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domenica 13 ottobre 2019

Le sculture lignee del Museo Etnografico del Friuli, catalogo

È il catalogo di 14 sculture lignee ora esposte nella sala “Luigi e Andreina Ciceri” del Museo Etnografico del Friuli, in via Grazzano a Udine. 
Come scrive Romano Vecchiet, dirigente del Servizio integrato Musei e Biblioteche del Comune di Udine, si tratta di un “opuscolo del Museo Etnografico del Friuli, concepito per illustrare, con una serie di splendide immagini di Luca Laureati, la sua sala più prestigiosa”. In effetti, Vesperbild, o Pietà (scheda n. 1 del volumetto), è il più antico esemplare di tale tipo iconografico della regione, oltre ad essere il pezzo più vecchio di tutto il museo. Richiamante i modelli nordici, detto Versperbild è una rara testimonianza di scultura lignea dipinta, priva di esasperazioni espressive, sviluppatasi sul territorio a partire dalla metà del Trecento.
Le opere donate dai Ciceri sono state oggetto di restauro e di studio, in assenza di documentazioni relative alla provenienza dei singoli pezzi. Come spiega Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, le opere sono state salvate dall’aggressione del tempo grazie alla generosa disponibilità della Fondazione Friuli. Si capisce dal citato esemplare artistico (Vesperbild), che per gli artisti locali ci sono state influenze latine, germaniche e slave, che “fanno del Friuli, anche in questa particolare espressione artistica, una regione del tutto unica e speciale – ha aggiunto Cigolot”.
Oltre a Vesperbild, le sculture sono intitolate a San Giacomo Maggiore (sec. XV), di intagliatore sconosciuto, che fa da copertina dell’opuscolo; alla Madonna col Bambino (sec. XV), attribuibile ad artista sloveno attivo in loco, in Carinzia e Carniola (Slovenia). La Madonna col Bambino, del 1498 è di Martino Mioni da Tolmezzo (UD); si tratta dell’unica scultura in questo bel mini-catalogo acquistata dai Civici Musei presso l’antiquario Ferruzzi di Venezia, nel 1952. L’opera intitolata Giuseppe d’Arimatea (o Nicodemo), è di scultore friulano del 1500 ca., vicino al Thanner. Un’altra Madonna col Bambino (scheda n. 6 del catalogo) è attribuibile ad uno sculture d’area friulana del sec. XVI. Sant’Anna di Metterza, del 1510 ca. è di un artista carinziano o stiriano del sec. XVI. Il Cristo passo, in legno intagliato dipinto e dorato, è di scultore friulano del sec. XVI. Un originale Cristo seduto in meditazione, è scultura lignea di intagliatore carnico del sec. XVI. La decima scultura esaminata nel catalogo è una Madonna col Bambino, di scultore friulano della prima metà del XVI secolo. Segue i modelli di Giovanni Martini l’opera dedicata a San Giovanni Battista, di uno scultore friulano della prima metà del XVI secolo. È attribuita al carnico Giovanni Antonio Agostini la Madonna col Rosario, databile agli inizi del XVII secolo. La scheda n. 13 è dedicata ad una Coppia di Angeli, di scultore ai area carnica del sec. XVII-XVIII. L’ultima scultura rappresentata in questo scrigno di bellezza è un Santo Vescovo, attribuito allo slavo Bartolomeo Ortari (Jernej Vrtav/Vrtau), capostipite di una fortunata bottega di intagliatori, scultori e doratori sloveni di Caporetto/Kobarid/Cjaurêt.
Il volume si chiude con una orientata bibliografia, con l’elenco dei restauratori attivi, dal 1985, sulle 28 opere oggetto della donazione Ciceri, nonché con le biografie della coppia dei due munifici folcloristi: Luigi Ciceri e Andreina Nicoloso Ciceri.
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Il libro recensito
Paolo Casadio, Tiziana Ribezzi, Imago lignea. Le sculture della sala “Luigi e Andreina Ciceri”, Comune di Udine, Museo Etnografico del Friuli, 2019, pp.44., con fotografie a colori.
Dimensioni del volume: cm 11 x 16.
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Per informazioni sul volume
Museo Etnografico del Friuli, via Grazzano 1, 33100 Udine, ITALIA. Conservatrice: Tiziana Ribezzi.

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Recensione di Elio Varutti. Networking a cura di Girolamo Jacobson, Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti.


lunedì 4 settembre 2017

Mostra su tram e treni al Museo Etnografico, Udine

È stata inaugurata in pompa magna la mostra “Binari a Udine e dintorni”. C’erano il sindaco Furio Honsell e Federico Pirone, assessore comunale alla Cultura, altre autorità e, soprattutto, molta gente.
Una delle foto in mostra

La sede espositiva è presso il Museo Etnografico del Friuli, in Via Grazzano, 1 a Udine. La rassegna è aperta dal 2 al 17 settembre 2017, con orario di apertura da martedì a domenica, dalle ore 10,30 alle ore 19. La mostra è stata organizzata dalla Sezione Appassionati Trasporti (SAT) del Dopolavoro Ferroviario di Udine e dal Club Cortonesi Toscani Amici F.V.G
Nel volantino di presentazione ci sono poi il logo del Comune di Udine, del Comune di Cortona e dell’Editore Calosci; quest’ultimo ha, infatti, edito un catalogo snello e documentato della rassegna udinese al Museo di Via Grazzano, 1.
L’esposizione mette in pubblico fotografie storiche, disegni di locomotive, un plastico ferroviario, modelli di treni e tram, oltre a dei cimeli ferroviari.
Da sinistra: Franco Della Rossa, consigliere comunale, Romano Vecchiet, Federico Pirone, Furio Honsell, Enzo Rossi e Claudio Canton all'inaugurazione della mostra “Binari a Udine e dintorni”

Il sindaco di Udine ha ringraziato tutti i presenti per una mostra che appassiona non solo i club organizzatori, ma anche il pubblico qualsiasi e, dato che è inserita nel calendario di Friuli Doc, avrà molti visitatori ancora. L’assessore Pirone ha ricordato che il trasporto collettivo pubblico non riguarda solo il passato, ma anche il futuro della città. Enzo Rossi, presidente del Club Cortonesi Toscani Amici in Friuli Venezia Giulia, ha ringraziato e salutato i presenti e le autorità militari.
Il folto pubblico

Romano Vecchiet, dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche e direttore della Biblioteca Civica V. Joppi di Udine, ha ricordato che tram, treni e stazioni sono dei beni culturali. Da attento studioso delle ferrovie e delle strade ferrate qual è, ha poi menzionato Arturo Malignani, pioniere nello sviluppo dell’energia elettrica utile anche al tram, Pecile e Pacifico Valussi, che fu uno dei primi propugnatori della strada ferrata a Udine negli anni 1840-1850, quando il Friuli stava sotto l’Austria e pochi credevano al valore della ferrovia per i trasporti mercantili e di passeggeri.

Per ultimo ha parlato Claudio Canton, presidente della Sezione Appassionati Trasporti (SAT) del Dopolavoro Ferroviario di Udine. Ha voluto precisare che sono passati 35 anni dalla nascita della SAT del DLF e, soprattutto, 130 anni dalla presenza del tram in città.

Era presente all’inaugurazione pure Tiziana Ribezzi, conservatore del Museo Etnografico del Friuli, che si è prestata a fare da dotta accompagnatrice all’esposizione per le autorità presenti. 
La rete tranviaria di Udine fu attivata con servizio a cavalli nel 1887; sostituita ed ampliata a partire dal 1906 con un servizio di tram elettrici, la stessa rimase in esercizio fino al 1952.
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato.

Cartolina da Internet


venerdì 25 agosto 2017

L’arte del ferro di Alberto Calligaris, recensione

C’era una volta il fabbro ferraio, un mestiere duro. Nella fucina si forgia il metallo. Produceva chiodi, ferri di cavallo e serrature. Cose utili e pratiche, insomma. Alla fine dell’Ottocento l’attività si trasformò in arte fabbrile per i cancelli esterni delle ville e per decorare gli interni delle case in stile. In quel momento Alberto Calligaris si inserisce con le sue produzioni stimate non solo a livello locale, ma in tutto il mondo.
Alberto Calligaris, Studio per la ringhiera dello scalone di Villa Werdoschi (Riga, Lettonia), 1913, p 122

Bene hanno fatto quindi Tiziana Ribezzi e Gabriella Bucco a comporre questo interessante volume, ricco di fotografie in bianco e nero ed a colori. Così si può apprezzare cosa faceva l’artigiano - artista Calligaris. Egli inizia a fare la gavetta nella bottega del babbo Giuseppe. Costui, secondo la Guida delle industrie e del commercio del Friuli, di Gualtiero Valentinis, del 1910, aveva in Udine un’avviata “Officina di arte fabbrile”. L’organizzazione del lavoro nella ditta paterna aveva già sviluppato tre ambienti distinti di produzione: lo studio e il negozio (nella centralissima Via Palladio) e lo stabilimento (in Via Micesio). Dunque per produrre “lavori artistici in ferro fucinato per la decorazione di ambienti e di edifici, nello stile moderno e negli stili del passato”, come dice un bozzetto pubblicitario della bottega, si disegna, si progetta e poi si realizza al maglio (il battiferro) nell’officina, accaldati dalla fucina, battendo il ferro finché è caldo.
Bozzetto pubblicitario in Guida delle industrie e del commercio del Friuli, di Gualtiero Valentinis, del 1910, edito a Udine, p. 69

Alberto Calligaris fa un salto di qualità. Si documenta sulle riviste artistiche del tempo e partecipa alle mostre espositive internazionali per farsi conoscere, per vendere, per mostrare i suoi prodotti. Oggi diremmo: per fare marketing. È un periodo d’oro per l’arte fabbrile, infatti la ditta Calligaris aveva diverse maestranze. Solo le guerre riescono a guastare tutto. Dopo il 1945 cambiano pure i gusti, i prodotti e il mercato. Questo bel volume rende giustizia ad un artigiano di alta qualità.
Il testo fa un po’ da catalogo alla mostra espositiva realizzata dalla Ribezzi e dalla Bucco a Palazzo Giacomelli, sede del Museo Etnografico del Friuli, in borgo Grazzano a Udine, dal 18 dicembre 2014 al 12 aprile 2015.
Il libro si apre con una Presentazione di Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine. Nelle pagine seguenti c’è l’intervento di Romano Vecchiet, dirigente del Servizio integrato Musei e Biblioteche. A seguire si può leggere una biografia di Alberto Calligaris, arricchita da belle fotografie. Poi Tiziana Ribezzi, del Museo Etnografico del Friuli, scrive un capitolo intitolato: “Dalla bottega alla fabbrica. Tradizione e innovazione della Officina Calligaris”, con una bibliografia orientata.
A. Calligaris, Progetto per il cancello di Palazzo Folchi a Padova, disegno acquerellato, 1909, p. 6

Gabriella Bucco, con raffinato spirito indagatore, nel secondo capitolo racconta “Le segrete carte dell’Officina Calligaris: architetti, critici dialogano con l’artista del ferro battuto”. La Bucco mette in grande rilievo quello che per Calligaris fu una sorta di pallino. Avere una sala espositiva, un catalogo delle sue opere, utilizzando l’arte nuova della fotografia, ecco i suoi obiettivi. Poi, da grande esperta qual è in storia dell’arte, evidenzia l’eccellenza del disegno della ditta Calligaris, i premi vinti, le amicizie culturali di alto livello. Il terzo capitolo è dedicato dalla Bucco all’apoteosi di Calligaris. Sto parlando delle decorazioni in ferro al Cimitero degli Eroi di Aquileia. Il saggio della Bucco ha per significativo titolo: “Caro Maestro Amico… ti abbraccio tuo Celso / Carissimo don Celso… tuo affettuosissimo A. Calligaris. Alberto Calligaris e Celso Costantini, una amicizia e una collaborazione nate all’ombra della basilica di Aquileia”.
Nel quarto capitolo c’è il tema dell’educazione, tanto caro a Calligaris. Opera della Bucco, ha per titolo: “Alberto Calligaris promotore e paldino dell’istruzione professionale libera in Friuli, secondo la testimonianza di Pietro Zanini”.
A. Calligaris, Fioriera su basamento di marmo, modello esposto alla Biennale di Monza (a sinistra). Sala espositiva con portavasi, fioriere, cancelletto, torciere e lampada delle libellule (a destra) 

Tiziana Ribezzi nel quinto capitolo introduce il tema del disegno di Calligaris con un semplice titolo: “I progetti di Alberto Calligaris”. Eppure l’elenco (o regesto) dei disegni o copie del maestro è presentato coi fiocchi. C’è il senso cronologico delle opere, ma si è riusciti a definire solo per la località di Venezia l’eventuale esistenza in situ dell’opera disegnata dalla ditta di Udine.
Nelle successive pagine del volume si possono trovare i commenti e la critica dei contemporanei al grande maestro del ferro battuto. Le ultime pagine sono intelligentemente dedicate alle figure notevoli entrate in contatto col Calligaris: architetti, artisti, critici d’arte. Gli apparati della mostra espositiva sono riportati nelle ultime pagine del volume.


Sala forgia dello stabilimento Calligaris di Udine. Si notano due grandi magli e, sullo sfondo, una fucina. A sinistra Alberto Calligaris. A terra: ferro in billette e trafile di vario spessore, pp. 30-31

Biografia di Alberto Calligaris
Alberto Calligaris nasce a Udine nel 1880 da Giuseppe (Udine 1856-1906) e Maria Bonassi. Cresce lavorando nella bottega del babbo, appassionandosi alla lavorazione artistica del ferro battuto. Fra il 1892 e il 1898 frequenta la Scuola di Arti e Mestieri “Giovanni da Udine”, nel corso degli ottonai. Mantiene il contatto con la scuola divenendone insegnante. Nel 1908-1909 fonda una Scuola Speciale di Ferro Battuto, anche se deve dedicarsi, in seguito alla morte del padre, alla officina di famiglia.
La ditta Calligaris partecipa, tra le varie, alle Esposizioni di Torino (1902) e di Udine (1903). Alberto partecipa all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906 e a quella d’Arti Decorative di Bruxelles del 1910, aderendo alla moda del naturalismo Liberty. Si sposa nel 1907 con Anita Micheloni, che gli dà quattro figli maschi: Giuseppe (morto giovane), Mario, Roberto e Adriano (entrati nella ditta) e la figlia Grazietta.
Si appassiona anche al geometrismo della Secessione viennese. Con altre opere, tese al recupero dello stile rinascimentale, si prende gli elogi di Gabriele D’Annunzio. Col 1913 pubblica con grande successo “I ferri battuti di A. Calligaris” con schizzi e progetti, con l’editore Crudo di Torino. Con la Grande Guerra collabora con don Celso Costantini al Cimitero degli Eroi di Aquileia. Negli anni Venti realizza le cancellate della Basilica del Santo a Padova. A Udine collabora con l’architetto Raimondo D’Aronco nel Municipio (1921-1931) e per le inferriate del Tempietto di San Giovanni. Con gli anni Trenta si sente la crisi e, dato lo sviluppo del Razionalismo, calano le commesse per la ditta Calligaris. La seconda guerra mondiale priva l’officina della materia prima e costringe Alberto a vendere a peso le sue opere, per pagare gli operai, mettendo fine alla sua splendida arte
Muore a Udine nel 1960.
La copertina del libro. A. Calligaris, I gigli, scultura, 1920
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Gabriella Bucco, Tiziana Ribezzi, Alberto Calligaris. L’arte del ferro, Udine, Quaderni del Museo Etnografico del Friuli, fotografie b/n e a colori, pagg. 190, 2014.


ISBN 978-88-95752-19-8

martedì 11 ottobre 2016

Elettricità e prima industrializzazione del Friuli

Questo è il pro-memoria del professor Elio Varutti per la conferenza presso il Museo Etnografico del Friuli, di Udine del giorno 9 ottobre 2016. L’incontro, svoltosi al mattino, è stato introdotto da Tiziana Ribezzi, del Museo Etnografico del Friuli e da Romano Vecchiet, dirigente del Comune di Udine.
Luigi Pignat, Ferriere di Udine e di Pont Saint Martin, rinnovo impianti, Udine, Viale delle Ferriere, 1905. Archivio dei Civici Musei di Storia e Arte di Udine

Luisa Villotta, Romano Vecchiet e Elio Varutti

Romano Vecchiet, Elio Varutti e Tiziana Ribezzi

Hanno parlato poi Luisa Villotta, direttore dell’Archivio di Stato di Udine e Lucia Stefanelli, che ha illustrato i documenti custoditi presso l’Archivio stesso, in riferimento alla costruzione delle centrali idroelettriche nella provincia di Udine. I primi impianti di tale genere sono di Arturo Malignani, grande inventore e industriale dell’area.
Malignani brevettò nel 1894 il sistema per produrre lampade ad incandescenza, creando il vuoto nel bulbo della lampada. Velocizzò la fabbricazione in serie di lampade con una tecnica meno nociva per gli operai.
Luigi Pignat, Ferriere di Udine e di Pont Saint Martin, Colata d’acciaio in fossa, Udine 1905.   Archivio dei Civici Musei di Storia e Arte di Udine

Udine, con le scoperte di Malignani, fu la terza città in Europa ad avere l’illuminazione pubblica elettrica, dopo Milano e Londra. Le lampadine di Malignani erano le migliori al mondo per qualità. La Edison italiana acquisì il brevetto da Malignani e fece da intermediaria con la Edison statunitense (di Thomas Edison) per la cessione del brevetto medesimo.

Economia nella Udine pre-unitaria

Le prime industrie friulane sono quelle del settore tessile. Ecco l’elenco dei maggiori fenomeni industriali corredati con alcuni dati statistici riguardo agli aspetti economico sociali della zona.
Jacopo Linussio, Tessiture a Tolmezzo (1725) e a Moggio (1717).
Udine - 1839. Economia fortemente agricola: grani, vino. Conta 22.179 abitanti.
Nel 1856 ha 40 filatoi di seta, 24 opifici di lino e canapa, una decina di concerie di pellami, 141 osterie e locande e oltre 360 commercianti.
Nel 1857 sorge la Tessitura Luigi Spezzotti a Cividale; nel 1874 sposta l’impresa a Paparotti di Udine.
La ferrovia a Udine è del 1860: arriva da Casarsa, dove funzionava dal 1855 da Pordenone, Treviso e Venezia. E si collega con la Trieste asburgica.
Nel 1861 Udine ha 26.363 abitanti.

Studio Brisighelli. Battiferro Bertoli, Udine, Paderno, Via Molin Nuovo 1919-1939 (a sinistra).
Studio Brisighelli, magli meccanici, Udine, Paderno, Via Molin Nuovo 1919-1939 (a destra).

Fototeca dei Musei di Udine


Economia nella Udine unitaria, dopo il 1866, unificazione al Regno d’Italia.

Nel 1878 nasce la ditta “Tessuti Antonio Venturini”, di Gemona.
A Udine nel 1879 c’è la Ferrovia Pontebbana.
È del 1880 la creazione della Tintoria e tessitura Marco Volpe, nella frazione di Chiavris di Udine, dove operava nei secoli addietro una piccola comunità di ebrei (i Caprileis, che diedero il nome alla zona) con varie attività mercantili.
Nel 1881 Udine conta 32.020 abitanti.
Col 1884 Arturo Malignani inventa il vuoto nella lampadina, rendendo più efficiente l’utilizzo del nuovo mezzo di illuminazione.
Sorge nel 1884 la Società anonima cotonificio udinese, con capitale friulano, della Banca di Udine e della Banca di Lugano. È una grande azienda a Torreano di Martignacco. Nel 1892 nasce una impresa collegata: il “Cotonificio Ancona”, a Udine.
Fine ‘800 è attiva la Tessitura di Dante Linussio a Tolmezzo. Nel 1889 apre la Tessitura Barbieri a Udine.
È costituito nel 1900 il Cotonificio Morganti, a Piovega di Gemona.
Nel 1902 c’è la Filatura Makò (cotone egiziano), a Cordenons, vicino a Pordenone.

Elettricità e industria

L’introduzione dell’energia elettrica nel settore industriale friulano nella forza motrice amplia lo sviluppo economico. La Società Anonima Ferriere ed Acciaierie di Udine, SAFAU di Viale delle Ferriere è sorta nel 1882 come Società Anonima delle Ferriere di Udine, con capitale svedese,  tecnici norvegesi e 74 operai. Aumentano essi a 250 unità nel 1896 e 750 nel 1907.

Nel 1883 Vittorio de Asarta, con avi nella Navarra spagnola, acquista la tenuta di Fraforeano di Ronchis, applicando (primo in Europa) la forza elettrica all’aratura. In tutta la fattoria le più perfezionate macchine sono mosse dal vapore e dall’elettricità, come scrisse l’agronomo Domenico Pecile. (Vedi: G. Ellero, Storia di Fraforeano, Ribis, 1985).

Nasce nel 1893 il Biscottificio Carlo Delser & fratelli, a Martignacco, che impiega da subito una grande quantità di manodopera femminile.
Martignacco, inizi ‘900, la prima fabbrica Delser, in Liciniana / Martignà, tal principi dal ‘900, la prime fabriche Delser in Lisianiane. – Archivi de Biblioteche di Martignà.

Le miniere del Rio Resartico erano una delle principali fonti di reddito per gli abitanti di Resiutta, in provincia di Udine. Proprio dall’olio che proveniva dal Resartico era garantita la prima illuminazione pubblica della città di Udine, ma nell’industria annessa alla miniera si otteneva anche l’ittiolo, usato come farmaco. Il tratto iniziale della cavità, messo in sicurezza in questi decenni dall’Ente Parco, è visitabile su prenotazione con l’accompagnamento di una guida. La Società delle Miniere Bruxelles – Resiutta nasce a Bruxelles l’8 marzo 1889, con molti capitali belgi (Archivio Tribunale Tolmezzo, b 5).

Fonderie a Udine tra ‘800 e ‘900

Oltre alla SAFU, di Via delle Ferriere, nascono una serie di piccole imprese, anche a conduzione artigianale, nel settore dell’industria pesante.
Alla fine dell’Ottocento c’è la fonderia Vittorio Asti & figlio, in Via di Mezzo, in Borgo Ronchi. La ditta Broili apre l’attività ai primi del Novecento in Borgo Gemona, sempre a Udine. Nella stessa zona e nello stesso periodo si costituisce la fonderia Madrassi.
L’impresa De Poli Giovanni Battista nasce in Viale Palmanova. Sempre nei primi anni del Novecento nella parte meridionale della città vede la luce la Fonderia Udinese.
Un’altra azienda De Poli A. si costituisce in Via Cavallotti, in borgo Aquileia, mentre la Fonderia Friulana, va ad allocarsi in Viale Trieste. Sempre all’inizio del Novecento, infine, si costituisce la fonderia Aristodemo & C., in Via Treppo.

Pignat, Carlo (1898 - 1966). Udine - Via Cairoli (verso il 1920) borgo Treppo. Fabbrica Premiata di Velluti, Damaschi e Seterie Raiser e Figli. Fototeca dei Musei di Udine
Tina Modotti (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942) nel giugno 1913 lasciò l'Italia e l'impiego a Udine nella Fabbrica Premiata Velluti, Damaschi e Seterie Domenico Raiser, per raggiungere il padre, emigrato a San Francisco, dove lavorò in una fabbrica tessile e si dedicò al teatro amatoriale, al cinema, alla fotografia, alla politica

Alcuni dati statistici alle soglie della Grande Guerra

Nel 1911 l’Italia aveva 36,9 milioni di abitanti. La provincia di Udine, la più grande d’Italia, comprendendo pure il territorio di Pordenone, ne aveva 726 mila e 445. Nel 1901 c’erano 592 mila e 592 persone. La città di Udine contava 46 mila e 916 abitanti. Nel 1914 il settore tessile occupava il 60 per cento degli addetti all’industria in provincia (che erano 27 mila 165, in prevalenza femmine) e Udine aveva attirato il 18 per cento degli occupati (A. Tagliaferri, Udine nella storia economica, Udine, Casamassima, 1982, p. 224). 
La città di Udine rappresentava l’unica vera concentrazione industriale del territorio, dato che nel resto della provincia il 70 per cento della popolazione era occupato in agricoltura. Le manifatture meccaniche, metalmeccaniche e di altro tipo impiegavano il 22,8 per cento degli addetti. Seguivano gli altri settori, come il legno (6,9 per cento di addetti), alimentari (6,2) e la lavorazione delle pelli, della carta e le tipografie (3,7).
Secondo il censimento del 1901 la provincia “veneta” di Udine (per il momento la parola “Friuli” non rientra nel vocabolario del Regno d’Italia) è spiccatamente agricola, col 50 per cento delle persone sopra i nove anni d’età (lavoravano pure i bambini!) che vivevano di agricoltura. Circa il 18 per cento erano gli occupati nell’industria, commercio e trasporti. Gli operai rappresentano il 4,46 per cento dei lavoratori.

Nel 1914 il settore tessile occupa il 60% degli addetti all’industria, in prevalenza donne, della provincia di Udine, che comprendeva anche il Pordenonese. Il 70% della popolazione è impegnato in agricoltura
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Si ringrazia per le fotografie della conferenza  D&C. 

venerdì 12 agosto 2016

In luce. Storia e simbologia dell’illuminazione, Udine


Questo volume esce come corredo alla mostra organizzata col titolo medesimo dal Museo Etnografico del Friuli. L’originale rassegna, sostenuta da Amga – Heragroup, è stata visitabile a Udine dal 15 dicembre 2015 al 29 maggio 2016, presso il museo stesso in Via Grazzano al civico numero 1.
La mostra è stata curata da Tiziana Ribezzi (conservatore del Museo Etnografico), Lucia Stefanelli (dell’Archivio di Stato di Udine) e Lucio Fabi (storico), con le eccezionali fotografie di Ulderica Da Pozzo.


Come spiega Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, nella prolusione il museo friulano “ha raccolto l’iniziativa di educazione e sensibilizzazione voluta dall’UNESCO e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU” di dichiarare il 2015 Anno internazionale della Luce e delle tecnologie basate su di essa.

È significativo l’apporto dell’Azienda municipalizzata del gas e dell’acqua, perché la vita di tale attività pubblica coincide con la  storia della pubblica illuminazione cittadina. Udine fu una delle prime città al mondo ad essere illuminata mediante l’energia elettrica, con il grande contributo di quel genio che fu Arturo Malignani. “Era il 1888 – spiega Romano Vecchiet, dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche a Udine, nella seconda prolusione del volume – Il giovanissimo Malignani, ideatore di un brevetto che garantiva alla lampadina una vita ben superiore a quella prodotta da Edison, con risultati commerciali decisamente molto promettenti, si imponeva sulla scena mondiale”.

Lo stesso Malignani volle l’introduzione del tram elettrico. Dapprima solo urbano e poi anche verso Feletto, Tavagnacco, Tricesimo e Tarcento (con le carrozze bianche, la “vacje blancje” – diceva la gente, per via della tromba di segnalazione, molto simile al muggito). Poi il tram andò pure verso San Daniele, con le carrozze verdi.

Il primo saggio, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, inizia con la storia del fuoco per arrivare alla lampadina elettrica e al led (Light Emitting Diode), passando per la torcia, la lucerna, la candela, il lume ad olio, la lanterna.
È sulla lampadina inventata da Malignani che ci si sofferma. Quanti in città o in Friuli conoscono la sua geniale scoperta? Nel 1884 presenta la sua invenzione alle autorità cittadine. Era al corrente delle invenzioni di Thomas Edison e del piemontese Alessandro Cruto. Essi avevano creato le primordiali lampadine di filamento a incandescenza, ma avevano una bassa durata.
Allora Malignani, oltre che a lavorare bene il vetro, preparò un’ampolla con un filamento di grafite lungo tre centimetri che assicurava una luce più bianca, immobile e di doppia durata e luminosità rispetto al filamento delle lampade di Cruto e di Edison. Malignani inventò anche il modo per creare il vuoto dentro le ampolle che sarebbero diventate lampadine. Mostrò la tecnica a New York a Edison che si comprò subito i diritti di brevetto del sistema chimico-industriale friulano. Tale sistema è impiegato ancor oggi per la vuotatura delle ampolle.
Lucia Stefanelli propone al lettore il saggio col titolo “La luce per la città”. Così scopriamo che nel 1381 il Comune deliberava di tenere acceso un ferale sotto la Loggia comunale e si poteva circolare la notte solo con un lume a mano. Poi sotto l’Austria il progresso portò l’illuminazione a gas, tuttavia fu proprio un guasto, il 19 febbraio 1879, con una fuga di gas la causa di un devastante incendio della Loggia del Lionello. È documentata anche in questo contributo l’attività industriale di Arturo Malignani.

Il saggio successivo, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato si intitola “La luce per lavorare, viaggiare e nel buio della terra”. Oltre alle lampade dei minatori, vengono descritti i lumi da navigazione, i fari marittimi, le lampade ferroviarie da segnalazione e quelle stradali. Ci sono pure lampade sterilizzatrici per laboratori farmaceutici, oppure quelle per la merlettaia, oppure quelle a luce rossa per lo sviluppo della stampe fotografiche

Il quarto brano è opera di Tiziana Ribezzi, Valentina Annaccarato e Giorgio Linda. Ha per titolo: “La luce, simbolo religioso”. In questo campo candele e candelabri vanno alla grande, ma ci sono pure i putti ceroferari, lanterne processionali e candelabri ebraici per la festa di Chanukkà.

Il quinto contributo scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, si intitola “La luce e l’intrattenimento”. In questo capitolo a farla da padrona è la lanterna magica, con gli spettacoli organizzati in strada nei secoli scorsi.
Sopra: reparto someggiato con riflettore da 60 cm.
Sotto: Riflettore automontato da 90 cm.


L’ultimo saggio sulla Prima guerra mondiale, opera di Lucio Fabi, ha per titolo: “Luci di Guerra”. Qui il repertorio è vario e stimolante. Si va dai riflettori giganteschi montati sui primi camion, alla “Taschenlampe” appesa al collo dei soldati germanici, alle lanterne pieghevoli o da segnalazione, fino alla lampada a carburo o ad acetilene. C’è pure una vezzosa lanterna da marcia a soffietto, oppure le lanterne autoprodotte dai militari stessi in trincea, utilizzando barattoli vuoti di cibo o, addirittura, le bombe a mano svuotate. 

In chiusura dell’interessante volume si trova un paragrafo di Appartati con aspetti di fisica della luce, oppure l’influenza della luce nelle opere d’arte e una bibliografia orientata.

Ogni tanto nel libro fa la sua bella mostra un manifesto sul tema della luce, dal 1898 al 1924. Le  opere sono del Museo di Treviso, Collezione Salce, su concessione del Polo museale del Veneto.

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Curiosità: proprio difronte al museo di Udine è attivo da anni un efficiente negozio di elettricista, dove trovi di tutto. Poi si dice che tante volte sono solo delle coincidenze...


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Tiziana Ribezzi (a cura di), In luce. Storia, arte e simbologia dell’illuminazione, Udine, Quaderni del Museo Etnografico del Friuli, 2016, p. 160. (fotografie b/n e colori).

ISBN 978-88-95752-22-8