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domenica 19 gennaio 2020

Giorno della Memoria a Udine sud, 23.1.2020, all'Oratorio Zanin in via Montebello

Nel 2016 era un desiderio di don Paolo Scapin, allora parroco di S. Pio X, quello di scoprire qualcosa sugli ebrei a Udine sud. Così è sorto un gruppo di studio su brani di storia sconosciuti, con l’aiuto del maestro Alfredo Orzan, il cantore di Baldasseria. Dici Auschwitz e pensi alla Shoah, ai Campi di sterminio nazisti. Non immagineresti mai che gli ebrei prigionieri nei vagoni piombati passavano sotto casa tua, vicino agli orti (les cumieres) di Baldasseria. Così è stato in Via Monfalcone e nello scalo di Via Buttrio. La cifra complessiva degli internati va oltre le 1.200 persone. Pochi i sopravvissuti.
Giorgio Celiberti, Terezin nel cuore, 1996, tavola, cm 100 x 141,5

Giovedì 23 gennaio 2020 alle ore 20,30 si tiene il Giorno della Memoria a Udine sud presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala. Purtroppo il Depliant del Comune di Udine contiene un errore di stampa; il luogo della serata è segnato in via Mistruzzi, ma invece l'evento si terrà presso l’Oratorio “Mons. E. Zanin”, in Via Montebello 3, angolo Via Marsala.
L’incontro si aprirà con il saluto di don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X. Seguirà l’intervento di Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine e il saluto di Marco Balestra, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.
Il primo relatore della serata è il dott. Giorgio Linda, presidente dell’Associazione Italia-Israele, di Udine, che tratterà il tema: “Shoah, verità e luoghi comuni”. Poi ci sarà la relazione della dott.ssa Tiziana Menotti, studiosa di slavistica, su: “Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti”. Il professor Elio Varutti parlerà, infine, su “Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova”.
L’incontro pubblico, nel quadro delle attività del Comune di Udine, è organizzato dal Gruppo culturale parrocchiale di S. Pio X, con la collaborazione di: ANED di Udine, Parrocchia del Cristo e Alpini di Udine Sud. 
Si ringrazia per la copertina del biglietto di sala il pittore Giorgio Celiberti, che ha messo a disposizione dell’evento la sua tavola, del 1966, intitolata Terezin nel cuore. 

Ecco le tracce degli interventi dei relatori
Gli antidoti contro l’odio. “Se la cultura dell’incontro e della riconciliazione genera vita e produce speranza, la non-cultura dell’odio semina morte e miete disperazione… Non ci sono parole e pensieri adeguati di fronte a simili orrori della crudeltà e del peccato; c’è la preghiera, perché Dio abbia pietà e perché tali tragedie non si ripetano”. Con queste parole, papa Francesco fa eco ad un famoso intervento di uno dei suoi suo predecessori, San Giovanni Paolo II papa. Egli disse con forza e profondo dolore in occasione di una delle giornate della Memoria della Shoah: “dobbiamo abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile”. Così si auspica “un futuro di autentico rispetto per la vita e per la dignità di ogni popolo e di ogni essere umano”.
Anche la nostra comunità cristiana, in occasione della Giornata della Memoria 2020, offre un’importante opportunità, con una serata di riflessione sul dramma dell’Olocausto, per fare propria la necessità di continuare a coltivare la giustizia, la concordia e la pace fra i popoli e le religioni, promuovendo la cultura e favorendo la libertà di culto, proteggendo i credenti e le religioni da ogni manifestazione di violenza e strumentalizzazione. Questi, afferma ancora papa Francesco (e noi con lui) “sono i migliori antidoti contro l’insorgere dell’odio”.
Don Maurizio Michelutti, parroco di S. Pio X e del Cristo
Via S. Martino, 28 – Pietra d’inciampo per ricordare Leone Jona, detto "Nello", installata il 19.1.2020 per il Giorno della Memoria

La SHOAH: verità e luoghi comuni. Anche il Giorno della Memoria, come tutte le commemorazioni e ricorrenze, corre il rischio della ripetitività e della strumentalizzazione, ma in particolare corre il rischio della banalizzazione e distorsione ad opera di luoghi comuni. Ecco allora che la Shoah diventa un terribile momento storico in cui un gruppo di malvagi, detti Nazisti, per pura cattiveria si accanirono  contro certi altri uomini, che si definivano Ebrei. Dapprima li perseguitarono, in seguito diedero loro la caccia, li catturarono e  li imprigionarono in luoghi chiamati Lager, dove li sterminarono a milioni in speciali camere a gas. Ma, come in ogni western che si rispetti, alla fine arrivarono i buoni, ovvero gli Alleati, che sconfissero i Nazisti cattivi, li processarono e li punirono. Certo, ci furono quelle cataste di cadaveri con cui ogni anno la televisione ci rovina la cena, ma… alla fine è tutto bene quello che finisce bene. Questa vulgata, che ho volutamente riassunto in forma  paradossale e provocatoria, “dimentica” (o forse, freudianamente, “rimuove”) parecchi aspetti della Shoah che vengono invece discussi e documentati nella relazione di oggi. 
Giorgio Linda, Associazione Italia-Israele, Udine

Terezín, il ghetto dei bambini e degli artisti
La storia di Terezin inizia nel 1780, quando l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo decise di costruire una fortezza militare per proteggere Praga e la Boemia dalle incursioni prussiane. La chiamò Theresienstadt, Terezín in ceco, in onore della madre Maria Teresa.
La città è costituita ancora oggi da due siti, la Grande fortezza, circondata da bastioni, e la Piccola fortezza, che in genere veniva usata come prigione. Nel novembre 1941 i nazisti la trasformarono in un ghetto per ebrei che qui venivano raccolti, smistati e poi inviati ad Auschwitz. A Terezín, nota come “la città che Hitler donò agli ebrei”, tra il 1940 e il 1945 furono rinchiuse più di 200 mila persone provenienti da vari Paesi, tra cui numerosi artisti. Essi ebbero un ruolo di primaria importanza all’interno del ghetto perché riuscirono a creare una vita culturale di alto livello e a rendere l’esistenza degli internati un po’ più sopportabile. Tra i prigionieri vi furono anche numerosi bambini, deportati assieme alle loro famiglie e, spesso, alle loro maestre e ospitati nelle ex caserme della città trasformate in Jugendheim, case per bambini. Molti di loro trovarono la morte nelle camere a gas di Auschwitz.
Tiziana Menotti, Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Ebrei di Abbazia salvati a Palmanova 1943-1945. Poco noto e misterioso è il salvataggio dalla persecuzione nazista di tre ebrei a Palmanova. È accaduto alla famiglia Parisotto, come ha raccontato Luigi Parisotto. Dal 1932 Giuseppe Parisotto, padre di Luigi, gestiva una cartoleria. “Negli anni ’40 i miei genitori a Palmanova – ha detto Parisotto – nascosero tre ebrei di Abbazia, dove gestivano un albergo”. Si tratta dei signori Willy Rudovitz, della signora Rudovitz e del figlio quarantenne di nome, pure lui, Willy Rudovitz, ospitati in casa Parisotto, dal mese di novembre 1943, fino al 1945. Fa da tramite il signor Berin, fattore degli Hausbrandt, proprietari terrieri a Chiopris Viscone. La signora Maria Osso Parisotto, madre del testimone, cucina anche per i Rudovitz, che mangiano in momenti distinti dalla famiglia ospitante. In particolare, la signora Rudovitz si muove in casa, anche per i pasti, con una “valigetta che posava sempre ai propri piedi”. Conteneva soldi, oggetti preziosi? Poi ci sono dei contatti col tenente tedesco Stolvitz… Il testimone riferisce, comunque, che la famiglia Rudovitz lascia indenne casa Parisotto alla fine di maggio del 1945.
Elio Varutti Circolo culturale della Parrocchia di S. Pio X

Udine, via S. Martino, 28 - Il professor Giampaolo Borghello ricorda lo zio Leone Jona, detto "Nello". 19.1.2020 per il Giorno della Memoria, accanto a Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine
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Rassegna stampa
- Da "Il Friuli" nel web: "Gli ebrei a Udine sud".
- Dal sito di Turismofvg: "Giorno della memoria 2020 - Parliamo di deportazioni e campi di concentramento".
- Dal sito friulionline: "Incontro a Udine per la Giornata della Memoria".
- Dal "Messaggero Veneto" del 18 gennaio 2020.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Elio Varutti, Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di E. Varutti. 

sabato 8 settembre 2018

Sette mosaiciste di fama internazionale. Mostra in Baldasseria, Udine, 2018


Partono quasi in sordina certe rassegne darte. È il caso della mostra intitolata Opere del Simposio di mosaico città di Udine 2017 svoltasi per un solo giorno nella chiesa di Santa Maria degli Angeli di Baldasseria, suburbio a sud di Udine. Nella giornata di sabato 8 settembre 2018 si sono potuti rivedere sette splendidi mosaici di altrettante artiste straniere talentuose, per l’organizzazione dellAssociazione Insieme con Noi, di Udine.
Udine, Chiesa di Baldasseria, Opere del Simposio di mosaico città di Udine 2017. Fotografia di Leoleo Lulu

La finalità dell’evento, è stato detto nel 2017, era di realizzare delle opere sul tema della Via Crucis per la chiesetta sita in Via Baldasseria Media, nella parrocchia di San Pio X. La grande esperienza artistica e spirituale si era svolta nel laboratorio musivo del maestro Giulio Menossi, in Via Zoletti, a Udine, che ha contattato le artiste straniere.
Varcato luscio della ottocentesca chiesetta, si vede la prima opera in esposizione; è di unartista turca. Ha impostato un gioco geometrico con rombi, triangoli e perimetri ogivali a colori blu, rosso, bianco e sfumature varie, con una prorompente tridimensionalità. Tutto ripetuto due volte. La stazione della Via Crucis da lei sviluppata riguarda il fatto che “Gesù cade per la seconda volta”, che è proprio il titolo del suo lavoro.
Bahriye Güler, “Gesù cade per la seconda volta”, Istanbul (Turchia). Fotografia di E. Varutti


La mosaicista di Istanbul (Turchia) è Bahriye Güler. Come capita a diversi mosaicisti d’oggi, impegnati in senso estetico, l’artista utilizza pezzi di varia natura e anche riciclati, oltre alle classiche paste vitree. Vuole rappresentare la caduta di Cristo con la croce non solo una volta, ma due, poi c’è il coraggio di rialzarsi, nonostante i peccati dell’umanità. È la settima stazione. “Non importa quanto ti senti umiliato – sostiene Bahriye Güler, proponendo un messaggio di grande umanità – puoi sempre alzarti e aiutare gli altri a sollevarsi”.
Kelley Knickerbocker “Rivelato / Revealed”, Seattle, USA. Tema della sesta stazione: Veronica asciuga il volto di Gesù”. Fotografia di E. Varutti

A seguire, si può ammirare l’opera di un’americana di Seattle. Il titolo è conciso, ma assai significativo e pregnante “Rivelato / Revealed”. Si passa al tema della sesta stazione, che è: “Veronica asciuga il volto di Gesù”. La propone in mostra Kelley Knickerbocker, degli Stati Uniti d’America. Nelle sue opere predilige i colori bianco, nero e varie sfumature di grigio. L’artista vuole attirare l’attenzione del visitatore alla sua composizione e la sua struttura a tasselli irregolari. L’artista ha grattato via “la superficie lucida del granito e della ceramica – ha sostenuto – nella parte centrale della croce per rivelarne la ruvida bellezza che vi si nasconde”.
Liliana Waisman, Argentina, Gesù è aiutato dal Simone di Cirene (Cireneo) a portare la Croce”. Fotografia di E. Varutti

Si passa alla opera successiva che è di una mosaicista di Buenos Aires. È Liliana Waisman, dell’Argentina, che ha prodotto un mosaico leggerissimo, operando con una serie di resine autoprodotte e oro, scegliendo e mescolando le tonalità del colore. Al centro della composizione musiva spicca una croce. La Waisman, che è pure architetto, sostiene che il suo sia “mosaico espacial”, perché in effetti le parti dell’opera si lanciano nello spazio, nell’aria e nel vuoto. “Gesù è aiutato dal Simone di Cirene (Cireneo) a portare la Croce” è il soggetto della quinta stazione della Via Crucis. “Ho volutamente scelto una forma molto complessa – ha scritto la Waisman – una struttura tridimensionale per dare il senso del movimento e di avvicinamento alla croce”.
Marwa Qendeel, Il Cairo, Egitto, Gesù incontra sua Madre”. Fotografia di E. Varutti

L’arte musiva ha coinvolto poi un’egiziana, de Il Cairo. Si tratta di una mosaicista raffigurativa. È Marwa Qendeel, che ha costruito con le sue tessere vitree due volti, uno dei quali è il Cristo, seppur raffigurato per tre quarti. “Gesù incontra sua Madre” è proprio il titolo della quarta stazione e della medesima opera, che fa capolino da un sacco di juta, per ricordare i materiali poveri.
Erin Pankratz, Edmonton, Canada, Gesù cade per la prima volta / Jesus falls the first time. Fotografia di E. Varutti

La terza stazione si intitola: “Gesù cade per la prima volta / Jesus falls the first time”. Questo tema è stato affrontato da un’artista del Canada. C’è un’informale esplosione di colori nella sua opera. Si chiama Erin Pankratz ed è di Edmonton. Cura soprattutto il “tema dell’avversità”, utilizzando la tecnica della malta colorata, smalti, porcellana non smaltata, pietre, marmo, granito, smalti dorati ed eco smalto, secondo un refrain di reminiscenza aquileiese, mi sia consentito di osservare.
Isidora Paz Lopez, Santiago del Cile, Sanguina ancora / Still Bleeding. Fotografia di E. Varutti

Poi ci si imbatte in un lavoro di un’artista di Santiago del Cile. Isidora Paz Lopez è il suo nome ed il titolo del suo apprezzabile lavoro è “Sanguina ancora / Still Bleeding”. Mette in mostra una pergamena, con tanto di mappa dove Gerusalemme spicca in modo chiaro. Viene così rappresentata la seconda tappa della Via Crucis con “Gesù caricato della Croce”, con la tecnica della ceramica Raku, smalti marmo e molte pietre. Queste stupenda scalpellina, mi permetto di chiamarla in questo modo, ha tratto ispirazione “da un’antica mappa di Gerusalemme che indicava la Via Dolorosa”. Ecco spiegato il motivo per cui spicca nell’opera uno squarcio rosso con un groviglio di spine. È la ferita nell’atroce crocifissione di Gesù “una ferita – ha sostenuto  la Lopez – che anche dopo duemila anni continua a sanguinare”.
Anabella Wewer, da Caracas, Venezuela, Conseguenze / Consequences. Fotografia di E. Varutti

Si passa così a vedere la prima stazione della straordinaria Via Crucis di Baldasseria. Apprezziamo nel lavoro di Anabella Wewer, da Caracas, Venezuela, le tessere musive dai colori a pastello, che fanno fuggire l’osservatore dalla realtà per la sofisticata scelta degli accostamenti. La sua opera si intitola “Conseguenze / Consequences”. Il tema da lei sviluppato è quello di “Gesù è condannato a morte”. Ci sono vari materiali, pigmenti smalti e marmo. “Nell’opera ho inserito – ha affermato la Wewer – tre tessere dorate dove io immagino dovesse essere il cuore di Cristo, per onorare la tradizione italiana di usare oro per valorizzare un mosaico, inconsciamente ho così rappresentato la Trinità”.
Ore 14,30 - Le artiste americane in visita con Giulio Menossi, primo a sinistra. Fotografia dell'Associazione Insieme con Noi di Udine, che si ringrazia per la pubblicazione

Si ricorda, infine, che all’interno del progetto artistico coordinato dall’Associazione Insieme con Noi c’è stato il coinvolgimento di 22 soggetti disabili del Centro Servizi Riabilitativi Educativi (CSRE) di Via Laipacco, 253  con la sezione di lavoro intitolata “Il mosaico: veicolo di incontro e di integrazione sociale”.
Pubblico alla mostra verso le ore 10. Fotografia di E. Varutti

Come mai anche questo aspetto? “Abbiamo proposto alle persone svantaggiate – aveva detto nel 2017 il maestro Giulio Menossi, direttore artistico del simposio – di costruire un mosaico sulla falsariga del Gallo e della tartaruga di Aquileia e c’è stata molta partecipazione e pure questo piccolo esperimento di laboratorio viene mostrato alla popolazione all’interno del simposio”.

Sitologia
Elio Varutti, Alta creatività nel Simposio musivo di Udine, on-line dal 9 ottobre 2017.
La Chiesa di Baldasseria a Udine. Fotografia di Leoleo Lulu

Nella stessa giornata di visita di questa Temporary exibition, sono passati alcuni artisti niente meno che dagli Stati Uniti dAmerica. Non erano tre o quattro visitatori, perché sono arrivati addirittura in pullman, con il maestro Giulio Menossi che faceva da dotto accompagnatore. Complimenti agli organizzatori che hanno saputo coinvolgere anche gli artisti degli USA.
Udine, 8 settembre 2018. Chiesa di Baldasseria. Il gruppo di 22 artisti visitatori dagli USA, con Germano Vidussi, presidente dell'Associazione Insieme con Noi, primo a destra e il maestro Giulio Menossi, al centro con camicia, barba e scarpe chiare. Fotografia dell'Associazione Insieme con Noi, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione. C'è anche un video di tale visita, diffuso in Facebook, clicca qui per vederlo.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione. Altre fotografie di E. Varutti e anche dell'Associazione Insieme con Noi di Udine. 

Fotografia di E. Varutti

Le firme, i saluti e i complimenti sul libro dei ricordi della mostra di Mosaici in Baldasseria 2018. Fotografia dell'Associazione Insieme con Noi, di Udine che si ringrazia per la diffusione.



domenica 6 maggio 2018

Apre la mostra di fotografie su Baldasseria 1946-1970 a Udine


È stato Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ad inaugurare la mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Così il 4 maggio 2018 ha aperto i battenti la originale rassegna per l’organizzazione del Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della Parrocchia di S. Pio X, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Udine.
L’esposizione di oltre 200 immagini è aperta fino al 15 giugno 2018 presso i locali di Via Pradamano al civico numero 21, nel corridoio della biblioteca di circoscrizione. L’orario di visita è fissato per i lunedì e venerdì dalle ore 9 alle 12, oltre ai pomeriggi dei lunedì, martedì e giovedì, dalle ore 15 alle 18.
Udine - Federico Pirone, in piedi, Giorgio Ganis e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Foto di Leoleo Lulu

Hanno aiutato, per il buon esito dell’iniziativa, anche componenti dell’Associazione Insieme con Noi. È stato ringraziato anche Antonino Pascolo, capo gruppo degli Alpini di Udine sud, per l’apporto fornito.
Il saluto iniziale è stato portato dall’architetto Giorgio Ganis, per il Gruppo “A. Orzan”, che ha ricordato come è nata l’idea di allestire una mostra fotografica, con le immagini della gente della parrocchia. Raccolte nei mesi precedenti le oltre 500 istantanee familiari, sono poi state selezionate, raggruppate per argomenti e inserite nella rassegna. Qualche difficoltà è sorta riguardo alla data di certe immagini o al luogo dello scatto fotografico. Purtroppo molte foto sono senza alcuna indicazione, altre invece sono dotate sul retro di un’adeguata didascalia. Gli album fotografici sono stati consegnati dai parrocchiani coinvolti sia in canonica, che presso l’osteria “Fusâr” di Via Pradamano. Dopo la scannerizzazione al computer tutti gli originali sono stati restituiti ai proprietari.
È stato menzionato Guglielmo Cocco, delegato pastorale di S. Pio X, già impegnato altrove, che ha scritto una sentita presentazione della rassegna. Ha poi parlato l’assessore Pirone, ricordando i grandi storici come Marc Bloch, che nei primi decenni del Novecento, iniziarono a mettere in discussione il metodo storico incentrato solo sui rapporti delle diplomazie, dei regnanti e delle alte gerarchie militari, per dare spazio anche alle vicende storiche vissute dalla gente comune e dai soldati di truppa. L’assessore ha riferito che la mostra di Baldasseria è un interessante progetto partito dal basso, con la forza qualificante della partecipazione.
Uno del pannelli della mostra su Baldasseria 1946-1970 a Udine sud

Per il Gruppo “Orzan” è intervenuto alla serata anche ElioVarutti, accennando al potere evocativo che hanno le vecchia fotografie. Di seguito si pubblica la sua Presentazione alla mostra fotografica.
Varutti ha spiegato inoltre l’intitolazione del Gruppo culturale. “Il Gruppo culturale Alfredo Orzan, è sorto il 28 novembre 2017 – ha detyto – per ricordare il parrocchiano e beneamato maestro elementare Alfredo Orzan (1930-2017), considerato il cantore di Baldasseria, per i suoi scritti pubblicati nel bollettino parrocchiale”. È dal 2015, in ogni caso, che sulla spinta di don Paolo Scapin, allora parroco di S. Pio X, i componenti del gruppo culturale si sono attivati per studiare gli argomenti storici della parrocchia e per organizzare il Giorno della Memoria, sul tema della Shoah e il Giorno del Ricordo, sul tema dell’esodo giuliano dalmata e della tragedia delle foibe. Il Gruppo culturale “Orzan” si occupa quindi di organizzare eventi e mostre di fotografia, d’arte nonché spettacoli teatrali con particolare riferimento alla parrocchia.

Potenza delle vecchie fotografie
Il Gruppo culturale “A. Orzan” della Parrocchia di San Pio X, assieme al Comune di Udine, ha voluto questa mostra di fotografia. Così abbiamo raccolto le vecchie immagini dagli album di famiglia gentilmente imprestate dalla popolazione della zona. Dopo un’attenta selezione si propongono in questa sede gli scatti fotografici più affascinanti. La rassegna espositiva, allestita grazie all’Assessorato alla Cultura, ha per titolo: “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”. Resterà aperta dal 4 maggio al 15 giugno 2018 nel corridoio della Biblioteca di Circoscrizione, in via Pradamano 21.
Giorgio Ganis, a sinistra, e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”, con la collaborazione dell'Assessorato alla Cultura del Comune di udine

La maggior parte delle fotografie ha interesse per i familiari, per i gruppi di amici, per la vita della parrocchia, sorta nel 1958. A guardarle bene queste immagini ci danno molte altre informazioni. Sono di grande interesse documentario per conoscere la religiosità, gli abbigliamenti, gli svaghi e le abitazioni e i lavori dell’epoca. Ci sono le bande di ragazzi. Negli anni Sessanta c’erano tanti giovani. C’è la vita contadina, orgoglio ancor oggi della zona.
Per l’esposizione abbiamo preso come riferimento temporale il periodo che va dagli anni del dopo guerra fino al 1970. È un periodo in cui gli storici accademici tacciono. Si esce da una guerra persa e da una guerra civile. Cambia pure lo stato, si diventa una repubblica. C’è la ricostruzione e poi il boom economico con il potere politico democristiano. Non bisogna intristire il popolo parlando di campi di concentramento e di campi profughi istriani. Non si deve disturbare la Jugoslavia di Tito, che si distacca sempre più decisamente dalla politica dell’URSS. Nei bar compaiono i primi apparecchi televisivi, più tardi c’è la contestazione del ’68.
Queste sono le nostre facce. È questo il nostro quartiere. Qui ci sono i pimpanti chierichetti di don Adelindo Fachin (Tarcento 1922 - Udine 1966), primo parroco amatissimo da tutti, persino dai sassi.
Il pubblico all'inaugurazione della mostra di fotografia su Baldasseria, organizzata dal Gruppo parrocchiale "A. Orzan" in collaborazione col Comune di Udine

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Riferimenti bibliografici e del web                                                      
- Baldasseria vista da Alfredo Orzan. Storia e cultura della periferia di Udine sud, a cura di E. Varutti, Udine, Associazione Insieme con Noi, 2014.
- Li Noleggio (Lino Leggio), La banda delle cataste. I ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1999.
- Li Noleggio (Lino Leggio), Il resto a casa, Cierre Grafica, 2015 (vedi in merito l’articolo di Fabiana Dallavalle sul «Messaggero Veneto», Cronaca di Udine, del giorno 8 giugno 2015, col titolo: “Quelle bande giovanili che a casa le buscavano”).
- Franco Sguerzi, La chiesa di Santa Maria degli Angeli in Baldasseria Media, Udine, Parrocchia di S. Pio X, 1999.
- Franco Sguerzi – Elio Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008.
- Giorgio Stella, Ti racconto San Rocco. Storia di un suburbio tra luoghi e identità, [s.e.], Udine, Tipografia Marioni, 2018.
- Elio Varutti, Itinerario storico di Baldasseria, Udine, on-line dal 19 aprile 2016 su: eliovarutti.blogspot.com
- E. Varutti, “Le bande di Via Fornaci e di Baldasseria”, «Festa insieme Baldasseria», 2016, pp. 34-36.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web).
Una parte della mostra con oltre 200 fotografie storiche

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. V. Fotografie di Leoleo Lulu, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione.

Da sinistra: Federico Pirone, Giorgio Ganis e Elio Varutti all’inaugurazione della mostra di fotografie “Baldasseria 1946-1970. Immagini di un quartiere a Udine sud”.

Una delle belle foto della rassegna su Baldasseria. Vicino al portone della nuova chiesa di S. Pio X il gruppo dei "Leoni di Via Baldasseria Alta", 1965. Archivio Germano Vidussi

sabato 6 agosto 2016

Baldasseria capitale della guerra, Udine 1917

Il Comando Supremo dell’esercito italiano nell’estate del 1917 fu trasferito in gran segreto alla scuola elementare “Piutti” in Via Baldasseria Bassa a Udine. Dal 1915 la sua sede  ufficiale era presso il liceo “J. Stellini”, in Giardin grande, oggi Piazza I Maggio.
Il maestro Alfredo Orzan

Pubblico nel web volentieri il seguente articolo del maestro Alfredo Orzan su tali fatti. È una novità. Forse un fatto inedito anche per gli storici più navigati. È suffragato dal racconto di Alfredo Renzi di Bracciano, classe 1894, padre del cognato di Orzan.
L’articolo presente è stato pubblicato sul numero unico per la sagra di Baldasseria, nella zona di Udine sud. Eccone la precisa citazione.

Alfredo Orzan, Estate 1917: Baldasseria capitale della Grande Guerra, «Festa insieme Baldasseria», 2016, pagg. 28-30.

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ESTATE 1917: BALDASSERIA CAPITALE DELLA GRANDE GUERRA
Alfredo Renzi di Bracciano (Roma), classe 1894, padre di mio cognato, quando seppe che avevo acquistato una villetta a schiera a Udine, in Baldasseria, per trasferirmi da Via Treppo dove mi ero stabilito appena sposato, mi disse che conosceva la zona per avervi trascorso tutta l’estate del 1917, quale addetto al comando supremo di Luigi Cadorna.
Incuriosito gli chiesi come mai fosse stato assegnato a un posto così privilegiato anziché al fronte. Vi giunsi per chiamata non per raccomandazione, precisò e mi raccontò le sue vicende militari; da civile lavoravo come magazziniere e all’ufficio collaudi di un’azienda metalmeccanica che forniva materiali per la marina militare e per l’esercito.
Chiamato alle armi fui inquadrato nel 42° reggimento di fanteria e subito dopo destinato a gestire un grande magazzino militare, date le conoscenze in questo campo, a Subida di Cormòns. Un giorno si presentarono per un’ispezione un generale e due ufficiali. Controllarono meticolosamente tutto e mi elogiarono per la tenuta del materiale, ascoltarono anche le mie lamentele su certi materiali fasulli o inservibili che giungevano senza richiesta. Mostrai i cassonetti pieni di chiodi a quattro punte per ostacolare la cavalleria, ben sapendo che, data la natura del terreno, né noi né il nemico poteva impiegarla; indicai loro le centinaia di rotoli di filo spinato acciaioso e quindi, non maneggiabili, infine presi un paio di frontali in dotazione alle sentinelle e alle vedette, da applicare all’elmetto a difesa dei cecchini che miravano alla fronte. Li feci cadere sul pavimento di cemento e si sbriciolarono come grissini. Poi chiesi che fine avevano fatto le cinquemila maschere antigas richieste da mesi.
Luigi Cadorna in una pittura ripresa dal web

Gli ispettori verbalizzarono tutto e mi fecero leggere e sottoscrivere, i verbali e li inviarono a un ufficio tecnico del Comando Supremo che a sua volta informò la procura militare per le competenze del caso.
A mia insaputa segnalarono anche la capacità, la serietà e l’impegno nel mio lavoro, che poteva servire in ambiti più importanti. Una settimana dopo mi giunse la comunicazione di tenermi pronto perché ero destinato al Comando Supremo. Mi venne a prelevare un’automobile con un ufficiale e due carabinieri mi condussero allo Stellini, sede del comando. Ero l’uomo che Luigi Cadorna cercava da mesi fra i ranghi dell’esercito per sistemare il suo disordinato archivio a cui nessuno voleva por mano.
Mi accolse calorosamente un maggiore della fureria. Mi assegnò una cameretta ben arredata, mi indicò la mensa e gli orari di lavoro e mi presentò agli altri soldati e ufficiali del Comando, infine mi condusse in uno stanzone dove erano accatastati pile di faldoni e mi disse se me la sentivo di catalogare e archiviare tutta questa mole cartacea. Acconsentii a condizione che mi assegnassero una decina di collaboratori, scaffali, registri, oggetti di cancelleria. Sarai accontentato, mi assicurò.
Il giorno dopo giunsero falegnami e tipografi a cui chiesi istruzioni precise su come doveva essere svolto il lavoro richiesto. Furono assai solleciti perché fornirono l’occorrente nel giro di poche ore. Nel contempo arrivarono anche i collaboratori tratti dagli uffici dei vari enti statali e momentaneamente militarizzati. Mi misi subito all’opera. Illustrai ai miei collaboratori il lavoro da svolgere secondo il mio piano che fu subito approvato pur con qualche suggerimento che io accolsi di buon grado.
Feci suddividere il materiale per argomento e affidai a ciascuno un compito preciso. Per prima cosa li pregai di accantonare solo le buste rosse spillate che contenevano documenti riservatissimi e che Luigi Cadorna volle subito custodire nella sua cassaforte.
Pur tra qualche difficoltà, il lavoro procedette spedito. Impiegammo un mese per sistemare tutto. A lavoro ultimato invitai il comandante della fureria e l’ufficiale di ordinanza di Luigi Cadorna per il collaudo. Spigai loro il funzionamento per reperire i documenti. In mattinata era giunta al Comando la proposta di conferire la medaglia d’oro a un ufficiale vivente, per l’assenso, stavano cercando il suo fascicolo personale.
Indicai nel voluminoso registro, alla lettera effe, “fascicoli personali” seguito da centinaia di nominativi. Il fascicolo cercato recava il codice: scaffale quinto, piano terzo, scomparto settimo. Li condussi nell’archivio, indicai la collocazione ed estrassi subito il fascicolo posto in ordine alfabetico in un faldone. L’ufficiale di ordinanza pose subito sulla scrivania di Cadorna che si meravigliò sulla celerità con cui era stato reperito abituato com’era ad attendere un paio di giorni e l’impiego di quattro furieri per rintracciare un documento.
L’indomani Luigi Cadorna mi convocò nel suo ufficio privato fra lo stupore generale dei presenti perché era noto che egli disdegnava l’incontro diretto con il personale sottoposto e delegava sempre i suoi aiutanti per i rapporti.
Udine - Controra alla scuola elementare di Via Arnaldo Piutti n. 156, oggi Centro socio riabilitativo educativo. Nel passato si chiamò anche scuola elementare Maria Boschetti Alberti. Qui fu trasferito nel 1917 il Comando Supremo dell’esercito italiano, con il generale Luigi Cadorna. Fotografia di Elio Varutti 2016

Mi presentai all’ora convenuta molto intimorito e imbarazzato. Egli mi accolse cordialmente, mi strinse la mano, mi fece accomodare e mi mise a mio agio. Così si rivolse: Caro Renzi, ringrazio te e i tuoi solerti collaboratori per l’ottimo lavoro svolto, superiore alle mie aspettative. Il tuo lavoro agevola anche il mio perché mi fa risparmiare tempo, fatica e rabbie. Un premio te lo meriti cosa desideri? la promozione ad ufficiale per meriti speciali, una decorazione, una licenza straordinaria, una sommetta di denaro.
Eccellenza non voglio nulla, risposi. Ho solo il desiderio di andare al fronte a combattere. Sono stanco di essere tacciato da imboscato da tutti i soldati e ufficiali di passaggio. Io lavoro anche quindici ore al giorno e non merito di essere insultato. Dovevi informarmi subito mi redarguì. Sta sicuro che da oggi in poi sarai rispettato. E così fu.
Quanto alla tua richiesta di essere trasferito al fronte non se ne parla. Capisco il tuo amor proprio, il tuo patriottismo, ma tu sei più utile qui di un battaglione in trincea. Ricordati che la patria si serve anche con la penna e non solo con il fucile. E tu l’hai dimostrato. Tu sei insostituibile e sei l’unico che sa tenere il mio archivio aggiornato e funzionale. Tu rimani qui. Questo è un ordine! A che rassegnato risposi: obbedisco eccellenza.
Prima che mi congedasse ebbi il coraggio di chiedergli una medicina introvabile per una mia zelante collaboratrice che aveva una figlia ammalata e non la poteva più curare. Il giorno dopo un carabiniere le recapitò a domicilio una buona scorta di flaconi. Si comportò con me da vero gentiluomo e mi congedò con molta signorilità dicendomi: se hai problemi Renzi rivolgiti pure a me senza timore. E me ne andai soddisfatto e rincuorato.


Medaglia in ricordo della guerra 1915-1918 al caporale Alfredo Renzi, del 42° Reggimento di Fanteria. Collezione Alfredo Orzan, Udine

IL TRASFERIMENTO DEL COMANDO SUPREMO NELLE SCUOLE ELEMENTARI DI VIA PIUTTI
Tale trasferimento fu dovuto a causa delle rivelazioni di un disertore nemico. Nel maggio 1917 si presentò a Tolmino ai nostri soldati un ufficiale Boemo dell’esercito Austroungarico. Interrogato dai nostri ufficiali disse che era esasperato dalla guerra e non voleva più combattere perché aveva perduto il figlio sul fronte russo e qualche mese dopo la moglie per malattia. Temeva di lasciare orfana l’unica figlia adolescente rimasta che viveva con una sua vecchia zia.
Riferì, anche, di aver saputo da un suo collega dell’ufficio operazioni Isonz Armee del federmaresciallo Svetozar Borojević von Bojna che gli austroungarici avevano da tempo individuato la sede del nostro comando supremo allo Stellini e che si apprestavano a bombardarlo con raid aereo diurno. Luigi Cadorna informato, non diede gran peso a questa soffiata. Egli nutriva un sovrano disprezzo per i vili e i disertori che, oltre a tradire la loro Patria, disonoravano anche la casta militare. Sapeva che trovavano tutte le scuse per giustificare la loro diserzione e perciò erano poco credibili.
Ci ripensò quando dall’osservatorio militare del castello, il giorno dopo, gli comunicarono che due aerei nerocrociati avevano sorvolato ad alta quota in lungo e in largo piazza Giardin Grande mentre un nostro ricognitore notò un insolito movimento all’aeroporto di Aidussina. Allora per precauzione diede l’ordine di piazzare lungo la probabile rotta, (la ferrovia Gorizia – Udine e la strada parallela) tutte le batterie e le mitragliatrici antiaeree disponibili. Indovinò. Una mattina di giugno comparvero nei cieli di Lucinico e Mossa una decina di Albatros nerocrociati.
Ignari del tradimento del fedifrago Boemo, furono subito oggetto di un intenso fuoco di sbarramento. Due furono colpiti, uno precipito in fiamme nel cimitero di Lucinico; l’altro cercando un atterraggio di fortuna, si schianto nelle campagne di Villanova di Farra.
Svanito l’effetto sorpresa, gli altri otto, impediti nelle manovre dal pesante carico, sganciarono le bombe sul ponte ferroviario dell’Isonzo e si dileguarono fra le nubi per atterrare a stento  all’aeroporto di Aidussina con le ali e la fusoliera sforacchiati dai proiettili.
Il raid fallì, ma, conoscendo la caparbietà teutonica, Luigi Cadorna era certo che avrebbero ritentato l’impresa. Difatti Erich Ludendorff cercò di convincere Franz Conrad von Hötzendorf ad effettuare un bombardamento notturno sullo Stellini, sotto il comando Germanico, con i possenti dirigibili Zeppelin. Ma il federmaresciallo comandante dell’esercito imperiale Austroungarico, rifiutò sia per non subire un altro smacco, sia perché convinto che l’imminente offensiva di Caporetto avrebbe messo l’Italia fuorigioco e consentito a Erich Ludendorff di riprendersi le sue agguerrite divisioni per dare la spallata finale alla Francia, memore che le battaglie si vincono con il buon acciaio e i bravi generali, ma dimentico che le guerre si vincono con l’oro e l’abbondanza di pane di cui l’intesa, dopo l’intervento americano, era ben fornita.
Luigi Cadorna, pur all’oscuro di questi calcoli, si allarmò per le notizie fornite dai disertori di movimenti di truppe germaniche (disponibili dopo la pace con la Russia) che affluivano di notte silenziosamente sull’alto Isonzo attraverso le gallerie di Cave del Predil.
Il nemico che premeva alla calcagna e il timore che il suo comando, ormai noto, visibile e vulnerabile, venisse assaltato dalle famose pattuglie di incursori nemici di Otto von Below, lo indussero, per maggior sicurezza, a trasferire il Comando Supremo, in gran segreto, nelle scuole elementari di Via Piutti nella nostra Baldasseria, situate in una zona, allora isolata circondata dal verde della campagna.
Del nuovo Comando qui posto nessuno se ne accorse perché era mascherato da presidio militare, come uno dei tanti che sorgevano nelle nostre retrovie, ma sorvegliato con discrezione da una decina di carabinieri.
Di questa sua decisione Luigi Cadorna informò solo il re e i comandanti di Armata. Per tutti gli altri la sede ufficiale rimaneva sempre allo Stellini. Nei suoi spostamenti Luigi Cadorna non usava mai l’automobile di servizio, ma un camion militare, confuso tra gli altri ufficiali e soldati in divisa di tenente colonnello per non farsi riconoscere dalle spie che circolavano dappertutto.
Qui, mentre era intento a studiare le misure per arginare un’eventuale offensiva nemica, gli giunse la notizia dello sfondamento di Caporetto che per lui non fu una sorpresa ma non pensava di proporzioni così disastrose.
Concessione della Croce al Merito di Guerra al caporale Alfredo Renzi, del 42° Reggimento di Fanteria, secondo il Regio Decreto del 29 gennaio 1918, n. 205. Collezione Alfredo Orzan, Udine


Luigi Cadorna allora per giustificare se stesso e i suoi inetti generali di non essere stati in grado di opporsi allo sfondamento, incolpò i soldati con questo bollettino di guerra da qui diramato: “La mancata resistenza dei reparti della 2ª Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”.
Ma la censura si affrettò a mutare le espressioni infamanti in: “La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della 2ª Armata hanno permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”. Si evitò, così, oltre lo sfacelo militare anche quello morale delle nostre truppe.
La verità è che nessun esercito si sarebbe potuto opporre a quello austrogermanico disciplinato, organizzato e ben armato, comandato da generali capaci e preparati forgiati da severe accademie, costantemente esercitati nelle manovre e impiegati nello studio delle strategie tattiche dei grandi condottieri da Alessandro Magno a Napoleone e talmente legati alla vita di caserma da rinunciare anche alla licenza pur di non staccarsene.
Il nostro regno nato da poco, ancora municipalistico non poteva vantare questa tradizione militare, perciò contraeva o scindeva alleanze anche impopolari con le nazioni più potenti.
L’ultima di queste alleanze: il famoso patto d’acciaio con la Germania Nazista fu infausta per noi e l’Europa e fece perdere il trono a Vittorio Emanuele III, preoccupato di tutelare solo i suoi interessi dinastici. Comunque, prima che gli imperiali occupassero Udine, il nostro generalissimo ebbe l’accortezza di spedire a Padova, in treno, l’archivio militare di tutti i documenti riservati perché non cadessero in mano nemica.
Poi seguì le sorti della ritirata fino alla sua destituzione e la nomina del generale Armando Diaz, un gran signore napoletano di animo nobile, che risollevò il morale dell’esercito e li portò alla riscossa.
Messo in disparte, Luigi Cadorna fu riabilitato nel 1924 e promosso a Maresciallo d’Italia. Una severa inchiesta militare appurò che la rotta di Caporetto fu dovuta ai suoi inetti generali che avevano taciuto o informato mali il Comando Supremo, sulla situazione militare dei settori loro affidati. Luigi Cadorna se ne accorse perché le notizie fornite dai rapporti che gli pervenivano non collimavano con il quadro realistico basato sulle informazioni dei prigionieri di guerra, dei disertori,  e i nostri soldati sfuggiti alla prigionia e dal nostro servizio di spionaggio. La commissione accertò che il generale Luigi Capello, comandante della 2ª Armata, anziché trovarsi al suo comando, nonostante il pericolo incombente, se la spassava nelle case di intrattenimento per alti ufficiali, mentre il suo avversario Otto von Below (prussiano di Danzica con il sangue ribollente di spirito bellico) se ne stava tutti i giorni chino sul suo tavolino ad esaminare fotografie aeree, plastici orografici, carte topografiche del fronte per preparare nei minimi dettagli l’offensiva che stava per scatenare. Aveva perfino scelto le marce militari da suonare per l’entrata trionfale nelle città che avrebbe occupato. Lui ormai era sicuro di sé e così non potevano sfuggire alla sua mazzata.
Alfredo Orzan
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Servizio giornalistico di Alfredo Orzan
Networking di Elio Varutti
Banconote emesse dal Comune di Udine nel 1918, durante l'occupazione austro-tedesca. Fotografie da Internet. 
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Biografia di ALFREDO ORZAN
Alfredo Orzan, nato a Mossa, in provincia di Gorizia, nel 1930, visse a San Lorenzo Isontino. Si diplomò all’istituto magistrale “Scipio Slataper” a Gorizia nell’immediato dopoguerra.
Interruppe gli studi durante l’occupazione tedesca per paura delle Waffen SS, che facevano continue retate nelle scuole per scovare e deportare i figli dei partigiani e i ragazzi ebrei che si nascondevano sotto falsa identità, grazie al soccorso di tanti ignoti “giusti”. In questo periodo trovò occupazione, come apprendista, in un laboratorio di falegnameria che produceva mobili di lusso per i gerarchi nazisti.
Ripresi gli studi, dopo il diploma non riuscì subito a entrare di ruolo per la precedenza data agli esuli, agli ex combattenti e agli orfani di guerra e la provincia di Gorizia, territorialmente ridotta a un terzo con i nuovi confini, aveva pochi posti disponibili.
Così, dopo qualche saltuario impiego, per accumulare punteggio, dovette accettare incarichi annuali a Sacile, a Isili (Nuoro) e Saronno (Varese). Qui frequentò un corso serale di ragioneria per tenere la contabilità alle piccole aziende e arrotondare lo stipendio.
Finalmente, dopo sette anni di pellegrinaggio da una sede all’altra, vinse il concorso magistrale a Udine dove arrivò secondo su oltre un migliaio di concorrenti e venne assegnato alla scuola elementare “Ada Negri” nella quale insegnò (tranne pochi anni, per scambio di sede con la moglie) fino alla quiescenza. Fu in questa scuola che conobbe e sposò la collega Annamaria Loria e si stabilì in città dopo cinque anni di pendolarità in treno.
In gioventù, prima del matrimonio, nel suo Comune ricoprì diversi incarichi nell’ambito sociale. Fu il presidente dell’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza), presidente del Patronato Scolastico e Giudice Conciliatore, più volte elogiato dal Pretore di Cormòns per la saggezza e la rapidità con cui                 dirimeva le controversie contribuendo così a sgravare la pretura dai contenziosi.
In Baldasseria arrivò nel 1975 e si ambientò subito. Fondò l’anno dopo insieme a Don Aldo Moretti e il collega e amico Aldo Cettul (anche lui goriziano) il numero unico della sagra, e sempre con Aldo Cettul e il maresciallo Pascolo anche “Su il cappello, portavoce degli alpini di Udine – sud” per il quale scrisse diversi articoli.

Nel 2013, in occasione del 790° compleanno della Città di Udine gli fu assegnata la dedica di benemerito udinese di origine foresta assieme con Nicola Borgo (sacerdote), Francesco Guidolin (allenatore dell’Udinese), Mario Tosoni (giornalista) e Lorenzo Ventre (medico).


Udine - Altre due immagini della scuola elementare di Via Arnaldo Piutti n. 156, oggi Centro socio riabilitativo educativo. Nel Novecento (verso gli anni 1970-1980)si chiamò anche scuola elementare "Maria Boschetti Alberti". Qui fu trasferito nel 1917 il Comando Supremo dell’esercito italiano, con il generale Luigi Cadorna. Oggi la scuola primaria "Maria Boschetti Alberti" è allocata in Via Baldasseria Media al civico numero 25.
Fotografie di Elio Varutti 2016