questa sera mi hanno fatto ribrezzo gli uni e gli altri. Sarebbe bene quindi, come ho già detto – e in così dire guardai nel viso il direttore, che approvò col capo -, che noi ce ne andassimo via di qui mandando a vuoto quest’unico convegno”.
Altro ruggito: ma la bolgia si placò. Va notato che Marinetti non si fece più vedere.


Nonna Verrina e Zio Valentino

San Vito di Fagagna, 1910-1913. La famiglia patriarcale da cui proveniva mio padre, Giovanni Maria Varutti, figlio pure di Giovanni Maria, era una delle più vecchie ed antiche del paese. Era formata da quaranta individui, tra piccoli e grandi. A questa carovana appartenni anch’io fino ai sei anni. Il ricordo sfuma come nube evanescente. Proprio collocati in quell’epoca ricordo bene le due figure più caratteristiche ed emergenti: Zio Valentino e la Nonna Verrina (2) . Costei mi è rimasta impressa nella mente per la sua maschia robustezza, per quel suo vocione roco, grasso, largo e fastidiosissimo. Immagina alle sue dipendenze sei o sette nuore, tutte in gamba che prolificavano bene. Lei in mezzo ad esse, come un’autentica regina. Faceva filare dritto!
Le chiavi della madia e della cantina sempre appese alla cordella del grembiule. Seria e burbera con tutti, non era priva di carezze, ma per un male si distruggeva. Guai essere misurati coi bambini. Quelli dovevano essere sempre pasciuti senza misura. Non incline al perdono, per qualunque mancanza piccola o grande che fosse vi era la sua pena. Con quelle mani tondeggianti, ti menava certi ceffoni sul viso che sentivi scottare la guancia per un bel pezzo. Li ricordavi a lungo, evitando con ogni astuzia di ricadere sotto quello sguardo burbero. Lei imperava. Tuttavia diminuiva d’autorità, quando gli uomini, reduci dalla Germania, erano in casa a trascorrere l’inverno.
Pensa che tuo nonno (3) , Giovanni Maria, fece la spola Germania Italia per ben trent’anni. Come altri del paese, oppure di Fagagna e di Majano, andava a fare mattoni nelle fornaci tedesche, oppure il muratore. Sempre raminghi questi italiani, a lustrare le scarpe in giro per il mondo per un pezzo di pane. Brutto destino che umilia e colpisce la dignità umana. Appena ripartiti i suoi figlioli, con la già numerosa schiera dei nipoti, ella riprendeva il dominio di piccola tiranna. Partivano tutti i maschi dagli undici o dodici anni in su.
Colui che più di tutti riusciva a desautorare (sminuire) Nonna Verrina, sempre nella stagione invernale, era Zio Valentino. Faceva il capomastro in Germania e il contabile della famiglia in Italia, sapendo egli un po’ di scrittura e come far di conto.
Avessi sentito, certi concioni. Quale semplicità e quanta reciproca confidenza e fede questi nostri buoni vecchi ci hanno insegnato. Hanno costruito mattone su mattone la non trascurabile esperienza per i loro figlioli.
Zio Valentino ci raccoglieva in crocchio nel tepore accogliente della stalla, ove ruminavano attaccate al legno grosso della greppia, nell’aromatico profumo di fieno, quindici e più mucche. Munito di una sottile bacchetta ci distribuiva i primi elementi del sapere e della fede dei nostri padri. Io imparai a leggere sotto la sua verga. Quando mi presentai per la prima volta alla scuola comunale, avevo otto anni circa ed ero già uno dei più giovani della classe prima, la maestra fu non poco sorpresa del mio strano ed inaspettato sapere. In quel tempo la scuola non era mista per via del sesso, come oggi avviene, ma perché univano due classi assieme. Soltanto la terza classe era veramente mista e vi insegnava il buon maestro Paolo. Dunque frequentavo la prima nella stessa aula di quelli di seconda.
Come oggi, così allora, i primi elementi dell’apprendere erano le famose aste che copiavamo dalla lavagna, dove le aveva appena segnate, ben ordinate in fila, la maestra. Intanto lei faceva dettatura a quelli di seconda. Per conto mio, tiravo presto i quattro “bastoni” e poi mi ingegnavo a scrivere su di un foglio a parte le parole dettate per quelli di seconda. Stavo ben attento che non si accorgesse la
maestra, perché mi pareva di fare cosa proibita.
La buona maestra mi teneva d’occhio. Dopo poco tempo, era da prevedersi, venni scoperto con le mani nel sacco. Non feci in tempo a nascondere il foglio traditore. Rimasi a bocca aperta, col fiato sospeso in attesa della condanna. La maestra lesse il foglio in un attimo e, tanto era sicura, non mi chiese neppure se l’avessi scritto io. Corse difilato al piano superiore per chiamare il maestro. Non appena si rese conto della faccenda, il maestro Paolo venne giù precipitando per le scale. Gridava forte, perché lo sentissero il sindaco e il segretario comunale. Nello stesso fabbricato, al piano superiore, infatti, di fianco all’aula grande della terza, c’erano gli uffici del Municipio. Il maestro sventolava il mio foglietto come fosse un trofeo di vittoria.
Quando lo vidi entrare in classe con quell’aria di trionfo, ebbi paura veramente di essere castigato. Invece, quel buon uomo, quando mi fu vicino, mi strappò dal mio posto a viva forza. Mi sollevò sulle sue robuste braccia, mostrandomi alla ciurma allibita. Scandì le seguenti parole: “Questo con oggi passa alla seconda”. Così, finalmente, terminò l’indiavolato putiferio. Occorreva tutto quel can can per mandarmi in seconda! Penso che il maestro Paolo fosse psicologo profondo e raro. Sapeva egli sfruttare tutte le occasioni per i suoi scolari.
Non ho raccontato tale fatto per evidenziare, diciamo così, un mio meritato alloro, bensì per fare risaltare l’efficacia del rudimentale insegnamento dello Zio Valentino.


Un sogno

Da un alto poggio che come guglia dominava una immensa valle, contemplavo lo spettacolo incantevole che mi si presentava nuovo.
E nel mio cuore gioivo, gustando quella dolcezza che prova il bambino quando vede la mamma. Qui, solo tra questa solitudine, tra queste fiere, in questo verde profumato, lontano dal mondo, accanto ad un angelo vorrei scorrere la mia vita. Qui ammirare cantando le bellezze della natura, le sue glorie… qui vivere nell’amore. Vivere… vivere. E la parola di vita scendeva sul vento a valle.
Girava lo sguardo da ogni parte e non scorgevo che monti e monti e l’immenso piano interminabile che sembrava cogliere nel suo grembo l’infinito. Preso un ramo lo strappai; mi parve udire un lamento. Tesi l’orecchio e rimasi in ascolto… Ma nulla. Quindi levai di tasca il temperino e mi misi a tagliuzzare i rami piccoli di quel bastone per farne uno polito e di mio gusto.
E già mi avviavo a non so qual meta, quando seguita da un lieve fruscio, sentii una voce. Una voce languida dapprima; poi squillante e canora come quella degli amorosi augelli, indi fievole e morente sul vento che fuggiva dolce. Di scatto volsi lo sguardo dond’era venuto l’insolito grido, e tra i rami frondosi vidi un rosseggiare di vesti confuso. Rimasi fermo, quasi intimorito… poi con moto naturale e di sfida chiesi con accento:
– Chi va là?…
– Sono io… che cerco la vita. –
Lesto mi avviai verso quel fantasma. Ma non ero neppure giunto appresso che quello, tutto liberato dai rami, si presentava nella sua persona più bello che angelo. Biondi i capelli inanellati gli scendevano come velo d’oro giù per le spalle. Rosso scarlatto il vestito lo copriva fino alle ginocchia. Una cinghia celeste gli stringeva i lombi. Calze bianche gli coprivano le gambe ed un paio di sandali verdi si confondevano tra il verde dell’erba profumata.
Rimasi muto dinanzi a quella figura. E vidi due braccia candide nello stesso tempo alzarsi e protendersi verso di me come per chiedermi vita. Ed io caddi sul prato, colpito da una forza misteriosa. Quando mi ridestai da quel lieve stordimento mi trovai in grembo di quel caro angioletto.
– Chi sei tu? – Chiesi trasognato.
– Io sono – rispose – io sono tua sorella. Io sono Marina – E piangeva. – Io sono Marina –seguitava più forte – la prediletta fanciulla che involontariamente trafisse il cuore della mamma. Quella mamma e quel cuore che tu trafiggi volontariamente e coscientemente.
Ah! La mamma! Quanto ha sofferto per me, e per te quanto soffre! E lei custodisce nel cassetto la bionda ciocca che mi tagliò quando morii. E mi ama… e mi prega, perché preghi Gesù per lei. Ed io prego pace e conforto, nelle sue tribolazioni, nelle sue angosce che tu, crudele, le procuri. Ma perché, Gino, perché fai così? Perché?
E tacque.
– Mia dolce sorella! Quanto dolci sono le tue parole. Insegnami a non far soffrire più la mamma.
E piangevo come un bambino.
– Oh, non piangere, Gino; piuttosto nel tuo cuore fermamente proponi di attuare ciò che io ti ho detto.
Ed io seguitavo ancor più nel mio pianto…
– Oh! Il tuo pianto scenda come rugiada benefica nel tuo cuore fremente e fecondi le forze del tuo ferreo proposito. Oh! Scenda nel tuo cuore, Gino, avvelenato dalle false gioie della vita, e ti ridoni il primo fiore, ti ridoni la prima gioia, la vera gioia dell’anima. Solleva la tua fronte… guarda il cielo… ecco la meta che devi raggiungere.
Cessai di piangere… e in quell’amplesso fraterno attinsi la forza per combattere nella vita.
                                                                                                                             GIAVA

La bomba, 1944

Sono appena tornato a casa dalla nonna proveniente da Ciconicco (4) . È il 6 giungo 1944. Il cielo è coperto e minaccia l’ennesimo diluvio della giornata. Sono stordito e svogliato; non so se sia sonno o stanchezza. Si dorme un po’ a rate; si è sempre sul chi va là. Non si può più andare avanti così. Almeno oggi non avremo la solita cavalcata delle Walchirie. Quel rumore sordo, ininterrotto ti soffoca. Gli schianti vicini ti squartano la vita. Oggi, in grazia della benedetta pioggia avremo una giornata di sosta. Niente bombardamenti aerei angloamericani. Qualche apparecchio randagio da caccia e basta. Quando finirà questo mortale supplizio?
Anna Maria non voleva che partissi per San Vito di Fagagna senza di lei. Vorrebbe che me la portassi sempre dietro, come un cagnetto. Benedetta bambina, tanto cara e buona. Anche tua madre dal balcone mi sorrise di mala voglia salutandomi, mentre inforcavo la bicicletta. Ha sempre paura che non torni. Spesso l’uomo dimentica gli altri, col dimenticare se stesso. Pare che tradisca gli affetti più cari. Se si dovesse essere accorti e non esporsi al pericolo, non si dovrebbe mai uscire dalla porta di casa. Questi tedeschi sono una ossessione delirante. Non lasciano in pace neppure i morti.
Era destino che oggi fossi venuto da mia madre, dalla mia buona vecchia, che mi tende le braccia al vedermi, come fossi sempre il suo “fantolin”, il suo piccino. Sono invece grande e robusto, papà anch’io di quattro bei figlioli. E gli anni cominciano a pesare, anche se alcun segno esteriore palesa l’ormai eccessivo inoltro nella vita. Per lei, povera mamma, sono sempre il suo “frut” (bambino), il suo frutto. Com’è simpatica e patetica questa espressione friulana: “frut”.
Tuoi zii e tue zie stanno preparandosi per la Santa Messa. Si vestono di festa nelle proprie camere. Anche Ines, che si dà le arie di una signorina, canta mentre si riannoda i capelli nelle lunghe trecce, alle quali tu ti appigli quando lei non di dà retta. Soliti scherzi tra fratelli.


E tu, mio bell’angelo, sei già pronto, perché già sei stato in paese, in chiesa alla prima Messa a ricevere il Signore. Gironzoli attediato per il cortile, sgridando il Nello, tuo cugino, che non la finisce più coi suoi misteriosi traffici. Vi osservo perché il vostro comportamento mi fa sorgere dei sospetti brutti. Le mie raccomandazioni sono all’ordine del giorno, perché non tocchiate nulle, dei tanti ordigni disseminati per la campagna.
Oggi è Corpus Domini e vi siete muniti di una rame verde ciascuno, che portate a bilanciere sulle spalle per la benedizione. Le ultime corse per il cortile bagnato, gli ultimi reciproci dispetti, gli ultimi motteggi lanciati alla Ines che non la smette di cantare, le ultime chiamate ai vostri cugini di fronte. La ennesima raccomandazione di non toccare nulla delle cose abbandonate in terra. Finalmente partite in fila indiana, cantando contenti e beati.
Un triste presentimento mi scosse la vita quando ti vidi di ritorno a prendere la rama abbandonata dal Nello fuori del cancello. Pensai istintivamente che le sue mani fossero impegnate a giocare con qualche pericolosa bomba a mano. Una voce potente mi imponeva di correre verso di voi a verificare. Litigavo un po’ con me stesso, se dar retta al mio impulso. Ero indeciso, ma l’insistenza della voce non mi dava requie.
Non erano passati che pochi istanti dacché tu avevi lasciato il cortile, quando una rimbombante detonazione mi squarciò il cuore e la vita. Il triste presentimento mi agghiacciò il cuore nella constatazione del fatto.

Rimasi inchiodato e impietrito sulla sedia, come se avessi ricevuto una forte mazzata sulla testa. Girai gli occhi verso la strada e una mano di ferro rovente mi strinse il cuore. Due donne, che abitano nella casa di fronte, succintamente vestite, come una folata di vento sfrecciavano sulla strada che conduce al paese. Era la tragedia. Davanti agli occhi si disegnò il fosco quadro del sangue. La potente reazione mi aveva annichilito. Sospinto da una forza disperata, che non era della mia vita, mi svincolai dalla mortale stretta del dolore, precipitandomi sulla strada. L’istinto più che la ragione mi strappò la giacca di dosso che gettai svolazzante sul ciglio della strada.
Respirai a stento. Un peso enorme, mortale pareva mi schiacciasse la vita. Una mano di ferro mi stritolava il petto, fino a soffocare. La lotta con il dolore atroce che mi dilaniava era terribile, spaventosa. Mi sentivo morire. La vita sotto l’impeto sterminatore di un soffio violento, mi sfuggiva. Nella lotta titanica mi sentii imbestialito. Opposi contro tutto quanto mi inchiodasse all’inattività tutte le mie forze, chiamate a rispondere col proprio sangue.
Quale spettacolo di frenetico dolore! Scusa, figlio mio, se le lacrime cocenti bagnano anche questi fogli. Soltanto il ricordo produce in me un irresistibile, mortale stillicidio di pianto. Eravate a terra tutti e cinque, distesi come morti. Cinque bambini a terra insanguinati.
Che momenti d’angoscia! Attimi mortali, indimenticabili. Un tappo di ferro rovente ti chiude la bocca. Il dubbio lancinante nega a te stesso la vita che dubiti non sia più in tuo figlio. Come un lampo volai sulla strada umida. È morto? Vive ancora? Mi ripeteva disperata la voce del cuore trafitto. Mi buttai a capo fitto sulla strada, senza rendermi conto di nulla. Senza vedere neppure dove mettevo i piedi, come avvolto da un nembo infernale. Durante il tragitto, foste tutti in piedi, meno uno. Mi sentivo le ali ai piedi. Ma chi era quello a terra con le gambe leggermente sollevate a ponte? Chi era? Poggiava i gomiti sul ventre e sollevava all’altezza del mento squarciato, immobili verso il cielo – muta tragica preghiera dell’uomo diventato bestia – quei pietosi… moncherini. Chi era? Immobile, quasi morto, chi era? Dubbio terribile, al quale solamente la voce di Dio avrebbe potuto rispondere.
I miei occhi non distinguevano più. Il cuore traboccante mi sorresse tuttavia e giunsi sul campo insanguinato della morte. Avevo l’impressione di aver conquistato una vetta altissima. Mi sentivo sfinito, affranto. Un languore mortale invadeva tutto il mio essere. Mi sentii roteare gli occhi nelle orbite e uno strano scricchiolio mi scosse la testa. Temetti di impazzire. Con sforzo erculeo apersi violentemente le braccia e mi parve di reggere sulle palme un peso enorme. Dove mettere le mani tra tanto scempio?
Chi era il disgraziato immobile? Beffa terrificante della morte nel suo sangue caldo. Non lo si riconosceva più. Aveva sangue dalla testa, dal viso sbrecciato e da altre parti. Fiotti di sangue bluastro colavano da quei pietosi moncherini. Erano tesi verso il cielo. Verso Dio, nella supplica disperata del morituro. Quel corpo orrendamente maciullato faceva paura.
Tu, a dieci metri, mi osservi con gli occhi terrorizzati. Tremi in tutto il corpo, come una foglia agitata dal vento. Gli altri tre, agguantati dalle mani impazzite della loro mamma e della loro zia, tornavano a casa strillando e urlando come dannati.
A Milano, in cantina adattata a rifugio antiaereo, quando aspettavamo che dal cielo ci piovesse una bomba da un momento all’altro e la casa tremava per gli scoppi vicini, certi boati cavernosi davano l’impressione che stesse per finire il mondo. Certi ospiti notturni pregavano, altri piangevano. Altri ancora, rannicchiati in un oscuro angolo, bestemmiavano come demoni. Qualche donna impazzita urlava come un’ossessa, turandosi tremante le orecchie con le dita. In tanto infernale pandemonio mai ti vidi così stravolto e contraffatto. Il pallore del tuo viso era quello di un cadavere. Rividi nel tuo volto di cera quel pallore freddo e mortale soltanto poche ore prima che tu ci abbandonassi il 22 ottobre 1945, dopo indicibili dolori (5)  .
Ti chiesi, avvicinandoti, se avevi fatto molto male. Modulasti a fior di labbra, con voce stentata e roca, come volessi chiedermi perdono: “No, papà, ma il Nello?”. Suprema abnegazione di un cuore veramente elevato.
“Non ti preoccupare per il momento – ti risposi – ora pensa a te, che ne hai abbastanza!”.
Mi parve rinascere. Uscivo da un oscuro baratro, dal sepolcro della vita. Poterti stringere a me, poter sentire la tua voce non mi parve vero. Riacquistai forza e mi si allargò il cuore in un lungo respiro. Divenni un leone. Colsi nel pugno un po’ d’acqua dal ruscelletto che corre a lato della strada e ti bagnai le labbra aride. Feci per sollevarti in braccio, ma ti avviasti per camminare, gradendo soltanto che sorreggessi sotto le ascelle. Di nuovo gettai lo sguardo spaurito sul povero corpo dilaniato di tuo cugino Nello. Non l’avessi mai fatto.
In quell’istante quel povero essere ebbe un sussulto, un fremito. Sembrò lo spasimo atroce della morte. Un urlo strozzato, sordo uscì da quella bocca massacrata, dalla quale colava sangue raggrumato come lava vulcanica. Intanto sopraggiungevano tuoi zii Angelo e Olivo, mezzo vestiti, scalzi. Dietro ad essi, tua nonna, vecchia com’è la morte personificata. Più giù, inginocchiata in mezzo alla strada, sola, tua zia Jole, che urlava con le mani congiunte, il viso bagnato di lagrime e gli occhi rivolti al cielo, con capelli disciolti lunghi sulle spalle, dato che poco prima era in camera a pettinarsi.
“El me frut, el me frut!”. E, poi, rivolta a suo marito: “Ah Poldo, perché non mi uccidi?”. Tentava di alzarsi la poveretta, ma ricadeva su se stessa. Povera donna, in quale stato miserando era ridotta. Anche i sassi dovevano sentire compassione per lei. Vaneggiava e nel delirio chiamava suo marito, morto sette mesi prima. Con voce angosciosa chiamava il suo unico figliolo. Il Nello era in una pozza di sangue.
Non riuscii a trovare nella mia gola arida neppure una parola per lei. Tesi la mano per sollevarla, ma lei ricusava. In quel mentre, per grazia, giunse una vicina, che la sollevò di peso sulle braccia portandosela via. Era il quadro vivente, tremendo e tragico della Vergine Addolorata. O che so: pareva una tragedia greca. Non saprei se sprecavo lagrime più per lei, che per il suo figlio dilaniato, mio nipote.
“Ti senti male?” – ti chiesi, riacquistando la cognizione di ciò che era successo, come uscissi da una elettrizzante nebulosa.
“Non posso più camminare, papà. Mi fa male nella schiena”. Così dicendo, appoggiasti la testa pesante sul mio braccio. Ti sollevai sulle braccia e feci in un attimo i pochi metri che ci separavano dalla casa avita. Volli subito constatare la ferita sulla schiena. Intorno a me si era formato un piccolo ospedale da campo. Garze, cotone, sublimato, alcol, ittiolo e non so cosa altro. In quella, giunse trafelato in bicicletta mio cugino il medico. Esaminò brevemente la tua ferita, assicurandomi che non fosse grave. Guardò in fretta gli altri, raccomandandosi di lavare solo con alcol e mettere molte garze sulle ferite, poi corse di filato a soccorrere il morituro.
Intanto nel cortile e nei pressi della casa si era ammassato un nugolo di gente, la maggior parte per curiosità, che per solidarietà. Il silenzio grave di morte regnava su quelle bocche impietrite. Tra i primi erano arrivati il parroco e cappellano e si erano inginocchiati uno per parte ai lati del ferito mortalmente. Pregavano, mentre uno di essi somministrava l’estrema unzione. Il medico proseguiva il suo doloroso lavoro.
Scienza e fede. Com’è bello vederle fuse assieme sul letto della morte. Quale conforto per i presenti, ma soprattutto per colui che deve andarsene. Era pure arrivato un camioncino sul quale immediatamente caricammo il Nello, adagiandolo su di un materasso. In ginocchio lo vegliava nella terribile agonia tuo zio Angelo e un suo commilitone. Davanti, vicino all’autista sedemmo te. Stringendomi alla meno peggio riuscii a salire anch’io. Poi infilammo la strada per l’Ospedale di San Daniele.


La liberazione, 1945

Il maggio radioso della tanto aspettata liberazione era finalmente giunto. Un lungo supplizio ci aveva ridotti apatici, abulici, degli autentici automi. Ci si guardava negli occhi stupiti, assonnati, come chi torna da una lunga prigionia. Era un fissarci reciproco e insistente. A poco a poco ci aveva riportati a vivere la realtà. Finalmente ci si poteva coricare con l’animo tranquillo, sicuri che né i tedeschi, né Pippo (6)  ci avrebbero svegliati di soprassalto. Quante ne avevamo passate!
La morte, con brevi parentesi, ci era stata fedele e ingrata compagna per quasi cinque anni. Notti angosciose avevamo vissuto coi bombardamenti a Milano in cantina, nella nostra casetta di Via Ornato e nei rifugi delle scuole. Giornate splendide di pace e di sole ci avevano accolti profughi dalla grande metropoli lombarda, qui nel nostro pacifico Friuli. Da qui la guerra stette lontana per i primi tre anni del conflitto. Ritornammo qui, dove tutto mi sorrideva, dall’ampia cerchia azzurra dei monti, alle placide colline verdeggianti che si adagiano quiete e serene, come buone figliole ai piedi dei grandi mostri. Qui, dove tutto mi salutava, fin l’ultimo stelo d’erbetta, fin l’ultimo sassolino delle tante straducce, che come serpi si snodano nella nostra lussureggiante campagna. Qui, dove un manifesto atavismo inchioda tutti i friulani alla costante avversione per tutto ciò che sa di teutonico e di slavo. Qui, dove pulsa forse più che altrove, quell’altissima passione di patria da tanti, da troppi misconosciuta, che ha donato fulgidi campioni di valore e di eroismo.
Questo nostro popolo, umile, taciturno, grezzo, è altresì splendido e chiaro, come l’azzurro dei suoi monti. È aduso alla dura fatica, che gli sterpi e fin il greto bianco dei monti ha trasformato in redditizio terreno. Questo popolo che piega mite il collo, come il suo placido bue, ai più duri sacrifici, che sopporta tenace ogni eventi, nel silenzio, nell’ultima guerra, come nell’altra, ha scritto col proprio sangue una splendida pagina di storia.
Qui non si blatera, perbacco, come si costuma altrove. Qui nel più umile dei silenzi si lottò con la morte fino all’ultimo giorno, senza chiedere o pretendere mai nulla. Non allori o prebende di sorta, ma l’intima soddisfazione di avere fatto del bene ai propri fratelli, alla propria madre, alla grande e tanto bistrattata Italia.
Forse neppure l’intima soddisfazione di portare un fazzoletto verde dei partigiani osovani ci è stata concessa. Non importa. Seppure qui qualche imbelle ciarlatano ha creduto e crede, sotto tinte avverse, di rinnovare le sporche e infami gesta di venti anni fa. Si ricordi il buffone che questa volta non ha di fronte soltanto forche e bastoni, ma moschetti, mitra e mitraglie. Siamo pronti, prontissimi e decisi a rispondere con le stesse armi.

La Taviele

1.    In quel di Fagagna, quando si dice la “Taviele”, si allude alla Madonna che porta quel nome da secoli. Non si vuol profanare il nome santo di Maria e nemmeno il luogo dove da secoli riposa, tra il verde dei campi la sua rustica chiesuola, se si afferma che ivi, forse, sorgeva un tempio ad un nume pagano tanti tanti secoli addietro. Così dicasi delle processioni salmodianti, che dai paesi vicini si snodano sulle strade polverose, dirette alla Taviele (7)  , per supplicare un po’ di pioggia. “Lustramos agros”, dice il poeta latino.
Veramente sempre madre amorosa e solerte, la Chiesa non rigetta nulla dell’uomo che sia buono, ma lo trasforma, lo ingentilisce, lo rende più umano e santo. Io penso che questo sia il senso dell’ultima Enciclica “Mater et magistra”, definita dagli americani “monumento di sbalorditivo amore”. Ammansire questo re del creato, fare in modo che questa terra, tana di lupi, impari il senso del bello, del buono e della pace: questi sono elementi essenziali che instradano gli uomini sul luminoso viale che conduce al cielo.
Torniamo alla Taviele. Qui, da bambino, accovacciato tra le gonne abbondanti della mia mamma, ho sentito il primo gemere della povera gente, che supplicava la Mamma di tutti perché non la lasciasse morire di fame. Ho ammirato da vicino quella rozza statua, tramite giocondo tra la terra e il cielo dei palpiti più commoventi e nobili della povera gente. Sin da allora ho cominciato a volerLe bene. A mandarLe i bacini. A supplicarLa, su invito materno con le manine giunte, perché ci mandasse la pioggia. Qualche volta si è fatta pregare a lungo prima di esaudire il suo popolo, ma sempre lo ha ascoltato.

2. La Cite in testa faceva da battistrada alla lunga processione. Ancor nella penombra diafana del mattino fresco, venivano salmodiando, uomini, donne e bambini, guidati dal sacerdote. “Santa Maria”. Una cosa dolce e strana scendeva dentro di me. Ero studentello universitario, piena la testa di latino e greco, ma quella “passeggiata” a detta di qualcuno mi faceva tanto bene. Confuso tra quelle “pecore” maleodoranti di sudore, mi ci trovavo a mio agio, perché non potevo strozzare dentro di me, l’insorgente atavismo del bifolco. Con loro pregavo, andando in mezzo al polverone. Giunto dinanzi alla mia Madonnina, che mi ricordava piccino, tornavo bambino e mi perdevo quasi naufrago in quegli occhi azzurri di una mitezza infinita, in quel sorriso celestiale di mamma umana e divina.

3. Cara la mia Taviele! Lungo il corso della mia vita, tante volte sono venuto a salutarTi dalla finestra. Sono venuto da Te in bicicletta, quando il cuore era gonfio di dolore immenso. Da quella finestra, con le mani giunte, tremanti, Ti ho supplicata, cara Mamma. Da lì me ne sono andato sempre col cuor leggero, incontro alla vita, alle lotte tremende con il male, per il trionfo della civiltà cristiana.

Udine, 18.7.961                    Giacomo Varutti



Postfazione (di Elio Varutti)

Giacomo Varutti (padre del curatore del presente articolo), nacque a San Vito di Fagagna, in provincia di Udine, il 7 novembre 1905 e morì a Udine il 21 gennaio 1962. Dopo aver iniziato gli studi, nel 1919, presso il Seminario di Udine, nel 1925 fece il servizio militare a Bologna, dove fu presidente del Convegno Militare Cattolico “Guido Negri”. Dal 1926 al 1930 fu istitutore presso l’Istituto “Filippo Renati” di Udine. Dal 1936 al 1943 fu dipendente della Pirelli S.p.A. di Milano dove, tra l’altro, ebbe modo di conoscere la poetessa Ada Negri. Nel 1938 gli capitò di assistere ad un convegno futurista, guidato da Filippo Tommaso Marinetti. Rientrato in Friuli, affidò quei ricordi, nel 1945-1946, assieme ad altri appunti autobiografici, ad alcuni fogli dattiloscritti che, oggi, appartengono alla Collezione familiare. Lavorò, poi, alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura e all’Intendenza di Finanza di Udine. Sposato con Lucia Anderloni, ebbe sei figli: Elio (1932-1945), Ines (1934-2014), Carmen (1936), Anna Maria (1938), Giovanni Maria (1946-2009) e ancora Elio (1953).
Giacomo Varutti, quale autore, è citato in alcune antologie e giornali degli anni 1930-1956, come ad esempio nel volume di Mario Moles,
Scrittori. Antologia moderna illustrata di poesie, novelle e scritti vari, Napoli, Alcione, 1932-X. Nel 1932 diede alle stampe, a Udine, il romanzo intitolato L’italiano di Mussolini. Una sua poesia pubblicata a Napoli nel 1932, fu premiata in un concorso a Firenze, con una medaglia d’oro e, poi, essendo stata pubblicata pure su una rivista letteraria di Parigi, portò l’autore ad essere membro della Académie Littéraire Française “Latinitas”.
Suoi articoli, con lo pseudonimo Giava, sono apparsi su “Fiamma Giovanile” (1927-1930), quindicinale della gioventù cattolica friulana, su “Il pensiero letterario” bollettino mensile edito a Napoli (1934) e su “Politica Nuova” (1938), pure di Napoli. Scrisse sui quotidiani “Il Popolo del Friuli” (1943) e sul “Messaggero Veneto” (1946). Collaborò, nel 1958, con “Il Nuovo Friuli”, periodico della Democrazia Cristiana. Nel 1961 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.
I racconti inediti qui riportati appartengono al romanzo “Lui ed io”, scritto nel 1945-1946 e rimasto nel cassetto, eccezion fatta per un paragrafo intitolato “Il bambino Bof” apparso alle pagg. 59-60 del libro sul Campo Profughi di Udine (7) . Il racconto intitolato “Un sogno” è stato pubblicato sul n. 1 di “Fiamma Giovanile”, del 1° gennaio 1928, usando l’acronimo Giava come firma.
Nella parte finale del racconto intitolato Liberazione sembra che l’Autore sia a conoscenza di una organizzazione militare di ex aderenti alle Brigate Osoppo, in grado di contrastare con “moschetti, mitra e mitraglie” ogni eventuale insorgere di dittature.
Dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) si scoprì l’esistenza di una segreta Organizzazione “O”, che fu antesignana dell’Operazione “Stay Behind”, nota anche col termine di “Gladio”. Tale tipo di struttura, sorta sin dai tempi della Guerra Fredda, aveva il compito di contrastare l’eventuale presa del potere da parte dei comunisti.
Riguardo al divieto di portare il fazzoletto verde al collo, simbolo dei partigiani osovani, c’è da dire che vi erano ordini precisi dei comandi della Osoppo Friuli (8) , dai primi giorni di aprile 1945. I comandanti avranno voluto evitare atti di violenza provocati dall’ostentare un fazzoletto piuttosto che un altro. Ciò avvenne dopo l’eccidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945.
Giacomo Varutti scrisse in un memoriale del 22 agosto 1945: “Dal novembre 1943 fino alla liberazione ho aiutato i partigiani. Chiedere a CIRO, capitano della 3° Divisione Osoppo Friuli”. Egli fu, inoltre, amico di Monsignore Aldo Moretti, detto LINO  dai partigiani. (Collezione familiare, Udine).
Potrebbe esserci un po’ di confusione tra CIRO e GINO. Nell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF) si è individuato, infatti, un Comandante GINO, della III Divisione Osoppo Friuli. Si trattava di Gino Bricco. Le azioni militari sotto il suo comando si riferivano a località come Tricesimo, Reana Tarcento e Gemona (9) . Egli era in contatto col C.IN.PRO. (Centro Informazioni Provinciale). A detto ufficio partigiano dovevano essere convogliate tutte le notizie di qualsiasi specie e qualità. Venne affidato ad OTTAVIO tramite DON LINO (don Aldo Moretti) allora dell’esecutivo militare. La prima sede del C.IN.PRO. è stata in un vicolo del centro di Udine, nell’abitazione di don Conte. Poi, in seguito all’agglomerarsi di tutti gli incartamenti in quella canonica, la sede fu trasportata nella canonica della Beata Vergine del Carmine e nel teatro “Lelio Michelini”. Qui rimase fino al periodo in cui detta zona fu duramente colpita da bombardamenti alleati, poi ogni capo sezione ha portato a casa sua la sede dell’ufficio di spionaggio.
Giacomo Varutti era molto amico di don Felice Spagnolo, parroco della Beata Vergine del Carmine. Assieme operarono senz’altro per detto ufficio di “intelligence” partigiana.
Il curatore del presente articolo è grato, per la collaborazione ricevuta, alla direzione e agli operatori dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine e della biblioteca “Pietro Bertolla” del Seminario di Udine, dove è custodito l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).                                          

    Elio Varutti

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Note
Le note, come la Postfazione, sono state curate da  Elio Varutti.

1. Si tratta di Niccolò Giani, tenente degli alpini, che morirà sul fronte greco albanese il 14 marzo 1941.

2.  La nonna Verrina, cui fa cenno l’Autore, deve essere la sua nonna paterna Anna Maria Birini, che il 3 agosto 1875 mise al mondo Giovanni Maria Varutti (San Vito di Fagagna 3.8.1875 – 4.11.1943), padre dello scrittore. Ho consultato il Registro degli Atti di Nascita del Comune di San Vito di Fagagna del 1875, presso l’Archivio di Stato di Udine. Come scrive l’Autore, il marito di Anna Maria Birini portava pure lui il nome di Giovanni Maria Varutti ed era nato nel 1840. In famiglia, facilmente, Anna Maria Birini veniva chiamata, alla friulana, “La Birine”, dal suo cognome, con deformazione in “La Berine”, oppure “La Verine”, italianizzato infine in “Verrina”.

3.  L’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge ai figli, nati tra il 1932 e il 1953.

4. In questo frangente l’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge al  figlio primogenito Elio, nato nel 1932 e deceduto nel 1945.

5. Come si legge nel documento: Primario di Seconda Chirurgia prof. Travaglini, Referto medico di Elio Varutti, scolaro di anni 12, deceduto il 22 ottobre 1945 per setticopiemia, Ospedale Civile di Udine, dattiloscr., 31 gennaio 1955 (Collezione familiare, Udine).

6. Secondo il senso comune del tempo, “Pippo” era il nomignolo dato dal popolo a un aereo ricognitore inglese o addirittura della Repubblica Sociale Italiana, il quale, durante la notte, mitragliava ogni bagliore di luce. I partigiani delle Brigate Osoppo sostengono che fosse così chiamato ogni aviogetto inglese. Pippo è citato da diversi autori, tra i quali: Rina Bernardinis, Nel mio autunno ricordo, Aviani , Udine, 1982, pag. 172.
Ricordo che nella mia famiglia si ascoltava talvolta il racconto del cane dei nonni, di San Vito di Fagagna, che abbaiava coraggiosamente contro l’aereo Pippo, mentre rombava in cielo, all’imbrunire. Poi quando il velivolo scendeva in picchiata mitragliando, il cane lanciando vari guaiti si rifugiava nella cuccia in pietre e mattoni, ascoltando la sventagliata delle pallottole delle raffiche di Pippo. Per sua fortuna, il cane morì di vecchiaia.


7. In friulano con “taviele” si indica la campagna coltivata posta presso le case padronali.

8. Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, Udine, 2007, p. 394 (esaurito). Per informazioni il telefono e il fax della sede udinese dell’ANVGD è : 0432.506203. Sita in Vicolo Sillio, al civico numero 5, la sede dell’Associazione è aperta il mercoledì, dalle ore 10 alle 12 e il sabato, dalle ore 16 alle 18. Di detta ricerca c’è una versione abbreviata nel web. Vedi: E. Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, on line su blogspot.it dal 29 ottobre 2014.  http://eliovarutti.blogspot.it/2014/10/il-centro-di-smistamento-profughi.html


9. Tali ordini dattiloscritti si trovano nella Cartella H4, fascicolo 88 dell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).

10.  Vedi: AORF, Cartella H4, fascicolo 88, documenti n.ri 2,  6 e 7.










domenica 9 novembre 2014

Quella vecchia zia di Pola. Un racconto sull’Istria e sull’esodo a Firenze

Se ne sta in un cimitero di Firenze, la zia Tina. È una zia acquisita, per me, ma ne ho sentito parlare così tante volte che mi sembra ormai una parente stretta. Mi sono piaciute molte parti della sua vita, perché era una creativa con l’ago e col filo.
Cartolina di Pola viaggiata l’8 settembre 1910. Nella parte centrale, nel riquadro, si apre uno scomparto, per una serie di piccoli panorami a fisarmonica. Fotografo Guido Costalunga 1909.

“E la jera tanto bona, che quando me son sposada, la me gà regalà la camera matrimonial, comprada de un antiquario de Fiume e che dopo i ne gà confiscado i titini quando se scampa per l’esodo – mi ha raccontato Miranda Brussich, una sua nipote diretta – Eh!  Son vignuda via de Fiume a Nadal del 1946 e i titini i era entradi fin al fiume Eneo, mi gavevo una valigia picola. A Pola i xe stadi mandadi via i slavi dai inglesi. A Tersatto, in alto, i era i slavi con un canon e i bombardava Fiume. Mio marito ‘l era a Castelnuovo d’Istria nel maggio 1945. Parto in coriera, organizada per portar via i profughi...”
Clementina Zanetti, detta “Tina” era nata a Pola, sotto l’Austria, il 10 aprile 1891 e morì esule a Prosecco (TS) il 30 agosto 1993 e riposa a Firenze. Faceva la sarta. Si è sempre sentita italiana.
Tina Zanetti il 26 settembre 1927. Atelier B. Zoubek, Susak – Delta (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni ).  La sede dello stabilimento fotografico Zoubek era a Susak, di là del ponte, che faceva da confine col Regno d'Italia, dal centro di  Fiume che, dal 1924, apparteneva al Regno d'Italia; evidentemente si tratta di un fotografo ambulante, oppure la zia Tina si recò di là del ponte, nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni per la fotografia in studio.

“Sua mama jera Maria Antonia Zanetti nata Fabro, la mia nona – ha aggiunto Miranda Brussich – la  jera originaria de Dignan, con una casa in piazza Italia nei anni Trenta”.
Le vicende vissute dall’istriana zia Tina sono state veramente complesse. Intanto ho sempre sentito dire che era nata sotto la Defonta, per intendere la decaduta monarchia austro ungarica. Poi, nel 1914, assieme ad una parte della famiglia Zanetti Fabro, viene internata da Pola, in Istria, fino a Wagna, in Austria. “Le xe stade internade a Wagna – continuava la testimonianza – nel 1914, mia nona Maria Antonia Zanetti, nata Fabro, con le sue fie, la zia Maria (1900-1998) e la zia Clementina, cjamada “Tina”, la nona parlava de Wagna del campo de barache… a Pola le resta zia Giuseppina, cjamada “Pina” (1887-1953), con mia mama Elisa (1893-1972), perché le lavorava al Montur Magazin (in tedesco: Deposito uniformi) e i faceva divise militari, le jera precetade per lavorar per i militari de la Defonta”.

Certificato di cittadinanza italiana di Zorzin Giacomina, del Comune di Pola, datato il 10 luglio 1946, poi esule a Bolzano.
 (Collezione Sergio Satti, Udine).

Molti italiani di Pola vengono internati a Wagna nel 1914, come “è successo a mio papà e alla famiglia, tanto che lui la prima comunion la gà fata a Viena nel 1916 e dopo el gà imparà a parlar tedesco – ha detto Sergio Satti – mentre il nonno Satti lavorava all’arsenale e mia mamma, che iera Furlani de cognome, e mia nona e mia zia se stade internade vicino a Zagabria, così lori le gà imparà a parlar slavo”.
Altri intervistati hanno ricordato il Barackenlager di Wagna, come Maria Millia, di Rovigno: “Mia mama, Anna Sciolis, e mia sorella xe stade internae a Wagna col caro bestiame. Me ricordo che, dopo l’esodo, andavo a cusirghe nelle famiglie a Udine nel 1948, come alla famiglia Brisighelli”.

Cassetta portaoggetti fabbricata da Giuseppe Vittorio Privileggi nel Campo di internamento di Mittergraben nel 1917; 
si noti la dicitura "nell'esilio" a intarsio, stile Sezession.
(Collezione privata, Udine)

La signora Marisa Roman di Parenzo ricorda che i suoi nonni Giuseppe Vittorio Privileggi (che fu tra i fondatori del Club canottieri parentini Adriaco, il 20 settembre 1885) e Maria Clarici furono internati a Wagna e a Mittergraben, in Austria; qui trovarono il nonno di Uto Ughi, e la famiglia Bracco, della celebre industria farmaceutica con innovativi laboratori di ricerca.

Campo di internamento di Wagna (Austria) - Inizio 1915.
In posa un gruppo di istriani "scomodi" che il governo austriaco
 aveva inviato in Austria allo scoppio della prima guerra mondiale. L'uomo calvo con barba e baffi (ha in mano un macinino) è un Marzari, capostipite della famiglia che ancora oggi ha una oreficeria a Trieste in via Roma.special thanks to   http://www.istrianet.org/istria/history/1800-present/camps/ww1-wagna.htm

Le brave sarte istriane sono state ricordate da altri intervistati, come Caterina Pagnucco, di Castelnuovo del Friuli, vicino a Pordenone, che dal 1951 visse a Udine in via delle Fornaci, accanto al Centro Smistamento Profughi più grande d’Italia.
C’è un altro testimone che mi ha raccontato degli italiani internati dall’Austria allo scoppio della Grande Guerra. “Mi che son nato a San Lorenzo Isontin, gò fato el ginnasio a Viena – ha detto Egidio Toros – e avevo per insegnante el papà de Alida Valli e se jera a Viena internadi nel 1917 e 1918, assieme ad altri giuliani, triestini, tuti italiani”. Pure la stampa dell’esodo istriano ha ricordato il periodo degli internamenti a Wagna. In particolare su «L’Arena di Pola» del 1947 si legge che: “Esiste il Canto dei Profughi dell’Istria, internati nella Stiria, a Wagna, in Austria, nel 1915”.
Come si è forse inteso la storia, ad un certo punto, si amplia dalla zia Tina alle quattro sorelle Zanetti – Giuseppina, Clementina, Elisa e Maria – che, con la loro madre avevano un’avviata sartoria in quel di Pola, nella prima metà del Novecento.
Maria Zanetti nel 1916 internata a Wagna, Austria.

Ludovico Zanini ha scritto, nel 1961, sulle vicende delle famiglie Zanetti, da Ravascletto, in provincia di Udine, cramârs (venditori ambulanti) attivi ad Augusta e in Germania nel Seicento e Settecento. Zanetti è un cognome della Carnia, perciò chiedo come mai ci sono dei Zanetti pure in Istria? “Nono Giovanni Zanetti el jera de Aquileia – replica la Brussich – el se gà trasferido a Pola per lavorar a l’arsenal, el deve esser morto nel 1903 o 1904, perché se ricordava del suo funeral la zia Maria, che la jera picia; la piangeva e per farla star bona i ghe gà comprado una pupeta (bambola)”.
L’ambulantato è tipico dei rapporti mercantili del passato. Il mestiere di sarto viene esercitato anche nell’abitazione del cliente, che fornisce, quindi, vitto e alloggio. Ciò succede alle sarte Zanetti, che vanno a cucire a casa della famiglia tal dei tali. Nei secoli trascorsi accadeva così anche ai sarti della Carnia, che si annotavano i loro impegni di lavoro in un libro contabile, come ad esempio Leonardo di Ronco nel 1748, nel Canale di San Pietro e, ai fratelli Pietro e Giacomo Antoniacomi, nel 1863, tra Forni di Sopra e Forni di Sotto nella Val Tagliamento, quando facevano “la giornata a cosire (cucire)”. Leonardo di Ronco nelle locande locali consumava “bocali vin” e pagava con “giornate a cucire”. (Vedi: Giornale D, ms, Archivio di Stato di Udine - ASUd, Archivio Gortani, Parte I, Documenti, b 19). Ho consultato pure: Giornale dei fratelli Antoniacomi, sarti e negozianti di panni, 1855-1881, ms, Archivio del Circolo Fornese di Cultura, Forni di Sopra (UD).

Josef Glaser, k.u.k. Fest. Art. Reg N. 4, Pola (4° Reggimento di artiglieria di Pola), amico e compagno d’armi dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884 – Udine 1972). 
H. Soor Fotograf, Pola Via Giulia, 2. 

Le sarte Zanetti di Pola, negli anni 1920-1930 e anche a Fiume (1924-1945), cucivano a domicilio per la clientela benestante, ricevendo oltre al compenso in denaro pure il vitto. Pina era specializzata in cappellini, copriletto, pizzi e ricami. Maria si dedicava al vestiario comune, come le altre sorelle. Dopo la seconda guerra mondiale che ne fu della sartoria Zanetti? “Dopo de l’esodo – spiega la Brussich – le sorelle Zanetti le jera a Firenze, perché zia Maria la jera entrada a lavorar a la Manifattura Tabacchi de Pola e lì jera i inglesi nel 1946 e la xe stada trasferida a Firenze, ma dopo loro le lavorava de sarte con la loro mama, che la more verso el 1948 a 85 anni. Me ricordo del Campo profughi de Firenze, un vecio fabricado vodo e adibido ai profughi; jera i divisori coi cartoni e le sorelle Zanetti le xe stade così per qualche anno. I aveva messo profughi italiani de l’Istria perfin ne le Cappelle Medicee, perché no jera posto. Nei primi anni Cinquanta jera tanti profughi a Firenze, mi li gò visti, perché da Forlì, dove con mio marito e i fioi jerimo esuli da Fiume, andavo a trovar le mie zie Zanetti ”. 
Si precisa che il Campo Profughi Istriani e Dalmati a Firenze era presso la ex Manifattura Tabacchi, compresa tra la via Guelfa, via Panicale e via Taddea, nell'area dell'antico Monastero di Sant’Orsola. Il Campo Profughi operò dal 1945 al 1968, quando alla fine accoglieva anche sfrattati o senza tetto. Maria Zanetti lavorava alla Nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, situata in via delle Cascine, 33-35, a pochi passi da piazza Puccini. Inaugurata nel 1940, la struttura ha un’attribuzione critica, ma diversi critici concordano sia di Pierluigi Nervi.


Firenze aprile 2016 - Via Guelfa, l'ingresso all'ex Centro Raccolta Profughi istriani e dalmati attivo dal 1945 al 1968. Nella foto sotto un altro scorcio del grande complesso della ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola. 
Fotografie di Elio Varutti


Come Miranda Brussich ha ricordato i cartoni del Campo Profughi fiorentino di Via Guelfa, anche Myriam Andreatini-Sfilli, nel suo Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Alcione, 2000, sin dal titolo del libro accenna ai cartoni che fungevano da parete divisoria nel Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa a Firenze, nel vecchio Monastero di Sant’Orsola.
Sulla foggia dei capelli per signora esiste una cultura e una varietà assai articolata, tra Ottocento e Novecento. Pola e Fiume non erano molto diverse da ciò che succedeva a Trieste. Le signore e le signorine delle famiglie agiate nella Trieste di fine Ottocento avevano il loro bel daffare tra la passeggiata al Corso, sul “Liston”, prima del pranzo, il pomeriggio a Sant’Andrea e la sera al Teatro Grande. Questa serie di appuntamenti mondani e culturali comportava il cambio d’abito per due o tre volte al giorno. Cambiando il vestito, è ovvio che veniva cambiato pure il cappellino. C’erano i famosi cappellini di Vienna, naturalmente quelli di Firenze erano più ricchi dell’italico fascino. 
Torniamo alle sarte Zanetti. Non si contavano le specializzazioni di mestiere. Oltre alla sarta, c’era la modista, la ricamatrice e la stoccatrice. Molte erano le donne che filavano, tessevano, ma all’occorrenza cucivano, rammendavano. C’era una serie di giornali, oltre alle stampe artistiche, che diffondevano il gusto per l’abito raffinato ed il bel copricapo femminile.
A Milano, dal 1848, esce «La Ricamatrice», che reca per sottotitolo: “Giornale di cose utili ed istruttive per le famiglie”. Caterina Percoto pubblica in questa testata alcuni dei suoi racconti con sottofondo patriottico. Tale periodico mensile contiene spiegazioni sui lavori ad uncinetto e con altri strumenti, oltre ad indicazioni sui negozi dove trovare le ultime novità di moda da Venezia, Parigi, Berlino e Francoforte. C'erano altri giornali, come «Le Ore casalinghe», oppure «Il Corriere delle Dame».
L’autorità austriaca concede la Patente istitutiva del Portofranco a Trieste e a Fiume il 18 marzo 1719. Da quella data gli scambi mercantili aumentano in quantità e qualità. Per questo motivo Trieste e Fiume tra Ottocento e i primi del Novecento sono al centro di grandi interessi mercantili. I prodotti della moda femminile circolavano senza restrizione. Si consideri poi che Firenze, capitale del Granducato di Toscana, prima del suo assorbimento nel Regno di Sardegna, nel 1859, aveva un rapporto doganale speciale coi porti dell’Austria. Ugo Cova ha dimostrato che il movimento delle navi e delle merci austriache nei porti toscani era più consistente di quello toscano nei porti austriaci dell’Alto Adriatico. Infine c’era una vera e propria unione doganale con l’Austria dei Ducati di Parma e Piacenza, di Modena e Reggio (Ho consultato: Ugo Cova, Commercio e navigazione a Trieste e nella Monarchia asburgica da Maria Teresa al 1915, Udine, Del Bianco, 1992, pp. 10 e 181). 

Carlo Leopoldo Conighi, giugno 1916, in divisa da artigliere austriaco, Pola.

Su «L’Arena di Pola» del 1948 si legge che nel Campo Profughi di Firenze è stata festeggiata la ricorrenza di San Nicolò, per far contenti i bambini. Qualche altra notizia sul Campo Profughi di Firenze mi è giunta dalla signora Marisa Roman, nata a Parenzo nel 1929. "Una mia amica nata a Trieste, che era Chiara Battigelli in Baldasseroni - ha detto Marisa Roman - mi ha parlato del Campo Profughi di Firenze". Come mai? "La Battigelli conosceva troppo bene Firenze - racconta la Roman - e, saputo che i profughi istriani e dalmati erano stati accolti nei locali della Manifattura Tabacchi, andò a cercare notizie tra piazza Indipendenza e piazza San Lorenzo, trovando solo il figlio del custode di quel luogo". Quando fu fatta tale ricerca? "Erano gli anni 1990-1995 - è la risposta della Roman - e in Italia c'erano molti profughi dal Kossovo, perché c'erano le guerre balcaniche, allora la domanda al figlio del custode fu del tipo 'Ci sono stati dei profughi qui alla Manifattura di Firenze?' e la risposta fu negativa". La Battigelli non si arrese, e gli parlò degli italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, negli anni 1946-1956. "Allora il figlio del custode disse: 'Ah, gli istriani, ma quelli non erano profughi, erano brave persone, erano educati e hanno lasciato tutto pulito". Mai una risposta così poteva essere più soddisfacente per il mondo degli esuli.
Ritorno alla zia Tina, dopo questa parentesi sul Campo Profughi di Firenze. Zia Tina si sposò nel 1923 con Michele Dokmanovich, detto “Miko”, rappresentante di una fabbrica di aceto a Fiume. “Lui el gaveva un negozio de comestibili – ha aggiunto la Brussich – el sarà morto nel 1937, el jera serbo ortodosso, dunque de religion ortodossa. Mi gò fato le prime tre classi elementari a Pola, in piaza de la Madona, con la maestra Eugenia De Caneva, dopo nel 1929, l’anno del fredo, gò fato la quarta a Fiume, con la maestra Elisabetta Lazarus, de la famiglia che gaveva cantieri navali a Sussak, dopo a le scuole comerciali jera ragazze ebree che ne la ora de religion le andava via, come la Lilli Hand, o la Vigevano, oppur la Sinigalia; eh, Fiume jera una città aperta, più de Pola. A Fiume, mi e mio fratel Guerrino jerimo ospiti de zia Tina e de zio Miko e fasevimo le scuole lì. Me ricordo dei zoghi che se faceva; se doveva saltar su le caselle disegnade col gesso in tera e no se doveva toccar la riga o se pagava pegno, dopo se diceva ‘zoghemo a manete?’se cjapava dei piccoli sassi  e se butava in alto, per cjapar quei altri”.

Il silenzio dei profughi, dopo il 1946

Ascoltiamo altre fonti orali. In diverse famiglie friulane c’è una vecchia zia di Pola, me l’hanno confidato vari intervistati. La signora Rosalba Meneghini Capoluongo è figlia di Maria Millia, esule di Rovigno. “Mia madre parlava poco, aveva paura – ha detto – invece dopo il Giorno del Ricordo, c’è la voglia di capire da parte dei discendenti. I profughi raccontano cosa è successo dopo il 1946 e si ascoltano cose mai sentite fino ad ora”.
È assai ricorrente il tema del silenzio dei profughi, ossia la mancata comunicazione ai discendenti sui fatti storici dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Pure Massimo Gobessi, giornalista RAI di Trieste, condivide tale opinione; lo scrivente è stato da lui intervistato per una trasmissione radio del 10 febbraio 2014, sul Giorno del Ricordo.
Gianpaolo Polesini, giornalista del «Messaggero Veneto» mi ha riferito: “Da bambino non mi parlavano per non dover dire cose tristi, quando il papà voleva raccontarmi dell’esodo, io non avevo tempo”. 
“Noi istriani abbiamo un grande affetto per il nostro territorio – ha detto una intervistata, Anna Maria L., con parenti a Dignano d’Istria e a Pola, dove ha trascorso varie settimane estive negli anni ‘60 – ma ne parliamo poco, c’è tanta dignità e silenzio, preferiamo il duro lavoro e stare zitti”. Sugli istriani gentili e riservati, c’è la testimonianza pure di Ivana Varutti, che ha vissuto per anni accanto al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano.
Roberto De Bernardis, esule da Pola (vedi: Roberto De Bernardis, Quel triste addio alle colline dell’Istria, «L’Adige» 18 febbraio 2008), ha riferito su un quotidiano di Trento dell’assoluto silenzio mantenuto da sua madre dopo l’esodo, avvenuto nel 1952. “Poi guardò solo avanti – ha scritto – non sarebbe più tornata, non ne avrebbe più parlato: un silenzio durato sino alla sua morte, nel 1999”. Certi esuli hanno rielaborato il dolore dell’esilio in tremenda solitudine.
Proprio un amico e conoscente di esuli di Fiume, il signor Renato Bianco, di Silea, provincia di Treviso, mi ha confermato il disagio provato dai profughi nel raccontare la propria storia, la propria fuga dalla città del Golfo del Quarnero, in questo caso. Si trattava della famiglia di Decio Tuchtan, esule proprio da Fiume: “Spesso mi accennava alle sue vicissitudini di profugo – ha  detto Renato Bianco – quasi con un senso di vergogna”. Per un approfondimento, in questo blog, vedi: Il silenzio degli esuli istriani, 1945-2004.

Fiume, 16 marzo 1924 - Il re Vittorio Emanuele III parla dal Palazzo del Governo Marittimo (costruito dall'Impresa Carlo Conighi nel 1884). La città è unificata al Regno d'Italia. 
Foto Francesco Slocovich, Fiume

Destini incrociati delle famiglie di Pola e di Fiume. L’ingegnere Carlo Alessandro Conighi

Nel 1942 la fonte principale di questo racconto, Miranda Brussich, si sposa a Fiume con Carlo Enrico Conighi (Fiume 1914 – Ferrara 1995), discendente dei Conighi, che “gà costruido tanto a Fiume e Abbazia”.
Suo nonno Carlo Alessandro Conighi (Trieste 1853 – Udine 1950) compie gli studi al liceo di Trieste, a Graz e a Monaco, presso la Regia Scuola Bavarese Politecnica, diplomandosi ingegnere nel 1875, come è scritto sul «Messaggero Veneto», del 17 agosto 1950. Costui, in effetti, lavora dapprima a Trieste, poi è già a Fiume nel 1880, quando lavora assieme a Nikolaki de Nikolaides alla casa Turca, completata nel 1906. Nel 1883 si trova per lavoro a Fiume e, assieme ad Icilio Bacci, fonda il “Circolo letterario”, che cura la creazione di varie biblioteche popolari. Deve essere per questo motivo che, ancor oggi, alcuni siti web della Croazia citano l’ingegnere Carlo Conighi come un “filantropo”.

Fiume, D'Annunzio all'alza bandiera italiana, 
accanto all'ingegnere Carlo Alessandro Conighi, 
presidente della Camera di Commercio e Industria, 12.09.1919

Nel 1884, avendo vinto l’appalto per costruire il Palazzo del Governo Marittimo a Fiume, su progetto dell’architetto ungherese Alajoš Hauszmann, l’ingegnere Carlo Conighi si trasferisce nella città del Carnaro, dove rimane fino al 1946, quando fu costretto all’esodo dalla pulizia etnica iugoslava. Agli inizi degli anni ottanta dell'Ottocento l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi sposa Elisa Ambonetti, che gli dà cinque figli: Maria Regina (Trieste 1881-Udine 1955), Carlo Leopoldo (Trieste 1884-Udine 1972), Silvia (Fiume 1888-1892), Giorgio Alessandro (Fiume 1892-Trento 1977) e Cesare Augusto (Fiume 1895-Roma 1957).
Alla sua azienda - che aveva la seguente intestazione: “Carlo ing. Conighi, Impresa di costruzioni, Fiume – Abbazia” - si deve la costruzione, avvenuta nel 1890, del palazzo della Società Filarmonico-Drammatica, su progetto dell’architetto Giacomo Zammattìo (Trieste 1855-1927), come si legge su «La Vedetta d’Italia» del 26 febbraio 1933.


L’articolista de «La Vedetta d’Italia» gli attribuisce molte altre costruzioni come la prefettura, il tempio israelitico, il gruppo di case operaie alla Torretta, il palazzo della Banca d’Italia, la casa Smaich, la casa Rauschel al Corso, le scuole di Via XXX Ottobre e quelle statali alla Torretta. Alla sua genialità sono dovute le più sfarzose ville della riviera degli anni trenta, come la villa Rosalia, la villa Adria, la villa Nettuno, le ville barone Ransonnett, Smith, Harey, Frappart, Portheim, Janet, Italia, oltre all’Hotel Bellevue e al Sanatorio Szegoe. La sinagoga, di “aspetto orientaleggiante”, opera del 1902, fu fatta saltare in aria nel 1944, in un attentato antisemita.
Nel 1915, essendo presidente della Camera di Commercio e Industria di Fiume, l’ingegnere Conighi è costretto a dimettersi e viene inviato nel campo di internamento di Kiskunhalas, nella landa ungherese. Liberato il 1° agosto 1918, fa ritorno a Fiume e, a fianco di Antonio Grossich, lotta per l’annessione all’Italia. Dopo la marcia di Ronchi (12 settembre 1919), è uno dei consiglieri di D’Annunzio. Ha pure l’incarico della vice presidenza del Consiglio nazionale, dopo la marcia di Ronchi e la Reggenza del Carnaro.

Grado, marzo 1918, osservatorio dell’artiglieria austriaca 
con Carlo Leopoldo Conighi, seduto al centro. 
Al cannocchiale il suo commilitone Josef Glaser.

Nel 1914 i suoi tre figli maschi indossano divise militari opposte, provocando strazio e orgoglio in una famiglia di forti sentimenti italiani. L’architetto Carlo Leopoldo è artigliere austriaco, mentre i giovani Giorgio Alessandro e Cesare Augusto, fuggiti da Fiume in Italia, divengono volontario alpino il primo e nell’esercito, il secondo.
La regina Elena, reggente del Montenegro, il 6 giugno 1922 nomina l’ingegnere Carlo Conighi commendatore dell’Ordine del Principe Danilo I, istituito per l’indipendenza del Montenegro (Collezione Conighi, Udine). Successivamente all’annessione italiana di Fiume, datata 27 gennaio 1924, egli ricopre varie cariche amministrative e politiche: vice sindaco, vice presidente della Provincia del Carnaro, presidente della Cassa Distrettuale Ammalati e, per qualche tempo, è commissario prefettizio alle Corporazioni Industria e Commercio, come scrive «Difesa Adriatica» del 12 agosto 1950.
Nella sua Fiume l’ingegnere Conighi è pure presidente del Club Alpino Fiumano, del Circolo letterario, della Società Dante Alighieri, della Lega nazionale, del Circolo patriottico e della Società dei concerti. Dopo il 1924 viene nominato Grande ufficiale della Corona d’Italia, motu proprio del re.
Nel 1928 l’ingegner Conighi, assieme al socio ebreo Grünwald, progetta a Fiume la raffineria di benzina e i depositi di petrolio, ma l’azienda di famiglia non si riprende dal tracollo economico causato dalla Grande guerra.

Un osservatorio austriaco in una cartolina del Museo di Caporetto (Slovenia), che si ringrazia per la riproduzione /  Hvala lepa za muzej za razširjanje Kobarida


Carlo Leopoldo Conighi, l’architetto
Il primogenito maschio, Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884–Udine 1972), architetto – è esponente col padre ed altri costruttori della Sezession a Fiume. Nella Grande Guerra è artigliere austriaco, ma poi è legionario dannunziano a Fiume. Negli anni successivi all’esodo giuliano dalmata è dirigente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) di Udine, verso il 1948 e fino agli anni sessanta del Novecento.
Nel 1910 sposa Amalia Rassmann che gli dà tre figli: Carlo Ferruccio (Fiume 1912–Roma 1998), Carlo Enrico Edoardo (Fiume 1914– Ferrara 1995) e Helga Maria (Fiume 1923–Udine 2000).
Nel 1959-1960 è direttore dei lavori del cantiere per il Monumento a D’Annunzio di Monfalcone, in provincia di Gorizia, su progetto dell’architetto Vincenzo Fasolo, di Roma.
Udine, Cimitero - Tomba della "famiglia Conighi esule da Fiume", abbattuta per scadenza contrattuale nel 2022 e rinnovata in un loculo nel sito medesimo.  Foto di D&C

Il legionario Giorgio Conighi
Giorgio Alessandro Conighi (Fiume 07.06.1892 – Trento 04.01.1977) è volontario negli alpini nella Grande Guerra e legionario fiumano. Laureatosi in ingegneria civile diviene comandante del Corpo Pompieri di Fiume e dei Vigili del Fuoco di Trieste e Trento.
Costui, fin da ragazzo, assieme ai fratelli, partecipa attivamente al circolo politico irredentistico “La Giovine Fiume”, che si ispirava a Mazzini. A diciotto anni Giorgio Conighi, assieme ad altri nove fiumani, è processato per alto tradimento dalla Corte d’assise di Graz; la data del processo è 10 dicembre 1910, come scrive Enrico Burich in un articolo, del 1961, su «Fiume. Rivista di studi fiumani».
Giorgio Conighi, terzo in piedi da destra, assieme agli alpini suoi commilitoni nel 1915 a Udine. Per sfuggire alla forca austriaca adottò lo pseudonimo di "Giorgio Dilenardo".

Volontario negli alpini nella Prima guerra mondiale, deve cambiare nome in “Giorgio Dilenardo”, per sfuggire alla forca austriaca. Si legge sul «Giornale di Udine» del 14 novembre 1915 che il “soldato volontario negli alpini Giorgio Conighi, nato a Fiume (Ungheria)” ha ricevuto un encomio solenne. Nel 1918 riceve la medaglia di bronzo e la croce di guerra.
Nel 1919 è legionario a Fiume, con i fratelli Carlo Leopoldo Conighi e Cesare Augusto Conighi, mentre il padre, l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, è uno dei consiglieri di Gabriele D’Annunzio nella Reggenza del Carnaro.
Nel maggio del 1945, a Trieste, i titini presero a cannonate la sua abitazione, perché si era rifiutato di esporre la bandiera rossa nella caserma dei pompieri, dove lavorava. Poco dopo viene arrestato dagli iugoslavi e recluso nel carcere del Coroneo. Liberato dopo trenta giorni di prigionia, è costretto all’esodo, abbandonando la terra natia.
Nel dopoguerra è comandante dei Vigili del Fuoco di Trieste e di Trento. Viene incaricato nel mese di aprile del 1959, dell’amministrazione del Comitato esecutivo per il monumento a D’Annunzio a Ronchi. Tale opera, su progetto dell’architetto Vincenzo Fasolo, è realizzata in realtà sul territorio del Comune di Monfalcone sotto la direzione dei lavori dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi e viene inaugurata il 30 ottobre 1960. Detto monumento è oggetto di aspre polemiche anche dopo il Duemila.


Estate 1920 - I comandanti dei reparti dei legionari fiumani Giorgio Conighi, a sinistra, Nino Host Venturi e Giuseppe Sovera.  Fotografia Archivio privato di Gabriele Sovera, Genova, pubblicata in: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2009, pag. 57 basso (che si ringrazia per la diffusione).



Una ricerca scolastica sugli itinerari della memoria, 2014

Nell’ambito delle attività del Laboratorio di Storia, all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, nell’anno scolastico 2014-2015, è stato attivato il progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», cofinanziato dalla Fondazione CRUP, di cui sono il referente.
Ho chiesto ai miei studenti di questa scuola turistico alberghiera se, nell’allestimento di itinerari turistici della memoria, pareva loro opportuno ricordare anche i luoghi dei conflitti e delle violenze del Novecento, come la questione dell’esodo giuliano dalmata e delle foibe. Ecco una breve selezione delle loro risposte.


Eleonora Traore, Chiara Camatta e Elisa Dal Bello hanno detto che nei tour è importante menzionare i luoghi dei conflitti e delle violenze, come la Risiera di San Sabba o la Foiba di Basovizza “per capire che le guerre causano immani sofferenze e possono indurre gli essere umani a dare il peggio di sé: tutti senza distinzioni”. Andrea Casasola ha ricordato che il turista affronta così “emozioni e sensazioni, ma soprattutto mantiene vivo il ricordo del passato”. Per Agnese Gervasi è rilevante questo segmento turistico poiché i visitatori “si sentiranno più vicini ai parenti perduti”.
Col turismo della memoria, albergatori e ristoratori – secondo Christian Ciacchi, Nicolò Salvemini e Giada Todesco – possono contribuire a far conoscere cultura e tradizioni enogastronomiche del territorio. Altri studenti come Alessandro Dimatteo, Mattia Fant e Sabrina Turoldo, si sono spinti più in là, proponendo agli operatori economici di offrire delle riduzioni di prezzo sui menu e sui soggiorni, per le comitive con quei fini di turismo – pellegrinaggio. Nel 1956 è stato tale Pietro Sfilligoi, trascinato da un certo pathos, a scrivere che: “L’unico conforto che rimane agli esuli è che almeno Trieste si sia salvata, che quella che ogni giuliano ha considerato, dopo la propria, la più cara città, non abbia subito l’affronto supremo e, forte della sua italianità, signoreggi specchiando, sì nel suo magnifico golfo dal quale l’esule che va a Trieste come a un pellegrinaggio vede scendere sempre più evanescente, giù giù fino a Pola, la terra condannata, la terra tradita” (corsivo nostro).  
Ci sono altri studenti dell’Istituto “Stringher”, come Mattia Pravisani e Giovanni Zamparini, che propongono di ricercare i menu dell’epoca e addirittura di apportare alcune modifiche ai ristoranti di Trieste e di Gorizia, ricreando le atmosfere degli anni Quaranta e Cinquanta. Altri, come Matteo Burello, dicono di ricercare delle compagnie teatrali in grado di allestire degli spettacoli su quegli anni e quegli eventi, da proporre in collaborazione agli operatori economici del turismo.

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Fiume 1943. Fotografo F. Slocovich, Fiume.

Fonti orali

Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con penna e taccuino da Elio Varutti, se non altrimenti specificato. Si ringraziano e si ricordano i seguenti signori per le testimonianze concesse.
1) Renato Bianco, Silea, provincia di Treviso (1951), e-mail del 10 febbraio 2014.
2) Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 11 agosto 1919 – Ferrara 26 dicembre 2013), int. del 28 dicembre 2008 a Ferrara.
3) Anna Maria L. istriana, Tolmezzo, provincia di Udine (1963), int. del 15 dicembre 2010.
4) Rosalba Meneghini in Capoluongo, Udine (1951), int. del 3 dicembre 2011.
5) Maria Millia, vedova Meneghini (Rovigno 1920 – Udine 2009) intervista del giorno 11 maggio 2004 e 10 febbraio 2008.
6) Caterina Pagnucco vedova Sguerzi, Castelnuovo - vicino Pordenone (1925), int. del 3 gennaio 2004.
7) Gianpaolo Polesini, Udine (1957), con genitori dell’Isola di S. Nicolò, presso Parenzo, int. del giorno 11 dicembre 2013.
8) Marisa Roman, Parenzo (1929), int. del 23 dicembre 2014.
9) Sergio Satti, Pola (1934), int. del 13 novembre 2014.
10) Egidio Toros (San Lorenzo Isontino 1904 – Udine 2005), int. del 29 ottobre 2001.
11) Ivana Varutti, San Vito di Fagagna, provincia di Udine (1946), int. del 6 settembre 2011.

L'interno di uno dei 140 Campo Profughi per gli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia, allestiti dal 1945 alla fine degli anni sessanta in Italia, con i letti a castello e vari altri disagi.  L'ultimo di questi posti di accoglienza chiuse i battenti a Trieste nel 1972

Fonti bibliografiche ragionate

Sulla deportazione del 1914 di profughi italiani in Austria in campi con baraccamenti vedi:
- Lepre Rita, Profughi nel Barackenlager di Pottendorf-Landegg. Il racconto degli abitanti di S. Lorenzo Isontino e di S. Martino del Carso, «Iniziativa Isontina», n. 103, dicembre 1994.
- Gorlato Achille, Il campo profughi istriani di Wagna 1914-1918, in : Delton Domenico, Del Ton Giuseppe et alii, Dignano e la sua gente, Trieste, Centro Culturale “Gian Rinaldo Carli”, 1975.
http://www.istrianet.org/istria/history/1800-present/camps/ww1-wagna.htm
Una ricerca recente, molto documentata, in lingua croata e tedesca, sul campo di internamento di Gmünd, vicino alla Repubblica Ceca, 1914-1918, è la seguente:
- Andrej Bader, Barackenlager Gmünd, Medulin, Općina Medulin, 2014.
Sul giornale «L’Arena di Pola» e sui giornali dell’esodo si possono trovare diverse conferme di quanto hanno riferito le fonti orali. Io ho consultato nelle biblioteche di Udine e di Gorizia diverse annate, per i miei studi sull’esodo giuliano dalmata. Nelle famiglie dove mi sono recato per le interviste, mi hanno mostrato diversi ritagli di giornali, come quelli da «L’Arena di Pola», appunto, perché molto diffuso tra gli esuli e i loro discendenti. Per questo racconto ho utilizzato specificamente:
- «L’Arena di Pola», n. 13, III, 6 dicembre 1947.
- «L’Arena di Pola», n. 5, IV, 15 aprile 1948.

Pur essendo un libretto divulgativo, è molto ben documentato il seguente testo sull’unico campo di concentramento nazista attivo in Italia
- Tristano Matta, Il lager di San Sabba dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste, Beit, 2012.

Ci sono varie testimonianze dell’esodo giuliano dalmata pubblicate sui quotidiani italiani, come la seguente:
- P. Sfilligoi, Un esule ricorda, «Messaggero Veneto», 24 maggio 1956, pag. 16.

Maria Zanetti, verso il 1936. Fotografia Rita, di Pola

Tra le più recenti pubblicazioni sull’esodo giuliano dalmata, che ormai ha una letteratura vasta e variegata, si vedano:
- Armando Delzotto, I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Edizioni del Sale, Udine, 2013 (per info: Libreria Friulibris, Via Piave, 27 - 33100 Udine UD. Telefono: 0432. 25819).
- Mario Maffi, 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe, Udine, Gaspari, 2013.
- Guido Rumici, Mosaico dalmata. Storie di dalmati italiani, Gorizia, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Gorizia, 2011.
- Mauro Tonino, Rossa terra, Pasian di Prato (UD), Orto della Cultura, 2013.
- Francesco Tromba, Pola Cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi Esuli istriani (prima edizione: Gorizia, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, 2000), Trieste, Libero Comune di Pola in Esilio, 2013.
- Annalisa Vukusa, Sradicamenti, Fagagna (UD), Tipografia Graphis, 2001.

Tra gli ultimi contributi sull’Impresa di Fiume, il libro seguente riporta alcune immagini del capitano degli alpini Giorgio Conighi, comandante dei reparti volontari fiumani dal 1919.
- Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2009.

Sulla saga familiare dei Conighi, vedi i seguenti riferimenti bibliografici e link in Internet:
      -    Enrico Burich, Momenti della polemica per Fiume prima della guerra 1915/18, in «Fiume. Rivista di studi fiumani», IX, n. 1-2, gennaio-giugno 1961, pag. 15.
      -    E. Varutti, Sembra la pace in avvicinamento… Diario dell’artigliere austriaco Carlo Conighi e le cartoline postali del bancario Dante Malusa internato a Tapiosüly da Fiume nel 1915-1918, in Erminio Polo, Alfio Anziutti, Giancarlo L. Martina, Chiara Fragiacomo, Elio Varutti, Un doul a mi strinzeva il cour. 1917: questo terribile mistero, Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, San Daniele del Friuli (UD), 1997, pagg. 59-76.
      -    E. Varutti, Casi familiari di radicamento sociale del Risorgimento nel Friuli e nella Venezia Giulia, in I moti friulani del 1864. Un episodio del risorgimento europeo, Atti del convegno San Daniele del Friuli 29-30-31 ottobre 2004, Quaderni Guarneriani, 4, 2005,   pp. 131-156.
ISBN 88-901571-1-9
     -    E. Varutti, Il monumento a D’Annunzio, in Ferruccio Tassin (cur), Monfalcon, LXXXIII congresso, Monfalcon 24 settembre 2006, Udine, Societât Filologjiche Furlane, pp. 231-237.
ISBN 978-88-7636-071-8

Sullo studio di casi familiari è molto interessante vedere le seguenti biografie e articoli che sono riuscito a ricostruire con dati delle collezioni familiari:
- Carlo Alessandro Conighi
- Carlo Leopoldo Conighi
- Giorgio Alessandro Conighi
- Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945.

Una prima versione della storia delle sarte Zanetti di Pola, Fiume e Firenze si può leggere in:
- E. Varutti, Il cramâr Morocutti da Zenodis, l’imprenditore febbrile di Canal da Malborghetto ed altre storie di cramarìa, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 9, 2003-2004, 2005, pp. 111-162.

Sui campi profughi istriani e dalmati di Udine esiste una non ampia serie edita di articoli e di studi, con certi materiali aggiornati dallo scrivente e pubblicati nel web.
- Remo Leonarduzzi, La ex-Gil di via Pradamano, «Baldasseria 78», Udine, 1978, pp. 6-7.
- Mario Visintin, Accoglienza, «Baldasseria Festa Insieme 1996», Udine, 1996, pp. 30-31.
- Elio Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano accolse oltre centomila persone dell’esodo dal 1947 al 1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2004, pp. 18-20.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007 (esaurito).
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
- Franco Sguerzi – E. Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008, pp. 71-72.
- Mario Blasoni, Quei centomila esuli in via Pradamano, «Messaggero Veneto», 4 febbraio 2008, ora in: M. Blasoni, Vite di friulani, Udine, Aviani & Aviani, 2009, pp. 213-216.
- Pupo Raoul, L’Ufficio per le zone di confine e la Venezia Giulia: filoni di ricerca, «Qualestoria», XXXVIII, 2, dicembre 2010, pp. 57-63.
- Elena Commessatti, Villaggio Metallico e altre storie a Udine, città dell'accoglienza, «Messaggero Veneto», 30 gennaio 2011, pag. 4. Anche nel web: http://www.stringher.it/ktml_uploads/files/VillaggioMetallico.pdf   ora in: E. Comessatti, Udine Genius Loci, Udine, Forum, 2013, pp. 98-101.
- E. Varutti, Rifugi antiaerei a Udine. Profughi istriani, preti e parrocchiani, «Festa Insieme Baldasseria» 2013, Udine.  Nel web  https://www.academia.edu/4618919/Rifugi_antiaer...-
- E. Varutti, La Cappella dei profughi istriani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2014, pp. 34-35.
- E. Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, on line su blogspot.it dal 29 ottobre 2014.  http://eliovarutti.blogspot.it/2014/10/il-centro-di-smistamento-profughi.html
- R. Bruno, E. Marioni, G. Martina, E. Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher", 2015.

Sulle vicende dell’emigrazione friulana esiste una vasta letteratura; in questo articolo ho utilizzato il lavoro seguente:
- L. Zanini, Per la storia della Carnia migrante, Udine, Doretti, 1961. 

Una rara copia de Il Lunedì, del 20 gennaio 1947, settimanale con redazioni a Gorizia, Trieste, Udine e Venezia. Si noti l'articolo intitolato "Come muore Pola". (Collezione Marisa Roman, Udine)

Referenze iconografiche e ringraziamenti
Le fotografie sono della Collezione Conighi di Udine, ove non altrimenti indicato. Si ringraziano la collezione privata e le altre fonti per la diffusione delle immagini. Per le informazioni, i dati, le ricerche e per la diffusione della cultura sull'esodo giuliano dalmata un ringraziamento particolare sia riservato a Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell'Istituto Stringher di Udine e ai professori del Laboratorio di Storia del medesimo istituto, che ha per referente il prof. Giancarlo Martina. Ancora per la collaborazione sui temi dell'esodo giuliano dalmata desidero ringraziare le professoresse Maria Senis, Giulia Peresani e Manuela Beltramini, della Scuola secondaria di 1° grado dell'Istituto "Uccellis" di Udine, nonché le professoresse Paola Quargnolo, Maria Grazia Di Paola e Patrizia Giachin dell'Istituto "C. Percoto" di Udine, oltre alla professoressa Adriana Danielis e Guido Rumici dell'Istituto "Einaudi-Mattei" di Palmanova, provincia di Udine.

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Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine. Laboratorio di Storia, Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP. Hanno collaborato alla elaborazione di questo prodotto gli allievi Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini, della classe 5 ^ D Dolciaria. Anno scolastico 2014-2015. Coordinamento didattico: professoressa Carla Maffeo (Italiano e Storia). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva; novembre 2014; con aggiornamenti successivi.

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Sui dati dell'articolo presente è stata effettuata una presentazione in pubblico a Udine, con diapositive in Power point, a cura dell'Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia il giorno di venerdì 20 febbraio 2015, alle ore 18, presso la sala riunioni del Centro Servizi Volontariato, in viale Venezia n. 281, nelle vicinanze del Villaggio Giuliano. L'evento aveva il patrocinio del Club UNESCO di Udine e dell'Associazione Insufficienti Respiratori, sede di Udine. Al termine della relazione c'è stato un acceso dibattito. Ecco alcune immagini della serata. Qui sotto Angelo Rossi, con gli occhiali, in rappresentanza dell'Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia presenta il professor Elio Varutti.



Nell'ultima fotografia (di D&C) si notano, al centro, l'ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato di Udine dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), accanto a sua cugina, Annalisa Vukusa, scrittrice di racconti sull'esodo da Zara.