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venerdì 22 dicembre 2023

Sognare l’Australia per i Basso di Fiume esuli a Brescia, poi 3 vanno in Venezuela, 1951

Ecco un’altra storia italiana di esuli di Fiume vogliosi di emigrare in Australia, come quella dei Pillepich e di molti altri fiumani sparsi per il mondo. Perché fuggire da Fiume dopo il 1945? Risposta facile: per evitare i picchiatori titini, oppure gli arresti notturni dell’OZNA, il servizio segreto di Tito e il grande terrore jugoslavo comunista.

Domanda di assistenza IRO per l’emigrazione di Basso Silvio con fototessera assieme a quelle della moglie Maria Superina e del figlio Sergio, 7.1.1950 (Archivio di Arolsen)

Ecco cosa scrisse, il 7 gennaio 1950, il funzionario all’International Refugee Organization (IRO), agenzia delle Nazioni Unite dedita all’emigrazione transoceanica in seguito al colloquio con Silvio Basso, di Fiume. “Subject left country as he disliked that regime there” (Il soggetto ha lasciato il paese perché non gli piaceva quel regime lì).The people are afraid of to express their own opinion, nobody is allowed to critizy the living conditions which have been very bad” (La gente ha paura di esprimere la propria opinione, a nessuno è permesso criticare le condizioni di vita che sono pessime). “Every pass has been controlled by spies” (Ogni passaggio è stato controllato da spie). “The people have been arrested for unknown reasons, and if left free, they have been so frightened, that they did not want to speak” (Le persone sono state arrestate per ragioni sconosciute e, se lasciate libere, erano così spaventate che non volevano parlare). “The impression was that there all is based on the fear” (L’impressione era che tutto si basasse sulla paura). “Therefore subject preferred to leave, as the never knew can happen him tomorrow” (Perciò il soggetto ha preferito andarsene, poiché domani non avrebbe mai saputo che gli sarebbe potuto succedere).

Meglio stare alla larga dai nuovi violenti padroni di Fiume, descritti nei documenti per l’espatrio in modo preciso. La presente ricerca si basa sui rari documenti inediti nell’Archivio di Bad Arolsen (Germania), da poco tempo disponibili nel web.

È una famiglia numerosa quella di Silvio Basso, nato a Fiume il 29 dicembre 1896, che fece domanda di assistenza per emigrare in Australia all’International Refugee Organization (IRO) il 7 gennaio 1950. O, per meglio dire: con lui se la son filata in tanti dal Golfo del Quarnaro. Nella scheda di registrazione a lui intestata c’è la sua famiglia, quella del figlio Sergio e di vari parenti ed affini. Ecco i suoi “begleitpersonen” (accompagnatori) a cominciare dalla moglie: Basso Superina Maria, nata a Fiume il 23 ottobre 1900. Poi c’è il figlio elettricista con la sua sposa: Basso Sergio, nato a Fiume il 19 settembre 1927 e Castelli Basso Elisabetta, nata a Fiume il 6 dicembre 1921. Poi la lista contiene meno dati: “Basso od. Cavo Giulia” (in adozione?), nata a Fiume il 17 novembre 1941; Basso Umberto; Basso nata Satina Antonini; Superina Pietro; Superina nata Segnan Maria; Kovach Giuliana in Gherovo, nata il 15 febbraio 1888 e Castelli Giovanni, nato a Fiume il 6 marzo 1921. È un elenco di 11 nominativi.

Referto del funzionario IRO sulle dichiarazioni di Basso Silvio riguardo alla situazione di Fiume dopo l’occupazione degli jugoslavi. Archivio di Arolsen

Stando ai documenti dell’Archivio di Arolsen Silvio Basso, diplomatosi nella locale scuola secondaria, a conoscenza delle lingue di italiano, croato, tedesco e inglese, nel periodo 1938-1941 visse a Fiume, lavorando come impiegato bancario alla Cassa di Risparmio che, secondo la guida di Massimo Superina, aveva sede a Palazzo Modello, in piazza Principe Umberto (Superina M 2023). Nel 1941 fu richiamato in servizio militare per un breve periodo a Sussak, in territorio occupato dal Regio Esercito, svolgendo le mansioni d’impiegato all’Ufficio emissione passaporti (Archivi di Arolsen). Dal mese di maggio 1941 fu di nuovo impiegato bancario fino al mese di dicembre 1946, quando la banca fu nazionalizzata dal Comitato Popolare. Allora Silvio Basso chiese di andare in un'altra regione italiana, così riparò in aprile del 1947.

Molto probabilmente il trasferimento avvenne con la corriera della CRI, oppure in treno, passando per Trieste e per il Centro smistamento profughi di Udine, perché la sua nuova destinazione fu: “Postbellica Camp at Brescia”. Secondo i dati dell’ANVGD un Centro raccolta profughi di Brescia aveva sede presso la Caserma ‘Boito’ di via Callegari. Bassi restò, da disoccupato, nel Campo profughi fino al mese di ottobre 1948, quando fu assunto al Credito bancario di Brescia, ottenendo il certificato di cittadinanza del Comune di Brescia dal mese di luglio 1948, dopo l’accettazione delle autorità jugoslave ad optare per l’Italia. Il figlio Sergio e la nuora Elisabetta, di nazionalità jugoslava, optarono nel 1948, ottenendo nel mese di settembre dello stesso anno l’assenso dalle autorità jugoslave.

Cartolina di Fiume, Palazzo Modello, viaggiata nel 1920; qui aveva sede la Cassa di Risparmio, dove fu impiegato Silvio Basso. Collez. privata

L’analista dell’Ufficio IRO concesse l’espatrio come precisa il timbro per tale nucleo familiare vista la situazione che è di “care and maintenance legal and political protect” (cura e manutenzione protezione legale e politica). In data 7 gennaio 1950 la famiglia Basso risiedette a Brescia in via Lamarmora 43. Il supervisore dell’Ufficio IRO di Milano, S. J. Todorovic, firmò l’approvazione ad emigrare, ma dai documenti analizzabili negli Archivi di Arolsen, pare di dedurre che solo in tre partirono il 22 gennaio 1951 per il Venezuela: Sergio Basso, sua moglie Elisabetta e la nipote Giulia. Essi prima passarono per l’ultimo Campo profughi a Bagnoli (NA), da dove salpavano le grandi navi transoceaniche.

Lasciò Fiume pure l’alpino Idalco Zamò, classe 1926, dove lavorava sin da giovane. Con la seconda guerra mondiale fu inquadrato nella Brigata “Julia”, Battaglione di Frontiera di stanza a Fiume. Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti circondarono la caserma imponendo l’arruolamento nelle truppe nazifasciste. Al suo rifiuto, seguì l’arresto e la deportazione nella Risiera di San Sabba a Trieste. Il suo treno per i campi della morte fu bombardato dagli alleati, perciò restò in Risiera. La notte del 30 aprile fu liberato prima dell’occupazione jugoslava. Con la divisa di alpino, Idalco cercò di ritornare a Fiume, ma fu intercettato dai titini che lo rinchiusero in un loro campo di prigionia da cui, tuttavia, riuscì a scappare. Passato l’Isonzo, raggiunse certi parenti in Friuli, stabilendosi a Manzano (UD), dove morì nel 2023 (Dissegna T 2023 : 32).

Pure Giusto Mihalić (1920-2005), dopo i primi di maggio 1945, tornò ad Occisla di Erpelle-Cosina (ex provincia di Pola, oggi Slovenia), suo paese natale, “ma fu arrestato dai titini che lo incarcerarono per un certo tempo – ha detto Enrichetta Del Bianco, sua nuora – da quella volta non è più ritornato là, il suo esodo verso il Friuli è del 1947, anche suo fratello Rodolfo, detto ‘Ruda’ del 1918, scappò dai comunisti ed emigrò in Australia, morendo a Melbourne nel 2003”.

Sono dunque tanti gli italiani partiti da Fiume, dopo l’occupazione jugoslava del 3 maggio 1945. Sono circa 54 mila i cittadini in fuga, su 60 mila abitanti, stando ai dati ministeriali delle Linee Guida per la didattica della Frontiera Adriatica.

Scheda di registrazione di Basso Silvio all’IRO, facciata anteriore.  Archivio di Arolsen

Fonti archivistiche - Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Basso Silvio, geburtsdatum 29.12.1896, in Fiume.

Fonte orale – Enrichetta Del Bianco, Udine 1951, int. del 10.2.2006 e del 11.11.2023 a Udine.

Cenni bibliografici

- Timothy Dissegna. “È morto a 97 anni Italco Zamò. Fu prigioniero di nazisti e titini”, «Messaggero Veneto», Cronaca di Cividale, Tarcento, Remanzacco, 13 dicembre 2023, p. 32.

- Marino Micich, “Il lungo esodo dall’Istria, Fiume e Zara (1943–1958)”, in: Giovanni Stelli, Marino Micich, Pier Luigi Guiducci, Emiliano Loria, Foibe, esodo, memoria. Il lungo dramma delle terre giuliane e dalmate, Roma, Aracne, 2023, pp. 67-177.

- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Linee Guida per la didattica della Frontiera Adriatica: laboratorio di contemporaneità per affrontare le complesse vicende del Confine Orientale, 2022, nel web.

- Massimo Superina, Fiume a lavoro. Industrie, negozi e mestieri tra Ottocento e 1946, Padova, Associazione Fiumani Italiani nel Mondo, 2023.

- E. Varutti, I Pillepich di Fiume, esuli in Friuli e Trentino, col sogno dell’Australia, 1950, on line dal 5 novembre 2023 su varutti.wordpress.com

- E. Varutti, Altri Pillepich via da Fiume: Guerrino, Elvira e Raul a Genova, poi verso l’Australia, 1950, on line dal 29 novembre 2023 su evarutti.wixsite.com

Scheda di emigrazione in Venezuela di Basso Sergio e famiglia sulla “S/s Lugano” del 22 gennaio 1951. “Steamship Lugano” : ovvero piroscafo, battello a vapore o nave. Archivio di Arolsen

Ringraziamenti - Oltre agli operatori e alla direzione degli Archivi di Arolsen (Germania) e dei siti web menzionati, si ringraziano l’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) e Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) per la collaborazione alla ricerca.

Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell'ANVGD di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo), Sergio Satti (ANVGD di Udine) e i professori Enrico Modotti, Ezio Cragnolini e Stefano Meroi. Copertina: Domanda di assistenza IRO per l’emigrazione di Basso Silvio con fototessera assieme a quelle della moglie Maria Superina e del figlio Sergio, 7.1.1950 (Archivio di Arolsen).

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 - primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. - orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web: https://anvgdud.it/


venerdì 19 agosto 2022

La commemorazione del 18 agosto 2022 a Trieste per la strage di Vergarolla

Nel 76° anniversario della strage di Vergarolla, volentieri pubblichiamo nel blog l’originale riflessione di Laura Brussi Montani sull’attentato del 1946, a Pola e sulla cerimonia che si tiene a Trieste ogni anno in San Giusto, dal 2011, data dell’inaugurazione del Lapide in ricordo delle vittime; vedi le fotografie qui sotto. Nel 2022 c’erano, oltre alla Rappresentanza del Comune, il Generale Francesco Bonaventura, Presidente di Assoarma e Grigioverde, vari commossi cittadini (a cura di Elio Varutti).

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La calda estate del 1946, pur avendo avuto inizio con le nuove speranze suscitate dagli accordi di Belgrado intervenuti fra Tito e Alexander, sarebbe passata alla storia con la tragedia di Vergarolla, a breve distanza dal centro di Pola, rimasta negli annali d’Italia come la più grave, quanto a numero di Vittime, fra quelle che ebbero luogo nel “secolo breve” in periodo di pace, per cause non naturali. Infatti, la deflagrazione di una trentina di mine accatastate sulla spiaggia dopo il necessario disinnesco, avvenuta in giorno festivo durante la manifestazione natatoria organizzata dalla Società Pietas Julia, avrebbe provocato almeno 64 Vittime accertate ed oltre un centinaio di feriti.

Le matrici terroristiche e l’organizzazione criminale furono immediatamente chiare, anche se le prove circa la responsabilità dell’OZNA sarebbero sopraggiunte dopo parecchi anni con l’apertura degli Archivi del Foreign Office. A Pola, se qualcuno aveva ancora dubbi circa le sorti della città, peraltro già chiare dopo gli orientamenti emersi dalla Conferenza di pace in svolgimento a Parigi, si convinse  definitivamente  dell’iniquo destino e della necessità di scegliere la triste via dell’esilio: ne ebbe origine un vero e proprio plebiscito, che in pochi mesi condusse allo svuotamento della città, forzatamente abbandonata da oltre nove decimi dei suoi abitanti.

Oggi, la memoria di quella tragedia vive con la grande stele eretta a Trieste, nella Zona Sacra di San Giusto, per iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio, recando l’elenco dei Caduti: in maggioranza, donne, bambini e minori, per un’età media di ventisei anni.  Presso il monumento in Pietra del Carso, anche quest’anno ha avuto luogo la cerimonia commemorativa, con l’intervento ufficiale del Comune e la presenza delle Associazioni d’Arma  e di quelle patriottiche, ciascuna con i rispettivi Labari, e con l’intervento di molti cittadini, a conferma della perenne, attenta sensibilità con cui quell’infausta pagina di storia continua ad essere ricordata nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92, ma prima ancora, nella memoria delle Vittime innocenti e nel rifiuto categorico di ogni violenza.

Laura Brussi Montani  -  Esule da Pola.                                                                                                               Opera Nazionale per i Caduti senza Croce.


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Autore principale Laura Brussi Montani. Altri testi di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie: collezione di Laura Brussi Montani e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

venerdì 27 marzo 2020

L’esodo da Rovigno a Laterina di Riccardo per il terrore titino, 1951

La fuga da Rovigno scatta il 18 luglio del 1951 per Riccardo Simoni, di dieci anni e i suoi familiari; ecco il suo racconto. “Da Zara, da Fiume e, nel 1947, da Pola l'esodo è rapido e spesso drammatico così come da molte cittadine  all'interno dell'Istria – spiega Simoni – A Rovigno, prima del 1951 vediamo arrivare  studenti italofoni di Pisino per la chiusura del loro Liceo italiano. Ma Rovigno era ancora una città compattamente italiana, e italiane erano le scuole sino alle superiori. La maggioranza di noi non conosceva il croato. Con le seconde Opzioni del 1951 Rovigno vede rapidamente scomparire la maggioranza della popolazione italofona. Gli amici ‘rimasti’ ci hanno raccontano di una città per molto tempo spettrale, con le case svuotate, con tanti topi e gatti scheletrici che fuggivano spauriti. In pochi anni queste vennero occupate da popolazioni slave, spesso dal sud della Jugoslavia. I capoccia locali invece entravano nelle case più graziose degli esuli partiti.
Rovigno, giugno 1951- classe IV Elementare. Collez. Simoni

Io lascio Rovigno in una sera del 18 luglio del 1951 assieme a mio padre Cesare, la mamma Concetta Viscovich e i fratelli Vincenzo e Tullio, anche nel dolore di dover lasciare l'amata gatta Fiorella. Ricordo che  mio nonno materno Vincenzo Viscovich, con un carretto per i nostri pochi bagagli, ci accompagnò alla Stazione ferroviaria. Il treno dopo un lungo viaggio ci portò finalmente in territorio italiano vicino a Trieste, credo a Opicina, dove fummo accolti dalle dame della Croce Rossa che ci offrirono una tazza di latte e dei fagioli lessi che pare ci piacessero. Nei giorni successivi  fummo ospitati  preso i vari parenti paterni a Trieste e potei rivedere alcuni cari amici partiti durante la prima opzione e potei gironzolare con loro. Ricordo di aver letto, per la prima, volta un fumetto di Tex Willer. Nei pressi di Via Cavana ho gustato una pallina di gelato. Poi siamo partiti per Udine, in un Centro smistamento profughi, buio e triste, dove avrebbero deciso quale Centro raccolta profughi ci avrebbe accolto”.
Perché siete venuti via?
“Fondamentalmente per una mancanza di libertà – replica il dottor Simoni - accentuata negli anni successivi al 1945 e con un aggravamento durante e dopo le vicende fratricide tra comunisti cominformisti, fedeli a Stalin, e con  spirito internazionalista, e comunisti fedeli a Tito sempre più succubi al nazionalismo filo slavo”.
Si deve sapere che Rovigno era considerata zona rossa, con molti partigiani, ma dopo la rottura di Tito con Stalin, del 1948, iniziano in tutta la Jugoslavia le purghe titine contro ogni sorta di dissidente dalla linea del partito.
“Rovigno era una cittadina con componenti nella sua popolazione di idee molto variegate – spiega Simoni – i contadini erano in genere molto attaccati alla religione, mentre pescatori e marinai lo erano meno. C'erano infine oltre un migliaio di operai  nella locale Manifattura Tabacchi [le operaie erano dette: le tabacchine] e in altre aziende con uno spirito molto aperto alle idee libertarie dell'inizio del Novecento. Mia nonna in fabbrica cantava canzoni anarchiche tipo ‘Addio Lugano Bella’. Il Partito comunista nel primo dopoguerra assorbì gran parte dei socialisti ed ebbe le sue vittime al sorgere del fascismo, i suoi carcerati o al confino, o combattenti in Spagna e nella Resistenza Francese. Rovigno ha avuto, infine, oltre un centinaio di morti nei lager nazisti o nella lotta partigiana. Questi comunisti durante il Ventennio in città organizzavano il ‘Soccorso Rosso’ avendo continui contatti con importanti esponenti del PCI nazionale. Tutti avevano una ideologia fortemente internazionalista che si sarebbe scontrata con l'evidente  strategia nazionalista e annessionistica dei comunisti croati. 
I fratelli Simoni al CRP di Laterina, anni '50. Collez. Simoni

La resa dei conti avvenne con la rottura tra Tito e Stalin e così si creò finalmente l'occasione per decapitare in tutta l'Istria e a Rovigno questa generazione di comunisti ormai ‘anomali’. Ricordo che nella casa accanto alla mia, tra Via Daveggia e l'inizio della Carrera, c'era la sede della Polizia popolare. Dalla finestra del 3° piano potevamo sentire le urla dei comunisti cominformisti pestati a sangue. Uno di questi, Quarantotto, Capitano della resistenza francese, per queste sevizie morirà poco dopo a GoliOtok-l'Isola Calva. E noi spesso chiudevamo le finestre e cantavamo ‘Fratelli d'Italia’. Ricordo anche i nostri pianti quando, alla radio, sentimmo nel 1949 della tragedia di Superga, dove morì tutta la squadra di calcio del Torino. In seconda elementare mi pare di aver avuto una ventina di maestri, quasi tutti cominformisti. Vedevo le maestre umiliate a spazzare le strade, mentre i maestri semplicemente sparivano”.
Nella sua famiglia si parlava della vicenda delle foibe?
“Forse ero troppo piccolo e ne sono venuto a conoscenza più tardi – risponde il testimone - mio fratello, del 1937, mi dice che lui ne aveva sentito parlare. A Rovigno ci furono due periodi di infoibamenti, nell'autunno 1943 e dopo il maggio 1945. In entrambi i casi è ora documentato che le esecuzioni avvenivano solo per espliciti ordini della polizia segreta, l'Ozna. Nel 1943 oltre trenta rovignesi vennero consegnati al Tribunale Popolare di Pisino e poi infoibati. Il tutto avvenne sotto il comando di Ivan Motika ‘Franic’, responsabile per l'Istria dell'Ozna da una lista di nomi fatta da un gruppo di giovani esaltati di Rovigno, ‘quelli della Ceka' [la Ceka era il servizio segreto dell’Urss dal 1917 al 1922]. Essi emarginarono da ogni decisione i dirigenti comunisti ‘storici’. Ormai i loro nomi sono quasi tutti conosciuti e sono ora  tutti deceduti con i loro segreti. Uno di loro era Paolo Poduie, divenuto dopo l'ottobre 1943 partigiano nel Veneto e poi Capitano del SOE, futura Intelligence Service inglese. Si possono trovare notizie esaurienti in Internet. Poduie è morto tanti anni dopo, in silenzio, a Milano. Tutti, anche i bambini, sapevano che l'Ozna controllava tutto. Dal maggio 1945 avvenne a Rovigno  un'altra serie di infoibamenti con il carattere peculiare che i cadaveri degli uccisi nella grande maggioranza non vennero mai più trovati e questo atroce segreto permane. Nel 1943 venne infoibato il padre del mio caro amico, recentemente deceduto, Nino Maressi, che ben sapeva il nome di chi l'aveva fatto arrestare, rivisto poi profugo a Monfalcone. Nel 1945 scomparvero il padre e il giovane fratello della mia cara amica Bianca Benussi. Lei ricorda ancora con strazio quella vicenda”.
Nel libro di Flaminio Rocchi non compaiono, tra gli italiani eliminati nelle foibe, né un Maressi, né un Benussi. Ben quattro Benussi di Rovigno compaiono, invece, tra gli eliminati dai titini nel 1943-1945 e un Andrea Maressi, guardia notturna, nato a Rovigno nel 1904 e ammazzato il 30 settembre 1943, in base all’Elenco “Livio Valentini”. Tra l’altro, l’Ozna, secondo un rapporto segreto del Ministero dell’Interno italiano, del 1946, era “già riuscita ad infiltrare molti elementi nelle file dei cetnici [monarchici serbi], specie tra i profughi giuliani che si trovano a Roma nei campi profughi di Forte Aurelio e Cinecittà”. La stessa organizzazione segreta iugoslava, in base al citato rapporto, ha stretti contatti con i sovietici (vedi in: Sitologia).
Riccardo Simoni in un'immagine recente della collezione familiare

Ho letto su «Chiantisette» che suo suocero e suo padre Cesare erano partigiani?
“Mio suocero era partigiano nei boschi attorno a Rovigno – aggiunge Simoni – dove avvenivano continui rastrellamenti. Mio padre, autodidatta plurilingue, durante l'occupazione nazista era interprete del Comune e quindi anche nei rapporti con l'attiguo Comando tedesco, ma facente parte dell'intelligence partigiana  cui comunicava, per sicuri tramiti, le preziose informazioni che riusciva a captare, catturandi, rastrellamenti ed altro. Un giorno vidi mio padre con la faccia tumefatta e piena di sangue. Ci disse che era caduto di bici. Dopo la sua morte nel 1997 abbiamo trovato un suo prezioso memoriale su tutte le sue vicende dall'armistizio del 8 settembre 1943 al 1946, dove racconta di essere stato pestato a sangue dalle Waffen SS che gli comunicarono i sospetti verso di lui ordinando di dire alla famiglia di essere semplicemente caduto. Ma tempo dopo venne smascherato e ricordo la sua cattura in una notte dell'autunno 1944. Il comandante  tedesco lo salvò scrivendo soltanto ‘sospetto partigiano’ nella sua scheda. Da Pola finì al Coroneo di Trieste e quindi con un convoglio deportato nella stazione di Dachau, dove veniva la scelta di ‘arbeiter schiavi’ da parte di vari industriali. Venne inviato in un lager di Sweinfurt, città dove si produceva oltre l'80% dei cuscinetti a sfera della Germania, con bombardamenti a tappeto quasi quotidiani. Tornò magro ma vivo nell'estate del 1945 e, pur non essendo comunista, venne apprezzato come amministratore tanto da divenire, sino alle opzioni, Direttore della Impresa edile locale. Optando, come tanti rovignesi, finì, prima alla miniera dell'Arsia e poi nella costruenda ferrovia Lupogliano-Stallie. Ho recentemente raccontato che in guerra i bimbi crescono alla svelta e quindi ricordo un pomeriggio soleggiato del 10 ottobre 1943. Non avevo ancora 3 anni, accompagnato da mia zia Nina, quando venimmo circondati da soldati tedeschi e obbligati ad assistere alla impiccagione di un giovanissimo partigiano slavo, pieno di bende insanguinate, su un lampione delle rive del porto. Ora c'è il suo ricordo su una pietra accanto al ‘molo piccolo’ che serve solo per sedersi e mangiucchiare un panino. Ma esistono di quegli anni tanti altri ricordi vivissimi. Persone amiche di famiglia aderirono alle formazioni fasciste, un cugino di mio padre, mezzo boemo del Sudeti, finì la guerra nelle Waffen SS, un altro faceva parte del SIM della RSI. Un illustre chirurgo di Rovigno Chiurco, podestà della RSI di Siena e storico della Rivoluzione Fascista  dopo la liberazione di Siena  nell'estate del 1944 ebbe , per qualche merito verso i senesi , solo un blando e provvisorio atto di epurazione. Ricordo, poco prima di essere ucciso, il capo dei fascisti Steno Ravegnani, a casa di nonno addetto alle Pompe Funebri, ordinare una ghirlanda per un milite e dire che sarebbe andato con i partigiani se l'Istria fosse rimasta italiana: mah! [Nell’Elenco “Livio Valentini” c’è uno Stefano Ravegnani di Rovigno, della Milizia Difesa Territoriale. - 2° Rgt. "Istria", eliminato il 13 aprile 1945]. Ho sempre pensato che le nostre terre sarebbero, alla fine della guerra, comunque perdute, chiunque avesse vinto”.
Riccardo Simoni a dieci anni, fotografia dal passaporto, quando arriva al CRP di Laterina. Collez. Simoni

Cosa ricorda del Centro raccolta profughi di Laterina?
Siamo partiti di notte da Udine in treno – dice Simoni – e solo nella mattinata siamo scesi a Laterina Scalo, dove ci attendeva un camion scoperto che ci ha portato al CRP di Laterina, già   Campo di concentramento di prigionieri inglesi, poi lager tedesco e quindi per prigionieri fascisti della RSI trasferiti dal campo di concentramento di Coltano (PI). Dopo le prime opzioni di profughi giuliani, fiumani, dalmati e dalla Grecia. Insomma in questa pianura piena di baracche erano ospitate oltre duemila persone. Una di queste baracche era adibita a scuola elementare, un’altra per una chiesetta, una per la direzione e poi tante baracche in fila per le tante famiglie. Esse erano divise da fili di ferro con appese delle coperte, con piccole stufette e letti a castello militari. L'unico gabinetto alla turca stava ovviamente all'aperto. Ogni famiglia riceveva un sussidio in denaro di circa 100 lire a testa al dì. Eppur durante l'alluvione del Polesine, di mesi dopo, i profughi fecero una gran colletta per i nostri fratelli sfortunati. A Laterina siamo rimasti sino al 1955, nel frattempo io finivo la V elementare e iniziavo poi una lunga storia di Collegi di Stato. Tre anni al Collegio Raffaello di Urbino e cinque a Carrara. Mio padre aveva trovato un lavoro presso il Comando Alleato del Sud Europa a Firenze  e quindi assunto come guida turistica dalla CIT in Svizzera e poi a Firenze. Finalmente, dopo anni di stenti, a Firenze potevamo avere un appartamento INA Casa, con un affitto molto modesto, che ha permesso una ascesa scolastica a tutti i tre fratelli Simoni. Durante la permanenza a Laterina non abbiamo mai manifestato  pentimenti per la scelta fatta optando. La  libertà  faceva la differenza. 
Laterina, squadra di calcio profughi giuliano dalmati, anni ’50. Collez. Ireneo Giorgini

A Laterina c'era una comunità di rovignesi legati dal comune affetto, da vecchie e nuove amicizie e dall'amore per il paese lasciato. Nel 1960 mi iscrissi alla Facoltà di Medicina a Firenze vivendo da protagonista le vicende associative universitarie e anche politiche. Solo nel 1963 sono tornato a Rovigno abbracciando i nonni materni che pochi anni dopo sarebbero scomparsi. Nel 1966 ho conosciuto la mia futura moglie Luisa, rovignese, allora in vacanza. Ogni estate, quando posso, torno a Rovigno, nella vecchia casa dei nonni vedo le foto orgogliose di Vincenzo Viscovich in splendide divise di Ulano di Sua Maestà Imperiale per cui ha combattuto dal 1914 sino al 1918 e di cui nel suo intimo è sempre rimasto fedele. In questa casa d'estate posso dormire nella camera dove sono nato quasi ottanta anni fa e in altre stanze  ci guardano le vecchie foto dei nonni, zii, con quadri di amici, di mio padre Cesare e miei, del fratello Vincenzo, del fratello Tullio recentemente scomparso. Da qualche estate esiste una calda comunanza con ‘amici degli anni Trenta’ quelli ‘rimasti’, scanzonati ‘amici miei’ con aggregati altri leggermente più giovani con qualcuno anche croato dei dintorni che però si appassiona del nostro dialetto e canta nel coro della nostra Comunità degli Italiani di Rovigno. Da qualche anno si sono infittiti i rapporti tra gli esuli della ‘Famìa Ruvignisa’ con la locale Comunità di Rovigno sino a celebrare insieme, nel 2020, il Giorno del Ricordo,  cantando  finalmente anche l'Inno all’Istria”.
Mi pare che lei vada nelle scuole a parlare del Giorno del Ricordo?
“Da oltre dieci anni partecipo come testimone alle cerimonie che il Comune di San Casciano (FI ), dove abito, promuove per il Giorno del Ricordo – conclude Simoni – anche nelle scuole medie di vario grado. Talvolta ho parlato a Firenze in Palazzo Vecchio a delle scolaresche. Tempo fa ho partecipato come docente a due seminari agli insegnanti della Scuola Media locale, con  assegnazione di crediti, offrendo documentazioni scritte di studiosi e anche di mie modeste  ricerche. La passione per la storia contemporanea in me ha origini antiche anche  per il desiderio di capire le cause che hanno portato alla quasi scomparsa della nostra etnia dalle terre ormai perdute. Ho sempre cercato fonti diverse, scartando quelle in palese malafede o di grave ignoranza, ascoltando sempre le sofferenze di chi ha subito, di qualsia etnia si trattasse, le violenze del Novecento, il terribile ‘Secolo breve’ con i suoi variegati totalitarismi”.
Rovigno, nonno Vincenzo Viscovich, ulano di Sua Maestà Imperiale d'Austria, 1914-1918. Collez. Simoni

Finisce così l’intervista al signor Riccardo Simoni, geriatra, psichiatra, fisiatra, medico ospedaliero in pensione, docente universitario, ma soprattutto sempre curioso nelle sue letture, nei piccoli disegni, collages, foto, poesiole e nei rapporti con gli amici sempre più radi, allegri, invecchiati, o scomparsi e con  nuovi che spera arrivino ancora. Egli ricorda cose orribili dell’Istria, oppure il buon odore di un pacco giunto da Trieste con delle arance e lui si è tenuto in tasca per due mesi le scorze per il profumo delizioso di agrumi. Alla fine degli anni ’40 la gente mangiava la carne solo una volta. Poi subentrò molta paura e la totale mancanza di libertà. Riccardo Simoni ricorda soddisfatto che a Rovigno, il 95% dei cittadini era italofono e ancora nel 1951 non c’era il bilinguismo italiano-croato. Tutto era in italiano, le scuole e le strade. Gli slavi avevano solo tre classi con elementari, medie e superiori. Poi la snazionalizzazione titina ebbe il sopravvento. L’interno e il contado erano per lo più slavofoni, ma Rovigno no, come molti centri costieri istriani. Nell’intervista ha ripetuto più volte: “Siamo andati via perché non c’era la libertà, avevamo la sensazione di essere continuamente osservati, spiati dalla polizia”.
Come mai diversi ragazzi in Istria, dopo l’8 settembre 1943, si lasciano ammaliare dal movimento partigiano iugoslavo? Forse ci aiuta a capire lo scrittore Fulvio Tomizza. “Nell’indecisione, nella confusione e nell’euforia, alcuni reduci con fazzoletti rossi al collo piegarono la resistenza del loro ex educatore e si cacciarono in scuola. Erano ragazzi sospesi fra un fascismo autocritico e un vago comunismo, in attesa del precipitare degli eventi; si erano procurati un timbro con la stella rossa e la scritta bilingue. Li rifornivano contemporaneamente di cibo e bevanda Ludovico e Gabriele Pavlovich da una parte, il barba Ive Stocavaz e i suoi primi croati dall’altra” (La miglior vita, p. 160).
Il Centro raccolta profughi di Laterina, anni '50. Collez. Giorgini

Il Centro raccolta profughi di Laterina tra dati veri e falsi
Sono 4.693 i nominativi riportati nell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito nell’Archivio del Comune di Laterina. La lista si apre col nome di Abba Lucia, che reca queste indicazioni: “n° 167 del fascicolo, data di eliminazione [dalla residenza] 4.6.1957; Comune di nuova residenza: Roma”. Si chiude con: “Zonca Silvana, n° 1428 del fascicolo, data di eliminazione non nota, irreperibile”. Certo, è una rubrica con poche indicazioni. Non si sanno, infatti, la data e il luogo di nascita, ma è assai utile a definire il numero di persone transitate per il CRP di Laterina, che per uscirne fornivano il luogo della nuova residenza, anche all’estero (Francia, Svezia, Brasile, Argentina, Australia, USA). Il numero potrebbe essere più alto di 4.693 individui, dato che le ultime registrazioni manuali si riferiscono al 1961, mentre si sa che il CRP chiuse nel 1963. Mancano, quindi, almeno due anni di registrazioni, con le ultime uscite di persone dal Campo.
Di un’inaudita violenza morale è la vicenda riferita da Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, il 16 maggio 1952. Fu immatricolata al CRP di Laterina il 25 giugno 1958 col n. 5.377, come emerge dalla sua scheda di registrazione. Gli schedati al Campo, dunque, sono più di 5mila. Al confine slavo di Divaccia la famiglia Pastrovicchio subì una indegna perquisizione da guerra fredda. I profughi furono fatti tutti spogliare, rimanendo in mutande, davanti ai Druzi. Col termine di “Druzi” gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia indicano i partigiani comunisti iugoslavi. Deriva dallo storpiamento della parola serbo-croata “drug”, che significa “compagno”. Tutti e cinque i Pastrovicchio sono registrati nel suddetto Elenco alfabetico profughi giuliani.
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Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio

Allora pare molto sottostimato il numero di profughi giuliano dalmati di Laterina riportato da Laura Benedettelli nel suo pur documentato studio intitolato I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, del 2017. Scrive la Benedettelli che “Nella provincia di Arezzo i 588 profughi che arrivarono nei vari anni vennero accolti nel CRP di Laterina (…) che poteva contenere fino a 12.000 persone” (p. 48). Dalle schede Pastrovicchio e da altri studi si deduce invece che i profughi giuliani accolti a Laterina sono oltre 5mila; altro che 588.
Racconta il signor Claudio Ausilio, esule da Fiume: “Son venuto via che avevo due anni nel 1950 – dice – e ci trasferimmo a Montevarchi, provincia di Arezzo, perché mio padre lavorava alla 'Voplin' Azienda Cittadina Gas - Acqua di Fiume, chiese in seguito ad opzione di essere riassunto in servizio presso una Azienda similare in Italia e gli diedero un posto al Comune di Montevarchi, provincia di Arezzo. Noi non siamo passati dai campi profughi. Mi sono interessato alle questioni dell’esodo giuliano dalmata solo da quando sono in pensione”.
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e la crisi delle ideologie. Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Micolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli.”.

Cartolina di Rovigno del 1906, con le famose “tabacchine”

Un fuga piena di paura è quella avvenuta nel 1963, come nel caso di Pietro Palaziol, di Valle d’Istria, scappato di notte con altri ragazzi, correndo gravi rischi; infatti, morì un suo amico falciato da una raffica di mitragliatrice “perché i Graniciari meteva le trappole con filo lezero; ti te tiravi per sbaglio el filo, alora sciopava un bengala, che faceva luce e i slavi i te tirava contro coi mitra”. I Graniciari erano guardie confinarie iugoslave, di etnia bosniaca o serba, non sloveni, per evitare che si lasciassero intenerire dagli italiani dell’Istria che se la svignavano. Una compagna di fuga impazzì di dolore per la morte di quel ragazzo istriano. Era il 1963, ma certi storici sentenziano che l’esodo giuliano sia terminato nel 1956 senza spiegare, tuttavia, come mai l’ultimo Centro raccolta profughi di Trieste abbia chiuso i battenti nel 1972. Certi ricercatori hanno notizia di fughe di italiani dalla Jugoslavia pure dopo il Trattato di Osimo, del 1975.
Chiudiamo questo racconto intervista sull’esodo giuliano dalmata con le parole di un esclusivo scrittore, Antonio Zappador, esule istriano a Carpi (MO) pure lui fuggito bambino dai titini. “Ho visto la delusione, le lacrime e la rassegnazione della sconfitta della mia gente d’Istria. Ho subito la persecuzione a privarmi della libertà nelle mie prime stagioni.  Eppure qualcuno mi ha suggerito di non farmi condizionare dalla ragnatela della vita. Superare i timori, qualche volta paga bene” (p. 14).
Scheda di registrazione n. 5.375 del 26 giugno 1958 al Centro raccolta profughi di Laterina, intestata a Gaudenzio Pastrovicchio, di Valle d’Istria, assistito fino al 24 gennaio 1963. Collez. Pastrovicchio, stampato e ms.

Fonti orali e del web
Si precisa che le seguenti fonti orali, selezionate da oltre 456 interviste, si sono avvalse, in qualche caso, di dati e notizie riferite da familiari e da conoscenti anziani, ormai scomparsi. Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato. Si è cercato di confrontare le dichiarazioni degli intervistati con i documenti e con gli studi in letteratura. È condiviso da molti ricercatori che la testimonianza di una famiglia sul 1943-1945 e sul dopoguerra, sia prima di tutto atroce, poi singola e senza eguali.

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi, provincia di Arezzo, int. del 16-17 aprile 2018 a Montevarchi, al telefono del 20 marzo 2020 e messaggi e-mail del 22 marzo 2020.
Eda Flego, Pinguente/Buzet (Jugoslavia) 1950, int. del 31 dicembre 2005 e 19 febbraio 2020.
Pietro Palaziol, 1945, Valle d’Istria, int. del 18 marzo 2008 in collaborazione con Ferruccio Pittia.
Luisa Pastrovicchio, Valle d’Istria, 1952, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, int. al telefono del 28 febbraio 2017.
Riccardo Simoni, Rovigno 1940, int. telefonica del 23-25 marzo 2020 e messaggi e-mail del 27 marzo 2020.
Antonio Zappador, Verteneglio 1939, int. del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Notare la carta intestata con clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.

Ringraziamenti
Per il presente articolo la redazione del blog è riconoscente al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume e socio dell’ANVGD di Arezzo, che ha fornito con la solita cortesia i contatti per la ricerca presso il dottor Riccardo Simoni, andando a incrementare una tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. L’Autore rivolge i più sentiti ringraziamenti al sindaco e gli operatori del Comune di Laterina Pergine Valdarno, per la disponibilità riservata al signor Claudio Ausilio nella ricerca di documenti e registri sul Campo profughi. Si ringraziano, infine, gli esuli intervistati e i collezionisti per i vari materiali messi a disposizione della ricerca, come fotografie, cartoline, memoriali, documenti privati e cimeli dell’esodo.
Stoviglie in alluminio in uso ai profughi giuliani a Bari, dove opera il Centro raccolta profughi delle “Baracche”, chiuso nel 1956. Collez. Sergio Servi

Collezioni familiari
Claudio Ausilio, disegni, relazioni scolastiche e documenti.
Ireneo Giorgini, esule da Fiume a Torino, fotografie.
Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria, vive a Pessinetto, città metropolitana di Torino, documenti stampati, fotografie e memoriale dattiloscr.
Sergio Servi, esule da Parenzo a Bari, stoviglie fotografate.
Riccardo Simoni, esule da Rovigno a San Casciano Val di Pesa (FI), testi videoscritti e fotografie.

Documenti originali
Elenco alfabetico profughi giuliani, Archivio del Comune di Laterina, 1949-1961, ms.
Lettera del Prefetto di Arezzo del 5 ottobre 1948 al Ministro dell’Interno con cui si comunica un “aggravio finanziario” in seguito alla costituzione di un Campo profughi giuliani per 5.000 posti nel Comune di Laterina. Con carta intestata recante un clamoroso refuso tipografico (“Aezzzo”). Archivio del Comune di Laterina, dattiloscr.
Giada Manistu, Visita al Centro Raccolta Profughi di Laterina (AR), Classe 3^ Tecnico Industria Fotografica ISIS “Leonardo da Vinci”, insegnante accompagnatore professor Girolamo Dell’Olio, Firenze, 20 dicembre 2013, dattiloscr.
Mappa del Centro Raccolta Profughi di Laterina. Planimetria riferita a dopo il 1950. Disegno di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Riproduzione per gentile concessione di Claudio Ausilio.
Giovanni Nocentini, Quindicimila gavette  nel Campo di concentramento 82, testo videoscritto in WORD, 2007 ca., pp. 1-5.
Luisa Pastrovicchio, Campo profughi di Laterina (Arezzo), testo videoscritto in PDF, 2017, pp. 1-5.

Cenni di bibliografia e sitologia
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni, Milano, 2016, nel web.
Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Laura Benedettelli, I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC), on-line dal giorno 8 febbraio 2017
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
P.C.H., “Laterina, quelle lontane memorie del campo profughi”, «Difesa Adriatica», n. 10, ottobre 2013, pp. 6-7.
S.D., “Sempre peggio a Laterina” «Difesa Adriatica», n. 5, 5 febbraio 1949
Edlira Mamutaj, “Da Rovigno a Laterina. ‘Siamo venuti via per la libertà’. Riccardo Simoni racconta l’esodo, «Chiantisette Val d'Elsasette», 21 febbraio 2020.
O.Z.N.A.: La mano segreta di Tito, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Della P.S. – Divisione S.I.S., Roma, 19 novembre 1946,  consulenza di Aldo Giannuli, Università di Milano; nel sito web storiaveneta.it  
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
Elio Varutti, Ricordo di Guerrino Benussi, da Rovigno, con l’ANVGD di Udine, on line dal 2 ottobre 2017.
E. Varutti, Le Tabacchine istriane esuli al Centro Profughi di Firenze, on line dal 24 febbraio 2017.
Fulvio Tomizza, La miglior vita, Milano, Rizzoli, 4.a ediz., 1977.
E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. La 2.a ediz. è nel web dal mese di aprile 2018 col medesimo titolo.
Antonio Zappador, 29.200 giorni. Una vita piena di tutto… di più, Carpi (MO), stampato in proprio, 2019.
Crp Laterina, anni '50
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e Elio Varutti. Contatti e ricerche di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo che si ringraziano per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Il borgo di Laterina; foto E. Varutti 2018