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domenica 2 aprile 2023

Antonio e Antonietta di Valle d’Istria tra esodo, Crp di Laterina, Torino e ritorno in terra avita

“Son venuta via da Valle nel mese di agosto 1949 – ha detto Antonietta Manzin – poi ci hanno tenuto 2, o 3 giorni al Campo profughi del Silos di Trieste, siamo passati per Udine con destinazione al Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dove siamo rimasti fino al 1951”. Quanti eravate a partire?

“Eravamo in undici – è la risposta – mio papà Giovanni, suo padre, mia mamma Domenica, mio fratello Feliciano sposato con moglie e un bimbo, oltre agli altri miei fratelli: Marina, Francesco, Faustino e Antonietta”. Com’era la vita nelle baracche del Crp di Laterina?

Primia comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

“Soffrivano tanto gli adulti – ha spiegato Antonietta Manzin – noi bambini, io sono nata nel 1941, si giocava insieme, si andava a scuola, mi ricordo che tutte le mattine ci davano una pastiglia di olio di fegato di merluzzo, ma alcuni miei compagni di classe la buttavano sul fuoco, così nell’aula baracca c’era una puzza che arrivava dalla stufa. La mia famiglia stava nella baracca n. 5, avevamo le brande in ferro beh, erano pochi metri di spazio per 11 persone”.

L’olio di fegato di merluzzo negli anni ’50 era un rimedio contro il rachitismo. Dopo il 1951 siete andati in qualche altro Campo profughi? “Certo, in quello di Torino fino al 1956 circa – ha replicato – in via Veglia 44, dove per dormire c’erano le tavole, i pagliericci e… le cimici, allora mia madre ha avvertito e sono venuti a disinfestare tutto poi, per fortuna, sono arrivati i nostri materassi, così si stava meglio”. Ho sentito dire che gli istriani sono abituati ai campi profughi sin dalla Grande Guerra; è possibile?

“Beh insomma! Le dirò che mia mamma, nel 1915, è stata internata a Wagna, in Stiria, con la sua famiglia – ha aggiunto Antonietta Manzin – là è morta la madre di mio nonno, che si chiamava Domenica Fabris, poi certi miei parenti, due uomini invalidi, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati destinati al Centro raccolta profughi di Termini Imerese, presso Palermo, dove è morto lo zio Giuseppe Barbieri. Era il fratello di Domenica Barbieri”. Ho sentito parlare anche di emigrazione istriana in Argentina. Che cosa sa?

Bambini al Crp di Laterina, 1950. Collezione di Antonella Barbieri.

“Sì, mio papà nel 1922 andò a lavorare in Argentina per otto anni – ha detto la signora Manzin – così, quando è ritornato in Istria, nel 1930, ha comprato dei terreni e lavorava sodo. Dopo il 1947, abbiamo perso tre case e 65 ettari di campi coltivabili perché ce li hanno nazionalizzati gli jugoslavi e nessuno ci ha mai risarcito i beni perduti. Siccome c’era poco lavoro a Torino mio papà, verso il 1953, è tornato ad emigrare in Argentina per qualche tempo”. Signora Antonietta, lei parla in dialetto istriano?

“Sì, ma mio marito Antonio, per scherzo – ha concluso – dice che parlo istrian in cichera, per intendere che lo parlo poco ben”. Com’era la vita in Istria dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?

“Al tempo del Ribalton – ha risposto Antonio Barbieri, marito della signora Antonia Manzin – c’era poca acqua in paese perciò, con mio papà Antonio, si andava a prenderla coi carri e le botti al Palù e vedevamo tanti militari italiani sbandati, che domandavano i vestiti ai contadini in coda per l’acqua, così alla fine della giornata i vallesani vestivano delle belle divise da ufficiale o di truppa italiane. Poi ho visto una trentina di soldati italiani sulla riva che volevano raggiungere la costa opposta e undici di loro si sono messi a nuotare, peccato che in linea d’aria c’è il Delta del Po a 120 km, o oltre 60 miglia nautiche, perciò saranno tutti morti”.  Sa di qualche uccisione nelle foibe da parte titina?

Carabinieri gettati nella foiba - “Sì, in Istria ho visto portare via dai partigiani titini – ha replicato Barbieri – sei carabinieri e il loro maresciallo, che mi pare si chiamasse Doto, era di Bergamo, li hanno portati a morire nella foiba dei Ronchi, in quella stessa cavità facevano il nido i colombi, ma i cacciatori non sono più tornati a sparare ai volatili, perché là c’erano i morti”. Signor Antonio, quando è venuto via dall’Istria?

Processione al Crp di Laterina, Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche (non intonacate) con addobbi vari oltre ai candidi vestiti da prima comunione in onore della Madonna, 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.
“Son venuto via nel 1963 col passaporto da emigrante – ha aggiunto – dopo aver fatto un anno di prigione a Zagabria per renitenza alla leva jugoslava, dato che avevo provato a uscire nel 1958 con altri ragazzi, ma mi hanno preso al confine con Muggia, mi hanno sbattuto a fare il militare a Skopje, fino in Macedonia, poi in Italia mi son fatto il Campo profughi di San Sabba a Trieste, dove facevo da interprete per tanti altri fuggitivi e, infine, a Torino, presso dei parenti”. Siete mai tornati in Istria?

“Sì, certo, pur di stare in Istria – ha ribattuto Antonio Barbieri – ci siamo ricomprati una casa a Valle, veniamo via da là a dicembre e ci ritorniamo a marzo, o aprile, malattie permettendo. C’erano tante ingiustizie in Jugoslavia, ci facevano il lavaggio del cervello. Mi ricordo che, finita la scuola a Valle, avrei dovuto andare a Rovigno, ma i primi in graduatoria erano i figli degli iscritti al partito, o dei burocrati jugoslavi, così sono stato escluso perché ero orfano di guerra italiano”. Però, non sapevo della pulizia etnica scolastica. Si ricorda qualcosa di Pola?

“Abitavo a pochi chilometri da Pola, andavo a prendere il pane a Pola a piedi negli anni ’40 e ‘50, ma ho saputo della strage di Vergarolla solo alcuni anni fa. Avevo tanta confusione. Non si sapeva nulla. Ho sofferto molto. A sette anni, in Istria, seminavo in campagna i ceci, la fava e il granoturco con i miei familiari, poi ho lavorato come elettricista alla Fiat al Lingotto”.

A conferma delle fughe di italiani e di persone d’altra etnia dalla Jugoslavia, negli anni 1957-1960, ecco cosa dice un’altra fonte. “Ricordo che abitavo vicino al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, che accolse oltre 100 mila esuli – ha detto Carlo Dilena – e alla fine degli anni ’50 sapevamo che ospitava certi fuggiaschi jugoslavi anticomunisti, oltre ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, i bambini dei quali giocavano vicino al mio cortile”.

Laterina, Centro raccolta profughi. Prima comunione di Antonietta Manzin, 1950

Dalla collezione della famiglia Barbieri Manzin si sa che, come è scritto nel Libretto del Crp di Laterina, il nonno dell’intervistata si chiamava Antonio Barbieri, figlio del fu Antonio e di fu Domenica Fabris, vedovo e con casa in via S. Nicolò 5. Egli è nato a Valle d’Istria il 20 settembre 1874.  Ha la qualifica di: profugo giuliano. Ha esercitato il diritto d’opzione come dal decreto dell’Autorità Jugoslava n. 48.241 del 9 ottobre 1948. Ha richiesto ed ottenuto dal Consolato italiano di Zagabria il passaporto provvisorio (di sola andata) n. 18.234 in data 31 marzo 1949. Con i familiari è stato rimpatriato (in treno) via Monfalcone il 26 luglio 1949, come emerso dal racconto dei testimoni. Tale Antonio Barbieri, del 1874, pur possedendo il citato Libretto del Crp di Laterina, con tanto di sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953, non è segnato nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina. Ciò significa che i documenti d’archivio talvolta non sono esaustivi, non contengono cioè tutti i nomi dei profughi passati al Crp, come sostiene Claudio Ausilio. Sono 4.693 i nominativi riportati nel suddetto Elenco, considerate pure due cancellature, ma il totale delle persone transitate tra quelle baracche è di oltre 10 mila unità, secondo altre ricerche svolte nell’Archivio di Stato di Arezzo nel 2021 (vedi: Bibliografia).

Da ultimo si nota che il nominativo di vari Manzin compare nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 369 e risultano usciti dal Crp il 27 aprile 1951 per Torino. C’è  Andrea Manzin, nonno della signora Antonietta. Come pure c’è qualche nominativo dei Barbieri, ma non Antonio, classe 1874, di cui i discendenti possiedono il suo citato Libretto del Crp di Laterina. La scolara Antonietta Manzin compare, inoltre, nel registro della scuola elementare del Campo profughi di Laterina. È nella classe 2^ A mista, nell’anno scolastico 1949-1950, condotta dalla maestra Emma Vannelli Cassioli con 30 iscritti e 25 frequentanti provenienti da Fiume, Pola e Zara. La buona notizia è che furono tutti ammessi agli esami finali e poi promossi con molti bei voti. Sempre la giovane Antonietta Manzin risulta, infine, cresimata nella chiesa del Campo profughi da Monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli parroco, il 13 maggio 1950, in base alla relativa rubrica della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Donne e bimbi al Crp di Laterina, 1950

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone, intervistate da Elio Varutti il 18 marzo 2023 al telefono, con contatti preparatori di Claudio Ausilio, la collaborazione di Antonella Barbieri e le sue e-mail del periodo 17 marzo-1° aprile 2023 allo scrivente, se non altrimenti indicato.

- Antonio Barbieri, Valle d’Istria 1938, vive a Torino e a Valle d’Istria (oggi Croazia).

- Carlo Dilena, Udine 1952, int. del 19 marzo 2023 a Udine.

- Antonietta Manzin in Barbieri, Valle d’Istria 1941, esule a Torino e soggiorna a Valle d’Istria.

 

Collezione privata – Famiglia Barbieri Manzin, fotografie, Libretto del Crp di Laterina e documenti di famiglia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio. Per la collaborazione riservata si ringraziano don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015, gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR),

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

- Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 2^ diretta dall’insegnante Emma Vannelli Cassioli, anno scolastico 1949-1950, pp. 12, stampato e ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Crp di Laterina, foto di gruppo dei Manzin. 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Bibliografia

- FABIO LO BONO, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese (1^ edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese (PA), 2018, 2^ edizione.

– GIULIANA PESCA – SERENA DOMENICI – GIOVANNI RUGGIERO, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

-  ELIO VARUTTI, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Udine, 2007.

– E. VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021. In formato e-book dal 2022. E seconda ristampa dal 2023.

Tessera di Antonio Barbieri (1874) dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra con fotografia e firma del titolare. È il nonno dell’intervistata e padre di Barbieri Domenica.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’ANVGD Arezzo. Interviste di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Antonietta Manzin, Antonio Barbieri, Antonella Barbieri, Claudio Ausilio, professor Stefano Meroi (Udine). Copertina: Prima comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, classe 1874. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Pagine interne del Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, coi sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Passaporto provvisorio di Giuseppe Barbieri emesso il 31 marzo 1949 dal Consolato italiano di Zagabria; il profugo morì nel Crp di Termini Imerese (PA). Si noti la ricevuta del cambio di dinari.

Il santino per le Sante Missioni e per le Quarantore al Crp di Laterina, 3-11 marzo 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.


martedì 28 febbraio 2017

Da Valle d’Istria a Laterina. I Druzi ne gà lassà in mudande

Presento ora la testimonianza di una esule che visse al Centro Raccolta Profughi di Laterina, in provincia di Arezzo nel 1958-1959. 

"Quell’anno, alla festa della Consolata, le suore avevano regalato ad ogni bimbo un biscotto wafer – ha riferito Pastrovicchio – e, una volta avuto il biscotto in mano, siamo stati immortalati in una fotografia, dopo di che ciò che restava fu fatto sparire".

È Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, provincia di Pola, il 16 maggio 1952. Fu immatricolata al CRP di Laterina il 25 giugno 1958 col n. 5377, come emerge dalla sua scheda di registrazione. Ecco la sua storia dell’esodo giuliano dalmata, con una valigina di cartone. Al confine di Divaccia la famiglia Pastrovicchio subì una indegna perquisizione da guerra fredda. I profughi furono fatti tutti spogliare, rimanendo in mutande, davanti ai Druzi. Con le Druze intente a ispezionare le parti intime delle profughe, in cerca di dinari. Cose dell’altro mondo!
Col termine di “Druzi” gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia indicano i partigiani comunisti jugoslavi. Deriva dallo storpiamento della parola serbo-croata “drug”, che significa “compagno”. Un altro dato informativo è che il cappellano del Campo Profughi di Laterina era don Bruno Bernini. Egli si adoperò affinché, nel 1955, il Corso per carpentieri e muratori attivato per i profughi portasse alla costruzione delle scuole elementari del paese, in località Casanuova, dietro il finanziamento di 900 mila lire da parte del Comune. Ma, ecco la incredibile avventura di Luisa Pastrovicchio. (Elio Varutti)
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Luisa Pastrovicchio alla colonia della FIAT di Marina di Massa

Domanda: Quando siete venuti via? Quanti eravate?
Risposta: «Era l’anno 1958 – ha detto Luisa Pastrovicchio – e siamo stati tra gli ultimi profughi a partire da Valle d’Istria. Eravamo mamma Virginia Silvi Zilovich, papà Gaudenzio, nonno Giorgio Pastrovicchio ed io. Avevo cinque anni. Siamo partiti in una gelida mattina di gennaio dell’inverno più freddo che io abbia mai visto. 
C’era tanta neve, la strada era ghiacciata ed ognuno di noi portava una valigia, io ne avevo una piccola di cartone. Anch’io volevo essere utile a portare via le poche cose permesse. Per avere quella valigetta avevo fatto uno scambio, con la mia bambolina di stoffa più un passeggino fatto di legno, cosa assai povera, ma che era il desiderio di un’altra bimba ed io mi sentivo già grande».
D.: Come siete partiti e cosa avete lasciato?
R.: «Prima di partire il babbo e la mamma avevano donato tutti i pochi averi ai parenti che restavano – ha risposto – e mi ricordo che li avevo aiutati a rompere i vetri della vetrina a muro e i vetri delle finestre. Il babbo aveva tolto tutte le prese elettriche di ceramica dicendo: Queste mi sono costate ed ai Druzi non le lascio. Nella mia testa mi domandavo chi erano i Druzi e perché rompere quello che tanto mi avevano raccomandato di non rompere tempo prima».
Virginia Silvi Zilovich col marito Gaudenzio Pastrovicchio e i figli Luisa e Giuliano sulle sponde dell'Arno, verso il 1958

D.: Signora Luisa Pastrovicchio, posso chiederle da dove siete partiti?
R.: «Ebbene eccoci al giorno della partenza – è la replica – da Rovigno eravamo saliti in treno e tutti ci salutavano. I nonni materni, Antonia Vidotto e Giovanni Silvi Zilovich, erano con le lacrime agli occhi, la mamma piangeva ed io non capivo. Salutavo, andavo in treno. Ma dove? – mi chiedevo. Mi rispondevano in un paese che ha tante giostre. Adesso avrei qualcosa da obiettare. Ogni cosa che abbiamo avuto, dal lavoro alla casa, è stata duramente conquistata ed il paese dei balocchi non è mai esistito».
D.: Da quale valico confinario siete passati?
R.: «Quando siamo arrivati al confine di Divaccia, il treno si è fermato – ha precisato la Pastrovicchio – sono saliti i Druzi. Che paura avevamo! Ci hanno divisi: donne da una parte e uomini dall’altra. In uno scompartimento ai loro ordini ci siamo spogliate. Mamma era in attesa di mio fratello Giuliano. Era  all’ottavo mese di gravidanza. Era partita prima di farlo nascere in Istria, sennò bisognava aspettare altri anni per avere il visto anche per lui. 
I Druzi non volevano che papà partisse perché era un elettricista specializzato ed era l’unico che sapeva far funzionare i proiettori del cinema di Valle e Dignano. A quei tempi uno dei primi divertimenti del dopoguerra».


Scheda di registrazione di Luisa Pastrovicchio al Centro Raccolta Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

D.: Ci sarà stato anche personale femminile per la perquisizione delle donne profughe, oppure c’erano solo maschi?
R.: «Sì. Ritornando a raccontare del confine – ha puntualizzato la testimone – le Druze, ossia le doganiere donne, ci hanno fatto spogliare e siamo rimaste solo con le mutande. Faceva tanto freddo e siamo state tanto tempo nude. Le Druse non credevano che mia mamma fosse incinta. Erano convinte che sotto quel pancione nascondesse indumenti e soldi. Prese dalla rabbia l’hanno visitata davanti a me, bimba, anche nei posti che pudicamente ognuno di noi nasconde. 
La vedevo così pudica, così piena di vergogna, povera mamma! Alla fine, visto che non avevamo valuta, ci hanno fatto rivestire».
D.: Che tristezza, cara signora mia. Ma è giusto raccontare anche questi particolari intimi per far capire a tutti come siete stati trattati. È successo dell’altro?
R.: «Insieme a noi c’era una signora che aveva nascosto dei soldi nell’imbottitura del reggiseno – ha risposto – allora la Druza si è messa ad urlare e, fatta rivestire la malcapitata, fu fatta scendere dal treno e accompagnata da due soldati. L’hanno portata lontana, in una giornata fredda, con tanta neve. Dove sarà andata? In prigione – hanno detto – per almeno dieci anni. Oddio, che paura avevo. 
E se a papà avessero trovato i soldi che aveva addosso. Io rimanevo senza papà. Dio, che angoscia, ma per fortuna presi da questo trambusto non se ne sono accorti. Già, allora mi domandai che male facevamo a portare via le cose che erano nostre».
Ricordo della cresima della signora Virginia Pastrovicchio

D.: Siete per caso transitati per il Centro di Smistamento Profughi di Udine, in via Pradamano, prima di giungere al CRP di Laterina?
R.: «Sì. Dopo una settimana che eravamo ad Udine, nel nostro primo centro di accoglienza profughi, nacque mio fratello. Era il 7 febbraio 1958. Dopo tre mesi siamo stati destinati al campo profughi di Laterina. 
Altro treno, altro viaggio e sempre con la mia valigetta. Siamo arrivati in questo campo costruito nella campagna toscana, con 22 baracconi lunghi circa 60 metri, per tenervi i prigionieri Americani ed Inglesi. Questi poi, nel dopoguerra, avevano rinchiuso i prigionieri Italiani e Tedeschi. La prima volta che è stata alzata la sbarra d’ingresso era il 19 agosto del 1948, per far entrare duemila profughi istriani».
Baracca n. 6 del CRP di Laterina, Arezzo. Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD Arezzo

D.: Come era la vita tra le baracche del CRP di Laterina?
R.: Lì arrivammo noi il 25 giugno 1958 – ha detto Pastrovicchio – eravamo partiti in quattro e ora eravamo in cinque bocche da sfamare, mentre i fiori cominciavano a colorare un mondo per noi, sotto molti aspetti, ancora freddo, grigio ed ostile. Le baracche erano divise da pareti di cartone e di tavole o con tende appese a un filo. Quattro metri per quattro per ogni famiglia».


La classe 2^ elementare con Luisa Pastrovicchio

D.: Come erano gli arredi del CRP di Laterina? Camera e cucina tutto insieme?
R.: «Avevamo in dotazione una brandina di ferro, un pagliericcio e due coperte militari. Il nonno ed io avevamo un letto a castello. Mamma e papà, con il mio fratellino, avevano il pagliericcio. La mamma cucinava su un fornello improvvisato a legna. Il governo italiano ci dava un sussidio giornaliero più una razione di legna per scaldarci che, ricordo, non bastava mai. 
Allora gli uomini andavano a prestare la loro manodopera preso i contadini dei casolari. Le donne raccoglievano lattughe selvatiche, castagne e gli scarti dell’unico negozio presente al Campo profughi, quando andava bene. Anche noi ragazzini andavamo nel bosco a raccogliere i rami secchi. Poche cose potevamo portare, ma servivano ad accendere il fuoco».
D.: Quali attrezzature aveva il Campo Profughi di Laterina? C’era la scuola?
R.: «Tutto intorno al Campo c’era il filo spinato – ha risposto la testimone – mi sembrava di essere in prigione. I carabinieri venivano con la loro camionetta a fare i giri di ispezione affinché tutto filasse liscio. 
Qui incominciai la scuola. In una baracca mal riscaldata ho incominciato a fare le prime aste su un quaderno nero con le righe rosse. Non ne facevo una dritta di asta e la maestra mi metteva sempre in castigo. Per qualsiasi ragione tutti i bimbi finivano in castigo dietro la lavagna e saltavano la merenda. Ma, chi aveva la merenda? I più fortunati mangiavano castagne secche, quelle che eravamo riusciti a procurarci».
Amiche al CRP di Laterina, 1958-1959

D.: Ricorda, per caso, un fatto bello, magari con un cibo particolare?
R.: «Quell’anno, alla festa della Consolata, le suore avevano regalato ad ogni bimbo un biscotto wafer – ha riferito Pastrovicchio – e, una volta avuto il biscotto in mano, siamo stati immortalati in una fotografia, dopo di che ciò che restava fu fatto sparire. 
Che voglia di mangiare ancora una volta quella dolcezza! Quando ho potuto, mi sono mangiata da sola una scatola di wafer. Sembra stupido,  ma una roba da poco può rivelarsi una grande conquista per chi ha vissuto nelle privazioni».
D.: Dove lavoravano i profughi? C’era lavoro nella zona?
R.: «Siamo stati due anni in questo campo ha detto – e papà nel frattempo era partito alla volta della Francia per trovare lavoro. Aveva resistito sei mesi, poi passando da Torino, in visita ad alcuni parenti, aveva trovato lavoro là e ci siamo trasferiti in una vera casa, un piccolo alloggio tutto per noi. Era l’anno 1960. L’alba di una nuova vita scacciava le tenebre di un periodo non voluto, né  cercato.
Parenti dei Pastrovicchio al CRP di Laterina

D.: Ricorda qualche altro fatto, una curiosità?
R.: «Una piccola curiosità è rinvenuta dagli archivi del Campo Profughi – ha concluso Luisa Pastrovicchio – in cui emerge la collaborazione da parte degli esuli verso questa nuova nazione, ma fatta poi subito eliminare. I profughi istriani del campo di Laterina hanno contribuito all’elezione di Amintore Fanfani, poi divenuto ministro. 
Si è trovato nell’album della direzione, datato 1956, un telegramma del Ministro dell’interno Fanfani, collegio elettorale di Arezzo, che ringrazia i profughi perché su 519 votanti del Campo Profughi ben 462 avevano votato per il suo partito, togliendo ai comunisti l’amministrazione del Comune di Laterina. I profughi trasferiti in un altro campo, dopo il 1958, furono invitati a non trasferire l’iscrizione anagrafica, per non ripetere lo stesso scherzo di Laterina, nelle successive elezioni».
Luisa e Giuliano Pastrovicchio

Messaggi dal mondo a questo blog
Le storie che racconto in queste pagine web raggiungono gli esuli in Italia, Europa e nei luoghi più lontani. Il signor Gianni Marchiori il 24 febbraio 2017, dalla città di Tigre, in Argentina, mi ha scritto nel profilo di Google il seguente messaggio: «Molto interessanti queste informazioni per me che sono figlio e nipote da parte materna di esuli polesani. Grazie per la diffusione della storia delle nostre radici. Cari saluti».
Il signor Enzo Bertolissi, nato nel 1937 a Prosecco, in provincia di Trieste, mi ha riferito che la sua famiglia fu costretta a sfollare in Friuli, in seguito ad episodi di prelevamento di persone amiche da parte dei partigiani titini, mai più viste e, probabilmente, uccise nelle foibe.
La signora Lorena Lizzul, da Bollate, Milano, mi ha scritto il 6 febbraio 2017, in riferimento al Centro di Smistamento Profughi di Udine, che: «Anche i miei genitori sono passati da Udine nel 1958». Ecco, nel 1958, come la famiglia Pastrovicchio di Valle d’Istria.

Comunione e cresima al CRP di Laterina, 1959
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Fonti e ringraziamenti
L’autore desidera ringraziare le seguenti persone per la condivisione dei racconti sull’esodo giuliano dalmata e per le riflessioni su detto fenomeno. Prima di tutti  ringrazio la signora Luisa Pastrovicchio, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, per il memoriale dattiloscritto, i documenti personali e le fotografie messe a disposizione per il presente articolo. Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché ha facilitato gentilmente il contatto con la signora Pastrovicchio.
- Lorena Lizzul, nata a Chiari nel 1961, in provincia di Brescia, ora vive a Bollate, Milano, messaggio in Facebook del 6 febbraio 2017.
- Enzo Bertolissi, Prosecco 1937, provincia di Trieste, esule a Tarvisio, provincia di Udine, intervista del 20 e 22 febbraio 2017 a Udine a cura di E. Varutti.
- Gianni Marchiori, Tigre, Argentina, con avi di Pola, messaggio nel profilo di Google del 24 febbraio 2017.
Campo Profughi di Laterina, Corso muratori e carpentieri, disteso a terra in primo piano, Gaudenzio Pastrovicchio, esule da Valle d'Istria

Collezioni private
- Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo, informazioni, piante, prospetti e planimetrie progettuali del CRP di Laterina.
- Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino, fotografie, documenti e memoriale dattiloscritto.
- Collezione Enzo Bertolissi, Tarvisio, provincia di Udine, memoriale dattiloscritto
- Collezione Giuliana Filipovich, Torino, certificati.

Interessante documento d'identità dell'International Refugees Organization (IRO)di Fiorito Filipovich, nato a Udine e registrato a Laterina il 20 settembre 1949. Ringrazio la figlia Giuliana Filipovich, di Torino che, in un messaggio in Facebook del 1° marzo 2017, mostrando questo documento, ha spiegato l'esodo del babbo così: "Da Fiume a Laterina".

Un altro raro documento che esce dagli archivi familiari. Si tratta di un "Foglio di ricognizione per le persone della gente di mare di seconda categoria", emesso dal Compartimento marittimo di Livorno il 4 ottobre 1949, che iscrive una persona in qualità di "pescatore". L'intestatario è Fiorito Filipovich, nato a Udine il 16 novembre 1921, che poi lavorò a Fiume quando, col Trattato di pace del 1947, scelse l'Italia. La matrigna Italia lo alloggiò nelle baracche del Centro Raccolta Profughi di Laterina, Arezzo. Curioso che gli diano un documento "Valevole per il solo imbarco su navi battenti bandiera estera" a lui che è italiano per scelta. Collezione Giuliana Filipovich,  Torino.

Riferimenti bibliografici e del web

E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo pubblicato nel 2017.


Virginia Silvi Zilovich col marito Gaudenzio Pastrovicchio, nel 2016, a Torino

Luisa Pastrovicchio con la mamma nel 2016 a Torino

Planimetria del CRP di Laterina. Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD Arezzo

Udine, Via Pradamano 21 - Collegio convitto Opera Nazionale Balilla, poi GIL, progetto di Ermes Midena. Fotografia del 1938, quando fu inaugurato da Mussolini. Dal 1947 al 1960 questo impianto divenne il Centro di Smistamento Profughi, da dove transitarono oltre centomila italiani esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia, come recita la lapide posta dal Comune di Udine nel 2007, nel 60° anniversario dell'apertura ai profughi giuliano dalmati
Gli edifici di Via Pradamano a Udine oggi ospitano la scuola media "E. Fermi", una biblioteca, un ambulatorio ed altri uffici. Fotografie di Elio Varutti 2017