domenica 21 giugno 2015

Il partigiano “Milos”, Roberto Anelli Monti

Nel mese di aprile del 1945 Roberto Anelli Monti “Milos” trattò la resa col generale Jürgen von Kamptz, comandante delle forze di polizia tedesca del Triveneto occupato e annesso dai nazisti. Milos è seppellito a Tisoi, frazione di Belluno. Nacque a Udine, visse e lavorò a Padova.

Roberto Anelli-Monti, MILOS, in divisa da partigiano in uno scatto del mese di agosto 1993. Fotografia di Elio Varutti

Quando morì fu un lutto per il mondo della Resistenza friulana, bellunese e trevigiana. Era il 4 maggio 2001  quando si spense il comandante partigiano Roberto Anelli Monti, nome di battaglia di “Milos”. Appellativo che lui stesso, pilota italiano di caccia poco più che ventenne, si assegnò, mente era alla macchia, in onore di un combattente jugoslavo, che gli morì tra le braccia, colpito dai nazisti.
Roberto Anelli Monti fu capo di stato maggiore della brigata “Ciro Menotti” e poi della divisione d’assalto garibaldina “Nino Nannetti”, che operò in Cansiglio e a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso. Col grado di capitano, basco scuro e stella rossa, guidò per due anni 2500 partigiani garibaldini, tra i quali anche alcuni giovani della Carnia, di Forni di Sopra, in numerose azioni di guerriglia tra le montagne del Veneto e del Friuli. Era cittadino onorario di Vittorio Veneto.
Nato a Udine il 10 febbraio 1922 da Carlo Anelli Monti e Adalgisa Giacobbi, ebbe dei parenti legati all’arte, non a caso divenne architetto e diresse i lavori di restauro di palazzi monumentali di mezza Padova, come la Casa di Francesco Petrarca ad Arquà, la Cappella degli Scrovegni, il Palazzo della Ragione e il Caffè Pedrocchi. Suo padre Carlo (Venezia 1894 – Padova 1938) si dilettava, negli anni ’20, con le sequenze della macchina da presa in otto millimetri assieme al suo suocero Giuseppe Giacobbi, dell’esclusivo negozio udinese d’ottica, originario del Cadore.
Il nonno Attilio Anelli Monti (Venezia 1854 – Udine 1924), ottimo mosaicista e appassionato fotografo, fondò nel 1876 a Venezia, assieme ad altri soci, la Società Musiva Veneziana, divenendone il direttore artistico nel 1884.
Roberto Anelli Monti, “Milos”, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare e della “bronze star” degli Alleati, oltre ad altre quattro decorazioni militari. Abitava nella frazione bellunese di Tisoi, dopo un periodo vissuto a Padova, dove aveva allestito un museo militare, inaugurato nel 1974, con l’appellativo di “Museo delle opere e degli orrori dei politici”, dove la parola orrori recava un asterisco che spiegava: “per errori e incompetenza”.
Roberto Anelli Monti era sposato. Il figlio Carlo, che vive a Belluno, gli ha dato dei nipoti e gli altri figli (Cinzia, Gianroberto e Roberta) vivono a Padova.
Il cordoglio dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI) è stato espresso con un’epigrafe, in cui si ricorda che “Milos” fu “intelligente e valoroso capo di stato maggiore della divisione, che operò in Cansiglio e a Vittorio Veneto”. L’avvocato Giorgio Granzotto ne ha ricordato la figura di pittore apprezzato, nonché di sceneggiatore per compagnie teatrali che si esibirono in Italia e all’estero. Collaborò anche con la Rai e con le reti televisive dell’attuale gruppo Mediaset. Non amava le mezze misure, infatti, era tipico di lui prendere carta e penna e scrivere al presidente della Repubblica, per esternargli, pur in modo alquanto colorito, la necessità di abbandonare la norma transitoria della Costituzione riguardo al rientro dei Savoia, oppure su tante altre questioni del suo tempo presente.

 Cartolina artistica, prodotta da Roberto Anelli Monti, Milos e inviata nel luglio del 1998 allo scrivente 
(Collezione E. Varutti, Udine)

sabato 20 giugno 2015

Solidarietà e cooperazione in Baldasseria, Udine (sec. XIX-XX)

1. Aiuto e solidarietà all’epoca del colera del 1855 a Udine

È il cronista Antonio Picco a descrivere, con lo pseudonimo generico di Silvestro, il “modo impiegato in quel tempo per sussidiare le classi derelitte” (1) a causa del terribile morbo, come fu definito il “cholera”. Per organizzare i soccorsi fu creata una commissione, presieduta dall’arcivescovo di Udine, Giuseppe Luigi Trevisanato, che fu nominato in seguito patriarca di Venezia. “In quel fatale memorando anno 1855 – prosegue Picco - a ben lire 34 mila ascesero le offerte fatte dai cittadini ricchi ed agiati, senza contare quel che al filantropico, umanitario scopo elargì di moto proprio il Comune”. Interessante è la descrizione dell’organizzazione umanitaria, che fu analoga a quant’era accaduto per la stessa malattia del 1836. La solidarietà fu fondata sulla realtà delle parrocchie, ove sorse una relativa commissione “composta di benemeriti cittadini, incaricati di visitare le famiglie dei bisognosi, e constatare la miseria che le affliggeva, (e) venivano ipso facto, iscritte nel libro dei sussidi”. Dopo avere tracciato, con visite sul campo, il fabbisogno sociale, veniva svolta la distribuzione di cibo ed altri generi di prima necessità con i fondi raccolti. “A ciascheduna famiglia si rilasciava un buono valevole per sei oncie di carne, sei di riso, e quattro soldi per la legna da fuoco”. La oncia grossa udinese, corrispondente alla misura di peso veneziana, era pari a 39 grammi, come riportato da G. Ciconi. L’unità di misura era la libbra grossa, pari a kg 0,476998 per le merci comuni; era divisa in 12 once. La libbra sottile, invece, misurava i preziosi.
Se il numero dei componenti della famiglia fosse stato elevato, il sussidio veniva aumentato. “Di più, se in quella tale o tal altra famiglia, c’erano degli ammalati, il sussidio estendevasi sino alla somministrazione gratuita dei medicinali”. È una forma di assistenza pubblica, perno dei modelli più evoluti di assistenza sociale del Novecento, definita “social welfare”. Le commissioni venivano supportate dal parroco. Secondo il cronista tutto si svolgeva “con una puntualità, una premura degna veramente del massimo encomio”. La conclusione è che tale “opera di cristiana carità tornò immensamente di sollievo ai poveri, sottraendo così da sicura morte molti e molti infelici”.
Pittura di Antonio Picco sui moti del 1848. L'interno di Porta Aquileia, da piazzetta del Pozzo. Si vede la chiesa di San Giuseppe, andata poi distrutta: al suo posto oggi c'è un condominio. 
Archivio del Comune di Udine

I dati riportati dall’articolista sostanzialmente coincidono con le carte reperite in Archivio di Stato di Udine (ASUD). Nel manifesto, datato 26 settembre 1855, intitolato “La Commissione Generale di Pubblica Beneficenza della R[egia] Città di Udine” e stampato in occasione del “CHOLERA ASIATICO 1855”, si può leggere lo “specchio degl’introiti e pagamenti fatti dalla Giunta Centrale, il tutto desunto dai documenti depositati presso questo Municipio, che ad ognuno è libero di ispezionare” (2).
La commissione – si legge nei medesimi documenti -, presieduta dall’arcivescovo Trevisanato, era composta da Antigono conte Frangipane, podestà, vice presidente. Gli altri membri erano: Giovanni Battista Torossi, Giuseppe marchese Mangilli, Federico nobile Bujatti, Francesco Ongaro ed Ermolao Marangoni. Tra i vari benefattori c’è il nobile Massimiliano Orgnani, che alla parrocchia del Redentore dà “A.L. 100” (Austriache Lire, ossia la valuta del tempo). Sono esposti i nomi dei 36 incaricati della questua e di coloro – sei persone – che si prestarono “caritatevolmente alla distribuzione delle razioni alimentari”. Il bilancio batte su austriache lire 33.520 e 46 centesimi. Le razioni dispensate furono in tutto 187 mila e 810. Ogni razione – differenziandosi dai valori riportati da A. Picco - consisteva in una libbra di farina per 5 centesimi e once 3 di carne gratis dal 31 luglio al 19 agosto. Solo una libbra di farina a 5 centesimi dal 20 al 31 agosto.
Nelle parrocchie urbane, i responsabili raccolsero varie somme, in lire austriache, come si legge nella tabella n. 1.
Si tenga presente che la paga di un muratore, in quel periodo, era mediamente di due lire giornaliere. Molti cittadini diedero una lira o poco più, segno che le offerte erano diffuse e radicate in ogni strato sociale, altri udinesi offrirono qualche decina di lire, chi 50 o 100 lire austriache. Carlo Giacomelli ne dà 1000 e Francesco Braida e Comp. 1500. Sono le cifre più alte.


Tab. n. 1 – Offerte raccolte nelle parrocchie di Udine per i colpiti dal colera del 1855
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S. Metropolitana (Duomo)    6.393 e centesimi     86
S. Cristoforo                        1.424         “            51
S. Giacomo                          2.276        “             23
S. Nicolò (Porta Poscolle)     1.047        “             77
S. Giorgio                            1.520        “             30
B.V. del Carmine                 1.482        “             86
B.V. delle Grazie                    221        “             65
S. Quirino                           1.474        “             40
SS. Redentore                    2.800        “             70
15 Benemeriti Promotori     7.706        “             50
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Tot. Carità Cittadine           26.408        “           18
Sussidio Cassa Comunale    7.051        “            22
Aggio Valuta                            60        “            46
                                        -------                       ---
Tot.                                   33.520        “           46
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Fonte: “Specchio degl’introiti e pagamenti fatti dalla Giunta Centrale…”, Udine, 26 Settembre 1855, in Archivio di Stato di Udine (ASUd), Comune di Udine, Parte Austriaca, b 588. Valori in Lire Austriache.
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2. Nel 1921, la prima cooperativa

In Via Pradamano, ancora in base alla “Guida commerciale del Friuli” del 1921, c’erano le seguenti aziende: al civico n. 2 i Fratelli Del Torso, legna da ardere; al n. 3 Cooperativa Ferrovieri, spaccio alimentari. Poi al n. 4 c’era Del Torso Alessandro, deposito e magazzino di legnami, materiale da costruzioni, falegnameria, segheria, tavole lavorate per pavimenti e segatura e al n. 25 Ferdinando Stefanutti, carradore. Un altro carradore al n. 33 era Ferdinando Plaino. Al n. 53 dello “Stradon” Vittorio Plaino gestiva un’osteria; al n. 64 Elvira Blasoni conduceva un’azienda simile.

La Cooperativa di Consumo fra Ferrovieri nasce nel 1921. Osteggiata dal fascismo, viene soppressa e rinasce il 7 ottobre 1945 con il nome di “Società Cooperativa fra Ferrovieri”; nel 1954 si apre lo spaccio di Via Pradamano (odierno Piazzale Cavalcaselle).

26 aprile 1848, manifesto sulla resa dei rivoluzionari di Udine. Fatto ai Casali di Baldasseria. Collezione Riccardo Gremese, Udine

3. Il Circolo Ricreativo fra operai di Baldasseria del 1923

Nel primo dopoguerra, con la ricostruzione, intorno al 1919-1921 gli edifici utilizzati per il commercio e l’industria aumentarono considerevolmente, come risulta dalla guida edita nel 1921 dalla Tipografia Passero.
C’era un certo fermento pure nella zona tra il Viale Palmanova e Via Pradamano, considerato che proprio lì sorse, nel 1923, un “Circolo ricreativo fra Operai delle frazioni di Baldasseria Alta e Bassa”. Vollero chiamarsi in tale modo ed andarono a sancirlo anche davanti ad un notaio, esibendo il presidente, dieci consiglieri, due revisori dei conti, due sindaci e provveditori, il cassiere - segretario e lo statuto del circolo stesso. Erano trascorsi cinquant’anni dalla scampata epidemia di colera del 1873 e dal voto fatto alla Madonna dalle gente di Baldasseria e tale circolo ricreativo fu una vera novità, ma andò a soddisfare l’esigenza di stare assieme della popolazione.
Interessante è notare che le riunioni del nuovo sodalizio, oltre che ai soci, fossero aperte alle “loro rispettive famiglie e congiunti – si legge nell’art. 1 dello Statuto -; potranno inoltre intervenire degli amici e conoscenti dei soci, purché i medesimi sieno regolarmente accompagnati da un socio inscritto”. Il fascismo era all’esordio, perciò in Baldasseria si adeguarono, come sancisce l’ultimo comma dell’art. 1 dello statuto: “Nei locali del circolo sono proibite le discussioni politiche”. Comunque era di fondamentale importanza un comportamento di “fraterna amicizia fra i soci” (art. 2); essi dovevano “considerarsi come fraternizzati nelle discussioni di civile educazione”. Assai singolare pare quel richiamo alla “fratellanza”, tanto più che nel 1972 venne utilizzata la medesima parola in un articolo de L’Antenna, per riferirsi al vecchio circolo CRAL di Baldasseria (3).

4. La Cappella dei Profughi di Via Pradamano del 1953
Una intervistata, la signora Novelli, ha ricordato che i profughi istriani nelle strutture del Campo di smistamento di Udine facevano celebrare da un cappellano della parrocchia della Beata Vergine del Carmine “una bella Messa a Natale, con belle preghiere e canti”. Quindi c’era un luogo di culto all’interno del complesso d’accoglienza di Via Pradamano, il Centro di Smistamento Profughi. Nel 1953 - secondo il Bollettino Parrocchiale della Beata Vergine del Carmine (4) - la Santa Messa si celebrava alle ore 10. Nel 1955 era prevista una celebrazione alle ore 7 dei giorni feriali, mentre nei giorni festivi l’appuntamento era per le ore 10.
La Chiesa nel Campo Profughi è ricordata anche dai signori Elvira Dudech, Remo Leonarduzzi, Maria Grazia Saccardo e Adelia Mariuz, oltre che dal Libro storico della Parrocchia del Carmine. “Se faseva messa in corridoio – ha raccontato la signora Elpida Chelleris - e dopo in una stansa e el nostro capelan el jera don Mario Stefani, che anni più tardi el jera a dir messa al cimitero de Trieste”. La cappella è stata ricordata anche dalla signora Maria Bonassin e dai fratelli Bruno e Greonlandia Chicco.

Posa della prima pietra della Cappella San Pio X, Udine - 1958. Archivio parrocchiale di San Pio X

La chiesa di San Pio X a Udine, costruita nel 1959-1961, progetto dell'architetto Giacomo Della Mea
Archivio della parrocchia di san Pio X


5. Nel 1958 sorge la Cappella San Pio X

L’esigenza di un luogo di culto, per i nuovi abitanti della parte a sud della ferrovia, si fece più pressante alla fine degli anni Cinquanta. Si ricorda, allora, che don Adelindo andava a recuperare mattoni tra i ruderi delle case bombardate e demolite di Via Aquileia. Il prete girava con la carriola e la tonaca tutta imbiancata dalla polvere. Alla sera, riferendosi alle case demolite, annotò nel Libro Storico della parrocchia le seguenti frasi:

“Da esse potrò estrarre, assieme ai primi volenterosi, 65.000 mattoni, 150 metri cubi di sassi, 100 metri cubi di sabbia… con un camion dell’Italscavi, carri e trattori di alcuni contadini, trasportiamo dal fiume Torre 400 q di sabbia [recte: il Torre, più che un fiume, è un corso d’acqua a carattere torrentizio, NdA]”.

I preti della parrocchia ricordavano, fino agli anni Settanta, i bambini che andarono ad aiutare don Adelindo a ripulire i mattoni, per riutilizzarli nella costruzione della Cappella. Erano i fratelli Janesi, i De Luca, Bressan e Nonino (5). Il giorno 8 maggio 1958 vi fu la posa della prima pietra della Cappella San Pio X in un appezzamento di terreno sito sulla prosecuzione di Via Celebrino, incrociando Via Amalteo, nella strada che sarà, poi, chiamata Via Mistruzzi. Si può leggere nel Libro Storico della parrocchia la seguente notizia.

“18 maggio 1958. Posa e benedizione della Prima Pietra della Cappella impartita da Sua Ecc. l’Arcivescovo. Dopo il saluto di una bambina, il sig. Giacomo Varutti presenta il programma di lavoro e le necessità del rione”.

Nei mesi successivi i lavori proseguirono di gran lena, ma furono sospesi per tutto il mese d'agosto, per gli esami dei ragazzi della scuola professionale di muratori di don Emilio De Roia. Il progetto era dell’architetto Giacomo Della Mea e la realizzazione fu seguita pure da Giacomo Fachin, padre di don Adelindo.
Il successivo 27 agosto ci fu una visita privata di Sua Eccellenza l'Arcivescovo ai lavori della Cappella. Don Adelindo espresse il desiderio di benedire la Cappella nella successiva festa dell'Immacolata. Il 2 settembre 1958 vennero ripresi i lavori nel cantiere. Nel Libro Storico parrocchiale don Adelindo scrisse, con un certo orgoglio: “Siamo al II piano”. La costruzione, nella sua semplicità formale, apparve subito solida e compatta, tanto che, quasi vent’anni più tardi, resse bene al terremoto del 1976.


6. Nasce la Parrocchia di San Pio X, 1958

    Il decreto di istituzione della nuova parrocchia di San Pio X era già stato emanato e portava la data del 7 ottobre 1958. Questo è il testo, che si trova nell’archivio parrocchiale (APSPX):

GIUSEPPE ZAFFONATO
Arcivescovo della Chiesa Metropolitana Udinese
Viste le domande presentate dal Sac. Adelindo Fachin perché la Chiesa di S. Pio X sia eretta in Parrocchiale…


7. Cooperativa Cif e Zaf, 1985

Nacque il 24 gennaio 1985 alla presenza del notaio Panella. Ebbe come soci fondatori don Tarcisio e altri 15 collaboratori. Giuridicamente è una cooperativa sociale a responsabilità limitata. Lo scopo era quello di accogliere persone con gravi problemi esistenziali e familiari dando loro ospitalità, lavoro, cure mediche. Le attività lavorative riguardano: sgombero, pulizia di locali, raccolta di vetro, carta, ferro, stracci, piccola manutenzione edile e di carpenteria metallica, tinteggiature murali, verniciatura di recinzioni, sfalcio d’erba, servizi di trasloco e facchinaggio. La prima sede dell’attività fu reperita in Viale Palmanova, al civico numero 42, dove negli ultimi anni dell’Ottocento c’erano i cavalli e i carri di Comuzzi carradore. Qui gli udinesi scoprirono che funzionava la Cif e Zaf in veste di rigattiere; in tale sede si poteva comprare qualche vecchio mobile a prezzi miti. Nel 1988 ci fu il completamento di una casa di Sammardenchia di Tarcento.
Presidente per i primi quattro anni fu Arialdo Schierano. Poi l’incarico passò a Paolino Zucchini. Nel 1991 fu effettuata una raccolta di indumenti e di altro materiale per le perone in difficoltà; due TIR partirono per la Polonia e uno per la Romania. Il 23 gennaio 1992, in occasione della celebrazione del settimo anniversario della cooperativa parteciparono a un momento conviviale, oltre al parroco don Tarcisio Bordignon, l’assessore Letizia Burtulo, l’assessore Paolo Braida, il prefetto Damiani e l’ingegnere Silvio Morassutti. Nel 1992 la cooperativa terminò i lavori di ristrutturazione nella Casa Gioiosa di Mione e completò le stanze sotto la chiesa di Paparotti, a Udine. In precedenza ristrutturò gli uffici parrocchiali, oltre a Villa Ostende e l’Hotel Astoria. Ci fu, poi, la ristrutturazione dell’Albergo Venezia a Grado. In quell’anno, mentre infuriava la guerra nei Balcani, furono raccolti 30 camion di viveri, indumenti e suppellettili, che furono inviati nei paesi della ex-Jugoslavia.
Il 13 febbraio 1993 la polizia e l’Ispettorato del Lavoro individuarono quattro lavoratori extracomunitari irregolari presso la Cooperativa Cif e Zaf. Furono denunciati il Parroco, nella sua veste di vicepresidente e Paolino Zucchini, che era presidente. Il 23 aprile si tenne l’assemblea ordinaria con l’ingresso in consiglio di amministrazione di Denis Sacher e di Andrea Silverio tra i sindaci. In quell’occasione il parroco si dimise e la contabilità passò all’Associazione Cooperative e allo studio Ezio Pravisano. I soci erano 38, i dipendenti 6 e diversi i volontari.
Altri lavori edili furono svolti negli appartamenti di Sedilis, a una casa di Peonis. Poi la cooperativa assunse appalti pubblici per lo sfalcio e il diserbo per il Comune di Udine, manovalanza presso l’Ospedale Civile, la pulizia presso la Curia Arcivescovile e presso l’Associazione Allevatori, lavori di manutenzione per la Provincia e per l’Istituto Autonomo Case Popolari. Lavorò anche per l’Aster Cooperativa e le Acciaierie Bertoli Safau di Pozzuolo del Friuli. 
Nel 1994, il presidente Zucchini riferì che nel corso dell’anno i soci dimessi, perché avevano trovato una migliore sistemazione erano 11. Le persone in servizio erano 27, di cui soci 23. I soci volontari erano 2 e i soci dipendenti 2. All’interno della sua struttura c’è il Club Alcolisti in Trattamento, assistito dallo psicologo dottor Iustulin. Dall’11 gennaio 1995 fu assunto un tecnico coordinatore allo scopo di programmare e organizzare le attività.
Nel celebrare il ventennale della cooperativa, nel 2005, il presidente Walter Diplotti, sul numero unico di Festa Insieme, menzionò le venti persone che operavano nell’attività, la cui sede era in Via Fabio di Maniago, dietro la farmacia di Viale Palmanova, a Udine.
“Abbiamo diversi nomadi – scrisse Diplotti – persone oneste, lavoratori con la «L» maiuscola, vedi Stefano, Massimo, Claudio, Devid, per poi passare a Gianni, Corrado, Franco, Antonio, Andrea, Mario, Maurizio, Armando e Marco. Il reparto pulizie è capeggiato da Fabiola e Annamaria. L’ufficio condotto da Marilena e per qualche ora da Monica. Abbiamo anche due persone volontarie, Mattia e Osvaldo. Come non ricordare due eccellenti pensionati Adelino e Vincenzo?”.

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NOTE

(1) Silvestro (i.e. Antonio Picco), “A proposito di beneficenza. Ciò che si faceva all’epoca del colera nell’anno 1855”, in: A. Picco, Scritti vari, 1880-1900, pag. 291-292. Le altre citazioni a seguire, se non altrimenti specificato, sono di A. Picco.

(2) ASUD, Parte Austriaca I, b 588, f 4, 5.

(3) Circolo ricreativo fra Operai delle frazioni di Baldasseria Alta e Bassa, Statuto, Tipografia Del Bianco e Figlio, Udine, 1923. Riguardo al repertorio del 1921, vedi: Guida commerciale, industriale e professionale del Friuli (Province di Udine e Gorizia), Stabilimento Ditta L. Passero di G. Chiesa, Udine, 1921. In considerazione dell’articolo de L’Antenna, vedi: “Il plui vecjo Cral dal Frûl”, pubblicato sul detto bollettino parrocchiale del 18 agosto 1972, n. 5.

(4) Vedi il bollettino n. 1, del mese di maggio 1955. Per il 1953 si veda: La Lampada, mensile religioso, Edizione della Parrocchia del Carmine, Udine, III, n. 3, marzo 1953 (APBVC)

(5) Da un documento dell’Archivio Parrocchiale di San Pio X (APSPX), redatto verso il 1979 e intitolato: “Memorie per la storia. Trasformazione fabbricato ex Cappella S. Pio X in sei mini - appartamenti” (datt.). Non è dato di sapere chi ne sia l’autore, anche se si può intuire lo stile, tra le righe, di don Aldo Moretti. Una parte del documento è stata pubblicata su Baldasseria 2007, con il titolo originale.

martedì 16 giugno 2015

Tiere furlane / Terra friulana, rivista in inglese

L’ultimo numero di «Tiere furlane / Terra friulana» è totalmente scritto in lingua inglese. Si tratta di un’acuta operazione di macromarketing per promuovere globalmente l’eccellenza dei prodotti del Friuli Venezia Giulia. L’originale rivista prodotta dalla Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, nei numeri precedenti era scritta in italiano, friulano e qualche articolo recava l’idioma della Bella Albione.
Fa un certo effetto leggere, pure e solo in inglese, la premessa di Sergio BolzonelloVice-President of the Autonomous Friuli Venezia Giulia Region, per chi era abituato alla italica lingua del Bel Paese.
 


Enos Costantini, coordinatore editoriale (“Editor-in-Chief ”) apre la serie di importanti articoli con un pezzo del suo settore privilegiato, quello della cultura viti-vinicola: “Mosieur le Sauvignon. An all-worthy French became citizen of the world (but first it became Friulian)”. Si viene a sapere così che il Tocai aromatico, detto oggi soprattutto Friulano (“The quintessential Friulian white wine”), proviene dalla metà dell’Ottocento dalla Francia, quale varietà del Sauvignon. Oltre che in Friuli Venezia Giulia, il vitigno è coltivato in Veneto, in altre regioni italiane, in Slovenia, in Stiria, Romania, Moldavia, nella zona russa (cosacca) del Krasnodar e, agli antipodi, in Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Sudafrica e Australia
Seguono un paio di articoli moto tecnici di Ian D’Agata su biotipi e cloni della particolare produzione vinicola friulana. Il primo pezzo è intitolato: “Sauvignon Blanc in Friuli Venezia Giulia. A strong identity, although still a ‘work in progress’ ”. Il secondo brano è: “The Grape Varieties and Wines of Friuli Venezia Giulia”, con cenni alla Malvasia istriana, al Pignolo, al Refosco, al Tazzelenghe, alla Ribolla, allo Schioppettino, all’Ucelut, al Verduzzo, alla Vitovska, al Terrano (del Carso e dell’Istria), al supremo Picolit, ovviamente al Tocai friulano e a molti altri vini.
L’articolo successivo è di Stefano Cosma. Col titolo “Grapewines and wine in Trieste” si scopre l’importanza dei paesi come Prosecco, dove i vigneti del Carso si affacciano sul Mare Adriatico.
Marianna Deganutti ha scritto “Fulvio Tomizza’s depiction of the Karst” per ricordare le pagine rare del romanziere istriano nel cuore e mitteleuropeo di spirito; così si scopre la “Osmizza”, luogo informale di ristorazione a base di produzioni agricole del Carso a cura del contadino: vino, formaggio, prosciutto e carni. In Friuli tale posto di ristoro è detto: frasca.
Luca Manfè nel suo “Friuli Venezia Giulia, a hidden teasure” allarga il discorso dai vini al formaggio e ai Cjalçons della Carnia (ravioli). Più specificamente al famoso formaggio si dedica Daniele Čotar nel suo pezzo intitolato: “Montasio cheese a Friulian story”, a partire dalle prime citazioni del toponimo dell’altipiano, del 1259, contenute nelle pergamene dell’Abbazia di Moggio.
Si sa tutto del Prosciutto di San Daniele leggendo l’articolo “A precious leg” a cura del Consorzio del Prosciutto di San Daniele.
L’antropologo Gian Paolo Gri, esperto di cultura contadina, ha scritto: “The numbers and the rust, the domesticated and the wild”. Carlo Petrini nel suo “Friuli: a region where you always want to ‘come back soon’ ” ha descritto alcuni prodotti di nicchia, considerati come presidi di “Slow Food”: l’aglio di Resia, il Radic di mont, il formadi frant, la Pitina della Val Tramontina, il Pan di Sorc, il Pestât di Feagne, la Rosa di Gorizia (Cichorium intybus), la cipolla di Cavasso e il formaggio latteria.
Giuseppe Cordioli ha scritto: “Friuli Venezia Giulia’s sea”, a partire della celebre regata “Barcolana”, fino ai pescatori di Grado e di Marano Lagunare, con un doveroso cenno alla Lignano di Ernest Hemingway.
Enrico Filaferro e Araldicacivica.it hanno presentato “Agricolture and civic heraldry in Friuli Venezia Giulia” per mostrare come negli stemmi comunali locali siano rappresentate le attività agricole. Umberto Alberini e Angelo Vianello si sono occupati dell’ambiente, clima biodiversità e della vegetazione, con spunti geologici, nel pezzo: “A Unique Region: Natural Environments and Plant Endemics”.
La professoressa di Storia dell’Arte Gabriella Bucco ha scritto “Wine and art”, per comunicare come gli artisti, con le sculture, le pitture e i mosaici si occupano del vino e della vite.
Tra le stupende fotografie della rivista spiccano gli esemplari scatti di Ulderica da Pozzo, Stefano Zanini, Florence Zumello e Enos Costantini.
Solo con lo spirito del “bravo recensore” mi permetto di aggiungere almeno un paio di altre specialità regionali talentose. Penso ai biscotti carnici, detti le “Esse di Raveo” e alla trota di San Daniele del Friuli.
Qui di seguito propongo, infine, un’Appendice, con una ricerca scolastica sui dolci istriano – carsolini – triestini, solo perché... mi sono lasciato trasportare dalla deformazione professionale, insegnando Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva in una classe quinta Dolciaria dell’Istituto Stringher di Udine.

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«Tiere furlane / Terra friulana», Rivista di cultura del territorio, anno 7, numero 1, maggio 2015, pagine 144, fotografie a colori.
ISSN 2036-8283
tiere.furlane@regione.fvg.it
Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
Via Sabbadini, 31
33100 Udine
telefono: 0432.555111
fax: 0432.555140

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APPENDICE

Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine

RICETTE DI DOLCI IRREDENTISTI

1. STRÙCOLO (Friulano – Strùcul)
Il termine friulano di questo tipico dolce pasquale deriva dal tedesco dialettale Struckel, sinonimo di Strudel “vortice, gorgo, mulinello d’acqua”. Il nome si è esteso al dolce in quanto originariamente lo strudel era fatto a forma di chiocciola o spirale. Quanto alla forma originariamente rotonda, a torciglione, oggi viene anche preparato dritto o piegato a portafoglio. A seconda del contenuto è detto strucolo de pomi (di mele, ted. Apfelstrudel) o strucolo de zariese (di ciliegie, ted. Kirschenstrudel), ma vi sono anche strucoli salati a base di patate o spinaci. Dolce presente nei ricettari delle nonne e delle zie di Trieste, Pola, di Fiume, di Zara e della Dalmazia.

Ricetta
“STRUCOLO DE POMI”

Ingredienti (per 6/8 persone)

Per la sfoglia
farina        250 gr
burro     50 gr
pizzico di sale
acqua tiepida     q.b.

Per il ripieno
mele renette    1,5 kg
uvetta        100 gr
pinoli         100 gr
burro            100 gr
zucchero        150 gr
pan di spagna    100 gr
cannella        ½ cucchiaino
chiara d’uovo
zucchero a velo

Preparazione
Con la farina, il burro, il sale e l’acqua tiepida preparare la pasta morbida e lavorarla per mezz’ora e lasciarla riposare coperta.
Sbucciare e affettare le mele, lavorare l’uvetta, unire poi lo zucchero, il pan di Spagna sbriciolato ed amalgamare il resto. Preparare la sfoglia e sulla tavola infarinata allargarla e portarla più fina possibile. Distribuire su di essa il ripieno. Arrotolare la sfoglia racchiudendo il ripieno e pennellare di seguito la superficie con un tuorlo d’uovo e dare allo struccolo la forma voluta. Appoggiare sopra una teglia infarinata e, con l’aiuto di una tovaglia, rovesciare di colpo lo struccolo. Pennellare la superficie con la chiara d’uovo e infornare in forno caldo fino a quando la superficie assume la doratura. Servire cosparso di zucchero a velo.

2. CÙGLUF (o cùguluf)
Parola che proviene dal tedesco carinziano Kugelhupf, nome di una specie di focaccia diffusa in Austria e Svizzera. Si tratta di una parola composta da Kugel “cappuccio” e da Hefe “lievito”, quindi dolce lievitato a forma di cappuccio. Pare che questo dolce, da consumarsi per la prima colazione, sia stato uno dei preferiti dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, inoltre sembra essere stata una delle preparazioni tipiche della nobiltà goriziana e triestina nelle prime colazioni pasquali. Diffuso pure a Pola e Fiume.

Ricetta
Ingredienti (per 10 persone)

burro                200 gr
farina                500 gr
zucchero vanigliato        500 gr   
tuorli                5
chiare a neve             5
polverina lievitata        1
(o 20 gr di lievito di birra)
Latte                ¼ l
Cacao                50 gr
½ limone grattugiato

Preparazione
Montare bene lo zucchero, i rossi d’uovo e il burro tenero fino ad ottenere un impasto leggero e schiumoso. Piano piano aggiungere il latte e contemporaneamente la farina e fare un impasto omogeneo. Aggiungere gli aromi e le chiare d’uovo montate a neve. Amalgamare con molta delicatezza affinché l’impasto non smonti. Aggiungere lievito, prendere metà dell’impasto e aggiungere il cacao. Amalgamare bene e poi mettere un po’ di pasta bianca e un po’ di quella con il cacao negli stampi unti con il burro e infarinati. Mettere in forno e cuocere a 180° per circa ¾ d’ora. Servire con una spolverizzata di zucchero.

3. TORTA DOBOS
Torta creata a Budapest sul finire dell’Ottocento dal pasticcere Jozsef Dobos, molto diffusa nella Mitteleuropa, fa parte da sempre della tradizione di Trieste, di Fiume  e della Dalmazia.

Ricetta
Ingredienti (per 8/10 persone)

Per il biscuit
uova                6
zucchero            170 gr
farina                130 gr   
1 buccia di limone

Per la crema base
burro                200 gr
zucchero            120 gr
chiara d’uovo             120 gr

Per la crema Dobos
crema base            500 gr
pasta gianduja            80 gr
crema pasticcera        100 gr
cacao in polvere        30 gr

Preparazione

Per il biscuit:
Sbattere i tuorli con lo zucchero, aggiungere la farina, una buccia di limone e, piano piano, gli albumi montati a neve. Cuocere il tutto per 15 minuti a calore moderato, in una tortiera unta di burro e infarinata a più riprese per ottenere 6/7 dischi. Farli raffreddare.
Crema base:
Mettere lo zucchero in una pentola sul fuoco e bollire fino a farlo diventare quasi un caramello. Sbattere le chiare d’uovo a neve, quando sono pronte versare lo zucchero a filo dentro la chiara velocemente sbattendo. Quando il tutto è freddo, aggiungere il burro.
Crema finale:
Aggiungere la pasta gianduja, la crema pasticcera e il cacao in polvere. Unire alla crema base, creando la crema Dobos. Spalmare la crema sui dischi che vanno sovrapposti, l’ultimo, da trattare a parte per evitare che si sciolga la crema, va ricoperto con il caramello versato sopra a caldo. Prima che il caramello si raffreddi, segnare le varie fette con il coltello unto di burro per servire meglio.


4. CHIFEL
I chifel, dal tedesco Kipfel, sono chiamati così per la loro forma a mezzaluna, simbolo della bandiera turca che, secondo alcune interpretazioni, aveva ispirato una pasticcera durante l’assedio di Vienna da parte dei turchi.
Sono dei bastoncini cilindrici cui viene data questa forma; i più comuni sono oggi, specie a Trieste e a Pola, quelli di patate inizialmente usati come dolci con l’aggiunta di zucchero e cannella e ripieni di marmellata. Oggi invece possono essere lievitati o di sfoglia, ripieni di pasta di mandorle, nocciole o marmellata, e ricoperti di zucchero. Conosciuti pure a Fiume, Gorizia e in Dalmazia.

Ricetta
Ingredienti (per 6/8 persone)
Farina bianca            300 gr
Noci macinate            300 gr
Tuorli d’uovo            2
Zucchero            150 gr
Burro                150 gr
Vaniglia q.b.

Preparazione
Si fa l’impasto con molta delicatezza e poi si formano dei piccoli chifel a mezzaluna. Si mettono al forno per pochi minuti in una teglia imburrata e poi, ancora caldi, si avvolgono nello zucchero macinato con la vaniglia. Toglierli dal forno non troppo cotti.

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Il presente elaborato sui “Dolci irredentisti” rientra nelle attività del Laboratorio di Storia (referente il prof. Giancarlo Martina), dell’Istituto Stringher di Udine. Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP, referente prof. Elio Varutti.  Hanno collaborato alla realizzazione di questo prodotto gli allievi della classe:

5 ^ D Dolciaria: Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini.  Anno scolastico 2014-2015

Organizzazione didattica: professoresse Carla Maffeo (Italiano e Storia), Patrizia Bertoli (Alimenti).
Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli.
Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva.

mercoledì 10 giugno 2015

The coins and the financial crisis in Odorico da Pordenone's time

by Elio Varutti
English version by Sara Doretto, class 3^B Tourist course, 2011-2012.
Upper Secondary School "Bonaldo Stringher" Udine (Italy).
Under the supervision of: Stefania Nonino (ESL teacher).
With a Friulian version

Fiorino d'oro (III serie), 1252-1303; oro; Ø cm 2,03; peso g 3,4. Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 117 Monete


 Ducato d'argento o Matapan coniato la prima volta tra il 1193 ed il 1202, fu uno dei primi “grossi”.




Forni di Sotto, provincia di Udine, Chiesa di san Lorenzo, affresco di Gianfrancesco da Tolmezzo, 1492. In secondo piano, dietro il cavallo, donne che filano e che follano i tessuti.


Firenze. Stemma della Corporazione dei lavoratori della lana. Pecora con aureola reggente un vessillo

The coins
Among the coins mentioned by Odorico da Pordenone in his “Relazione”, there is “grosso veneto”, called “grosso matapan”. It is a silver piece (Capi IX, XLII). Then there is “fiorino”, Florence’s gold coin, minted since 1252 (Capi LI, LVIII); that piece has impressed the Florentine Lily, hence “fiorino”. There is, finally, “bambaxis paper”, the Chinese money paper manufactured with a cotton basis (Capi XLVIII, LXIII). In the early decades of the XI century, in the Italian peninsula, there were the first revolts against the Empire.
In 1027 Pavia closed the doors to the emperor, after having set fire to his palace; in Ravenna and in Rome there were some fightings between the population and the imperial troops. Milan was now impregnable, because the local bishop was organising the famous “Carroccio”, emblem of the town’s struggle, organized by the League, against the Empire. Conrad II, which had ruled with a stable economy and a healthy currency (MONTANELLI 1965, pages 24-69), since 1028, allowed the right to mint coin to the patriarch of Aquileia, Poppone. The first patriarchal coins were called “frisacensi”, by the name of the Austrian city that first manufactured them. The mint of Friesach, in Carinthia, operated from 1130 with the silver extracted from local mines and then from those in Sankt Veit an der Glan, according to the web-published studies of Riccardo Paolucci.
In Friuli various other coins circulated, like Friesach’s pfennings and those from Vienna. There were also false coins; a mint of counterfeiters was discovered by archeologists in Forni di Sopra, in the province of Udine, in 2005, with ingots, rods and blanks. The coins discovered can be dated between 1172 and 1250. The illegal mint was situated in a castle, in Saquidic, close to Cella, a village near Forni di Sopra, in “Cuol Cjastiel” (Castle’s hill).
Another similar mint has been located in Castello di Toppo, near Travesio, in the province of Pordenone (DE BENVENUTI 1950, SACCOCCI 2010). In the patriarchate of Aquileia probably functioned other clandestine mints, as for example in Trieste and in Aquileia too.
Among other Florentine coins, circulating also in northern Italy, there is "Ferlino", worth a quarter of “denaro” while the "Medal", worth a half “denaro” , was one of the smaller coins in the market.

The population increase and the crusades
   
The increase of agrarian production, because of the new cultivation techniques, between 1000 and 1300 led to a remarkable development of the population in Europe, but even more so in China. During the two centuries of the neo-Confucianist Renaissance of the Sung dynasty, China's population doubled to reach 120 million inhabitants. China had the richest economy in the world. Some of its products, such as silk and porcelain, were admired in Europe and in the Middle East, so much to inspire the production of Turkish porcelain since the XVI century (SÜMERBANK 1981). In the northern regions of France and Italy, the demographic density approached the levels of 1700 in Europe.                                                                   
The Crusades lasted from 1099 to 1291. They had a great strategic effect: to expand and to reinforce the commercial presence of Venice in the East. Venice was the base for the Crusader’s naval transport. It gave them credit and demanded in return "favours" of a strategic nature. Thanks to the Crusades, Venice ensured for itself the control over Tyro, Sidon and Acre, in the Holy Land. Then it consolidated, unopposed, the economic domination on Constantinople and on all the traffics of the Dardanelles. Those cities were the coastal bridge heads of the "silk roads”, which, crossing the Black Sea and Caspian Sea’s regions, reached China and India. During the period of Mongolian domination, from 1230 to 1370, these roads were much-travelled and maintained by the Mongolian cavalry (GALLAGHER 1996).


Loans in Friuli

Since the Middle Ages, in Friuli, the continuous flow of stable properties, deriving from wills, increased the estates of the religious bodies. In spite of the legislative interventions of Sant Mark’s Republic (1420-1797) such a situation didn’t change until the Napoleonic epoch. For example the “Regole sui Beni delle Pie Cause, delle Chiese e Fraterne” of 1st March 1772, printed by the Cancelleria di Belgrado (today Municipality of Varmo, province of Udine), by Beneto Ciuran, judge delegated by “Nobil Homo Sier Mario Savorgnan”, besides mentioning other laws of 1605, show the interest rate of 4 % on the perpetual canons, while 5 % is the interest rate on the levels corrisponding to the current mortgage loans (Archivio di Stato di Udine, from now on ASUd, Archivio Savorgnan, envelope 20.1). With the private companies, then, the religious companies, which were receiving in addition cash from several rents and the canonical celebrations, dealt with the credit structure going to satisfy the growing request of financing by several social classes (MONTE 2000, page 253).
In the first half of  the XIII century, patriarchal Friuli was characterized by a certain economic stability, with the impulse of new commercial exchanges with the Italian regions and those of the German world. Certain dealers and Tuscan bankers settled in Friuli, above all from Siena and Florence, with other Hebrew operators specialized in the change of currencies and in the loans, also because other professions were forbidden to them (MENIS 1995, pages 165-166, MANIACCO 2007, page 77). Different pacts, with rents “ad longum tempus”, were drawn up among the noblemen. It is the case of a sale contract of the 1st  February 1220. In it, two noble brothers, Pandolfo and Alberto di Toppo sold to the brothers Angelpretto, Bressa and Varnerio di Ragogna a feudal mountain subjected also to the domination of the Patriarch of Aquileia. Such a mountain, called “Cervia e Caval”, was let out to the men of Ampezzo di Carnia (western mountain area of Friuli), who had to pay every year 125 pounds of cheese, a pair of capons and a sparrow-hawk (BARBACETTO 2000, pages 46 and 306).
Now some religious institutions will be examined even though, according to some scholars only occasionally, the monasteries acted as financers (GELPI – JULIEN-LABRUYÈRE 1994, page 65). From the bookkeeping books of Santa Maria della Cella’s church in Cividale, it appears that, in 1283, the same church owned landed properties in Premariacco and Firmano (ASUd, Congregazioni Religiose Soppresse, envelope 136). In a contract of the Church of Santa Caterina di Cividale, dated 27th December 1290, Bernardo de Carnoleto and Andrea Carnelo are involved. Such surnames (from Carnia) make us understand how important migrations were in the feudal epoch (ASUd, Monasteri Soppressi, envelope 93). The above mentioned Chiesa di Santa Maria di Cividale possessed properties, in 1294, in Cormòns and in Borgnano (ASUd, Congregazioni Religiose Soppresse, envelope 151 bis). In 1297 properties are marked for the same religious institution in Zuccola, Sanguarzo and Rubignacco (envelope 138).
Other contracts are mentioned, from 1301, in the registers of Chiesa di San Daniele in Mereto di Tomba (ASUd, Monasteri Soppressi, envelope 93). Some bookkeeping of  the Monastery of Sant’Antonio in Gemona, dated 1341, tell us that “Carlo di Ragogna lasciò entrata al Monasterio per la valuta di L. (libbre, lire) 19 in circa, con obbligo di una Messa quotidiana ed un Anniversario annuale”. For the sung masses, monks also received payments in kind, wheat, wine, “un mulino” and different plots of land in several parts of Friuli, until Latisana (ASUd, Monasteri Soppressi, envelope 19).
The spices, mentioned by Odorico, who in his journey to Beijing stopped in 1324 also in the Philippines, were so precious in the West, that they substituted currency in certain acts. A feudal investiture in 1346, done by the Patriarch of Aquileia and Federico Savorgnan di Colle near Udine, has the following commercial value “per l’annuo livello di libre due pevere (pepe) et una gallina” (ASUd, Archivio Savorgnan, envelope 71).

Bankruptcy and usury

The development of loans, which entail a certain interest rate, brings an explanation to the phenomenon of usury. The perception of a sum of money on operations not referred to the production or the processing of goods is classified as usury (LE GOFF 2010, page 12). The lender at high interest rates is called usurer. The Church condemned usury shortly after the year 1000. To expiate the sin of usury, the lender can give the ill-gotten gains to the religious institutions. Jacopone da Todi (1230-1306), rich notary and then Franciscan friar, writes that in one of his laudas. In the same work (lauda 42, versi 2-28) there is the description of goods, such as wine, woollen and flax cloths. The earnings and the accumulation of capitals, to improve the land, the vineyard and the property are mentioned. The verb to earn is even used in a title (lauda 75.) Elsewhere the capital is mentioned, or rather the "patremono" (lauda 59, 4.) In a later poem, he writes about someone that "tollea l’usura" (lauda 63, 46), i.e. someone who lent money, who was a usurer. There is also the phenomenon of usury within agrarian deals (lauda 58, 108). Wealth is associated to beauty, then there are other terms as “lo mio guadagnato”, the stereotype of the greedy Jew and “taoliere”, i.e gaming table (lauda 57, 12-140).
It sounds strange that the juridical lexicon of the time appears in a religious poem by Jacopone. The term “instrument”, in fact, indicates a notarial deed, but the term is within a context of human salvation or that of Marian appeal (laude 3, 64; 13; 13).
From then on, in history, a connection is usually made between the financial operator and the great artist, who is commissioned work as means of expiation. Money and beauty started travelling together.
Only after the French Revolution, there is a juridical acknowledgment of credit. With the French Civil Code of 1804, the freedom of trade is sanctioned, as also freedom of credit and the Church will limit itself to condemning the excessive interest rates. Someone went as far as celebrating usury, in the general philosophical atmosphere of economic liberty and moral utilitarianism in the first decades of the 1800 (BENTHAM 1840). Only between the end of ‘800 and the first years of ‘900, the plague of usury was downsized with the development of bank institutions and the birth of the rural credit banks within the co-operative movement (MARTINA – VARUTTI 1996, PECORARI 2011).
The Chapel of Scrovegni in Padua, one of the most important monuments of Italian painting, was frescoed in 1305 by Giotto, who was paid by young Scrovegni, to expiate the usury continued by the usurer father. We need to say that, at that time, there isn’t a clear distinction between the activity of the merchant and that of the banker and the money-changer. The merchant, with the very money cashed from trade can start the activity of money lender, since he has a lot of liquidity in his leather purse. The merchant - banker is a typical figure of the Middle Ages. We can mention the first appearance of the “lettera di cambio”, by which a merchant lends a sum of money to another merchant, through a written act; the loan will be reimbursed later on and elsewhere: usually at the subsequent fair (LE GOFF 2003, page 69).
It is to the Genoese merchants’ credit that they invented "società anomima”; the Venetian financial operators too are credited as having invented the “lettera di credito”, in 1171: from then on the big capitals became mobilized quite easily.
Also the concept of bankruptcy, quoted for the first time in "Constitutum Pisanum" in 1171, was becoming clearer. It is the judicial procedure, with written official acts, by which a remedy is found for the nonpayment of debts of a merchant, causing deadweight losses to the unsatisfied creditors. In the middle Ages the event was public, since the very members of the corporation of the bankrupt merchant where the ones “a rompergli il banco” in the public square, whence the term “bankruptcy“. Further the bankrupt, as a punishment, had to “dare del culo” (vulgar terminology that, today, has a sexual implication), in the sense that he had to bump the bottom on the pavement until blood was spilled. Later he was forced to wear the green cap of bankrupts, whence the expression “essere al verde”. Naturally his name was displayed on “bulletta dei falliti”, whence the idiom: "sono in bolletta" (GIULIANI-BALESTRINO 2001, pages17 – 42)

The "speculative bubble"

The maritime trade between Venice and Egypt was already well established in the VIII century. With the rise of Ayubbid dynasty (1171-1250), it took a leap forward. The Venetians in Alexandria were enjoying particular commercial privileges and owned warehouses, shops and also a church. Unlike other Italian cities, Venice acted as a real state, with ambassadors, consuls, besides the individual merchant confraternities.
The Siena merchants, in the first decades of the XIII century, they had a charge from the Pope to do the bankers and the tax collectors in Rome, in London and in the French cities of the Champagne. (DOUGLAS 2010, pages 36-41 and 111).
In Siena, in the last decades of the XIII century, started the first difficulties of the mercantile economy, like the catastrophic bank disaster of the Buonsignori (1304). In the first years of the XIV century in Tuscany followed the collapse of other banks and financial companies, like the one of Ammannati in Pistoia and the Florentine Faffi - Ferracini and Mozzi (1301-1302), Nerli and Davanzi (1302), Abati-Baccherelli (1303), Ardinghelli (1307), Franzesi (1308) and Pulci - Rimbertini (1310). The indebted merchant on the verge of  bankruptcy, at that time, was causing retaliations among the cities of the unsatisfied creditors and his own, which was known as: the city of bankrupts. To discipline bankruptcies and economic retaliations, in Florence a special magistracy was created in 1308, called “Mercanzia“, to regulate international commerce, as well as the civic economy (ASTORRI 1998, pages 11-35, DOUGLAS 2010, page 124).
From the middle of the XIII century the oriental gold was sacked by Mongols in China and in India. Other gold was extracted from the mines of Sudan and Mali, in Africa, and sold to the Venetian merchants in exchange for European silver hugely overrated (speculative bubble). Silver came from Germany, Bohemia and Hungary, but was all sold to the Venetians who paid in gold. It was the Venetian finance that controlled the “speculative bubble” of the world finance, between 1275 and 1350. Venice blew such a "bubble" in the period following 1340 to strike the economy of rival states (WOOL 1985, DEAN 1990, pages 14, 30, 45 and 64).
The empire of the Mongols was the biggest in the entire history and the cruellest, managing to exterminate with wars and epidemics about 15 % of the world population in about one century. It destroyed all the great and thriving cities, from western China to Iraq, from the North of Russia to Hungary, including trading cities that were Venice’s competitors. The alliance with the Mongols, together with the monopoly of gold from Sudan and Mali, gave the Venetians the monopoly on the monetary circulation in the decades that preceded the financial disintegration of 1340.
The Mongols substituted the gold circulation in the conquered territories in China and in India with silver currency and paper money, mentioned by Odorico da Pordenone. The exchanges with the Venetians took place in Tabriz and Trabzon, Persian trade centers fallen under the Mongols and in the harbour cities of the Black Sea. Here gold was exchanged with silver from Europe. For Venice the slave trade was complementary to the monetary traffic.
There are slaves’ purchase contracts by the Venetian consul in Alexandria until 1415 and 1419. Written in Arabic and kept at the Archivio di Stato in Venice, they were shown in the exhibition “Venezia e l’Egitto”, Palazzo Ducale, October 1 2011 – January 22 2012 (DAL POZZOLO – DORIGO – PEDANI 2011).
The system of alliances set up by the Venetians included not only the Crusaders, the black Guelfo cities and the Angevins, but often also the Papal States, so that the Mongols, rulers of Persia, came to the point of proposing joined Crusades to European Popes and Kings. Thanks to the exclusive right of trading with the Mamluks of Egypt allowed by Pope John XXII, Venice established its monopoly on the exchange of overrated silver and slaves supplied by the Mongols for the gold from Sudan and Mali.

Famines, earthquakes and epidemics

At the beginning of the XIV century in Europe were recorded the first interruptions of the steady increase of crops as well as of population, while in China there was already a real devastation. Great famines are recorded in the years 1314-1317, then in the periods 1328-1329 and 1338-1339.
A deadly epidemic started to spread in 1340. It was not bubonic plague yet but it wiped out 10% of the inhabitants of Northern France and 15,000 of the almost 100,000 inhabitants of Florence. In 1347 the Black death, bubonic and pulmonary plague, coming from China, where it had already exterminated 10 million inhabitants, ravaged Europe.
Towards 1330 the great Tuscan banking companies were on the verge of bankruptcy. With the financial ruin of the great Florentine banking houses of Bardi and Peruzzi, in 1345, a real financial disintegration took place. Edward III, king of England turned against the financial system of the Florentine bankers, since they were getting control of his country and, starting from 1342, suspended their payments, causing the crisis (HUNT 1994).
Today, as in the 1300's, these bankruptcies are the consequence of speculative “financial bubbles” that grow paralyzing production and commerce, i.e. the real economy.
Besides the economic crisis, famines and plagues, on 25th January 1348 a tremendous earthquake struck Friuli. The seism damaged even Venice, Carinthia and Tirol (ELLERO 1997, page 580). There is a XIV century text by a plague survivor, quoted a researcher from Trentino, Alberto Folgheraiter. It is Giovanni da Parma, canon in the Cathedral of Trento. He reported, in Latin, the chronicle of the plague together with other news, on 20th July 1375, with an annotation dated 30th August 1377.  In his “Chronicle”, the canon from Trento also narrates of the 1348 earthquake, that caused the destruction of “de palagio di Messer lo Patriarca di Aquileja in Udine”. In an other memorial (“Malografia Tridentina”), written by the Franciscan friar Giangrisostomo Tovazzi, at the end of the 1700's, the long 1348 tremor which hit Friuli (“durò il tempo di un Miserere”) is mentioned. It “ridusse in polvere Villach, un città della Carinzia e quasi tutta la popolazione di codesta città cadde sotto le macerie e rimase uccisa”. The earthquake also hit Venice, Cividale and the nearby Lombardy (FOLGHERAITER 1996, pages 23-56).
It is estimated, in conclusion, that in the period between 1300 and 1450, as a result of the economic crisis, the natural cataclysms and the epidemics, the European population was reduced by 35-50%, while the world population lowered by 25%.

Acknowledgements
Special tanks to: Margherita Stecca (Chinese teacher), Giancarlo Martina (History teacher), Cinzia Fadini (Technical Services and Operational Practice teacher). English version by Sara Doretto, class 3^B Tourist course, 2011-2012, under the supervision of Stefania Nonino (ESL teacher). Friulian version by Claudio Corrado, Vanessa Peressutti e Dimitri Picco, class 4^ C Tourist course and Lisa Manzon, class 5^ C Tourits course 2011-2012, under the supervision of Elio Varutti (Economics and Friulian teacher).


Due banchieri fiorentini. I Bardi e i Peruzzi furono tra i maggiori operatori europei
Cambiavalute d’argento ed ebrei, Bibbia 1357 Francia, Londra, British Library

Lapide di ebrei presenti a Judendorf (in un ristorante), sobborgo di Villach (Austria), il 12 novembre 1265.
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Monedis e crisi finanziarie ai timps di Durì di Pordenon
   
di Elio Varutti

version furlane di Dimitri Picco, di Glemone e Claudio Corrado, di Visepente, classe 4^ C tur e di Lisa Manzon di Pantianins, Desireé Mariotti di Romans dal Lusinç e Serena Minutti di San Vît di Feagne, classe 5^ C tur. Istitût “B. Stringher” Udin, cul control di Elio Varutti


Lis monedis
Tra lis monedis nomenadis di Durì di Pordenon te sô “Relazione” si cjate il “grosso veneto”, clamât “grosso matapan”. Si trate di un toc di arint (Capi IX, XLII). Dopo si cjate il “fiorino”, monede di aur di Florence, fate tal 1252 (Capi LI, LVIII); chest toc al à stampât il zi florentin, da cui “fiorino”. Si cjate, par ultin, la “carta da bambaxis”, la cjarte monede cinese fabricade cuntune base di bombâs (Capi XLVIII, LXIII).
Intai prins agns dal Mil te penisule taliane a jerin lis primis ribelions cuintri dal Imperi. Tal 1027 Pavie e à sierât lis puartis al imperadôr, dopo di vê dât fûc al so palaç; a Ravene e a Rome a jerin stadis bataicis tra la popolazion e lis trupis imperiâls. Milan e jere in chel pont  di no cjapâle, parcè che il vescul dal puest al stave organizant il famôs “Carroccio”, simbul de lote dal comun, organizât te leghe, cuintri l’Imperi.
Conrâd II, c’al guviernave cuntune economie stabile e une monede sane (MONTANELLI 1965, pagjinis 24-69), ancjemò dal 1028 al consintì al patriarcje di Aquilee Popon il dirit di bati monede. Lis primis monedis patriarcjâls a jerin clamadis “frisacensis” dal non dal paîs austriac che par prin lis vevis produsudis. La cugnarie di Friesach, in Carinzie, e lavorave dal 1130 cun l’arint tirât fûr des minis di culì e di chês di Sankt Veit an der Glan, secont i studis di Riccardo Paolucci publicâts tal web.
In Friûl a ziravin tantis altris monedis, come i pfennig di Friesach e chei di Viene. A’nd jerin ancje di falsis, di plui une cugnarie di imbroions e je stade scuvierzude dai archeolics propri a For disore, in provincie di Udin, tal 2005, cun lingots, barutis e tondei. Lis monedis cjatadis a son stadis datadis tra il 1172 e il 1250 plui o mancul. La cugnarie clandestine e jere intun cjistiel, in localitât Saquidic, dongje di Ciele, frazion di For disore, in “Cuol di Cjastiel” (Cuel dal Cjistiel).
Une altre cugnarie cussì fate e je stade cjatade tal Cjastiel di Top, dongje di Travês, in provincie di Pordenon (DE BENVENUTI 1950, SACCOCCI 2010). Tal Patriarcjât di Aquilee a funzionavin probabilmentri altris cugnariis clandestinis, come par esempli a Triest e te istesse Aquilee. Tra lis altris monedis florentinis, in zîr ancje tal nord di Italie, o cjatin il “ferlin”, dal valôr di un cuart di denâr, mentri la “medaie”, dal valôr di mieç denâr, e jere une des monedis plui piçulis tal marcjât.


L’incressite demografiche e lis crosadis
La incressite de produzion agricule, graciis aes gnovis tecnichis di coltivazion, e à puartât tra l’an 1000 e il 1300 a un notevul disvilup de popolazion in Europe, ma ancjemò di plui in Cine.
Vie pal Rinassiment confucian dal gnûf de dinastie Sung la popolazion cinês e devente il dopli fin a tocjâ i 120 milions di abitants. La Cine e veve l’economie plui siore dal mont.
Cualchi prodots, come la sede e la porcelane a forin amirâts in Europe e in Orient Median, tant da ispirâ la produzion di porcelane turche dal secul XVI (SÜMERBANK 1981).
Intes regjons dal nord de France e de Italie la densitât demografiche si svicine ai nivei dal Sietcent european.
Lis crosadis a duravin dal 1099 al 1291. a àn vût un grant efiet strategjic: spandi e dâ plui fuarce ae presince comerciâl di Vignesie in Orient. Vignesie e jere la base pal traspuart navâl dai crosâts.
E dave a lôr credits e e esizeve in scambi “favôr” di nature strategjiche. Cu lis crosadis Vignesie e si à sigurât il control su Tiro, Sidon e Acri, in Tiere Sante. Dopo e à consolidât cence problemis il domini economic su Costantinopoli e su ducj i trafics dai Dardanei. Chestis citâts a jerin i prins pont di marcjât de coste des “viis de sede” che, traviers lis regjons dal Mâr Neri e dal Mâr Caspi, a rivavin in Cine e in Indie.
Intal periodi de dominazion mongule, che al va dal 1230 al 1370, chestis stradis a vignivin controladis e mantignudis da cavalarie mongule (GALLAGHER 1996).

I prestits in Friûl
Fin de Ete di Mieç, in Friûl, il flus continui di bens stabii, che a vignivin dai testaments, al è lât a insiorâ il patrimoni fondiari dai grups religjôs. Si ben che la Republiche di San Marc e à fat cualchi leç (1420-1797) cheste situazion si je mantignude cussì fin al timp di Napoleon. Par esempli lis “Regole sui Beni delle Pie Cause, delle Chiese e Fraterne” dal 1° di Març dal 1772, stampadis de Cancelarie di Belgrât (vuê Comun di Vildivar, provincie di Udin), da Beneto Ciuran, judiç delegât dal “Nobil Homo Sier Mario Savorgnan”, oltri a citâ altris leçs dal 1605, a metin il tas d’interès dal 4% sui fits perpetui, intant che il 5% al è il tas d’interès sui nivei, che a corispuindin ai prestits cu la ipoteche di cumò (Archivi di Stât di Udin, di cumò indevant ASUd, Archivi Savorgnan, buste 20.1). 
Cu lis compagniis privadis, alore, i grups religjôs (lis fradaiis), che a vevin tant bêçs contants pai fits e par lis messis, a lavoravin intal credit lant a dâ une rispueste ae domande di finanziaments di tancj grups sociâi (MONTE 2000, p. 253).
Inte prime metât dal Dusinte tal Friûl dal Patriarcjât e si distingueve par une cierte stabilitât economiche, cu l’incressite di gnûfs trafics comerciâi cu lis regjons talianis e chês dai paîs di lenghe todescje. A rivavin in Friûl marcjadants e banchîrs de Toscane, sore di dut di Siene e di Florence, dut un cun altris operadôrs ebreus, specializâts tal cambi di monedis e intai prestits, ancje parcè nol vignive permetût a lôr di fâ tantis altris professions (MENIS 1995, p. 165-166, MANIACCO 2007, p. 77).
Tancj pats, cui fits “ad longum tempus”, a forin stipulâts fra nobii. Al è il câs di un contrat di vendite dal 1° di Fevrâr dal 1220. Culì doi nobii fradis, Pandolfo ed Alberto di Toppo a vendin ai fradis Angelpretto, Bressa e Varnerio di Ruvigne un mont feudâl, che al stave di sot ancje dal Patriarcje di Aquilee. Chest mont, clamât “Cervia e Caval”, al jere dât in fit ai oms di Dimpeç in Cjargne (zone di monts di soreli a mont dal Friûl), che a scugnivin di paiâ ogni an 125 libris di formadi, un pâr di cjapons e un sparvâl (BARBACETTO 2000, p. 46 e 306).
Anin a viodi, cumò, lis istituzions ispiradis ae religjon, ancje cualchi ricercjadôr al scrîf che dome ogni tant i munistîr a fasevin di bancje e di preste bêçs (GELPI – JULIEN-LABRUYÈRE 1994, p. 65). Dai libris contabii de Glesie di Sante Marie de Cele di Cividât si capìs che, tal 1283, e veve bens fondiaris a Premariâs e a Firman (ASUd , Congregazioni Religiose Soppresse , buste 136). Intun contrat di nivel de Glesie di Sante Catine di Cividât, dai 27 di Dicembar dal 1290, a son nomenâts Bernardo de Carnoleto e Andrea Carnelo. Chescj cognons (di provignince de Cjargne) nus fasin capî trop che a jerin impuartants lis migrazions inte Ete Feudâl (ASUd, Monasteri Soppressi , b 93). La za citade Glesie di Sante Marie di Cividât e veve bens, tal 1294, a Cormons e a Borgnan (ASUd , Congregazioni Religiose Soppresse , b 151 bis). Tal 1297 a son segnâts bens pe istesse glesie a Çucule, Sanguarç e Ruvignans (b 138). Altris contrats di nivel a son citats, dal 1301, tai regjistris de Glesie di San Denêl di Merêt di Tombe (ASUd , Monasteri Soppressi , b 93). Cualchi scriture contabil dal Munistîr di Sant’Antoni di Glemone, dal 1341, nus dîs che “Carlo di Ragogna lasciò entrata al Monasterio per la valuta di L. (Libbre , lire) 19 in circa , con obbligo d’una Messa quotidiana ed un Anniversario annuale”. Pes Messis cjantadis i munics a vevin i paiaments in nature, cun forment, vin, “un molino” e tancj tocs di tiere par dutis lis bandis dal Friûl, fin a Tisane (ASUd , Monasteri Soppressi , b 19). Lis speziis, citadis di Durì di Pordenon, che tal so viaç par Pechin al si è fermât tal 1324 ancje tes Filipinis, a jerin cussì preziosis in Ocident, da jessi dopradis tant che monede in cierts ats. Une invistidure feudâl dal 1346, fate dal Patriarcje di Aquilee a "Federico Savorgnan di Colle" dongje di Udin, e à chest valôr comerciâl “per l’annuo livello di libre due pevere [pevar] et una gallina” (ASUd , Archivio Savorgnan, b 71).

Faliment e usure
Il disvilup dai prestits, che a butin sù il tas di interès, al à puartât a sclarîsi sul fenomen de usure. Cui che al tire bêçs su lis operazions no riferidis ae produzion o ae trasformazion materiâl dai bens materiâi al ven declarât usurâr (LE GOFF 2010, p. 12). Il prestadôr cuntun alt tas di interès è clamât preste bêçs usurâr. La Glesie di Rome e à condanât la usure di pôc che al jere passât l’an Mil. Par discancelâ il pecjât di usure il prestadôr al podeve donâ ce che al veve robât a lis istituzions dai religjôs. Lu scrîf intune sô laude Jacopon di Todi (1230-1306), nodâr plen di bêçs e po dopo frari francescan. In cheste istesse opare (laude 42, riis 2-28) e je la descrizions de marcjadantaris, tant che il vin, i pans di lane e di lin. A son nomenadis i vuadagns, il meti dongje i bêçs, par insiorâ la tiere, il vignâl e la proprietât. Il verp vuadagnâ nuie mancul doprât intun titul (laude 75). In altris bandis al ven nomenât il capitâl, anzit il “patremono” (laude 59, 4). In une liriche dopo al è scrit di un che “tollea l’usura” (laude 63, 46), o vêr che al prestave i denârs, che al jere usurâr. E si cjate parfin la usure dentri dai pats agraris (laude 58, 108). La ricjece e je metude dongje ae bielece, dopo a si cjatin altris peraulis come “lo mio guadagnato”, il stereotip dal ebreu tire bêçs e il “taoliere”, o vêr la taule par zuiâ (laude 57, 12-140). Curiôs al somee il fat che il lessic juridic dal timp al sedi dentri di une poesie di caratar religjôs di Jacopon. Cul tiermin di “strumento”, di fat, e si intint un at notarîl, e pûr la peraule e je dentri di un contest de salvece umane o in chel de invocazion ae Madone (laudis 3, 64; 13; 13).
Di chest moment indevant inte storie si viôt un colegament tra l’operadôr finanziari e il grant artist, che al à lis comissions di lavôr pe discolpe di chei che a son plen di bêçs. Denâr e bielece a scomencin a lâ insiemi.
Dome daspò de Rivoluzion francês o varin un ricognossiment juridic dal credit. Cul Codiç civîl francês dal 1804 e ven fissade la libertât di fâ cumierç, come ancje chê di prestâ bêçs e la Glesie e si ferme ae condane di cui che al tire sù masse il tas dal interès. Si cjate parfin cui che al esalte l’usure, tal sisteme filosofic gjenerâl di libertât economiche e di utilitarisim morâl dai prins agns dal Votcent (BENTHAM 1840). Dome ae fin dal Votcent e tai prins agns dal Nûfcent il cancan de usure al fo sbassât cu le incressite des istituzions bancjariis e cu la nassite des Cjassis rurâls dentri dal moviment cooperatîf (MARTINA – VARUTTI 1996, PECORARI 2011).
La Capele dai Scrovegni di Padue, un dai plui impuartants monuments de piture taliane, e fo frescjade tal 1305 di Giotto, che al fo paiât dal zovin Scrovegni, pe discolpe de usure continuade dal pari che al faseve presits fûr dal normâl. Bisugne dî che, in chel timp, no si cjatave un confin clâr tra il lavôr di marcjadant, chel di banchîr e di scambie bêçs. Il marcjadant propri cui contants metûts te borse des operazions di cumierç al pues scomençâ l’ativitât di prestadôr di denâr cul interès, par vie che al à tante licuiditât te borse di corean. Il marcjadant banchîr al è une figure tipiche de Ete di Mieç. Si pues fevelâ de nassite de “lettera di cambio”, cun la cuâl un marcjadant al preste un tant di denâr a un altri marcjadant, midiant un at scrit; il prestit al tornarà indaûr plui tart e di une altre bande: par solit ae fiere di dopo (LE GOFF 2003, p. 69).
Al è dut merit dai marcjadants di Gjenue di vê inventât la “societât anonime”, come che al è tocjât ai operadôrs finanziaris venezians l’invenzion de “letare di credit”, viodude tal 1171: di chel  moment i grues capitâi a si puedin moviju con une cierte facilitât. Al è lât a sclarîsi ancje il concet di faliment, citât pe prime volte tal “Constitutum Pisanum” dal 1171. E je la procedure judiziarie, cun ats uficiâi scrits, cun la cuâl si met rimedi ae mancjance dal paiament dai debits di un marcjadant, causant pierditis secjis ai creditôrs malcontents. Inte Ete di Mieç l’event al jere public, stant che a jerin i istès confradis de corporazion dal marcjadant falît a “rompii il banc” te place publiche, da cui il tiermin di “bancjerote”. Si à di pensâ che il falît, par punizion, al scugnive “dare del culo” (terminologjie volgâr che, vuê, e à une implicazion sessuâl), tal sens che al scugnive bati il font de schene sul pedrât fin a cuant non saltave fûr il sanc. Dopo al jere costret a puartâ la barete vert dai falîts, da cui l’espression di “jessi al vert”. Naturalmentri il so non al vignive scrit su le “bulletta dei falliti”, da cui il mût di dî: “O soi in bolete” (GIULIANI-BALESTRINO 2001, pp. 17-42).

La “bole speculative”
I trafics di mâr tra Vignesie e l’Egjit a jerin aromai disvilupâts dal secul VIII. E fo cun le dinastie ayubbide (1171-1250) che a àn fat un salt di cualitât. I venezians a Alessandrie a vevin dai privileçs particolârs pal cumierç e a vevin magazens, buteghis, dipuesits e ancje une glesie. Dut diferent des altris citâts talianis, Vignesie e si moveve tant che un vêr e propri stât, cui ambassadôrs, consui, oltri aes compagniis di marcjadants.
A Siene, intai ultins agns dal Dusinte a tacarin a vêsi lis primis dificoltâts de economie di marcjât, come il catastrofic disastri bancjari dai Buonsignori. Intai prins agns dal Tresinte in Toscane e vignì la sdrumade di altris bancjis e compagniis finanziaris, come chês dai Ammannati di Pistoie e dai florentins Faffi-Ferracini e Mozzi (1301-1302), Nerli e Davanzi (1302), Abati-Baccherelli (1303), Ardinghelli (1307), Franzesi (1308) e Pulci-Rimbertini (1310).
Il marcjadant plens di debits e dongje dal faliment, in chel timp, al provocave un svindic tra lis citâts dai creditôrs insodisfats e la sô, che e si faseve cognossi tant che: citât dai falîts. Sul teme dai faliments e dai svindics economics a Florence e je nassude une magjistrature tal 1308, clamade “Mercanzia”, par regolâ il cumierç internazionâl, oltri che l’economie urbane (ASTORRI 1998, p. 11-35).
Da la metât dal Dusinte l’aur orientâl al vignive botinât dai Mongui in Cine e in Indie. Altri aur al vignive gjavât fûr  tes minis dal Sudan e dal Mali, in Afriche, e vendût ai marcjadants venezians in cambi dal arint european valutât une vore di plui di chel che al valeve (bole speculative). L’arint al vignive de Gjermanie, de Boemie e de Ongjarie, ma al vignive dât dut ai venezians che a paiavin cun l'aur. E fo la finance di Vignesie a controlâ la “bole speculative” de finance mondiâl, tra il 1275 e il 1350. Vignesie e à fat sclopâ cheste “bole” tal periodi dopo dal 1340 par trai l’economie dai stâts de concorence. (LANE 1985, DEAN 1990, pp. 14, 30, 45 e 64).
L’imperi dai mongui al è stât il plui grant de storie e il plui crudêl, rivant a copâ cun lis vueris e lis malatiis plui o mancul il 15% de popolazion mondiâl tal zîr di un secul. Al à distruzût dutis lis grandis citâts, de Cine ocidentâl fintremai al Irak, tal Nord de Russie ae Ongjarie, comprendudis lis citâts di cumierç che a fasevin concorence a VIgnesie. L’aleance cui mongui, insiemi al monopoli dal aur dal Sudan e dal Mali, e à dât ai venezians il monopoli su la circolazion monetarie intai agns prime de disintegrazion finanziarie dal 1340.
I Mongui a sostituissin la circolazion di aur intai teritoris concuistâts in Cine e in Indie con monedis di arint e cjarte monede, nomenadis di Durì di Pordenon. I scambis cui venezians a vignivin a Tabriz e Trebisonde, citâts di cumierçs persianis ladis sot dai mongui e intes citâts cul puart dal Mâr Neri.
Culì l’aur al vignive scambiât cun l’arint che al rivave de Europe. Par Vignesie la trate dai sclâfs e jere complementâr al trafic monetari.
A son dai contrats di compare di sclâfs bande dal consul venezian di Alessandrie dal 1415 e 1419. Scrits in arap e custodidis tal Archivi di Stât di Vignesie, a jerin te mostre “Venezia e l’Egitto”, Palaç Ducâl, 1° di Otubar 2011 – 22 di Zenâr dal 2012 (DAL POZZOLO – DORIGO – PEDANI 2011).
Il sisteme di aleancis metût adun dai venezians al comprendeve no dome i crosâts, lis citâts vuelfis neris e i seguaçs di Angiò, ma dispès ancje il papât, tant che i Mongui, siôrs de Persie, a rivavin a fâ propuestis ai rês e ai papis europeanis par fâ lis crosadis insiemi.
 Graciis al dirit esclusîf di comerciâ cui Mamalucs d’Egjit concedût dal Pape Giovanni XXII, Vignesie e à stabilît il sô monopoli sul scambi di arint valutât masse e di sclâfs furnîts dai mongui in scambi dal aur dal Sudan e dal Mali.

Cjaristiis, taramots e epidemiis
Intai prins agns dal Tresinte a si viodin in Europe lis primis coladis de continue incressite dai racuei e de popolazion, intant che in Cine e jere za un fisc grandonon. Gruessis cjaristiis a si regjistrin intai agns 1314-1317, dopo tal periodi 1328-1329 e tal 1338-1339.
Une epidemie di muart e tache a sparniçâsi tal 1340. No jere ancjemò la pest, ma e fâs murî il 10% dai abitants de France dal Nord e 15 mil dai scuasit 100 mil abitants di Florence. Tal 1347 si à in Europe la Muart Nere, la pest e polmonâr, che e rivave de Cine dulà che e veve za copât 10 milions di abitants.
Intal 1330 lis grandis compagniis des bancjis toscanis a jerin sul risi de bancjerote. Cul faliment des grandis cjasis bancjariis florentinis dai Bardi e Peruzzi, capitâts tal 1345, al è sucedût un savoltament de finance. Eduard III re de Anglie al si refude di stâ daûr al sisteme finanziari dai banchîrs florentins, parcè che a jerin daûr a cjapâ dentri il control dal paîs e, tacant dal 1342, nol paie plui ce che al doveve, pupilant la crisi (HUNT 1994).
Vuê, come tal Tresinte, chestis bancjerotis a son la conseguence des “bolis finanziariis” speculativis che a cressin taponant produzion e cumierç, staie a dî la economie reâl.
Oltri ae crisi economiche, a lis cjaristiis e aes gjandussis, ai 25 di Zenâr dal 1348, al tocje al Friûl un taramot teribil. Il sisme al fasè dams parfin a Vignesie, in Carinzie e in Tirol (ELLERO 1997, p. 580). Al esist il test dal Tresinte di un cronist particolâr saltât fûr de gjandusse, ripuartât di un ricercjadôr trentin, Alberto Folgheraiter. Si trate di Zuan di Parme, canonic de Catedrâl di Trent. Lui al scrivè, par latin, il diari de pest, cun altris gnovis, ai 20 di Lui dal 1375, cuntune zonte dai 30 di Avost dal 1377. Inte sô “Cronaca” il canonic di Trent al conte ancje dal taramot dal 1348, che al sdrumà il “palagio di Messer lo Patriarca di Aquileja in Udine”. In un altri memoriâl (“Malographia Tridentina”), scrit dal frari Giangrisostomo Tovazzi, ae fin dal Sietcent, e ven memoreade la lungje sgorlade sismiche dal 1348 che e à cjapât dentri il Friûl (“durò il tempo di un Miserere”). Cheste sgorlade “ridusse in polvere Villach, una città della Carinzia, e quasi tutta la popolazione di codesta città cadde sotto le macerie e rimase uccisa”. Il taramot al rivà ancje a Vignesie, Cividât e in Lombardie (FOLGHERAITER 1996, pp. 23-56).
Si fâs calcul, par sierâ, che tal periodi 1300-1450, daûr de crisi economiche, dai cataclismis de nature e des epidemiis, la popolazion europeane si scurtà dal 35-50%, tant che intal mont e si sbassà dal 25%.

Marinus van Reymerswaele (Reymerswaele 1490 circa-Middelburg, documentato fino al 1567), Il cambiavalute e sua moglie, 1540; olio su tavola; cm 84 x 114. Firenze, Museo Nazionale del Bargello


La Cappella degli Scrovegni a Padova, uno dei massimi monumenti della pittura italiana, fu affrescata nel 1305 da Giotto, che fu pagato dal giovane Scrovegni, per espiare l’usura continuata dal padre strozzino

Da Marinus van Reymerswaele (Reymerswaele 1490 circa-Middelburg, documentato fino al 1567),
Gli usurai, 1540 circa; olio su tavola; cm 100 x 76. Firenze, Museo Stibbert, inv. 4080.
 

BIBLIOGRAPHY

Original documents
- ARCHIVIO DI STATO DI UDINE (ASUd), Archivio Savorgnan, envelope 71 (This document was at the exposition “I documenti dei Patriarchi” 16 settembre – 31 ottobre 2011, ASUd).
- ARCHIVIO DI STATO DI UDINE (ASUd), Congregazioni Religiose Soppresse, envelopes 136, 138 and 151 bis.
- ARCHIVIO DI STATO DI UDINE (ASUd), Monasteri Soppressi, envelopes 19, 93.

Books and reviews
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- Jérémie BENTHAM, Défense de l’usure, in Oeuvres de Jérémie Bentham juriconsulte anglais,  tome troisiéme, Bruxelles, Société Belge de Libraire, 1840.
- Stefano DAMIANI, Lo spirito di Odorico vive, “La Vita Cattolica”, XC, n. 2, 12 gennaio 2012.
- Giovanni DA PARMA, Pestilenze nel Trentino, Cronaca di Giovanni da Parma, canonico di Trento, in “Calendario trentino per l’anno 1854”, cur Tommaso Gar, Trento, Monauni, 1853.
- Jacopone DA TODI, Laude, cur Matteo Leonardi, Firenze, Olschki, 2010.
- Enrico Maria DAL POZZOLO – Rossella DORIGO – Maria Pia PEDANI, Venezia e l’Egitto (catalog, Venezia, Palazzo Ducale, 1 ottobre 2011 – 22 gennaio 2012), Milano, Skira, 2011.
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Sitology
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Lettera di cambio di Diamante e Altobianco degli Alberti a Francesco di Marco Datini e Luca del Sera, Bruges-Barcellona, 2 settembre 1398; foglio cartaceo; mm 73 x 224. Prato, Archivio di Stato, b. 1145/1403803.