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venerdì 14 dicembre 2018

I diorami di Franca Venuti, affascinanti microcosmi al Museo Etnografico, Udine

La mostra di diorami di Franca Venuti è stata inaugurata venerdì 14 dicembre 2018 alle ore 16 da Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine.
Franca Venuti Caronna, Cramârs, diorama in legno, stoffa, sassi, metallo ed altri materiali, cm 20 per pupazzo, Museo Etnografico del Friuli, Udine, 2018. Fotografia di Elio Varutti

“Questi microcosmi di vita friulana – ha detto Cigolot – sono come un augurio per un sereno Natale a tutti voi e ai visitatori, che mi auguro siano molti, dato che la rassegna sarà aperta fino al 3 febbraio 2019”.
Ha aperto l’incontro Tiziana Ribezzi, responsabile del Museo Etnografico del Friuli, accennando al grande impegno di studio, di ricerca e di produzione delle meravigliose riproduzioni in scala ridotta della Venuti per rappresentare scene di vita popolare friulana. Ha poi parlato il professor Elio Varutti, studioso dei cramârs, i venditori ambulanti del passato, dato che l’ultima creazione di Franca Venuti per Palazzo Giacomelli, sede del museo, è proprio un’ambientazione di tre cramârs vicino ad un’antica casa ladina. Sono sedici le postazioni messe in mostra dall’artista e tutte attirano l’attenzione per la dovizia di particolari e la precisione nella realizzazione.
Tra il folto pubblico dell’inaugurazione si sono notati, tra gli altri Licio Damiani, critico d’arte, Lara Magri, della Biblioteca e del Museo Etnografico di Malborghetto (UD) ed Enzo Cainero, dirigente sportivo.
Udine, Museo Etnografico del Friuli, Fabrizio Cigolot parla con Franca Venuti Caronna e Tiziana Ribezzi, di spalle. Fotografia di Elio Varutti

Che cos’è un diorama?
Un diorama è un plastico o una ambientazione in scala ridotta di scene varie. È un modellino tridimensionale. È una ricostruzione usata nei musei per mostrare l’ambiente dei dinosauri, oppure una trincea della Grande guerra. In architettura il plastico serve a mostrare in forma rimpicciolita un progetto di edifici, ponti, porti e piani urbanistici. Persino la polizia scientifica dei paesi anglosassoni lo utilizza per ragionare e individuare meglio la sequenza di un crimine.
C’è chi ha avvicinato i diorami della Venuti alle pitture di Otto D’Angelo, in Friuli e a Tiberio Giurissevich per l’Istria, per la ricerca storica che sta a monte di tali opere. I diorami sono plastici e pitture del ricordo, legate ad un attento studio in chiave filologica. Fûc e ricuart. Microcosmi nelle collezioni di Franca Venuti Caronna è il titolo della mostra presso il Museo Etnografico del Friuli di Udine. L’artista prima studia, poi fabbrica, cuce, costruisce, riproduce e ricicla materiali per ottenere questi straordinari scenari di vita quotidiana del passato. Sono lavori certosini e meravigliosi. Li si guarda con grande attenzione e si resta a bocca aperta.
Udine, Museo Etnografico del Friuli, il pubblico in sala espositiva. Fotografia di Elio Varutti

L’autrice è una folclorista? È una esponente di un realismo miniaturizzato? In fotografia hanno trovato posto i realisti degli anni 1920-1930, come Ugo Pellis e Paul Scheuermeier. Poi ci sono stati il neorealismo in cinematografia e i neorealisti del Gruppo Friulano per la Nuova Fotografia, del 1955-1960. Questi, di Franca Venuti, sono lavori artistico artigianali di una realtà rimpicciolita.
L’artista ci mostra i più caratteristici “fogolârs”, i focolari, le calde cucine delle tradizioni popolari friulane. Poi c’è il “camarin”, ossia la dispensa. In un’altra “scatola fantastica” (“magic box”) c’è una vecchia latteria, la stalla, la stube e così via.
Artista originale Franca Venuti è autodidatta, iniziando la sua carriera artistica verso la metà degli anni Ottanta. È molto attratta dall’antiquariato friulano, dal restauro e dall’arredo d’interni. È fondamentale questo background, per la precisione con cui rende la vita quotidiana nelle sue “scatole fantastiche”. Si è interessata di composizioni di fiori secchi e di creazioni con la pasta di farina e sale. Crea e dipinge su ceramica. I suoi diorami sono stati esposti in Friuli, in Austria, in Canada e negli USA. 
Guardando le sue ricostruzioni in miniatura siamo immersi tra sogno e realtà. Ci sfiorano fantasia e ricordo. Tutto ciò fuoriesce dalle creazioni della Venuti, che opera con la mente sapiente e col cuore di donna.
Udine 14 dicembre 2018 - Il pubblico ci dà dentro con lo smartphone per riprendere qualche immagine alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Catalogo dei diorami della Venuti
L’artista affronta vari generi nei suoi diorami. C’è quello documentale, per gli interni delle abitazioni della Carnia, della Val Canale e per gli anniversari. C’è l’aspetto ambientale ecologico, in cui si trova il gusto del tipico interno del Friuli e della montagna, dove si recuperava ogni bene, senza spreco. C’è un piano di lettura estetico, come quando l’artista indugia sui colori degli abitini,  sulle composizioni plastiche e sulle scenografie, quasi come in un set cinematografico. C’è un quarto aspetto funzionale e didattico, quando spiega al visitatore e allo studente i modi di vita del passato e i sistemi di lavorazione dei prodotti. C’è un aspetto sociologico, infine, perché ci mostra il passaggio delle classi sociali, dal semplice venditore ambulante al cramâr titolare della fraterna compagnia che e si furnive a Vignesie li dal speziâr Silvestrini, sot di Rialto… e poi via per il mondo tedesco (Monaco, Würzbug, Augusta, Vienna, Cracovia, Praga, Budapest) a vendere con uno stuolo di garzoni, passando per il Passo di Monte Croce Carnico, per il Passo della Mauria o per Coccau. Il primo farmacista di Zagabria si chiamava Alighieri, parente del sommo poeta, e si riforniva sicuramente dai cramârs della Carnia.
Udine 14 dicembre 2018 - Il pubblico imbambolato davanti alle opere di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Residui dei cramârs
Esistono in Francia delle statuine particolari. È come un cramâr, ma è chiamato “santon”, una statuetta del presepe (di 8 cm) di terracotta. Comprata a Saint Rémy de Provence (Francia), nel 2008, ci mostra il venditore ambulante di stoffe. 
Dalla Germania viene un pupazzo (cm 14,50) rappresentante il venditore ambulante di giocattoli. È un “Räuchermann” (fumigatore d’incenso). Comprato a Dresda nell’aprile 2011. Il basto è simile a quello usato dai cramari della Val Badia (provincia di Bolzano). Se il mercato lo richiedeva, vedeva anche forbici, tabacco e stampe religiose.
Franca Venuti Caronna, Diorama in legno, lana, metallo, carta ed altri materiali, 1993, esposto al Museo o Etnografico del Friuli, Udine. Fotografia di Elio Varutti

Storia dei cramârs
Alcuni autori sostengono che il rilancio degli scambi mercantili interessò il Friuli sin dall’infeudazione del Patriarcato di Aquileia, avvenuta il 3 aprile 1077, a favore del patriarca Sigeardo di Pleien, da parte dell’imperatore Enrico IV. Analizzando l’intitolazione delle chiese locali, è stato scritto che c’è un’influenza d’Oltralpe. Ad esempio a Sutrio, in Carnia (area montana occidentale del Friuli), così avvenne per l’intitolazione della chiesa di Sant’Ulderico “attraverso i cramari, che sin dai tempi più antichi si spingevano in Germania, Austria e Boemia”. Vedi: G. Biasutti, “Spunti di agioidiologia per il Canale di S. Pietro in Carnia”, in: Darte e la Cjargne, Udine, Società Filologica Friulana, 1981. Vedi pure R. Tirelli, I patriarchi. La spada e la croce, Pordenone, Ediz. Biblioteca dell’Immagine, 2000.
Il Focolare. Fotografia di Elio Varutti

C’è chi fa addirittura il nome della compagnia di mercanti ambulanti che importarono il rituale a Sutrio, come riporta Domenico Molfetta: “È certo, per esempio, che furono gli Straulino, cramârs operanti in quel tempo ad Augsburg, a portare a Sutrio, subito dopo il 1000, il culto di Sant’Ulderico, vescovo di Augsburg, canonizzato nel 993”. Vedi: F. Bianco – D. Molfetta, Cramârs. L’emigrazione dalla montagna carnica in Età Moderna, Udine, Camera di commercio, 1992, 162. Vedi pure: E. Varutti, “Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009, 98-111.
I merciaioli ambulanti in Friuli fino all’Età Moderna sono chiamati “cramari” – in friulano “cramârs” o anche “cràmars” – dal tedesco medio alto “krâme”, che significa “cassetta di legno”, utilizzata per portare le merci a spalla, detta in friulano pure “crame” o “crassigne”. Vocaboli in G.A. Pirona – E. Carletti – G.B. Corgnali, Il nuovo Pirona. Vocabolario friulano, Udine, Bosetti, 1935.
Vendevano tele, fili, spezie, pelli e medicamenti. In chiave economica furono molto importanti per tutto il territorio locale, poiché univano il mercato di Venezia con quello di lingua tedesca e portarono non poche ricchezze in patria. Studiosi di livello internazionale, come Paul Freedman, docente all’Università di Yale, hanno scritto che sono stati i veneziani, i genovesi, i catalani e i provenzali a distribuire al dettaglio agli europei le spezie trattate ad Alessandria, in Egitto. Si veda: P. Freedman, Il gusto delle spezie nel Medioevo, Bologna, Il Mulino (ediz. orig.; New Haven, 2008), 2009, 135.
E le donne dei cramari? Ecco la storia di Anna Pustetta Cramaria, moglie di Bartolomeo Pustetto Matterialist, che promette a Nicolò Colinassio di Comeglians una “Potenta” (Patente) per 18 fiorini. I cramari erano detti anche Matterialist, alla tedesca, poiché vendevano generi materiali. Il Colinassio promette di pagare nel 1698 fiorini 24. Più alle “Ferie Paschali” la seconda rata 20 fiorini e ultima rata al venturo San Michele fiorini 20. Vedi: ASUd, ANA, b 3770, Notaio Valentino Gussetto, Rigolato, 4 ottobre 1697.
Udine 14 dicembre 2018 - Una parte del pubblico alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

Nel Museo Etnografico del Friuli c’è il ritratto di Orsola Cussina, moglie di Giovanni Battista Cussina (1713-1774), di Treppo Carnico. È un olio su tela dei Civici Musei di Udine. Orsola ebbe 9 figli. Giovanni fu “libero commerciante” a Mannheim. Il quarto figlio, Domenico o Dominik Cussina (1748-1817) fu commerciante di Kaiserslautern, consigliere comunale e “sindaco per un anno” dal 1789 al 1795. Alle figlie, Maria e Cattarina,  toccò una dote di 200 ducati ciascuna. Vedi: E. Varutti, “I Cussina di Treppo Carnico cramars nelle parti di Germania”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», n. 6, 2000,  35-43.

Le donne dei cramars
Le donne dei cramârs restavano in Carnia. Legate all’emigrazione del marito, del padre, dei fratelli e dei figli, dovevano gestire la famiglia e l’azienda, ossia gli affari della “fraterna compagnia”. Nel Novecento certe donne emigravano.
Fino agli anni 1950-1960 iniziava proprio nel portico di Palazzo Giacomelli la fissazione del prezzo dei fusi e dei mestoli in legno che le donne di Claut e della Carnia andavano poi a vendere in città. Fonte: Caterina Eleonora “Rina” Bernardinis (Castiglione delle Stiviere, MN 1908- Udine 2010), intervista del 24.10.1995. Attilio Roiatti e Giorgio Romanello, gestori dell’osteria da Fusâr, Udine, ricordano dove riposavano «lis Sedonariis, o lis fusanis» e i loro uomini, giunti coi carri dalla Val Cellina e dalla Carnia. “Sedonariis” perché?
Udine 14 dicembre 2018 - Gli oggetti dei cramari alla mostra di Diorami di Franca Venuti Caronna. Fotografia di Elio Varutti

In lingua friulana “sedon” significa cucchiaio. Si potrebbe tradurre il loro mestiere con la parola di “mestolaie”. L’osteria da “Fusâr”, di Via Pradamano, a Udine, reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare), proprio in onore di quelle donne, che, gerla in spalla, ripiena di mercanzia, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. «A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone, e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr). In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr, al dave di durmî ai fusârs e a lis sôs feminis e alore ducj lu clamavin fusâr» (Mio nonno… faceva l’oste e dava da dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais e Claut, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dai ragazzi dello Stringher nel 2004, si è saputo che “lis sedoneris” venivano chiamate anche con altri appellativi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini, dalle montagne...

Emigrazione dal Friuli, in pillole
1) Emigrazione del Sei-Settecento, l’epopea dei cramars. Nel 1679 sono assenti in Carnia 1690 persone, 49 donne; ovvero il 3%  (Nicolò Corner, Elenco assenti dalla Patria).
2) La seconda fase dell’emigrazione va dal 1813 al 1866, quando il Friuli appartenne al Regno Lombardo Veneto. Nel 1818 chiuse l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, fondato da Jacopo Linussio, nel 1740. Secondo Antonio Zanon era “il maggiore in Europa”. Durante il dominio austriaco il Friuli vide molta emigrazione. Più che tessitori e boscaioli, il mercato cercava fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Tra il 1857 e il 1880 il movimento annuo di emigranti temporanei si aggira attorno ai 14 mila lavoratori, in base ai censimenti.
3) Dal 1877 iniziò pure l’emigrazione transoceanica, verso l’America, inaugurando così una nuova ed ultima fase dei flussi migratori. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico, la pressione degli usurai ed altro. Nel 1907 emigrarono dalla provincia di Udine (che comprendeva pure il Pordenonese) 35 mila e 512 persone, come si vede nella tabella n. 1, con mete prevalenti di tipo europeo e mediterraneo. Invece, secondo Guido Picotti, ispettore del lavoro, in una inchiesta di poco successiva, gli emigranti sarebbero addirittura 89.316. Più del doppio, con 30 milioni annui di risparmi, anziché 20 milioni, come riportato da Giovanni Cosattini.

Tabella n. 1 – Emigranti della provincia di Udine, 1907   
Destinazione emigranti
Numero emigranti
               Per gli stati europei e bacino del Mediterraneo     
31.818
Per i paesi transoceanici (Argentina e Stati Uniti)  
  3.694    
Totale
 35.512
Fonti: G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, 1903, 1983


Bibliografia
- F. Bianco – D. Molfetta, Cramârs. L’emigrazione dalla montagna carnica in Età Moderna, Udine, Camera di commercio, 1992.
- G. Biasutti, "Spunti di agioidiologia per il Canale di S. Pietro in Carnia", in: Darte e la Cjargne, Udine, Società Filologica Friulana, 1981.
G. Bucco, “Cramârs, marcjadants ambulants di telas e di savôrs”, «Strolic furlan pal 2019», Udin, Societât Filologjiche Furlane, 2018, 217.
- G. Chiap, “L’emigrazione periodica dal Friuli”, «La riforma sociale», 11, 1904.
- G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Ristampa anastatica dell’edizione originale (1903) con un saggio introduttivo di Francesco Micelli, Trieste – Udine, Direzione Regionale del Lavoro, Assistenza Sociale ed Emigrazione della Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, 1983.
- P. Freedman, Il gusto delle spezie nel Medioevo, Bologna, Il Mulino (ediz. orig.; New Haven, 2008), 2009.
- G.A. Pirona – E. Carletti – G.B. Corgnali, Il nuovo Pirona. Vocabolario friulano, Udine, Bosetti, 1935.
- R. Tirelli, I patriarchi. La spada e la croce, Pordenone, Ediz. Biblioteca dell’Immagine, 2000.
- E. Varutti, "I Cussina di Treppo Carnico cramars nelle parti di Germania", «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», n. 6, 2000.
- E. Varutti, “Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli”, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009.
Udine 14 dicembre 2018 - Parla Franca Venuti, vicino a Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, e Elio Varutti e Tiziana Ribezzi, a sinistra, alla mostra di Diorami. Fotografia di Rosalba Meneghini

Sitologia

Sito web della Fondazione Friuli, 2018 https://fondazionefriuli.it/cosa-facciamo/eventi/fuc-ricuart

E. Varutti, I diorami di Franca Venuti Caronna, on-line dal 7 aprile 2017. http://eliovarutti.blogspot.com/2017/04/i-diorami-di-franca-venuti-carona.html

E. Varutti, A Feldkircher i diorami di Franca Venuti, 2015, on-line dal 22 maggio 2017. http://eliovarutti.blogspot.com/2017/05/a-feldkircher-i-diorami-di-franca.html

E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, on-line dal 14 agosto 2016. http://eliovarutti.blogspot.com/2016/08/lartista-franca-venuti-ha-ricreato-con.html

Udine 14 dicembre 2018 - Parla Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, accanto a Franca Venuti Caronna, Elio Varutti e Tiziana Ribezzi alla mostra di Diorami. Fotografia di Riccardo Caronna


Fûc e ricuart. Microcosmi nelle collezioni di Franca Venuti Caronna
Museo Etnografico - Palazzo Giacomelli, via Grazzano, 1 - 33100 Udine - Telefono +39 0432 1272920
Orario invernale (30 ottobre  - 31 marzo): da martedì a domenica, 10.30 - 17.00
Orario estivo (1 aprile - 31 ottobre): da martedì a domenica, 10.30 - 19.00
La biglietteria chiude 30 minuti prima - Chiuso il lunedì
Chiusure nel periodo delle festività: chiuso i giorni 24 - 25 - 31 dicembre 2018 e 1 gennaio 2019.

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, Rosalba Meneghini e Riccardo Caronna, che si ringraziano per la diffusione in questo blog.

venerdì 7 ottobre 2016

Partigiani sovietici nella Resistenza italiana, mostra fotografica a Udine

È stata inaugurata il 30 settembre 2016 una mostra di fotografie inedite di partigiani garibaldini russi operanti in Italia. L’originale esposizione si tiene a palazzo di Toppo Wassermann, in Via Gemona, fino al 10 ottobre, tutti i giorni dalle ore 8 alle 20. Questi partigiani hanno combattuto anche in Friuli dall’inizio del 1944. A Forni di Sopra c’era il battaglione Stalin, che operava in Carnia. Un altro battaglione di garibaldini sovietici agiva in Friuli.
Furio Honsell, a sinistra, Pietro Fontanini, Vittorio Zappalorto, in prima fila, Provvidenza Delfina Raimondo e altre autorità. Fotografia di Elio Varutti

La rassegna fotografica è stata esposta a Mosca lo scorso maggio e, poi, verrà trasportata in dicembre a Strasburgo, presso il Palazzo del Consiglio europeo, facendo prima un'altra tappa italiana a Taranto. È stata organizzata dal Centro Interdipartimentale di ricerca sulla cultura del Friuli (Cirf) dell’Università di Udine, dal Fondo Zurart per il sostegno di iniziative culturali di Mosca e dall’Associazione Umanità dentro la guerra di Udine, dedicata alla figura del partigiano Ferdinando Pascolo “Silla”. Hanno contribuito all’iniziativa l’Associazione partigiani Osoppo Friuli (APO), l’Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (Anpi) di Udine la Federazione Italiana Volontari della Libertà (Fivl), col patrocinio del Comune di Udine.
 Ecco i pannelli della mostra. Fotografia di Elio Varutti

Che ci facevano qui i russi? Erano prigionieri dei nazisti e venivano occupati nelle corvée. Alcuni di loro erano stati costretti ad indossare la divisa tedesca nei reparti dei Cosacchi, avendo Hitler promesso loro “Kosakenland in Nord Italien”. Altri Cosacchi erano convinti alleati dei nazisti, attivi in Carnia nella repressione partigiana. Fuggiti dalla prigionia questi russi e caucasici si dettero alla macchia assieme ai partigiani italiani. 
È stato calcolato che in Nord Italia furono oltre cinquemila e combatterono con grande coraggio. Cinquecento agirono in Friuli e 98 morirono in battaglia, come Danijl Varfolomeievic Avdeev, il mitico comandante “Daniel”, caduto nell’ottobre 1944. Alcuni di loro ricevettero la medaglia d’oro al valor militare, oppure il titolo di “eroe dell’Unione Sovietica”, come Fedor Poletaev, Fore Mosulishvili e Mehdi Hussein Zade.
Paolo Pascolo, in piedi da sinistra, Massimo Eccli e Furio Honsell. Fotografia di Elio Varutti

Tra i primi interventi all’inaugurazione c’è stato quello di Ornella Fabbro, di 92 anni. «Mio fratello era partigiano nel battaglione Monte Canin e, prima era militare a Venezia, fu preso prigioniero dai tedeschi, che ammazzavano chiunque tentasse di fuggire, ma lui assieme ad altri è riuscito a scappare e a rifugiarsi in un convento, poi ha fatto il partigiano».
Paolo Pascolo ha spiegato come è sorta l’Associazione Umanità dentro la guerra. «Mio padre era Ferdinando Pascolo e scrisse un memoriale sulla guerra in Russia e sulla Resistenza in Friuli – ha detto Pascolo – poi morì, così ho mostrato quel fascicolo alla professoressa Anna Maria Zilli, dirigente scolastico dell’Istituto Stringher di Udine e dei Licei di Gorizia, che aggiunse molte note storiche e nacque così il volume “Che strano ragazzo”, distribuito nelle scuole del Friuli e che fu ideatrice del progetto Umanità dentro la guerra, collegato al Sacrario di Redipuglia».
Dino Spanghero, presidente dell’ANPI di Udine. 
Fotografia di Elio Varutti

Sia Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine, che l’onorevole Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine, si sono complimentati con l’organizzazione dell’esposizione, perché è un arricchimento storico culturale e una novità per tutti noi. Furio Honsell, sindaco di Udine, ha evidenziato l’importanza di azioni come queste portate avanti dall’Associazione Umanità dentro la guerra, con fini di conoscenza e di pacificazione. Dino Spanghero, presidente dell’ANPI di Udine ha aggiunto che «le opere esposte rappresentano un evento della Resistenza italiana, di cui poco si sa e meno si parla, poi spero che finisca il mito del buon cosacco che in realtà era alleato dei nazisti».
Anna Maria Zilli

Ha poi preso la parola Massimo Eccli, curatore dell’esposizione e docente di Italiano nel “Ginnasio 1409” di Mosca da 15 anni. Il ricco programma di interventi prevedeva molte relazioni, tra le quali quella di Guglielmo Cevolin, docente dell’ateneo friulano, Roberto Tirelli, dell’APO, di Provvidenza Delfina Raimondo, presidente dell’Associazione Umanità dentro la guerra e già prefetto di Udine, Mihail Talalaj, storico russo, di Marco Ferrentino, docente in Kazakistan.
La già citata professoressa Anna Maria Zilli ha tratto le considerazioni conclusive del convegno, dando lettura di due importanti contributi, dello storico Mimmo Franzinelli e del giornalista e concittadino Toni Capuozzo. 
Paolo Pascolo apre l'inaugurazione della mostra sui "Partigiani sovietici nella Resistenza italiana"


Vittorio Zappalorto, prefetto di Udine

martedì 27 settembre 2016

Ampezzo, 58° congresso AFDS sul dono del sangue

È sempre una festa di popolo. Il 58° congresso dell’Associazione Friulana Donatori Sangue (AFDS) è una kermesse, oltre che un incontro sui temi sociali e sanitari. Si tiene ogni anno in un paese della provincia di Udine.
Debora Serracchiani, Renzo Peressoni e i ciclisti AFDS di San Giorgio di Nogaro assieme ad altre autorità del 58° congresso AFDS

Quest’anno la festa congressuale si è svolta ad Ampezzo, nel cuore della Carnia, domenica 25 settembre. Durante il corteo dei labari, preceduto dalla banda della Val di Gorto, c’erano tanti bambini ai lati delle strade per mostrare i loro disegni sul tema del dono e della solidarietà.
L’AFDS conta 52 mila soci, dei quali ben 50 mila sono donatori attivi. Le donne sono il 40 per cento del sodalizio. Per omaggiare i 2772 soci premiati per l’alto numero di donazioni di sangue e di plasma, si sono dati appuntamento oltre 180 sezioni AFDS di paese, dei luoghi di lavoro, delle scuole superiori e dell’Università. In tutto saranno stati circa 1500 partecipanti, con tanto di pullman che affollavano i parcheggi improvvisati presso una segheria e nelle strade del paese che fu capitale della Repubblica Partigiana della Carnia nel 1944, dopo aver cacciato via i nazisti ed i loro alleati cosacchi e repubblichini. Alcuni donatori sono addirittura arrivati in bicicletta, come il gruppo di San Giorgio di Nogaro e quello di Ragogna.
 In duomo (sopra) e in piazza (sotto)


Ha voluto ringraziare i donatori friulani Andrea Bruno Mazzocato, arcivescovo di Udine, che durante la messa celebrata nel duomo stracolmo li ha associati a Madre Teresa di Calcutta. «Lei ha fatto un buon investimento – ha detto il monsignore – dedicandosi agli altri, ai bisognosi, agli ammalati, come fate pure voi». La cerimonia religiosa si è conclusa con il canto dell’inno del donatore, composto dal celebre poeta carnico Giso Fior.
«Abbiamo bisogno dei giovani – è stato il grido di dolore lanciato da Renzo Peressoni, presidente dell’AFDS di Udine – ed è necessario donare sangue quando serve e cosa serve, cioè con una programmazione riguardo ai gruppi sanguigni, per non sprecare questa eccezionale risorsa».
Il clima di festa ha avuto inizio quando Suan Selenati, campione del mondo di deltaplano, è sceso dal cielo azzurro con una scia rossa. Atterrando come una libellula vicino al campo sportivo, Selenati ha voluto salutare così i congressisti dell’AFDS.
Tra le molte autorità presenti, Debora Serracchiani, presidente della Giunta della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, ha parlato della crisi, delle prove difficili e degli egoismi di ognuno di noi. «Mi auguro che esperienze come quelle dei donatori friulani – ha detto la Serracchiani – ci facciano comprendere che non si torna indietro».
I premiati
Sulla qualità e sulla sicurezza del sangue trasfuso si è soffermato Aldo Ozino Caligaris, presidente nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori Sangue (FIDAS). «È un gesto che rimane per sempre – ha detto Caligaris». La promessa di essere vicino ai donatori è stata espressa daElsa Asia Battaglia, assessore della Provincia di Udine.
Michele Benedetti, sindaco di Ampezzo, ha portato il saluto della Carnia, dato che al congresso AFDS hanno collaborato anche altri paesi della zona, si pensi alla Protezione civile mobilitata per il traffico veicolare, assieme a carabinieri e guardie forestali. Poi ha parlato anche Eva Martinis, sezione AFDS di Ampezzo.
Prima dei saluti ufficiali delle autorità c’è stato un mini concerto dei Carnicats, gruppo musicale carnico che usa anche la marilenghe nei ritmi rap. Il prossimo anno il congresso AFDS verrà ospitato a Premariacco.
Carnicats in concerto
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Dal diario di un labarista

Questa è una cronaca semiseria e divergente del congresso AFDS. Il labarista è colui che porta il labaro della sezione AFDS nelle cerimonie.
25.9.2016 Ampezzo - arrivo con un po’ di ritardo al posto di ritrovo dei congressisti e labaristi. Noto con stupore che al labaro di una sezione della Bassa friulana manca il puntale. Mi ricordo che al congresso di Forni di Sopra riguardo alla lunghezza del corteo qualcuno dei labaristi disse: «Al è piês des rogazions! (È peggio delle rogazioni!)».
Chissà se sarà lungo anche il percorso di oggi? Qualcuno già tutto sudato e con la giacca ben abbottonata mormora: «Cui sa se nus daran alc di bevi? (Chissà se ci daranno qualcosa da bere?)».
Si parte per il Monumento ai Caduti delle guerre, per rendere loro omaggio in modo sentito anche se semplice. «In file par cuatri! (In fila per quattro!) – sentenzia uno del servizio d’ordine». Cerchiamo di eseguire e… in marcia. Un labarista dietro all’altro. Provo una certa simpatia per alcune signore brave donatrici con labaro che si apprestano alla lunga marcia con eleganti scarpe tacco 6.
Arrivano altri ritardatari trafelati: «Nus àn fat parchegjâ li de segherie, orpo, par rivâ fin chì o sin za stracs! (Ci hanno fatto parcheggiare li della segheria, accidenti, per arrivare fino qui siamo già stanchi!)». Con la banda della Val di Gorto in testa si riparte per il duomo.
Sento dire: «Il predi di sigûr che no nus darâ di bevi, tocjarâ rangjâsi (Il prete di sicuro non ci darà da bere, toccherà arrangiarsi)». La messa è solenne. Il duomo è pieno come un uovo. Alziamo i labari nei momenti giusti. Il vescovo ci ringrazia per quello che facciamo. Si può tagliare a fette l’emozione che provano i presenti, poiché la cerimonia è uno spettacolo. Molti fanno fotografie coi cellulari, coi tablet, con le macchine fotografiche e poi ci sono i fotografi professionisti, con tre o quattro camere con teleobiettivo al collo. La grande emozione è rotta solo dallo squillo di qualche telefonino cellulare.
Confesso che pure io durante la cerimonia religiosa ho dovuto assentarmi, abbandonando il labaro appoggiato al muro, per urgenti necessità fisiologiche. Incontro sguardi di complicità di altri labaristi in fuga. Sono ermi al bancone del bar vicino al duomo, affollato come se ci fosse Vasco Rossi.
Approfitto per prendermi un caffè, dato che la coda ai gabinetti era veramente fenomenale. Da lontano giungono le note dei canti di chiesa. Rientro in duomo e agguanto l’asta del mio labaro. Accanto a me un altro labarsita smanetta sullo smartphone, mentre la messa sta per finire.
L’inno del donatore cantato alla fine è da brivido. Cantano donatori e carnici anche fuori delle porte d’ingresso della chiesa.
Durante la messa, affollata l'osteria Al Vatican 

Finita la messa, riparte il corteo dei labaristi. «Meteisi par cuatri! (Mettetevi per quattro!» - sbotta ancora il servizio d’ordine, sempre più nervoso. La banda ci dà il passo. Ci aspetta la parte più lunga del percorso. C’è gente che applaude. Bambini con le loro maestre espongono gocce disegnate su grandi pannelli (è il simbolo dell’AFDS). Certe case sono addobbate con fiori e rami di abete come se passasse una processione degli anni ’50. La strada è lunga. Ancora bimbi sorridenti con la manina che ci fa: ciao.
Dopo curve varie, salite e discese si scende verso il campo sportivo. «Al sarà dongje di Soclêf! (sara vicino a Socchieve!) – dice qualche spiritoso». Un altro se ne esce con un: «Orpo, ma dopo si scugne tornâ sù (Accidenti, ma dopo ci tocca tornare su)». Quello in cerca di beveraggi: «Di sigûr, la vie cundute chê jerbe no nus daran di bevi… ( Di sicuro, là con tutta quella erba non ci daranno da bere…)».
In lontananza si intravede il campo sportivo e, all’improvviso, tutti col naso all’insù per guardare il deltaplanista campione del mondo, Suan Selenati. Volteggia, fa la scia rossa, gira di qua e di là nel cielo azzurro, finché scende passando vicino alla bandiera segnavento, come il filo passa nella cruna dell’ago.
Si arriva al tendone delle premiazioni e dei discorsi. Posizioniamo il labaro negli stalli portalabaro. Il grosso del lavoro è fatto. Poi bisognerà passare a recuperare il labaro a congresso finito, senza suscitare le ire del presentatore, che non sopporta vedere labaristi a ritirare il proprio labaro verso gli sgoccioli della premiazione.
Francamente la cerimonia è troppo lunga. Premiare oltre 2000 persone fa perdere un sacco di tempo a tutti. Forse sarebbe il caso di cambiare qualcosa. Oggi ho recuperato il labaro tra gli ultimi. E poi su fino al parcheggio della segheria… 
Primi due a destra: delegazione della Carinzia al 58° congresso AFDS di Ampezzo 2016
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Una versione di questo articolo è stata pubblicata il 27 settembre 2016 sul giornale del web infofvg.it col titolo: “Congresso #AFDS ad #Ampezzo".
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Servizio giornalistico, di networking e fotografico di Elio Varutti 

mercoledì 17 agosto 2016

La stravagante arte di Lunazzi, Udine

Ancorata al Magic bus dei The Who, la vivacissima opera artistica di Luciano Lunazzi è il riflesso della sua filosofia del viaggio. Nato nel 1952 a Ovaro, in provincia di Udine, Lunazzi a sette anni si ritrova in Svizzera, frutto di quell’emigrazione friulana che si arresta solo nel 1967, secondo la sociologa Elena Saraceno
Luciano Lunazzi, "Afghan Truck", 2009, tecnica mista su cartone, cm 95 x 138.

Nel 1968 Lunazzi abbraccia la tendenza degli Hippies, i figli dei fiori, mossi dagli ingenui, ma sinceri slogan di pace, amore e libertà. Nel 1973 lascia la Svizzera per l’India, l’Afghanistan, il Pakistan, Grecia, Turchia e Iran.
Dopo tre anni rientra in Italia e, per problemi familiari, lavora come panettiere e pasticcere a Buja, in provincia di Udine, fino al 1979, vicino al padre e al fratello. Col 1980 è in Messico e poi in California, a Berkley, dove si ferma per otto anni.
Inizia a dipingere, da autodidatta, verso la metà degli anni Novanta, mentre si trova in Germania, per lavoro. Sperimenta tecniche pittoriche miste, soprattutto con colori acrilici, pennarelli su carta e collage. In Spagna decide di fare l’artista di strada e di vivere così. Si appassiona sempre di più al cartone come supporto delle sue pitture un po’ stralunate, che sembrano copertine di dischi, intendiamoci: di Long Plaing.
Sempre negli anni Novanta viaggia tra Colonia, Ibiza, Tenerife, Barcellona, San Firmino di Pamplona, Saragozza. Crea anche T-Shirt, vendute come le sue pitture al pubblico di strada fino al 2004.
Ritorna in Friuli e, trovando alcuni interessati alla sua arte, espone per la prima volta nel 2007 al caffé Caucigh di Udine. Collabora con varie associazioni culturali come “Venti d’Arte” e “Vicino / Lontano”. Inventa e dipinge la copertina del CD per i trent’anni di attività di Radio Onde Furlane.
Luciano Lunazzi. Fotgrafia dal sito web topartist.it

La sua forma artistica
Artista diretto e ironico, se non provocatorio. Egli utilizza vari segni tribali per i suoi stralunati disegni, come nella serie dei “Bamboccioni”, dei “Cagnolini nervosi” e degli innumerevoli “Magic bus”, con quelle assurde ruote fatte con i vecchi vinili. Qualche critico l’ha avvicinato a Richard Hamilton, uno dei promotori della Pop Art.
Lunazzi propone delle immagini surreali, impossibili, al limite della stravaganza, ma a modo loro esse paiono molto legate al vivere contemporaneo. Le sue opere, anzi i suoi cartoni “underground” sono un grido contro la violenza, sono un inno alla creatività esuberante, sono un Manifesto politico a riutilizzare materiali di scarto per dare loro la dignità, anche se effimera, di coloratissima ed ingegnosa opera d’arte.
È morto a Udine per un malore, a 65 anni, Luciano Lunazzi nella sua abitazione di via Albona, il 3 ottobre 2017.

Bibliografia
Raffaella Ferrari, Il meraviglioso magic bus si è fermato allagalleria d’arte La Piazzetta, Udine, cartoncino di sala, s.a.

Sitologia

martedì 16 giugno 2015

Tiere furlane / Terra friulana, rivista in inglese

L’ultimo numero di «Tiere furlane / Terra friulana» è totalmente scritto in lingua inglese. Si tratta di un’acuta operazione di macromarketing per promuovere globalmente l’eccellenza dei prodotti del Friuli Venezia Giulia. L’originale rivista prodotta dalla Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, nei numeri precedenti era scritta in italiano, friulano e qualche articolo recava l’idioma della Bella Albione.
Fa un certo effetto leggere, pure e solo in inglese, la premessa di Sergio BolzonelloVice-President of the Autonomous Friuli Venezia Giulia Region, per chi era abituato alla italica lingua del Bel Paese.
 


Enos Costantini, coordinatore editoriale (“Editor-in-Chief ”) apre la serie di importanti articoli con un pezzo del suo settore privilegiato, quello della cultura viti-vinicola: “Mosieur le Sauvignon. An all-worthy French became citizen of the world (but first it became Friulian)”. Si viene a sapere così che il Tocai aromatico, detto oggi soprattutto Friulano (“The quintessential Friulian white wine”), proviene dalla metà dell’Ottocento dalla Francia, quale varietà del Sauvignon. Oltre che in Friuli Venezia Giulia, il vitigno è coltivato in Veneto, in altre regioni italiane, in Slovenia, in Stiria, Romania, Moldavia, nella zona russa (cosacca) del Krasnodar e, agli antipodi, in Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Sudafrica e Australia
Seguono un paio di articoli moto tecnici di Ian D’Agata su biotipi e cloni della particolare produzione vinicola friulana. Il primo pezzo è intitolato: “Sauvignon Blanc in Friuli Venezia Giulia. A strong identity, although still a ‘work in progress’ ”. Il secondo brano è: “The Grape Varieties and Wines of Friuli Venezia Giulia”, con cenni alla Malvasia istriana, al Pignolo, al Refosco, al Tazzelenghe, alla Ribolla, allo Schioppettino, all’Ucelut, al Verduzzo, alla Vitovska, al Terrano (del Carso e dell’Istria), al supremo Picolit, ovviamente al Tocai friulano e a molti altri vini.
L’articolo successivo è di Stefano Cosma. Col titolo “Grapewines and wine in Trieste” si scopre l’importanza dei paesi come Prosecco, dove i vigneti del Carso si affacciano sul Mare Adriatico.
Marianna Deganutti ha scritto “Fulvio Tomizza’s depiction of the Karst” per ricordare le pagine rare del romanziere istriano nel cuore e mitteleuropeo di spirito; così si scopre la “Osmizza”, luogo informale di ristorazione a base di produzioni agricole del Carso a cura del contadino: vino, formaggio, prosciutto e carni. In Friuli tale posto di ristoro è detto: frasca.
Luca Manfè nel suo “Friuli Venezia Giulia, a hidden teasure” allarga il discorso dai vini al formaggio e ai Cjalçons della Carnia (ravioli). Più specificamente al famoso formaggio si dedica Daniele Čotar nel suo pezzo intitolato: “Montasio cheese a Friulian story”, a partire dalle prime citazioni del toponimo dell’altipiano, del 1259, contenute nelle pergamene dell’Abbazia di Moggio.
Si sa tutto del Prosciutto di San Daniele leggendo l’articolo “A precious leg” a cura del Consorzio del Prosciutto di San Daniele.
L’antropologo Gian Paolo Gri, esperto di cultura contadina, ha scritto: “The numbers and the rust, the domesticated and the wild”. Carlo Petrini nel suo “Friuli: a region where you always want to ‘come back soon’ ” ha descritto alcuni prodotti di nicchia, considerati come presidi di “Slow Food”: l’aglio di Resia, il Radic di mont, il formadi frant, la Pitina della Val Tramontina, il Pan di Sorc, il Pestât di Feagne, la Rosa di Gorizia (Cichorium intybus), la cipolla di Cavasso e il formaggio latteria.
Giuseppe Cordioli ha scritto: “Friuli Venezia Giulia’s sea”, a partire della celebre regata “Barcolana”, fino ai pescatori di Grado e di Marano Lagunare, con un doveroso cenno alla Lignano di Ernest Hemingway.
Enrico Filaferro e Araldicacivica.it hanno presentato “Agricolture and civic heraldry in Friuli Venezia Giulia” per mostrare come negli stemmi comunali locali siano rappresentate le attività agricole. Umberto Alberini e Angelo Vianello si sono occupati dell’ambiente, clima biodiversità e della vegetazione, con spunti geologici, nel pezzo: “A Unique Region: Natural Environments and Plant Endemics”.
La professoressa di Storia dell’Arte Gabriella Bucco ha scritto “Wine and art”, per comunicare come gli artisti, con le sculture, le pitture e i mosaici si occupano del vino e della vite.
Tra le stupende fotografie della rivista spiccano gli esemplari scatti di Ulderica da Pozzo, Stefano Zanini, Florence Zumello e Enos Costantini.
Solo con lo spirito del “bravo recensore” mi permetto di aggiungere almeno un paio di altre specialità regionali talentose. Penso ai biscotti carnici, detti le “Esse di Raveo” e alla trota di San Daniele del Friuli.
Qui di seguito propongo, infine, un’Appendice, con una ricerca scolastica sui dolci istriano – carsolini – triestini, solo perché... mi sono lasciato trasportare dalla deformazione professionale, insegnando Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva in una classe quinta Dolciaria dell’Istituto Stringher di Udine.

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«Tiere furlane / Terra friulana», Rivista di cultura del territorio, anno 7, numero 1, maggio 2015, pagine 144, fotografie a colori.
ISSN 2036-8283
tiere.furlane@regione.fvg.it
Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
Via Sabbadini, 31
33100 Udine
telefono: 0432.555111
fax: 0432.555140

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APPENDICE

Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine

RICETTE DI DOLCI IRREDENTISTI

1. STRÙCOLO (Friulano – Strùcul)
Il termine friulano di questo tipico dolce pasquale deriva dal tedesco dialettale Struckel, sinonimo di Strudel “vortice, gorgo, mulinello d’acqua”. Il nome si è esteso al dolce in quanto originariamente lo strudel era fatto a forma di chiocciola o spirale. Quanto alla forma originariamente rotonda, a torciglione, oggi viene anche preparato dritto o piegato a portafoglio. A seconda del contenuto è detto strucolo de pomi (di mele, ted. Apfelstrudel) o strucolo de zariese (di ciliegie, ted. Kirschenstrudel), ma vi sono anche strucoli salati a base di patate o spinaci. Dolce presente nei ricettari delle nonne e delle zie di Trieste, Pola, di Fiume, di Zara e della Dalmazia.

Ricetta
“STRUCOLO DE POMI”

Ingredienti (per 6/8 persone)

Per la sfoglia
farina        250 gr
burro     50 gr
pizzico di sale
acqua tiepida     q.b.

Per il ripieno
mele renette    1,5 kg
uvetta        100 gr
pinoli         100 gr
burro            100 gr
zucchero        150 gr
pan di spagna    100 gr
cannella        ½ cucchiaino
chiara d’uovo
zucchero a velo

Preparazione
Con la farina, il burro, il sale e l’acqua tiepida preparare la pasta morbida e lavorarla per mezz’ora e lasciarla riposare coperta.
Sbucciare e affettare le mele, lavorare l’uvetta, unire poi lo zucchero, il pan di Spagna sbriciolato ed amalgamare il resto. Preparare la sfoglia e sulla tavola infarinata allargarla e portarla più fina possibile. Distribuire su di essa il ripieno. Arrotolare la sfoglia racchiudendo il ripieno e pennellare di seguito la superficie con un tuorlo d’uovo e dare allo struccolo la forma voluta. Appoggiare sopra una teglia infarinata e, con l’aiuto di una tovaglia, rovesciare di colpo lo struccolo. Pennellare la superficie con la chiara d’uovo e infornare in forno caldo fino a quando la superficie assume la doratura. Servire cosparso di zucchero a velo.

2. CÙGLUF (o cùguluf)
Parola che proviene dal tedesco carinziano Kugelhupf, nome di una specie di focaccia diffusa in Austria e Svizzera. Si tratta di una parola composta da Kugel “cappuccio” e da Hefe “lievito”, quindi dolce lievitato a forma di cappuccio. Pare che questo dolce, da consumarsi per la prima colazione, sia stato uno dei preferiti dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, inoltre sembra essere stata una delle preparazioni tipiche della nobiltà goriziana e triestina nelle prime colazioni pasquali. Diffuso pure a Pola e Fiume.

Ricetta
Ingredienti (per 10 persone)

burro                200 gr
farina                500 gr
zucchero vanigliato        500 gr   
tuorli                5
chiare a neve             5
polverina lievitata        1
(o 20 gr di lievito di birra)
Latte                ¼ l
Cacao                50 gr
½ limone grattugiato

Preparazione
Montare bene lo zucchero, i rossi d’uovo e il burro tenero fino ad ottenere un impasto leggero e schiumoso. Piano piano aggiungere il latte e contemporaneamente la farina e fare un impasto omogeneo. Aggiungere gli aromi e le chiare d’uovo montate a neve. Amalgamare con molta delicatezza affinché l’impasto non smonti. Aggiungere lievito, prendere metà dell’impasto e aggiungere il cacao. Amalgamare bene e poi mettere un po’ di pasta bianca e un po’ di quella con il cacao negli stampi unti con il burro e infarinati. Mettere in forno e cuocere a 180° per circa ¾ d’ora. Servire con una spolverizzata di zucchero.

3. TORTA DOBOS
Torta creata a Budapest sul finire dell’Ottocento dal pasticcere Jozsef Dobos, molto diffusa nella Mitteleuropa, fa parte da sempre della tradizione di Trieste, di Fiume  e della Dalmazia.

Ricetta
Ingredienti (per 8/10 persone)

Per il biscuit
uova                6
zucchero            170 gr
farina                130 gr   
1 buccia di limone

Per la crema base
burro                200 gr
zucchero            120 gr
chiara d’uovo             120 gr

Per la crema Dobos
crema base            500 gr
pasta gianduja            80 gr
crema pasticcera        100 gr
cacao in polvere        30 gr

Preparazione

Per il biscuit:
Sbattere i tuorli con lo zucchero, aggiungere la farina, una buccia di limone e, piano piano, gli albumi montati a neve. Cuocere il tutto per 15 minuti a calore moderato, in una tortiera unta di burro e infarinata a più riprese per ottenere 6/7 dischi. Farli raffreddare.
Crema base:
Mettere lo zucchero in una pentola sul fuoco e bollire fino a farlo diventare quasi un caramello. Sbattere le chiare d’uovo a neve, quando sono pronte versare lo zucchero a filo dentro la chiara velocemente sbattendo. Quando il tutto è freddo, aggiungere il burro.
Crema finale:
Aggiungere la pasta gianduja, la crema pasticcera e il cacao in polvere. Unire alla crema base, creando la crema Dobos. Spalmare la crema sui dischi che vanno sovrapposti, l’ultimo, da trattare a parte per evitare che si sciolga la crema, va ricoperto con il caramello versato sopra a caldo. Prima che il caramello si raffreddi, segnare le varie fette con il coltello unto di burro per servire meglio.


4. CHIFEL
I chifel, dal tedesco Kipfel, sono chiamati così per la loro forma a mezzaluna, simbolo della bandiera turca che, secondo alcune interpretazioni, aveva ispirato una pasticcera durante l’assedio di Vienna da parte dei turchi.
Sono dei bastoncini cilindrici cui viene data questa forma; i più comuni sono oggi, specie a Trieste e a Pola, quelli di patate inizialmente usati come dolci con l’aggiunta di zucchero e cannella e ripieni di marmellata. Oggi invece possono essere lievitati o di sfoglia, ripieni di pasta di mandorle, nocciole o marmellata, e ricoperti di zucchero. Conosciuti pure a Fiume, Gorizia e in Dalmazia.

Ricetta
Ingredienti (per 6/8 persone)
Farina bianca            300 gr
Noci macinate            300 gr
Tuorli d’uovo            2
Zucchero            150 gr
Burro                150 gr
Vaniglia q.b.

Preparazione
Si fa l’impasto con molta delicatezza e poi si formano dei piccoli chifel a mezzaluna. Si mettono al forno per pochi minuti in una teglia imburrata e poi, ancora caldi, si avvolgono nello zucchero macinato con la vaniglia. Toglierli dal forno non troppo cotti.

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Il presente elaborato sui “Dolci irredentisti” rientra nelle attività del Laboratorio di Storia (referente il prof. Giancarlo Martina), dell’Istituto Stringher di Udine. Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP, referente prof. Elio Varutti.  Hanno collaborato alla realizzazione di questo prodotto gli allievi della classe:

5 ^ D Dolciaria: Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini.  Anno scolastico 2014-2015

Organizzazione didattica: professoresse Carla Maffeo (Italiano e Storia), Patrizia Bertoli (Alimenti).
Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli.
Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva.