Visualizzazione post con etichetta mostra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mostra. Mostra tutti i post

domenica 16 novembre 2025

Le stravaganti donne disegnate di Daniela Fattori, con liriche orientate

C’è stato il Finissage delle opere di Daniela Fattori, in arte Dan. Erano in mostra fino al pomeriggio del 15 novembre 2025 alla Libreria Tarantola di Via Vittorio Veneto a Udine. L’apertura della esposizione, il Vernissage, era stata il 15 ottobre scorso. La poliedrica rassegna, per usare e parole di Cristina Carignani, intervenuta all’incontro con tante domande all’artista per un acuto dialogo, ha coinvolto molti visitatori che affollavano la sala.

Daniela Fattori, Donna di quadri, 2025
Vari neuropsichiatri affermano che l’arte pittorica accenda il cervello. Ecco che le donne stravaganti di Daniela Fattori rischiano di farcelo trotterellare il cervello.

Il titolo della mostra era: “I minimi, invisibili dettagli di poesia”, che è pure il titolo di un originale libretto stampato da La Legotecnica (UD), per l'impaginazione di Giulia Rizzi, con le immagini delle donne illustrate dalla pittrice alla sua prima personale. Si sappia che tra i cinque libri pubblicati dall'Autrice questo de "I minimi" è il secondo dedicato alla Poesia. Ogni disegno esposto in sala era infatti accompagnato da un silloge, o da un prosa ideata da Daniela Fattori, sempre lei, con il suo ricco bagaglio culturale di studentessa e poi docente dell’Istituto statale d’Arte “Sello”, dove insegnò Progettazione. 

Non solo arte visiva e letteratura perché c’è stata pure un performance, a completamento della serata poliedrica alla Tarantola, con la partecipazione straordinaria di Mauro Cantarutti, Elisabetta Englaro, Fedra Modesto e Vera Paoletti. D’altronde Dan non si poteva smentire. Fattori ha progettato e coordinato da tredici anni il Teatro Fra Le Nuvole a Sauris (UD). Ha condotto per nove anni Aliante Teatro al Liceo Artistico “G. Sello”, cui si aggiungono numerose altre attività effettuate in campo teatrale e artistico dedicate a tutte le fasce d'età.

Ha operato anche nel settore dell’educazione all’immagine con la scuola primaria nell’hinterland udinese.

Daniela Fattori. Fotografia di Leoleo Lulu
Nel 2023 Dan ha scritto Briciole, un testo teatrale che prende in esame il tema dell’Alzheimer, su cui è stata prodotta una lettura scenica curata assieme ad Andrea Collavino, presso l’Associazione Alzheimer di Udine. Lo stesso testo, nel 2024, è stato messo in scena, in forma di studio per lo spettacolo, presso il Mulino Nicli di Rive d’Arcano (UD), con l’interpretazione di Klaus Martini e Nicoletta Oscuro. Nel 2025 la sperimentazione medesima è stata replicata a “Le(Serre” di Basaldella di Campoformido (UD), all’interno del progetto Care di Klaus Martini, con gli stessi attori e l’aggiunta di Gilberto Innocenti.

È stato detto che i riferimenti culturali di Daniela Fattori sono, in pittura, Amedeo Modigliani e Frida Kahlo, mentre in chiave letteraria sono, tra gli altri, Boris Vian, Giorgio Gaber e Daniel Pennac. Tuttavia su uno dei tre racconti letti, La lingua morta, fa andare la mente, visto il surrealismo, al Signor Gregor Samsa di Franz Kafka ne La metamorfosi.

Oltre alle decine di disegni nella mostra c’erano anche due tele dipinte dall’Artista sullo stesso tema. “Gli Amu-Leti giocosi, nelle due grandi tele – ha scritto Cristina Carignani – augurano la Buona Ventura e la Fortuna di possedere il talento creativo per affrontare i colpi avversi del Destino”.

All’incontro ha portato i saluti anche Luciano Omet, presidente di “ArtèSello”, ossia l’Associazione Docenti, Dirigenti, Personale ATA, Ex Studenti dell'Istituto d'Arte e Liceo Artistico "Giovanni Sello" di Udine.

--

Vera Paoletti, Elisabetta Englaro, Dan, Mauro Cantarutti e Fedra Modesto
Testo di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettore: Gabriele Anelli Monti. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la riproduzione in questo blog.

Daniela Fattori, Amu-Leto del sorriso, 2025


martedì 19 novembre 2019

Udine ricorda Jan Palach, torcia umana a Praga, 1969

È stato Pietro Fontanini, sindaco di Udine, ad inaugurare, il 18 novembre 2019, alle ore 12,30 la mostra intitolata “Jan Palach ‘69” nella Casa della Confraternita del Castello di Udine. “Figura emblematica della ricerca di libertà Jan Palach – ha detto Fontanini – col suo supplizio a Praga di 50 anni fa, mi ricorda il tempo della guerra fredda, quando noi dovevamo essere sacrificati, in caso di invasione da parte del Patto di Varsavia, perché le loro truppe dovevano essere fermate con le bombe atomiche americane, qui in Friuli”.
Udine, 18 novembre 2019 - Inaugurazione della Mostra "Jan Palach '69" alla Casa della Confraternita, col sindaco Pietro Fontanini, al centro, mentre parla l'assessore alla Cultura Fabrizio Cigolot, a destra, con Tiziana Menotti, Francesco Leoncini e Paolo Petiziol. Fotografia di Elio Varutti

La rassegna fotografica e documentaria, proveniente da Milano, consta di 20 pannelli con inedite fotografie e manoscritti del giovane studente che il 16 gennaio 1969 si diede fuoco in piazza Venceslao per scuotere il popolo cecoslovacco dall’indifferenza rispetto all’invasione sovietica del 20-21 agosto 1968, che soffocò la Primavera di Praga. La mostra, già allestita nel 2018 a Milano, è stata curata da Jakub Jareš, per l’organizzazione dei Centri Cechi (oltre una dozzina di Istituti storici e Archivi), del Museo Nazionale della Repubblica Ceca e della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori dell’esclusiva rassegna sono Petr Blažek, Patrik Eicher e Jakub Jareš. La traduzione dei testi è di Lucia Casadei. L’allestimento locale è dei Civici Musei di Udine.
“È molto importante questa mostra – ha detto Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, tra i vari intervenuti – per far conoscere ai nostri giovani questa parte di storia a loro sconosciuta”.
Udine - L'ingresso della rassegna fotografica su Jan Palach in Castello, aperta fino al 15 dicembre 2019

Una mostra e un convengo su Jan Palach a Udine
Anche l’Università di Udine si è mobilitata in forze con un convegno, svoltosi il 18 novembre 2019, in aula 2 per merito del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società, a Palazzo Antonini. Il titolo dell’evento è stato “Jan Palach, la vita, il gesto e la morte dello studente ceco”. È stata l’occasione per presentare, in anteprima regionale, la biografia di Jan Palach (1948-1969), fresca di stampa dal titolo omonimo, scritta dal dissidente Jiří Lederer e tradotta in italiano da Tiziana Menotti, per l’editore Schena, di Fasano di Brindisi. “Si tratta della prima biografia di un autore ceco uscita in Italia – ha detto Menotti – è stata prodotta in Cecoslovacchia negli anni Settanta e Ottanta, ma è stata pubblicata solo nel 1990, dopo che Lederer era emigrato in Germania”. La biografia di Jan Palach si fonda su interviste e testimonianze di suoi familiari, amici e insegnanti. Si racconta che da bambino, Jan fosse contrario ad ogni forma di violenza, di ingiustizia e amasse la vita. Non si dichiarò suicida, ma fece sapere di aver voluto scuotere il popolo dall'indifferenza col suo gesto.
Il convegno è stato aperto, poco dopo le ore 9, dalla professoressa Antonella Riem, Direttrice del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società dell'Università di Udine.
La prof.ssa Antonella Riem apre il convegno su Jan Palach a Udine

Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ha portato il saluto ufficiale della Civica amministrazione. “Ricordare Jan Palach come una forte figura del Novecento è importante dopo che siamo andati oltre la Cortina di Ferro – ha detto Cigolot – perché il pericolo per la libertà e la democrazia purtroppo è sempre presente”. L’assessore si è soffermato poi su concetti politici di comunismo e libertà, in occasione del 30° anniversario della Caduta del Muro di Berlino (1989). La lezione dotta su quegli anni è stata tenuta mirabilmente dal professor Francesco Leonicini, docente di storia dell'Europa Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha spiegato l’importanza dei diritti umani, inclusi quelli sociali, di istruzione, di sanità e della casa, che non possono essere oggetto solo di mercato. Leoncini ha poi voluto fissare una netta distinzione tra il socialismo di Carlo Rosselli, di Willy Brandt e Olof Palme e il comunismo di Stalin. “In ogni caso – ha concluso Leoncini – l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 si è rivelata un boomerang venti anni dopo con il crollo dell’URSS”. Il docente, autore di vari volumi sulla storia della Cecoslovacchia, ha infine menzionato la potenza di fuoco del Patto di Varsavia riversata in Cecoslovacchia nel 1968 con 10 mila carrarmati, 600 mila militari, 800 aerei e 2.000 cannoni, mentre Hitler, per invadere la Francia nel 1940, aveva a disposizione 2.500 carrarmati. 
Paolo Petiziol e il professor Francesco Leoncini al convegno di Udine su Jan Palach del 18.11.2019

È intervenuto in seguito Paolo Petiziol, console onorario della Repubblica Ceca in Italia, con sede a Udine. Dopo i saluti di rito, Petiziol ha ricordato un fatto personale, quando da studente universitario si recò a Praga nel 1974, mentre gli amici lo sconsigliavano “per la miseria e la tristezza di quel paese”. In quell’occasione incontrò alcuni praghesi in birreria che lo invitarono, in inglese, a bere al loro tavolo. Poi cominciò un dialogo sul motivo del suo viaggio, che era di curiosità riguardo ad un paese di grande cultura, posto sotto lo stivale del Patto di Varsavia. Dopo alcuni anni venne a sapere che tra i cinque cittadini di Praga che lo avevano invitato a quella chiacchierata c’era niente meno che lo scrittore Václav Havel, divenuto poi presidente della Repubblica Cecoslovacca (1989-1992) e, dopo la rivoluzione di velluto, della Repubblica Ceca (1993-2003). L’intervento di Petiziol, anche se con caratteri personali, è stato seguito attentamente dal pubblico presente, incluse le due classi del Liceo classico “J. Stellini”, accompagnate dai professori Chiara Fragiacomo, Antonella Rotolo e da Giulio Corrado. La Fragiacomo, che tra l’altro è collaboratrice vicaria del glorioso liceo udinese, è poi referente del progetto Calendario civile, per attività didattiche sulle date significative della storia contemporanea. La professoressa Rotolo, in particolare, sta sviluppando un originale contatto formativo con il Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società con le classi 4^ C e 5^ C del liceo classico, che contempla lo scambio di libri e una visita d’istruzione nella capitale ceca.
Alcuni dei libri di Leoncini sulla storia della Cecoslovacchia

Il contributo più appassionato al convegno è stato quello della professoressa Libuše Heczková, dell’Università Carlo II di Praga, che ha parlato in lingua inglese, mostrando varie diapositive. Ha parlato di Palach, quale eroe, difensore e protettore della patria. È stata pure illustrata la situazione degli studenti cecoslovacchi al 28 ottobre 1939, in seguito alla Conferenza di Monaco (1938) all’annessione delle terre dei Sudeti (col pretesto dei Sudetendeutsche) da parte dei nazisti e all’occupazione della Cecoslovacchia (1939). In quel frangente oltre 1.000 studenti cecoslovacchi finiscono deportati nel Campo di concentramento di Sachenhausen, presso Berlino. La professoressa Heczková ha ricordato che nel 1969 non ci fu solo la Torcia umana n.1, perché alla autoimmolazione di Jan Palach seguirono in Cecoslovacchia altri casi di giovani che si diedero fuoco, come i bonzi vietnamiti, per protesta e per scuotere la coscienza del popolo invaso dalle truppe del Patto di Varsavia, ma non è dimostrato che ci fosse un collegamento politico tra di loro.
Il volume presentato in Università di Udine il 18.11.2019

Un docufilm di alto profilo estetico
Ha poi preso la parola la professoressa Anna Maria Perissutti, ricercatrice al Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società, per mostrare un documentario filmato del 1969 sul funerale di Jan Palach e sulle accorate manifestazioni popolari che ne seguirono. Intitolato “Silenzio”, il docufilm, per la regia di Milan Peer (1945 - 2015), è stato molto incisivo per documentare storicamente la situazione creatasi dopo il rogo umano di piazza Venceslao. Di concezione deliberatamente tragica, la pellicola dura pochi minuti. Dotato di un geniale tocco di estetica malinconica, è il film più noto di Peer. In esso, il regista dimostra la sua vicinanza alla vittima Jan Palach. L’estrema azione autoinflitta viene vista come una sfida della nazione contro l’occupazione sovietica. Nel montaggio, si intravvedono scatti sconvolgenti del corpo bruciato di Palach. Vi sono sequenze dei funerali e manifestazioni spontanee nelle strade. Le immagini sono accompagnate da un’unica colonna sonora, la canzone di Bohdan Mikolášek, ripetuta due volte di seguito. Il suo ritornello: “Un uomo vivente è morto e i morti rimangono vivi” è una tragica eco di avvertimento, che svanisce nell’indifferenza della normalizzazione cecoslovacca. Il popolo pare annichilito, più che indifferente.
Al termine del convegno la professoressa Renata Londero, del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società dell’Università di Udine, ha annunciato la volontà di ripetere l’incontro con altre scuole di Udine, probabilmente alla data del 17 dicembre prossimo. Erano presenti, infatti, il professore Roberto Grison, del Liceo scientifico “N. Copernico” di Udine, i professori del Liceo scientifico “G. Marinelli”, oltre all’interesse rilevato anche tra i docenti dell’Istituto Tecnico Turistico “B. Stringher”. Grison ha comunicato ai redattori di questo blog che nel Liceo “Copernico” sono coinvolte 10 classi (incluse due del liceo “Marinelli”) su un progetto intitolato “Fenomenologia e dissenso”, riguardo ala conoscenza di esponenti del movimento di Charta 77, sorto in Cecoslovacchia durante il regime comunista, con particolare riferimento alla figura di Jan Patočka, brillante allievo del filosofo Husserl.
Parte del pubblico al convegno su Jan Palach a Udine

Un ricordo personale dell’agosto 1968 a Udine
Mi permetto di riportare un ricordo personale. Eravamo ragazzi di dieci-quindici anni nel rione di via della Fornaci e, il giorno seguente all’invasione della Cecoslovacchia, al ritrovo di amici con la bicicletta, si presenta Kekko con la sua bici dipinta di verde scuro con una riga bianca in mezzo, come i mezzi blindati del Patto di Varsavia. Essendo un patito di militari, di elmetti e di guerre lampo, dopo aver visto al telegiornale le prime scene dell’invasione sovietica, si era già pitturato la sua due-ruote coi colori dei vincenti invasori di Praga. Molti di noi non capivano nulla di politica. Eravamo bambini o poco più. Capivamo solo che la gente di quel paese aveva le facce stralunate vicino a quei cingoli. Quando poi, il 16 gennaio 1969, si è saputo che un ragazzo di era dato fuoco per protesta in piazza a Praga, restammo tutti sbigottiti. Le nostre mamme dicevano: “Povero putel, cossa galo fato?” (Povero giovane, cosa ha fatto?). Qualche giorno dopo, al ritrovo di amici con le biciclette, Kekko aveva ridipinto il suo velocipede di altro colore, per protesta, trovando positiva accoglienza tra di noi. E Paolo, uno di noi, disse: “Adesso capiamo chi sono i cattivi in Cecoslovacchia”. Non è molto, ma a quel tempo iniziava una piccola crescita politica per noi ragazzi e adolescenti. Oggi quel fatto ce lo ricordiamo ancora.
 --
Udine, 18.11.2019 - Convengo all'Università su Jan Palach; in primo piano Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine e, a sinistra, la professoressa Libuše Heczková, dell’Università Carlo II di Praga. Fotografia di Elio Varutti

Messaggi dal web su Jan Palach
La lettura dell’articolo presente ha spinto varie persone a rilasciare un commento con riferimenti personali e di storia politica locale. Ringraziamo il professor Giovanni Pascolini, di Cividale del Friuli, che il 19 novembre scorso ci ha scritto, in Google: “Farà riflettere per sempre sul significato della parola libertà”.
È intervenuto l’ingegner Sergio Satti, per ricordare, con una telefonata del 20 novembre all’autore, la situazione politica di Udine nel 1968-’69. “Da giovane politico democristiano – ha detto Satti – io parlavo dell’invasione della Cecoslovacchia con certi comunisti di Udine. Loro difendevano l’azione militare del Patto di Varsavia, con mio stupore, anche dopo il tragico fatto di Jan Palach. Alcuni esponenti della DC, venuti a sapere che avevo parlato di quelle tematiche con conoscenti del PCI friulano, mi obiettavano: ‘E tu parli con quelli là!’ C’erano i due blocchi contrapposti anche qui da noi, non solo tra Mosca e Washington. Pochi cercavano il dialogo”.
Tra i vari commenti su Facebook, Paolo Fontanelli, di Udine, il 19 novembre, ha scritto: “Due ricordi personali: ‘sciopero della ricreazione’ al Marinelli alla notizia del suicidio di Palach. Nel 1974 ‘viaggio di studio’ degli studenti di Agraria di Padova con serata in birreria con i ragazzi e le ragazze di Praga. Nessuna voglia di parlare di politica, la repressione aveva lasciato il segno”. Gianni Copetti, di Gemona del Friuli, che vive a Bruxelles, ha aggiunto: “Ero a Lussemburgo città nel 1979, e mi è sempre rimasta impressa l’immagine di Jan Palach. Ricordiamoci di questi eroi!”.
--

Orari della mostra “Jan Palach ‘69”
Luogo: Casa della Confraternita del Castello di Udine; vicino alla Chiesa di Santa Maria di Castello. Ingresso libero. Venerdì e Sabato dalle ore 15.00 alle 18.00. Domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle ore 15.00 alle 18.00. La mostra, promossa dal Centro Ceco di Milano in collaborazione con i Civici Musei di Udine e l’Università degli Studi di Udine, resterà aperta fino al 15 dicembre 2019.

--
Fotografie di Elio Varutti. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.
Alcuni pannelli della Mostra su Jan Palach in Castello a Udine

--
Rassegna stampa dal "Messaggero Veneto" quotidiano di Udine e dalla "Vita Cattolica", settimanale della Diocesi di Udine.





giovedì 25 ottobre 2018

Il realismo naturalistico di Courbet, mostra a Ferrara


La natura dipinta qui è dal vero con una ventata antiaccademica. È l’atteggiamento artistico di Gustave Courbet a metà dell’Ottocento in Francia. È quanto si può vedere esposto a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, fino al 6 gennaio 2019.

Jean Désiré Gustave Courbet nasce a Ornans il 10 giugno 1819 e muore a La Tour-de-Peilz, il 31 dicembre 1877, esule in Svizzera.
Quella di Ferrara è una gran bella mostra da osservare con calma. Le sue opere a olio sono molto curate e si possono individuare le varie tecniche pittoriche adottate dall’artista. Si va dalle pennellate grasse, all’uso della spatola per stendere grosse macchie bianche, fino alle raschiature con il manico del pennello, o alle strofinature di straccio o, addirittura, all’uso dei polpastrelli per stropicciare il colore sulla tela.
È dal 22 settembre 2018 che è stata aperta la rassegna, con delle manifestazioni di corredo. È la prima volta, dopo quasi cinquant’anni, che è tornata in Italia l’opera di Gustave Courbet. Il Palazzo dei Diamanti mette in evidenza una raffinata retrospettiva dedicata al genio indiscusso dell’Ottocento. Si potrà ammirare proprio il suo rivoluzionario approccio alla pittura di paesaggio, nelle tecniche e anche nella scelta dei soggetti, non più legati alla tradizione nobile.
Gustave Courbet, Fanciulle sulle rive della Senna (estate), 1856-1857, olio su tela, cm 174 x 206. Parigi, Petit Palais, Musée des Beaux Arts de la Ville de Paris.

Courbet è un artista, come si dice, dalla personalità forte e complessa. Courbet s’impose da subito come padre del realismo, aprendo la strada alla modernità in pittura con lavori provocatori e antiaccademici la cui principale fonte d’ispirazione fu la natura. Si va dai boschi, agli animali, ai corsi d’acqua, dalle marine calme e placide fino alle onde burrascose dell’Oceano Atlantico ai corpi di donne mollemente adagiati sulle rive del fiume.
Molto interessanti sono poi le fotografie, con carte geografiche stilizzate poste alle pareti, per informare il visitatore sui luoghi e sugli itinerari del grande pittore francese.
Gustave Courbet, Paesaggio di Ornans, 1855-1860, olio su tela, cm 65 x 81. Vienna, Gemäldegalerie der Akademie der Bildenden Künste.
---
Si è saputo che la mostra presenta una cinquantina di tele, tra cui molti capolavori dell’artista, come Bonjour Monsieur Courbet, il sensuale autoritratto L’uomo ferito o le celebri Fanciulle sulle rive della Senna. Le opere provengono dai più importanti musei del mondo. Il visitatore viene condotto in un percorso attraverso i luoghi e i temi della sua impressionante e appassionata rappresentazione del mondo naturale, come si legge nelle schede tecniche della rassegna. 
L’audio-guida vi spiegherà l’importanza dei panorami della sua terra, dipinti in gioventù, fino alle spettacolari marine battute dalla tempesta. Oppure vi lascerete incantare dalle misteriose grotte da cui scaturiscono varie sorgenti, dalle cavità carsiche che si spalancano nei torrenti, dai sensuali nudi immersi in una rigogliosa vegetazione e dalle sublimi scene di caccia della maturità.
Gustave Courbet, L’uomo ferito, a sinistra, nelle prime sale della rassegna ferrarese.

Come dice la critica, Courbet è guardato come un maestro dagli impressionisti e venerato da Cézanne. Il pittore sembra svelare forme in attesa di essere rese visibili, catturando i fenomeni naturali più elusivi e transitori. I paesaggi della regione natale, la Franca Contea, occupano un posto particolare nel cuore dell’artista: la vallata lussureggiante della Loue, gli altipiani aridi, i fiumi impetuosi, il sottobosco e i cieli immensi sono così rielaborati in infinite e sorprendenti varianti. 
Motivo d’ispirazione furono anche i luoghi dove ebbe modo di soggiornare o che visitò nel corso della sua vita. Ad esempio le coste mediterranee nei pressi di Montpellier, i paesaggi rocciosi della regione della Mosa in Belgio, le marine della Normandia, con le onde rigonfie prima di infrangersi sulle rocce o i laghi svizzeri dipinti in esilio in un'atmosfera carica di nostalgia.
Gustave Courbet, L’incontro o Buongiorno signor Courbet, 1854, olio su tela, cm 132,4 x 151. Montpellier Méditerranée Metropole Musée Fabre.

A questi soggetti si aggiungono i dipinti che hanno per tema i nudi e gli animali nel paesaggio, dove Courbet dimostra ancora una volta di essere portatore di uno sguardo originale sul mondo, ma anche di essere consapevole della grande tradizione pittorica occidentale, studiata al Louvre di Parigi.
Con Courbet e la natura, pregevole esposizione di Ferrara, il pubblico italiano potrà quindi riscoprire l’opera di uno dei più grandi pittori dell’Ottocento. Vedrete un artista che ha lasciato un segno indelebile sulla sua epoca, traghettando l’arte francese dal sogno romantico alla pittura di realtà. Tale passaggio è vissuto come un nuovo amore per la natura.
Gustave Courbet, La sorgente della Loue, 1864, olio su tela, cm 80 x 100. Bruxelles, Musée royaux des Beaux-Arts de Belgique
--

Dov'è la mostra?
Courbet e la Natura, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 22 settembre 2018 – 6 gennaio 2019. Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. A cura di Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher e Vincent Pomarède.
La mostra è aperta fino al 6 gennaio 2019. Aperto tutti i giorni 9.00 – 19.00.
Aperto anche nei giorni 8, 25 e 26 dicembre 2018, 1 e 6 gennaio 2019.
Aperture serali straordinarie: 8 dicembre, 4 e 5 gennaio fino alle 22.30; 31 dicembre 2018, fino alle 23.30. La biglietteria chiude 30 minuti prima.

Informazioni e prenotazioni
tel. 0532. 244949 | diamanti@comune.fe.it
---
Gustave Courbet, Volpe nella neve, 1860, olio su tela, cm 85,7 x 128. Dallas Museum of Arts, Foundation for the Arts, Collection, Mrs. John B. O’Hara Fund.


Gustave Courbet, Il castello di Chillon, 1876, olio su tela, cm 66 x 80. Collezione privata.

Ferrara, Palazzo dei Diamanti, ingresso alla mostra di Courbet. Fotografia di Elio Varutti.
---
Recensione e fotografie a cura di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti.

sabato 22 settembre 2018

I mosaici di Menossi a Chartres, 2018


Il 20 ottobre 2018 il mosaicista friulano Giulio Menossi esporrà le sue ultime opere musive a Chartres presso la “Galerie du Vitrail”. 
Giulio Menossi, White Wine, mosaico, 2018. Fotografia courtesy dell'artista.

Sarà una prova estetica di grande valore e di nuovo interesse. L’inaugurazione della rassegna è prevista per il 21 ottobre alle ore 14,30. Il pubblico francese potrà vedere, tra gli altri White Wine, e Red Wine, gli ultimi capolavori del maestro Menossi. Si tratta di mosaici tridimensionali, molto leggeri, come l’artista udinese ha già mostrato in altre occasioni al suo pubblico internazionale. Non a caso Menossi si muove in questi ultimi tempi, con le sue esposizioni, conferenze e corsi didattici tra la Sardegna, l’Argentina, la Turchia, gli USA e vari paesi del Mediterraneo. Prossimamente sarà in mostra in Cina. Unico italiano ad esporre le sue opere a Shanghai. È il primo mosaicista invitato in una famosa galleria cinese di Shanghai, con sede anche a Pechino.
Il depliant della rassegna francese

La galleria del Vetro colorato di Chartres si trova al civico numero 17 del Chiostro della Madonna (17 Cloître Notre Dame). Dopo il vernissage, l’orario di visita sarà da martedì a sabato dalle ore 10,30 alle 13 e, nel pomeriggio, dalle ore 14 alle 18,30. La domenica e nei feriali la visita sarà possibile dalle ore 14 alle 18. La mostra di Menossi a Chartres chiuderà i battenti il giorno 11 novembre 2018.
La mostra musiva dell’artista udinese, nato nel 1955, si tiene nell’ambito dei “12e Rencontres Internationales de Mosaïque” che spaziano dai mosaici di Ravenna della Basilica di San Vitale ai mosaici veneziani, ai quali pure gli artisti friulani fanno riferimento per tecnica e per creatività.
Giulio Menossi, White Wine, mosaico, particolare, 2018. Fotografia courtesy dell'artista.
Giulio Menossi, Red Wine, mosaico, 2018. Fotografia courtesy dell'artista.

Chartres città culturale
È una città molto culturale Chartres. Si pensi che dal 2 settembre la mediateca l’Apostrofo accoglie il pubblico anche la domenica pomeriggio, dalle ore 14 alle 18. L’operazione è stata resa possibile dal coinvolgimento dei bibliotecari della città. C’è stato pure il rinforzo degli studenti. Questa apertura permette all’ospite di visitare mondi fantastici, di prendere in prestito dvd, di vistare l’esposizione o di godere di un accesso gratuito a Internet un giorno in più la settimana, come si legge nel sito della mediateca cittadina sulla stupenda Valle della Loira.
Chartres, la mediateca. Fotografia dal sito web dedicato
--
Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private e pubbliche citate nell’articolo.

giovedì 7 giugno 2018

Tesori artistici a Ferrara nella collezione Cavallini Sgarbi, al Castello Estense


Prorogata fino al 2 settembre 2018 la collezione Cavallini Sgarbi di Ferrara è molto particolare. Volendo fare una critica divergente e tendenzialmente quasi irriverente, diremo alcune cose. Qui non ci sono madonnine infilzate al cuore da sette spade. 
Antonio Cicognara, Madonna del latte tra sant'Agnese e santa Caterina d'Alessandria, 1490 tra i capitelli marmorei con sibille dello scultore ticinese Domenico Gagini del 1484. Collezione Cavallini Sgarbi

Le pitture a carattere religioso tirano sul classico. Al massimo vi potrà capitare di notare un volto sofferente della “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria” di Antonio Cicognara, del 1490. Si resta comunque abbacinati dalla ricchezza dei colori e dalla bellezza generale delle opere che vanno dal XV al XX secolo.
Poi vi succederà di piombare nella sfacciata nudità femminile di certi quadri, ma sono le stesse schede critiche dell’esposizione a guidare lo spettatore tra le opere. Corpi procaci con veli e senza veli. A mio parere, perfino la “Maddalena penitente” di Antonio Cavallucci, pittura del 1787, ha un qualcosina di pruriginoso.
Il titolo della bella rassegna, aperta al Castello Estense lo scorso 3 febbraio, è: “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati - Tesori d’arte per Ferrara”.
Oltre 130 capolavori della celebre collezione privata sono qui esposti. Non si tratta solo di eccellenti pitture e sculture, ma anche di terrecotte, marmi ed alabastri (o ossi e corni) finemente lavorati. Ci sono pittate sulle tele esili figure femminili che reggono mollemente un vassoio con la testa di un omone appena sgozzato. Beh, guardiamo un altro quadro. Oddio, c’è un’altra femmina impegnata al massimo nel tentare di infilare uno scalpello col martello nella tempia di un maschione nerboruto. È proprio la rassegna dell’incredibile e del mai visto. È intrisa di una certa aggressività questa esposizione. State tranquilli perché ci sono molte opere meno calienti.
Uno scorcio delle sale al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

Dai su, c’è persino l’automobilina a pedali con cui giocava il bimbo Vittorio. Ciò provocherà l’invidia scellerata del visitatore troppo occhiuto. È solo una stanza dei giochi, ricostruita per i visitatori. Molto ben spiegati sono i motivi per i quali sorse la raccolta di opere a cura di Caterina Sgarbi, farmacista come il marito Giuseppe. Per soddisfare le curiosità artistiche del figlio e, diciamolo, pure della famiglia allegra e disinvolta.
Come detto le opere in mostra vanno dall’inizio del Quattrocento alla metà del Novecento. Sono state amorevolmente raccolte in circa quaranta anni di collezionismo appassionato da Vittorio Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini e con la presenza silenziosa di Giuseppe Sgarbi. Provengono dalla Fondazione Cavallini Sgarbi.
Elisabetta Sgarbi, per mezzo della propria Fondazione, ha voluto che questa mostra evidenziasse, nel luogo più emblematico di Ferrara, non solo la vicenda di un’originale impresa culturale, ma anche quella di una famiglia ferrarese dedita all’arte. Oltre alle citate fondazioni ha collaborato il Comune di Ferrara, sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna.
Un'altra sala della ricca rassegna al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

La mostra inizia con un capolavoro del Rinascimento italiano, ossia il “San Domenico” in terracotta del 1474. Opera di Niccolò dell’Arca, appunto. Da qui in poi mi avvalgo molto delle informazioni per la stampa. La grande terracotta era collocata in origine sopra la porta “della vestiaria” nel convento della chiesa di San Domenico a Bologna. Lì tra il 1469 e il 1473 l’artista attese all’Arca del santo, da cui deriva tale pseudonimo. Il torso mostra la capacità del maestro pugliese di plasmare le sue figure in modo autentico da farle sembrare vive.
Seguono i capitelli marmorei con sibille del 1484, opera dello scultore ticinese Domenico Gagini. Poi vedrete le terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de Fundulis, oltre a una rara raccolta di dipinti su tavola del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento ferrarese. Ecco l’elenco di artisti: Antonio Cicognara, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo. Ci sono pure opere di: Liberale da Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi, Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo di David, Lambert Sustris.
La “scuola ferrarese” è ben presente con quadri del XVII secolo. Si va da Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi. Allo stesso tempo vi potrete soffermare su interessanti esempi di pittura italiana del Seicento, tra i quali bisogna menzionare la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, la Maddalena assistita dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il San Girolamo di Jusepe Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.
Il mare è dietro. C’è l’attesa nei volti delle donne, immobili. C’è rassegnazione e paiono recitare qualche litania. È il Rosario di Cagnaccio di San Pietro, pseudonimo di Natale Scarpa (Desenzano del Garda, Brescia, 1897 – Venezia, 1946). Collezione Cavallini Sgarbi

Anche la ritrattistica ha il suo bel daffare in questa rassegna. Lo sviluppo di tale pitture di genere va dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento, tra pittura e scultura, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, con specialisti tipo Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier, Philippe de Champaigne, Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove e Vincenzo Vela.
Pure seducente è l’itinerario tra i dipinti di tema sacro, allegorico e mitologico del Seicento e del Settecento. Abbiamo maestri della scuola veneta come Marcantonio Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia, Johann Carl Loth, Giovanni Antonio Fumiani. Oppure c’è quella emiliana, con Simone Cantarini, Matteo Loves, Marcantonio Franceschini, Ignaz Stern detto Ignazio Stella. C’è la scuola lombarda: Paolo Pagani e Agostino Santagostino. Quella romana con Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli, Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo e Antonio Cavallucci. Infine abbiamo i toscani: Giacinto Gimignani, Livio Mehus, Alessandro Rosi, Pietro Paolini e Giovanni Domenico Lombardi.
Tra le sculture, si possono menzionare le opere di Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e Giovanni Putti, di area bolognese ed emiliana. Tra Ottocento e Novecento la mostra torna su Ferrara e sui suoi artisti: Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi e Ulderico Fabbri. Costoro sono in mostra con opere veramente interessanti.
Fine mostra. Dietro in cancello si intravvede la sala dei giochi con l'automobile rossa, che potrebbe destare grande invidia tra i visitatori sessantenni alla Collezione Cavallini Sgarbi
--

Il catalogo della mostra, a cura di Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore. Allestimento a cura di ReallizzArte e Studio Volpatti.
La mostra è realizzata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi, in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara, con il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Emilia-Romagna, con il supporto di Bonifiche Ferraresi, Fondazione Cariplo, Genera Group Holdings, CiaccioArte, Ascom.
--
INFORMAZIONI: Museo del Castello Estense: 0532 299233; castelloestense@comune.fe.it
Per dettagli su tariffe e agevolazioni: www.castelloestense.it
Prenotazioni visite guidate: 0532244949; diamanti@comune.fe.it
--


Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. 
-
 
L'ingresso della mostra Cavallini Sgarbi al Castello di Ferrara
 


domenica 6 maggio 2018

Apre la mostra di fotografie su Baldasseria 1946-1970 a Udine


È stato Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ad inaugurare la mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Così il 4 maggio 2018 ha aperto i battenti la originale rassegna per l’organizzazione del Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della Parrocchia di S. Pio X, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Udine.
L’esposizione di oltre 200 immagini è aperta fino al 15 giugno 2018 presso i locali di Via Pradamano al civico numero 21, nel corridoio della biblioteca di circoscrizione. L’orario di visita è fissato per i lunedì e venerdì dalle ore 9 alle 12, oltre ai pomeriggi dei lunedì, martedì e giovedì, dalle ore 15 alle 18.
Udine - Federico Pirone, in piedi, Giorgio Ganis e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Foto di Leoleo Lulu

Hanno aiutato, per il buon esito dell’iniziativa, anche componenti dell’Associazione Insieme con Noi. È stato ringraziato anche Antonino Pascolo, capo gruppo degli Alpini di Udine sud, per l’apporto fornito.
Il saluto iniziale è stato portato dall’architetto Giorgio Ganis, per il Gruppo “A. Orzan”, che ha ricordato come è nata l’idea di allestire una mostra fotografica, con le immagini della gente della parrocchia. Raccolte nei mesi precedenti le oltre 500 istantanee familiari, sono poi state selezionate, raggruppate per argomenti e inserite nella rassegna. Qualche difficoltà è sorta riguardo alla data di certe immagini o al luogo dello scatto fotografico. Purtroppo molte foto sono senza alcuna indicazione, altre invece sono dotate sul retro di un’adeguata didascalia. Gli album fotografici sono stati consegnati dai parrocchiani coinvolti sia in canonica, che presso l’osteria “Fusâr” di Via Pradamano. Dopo la scannerizzazione al computer tutti gli originali sono stati restituiti ai proprietari.
È stato menzionato Guglielmo Cocco, delegato pastorale di S. Pio X, già impegnato altrove, che ha scritto una sentita presentazione della rassegna. Ha poi parlato l’assessore Pirone, ricordando i grandi storici come Marc Bloch, che nei primi decenni del Novecento, iniziarono a mettere in discussione il metodo storico incentrato solo sui rapporti delle diplomazie, dei regnanti e delle alte gerarchie militari, per dare spazio anche alle vicende storiche vissute dalla gente comune e dai soldati di truppa. L’assessore ha riferito che la mostra di Baldasseria è un interessante progetto partito dal basso, con la forza qualificante della partecipazione.
Uno del pannelli della mostra su Baldasseria 1946-1970 a Udine sud

Per il Gruppo “Orzan” è intervenuto alla serata anche ElioVarutti, accennando al potere evocativo che hanno le vecchia fotografie. Di seguito si pubblica la sua Presentazione alla mostra fotografica.
Varutti ha spiegato inoltre l’intitolazione del Gruppo culturale. “Il Gruppo culturale Alfredo Orzan, è sorto il 28 novembre 2017 – ha detyto – per ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), considerato il cantore di Baldasseria, per i suoi scritti pubblicati nel bollettino parrocchiale”. È dal 2015, in ogni caso, che sulla spinta di don Paolo Scapin, allora parroco di S. Pio X, i componenti del gruppo culturale si sono attivati per studiare gli argomenti storici della parrocchia e per organizzare il Giorno della Memoria, sul tema della Shoah e il Giorno del Ricordo, sul tema dell’esodo giuliano dalmata e della tragedia delle foibe. Il Gruppo culturale “Orzan” si occupa quindi di organizzare eventi e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla parrocchia.

Potenza delle vecchie fotografie
Il Gruppo culturale “A. Orzan” della Parrocchia di San Pio X, assieme al Comune di Udine, ha voluto questa mostra di fotografia. Così abbiamo raccolto le vecchie immagini dagli album di famiglia gentilmente imprestate dalla popolazione della zona. Dopo un’attenta selezione si propongono in questa sede gli scatti fotografici più affascinanti. La rassegna espositiva, allestita grazie all’Assessorato alla Cultura, ha per titolo: “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Resterà aperta dal 4 maggio al 15 giugno 2018 nel corridoio della Biblioteca di Circoscrizione, in via Pradamano 21.
Giorgio Ganis, a sinistra, e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”, con la collaborazione dell'Assessorato alla Cultura del Comune di udine

La maggior parte delle fotografie ha interesse per i familiari, per i gruppi di amici, per la vita della parrocchia, sorta nel 1958. A guardarle bene queste immagini ci danno molte altre informazioni. Sono di grande interesse documentario per conoscere la religiosità, gli abbigliamenti, gli svaghi e le abitazioni e i lavori dell’epoca. Ci sono le bande di ragazzi. Negli anni Sessanta c’erano tanti giovani. C’è la vita contadina, orgoglio ancor oggi della zona.
Per l’esposizione abbiamo preso come riferimento temporale il periodo che va dagli anni del dopo guerra fino al 1970. È un periodo in cui gli storici accademici tacciono. Si esce da una guerra persa e da una guerra civile. Cambia pure lo stato, si diventa una repubblica. C’è la ricostruzione e poi il boom economico con il potere politico democristiano. Non bisogna intristire il popolo parlando di campi di concentramento e di campi profughi istriani. Non si deve disturbare la Jugoslavia di Tito, che si distacca sempre più decisamente dalla politica dell’URSS. Nei bar compaiono i primi apparecchi televisivi, più tardi c’è la contestazione del ’68.
Queste sono le nostre facce. È questo il nostro quartiere. Qui ci sono i pimpanti chierichetti di don Adelindo Fachin (Tarcento 1922 - Udine 1966), primo parroco amatissimo da tutti, persino dai sassi.
Il pubblico all'inaugurazione della mostra di fotografia su Baldasseria, organizzata dal Gruppo parrocchiale "A. Orzan" in collaborazione col Comune di Udine

--

Riferimenti bibliografici e del web                                                      
- Baldasseria vista da Alfredo Orzan. Storia e cultura della periferia di Udine sud, a cura di E. Varutti, Udine, Associazione Insieme con Noi, 2014.
- Li Noleggio (Lino Leggio), La banda delle cataste. I ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1999.
- Li Noleggio (Lino Leggio), Il resto a casa, Cierre Grafica, 2015 (vedi in merito l’articolo di Fabiana Dallavalle sul «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, del giorno 8 giugno 2015, col titolo: “Quelle bande giovanili che a casa le buscavano”).
- Franco Sguerzi, La chiesa di Santa Maria degli Angeli in Baldasseria Media, Udine, Parrocchia di S. Pio X, 1999.
- Franco Sguerzi – Elio Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008.
- Giorgio Stella, Ti racconto San Rocco. Storia di un suburbio tra luoghi e identità, [s.e.], Udine, Tipografia Marioni, 2018.
- Elio Varutti, Itinerario storico di Baldasseria, Udine, on-line dal 19 aprile 2016 su: eliovarutti.blogspot.com
- E. Varutti, “Le bande di Via Fornaci e di Baldasseria”, «Festa insieme Baldasseria», 2016, pp. 34-36.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web).
Una parte della mostra con oltre 200 fotografie storiche

---

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. V. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione.

Da sinistra: Federico Pirone, Giorgio Ganis e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”.

Una delle belle foto della rassegna su Baldasseria. Vicino al portone della nuova chiesa di S. Pio X il gruppo dei "Leoni di Via Baldasseria Alta", 1965. Archivio Germano Vidussi