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sabato 26 aprile 2025

Giuseppe Bentrovato, fotografo di Zara, potrebbe emigrare in Bolivia e altri in Australia, 1951

È una storia complessa e affascinante. A certi scossoni familiari si alternano grandi speranze e la voglia di una nuova vita altrove. Gli chiesero: Perché non vuole ritornare a Zara? “In quanto italiano avrebbe dovuto temere le persecuzioni dei comunisti jugoslavi” (As an Italian he would have to fear persecutions by the Yugoslav communists). “Molti italiani furono uccisi dai partigiani jugoslavi e molti deportati” (Many of Italian were killed by the Yugoslav partisans, and many deported), come si vedrà più avanti.

Documento d'assistenza IRO di Giuseppe Bentrovato su carta intestata dell'ANVGZ di Bergamo (Archivio di Arolsen), particolare
Era nato sotto l’Austria, a Lussinpiccolo, il 18 agosto 1905 da Giuseppe e da Maria Eterovich, originaria dell’Isola di Brazza, in Dalmazia. Conosceva la lingua italiana e quella serbo-croata. Si chiamava Giuseppe Bentrovato e frequentò le scuole italiane elementari e quelle tecniche secondarie a Zara fino al 1919. Si sposò negli anni ’20 con Teresa Gavazzi, nata a Bergamo nel 1907. La sua primogenita Iolanda nacque a Brembate (BG) il 16 maggio 1929. Il 16 novembre 1932 gli nacque la seconda figlia Anna a Stezzano (BG). Il 25 gennaio 1935, a Zara, la moglie Teresa mise alla luce il terzogenito Giuseppe.

A metà degli anni ’30, Giuseppe Bentrovato lavorava nel suo stabilimento fotografico a Zara, Regno d’Italia. È citato così nella Guida generale di Trieste e commerciale della Venezia Giulia, Fiume, Sebenico, Zara, tra i fotografi attivi a Zara: “Bentrovato G., Calle delle Carceri” (Guida… 1937 : 2087).

Dal mese di dicembre 1943, a causa della guerra, Bentrovato dovette sfollare presso parenti a Bergamo, dove lavorò come fotografo in proprio. Dal mese di ottobre 1944 fu arruolato dalla RSI tra i granatieri a Ponte San Pietro (BG) e poi venne trasferito a Vercelli. I partigiani jugoslavi di Tito occuparono Zara, enclave italiana in Dalmazia, il 1° novembre 1944, dopo che la città era stata distrutta da 54 bombardamenti angloamericani, poi i titini iniziarono a fucilare centinaia di italiani, oppure li gettarono in mare con una pietra al collo. Su 22 mila abitanti, oltre 2 mila furono i morti sotto le bombe alleate. Oltre 15 mila zaratini fuggirono per il terrore dei bombardamenti aerei e sapendo che Zara sarebbe finita nelle mani dei titini e anche i pochi rimasti se ne andarono dopo la presa del potere jugoslavo.

Nel mese di aprile 1945 il militare Giuseppe Bentrovato fu catturato dai partigiani italiani in Piemonte e portato dagli alleati al Campo di concentramento di Novara e, poi, in quello di Coltano, in comune di Pisa, fino al mese di ottobre 1945. Una volta libero, chiese ed ottenne il rilascio della carta d’identità al Comune di Bergamo, che la emise il 30 ottobre 1945. Poi Bentrovato esercitò il mestiere di fotografo in proprio a Bergamo fino al 1946, quando fece la separazione legale dalla moglie presso il tribunale di Bergamo in data 29 luglio 1946. In seguito lui, per lavoro, si spostò a Padova alle dipendenze del fotografo Greggio e, nel 1948, a Palermo, presso la ditta di fotografia Forzano, fino al mese di giugno 1950, quando perse il lavoro. Fu disoccupato fino al 1951, alloggiando presso la figlia Iolanda, a Bergamo in Via Carnevali 49. Frattanto, verso il 1948 i coniugi Giuseppe Bentrovato e Maria Eterovich, genitori del bravo fotografo di Zara, furono accolti nel Campo profughi di Novara.

Successe che dal 6 luglio 1948 la moglie separata Teresa Gavazzi e i figli minorenni Anna e Giuseppe Bentrovato, detto “Beppino”, si trovavano in Australia, partiti con i viaggi dell’IRO, via Germania, probabilmente dal porto di Bremerhaven.

Il 7 febbraio 1951 il tale F. Frautschi, funzionario degli uffici IRO di Milano, segnò con un timbro sulla  pratica d’espatrio del fotografo Giuseppe Bentrovato: “Non rientra nel mandato IRO. Idoneo per l’assistenza discrezionale al reinsediamento e alla protezione legale” (Not within the Mandate of IRO. Eligible for discretionary resettlement assistance and L.P. protection). Il mandato dell’IRO (International Refugee Organization) in Italia riguardava la cura, il rimpatrio e il reinsediamento dei rifugiati Oltre Oceano. Vladimir Suneric, altro funzionario IRO, controfirmò la pratica di Giuseppe Bentrovato fotografo, che poteva partire per il reinsediamento e con la protezione legale.

Si tenga presente che l’IRO era l’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati che organizzava le partenze delle navi da Bagnoli, presso Napoli, verso le Americhe e l’Oceania. La presente ricerca si basa sui rari documenti inediti nell’Archivio di Bad Arolsen (Germania), da poco disponibili nel web. La pratica d’emigrazione di Giuseppe Bentrovato all’Ufficio IRO di Bergamo è del giorno 30 agosto 1949, redatta su carta intestata dell’Associazione Nazionale per la Venezia Giulia e Zara (ANVGZ), Comitato Provinciale di Bergamo, perché il Bentrovato risiedeva in quella città presso l’abitazione della figlia Iolanda, sposata con Hans Liebschner (1927-2012), soldato tedesco, noto nel 2020 per i suoi filmati amatoriali degli anni ‘60. La firma del presidente dell’ANVGZ di Bergamo è: Antonio (ma il cognome è illeggibile). L’ANVGZ era già trasformata in ANVGD, ma si riciclavano i moduli.

Documento IRO per l'emigrazione in Bolivia di Giuseppe Bentrovato (Arolsen Archives)

Il fotografo Giuseppe Bentrovato dichiarò e firmò il Questionario al funzionario dell’IRO, il 7 febbraio 1951. In esso è scritto che non voleva tornare a Zara per una serie di motivi. Prima di tutto “si sentiva italiano e la sua città natale, Zara, era sotto un’amministrazione straniera” (He felt as an Italian and his home town Zara got under a foreign administration). “Non aveva nessuno o niente a Zara” (He had neither anybody or anything at all at Zara). “Non aveva parenti né in campagna nemmeno nella città di Zara” (Had no relatives in the country nor in the town of Zara). “Tutti i suoi beni andarono perduti con i bombardamenti” (All his property was lost with the bomabrdaments). “Non desidera trovarsi sotto un’amministrazione straniera, soprattutto se si tratta di un regime comunista” (He does not wish under a foreign administration, and espescially when this is a communist regime). “In quanto italiano avrebbe dovuto temere le persecuzioni dei comunisti jugoslavi” (As an Italian he would have to fear persecutions by the Yugoslav communists). “Molti italiani furono uccisi dai partigiani jugoslavi e molti deportati” (Many of Italian were killed by the Yugoslav partisans, and many deported). “Le informazioni fattuali mi sono state lette e certifico che corrispondono al fatto da me riferito” (The factual information has been read to mi and I certify it correspond with the fact I have related).

Il richiedente Bentrovato desiderava emigrare in Canada, Australia, o Nuova Zelanda. Il 10 maggio 1951, invece M. Connor, funzionario IRO di Bagnoli (NA) per l’emigrazione Oltre Oceano comunicò all’Ufficio IRO di Milano (Milan Area Emigration Office) che Giuseppe Bentrovato non si presentò per emigrare in Australia. Tra le tante località di questa storia si sa, sempre dai documenti IRO, che Bentrovato stava a Forlì, in Via F. Daverio 10, come da una comunicazione del 23 agosto 1951. Un ultimo documento del 30 settembre 1951 menziona il fotografo Giuseppe Bentrovato riguardo a una migrazione individuale in Bolivia, ma non si sa come finì.

Si ritiene che la cognata del nostro fotografo di Zara fosse Bentrovato Maria Irene, nata Gavazzi, del 1911 di Boltiere (BG). Dal 1924 risultò residente a Zara con i genitori e nel 1943 fu sfollata a Bergamo, in Via Carnevali 49 (proprio come il fotografo zaratino), con le figlie Graziella (nata a Zara nel 1937) e Giuliana (Zara 1943). Come dagli atti del tribunale di Genova dell’8 settembre 1949, essendo in quel periodo Maria Irene Gavazzi infermiera all’Ospedale “Gaslini” di Genova, pure lei si separò dal marito Ermenegildo Bentrovato, militare che fu internato in Germania. Maria Irene fece domanda per emigrare in Australia al solito Comitato di Bergamo dell’ANVGZ e fu dichiarata “Eligible”, ossia: idonea a partire con le figlie Graziella e Giuliana, nate a Zara.

Bentrovato Maria Irene Gavazzi, con la figlie Graziella e Giuliana, zaratine, nella pratica d'assistenza IRO per emigrare in Australia, dagli Archivi di Arolsen (Germania)
Per leggere altre testimonianze sull’emigrazione di istriani, fiumani e dalmati in Australia, come le vicende degli zaratini Carlo Mirelli-Mircovich e Illuminata Trentini, si può vedere ad esempio il libro di Guido Rumici e Olinto Mileta Mattiuz intitolato “Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate”, quarto volume: Il lungo dopoguerra (Mileta Mattiuz O, Rumici G, 2015 : 77-94). Si sa che dei 300 mila profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, che costituiscono l’esodo giuliano dalmata, oltre 70 mila emigrarono in Canada, Argentina, Stati Uniti, Australia, Sud Africa, Brasile e altri parti del globo mediante l’intervento dell’IRO. Certi esuli, pur non ricevendo l’assistenza dell’IRO, se ne andarono negli USA con mezzi finanziari propri pur di abbandonare i disagi delle baracche o delle camerate dei Campi profughi.

Conclusioni

La presente analisi storica, così articolata, si basa sui documenti d’archivio e sulla bibliografia citata. Si sono cercate altre notizie, poiché potrebbero esserci dei risvolti ulteriori. Si capisce che l’amore non ha confini, nemmeno linguistici, dato che il militare tedesco Hans Liebschner sposò Iolanda Bentrovato, sfollata di Zara e figlia del noto fotografo di Calle delle Carceri nel capoluogo dalmata del Regno d’Italia. Quella gente, nel dopoguerra, è disponibile ad una grande mobilità territoriale. Le sorelle Gavazzi Teresa e Maria Irene, coniugate in Bentrovato, vissute tra Bergamo e Zara e separate legalmente dai rispettivi consorti, sono disposte a emigrare, o sono definitivamente emigrate in Australia. Altri di famiglia finirono in Bolivia.

Si comprendono, infine, i modi in cui la famiglia è stata definita e regolata nel Novecento – come ha scritto Chiara Saraceno – con le forme di interdipendenza tra organizzazione familiare, sistemi economici e mercato del lavoro (Saraceno C, Naldini M 2020), aprendo uno squarcio sulla condizione della donna nelle situazioni estreme, come quelle successive a un grande conflitto mondiale.

 

Bibliografia e siti web

- Guida generale di Trieste e commerciale della Venezia Giulia, Fiume, Sebenico, Zara, Trieste, Vitoppi Wilhelm & C., 1937.

- Olinto Mileta Mattiuz, Guido Rumici (a cura di), Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate. Quarto volume: Il lungo dopoguerra , Gorizia, ANVGD Gorizia-Mailing List Istria, 2015.

- Chiara Saraceno, Naldini Manuela, Sociologia della famiglia, 4^ edizione, Bologna, Il Mulino, 2020.

- Stefano Testa, Il secondo principio di Hans Liebschner, film documentario, Italia, 2020, durata 88 minuti.

- Lucio Toth, Storia di Zara dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 2016.

- Unterlagen von Bentrovato, Giuseppe, geboren am 18.08.1905, geboren in Lussinpiccolo und von weiteren Personen. Arolsen Archives (Germany).

- Unterlagen von Bentrovato, Maria, geboren am 22.08.1911, geboren in Boltiere Bergamo und von weiteren Personen. Arolsen Archives (Germany).

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Progetto di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo), Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti, Sergio Satti, Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e i professori Ezio Cragnolini e Enrico Modotti. Copertina: Documento IRO di Giuseppe Bentrovato (Archivio di Arolsen). Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine. Fotografie dall’Archivio di Arolsen e studi presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia.  Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.   Sito web:  https://anvgdud.it/


mercoledì 7 agosto 2024

Dall’Australia a Udine, Servigliano e Firenze per vedere i luoghi dell’esodo della sua famiglia

Per gli economisti è il turismo del ricordo. Si riferisce ai viaggi sui luoghi dei propri avi. Per i ricercatori si tratta di analizzare il turismo della memoria in una prospettiva geopolitica. Questa è solo una storia di grandi emozioni. Batte forte il cuore se leggi il nome dei tuoi nonni nell’elenco dei rifugiati di un campo profughi toscano. È successo alla signora Afrodita Pengelly. Al centro raccolta profughi di Laterina, provincia di Arezzo, passarono oltre 10 mila fuoriusciti soprattutto cacciati dall’Istria, Fiume e Dalmazia a causa della violenza comunista dei titini. Molti di loro provenivano da Udine.

Claudia Sain, La Decisione. Il dramma dell’esodo. Difficile decisione di dover partire e lasciare tutto, pittura, 2020. Immagine diffusa in Facebook il 13 febbraio 2024. Taglio redazionale

È partita dalla lontana Australia la signora Afrodita Pengelly per arrivare a Udine, in via Pradamano 21, dove dal 1946 al 1960 esisteva il più grande Centro di smistamento profughi d’Italia per accogliere gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, ma pure di altri paesi del Centro Europa e dell’area dei Balcani. Dal 2007 una lapide ricorda il passaggio di oltre 100 mila fuoriusciti in quel posto. Oggi nell’edificio c’è la scuola ‘E. Fermi’.

Ho fatto un viaggio molto emozionante visitando tutte le città che ho letto nei timbri sul passaporto di mia madre – ha scritto Pengelly – il suo fu un viaggio in veste di rifugiata dalla Romania. Potete immaginare le mie lacrime quando ho letto quella targa posta sul muro della scuola di Udine in ricordo dei profughi. E poi prendere un caffè nel bar vicino, che fu aperto verso il 1948, lo stesso anno in cui mia madre era al Centro di smistamento. Forse aveva cenato in quel bar”.

Proprio al bar Franzolini, di via delle Fornaci, a pochi metri dall’ingresso dell’ex campo profughi, la signora Pengelly parlando con la barista Giannina, ha scoperto che c’è un’associazione con dei ricercatori che raccontano le vicende dell’esodo, perciò ha lasciato il suo recapito per eventuali contatti. Così è nata la ricerca presente.

Marietta Battoja, la mamma di Afrodita, nacque a Sinaia, in Romania. La grafia “Battoja” risulta dai documenti d’identità dell’archivio familiare. Poi nell’esodo, assieme a lei, c’erano suo nonno Luigi Battoja, la nonna Elena Melnich e la zia Lucia Battoja. La famiglia è di origine italiana.

Luigi Battoja, imprenditore in Romania e ospite del Centro raccolta profughi di Laterina, passando per quello di Udine. Collezione Afrodita Pengelly

Il cognome Battoia (scritto con la “i”), infatti, è molto diffuso in Friuli, come a Cassacco, in provincia di Udine. Il passaporto di Maria Battoja (con la “j”) fu rilasciato il 17 dicembre 1946 dalla Legazione d’Italia in Bucarest a firma di L. Dominici (Collezione Afrodita Pengelly). È diffuso pure in Toscana. Battoia è cognome endemico di Cesariis, in Comune di Lusevera, provincia di Udine, documentato sin dal Settecento. Forse deriva dal nome di santo e di persona, Battista (Costantini E 2002 : 76).

A Lusevera è presente anche con la seguente grafia: Battoja. Ciò è dimostrato, oltre che dagli archivi italiani, pure da quello di Bad Arolsen (Germania) International Center on Nazi Persecution. Si riporta, sperando di non fare confusione al lettore, anche la grafia usata dagli italo-rumeni per lo stesso cognome: Battoya.

I coniugi Battoja di questa storia, con le loro figlie, sono stati per diversi anni nei campi profughi italiani e persino in uno austriaco. “Dopo la seconda guerra mondiale, mia madre Marietta riuscì a ottenere i passaporti italiani in Romania per la sua famiglia – ha aggiunto Pengelly – prima di fuggire dal regime comunista, attraversando l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia e poi arrivare in Italia. Erano una famiglia benestante con una fabbrica di ceramica, alloggi per i lavoratori, servitù nella casa di famiglia e due automobili americane (Ford e Dodge). Fu molto inquietante lasciare la loro patria”.

Dopo essere passata per i Centri raccolta profughi (Crp) di Servigliano, oggi in provincia di Fermo, nelle Marche, nel Crp di Laterina, in provincia di Arezzo, la famiglia Battoja nel 1955 si stabilì a Firenze. “Tuttavia, mia madre si sposò in uno di quei campi – ha detto la testimone – e poi emigrò in Australia nel 1951, ma visse in altri due campi profughi. Abbiamo visitato insieme l’Italia nel 1975-1976. Fu l’unica volta che io e mia madre rivedemmo la sua famiglia. Potete immaginare quanto fu emozionante una riunione del genere dopo 25 anni”.

Maria Battoja nella fotografia del passaporto del 1946. Collezione Afrodita Pengelly

In effetti Luigi Battoia (con la “i”), sua moglie Elena Melnich e la figlia Lucia Battoia risultano nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 36. Secondo tale registro, in conclusione, mamma e figlia risultano uscite dal Crp “il 10 dicembre 1955” per la nuova residenza di Firenze, mentre Luigi Battoia va a Sansepolcro (AR) il 6 febbraio 1956, ma potrebbero esserci degli errori. E la ricerca genealogica della signora Afrodita Pengelly non finisce qui.

Nelle mie ricerche avevo un contatto con l’istriano Armando S., di Gallignana, classe 1940. Ho saputo che dopo varie vicissitudini familiari, nel 1958, la famiglia ottenne l’opzione e giunse al Campo profughi di via Pradamano. Un cugino di Armando S. è stato ucciso dai titini comunisti assieme ad altri ragazzi del paese, perché stavano scappando verso l’Italia. Armando S. ha poca voglia di raccontare adesso e si può capirlo. Oggi Gallignana, in croato Gračišće, è un paesino con molte case abbandonate.

Da ultimo, si ricorda che l’impiegato presso la direzione del Centro smistamento profughi di Udine fu il signor Leonardo Cesaratto, che era nato proprio a Bucarest, in Romania, discendente della grande emigrazione friulana verso i Balcani.

Il bar “Franzolini” a pochi metri dall’ingresso dell’ex Centro di smistamento profughi. Fotografia di E. Varutti 2024

Fonti orali e digitali – Leonardo Cesaratto (Bucarest 1926-Udine 2011), int. a Udine del 26 gennaio 2004. – Afrodita Pengelly, Melbourne 1958 (Australia), vive a Sidney, e-mail all’A. del 26 giugno e 7 luglio 2024 in lingua inglese. – Armando S., Gallignana 1940, risiede in Friuli, notizie di fine luglio 2022, grazie alla professoressa Maria Piovesana.

Archivi consultati – La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR). Grazie al Comune di Laterina Pergine Valdarno (AR) per la collaborazione all’indagine. Un sincero ringraziamento vada, infine, alla signora Giannina Rieppi, del bar Franzolini di Udine. Grazie a Claudia Sain per la copertina.

– Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

La lapide in memoria del Centro smistamento profughi di Udine. Fotografia di E. Varutti 2024


Cenni bibliografici – Enos Costantini, Dizionario dei cognomi del Friuli, Udine, Editoriale Friuli Venezia Giulia, 2002.

- E. Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l'associazionismo giuliano dalmata a Udine: ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo. 1945-2007, Udine,  Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007.

- E. Varutti, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Aska edizioni, Firenze, 2021. In formato e-book dal 2022. Seconda edizione cartacea dal 2023.

L’artista di copertina - Claudia Sain (Bahía Blanca, Buenos Aires, anni ’60?), vive a Puerto Madryn (Argentina). L’artista si è ispirata ai ricordi di suo padre esule fiumano per dipingere una serie di quadri in occasione del Giorno del Ricordo 2024. È il suo modo di rendere omaggio ai propri genitori, entrambi fiumani, e a tutti gli esuli che hanno vissuto le stesse vicissitudini. Suo padre Arnaldo (Aldo) Sain, nato a Fiume il 26.10.1927 e morto a Buenos Aires il 18.08.2003, emigrò in Argentina a 22 anni, nel 1950. Da giovane era stato soldato alpino ed era sempre orgoglioso del cappello alpino con la penna nera e della stella alpina, trovata sui monti.

  La scuola secondaria di primo grado “Enrico Fermi”, via Pradamano 21 a Udine, dove dal 1946 al 1960, funzionò il Centro smistamento profughi più grande d’Italia. Fotografia di E. Varutti 2024 

Progetto e testi di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking e traduzioni a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Afrodita Pengelly, Bruna Zuccolin, Cesare Costantini, Annalisa Vucusa, Barbara Rossi (ANVGD di Udine), Claudio Ausilio e i professori Marcello Mencarelli, Stefano Meroi, Ezio Cragnolini e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Copertina: Claudia Sain, La Decisione. Il dramma dell’esodo. Difficile decisione di dover partire e lasciare tutto, pittura, 2020. Immagine diffusa in Facebook il 13 febbraio 2024. Taglio redazionale. Fotografie di Afrodita Pengelly e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell'ANVGD di Udine. Sito web:  https://anvgdud.it/

Udine, ingresso dell’ex Centro smistamento profughi e, a destra, il bar Franzolini. Fotografia di E. Varutti 2024


Elenco del Centro raccolta profughi Laterina con il nome dei Battoia


venerdì 22 dicembre 2023

Sognare l’Australia per i Basso di Fiume esuli a Brescia, poi 3 vanno in Venezuela, 1951

Ecco un’altra storia italiana di esuli di Fiume vogliosi di emigrare in Australia, come quella dei Pillepich e di molti altri fiumani sparsi per il mondo. Perché fuggire da Fiume dopo il 1945? Risposta facile: per evitare i picchiatori titini, oppure gli arresti notturni dell’OZNA, il servizio segreto di Tito e il grande terrore jugoslavo comunista.

Domanda di assistenza IRO per l’emigrazione di Basso Silvio con fototessera assieme a quelle della moglie Maria Superina e del figlio Sergio, 7.1.1950 (Archivio di Arolsen)

Ecco cosa scrisse, il 7 gennaio 1950, il funzionario all’International Refugee Organization (IRO), agenzia delle Nazioni Unite dedita all’emigrazione transoceanica in seguito al colloquio con Silvio Basso, di Fiume. “Subject left country as he disliked that regime there” (Il soggetto ha lasciato il paese perché non gli piaceva quel regime lì).The people are afraid of to express their own opinion, nobody is allowed to critizy the living conditions which have been very bad” (La gente ha paura di esprimere la propria opinione, a nessuno è permesso criticare le condizioni di vita che sono pessime). “Every pass has been controlled by spies” (Ogni passaggio è stato controllato da spie). “The people have been arrested for unknown reasons, and if left free, they have been so frightened, that they did not want to speak” (Le persone sono state arrestate per ragioni sconosciute e, se lasciate libere, erano così spaventate che non volevano parlare). “The impression was that there all is based on the fear” (L’impressione era che tutto si basasse sulla paura). “Therefore subject preferred to leave, as the never knew can happen him tomorrow” (Perciò il soggetto ha preferito andarsene, poiché domani non avrebbe mai saputo che gli sarebbe potuto succedere).

Meglio stare alla larga dai nuovi violenti padroni di Fiume, descritti nei documenti per l’espatrio in modo preciso. La presente ricerca si basa sui rari documenti inediti nell’Archivio di Bad Arolsen (Germania), da poco tempo disponibili nel web.

È una famiglia numerosa quella di Silvio Basso, nato a Fiume il 29 dicembre 1896, che fece domanda di assistenza per emigrare in Australia all’International Refugee Organization (IRO) il 7 gennaio 1950. O, per meglio dire: con lui se la son filata in tanti dal Golfo del Quarnaro. Nella scheda di registrazione a lui intestata c’è la sua famiglia, quella del figlio Sergio e di vari parenti ed affini. Ecco i suoi “begleitpersonen” (accompagnatori) a cominciare dalla moglie: Basso Superina Maria, nata a Fiume il 23 ottobre 1900. Poi c’è il figlio elettricista con la sua sposa: Basso Sergio, nato a Fiume il 19 settembre 1927 e Castelli Basso Elisabetta, nata a Fiume il 6 dicembre 1921. Poi la lista contiene meno dati: “Basso od. Cavo Giulia” (in adozione?), nata a Fiume il 17 novembre 1941; Basso Umberto; Basso nata Satina Antonini; Superina Pietro; Superina nata Segnan Maria; Kovach Giuliana in Gherovo, nata il 15 febbraio 1888 e Castelli Giovanni, nato a Fiume il 6 marzo 1921. È un elenco di 11 nominativi.

Referto del funzionario IRO sulle dichiarazioni di Basso Silvio riguardo alla situazione di Fiume dopo l’occupazione degli jugoslavi. Archivio di Arolsen

Stando ai documenti dell’Archivio di Arolsen Silvio Basso, diplomatosi nella locale scuola secondaria, a conoscenza delle lingue di italiano, croato, tedesco e inglese, nel periodo 1938-1941 visse a Fiume, lavorando come impiegato bancario alla Cassa di Risparmio che, secondo la guida di Massimo Superina, aveva sede a Palazzo Modello, in piazza Principe Umberto (Superina M 2023). Nel 1941 fu richiamato in servizio militare per un breve periodo a Sussak, in territorio occupato dal Regio Esercito, svolgendo le mansioni d’impiegato all’Ufficio emissione passaporti (Archivi di Arolsen). Dal mese di maggio 1941 fu di nuovo impiegato bancario fino al mese di dicembre 1946, quando la banca fu nazionalizzata dal Comitato Popolare. Allora Silvio Basso chiese di andare in un'altra regione italiana, così riparò in aprile del 1947.

Molto probabilmente il trasferimento avvenne con la corriera della CRI, oppure in treno, passando per Trieste e per il Centro smistamento profughi di Udine, perché la sua nuova destinazione fu: “Postbellica Camp at Brescia”. Secondo i dati dell’ANVGD un Centro raccolta profughi di Brescia aveva sede presso la Caserma ‘Boito’ di via Callegari. Bassi restò, da disoccupato, nel Campo profughi fino al mese di ottobre 1948, quando fu assunto al Credito bancario di Brescia, ottenendo il certificato di cittadinanza del Comune di Brescia dal mese di luglio 1948, dopo l’accettazione delle autorità jugoslave ad optare per l’Italia. Il figlio Sergio e la nuora Elisabetta, di nazionalità jugoslava, optarono nel 1948, ottenendo nel mese di settembre dello stesso anno l’assenso dalle autorità jugoslave.

Cartolina di Fiume, Palazzo Modello, viaggiata nel 1920; qui aveva sede la Cassa di Risparmio, dove fu impiegato Silvio Basso. Collez. privata

L’analista dell’Ufficio IRO concesse l’espatrio come precisa il timbro per tale nucleo familiare vista la situazione che è di “care and maintenance legal and political protect” (cura e manutenzione protezione legale e politica). In data 7 gennaio 1950 la famiglia Basso risiedette a Brescia in via Lamarmora 43. Il supervisore dell’Ufficio IRO di Milano, S. J. Todorovic, firmò l’approvazione ad emigrare, ma dai documenti analizzabili negli Archivi di Arolsen, pare di dedurre che solo in tre partirono il 22 gennaio 1951 per il Venezuela: Sergio Basso, sua moglie Elisabetta e la nipote Giulia. Essi prima passarono per l’ultimo Campo profughi a Bagnoli (NA), da dove salpavano le grandi navi transoceaniche.

Lasciò Fiume pure l’alpino Idalco Zamò, classe 1926, dove lavorava sin da giovane. Con la seconda guerra mondiale fu inquadrato nella Brigata “Julia”, Battaglione di Frontiera di stanza a Fiume. Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti circondarono la caserma imponendo l’arruolamento nelle truppe nazifasciste. Al suo rifiuto, seguì l’arresto e la deportazione nella Risiera di San Sabba a Trieste. Il suo treno per i campi della morte fu bombardato dagli alleati, perciò restò in Risiera. La notte del 30 aprile fu liberato prima dell’occupazione jugoslava. Con la divisa di alpino, Idalco cercò di ritornare a Fiume, ma fu intercettato dai titini che lo rinchiusero in un loro campo di prigionia da cui, tuttavia, riuscì a scappare. Passato l’Isonzo, raggiunse certi parenti in Friuli, stabilendosi a Manzano (UD), dove morì nel 2023 (Dissegna T 2023 : 32).

Pure Giusto Mihalić (1920-2005), dopo i primi di maggio 1945, tornò ad Occisla di Erpelle-Cosina (ex provincia di Pola, oggi Slovenia), suo paese natale, “ma fu arrestato dai titini che lo incarcerarono per un certo tempo – ha detto Enrichetta Del Bianco, sua nuora – da quella volta non è più ritornato là, il suo esodo verso il Friuli è del 1947, anche suo fratello Rodolfo, detto ‘Ruda’ del 1918, scappò dai comunisti ed emigrò in Australia, morendo a Melbourne nel 2003”.

Sono dunque tanti gli italiani partiti da Fiume, dopo l’occupazione jugoslava del 3 maggio 1945. Sono circa 54 mila i cittadini in fuga, su 60 mila abitanti, stando ai dati ministeriali delle Linee Guida per la didattica della Frontiera Adriatica.

Scheda di registrazione di Basso Silvio all’IRO, facciata anteriore.  Archivio di Arolsen

Fonti archivistiche - Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Basso Silvio, geburtsdatum 29.12.1896, in Fiume.

Fonte orale – Enrichetta Del Bianco, Udine 1951, int. del 10.2.2006 e del 11.11.2023 a Udine.

Cenni bibliografici

- Timothy Dissegna. “È morto a 97 anni Italco Zamò. Fu prigioniero di nazisti e titini”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Cividale, Tarcento, Remanzacco, 13 dicembre 2023, p. 32.

- Marino Micich, “Il lungo esodo dall’Istria, Fiume e Zara (1943–1958)”, in: Giovanni Stelli, Marino Micich, Pier Luigi Guiducci, Emiliano Loria, Foibe, esodo, memoria. Il lungo dramma delle terre giuliane e dalmate, Roma, Aracne, 2023, pp. 67-177.

- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Linee Guida per la didattica della Frontiera Adriatica: laboratorio di contemporaneità per affrontare le complesse vicende del Confine Orientale, 2022, nel web.

- Massimo Superina, Fiume a lavoro. Industrie, negozi e mestieri tra Ottocento e 1946, Padova, Associazione Fiumani Italiani nel Mondo, 2023.

- E. Varutti, I Pillepich di Fiume, esuli in Friuli e Trentino, col sogno dell’Australia, 1950, on line dal 5 novembre 2023 su varutti.wordpress.com

- E. Varutti, Altri Pillepich via da Fiume: Guerrino, Elvira e Raul a Genova, poi verso l’Australia, 1950, on line dal 29 novembre 2023 su evarutti.wixsite.com

Scheda di emigrazione in Venezuela di Basso Sergio e famiglia sulla “S/s Lugano” del 22 gennaio 1951. “Steamship Lugano” : ovvero piroscafo, battello a vapore o nave. Archivio di Arolsen

Ringraziamenti - Oltre agli operatori e alla direzione degli Archivi di Arolsen (Germania) e dei siti web menzionati, si ringraziano l’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) e Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) per la collaborazione alla ricerca.

Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell'ANVGD di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo), Sergio Satti (ANVGD di Udine) e i professori Enrico Modotti, Ezio Cragnolini e Stefano Meroi. Copertina: Domanda di assistenza IRO per l’emigrazione di Basso Silvio con fototessera assieme a quelle della moglie Maria Superina e del figlio Sergio, 7.1.1950 (Archivio di Arolsen).

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 - primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. - orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web: https://anvgdud.it/


domenica 13 marzo 2016

Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943

I racconti dell’esodo giuliano dalmata sono spesso carichi di problemi familiari e sociali se non, addirittura, di tragedie. Talvolta, invece, fanno venire in mente alle persone certi aspetti simpatici ed affettuosi dei propri avi. Ricordare fatti belli, un po’ ridicoli ed affettuosi, sprigiona ancor oggi una grande tensione riguardo ai valori familiari e della comunità di appartenenza. Mi sembra che sia questo il caso della seguente intervista.

Domanda: Che cosa ricorda dell’esodo giuliano dalmata vissuto dai suoi familiari?
Risposta: «Ricordo che c’erano alcuni parenti a Pola – dice Paola Barbanti – considerati dalla mia nonna materna Norma Visintin, venuta via da Zara nel 1943, con tanto affetto perché si erano conosciuti sin da bambini. Ad esempio ricordo la zia Ida Clagnan, nata a Pola nel 1904, di lei la nonna Norma diceva ‘semo come sorele’. Ida Clagnan lavorava alla Manifattura Tabacchi di Pola, aveva un fratello di nome Ruggero, nato nel 1909 a Pola, che era pretore nel tribunale istriano».
D.: Queste famiglie fuggono dall’Istria nel 1943 e fino dove arrivano?
R.: «So che i fratelli Ida e Ruggero Clagnan, assieme alla loro mamma Emma Visintin – replica la professoressa Barbanti, grazie ai ricordi di sua madre Zeni T. – con la moglie di Ruggero e i loro due figli, Bruno e Mariuccia, scappano da Pola fino a Rovigno e, con l’aiuto della famiglia Benussi, arrivano a Trieste. Lì stanno al Silos, uno dei Campi Profughi di Trieste, poi trascorrono un po’ di tempo, nel mese di ottobre, a Romans d’Isonzo, in provincia di Gorizia, presso parenti. Poi Ida Clagnan va al Campo Profughi di Firenze, alla Vecchia Manifattura Tabacchi e, infine, abita nel Villaggio degli esuli di Peretola, vicino a Firenze, fino a quando muore negli anni ’80 del Novecento. Oggi non ci sono suoi discendenti».
Ida Clagnan e Norma Visintin nel 1979

D.: Chi erano gli altri parenti o amici di Pola? Sono fuggiti anche essi dall’Istria per gli stessi motivi dei Visintin e Tomasin?
R.: «Sì ovvio, i motivi sono sempre quelli: la guerra e le uccisioni di italiani d’Istria da parte dei partigiani di Tito – spiega la Barbanti – Intanto dico che la famiglia di Ruggero Clagnan, dopo di Romans si sposta a Vicenza e con quel parentado non abbiamo avuto più contatti. Mia madre, Zeni T., dopo il 1945, va al Collegio delle Orsoline di Gorizia per studiare e vedeva i genitori una volta ogni 15 giorni, perciò molte vicende dell’esodo non le ha mai sapute in modo diretto e continuo. Poi ricordo che la famiglia Bruno Gruppi, per l’esodo fugge da Rovigno, per giungere a Romans d’Isonzo e poi si stabilisce a Monfalcone, in provincia di Gorizia».
D.: L’esodo porta tutte queste famiglie a Trieste, Romans d’Isonzo, Firenze, Vicenza, Monfalcone. E i Visintin Tomasin dove arrivano? Per caso, qualcuno se ne va all’estero?
R.: «Siamo dispersi in giro per il mondo – è l’amara considerazione – Antea Visintin, sorella di mia nonna Norma è a Trieste, si sposa con Luigi Vecchiet, professore del Liceo Petrarca. So che Vilfrido Visintin, fratello di mia nonna andò in Australia. Invece Fosca e Armanda, sorelle di Norma Visintin, vanno a Parigi, ma con i discendenti non abbiamo più contatti».
D.: Avrà sicuramente altri ricordi della nonna Norma? Qualche modo di dire? Qualche lettera o un monile?
R.:  «Ricordo che la nonna Norma mi diceva – risponde la Barbanti – ‘Alo, alo movite, che il sol magna le ore!’, oppure in riferimento al bucato delle maglie di lana: ‘Ogni lavada xe una frugada’. Mi viene in mente che Ida Clagnan, Emma Visintin e la mia nonna Norma stavano a Romans d’Isonzo fino al 1945 e si aiutavano tanto nei lavori di sartoria, oppure di ricamo, una competenza diffusa tra le donne istriane di un tempo. Poi ricordo che mia nonna aveva gli orecchini moretti fabbricati a Fiume. Me li sono fatti regalare pochi anni prima che lei mancasse».
Gli orecchini moretti di Fiume di nonna Norma Visintin, esule da Zara, dopo il 1943

D.: C’è qualche altro ricordo dell’esodo a Romans d’Isonzo?
R.: «Zeni ci raccontava dell’aereo Pippo, che era degli inglesi – aggiunge l’intervistata – e a Romans mitragliava la sera nelle case che avevano lasciato qualche luce, nonostante l’oscuramento imposto dai nazi-fascisti. Il rombo di Pippo le faceva venire mal di pancia e non riusciva neanche a mangiare quel poco che c’era, come ad esempio polenta e latte, oppure un uovo… che simpatica la zia Ida, mangiava un uovo tutto intero, ‘perché così sento qualcossa sotto dei denti’, diceva in dialetto».
D.: Avete mai sentito parlare dei massacri nelle foibe?
R.: «Mi ricordo che zia Tea, ossia Antea Visintin, zia di mia madre – conclude Paola Barbanti – che stava a Trieste, ci portava da ragazzi, negli anni ’60, a vedere la foiba di Monrupino e ci spiegava la fine che avevano fatto fare i titini agli italiani d’Istria, diceva ‘un colpo al primo prigioniero e giù tutta la fila, legadi fra de loro, nella foiba. Era davvero terribile. Avevamo tanta paura».
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Una versione dell’articolo soprastante è stata pubblicata nel web su info.fvg.it col titolo “Sacappare dall’Istria, andare nel mondo, 1943”.


1. Dignità istriana

Ho raccolto oltre 236 interviste, testimonianze e notizie personali sull’esodo giuliano dalmata fino alla primavera del 2016, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Toscana, in Emilia Romagna, in Trentino Alto Adige e in Veneto. Mi sono sempre chiesto se tale esperienza mi abbia dato qualcosa dal punto di vista umano. Direi di sì. Penso di aver colto nelle interviste agli esuli italiani dell’Istria un grande senso di dignità, che si riverbera pure nei loro discendenti.
La riservatezza e la dignità talvolta fanno tenere le bocche cucite. Gli intervistati non raccontano. O raccontano poco, autocensurandosi. Hanno paura di non essere creduti. Si parla del silenzio dei profughi e dello scarso ascolto dei discendenti, ma il clima generale durante la guerra fredda non consentiva loro di raccontare liberamente ciò che era accaduto. Molte nonne e zie dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia mi hanno detto: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Penso a Elvira Dudech, per esempio. Così era chiuso l’argomento. La tragedia era tutta individuale. Eppure anche quello è un pezzo di storia d’Italia. Oppure le vecchie dicevano di dimenticare le cose tristi.
A questo punto mi permetto di citare un brano scritto da Anna Maria Fiorentin, ripreso dal suo libro Nel Carnaro un’isola. Racconti, del 1997. C’è la conferma, anche in letteratura di ciò che dicevano le vecchie istriane ai giovani dell’esodo giuliano dalmata. Questa parte del racconto è ambientata nel 1948-1949 con tutta probabilità nel Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, in provincia di Pisa, dopo la fuga dall’Isola di Veglia avvenuta nel 1943, in seguito al ribalton.
«Ritrovai in quel campo – scrive la Fiorentin – parte della gente di Veglia, spogliata dell’antico orgoglio, ma decisa a vivere.
 – A ottant’anni ho lasciato tutto alle spalle – disse una donna piccola e smunta, senza ombra di rimpianto negli occhi piccoli e freddi.
– Non piangere picola, siediti, impara a dimenticare. Devi distruggere tutti i ricordi – ».

Manifattura Tabacchi di Firenze, qui furono trasferite varie "tabacchine" della Manifattura Tabacchi di Pola. Alloggiavano alla ex Manifattura Tabacchi di Via Guelfa. Lì c'era il Campo Profughi Istriani e Dalmati a Firenze, nell'abitato compreso tra la via Guelfa, via Panicale e via Taddea, nell'area dell'antico Monastero di Sant’Orsola. Il Campo Profughi operò dal 1945 al 1968, quando alla fine accoglieva anche sfrattati o senza tetto. Anche Maria Zanetti, di Pola, lavorava alla Nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, situata in via delle Cascine, 33-35, a pochi passi da piazza Puccini. Inaugurata nel 1940, la struttura ha un’attribuzione critica, ma diversi autori concordano sia di Pierluigi Nervi. Essa si è mantenuta nella sua interezza, secondo Italia Nostra.

Firenze aprile 2016 - Via Guelfa, foto sotto, l'ingresso all'ex Centro Raccolta Profughi istriani e dalmati attivo dal 1945 al 1968. Nella foto sopra un altro scorcio del grande complesso della ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola, in fase di ristrutturazione. 
Fotografie di Elio Varutti

2. Una famiglia, sette infoibati
Passiamo a sentire qualche fonte orale. «Noi istriani parliamo poco – mi ha detto Anna Maria L., nata a Tolmezzo nel 1963 da genitori di Pola – lavoriamo duro e in silenzio, abbiamo la nostra dignità e un forte affetto per il territorio».
Da questa testimonianza sono venuto a sapere che in famiglia ci sono stati ben sette infoibati. «I partigiani titini, dopo il 1943 – ha riferito Anna Maria L., secondo i racconti dei suoi familiari – sopra  Dignano d’Istria hanno preso tre zii di mia mamma, uno era farmacista, un medico e un notaio, poi li hanno portati in una piazza e tutti hanno visto, li hanno costretti a bere del gasolio e se cadevano a terra saltavano sulle loro pance, oppure avvicinavano loro una fiamma, infine li hanno condotti sull’altipiano, legati polso a polso e, con la pistola alla tempia, al primo dicevano di buttarsi giù nella foiba così cadevano tutti nella voragine, mi hanno detto che sono rimasti vivi nella cavità per giorni perché si sentivano i loro lamenti».
In altri momenti dell’intervista lessi alla signora Anna Maria L. istriana, il brano di padre Flaminio Rocchi, nel suo libro intitolato L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990. Rocchi descrive le vittime uccise nella foiba di Terli. I corpi furono recuperati dai pompieri il 1° novembre 1943. Le salme esumate furono 55, estratte a gruppi di tre-quattro legati assieme. Tra questi sequestrati e torturati c’è “Martino, di Martino Chiali, di anni 55, da Marzana”.
A quel punto della testimonianza la signora Anna Maria L. ha esclamato: «Ah, zio Martìn». Poi si è chiusa in se stessa.
Il Centro Raccolta Profughi istriani, fiumani e dalmati di Migliarino Pisano, 1949

Il caso volle che proprio tra i miei primi intervistati, per il libro che ho pubblicato nel 2007 sul Campo Profughi di Udine, ci fosse una parente di Anna Maria L., che acconsentì alla pubblicazione per esteso di nome e cognome, ma non mi rivelò nulla circa il numero di uccisioni nella foiba subìto dalla sua famiglia. La fonte orale era Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010. Fu per autocensura? Fu per il silenzio degli esuli? Non lo saprò mai.
Maria Chialich vedova Pustetto mi raccontò di essere venuta in questa parte d’Italia nel 1957, passando per il Campo Profughi di Via Pradamano a Udine. «C’era anche mio zio Giuseppe Gonan – mi raccontò Maria Chialich – poi lui con la famiglia è andato a Imperia. Sono stati cacciati via nel 1953 dai titini».
Ogni tanto l’intervistata intercalava le risposte in dialetto istriano: «I Gonan se gà fermadi in campo poco tempo, pochi giorni, perché dopo i xe andadi da parenti. Iera tanta gente in campo, quando son andada da zio Giuseppe lui iera in ciesa de campo. Iera profuga anche mia sorela Caterina Chialich».
Maria Chialich, come ho scritto, è mancata ai vivi nel 2010. Nell’elogio funebre a lei dedicato l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’ANVGD di Udine, disse, tra l’altro: «Era di famiglia molto facoltosa, grande proprietaria terriera, che produceva molto; dalla coltivazione del frumento, alla produzione e vendita di pane, paste e alimentari, dalla coltivazione dell’ulivo alla produzione e vendita dell’olio e, infine, al nolo di cavalli allo stato. I Chialich non stettero mai con le mani in mano, ebbero molto denaro, ma non furono mai avidi, tanto che preferirono aiutare i paesani con sacchi di farina qua e là piuttosto che fare la borsa nera. Però, tanta generosità non fu certo premiata dai titini, tra i quali molti beneficiati, i quali, una volta impossessatisi del paese, non esitarono a sterminare gran parte della famiglia: sette persone infoibate, tutti familiari stretti. La povera Maria fuggì in Carnia, assieme alle sorelle, una delle quali vedova di un infoibato e madre di un bambino di soli due mesi, fu impossibilitata di allattarlo per aver perduto il latte a causa di una intera giornata di tortura nelle prigioni di Albona. Il sindaco di Paluzza, conosciute le condizioni di indigenza dei profughi Chialich e in osservanza alle disposizioni in vigore, la convocò per offrirle un sussidio, ma lei, ligia ai principi di altruismo e di solidarietà trasmessi dai genitori, rispose: La ringrazio signor sindaco, ma io non voglio sfruttare la mia bella Italia! Maria Chialich preferì guadagnarsi da vivere ricamando giorno e notte, con grave compromissione alla vista».

3. La tortura del tronco a Albona
Anna Chialich “Aniza” è la vedova di un infoibato. Sorella di Maria e di Caterina citate poco sopra. Dopo che i titini imprigionarono il marito di Anna Chialich, ella andò a chiedere notizie in varie caserme e comandi partigiani. Ad Albona i miliziani la fecero entrare, chiusero il cancello e la obbligarono a delle terribili torture. Le parole che seguono sono di Savina Fabiani, segretaria dell’ANVGD di Udine. «Mi raccontava Maria Chialich che sua sorella Anna – riferisce la signora Fabiani – ad Albona fu torturata dai titini, perché chiedeva notizie del marito da loro stessi fatto prigioniero. Fu torturata su un tronco tagliato a cuneo. Fu legata e costretta a stare in piedi su tale oggetto appuntito per un giorno intero. Madre di un bimbo di soli due mesi, in seguito al supplizio del tronco a cuneo perse il latte e non poté più allattare il piccolo».

Istituto Stringher, Udine - Il giorno 3 dicembre 2011 è venuta a parlarci in classe per quanto riguarda il 10 febbraio, Giorno del ricordo, la signora Rosalba Meneghini, in Capoluongo, figlia di una esule da Rovigno…

4. L’esodo raccontato nelle scuole
Ho anche operato all’interno delle scuole, con i relativi permessi e con la collaborazione di presidi e insegnanti. È del 2005 la prima intervista strutturata ad una esule istriana effettuata all’Istituto “B. Stringher” di Udine, con l’ausilio della professoressa Elisabetta Marioni. Abbiamo raccolto il caso di una incredibile fuga in barca dall’Istria alla costa delle Marche. L’indagine è stata condotta dall’allieva Monica C.; era l’anno scolastico 2004-2005. L’intervistata è Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, detta “Cisa”.
In seguito ci siamo resi conto di aver raccolto le preziose testimonianze dei discendenti di Monsignor Giulio Vidulich, nato a Lussinpiccolo nel 1927 e morto a Percoto, provincia di Udine, nel 2003. Egli fu una straordinaria figura di religioso molto vicino agli esuli.
Nel 2011 la signora Rosalba Meneghini, discendente di profughi istriani, ha iniziato a partecipare alle attività sul Giorno del Ricordo all’Istituto Stringher di Udine, raccontando della dignità e del riserbo dei suoi nonni di Rovigno e di sua madre. Ha sempre portato anche libri, fotografie, materiali vari e piccoli cimeli dell’esodo istriano da mostrare agli studenti e agli insegnanti. Ad esempio il nonno che era fabbro a Rovigno, nel dopo guerra a Udine costruì una paletta con la latta dei barattoli del formaggio olandese ricevuto come sussidio alimentare. Domenico Millia, detto “Mimi” morì a Udine nel 1981. Con la moglie Anna Sciolis fu accolto al Campo Profughi di Udine nel 1947, poi vissero nel quartiere di Udine sud.
Paletta per il pattume, fabbricata a Udine da Domenico Millia, fabbro di Rovigno. Collezione Rosalba Meneghini, Udine. Fotografia di Luca Meneguzzi, classe 5^ D Dolciaria, anno scolastico 2015-2016, coordinamento didattico professor Francesco Di Lorenzo, Istituto Stringher, Udine. Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico

Al Centro di Smistamento Profughi di Udine passarono oltre cento mila istriani, fiumani e dalmati, come Lidia Illusigh e parenti, esuli da Pola col piroscafo Toscana.
Anche monsignore Stefani è una figura di alta dignità istriana secondo l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Monsignore Cornelio Stefani, Steffich, nato a Lussingrande nel 1924 e morto il 3 settembre 2015 a Pordenone, si dedicò moltissimo al suo borgo natio.

Bibliografia

-              Myriam Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Venezia, Alcione, 2000.  Racconto nel Campo Profughi di Firenze, allestito alla ex Manifattura Tabacchi.
-       Silvio Cattalini, Elogio funebre di Maria Chialich vedova Pustetto, Chiesa di S. Giuseppe, Udine, 7 settembre 2010, dattiloscritto.
-                  Anna Maria Fiorentin, Nel Carnaro un’isola. Racconti, Pisa, Edizioni ETS,1997, pp. 41-42.
-                   Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990, pp. 26 e 538.
-                   Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007, pp. 394 (esaurito nel 2012).
-        Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, Istituto Stringher, Udine, 2015, scritto da Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina e Elio Varutti.

Fonti orali
Ringrazio sentitamente la professoressa Paola Barbanti, per le informazioni raccolte con dovizia e grande interesse sui propri familiari, per renderle pubbliche, nello spirito del Giorno del Ricordo. Le immagini qui riprodotte su Rovigno fanno parte della Collezione Paola Barbanti di Cervignano del Friuli. Fotografie di Elio Varutti.
Ringrazio e ricordo con piacere le persone sotto elencate per la loro cortese disponibilità a riferire fatti dell’esodo giuliano dalmata. Le interviste sono state condotte a Udine da E. Varutti, con taccuino e penna, se non altrimenti indicato.

- Paola Barbanti, Cervignano del Friuli, provincia di Udine (1960), intervista del 3, 4 e 7 marzo 2016, a cura di E. Varutti.
 Silvio Cattalini, Zara 1927, intervista del 10.02.2016.
- Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria il 31 ottobre 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010, int. del 27.01.2004.
- Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, “Cisa”, int. del 01.06.2005 di Monica C., a cura di Elisabetta Marioni.
Sergio D’Ecclesiis, Pasian di Prato (UD), int. del 17 dicembre 2011 a cura di Massimiliano Rosso sulla vicenda di Lidia Illusigh, esule da Pola (1927–2006), Martignacco, provincia di Udine, con la collaborazione della professoressa Maria Pacelli. 
- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28.01.2004.
-  Savina Fabiani, Ravenna 1933, ha vissuto in provincia di Gorizia, int. del 08.01.2011.
 Anna Maria L., Tolmezzo 1963, int. del 15.12.2010 e del 10.01.2011.
- Rosalba Meneghini Capoluongo, Udine 1951, int. del 10.02.2016.
 Maria Millia vedova Meneghini, Rovigno 1920 – Udine 2009, int. del 11.05.2004.
Zeni T., Romans d’Isonzo, provincia di Gorizia (1936), int. del 4 marzo 2016, con la collaborazione di Paola Barbanti, a cura di E. Varutti.

Sitologia e cenni bibliografici
Da alcune ricerche nel web emerge che alcuni Clagnan, nel 2006, sono presenti in Brasile, ma sono discendenti dell’emigrazione da Staranzano, provincia di Gorizia, avvenuta nel 1894.

Vedi: l’Archivio Multimediale della Memoria dell’Emigrazione Regionale (AMMER), Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

Poi, come accade in tutte le guerre civili, c'è un tale Giuseppe Clagnan, da Ronchi dei Legionari, partigiano titino ricoverato, dopo il 1943, all'ospedale di "Bolnica Pavla", presso Idria, come ha scritto: Federico VincentiPartigiani friulani e giuliani all'estero, Udine, ANPI, 2005, pag. 170, nota 16.

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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.