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lunedì 6 aprile 2026

Uno sconosciuto aiuto ai profughi giuliani. L’Oratorio dei Vanchetoni a Firenze, di Susanna Bino, 1947

Interessante e molto originale è questo studio di Susanna Bino sul sito d’accoglienza profughi dei Vanchetoni a Firenze nel secondo dopoguerra. Poco o nulla si sapeva su tale luogo allestito, nel 1947, in fretta e furia in un oratorio barocco seicentesco del capoluogo toscano. A Firenze, in quei frangenti, sempre più esuli affluivano dall’Istria, Fiume e Dalmazia e da altre località. La difficoltosa accoglienza ai Vanchetoni, durata un anno, si concluse col trasferimento dei 70 ospiti, tra i quali molti bambini, in un altro sito per profughi. Ce n’erano vari in città fino all’assegnazione delle case popolari in via delle Gore, nella zona di Careggi, a metà degli anni ’50.

Secoli or sono l’appellativo di “Vanchetoni” fu assegnato a un’antica arciconfraternita religiosa di culto cattolico, tutt’oggi in piena attività, per il modo di camminare cheti e silenziosi (“Vanno cheti”) e per il termine di “bacchettoni”, in riferimento alla bacchetta usata per battersi a scopo penitenziale.

L’Autrice, figlia di esuli istriani, si concentra soprattutto su tale sito di sistemazione profughi nel dopoguerra per motivi familiari. Non a caso, in appendice, c’è una esclusiva testimonianza scritta dal suo papà, messa debitamente a confronto con le esclusive documentazioni d’archivio sui Vanchetoni. Proprio la ricca e scrupolosa citazione e riproduzione archivistica è il grande merito dell’opera che presenta, inoltre, un’equilibrata introduzione storica alla complessa questione del confine orientale.

L’importanza dello studio della Bino è data dalla documentazione e dalle cifre secondo gli archivi e i giornali locali. Nel paragrafo intitolato “Il problema dei sussidi e dell’assistenza economica” del 2° capitolo sono citati 2.700 profughi presenti a Firenze in vari centri nel 1948, provenienti da vari territori, inclusa la Venezia Giulia.

Anche Firenze, dunque, può offrire un nuovo sito alla letteratura dell’esodo giuliano dalmata. Già sono stati studiati e documentati, anche nel web, il Campo profughi del Sant’Orsola (Crp), o siti analoghi come quello di Via della Pergola, quello di Via della Scala, o quello della stazione. È dal 2023 che Beatrice Raveggi e Daniela Velli hanno pubblicato per la realtà toscana: “In tempo di pace. Ispirato alla storia vera di Claudio Bronzin esule istriano”, Treviso, Edizioni la nave dei sogni, 2023.

Dall’approfondita ricerca storica della professoressa Bino, corredata di immagini e con lo spoglio orientato dei giornali del periodo, il sito d’accoglienza profughi dell’Oratorio dei Vanchetoni è una realtà sociale analizzata sotto varie forme e in modo particolare. I vari documenti sono stati scovati nell’Archivio di Stato di Firenze e in altri luoghi di conservazione dei beni culturali. Molto interessanti sono le corrispondenze menzionate e riprodotte nel libro, di celebri personaggi come il ministro Scelba, il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, Giorgio La Pira, Mons. Guido Anichini o Giulio Andreotti, intenti ad aiutare il mondo degli esuli.

È un libro esemplare quello della Bino poiché contiene i tipici casi della “mal accoglienza” riservata ai profughi giuliano dalmati dall’Italia matrigna. Ci sono le lettere delle autorità laiche e religiose che si danno da fare, compatibilmente con il periodo storico, per rendere decente l’arrivo e la permanenza dei profughi. Già il 19 gennaio 1947 furono 580 i profughi dichiarati in arrivo, dipendenti della Manifattura Tabacchi di Pola e trasferiti in quella di Firenze. Sono menzionate le famose pareti di cartone intelaiato nei box del Campo profughi del Sant’Orsola, dove vivevano le tabacchine.

È citata una certa propaganda politica di area comunista che “spingeva l’opinione comune a considerare tutti i profughi giuliani come ‘fascisti’ fuggiti da un ideale e idealizzato regime comunista”. È riportato il caso in cui le istituzioni volevano addirittura far pagare l’alta bolletta della luce ai profughi, che ricevevano un meschino sussidio dall’Ente Comunale di Assistenza per gli alimenti. Così, aizzati dalla stampa di partito “alla sera si è raccolta davanti alla chiesa una folla di ‘compagni’ a battere dei colpi contro il portone chiuso, urlando ‘Fascisti! Fascisti!’.

Il testo gode del patrocinio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, oltre che del Comitato provinciale di Udine dell’ANVGD. Contiene una “Introduzione” del professore Gianni Silei, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena, una “Prefazione” di Stefano Cecconi, Guardiano-Presidente della Congregazione dei Vanchetoni e una “Postfazione”  di Elio Varutti.

Con questo volume, allora, si sa molto, se non tutto, del sito per profughi dei Vanchetoni a Firenze. L’opera rientra nel quadro di indagini conoscitive svolto di recente anche in altre località italiane. Si pensi a Giovanni Spinelli, con il suo “Dopo l’esodo: da profughi a cittadini. Il processo di integrazione di giuliani e dalmati nell’Italia del secondo Novecento attraverso le vicende di Brescia”, del 2024.

Altro Crp oggetto di studi era situato a Novara in una ex caserma, addirittura oggi oggetto di visite guidate. Il libro in questione si intitola: “Da caserma a campus universitario. Le vicende della Perrone nella storia d’Italia”, edito nel 2025, dalla Società Storica Novarese in collaborazione con il Dipartimento di Studi per l’economia e l’impresa. Un recentissimo studio sul Crp di Taranto, con adeguate indagini archivistiche è, infine, quello del professor Vito Fumarola, intitolato: “L’esodo giuliano dalmata in provincia di Taranto” (ANVGD, Trieste 2025).

È una prolifica stagione di ricerche e di studi molto importante per la storia dell’esodo giuliano dalmata, senza rancori, senza preventivi approcci ideologici, ma con un senso del dialogo, del rispetto e della pace in dimensione europea. E il libro sui Vanchetoni ci sta dentro a pieno titolo.

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Il libro recensito -  Susanna Bino, Profughi dalla Venezia Giulia a Firenze: La vicenda dei Vanchetoni (1947-1948), Firenze, Aska, 2026.

ISBN  978 88 7542 426 8

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Recensione di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking e studi a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (esule di Fiume a Montevarchi, AR), Bruna Zuccolin, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e i professori Daniela Conighi e Enrico Modotti. Copertina: il libro dei Vanchetoni di Susanna Bino. Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia.  Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.   Sito web:  https://anvgdud.it/

 

martedì 21 febbraio 2017

Tabacchine istriane esuli a Firenze, conferenza a Udine

L’esodo giuliano dalmata è stato al centro di un incontro pubblico realizzato per il Giorno del Ricordo.. Il 20 febbraio 2017, ore 17,30, il professore Elio Varutti, componente del Consiglio Esecutivo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine, ha presentato la conferenza intitolata “Le Tabacchine istriane esuli alla Manifattura Tabacchi di Firenze”.
Udine, Elio Varutti alla conferenza. Fotografia di LL

L’evento si è potuto svolgere grazie alla collaborazione con l’ANVGD di Arezzo, dato che il suo delegato provinciale, Claudio Ausilio, ha fornito allo studioso friulano fotografie e notizie sulle operaie della Manifattura Tabacchi di Pola. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Angelo Rossi, presidente dell’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, presso l’aula T5 del Palazzo di Toppo Wassermann in Via Gemona 92, nella Scuola Superiore dell’Università degli Studi di Udine.
«Sin dalle mie prime interviste sull’esodo istriano, da Fiume e da Zara – ha detto Elio Varutti – mi sono accorto che i racconti avevano qualcosa di incredibile, come si faceva a dare ascolto a certe notizie? Sembravano delle esagerazioni, come quella di vivere tra le pareti di cartone nel Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa a Firenze».
Udine, Elio Varutti e Angelo Rossi. Fotografia di LL

Varutti ha riportato la «testimonianza di Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), intervistata a Ferrara il 29.12.2003 e il 2.01.2004. Ecco le sue parole: a Firenze da Pola, dove iera i inglesi, xe rivada Zia Maria Zanetti, perché trasferida nella Manifattura Tabacchi. Iera un vecio fabricado vodo adibido ai profughi. Gaveva fato i divisori coi cartoni. Le gà abitado lì per qualche anno».
Poi si è scoperto che molti altri profughi raccontavano questi fatti e allora erano veri. Myriam Andreatini Sfilli proprio sulla vita tra i cartoni ha scritto un libro nel 2000.
Perché i profughi scappavano o si trasferivano dall’Istria, Fiume e Dalmazia?  C’è l’esodo per evitare le violenze degli iugoslavi, come l’uccisione nelle foibe (voragini del Carso). Gli iugoslavi sono spinti dal sentimento di vendetta per le atrocità patite nella guerra fascista e per la pulizia etnica voluta da Tito.
Fotografia di EV

Quanti sono i profughi italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia? Secondo il libro del 1990 di padre Flaminio Rocchi sono 350 mila. Il professor Raoul Pupo, dell’Università di Trieste, nel 2005, fissa la cifra a 250 mila, in base ai dati dell’Opera Profughi. Ma il balletto delle cifre continua. Sono 230 mila, secondo Amedeo Colella, nella sua relazione del 24.02.1956. Egli ritiene che il 15% della popolazione sfugga al censimento stimando in 270 mila i profughi istriani e dalmati, sempre coi documenti dell’Opera Assistenza  Profughi Giuliani e Dalmati. Vedi: Roberta Fidanzia e Angelo Gambella, 2013. A questi dati, pur raccolti con criterio scientifico, sfuggono coloro che non si sono fatti annotare nei servizi dell’Opera Profughi e tutti coloro che, per orgoglio o per altri motivi, non hanno richiesto il riconoscimento di profugo. E non sono pochi. Quindi la cifra di F. Rocchi torna di attualità.
Quante sono le vittime delle foibe? Nel 2010 secondo un libro di Guido Rumici il massacro è di 4-5 mila italiani, donne, vecchi e bambini inclusi. Giuseppina Mellace, nel 2014, scrive che nel periodo 1943-1945 «ben 10.137 persone [sono] mancanti in seguito a deportazioni, eccidi ed infoibamenti per mano jugoslava» (pag. 236).
L'ingegnere Sergio Satti, per 40 anni vice presidente dell'ANVGD di Udine, racconta che un suo zio si salvò dalla foiba perché un conoscente di Barbana disse che parlava con lui in  croato.
 Fotografia di LL

Ecco altre testimonianze raccolte da Varutti. Armando Delzotto, esule da Dignano d’Istria, ha raccontato a Nicolò Giraldi (vedi il «Messaggero Veneto» 5.2.2017): «Da Dignano partiva il treno denominato delle Tabacchine, visto l’alto numero di donne che di mattina andavano a lavorare alla fabbrica Tabacchi di Pola».
Poi ancora: «Giorgio Gorlato, esule da Dignano, ha detto: Mia Zia Domenica Bilucaglia, detta Minina, era caporeparto alla Manifattura Tabacchi di Pola e fu trasferita a Lucca, dove lavoravano fino a 600 dipendenti nel 1947. Zia Minina aveva queste qualifiche in Manifattura: maestra, ricevitrice al controllo e ispettrice».
Si deve sapere che in Toscana funzionarono 14 Centri Raccolta Profughi (CRP) dei 140 aperti in tutta Italia. Erano attivi in queste località. A Marina di Massa, dal 1947, contro gli istriani ci furono delle fucilate degli anarchici e una sommossa femminile. «Siamo arrivati a Marina di Massa – ha detto Franco S. – e ci han messo in un angolino con tre materassi distesi per terra». I profughi di Migliarino Pisano, visto il rischio inondazione alle tende, furono evacuati a Tirrenia.
Altri CRP erano a Marina di Carrara, Forte dei Marmi (provincia di Lucca), Tirrenia (Pisa), Calambrone (Pisa), Carrara, Coltano (Pisa), Arena Pisana, San Giuliano Terme (Pisa), Livorno, Laterina (Arezzo) e Siena.
Udine, pubblico attento sul tema delle Tabacchine istriane. Fotografia di GG

Il CRP di Lucca, si riempie anche di sfollati garfagnini e versiliesi; chiude nel 1956. A Firenze era attivo un CRP nella vecchia Manifattura Tabacchi di Via Guelfa. «Al campo di Firenze – ha detto Luigi P. – c ‘era la mensa... Si andava con una pignatta e si prendeva: eri in quattro in famiglia, e ti davano quattro porzioni, quattro panini, quattro mele. E questo era così a Firenze. Che a Firenze siamo stati tre o quattro mesi».
C’è da dire, inoltre, che la Toscana che accolse i profughi friulani e giuliani nel 1917, dopo la rotta di Caporetto.
Angelo Rossi e Sergio Satti. Fotografia di EV

Le Tabacchine istriane in Toscana
Le Tabacchine di Pola e di Rovigno furono spostate soprattutto a Firenze e Lucca. Relativamente ai provvedimenti emanati in favore dei profughi che hanno riflessi sul loro inserimento lavorativo, occorre citare il decreto legge n. 520 del 23 dicembre 1946, rivolto agli impiegati e ai lavoratori statali per i quali il Governo italiano predispone - come recita il documento - il riassorbimento lavorativo, con le stesse mansioni, “nei corrispondenti uffici sparsi per l'Italia” (E. Miletto, 2012).
Emblematico in tal senso appare quanto avviene per i lavoratori dei Monopoli di Stato, in favore dei quali il 30 agosto 1948 viene promulgata una circolare che garantisce il reintegro nelle Manifatture Tabacchi italiane di tutto il personale che, come recita il testo del documento, “si sia trasferito nel territorio nazionale durante il periodo di assestamento della zona giuliana” (E. Miletto, 2005). Tali ricerche sono state diffuse dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" (Istoreto) di Torino.
Fotografia di GG

La documentazione conservata presso l’Archivio della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ufficio Zone di Confine - contiene importanti riferimenti al trasferimento dei lavoratori dalla Manifattura Tabacchi di Pola ad altre Manifatture attive sul territorio italiano. Personale che - come si legge in una nota di servizio redatta dal direttore generale dei Monopoli di Stato il 15 gennaio 1947 e inviata al Ministero dell'Interno - sarà trasferito “verso le fabbriche di Firenze, Lucca e Sestri Ponente in forti nuclei, e verso altri opifici in gruppi di piccola entità”. Si tratta - continua il documento - di circa 2.000 unità, delle quali “580 confluiranno a Firenze, 400 a Lucca e 420 a Sestri Ponente”, mentre le altre saranno “inviate in centri minori” (PCM, Archivio UZC).
Dopo aver informato del prossimo arrivo dei lavoratori, il direttore dei Monopoli di Stato invita il Ministero a “interessare i prefetti delle Province di Firenze, Lucca e Genova”, al fine di poter “assicurare ai profughi la migliore possibile assistenza onde permettere loro una prima sistemazione di fortuna.” (PCM, Archivio UZC). Un passaggio, quello della sistemazione dei nuovi arrivati, che non sembra essere però di semplice attuazione. Si veda, ad esempio, in senso negativo quanto avvenuto a Genova, Verona e Milano.
 Elio Varutti. Fotografia di LL

Manifatture Tabacchi in Istria
La Manifattura Tabacchi di Rovigno è del 1872. Sull’isola di Sant’Andrea, infatti, sorse la fabbrica Tabacchi. Era  il 16 agosto, presente il podestà Campitelli, il primo reparto per la lavorazione del tabacco viene aperto nella vecchia caserma, adattata allo scopo, di Via San Damiano.
Maria Grisanaz era la mamma di Francesco Tromba, esule da Rovigno d’Istria e autore di un libro premiato a Firenze nel 2016. Grisanaz lavorava alla Manifattura Tabacchi di Rovigno; fu poi trasferita a Bari e Mestre. Il padre dell’autore era Antonio Giuseppe Tromba, nato a Rovigno d’Istria il 26 giugno 1899. Dalla “cardensia” alla foiba. Sette partigiani titini prelevarono Antonio Tromba il 16 settembre 1943. Il tale Abbà, aprendo uno sportello della “cardensia” (mobile della cucina) disse: «El xe qua, el xe qua, vien fora merlo». Fu ucciso e gettato nella foiba di Vines, come indicarono le donne del paese, sia al tempo che nel 2003. Anche lui lavorava alla Manifattura Tabacchi di Rovigno.
Un’altra fonte delle ricerche di Varutti è stata Maria Millia, esule a Udine, pure lei lavorava alla Manifattura Tabacchi di Rovigno.
Fotografia ripresa da Facebook nel gruppo "Essere italofoni TM" e postata da Ellis Tommaseo, di New York, che ringrazio per la riproduzione

L’ingegnere Sergio Satti, vice presidente dell’ANVGD di Udine per 40 anni fino al 2016, ha ricordato che una sua zia lavorava alla Manifattura Tabacchi di Pola. Una notizia curiosa, infine, è che esisteva, nel 1922 a Pola, il giornale umoristico «La Tabacchina», come ha scritto Giusto Mainardis nel 1972.
Fondata il 30 maggio 1920, la Manifattura Tabacchi di Pola fu inaugurata il 3 luglio 1923, come ha scritto Raul Marsetič. La manifattura fu collocata nell’imponente immobile dell’ex caserma di fanteria dell’esercito austriaco sulla Riva a cui, un decennio dopo, fu affiancato un nuovo edificio sull’area dell’ex autoparco militare. Si trattò di un’attività produttiva di grande rilevanza per la città, dato l’elevato numero di maestranze impiegate, in gran parte femminili. Le attività produttive continuarono, con delle interruzioni per danni di guerra in seguito ai bombardamenti del 1944, fino all’inverno del 1947, e lo stabilimento fu definitivamente chiuso dalla nuova amministrazione jugoslava il 16 settembre 1947.
Elio Varutti. Fotografia di LL

A Zara operano 7 manifatture tabacchi
L’industria Tabacchi V. Caravassilis produceva sigarette della marca stessa. La Fabbrica Sigarette Diadora produceva sigarette delle marche "Diadora" e "Radio". Fu assorbita dalla Manifattura Zaratina Sigarette. Poi si ricorda la Manifattura Sigarette e Tabacchi Grima, che produceva sigarette della marca "Grima".
La Manifattura Zaratina Tabacchi e Sigarette N. Peristeridis produceva sigarette delle marche "Calypso" e "Samos". Nel 1922 cambiò nome e divenne “Manifattura Zaratina Sigarette" e nel 1928 fu acquistata dall’industriale zaratino Antonio Zerauschek.
La quinta industria da ricordare era la Manifattura Tabacchi C. P. Pavlidis, che produceva sigarette delle marche "Brillante", "Capriccio", "Omega", "C. Pavlidis", "Extra Fine", "Super Extra". Il 27 Novembre 1945 il tribunale del popolo del distretto di Zara decretò la confisca della manifattura tabacchi e di tutti i beni dei 3 comproprietari (Ivano, Costantino e Ljubica Pavlidis), giudicati colpevoli di collaborazionismo.
La Società Italiana Tabacchi, poi confluita nel dicembre 1926 nella Manifattura Tabacchi Orientali,  produceva sigarette delle marche "Milano", "Roma" e "Venezia". Ecco, infine, la Manifattura Tabacchi Orientali, che era direttamente controllata dallo stato italiano con una quota di maggioranza.
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu (LL), E. Varutti (EV), Angelo Rossi (AR) e Giorgio Gorlato (GG).
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Parte del pubblico in aula T5. Fotografia di AR

Riferimenti bibliografici e ringraziamenti

- Myriam Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Trieste Alcione, 2000.
- Roberta Fidanzia, Angelo Gambella, Il censimento dei profughi adriatici nelle carte dell’Opera Assistenza  Profughi Giuliani e Dalmati, «Rivista di Storia e Cultura del Mediterraneo», 2, 2013.
- Nicolò Girladi, “Il richiamo dell’Istria diventa forte col tempo anche se vivi lontano”, «Messaggero Veneto» 5 febbraio 2017, p. 47.
- Giusto Mainardis, "Il carattere italiano del giornalismo in Istria", in Lucio De Panzera (redattore), Histria, Numero unico dedicato ala civiltà istriana e dalmata, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Trieste, Trieste, 1972, pp. 589-594.
- Raul Marsetič, “La Regia Manifattura Tabacchi a Pola”, «Quaderni», XXVII, Centro di ricerche storiche – Rovigno, 2016, p. 81-139.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
- Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano (prima edizione: 2002), 2010.
- Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra, Storia di uno di noi esuli istriani, Trieste, 2013, 7.a edizione, premio Firenze 2016.


Udine, Università, Elio Varutti. Fotografia di AR


Sitologia




 Udine, Università, Elio Varutti. Fotografia di GG


Udine, Università, Elio Varutti. Fotografia di GG

Fotografia ripresa da Facebook nel gruppo "Essere italofoni TM" e postata da Ellis Tommaseo, di New York, che ringrazio per la riproduzione

martedì 17 gennaio 2017

Da Pola al Centro Profughi di Firenze, con pareti di cartone

Ne hanno passate di cotte e di crude certi italiani dell’esodo giuliano dalmata. Quella che sto per raccontare è una storia d’esilio vissuta per oltre cinque anni in un Centro Raccolta Profughi (CRP), dove per creare un po’ di intimità per ogni famiglia sfollata dall’Istria, c’erano dei box con le pareti di cartone e, prima, con delle coperte fissate sullo spago.
Firenze, Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa, ex Manifattura Tabacchi di Sant'Orsola, marzo 1948, con la bambola preferita portata via dall'Istria 
(Ricerca C. Ausilio)

Si tratta del Centro Raccolta Profughi di Firenze, situato nell’antico monastero di Sant’Orsola, in Via Guelfa, adattato nell’Ottocento a Manifattura Tabacchi. 
«Siamo venuti via da Pola il 3 marzo 1947 – racconta la signora Liana Di Giorgi Sossi – ero una bambina e ci hanno imbarcato sul piroscafo Toscana e dopo ci hanno sbarcato a Venezia, per collocarci alla Caserma Sanguinetti per una settimana, accuditi dai militari. Anche quello era un Centro Raccolta Profughi. Potrei dire che alla Manifattura Tabacchi di Pola saranno rimasti due o tre dipendenti, tutti gli altri sono fuggiti oltre il Territorio Libero di Trieste, nel resto d’Italia, come Firenze, Lucca, Genova».
Poi cosa è accaduto? «Ci hanno inviato in treno fino a Firenze – replica la testimone, nata a Pola nel 1937 – presso la vecchia Manifattura Tabacchi, adattata a Centro Raccolta Profughi, in Via Guelfa, dove siamo rimasti per cinque anni. È lì che c’erano molte operaie sfollate dipendenti della Manifattura Tabacchi di Pola e trasferite in quella nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, che stava alle Cascine e che fu costruita nel 1941».
Il Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa, presso la ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola.
Fotografia di Elio Varutti

Com’era la vita al CRP di Via Guelfa a Firenze? «Diciamo che prima di tutto abbiamo subito una certa forma di razzismo – spiega la signora Liana, con un’affascinante pronuncia toscanaccia – da parte di certi fiorentini contro noi profughi, poi ricordo che eravamo tanti ragazzini e si giocava nel cortile. 
Prima avevamo le pareti fatte con lo spago e le coperte gettate sopra, per avere un po’ di intimità familiare - aggiunge - poi i falegnami della nuova Manifattura Tabacchi fiorentina ci hanno costruito con delle assi di legno e dei cartoni, una serie di separé e così ogni famiglia aveva il suo box. Ricordo anche che, mentre stavo al Campo Profughi di Via Guelfa, ho fatto la prima comunione nella Chiesa di Santa Reparata: è stato bello. Però noi lì eravamo isolati. Eravamo in Campo Profughi e uscivamo solo per andare a scuola oppure a lavorare».
Firenze, Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa, ex Manifattura Tabacchi di Sant'Orsola, Pasqua 1947 (Ricerca C. Ausilio)

La signora Myriam Andreatini Sfilli è Delegato provinciale per Firenze dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Pure la signora Myriam ha descritto in un bel libro del 2000, intitolato “Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni”, le pareti di cartone del Centro Profughi di Via Guelfa e la vita dei profughi istriani là dentro. 
Lei, signora Liana Di Giorgi Sossi è mai ritornata a Pola e in Istria? «Sono ritornata in Istria nel 1970 – è la risposta – e nella mia vita ho provato due grandi emozioni, quando ho scoperto di essere incinta e poi nacque mia figlia e quando, dopo 23 anni di esodo, ho passato quella frontiera delle guardie jugoslave. Poi sono ritornata altre volte, anche nel 2007, ma è tutto cambiato, adesso i luoghi assomigliano a Rimini o Viareggio, non c’è più la mia Pola».
Pola, San Nicolò, dopo lavoro Monopoli di Stato, anni 1930-1940 (Ricerca C. Ausilio)

Ha altri ricordi di Pola? «Sì di quando c’erano i bombardamenti anglo-americani e andavamo nei rifugi sotterranei fatti a ragno, con delle ramificazioni, così nessuno faceva la fine del topo, là dentro. Mia zia mi prendeva per mano nel rifugio. 
La prima parte era occupata dalle Waffen S.S. e dalle milizie, mente il popolo andava all’interno con delle lanterne allo zolfo, ricordo ancora quell’odore. Poi la mia famiglia è sfollata a cinque chilometri dalla città e lì arrivavano i camion dei tedeschi di notte alla ricerca di partigiani, ma i miei familiari sapevano il tedesco, così era più facile rapportarsi con loro. 
Dopo il fidanzato di una mia zia è stato preso dai partigiani titini, che lo hanno ucciso ed infoibato, lui era di Fiume. La sua famiglia di nascita ha scritto un piccolo libro con quello che una mamma poteva raccontare. Le persone sparivano e nessuno sapeva più nulla, poi hanno cominciato a dire che c’erano le foibe. Anche lo zio di una mia cara amica è stato preso prigioniero e ucciso dai titini».
Firenze, CRP alla ex Manifattura Tabacchi, Comunione e Cresima, 15 giugno 1948 (Ricerca C. Ausilio)

Gli storici dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (ISTORETO) di Torino, in merito al CRP di Firenze, hanno scoperto le seguenti notizie. La documentazione conservata presso l’Archivio della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ufficio Zone di Confine (PCM, Archivio UZC) - contiene importanti riferimenti al trasferimento dei lavoratori dalla Manifattura Tabacchi di Pola ad altre Manifatture attive sul territorio italiano. L’Archivio suddetto è presso il Centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, provincia di Roma.
Il 19 gennaio 1947, la Presidenza del Consiglio dei Ministri invia un telegramma al prefetto di Firenze, informandolo del trasferimento nella locale Manifattura Tabacchi di “580 dipendenti dalla Manifattura Tabacchi di Pola”, che arriveranno in città “con le loro famiglie”. 
La presidenza del Consiglio invita quindi il prefetto a “dare appoggio al direttore della Manifattura per procurare ai profughi una prima sistemazione” (PCM, Archivio UZC). Detta sistemazione avviene nei locali della ex Manifattura Tabacchi di Sant’Orsola, in Via Guelfa in “170 ambienti” all'interno dei quali la direzione dei Monopoli di Stato, si fa carico della costruzione di “2.000 mq di tramezzi con intelaiature in legno e rivestimento in lastre Tex-Tex o consimile”.

Se i Monopoli di Stato riescono a supportare le spese relative alla “costruzione delle intelaiature in legno e alla posa in opera dei tramezzi”, essi chiedono però il contributo della presidenza del consiglio dei ministri, “nella misura di lire 750.000” per la sistemazione degli alloggi dei profughi, accollandosi le spese occorrenti per il materiale di rivestimento. 
Tale richiesta non sembra cadere nel vuoto: infatti il 28 maggio 1947 il ministro dell’Interno Scelba invia al prefetto di Firenze un telegramma con il quale lo informa che il Ministero da lui presieduto “mette a disposizione lire 600.000 a titolo di concorso nella spesa per i lavori di adattamento dei locali della ex Manifattura Tabacchi Sant’Orsola” destinati a “ospitare 170 nuclei familiari del personale trasferito dalla Manifattura Tabacchi di Pola a quella di Firenze” (PCM, Archivio UZC). 
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Secondo i ricordi della signora Liana Di Giorgi Sossi, in realtà, erano 272 (non 170) i nuclei familiari ospitati al Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa a Firenze.

Firenze, CRP ex Manifattura Tabacchi, 1 gennaio 1948, Ballo campestre nel teatrino nella notte di Capodanno (Ricerca C. Ausilio)

Ritorniamo alla testimonianza di Liana Di Giorgi Sossi. Ho letto che lei signora partecipa dal 2010 alle manifestazioni del Giorno del Ricordo, in particolare nella scuola media di Reggello, in provincia di Firenze, con gli interventi dei consiglieri comunali, dei professori e della preside. Che cosa ci dice di quest’altra esperienza?
«Ho un ricordo stupendo – conclude la signora Liana Di Giorgi Sossi – i ragazzi di Reggello mi fanno tante domande, sono attenti e interessati. Io parlo in maniera semplice e pacata. Desidero concludere sempre con un’affermazione del tipo: Non ci sono morti di destra o di sinistra, ma solo poveri morti, che meritano riposo e rispetto».
Firenze, Manifattura Tabacchi del 1941, Facciata principale. Fotografia da Internet

Ringraziamenti e fonte orale

Sono molto riconoscente all’intervistata signora  Liana Di Giorgi Sossi, nata a Pola nel 1937 ed esule a Rignano sull’Arno, in provincia di  Firenze, che ho interpellato al telefono il 16 gennaio 2017. 
Soprattutto desidero ringraziare il signor Claudio Ausilio, esule da Fiume e Delegato provinciale per Arezzo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Ausilio, volendomi aiutare nelle ricerche sull’esodo istriano, mi ha messo cortesemente in contatto con la signora Liana Di Giorgi Sossi, per raccogliere la sua preziosa testimonianza. 
Egli mi ha inviato, inoltre, molta documentazione iconografica della signora Liana Di Giorgi Sossi sulle operaie, le cosiddette “tabacchine”, delle Manifatture Tabacchi istriane e dalmate, citata in questo articolo come “Ricerca C. Ausilio”.

domenica 13 marzo 2016

Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943

I racconti dell’esodo giuliano dalmata sono spesso carichi di problemi familiari e sociali se non, addirittura, di tragedie. Talvolta, invece, fanno venire in mente alle persone certi aspetti simpatici ed affettuosi dei propri avi. Ricordare fatti belli, un po’ ridicoli ed affettuosi, sprigiona ancor oggi una grande tensione riguardo ai valori familiari e della comunità di appartenenza. Mi sembra che sia questo il caso della seguente intervista.

Domanda: Che cosa ricorda dell’esodo giuliano dalmata vissuto dai suoi familiari?
Risposta: «Ricordo che c’erano alcuni parenti a Pola – dice Paola Barbanti – considerati dalla mia nonna materna Norma Visintin, venuta via da Zara nel 1943, con tanto affetto perché si erano conosciuti sin da bambini. Ad esempio ricordo la zia Ida Clagnan, nata a Pola nel 1904, di lei la nonna Norma diceva ‘semo come sorele’. Ida Clagnan lavorava alla Manifattura Tabacchi di Pola, aveva un fratello di nome Ruggero, nato nel 1909 a Pola, che era pretore nel tribunale istriano».
D.: Queste famiglie fuggono dall’Istria nel 1943 e fino dove arrivano?
R.: «So che i fratelli Ida e Ruggero Clagnan, assieme alla loro mamma Emma Visintin – replica la professoressa Barbanti, grazie ai ricordi di sua madre Zeni T. – con la moglie di Ruggero e i loro due figli, Bruno e Mariuccia, scappano da Pola fino a Rovigno e, con l’aiuto della famiglia Benussi, arrivano a Trieste. Lì stanno al Silos, uno dei Campi Profughi di Trieste, poi trascorrono un po’ di tempo, nel mese di ottobre, a Romans d’Isonzo, in provincia di Gorizia, presso parenti. Poi Ida Clagnan va al Campo Profughi di Firenze, alla Vecchia Manifattura Tabacchi e, infine, abita nel Villaggio degli esuli di Peretola, vicino a Firenze, fino a quando muore negli anni ’80 del Novecento. Oggi non ci sono suoi discendenti».
Ida Clagnan e Norma Visintin nel 1979

D.: Chi erano gli altri parenti o amici di Pola? Sono fuggiti anche essi dall’Istria per gli stessi motivi dei Visintin e Tomasin?
R.: «Sì ovvio, i motivi sono sempre quelli: la guerra e le uccisioni di italiani d’Istria da parte dei partigiani di Tito – spiega la Barbanti – Intanto dico che la famiglia di Ruggero Clagnan, dopo di Romans si sposta a Vicenza e con quel parentado non abbiamo avuto più contatti. Mia madre, Zeni T., dopo il 1945, va al Collegio delle Orsoline di Gorizia per studiare e vedeva i genitori una volta ogni 15 giorni, perciò molte vicende dell’esodo non le ha mai sapute in modo diretto e continuo. Poi ricordo che la famiglia Bruno Gruppi, per l’esodo fugge da Rovigno, per giungere a Romans d’Isonzo e poi si stabilisce a Monfalcone, in provincia di Gorizia».
D.: L’esodo porta tutte queste famiglie a Trieste, Romans d’Isonzo, Firenze, Vicenza, Monfalcone. E i Visintin Tomasin dove arrivano? Per caso, qualcuno se ne va all’estero?
R.: «Siamo dispersi in giro per il mondo – è l’amara considerazione – Antea Visintin, sorella di mia nonna Norma è a Trieste, si sposa con Luigi Vecchiet, professore del Liceo Petrarca. So che Vilfrido Visintin, fratello di mia nonna andò in Australia. Invece Fosca e Armanda, sorelle di Norma Visintin, vanno a Parigi, ma con i discendenti non abbiamo più contatti».
D.: Avrà sicuramente altri ricordi della nonna Norma? Qualche modo di dire? Qualche lettera o un monile?
R.:  «Ricordo che la nonna Norma mi diceva – risponde la Barbanti – ‘Alo, alo movite, che il sol magna le ore!’, oppure in riferimento al bucato delle maglie di lana: ‘Ogni lavada xe una frugada’. Mi viene in mente che Ida Clagnan, Emma Visintin e la mia nonna Norma stavano a Romans d’Isonzo fino al 1945 e si aiutavano tanto nei lavori di sartoria, oppure di ricamo, una competenza diffusa tra le donne istriane di un tempo. Poi ricordo che mia nonna aveva gli orecchini moretti fabbricati a Fiume. Me li sono fatti regalare pochi anni prima che lei mancasse».
Gli orecchini moretti di Fiume di nonna Norma Visintin, esule da Zara, dopo il 1943

D.: C’è qualche altro ricordo dell’esodo a Romans d’Isonzo?
R.: «Zeni ci raccontava dell’aereo Pippo, che era degli inglesi – aggiunge l’intervistata – e a Romans mitragliava la sera nelle case che avevano lasciato qualche luce, nonostante l’oscuramento imposto dai nazi-fascisti. Il rombo di Pippo le faceva venire mal di pancia e non riusciva neanche a mangiare quel poco che c’era, come ad esempio polenta e latte, oppure un uovo… che simpatica la zia Ida, mangiava un uovo tutto intero, ‘perché così sento qualcossa sotto dei denti’, diceva in dialetto».
D.: Avete mai sentito parlare dei massacri nelle foibe?
R.: «Mi ricordo che zia Tea, ossia Antea Visintin, zia di mia madre – conclude Paola Barbanti – che stava a Trieste, ci portava da ragazzi, negli anni ’60, a vedere la foiba di Monrupino e ci spiegava la fine che avevano fatto fare i titini agli italiani d’Istria, diceva ‘un colpo al primo prigioniero e giù tutta la fila, legadi fra de loro, nella foiba. Era davvero terribile. Avevamo tanta paura».
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Una versione dell’articolo soprastante è stata pubblicata nel web su info.fvg.it col titolo “Sacappare dall’Istria, andare nel mondo, 1943”.


1. Dignità istriana

Ho raccolto oltre 236 interviste, testimonianze e notizie personali sull’esodo giuliano dalmata fino alla primavera del 2016, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Toscana, in Emilia Romagna, in Trentino Alto Adige e in Veneto. Mi sono sempre chiesto se tale esperienza mi abbia dato qualcosa dal punto di vista umano. Direi di sì. Penso di aver colto nelle interviste agli esuli italiani dell’Istria un grande senso di dignità, che si riverbera pure nei loro discendenti.
La riservatezza e la dignità talvolta fanno tenere le bocche cucite. Gli intervistati non raccontano. O raccontano poco, autocensurandosi. Hanno paura di non essere creduti. Si parla del silenzio dei profughi e dello scarso ascolto dei discendenti, ma il clima generale durante la guerra fredda non consentiva loro di raccontare liberamente ciò che era accaduto. Molte nonne e zie dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia mi hanno detto: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Penso a Elvira Dudech, per esempio. Così era chiuso l’argomento. La tragedia era tutta individuale. Eppure anche quello è un pezzo di storia d’Italia. Oppure le vecchie dicevano di dimenticare le cose tristi.
A questo punto mi permetto di citare un brano scritto da Anna Maria Fiorentin, ripreso dal suo libro Nel Carnaro un’isola. Racconti, del 1997. C’è la conferma, anche in letteratura di ciò che dicevano le vecchie istriane ai giovani dell’esodo giuliano dalmata. Questa parte del racconto è ambientata nel 1948-1949 con tutta probabilità nel Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, in provincia di Pisa, dopo la fuga dall’Isola di Veglia avvenuta nel 1943, in seguito al ribalton.
«Ritrovai in quel campo – scrive la Fiorentin – parte della gente di Veglia, spogliata dell’antico orgoglio, ma decisa a vivere.
 – A ottant’anni ho lasciato tutto alle spalle – disse una donna piccola e smunta, senza ombra di rimpianto negli occhi piccoli e freddi.
– Non piangere picola, siediti, impara a dimenticare. Devi distruggere tutti i ricordi – ».

Manifattura Tabacchi di Firenze, qui furono trasferite varie "tabacchine" della Manifattura Tabacchi di Pola. Alloggiavano alla ex Manifattura Tabacchi di Via Guelfa. Lì c'era il Campo Profughi Istriani e Dalmati a Firenze, nell'abitato compreso tra la via Guelfa, via Panicale e via Taddea, nell'area dell'antico Monastero di Sant’Orsola. Il Campo Profughi operò dal 1945 al 1968, quando alla fine accoglieva anche sfrattati o senza tetto. Anche Maria Zanetti, di Pola, lavorava alla Nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, situata in via delle Cascine, 33-35, a pochi passi da piazza Puccini. Inaugurata nel 1940, la struttura ha un’attribuzione critica, ma diversi autori concordano sia di Pierluigi Nervi. Essa si è mantenuta nella sua interezza, secondo Italia Nostra.

Firenze aprile 2016 - Via Guelfa, foto sotto, l'ingresso all'ex Centro Raccolta Profughi istriani e dalmati attivo dal 1945 al 1968. Nella foto sopra un altro scorcio del grande complesso della ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola, in fase di ristrutturazione. 
Fotografie di Elio Varutti

2. Una famiglia, sette infoibati
Passiamo a sentire qualche fonte orale. «Noi istriani parliamo poco – mi ha detto Anna Maria L., nata a Tolmezzo nel 1963 da genitori di Pola – lavoriamo duro e in silenzio, abbiamo la nostra dignità e un forte affetto per il territorio».
Da questa testimonianza sono venuto a sapere che in famiglia ci sono stati ben sette infoibati. «I partigiani titini, dopo il 1943 – ha riferito Anna Maria L., secondo i racconti dei suoi familiari – sopra  Dignano d’Istria hanno preso tre zii di mia mamma, uno era farmacista, un medico e un notaio, poi li hanno portati in una piazza e tutti hanno visto, li hanno costretti a bere del gasolio e se cadevano a terra saltavano sulle loro pance, oppure avvicinavano loro una fiamma, infine li hanno condotti sull’altipiano, legati polso a polso e, con la pistola alla tempia, al primo dicevano di buttarsi giù nella foiba così cadevano tutti nella voragine, mi hanno detto che sono rimasti vivi nella cavità per giorni perché si sentivano i loro lamenti».
In altri momenti dell’intervista lessi alla signora Anna Maria L. istriana, il brano di padre Flaminio Rocchi, nel suo libro intitolato L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990. Rocchi descrive le vittime uccise nella foiba di Terli. I corpi furono recuperati dai pompieri il 1° novembre 1943. Le salme esumate furono 55, estratte a gruppi di tre-quattro legati assieme. Tra questi sequestrati e torturati c’è “Martino, di Martino Chiali, di anni 55, da Marzana”.
A quel punto della testimonianza la signora Anna Maria L. ha esclamato: «Ah, zio Martìn». Poi si è chiusa in se stessa.
Il Centro Raccolta Profughi istriani, fiumani e dalmati di Migliarino Pisano, 1949

Il caso volle che proprio tra i miei primi intervistati, per il libro che ho pubblicato nel 2007 sul Campo Profughi di Udine, ci fosse una parente di Anna Maria L., che acconsentì alla pubblicazione per esteso di nome e cognome, ma non mi rivelò nulla circa il numero di uccisioni nella foiba subìto dalla sua famiglia. La fonte orale era Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010. Fu per autocensura? Fu per il silenzio degli esuli? Non lo saprò mai.
Maria Chialich vedova Pustetto mi raccontò di essere venuta in questa parte d’Italia nel 1957, passando per il Campo Profughi di Via Pradamano a Udine. «C’era anche mio zio Giuseppe Gonan – mi raccontò Maria Chialich – poi lui con la famiglia è andato a Imperia. Sono stati cacciati via nel 1953 dai titini».
Ogni tanto l’intervistata intercalava le risposte in dialetto istriano: «I Gonan se gà fermadi in campo poco tempo, pochi giorni, perché dopo i xe andadi da parenti. Iera tanta gente in campo, quando son andada da zio Giuseppe lui iera in ciesa de campo. Iera profuga anche mia sorela Caterina Chialich».
Maria Chialich, come ho scritto, è mancata ai vivi nel 2010. Nell’elogio funebre a lei dedicato l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’ANVGD di Udine, disse, tra l’altro: «Era di famiglia molto facoltosa, grande proprietaria terriera, che produceva molto; dalla coltivazione del frumento, alla produzione e vendita di pane, paste e alimentari, dalla coltivazione dell’ulivo alla produzione e vendita dell’olio e, infine, al nolo di cavalli allo stato. I Chialich non stettero mai con le mani in mano, ebbero molto denaro, ma non furono mai avidi, tanto che preferirono aiutare i paesani con sacchi di farina qua e là piuttosto che fare la borsa nera. Però, tanta generosità non fu certo premiata dai titini, tra i quali molti beneficiati, i quali, una volta impossessatisi del paese, non esitarono a sterminare gran parte della famiglia: sette persone infoibate, tutti familiari stretti. La povera Maria fuggì in Carnia, assieme alle sorelle, una delle quali vedova di un infoibato e madre di un bambino di soli due mesi, fu impossibilitata di allattarlo per aver perduto il latte a causa di una intera giornata di tortura nelle prigioni di Albona. Il sindaco di Paluzza, conosciute le condizioni di indigenza dei profughi Chialich e in osservanza alle disposizioni in vigore, la convocò per offrirle un sussidio, ma lei, ligia ai principi di altruismo e di solidarietà trasmessi dai genitori, rispose: La ringrazio signor sindaco, ma io non voglio sfruttare la mia bella Italia! Maria Chialich preferì guadagnarsi da vivere ricamando giorno e notte, con grave compromissione alla vista».

3. La tortura del tronco a Albona
Anna Chialich “Aniza” è la vedova di un infoibato. Sorella di Maria e di Caterina citate poco sopra. Dopo che i titini imprigionarono il marito di Anna Chialich, ella andò a chiedere notizie in varie caserme e comandi partigiani. Ad Albona i miliziani la fecero entrare, chiusero il cancello e la obbligarono a delle terribili torture. Le parole che seguono sono di Savina Fabiani, segretaria dell’ANVGD di Udine. «Mi raccontava Maria Chialich che sua sorella Anna – riferisce la signora Fabiani – ad Albona fu torturata dai titini, perché chiedeva notizie del marito da loro stessi fatto prigioniero. Fu torturata su un tronco tagliato a cuneo. Fu legata e costretta a stare in piedi su tale oggetto appuntito per un giorno intero. Madre di un bimbo di soli due mesi, in seguito al supplizio del tronco a cuneo perse il latte e non poté più allattare il piccolo».

Istituto Stringher, Udine - Il giorno 3 dicembre 2011 è venuta a parlarci in classe per quanto riguarda il 10 febbraio, Giorno del ricordo, la signora Rosalba Meneghini, in Capoluongo, figlia di una esule da Rovigno…

4. L’esodo raccontato nelle scuole
Ho anche operato all’interno delle scuole, con i relativi permessi e con la collaborazione di presidi e insegnanti. È del 2005 la prima intervista strutturata ad una esule istriana effettuata all’Istituto “B. Stringher” di Udine, con l’ausilio della professoressa Elisabetta Marioni. Abbiamo raccolto il caso di una incredibile fuga in barca dall’Istria alla costa delle Marche. L’indagine è stata condotta dall’allieva Monica C.; era l’anno scolastico 2004-2005. L’intervistata è Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, detta “Cisa”.
In seguito ci siamo resi conto di aver raccolto le preziose testimonianze dei discendenti di Monsignor Giulio Vidulich, nato a Lussinpiccolo nel 1927 e morto a Percoto, provincia di Udine, nel 2003. Egli fu una straordinaria figura di religioso molto vicino agli esuli.
Nel 2011 la signora Rosalba Meneghini, discendente di profughi istriani, ha iniziato a partecipare alle attività sul Giorno del Ricordo all’Istituto Stringher di Udine, raccontando della dignità e del riserbo dei suoi nonni di Rovigno e di sua madre. Ha sempre portato anche libri, fotografie, materiali vari e piccoli cimeli dell’esodo istriano da mostrare agli studenti e agli insegnanti. Ad esempio il nonno che era fabbro a Rovigno, nel dopo guerra a Udine costruì una paletta con la latta dei barattoli del formaggio olandese ricevuto come sussidio alimentare. Domenico Millia, detto “Mimi” morì a Udine nel 1981. Con la moglie Anna Sciolis fu accolto al Campo Profughi di Udine nel 1947, poi vissero nel quartiere di Udine sud.
Paletta per il pattume, fabbricata a Udine da Domenico Millia, fabbro di Rovigno. Collezione Rosalba Meneghini, Udine. Fotografia di Luca Meneguzzi, classe 5^ D Dolciaria, anno scolastico 2015-2016, coordinamento didattico professor Francesco Di Lorenzo, Istituto Stringher, Udine. Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico

Al Centro di Smistamento Profughi di Udine passarono oltre cento mila istriani, fiumani e dalmati, come Lidia Illusigh e parenti, esuli da Pola col piroscafo Toscana.
Anche monsignore Stefani è una figura di alta dignità istriana secondo l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Monsignore Cornelio Stefani, Steffich, nato a Lussingrande nel 1924 e morto il 3 settembre 2015 a Pordenone, si dedicò moltissimo al suo borgo natio.

Bibliografia

-              Myriam Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Venezia, Alcione, 2000.  Racconto nel Campo Profughi di Firenze, allestito alla ex Manifattura Tabacchi.
-       Silvio Cattalini, Elogio funebre di Maria Chialich vedova Pustetto, Chiesa di S. Giuseppe, Udine, 7 settembre 2010, dattiloscritto.
-                  Anna Maria Fiorentin, Nel Carnaro un’isola. Racconti, Pisa, Edizioni ETS,1997, pp. 41-42.
-                   Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990, pp. 26 e 538.
-                   Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007, pp. 394 (esaurito nel 2012).
-        Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, Istituto Stringher, Udine, 2015, scritto da Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina e Elio Varutti.

Fonti orali
Ringrazio sentitamente la professoressa Paola Barbanti, per le informazioni raccolte con dovizia e grande interesse sui propri familiari, per renderle pubbliche, nello spirito del Giorno del Ricordo. Le immagini qui riprodotte su Rovigno fanno parte della Collezione Paola Barbanti di Cervignano del Friuli. Fotografie di Elio Varutti.
Ringrazio e ricordo con piacere le persone sotto elencate per la loro cortese disponibilità a riferire fatti dell’esodo giuliano dalmata. Le interviste sono state condotte a Udine da E. Varutti, con taccuino e penna, se non altrimenti indicato.

- Paola Barbanti, Cervignano del Friuli, provincia di Udine (1960), intervista del 3, 4 e 7 marzo 2016, a cura di E. Varutti.
 Silvio Cattalini, Zara 1927, intervista del 10.02.2016.
- Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria il 31 ottobre 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010, int. del 27.01.2004.
- Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, “Cisa”, int. del 01.06.2005 di Monica C., a cura di Elisabetta Marioni.
Sergio D’Ecclesiis, Pasian di Prato (UD), int. del 17 dicembre 2011 a cura di Massimiliano Rosso sulla vicenda di Lidia Illusigh, esule da Pola (1927–2006), Martignacco, provincia di Udine, con la collaborazione della professoressa Maria Pacelli. 
- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28.01.2004.
-  Savina Fabiani, Ravenna 1933, ha vissuto in provincia di Gorizia, int. del 08.01.2011.
 Anna Maria L., Tolmezzo 1963, int. del 15.12.2010 e del 10.01.2011.
- Rosalba Meneghini Capoluongo, Udine 1951, int. del 10.02.2016.
 Maria Millia vedova Meneghini, Rovigno 1920 – Udine 2009, int. del 11.05.2004.
Zeni T., Romans d’Isonzo, provincia di Gorizia (1936), int. del 4 marzo 2016, con la collaborazione di Paola Barbanti, a cura di E. Varutti.

Sitologia e cenni bibliografici
Da alcune ricerche nel web emerge che alcuni Clagnan, nel 2006, sono presenti in Brasile, ma sono discendenti dell’emigrazione da Staranzano, provincia di Gorizia, avvenuta nel 1894.

Vedi: l’Archivio Multimediale della Memoria dell’Emigrazione Regionale (AMMER), Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

Poi, come accade in tutte le guerre civili, c'è un tale Giuseppe Clagnan, da Ronchi dei Legionari, partigiano titino ricoverato, dopo il 1943, all'ospedale di "Bolnica Pavla", presso Idria, come ha scritto: Federico VincentiPartigiani friulani e giuliani all'estero, Udine, ANPI, 2005, pag. 170, nota 16.

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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.