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domenica 2 aprile 2023

Antonio e Antonietta di Valle d’Istria tra esodo, Crp di Laterina, Torino e ritorno in terra avita

“Son venuta via da Valle nel mese di agosto 1949 – ha detto Antonietta Manzin – poi ci hanno tenuto 2, o 3 giorni al Campo profughi del Silos di Trieste, siamo passati per Udine con destinazione al Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dove siamo rimasti fino al 1951”. Quanti eravate a partire?

“Eravamo in undici – è la risposta – mio papà Giovanni, suo padre, mia mamma Domenica, mio fratello Feliciano sposato con moglie e un bimbo, oltre agli altri miei fratelli: Marina, Francesco, Faustino e Antonietta”. Com’era la vita nelle baracche del Crp di Laterina?

Primia comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

“Soffrivano tanto gli adulti – ha spiegato Antonietta Manzin – noi bambini, io sono nata nel 1941, si giocava insieme, si andava a scuola, mi ricordo che tutte le mattine ci davano una pastiglia di olio di fegato di merluzzo, ma alcuni miei compagni di classe la buttavano sul fuoco, così nell’aula baracca c’era una puzza che arrivava dalla stufa. La mia famiglia stava nella baracca n. 5, avevamo le brande in ferro beh, erano pochi metri di spazio per 11 persone”.

L’olio di fegato di merluzzo negli anni ’50 era un rimedio contro il rachitismo. Dopo il 1951 siete andati in qualche altro Campo profughi? “Certo, in quello di Torino fino al 1956 circa – ha replicato – in via Veglia 44, dove per dormire c’erano le tavole, i pagliericci e… le cimici, allora mia madre ha avvertito e sono venuti a disinfestare tutto poi, per fortuna, sono arrivati i nostri materassi, così si stava meglio”. Ho sentito dire che gli istriani sono abituati ai campi profughi sin dalla Grande Guerra; è possibile?

“Beh insomma! Le dirò che mia mamma, nel 1915, è stata internata a Wagna, in Stiria, con la sua famiglia – ha aggiunto Antonietta Manzin – là è morta la madre di mio nonno, che si chiamava Domenica Fabris, poi certi miei parenti, due uomini invalidi, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati destinati al Centro raccolta profughi di Termini Imerese, presso Palermo, dove è morto lo zio Giuseppe Barbieri. Era il fratello di Domenica Barbieri”. Ho sentito parlare anche di emigrazione istriana in Argentina. Che cosa sa?

Bambini al Crp di Laterina, 1950. Collezione di Antonella Barbieri.

“Sì, mio papà nel 1922 andò a lavorare in Argentina per otto anni – ha detto la signora Manzin – così, quando è ritornato in Istria, nel 1930, ha comprato dei terreni e lavorava sodo. Dopo il 1947, abbiamo perso tre case e 65 ettari di campi coltivabili perché ce li hanno nazionalizzati gli jugoslavi e nessuno ci ha mai risarcito i beni perduti. Siccome c’era poco lavoro a Torino mio papà, verso il 1953, è tornato ad emigrare in Argentina per qualche tempo”. Signora Antonietta, lei parla in dialetto istriano?

“Sì, ma mio marito Antonio, per scherzo – ha concluso – dice che parlo istrian in cichera, per intendere che lo parlo poco ben”. Com’era la vita in Istria dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?

“Al tempo del Ribalton – ha risposto Antonio Barbieri, marito della signora Antonia Manzin – c’era poca acqua in paese perciò, con mio papà Antonio, si andava a prenderla coi carri e le botti al Palù e vedevamo tanti militari italiani sbandati, che domandavano i vestiti ai contadini in coda per l’acqua, così alla fine della giornata i vallesani vestivano delle belle divise da ufficiale o di truppa italiane. Poi ho visto una trentina di soldati italiani sulla riva che volevano raggiungere la costa opposta e undici di loro si sono messi a nuotare, peccato che in linea d’aria c’è il Delta del Po a 120 km, o oltre 60 miglia nautiche, perciò saranno tutti morti”.  Sa di qualche uccisione nelle foibe da parte titina?

Carabinieri gettati nella foiba - “Sì, in Istria ho visto portare via dai partigiani titini – ha replicato Barbieri – sei carabinieri e il loro maresciallo, che mi pare si chiamasse Doto, era di Bergamo, li hanno portati a morire nella foiba dei Ronchi, in quella stessa cavità facevano il nido i colombi, ma i cacciatori non sono più tornati a sparare ai volatili, perché là c’erano i morti”. Signor Antonio, quando è venuto via dall’Istria?

Processione al Crp di Laterina, Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche (non intonacate) con addobbi vari oltre ai candidi vestiti da prima comunione in onore della Madonna, 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.
“Son venuto via nel 1963 col passaporto da emigrante – ha aggiunto – dopo aver fatto un anno di prigione a Zagabria per renitenza alla leva jugoslava, dato che avevo provato a uscire nel 1958 con altri ragazzi, ma mi hanno preso al confine con Muggia, mi hanno sbattuto a fare il militare a Skopje, fino in Macedonia, poi in Italia mi son fatto il Campo profughi di San Sabba a Trieste, dove facevo da interprete per tanti altri fuggitivi e, infine, a Torino, presso dei parenti”. Siete mai tornati in Istria?

“Sì, certo, pur di stare in Istria – ha ribattuto Antonio Barbieri – ci siamo ricomprati una casa a Valle, veniamo via da là a dicembre e ci ritorniamo a marzo, o aprile, malattie permettendo. C’erano tante ingiustizie in Jugoslavia, ci facevano il lavaggio del cervello. Mi ricordo che, finita la scuola a Valle, avrei dovuto andare a Rovigno, ma i primi in graduatoria erano i figli degli iscritti al partito, o dei burocrati jugoslavi, così sono stato escluso perché ero orfano di guerra italiano”. Però, non sapevo della pulizia etnica scolastica. Si ricorda qualcosa di Pola?

“Abitavo a pochi chilometri da Pola, andavo a prendere il pane a Pola a piedi negli anni ’40 e ‘50, ma ho saputo della strage di Vergarolla solo alcuni anni fa. Avevo tanta confusione. Non si sapeva nulla. Ho sofferto molto. A sette anni, in Istria, seminavo in campagna i ceci, la fava e il granoturco con i miei familiari, poi ho lavorato come elettricista alla Fiat al Lingotto”.

A conferma delle fughe di italiani e di persone d’altra etnia dalla Jugoslavia, negli anni 1957-1960, ecco cosa dice un’altra fonte. “Ricordo che abitavo vicino al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, che accolse oltre 100 mila esuli – ha detto Carlo Dilena – e alla fine degli anni ’50 sapevamo che ospitava certi fuggiaschi jugoslavi anticomunisti, oltre ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, i bambini dei quali giocavano vicino al mio cortile”.

Laterina, Centro raccolta profughi. Prima comunione di Antonietta Manzin, 1950

Dalla collezione della famiglia Barbieri Manzin si sa che, come è scritto nel Libretto del Crp di Laterina, il nonno dell’intervistata si chiamava Antonio Barbieri, figlio del fu Antonio e di fu Domenica Fabris, vedovo e con casa in via S. Nicolò 5. Egli è nato a Valle d’Istria il 20 settembre 1874.  Ha la qualifica di: profugo giuliano. Ha esercitato il diritto d’opzione come dal decreto dell’Autorità Jugoslava n. 48.241 del 9 ottobre 1948. Ha richiesto ed ottenuto dal Consolato italiano di Zagabria il passaporto provvisorio (di sola andata) n. 18.234 in data 31 marzo 1949. Con i familiari è stato rimpatriato (in treno) via Monfalcone il 26 luglio 1949, come emerso dal racconto dei testimoni. Tale Antonio Barbieri, del 1874, pur possedendo il citato Libretto del Crp di Laterina, con tanto di sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953, non è segnato nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina. Ciò significa che i documenti d’archivio talvolta non sono esaustivi, non contengono cioè tutti i nomi dei profughi passati al Crp, come sostiene Claudio Ausilio. Sono 4.693 i nominativi riportati nel suddetto Elenco, considerate pure due cancellature, ma il totale delle persone transitate tra quelle baracche è di oltre 10 mila unità, secondo altre ricerche svolte nell’Archivio di Stato di Arezzo nel 2021 (vedi: Bibliografia).

Da ultimo si nota che il nominativo di vari Manzin compare nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 369 e risultano usciti dal Crp il 27 aprile 1951 per Torino. C’è  Andrea Manzin, nonno della signora Antonietta. Come pure c’è qualche nominativo dei Barbieri, ma non Antonio, classe 1874, di cui i discendenti possiedono il suo citato Libretto del Crp di Laterina. La scolara Antonietta Manzin compare, inoltre, nel registro della scuola elementare del Campo profughi di Laterina. È nella classe 2^ A mista, nell’anno scolastico 1949-1950, condotta dalla maestra Emma Vannelli Cassioli con 30 iscritti e 25 frequentanti provenienti da Fiume, Pola e Zara. La buona notizia è che furono tutti ammessi agli esami finali e poi promossi con molti bei voti. Sempre la giovane Antonietta Manzin risulta, infine, cresimata nella chiesa del Campo profughi da Monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli parroco, il 13 maggio 1950, in base alla relativa rubrica della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Donne e bimbi al Crp di Laterina, 1950

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone, intervistate da Elio Varutti il 18 marzo 2023 al telefono, con contatti preparatori di Claudio Ausilio, la collaborazione di Antonella Barbieri e le sue e-mail del periodo 17 marzo-1° aprile 2023 allo scrivente, se non altrimenti indicato.

- Antonio Barbieri, Valle d’Istria 1938, vive a Torino e a Valle d’Istria (oggi Croazia).

- Carlo Dilena, Udine 1952, int. del 19 marzo 2023 a Udine.

- Antonietta Manzin in Barbieri, Valle d’Istria 1941, esule a Torino e soggiorna a Valle d’Istria.

 

Collezione privata – Famiglia Barbieri Manzin, fotografie, Libretto del Crp di Laterina e documenti di famiglia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio. Per la collaborazione riservata si ringraziano don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015, gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR),

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

- Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 2^ diretta dall’insegnante Emma Vannelli Cassioli, anno scolastico 1949-1950, pp. 12, stampato e ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Crp di Laterina, foto di gruppo dei Manzin. 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Bibliografia

- FABIO LO BONO, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese (1^ edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese (PA), 2018, 2^ edizione.

– GIULIANA PESCA – SERENA DOMENICI – GIOVANNI RUGGIERO, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

-  ELIO VARUTTI, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Udine, 2007.

– E. VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021. In formato e-book dal 2022. E seconda ristampa dal 2023.

Tessera di Antonio Barbieri (1874) dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra con fotografia e firma del titolare. È il nonno dell’intervistata e padre di Barbieri Domenica.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’ANVGD Arezzo. Interviste di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Antonietta Manzin, Antonio Barbieri, Antonella Barbieri, Claudio Ausilio, professor Stefano Meroi (Udine). Copertina: Prima comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, classe 1874. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Pagine interne del Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, coi sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Passaporto provvisorio di Giuseppe Barbieri emesso il 31 marzo 1949 dal Consolato italiano di Zagabria; il profugo morì nel Crp di Termini Imerese (PA). Si noti la ricevuta del cambio di dinari.

Il santino per le Sante Missioni e per le Quarantore al Crp di Laterina, 3-11 marzo 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.


lunedì 30 gennaio 2017

Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950

«La storia del mio esodo fiumano inizia il 29 novembre 1950 – racconta Ireneo Giorgini, nato a Fiume nel 1937 – cinque anni dopo la fine della guerra. Mio padre, Alessandro Juricich, optò per la cittadinanza italiana, ma la richiesta fu respinta una prima volta con la motivazione: lingua d’uso croata.
Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

Il ricorso venne respinto una seconda volta con la motivazione: lingua d’uso non italiana. Forse perché allora il nostro cognome era Juricich, di chiara appartenenza ai territori giuliano-istriano-dalmati. Dal 1930 in avanti i tanti cognomi furono trasformati in lingua italiana d’ufficio. Due fratelli di mio padre divennero Giorgini, perché dipendenti di aziende importanti. Mio padre rinunciò perché non fu obbligato».
La testimonianza di Ireneo Giorgini è già apparsa nel web, in una versione giornalistica, sul sito di Valdarnopost del 9 febbraio 2015, col titolo: “La nostra vita nel campo profughi di Laterina. La testimonianza di due esuli”, di Glenda Venturini. Siccome è un’esperienza significativa e ben raccontata, ci permettiamo di riprenderla e di fare qualche approfondimento.
Ma, signor Ireneo Giorgini, siete riusciti a venir via? «Finalmente, al terzo ricorso fu concesso il visto per andare via – risponde - Partimmo da Fiume il papà Alessandro, la mamma Norma Milotich e il nonno materno con le nostre masserizie, raccolte in dieci cassoni e le valigie. Il nonno era Antonio Milotich, nato a Fiume nel 1868, fu il primo pensionato del silurificio di Fiume, viveva alle Casette, ossia le case popolari dei dipendenti del silurificio. 
La prima tappa dell’esodo fu il Centro Raccolta Profughi (CRP) di Trieste Opicina. Ricordo le strutture semicircolari tipo hangar, con le camerate separate per uomini e per le donne».


Ireneo Giorgini, tra la mamma Norma Milotich e il babbo Alessandro Juricich, poi Giorgini

Come le sembrò questa parte dell’Italia? «Scendemmo a Trieste e mi colpì un fatto – ha detto Ireneo Giorgini – una salumeria aveva in vetrina una mortadella gigantesca, mai vista una così prima. Poi mi feci comprare la Gazzetta dello Sport e la Settimana Enigmistica».
Siete passati per Udine? «Dopo fummo trasferiti a Udine – continua – al Centro Smistamento Profughi e qualche giorno più tardi arrivò la destinazione: Laterina, provincia di Arezzo. Dove? In Toscana! Benché avessi frequentato a Fiume le scuole italiane e studiato la geografia, conoscevo la Toscana, che per me si limitava a Firenze, Pisa e Livorno».
A Laterina cosa succede? «Arrivammo a Laterina la mattina del 5 dicembre 1950 – risponde – la corriera della stazione ferroviaria ci lasciò dopo 5 km di strada bianca, davanti a una stradina. Ci chiedevamo: dove andiamo? Scendemmo e in lontananza vedemmo delle costruzioni basse del Centro Raccolta Profughi. Ci avvicinammo con le nostre valigie e una persona ci rivolse la parola: “Da dove venì?” – ovviamente in dialetto. “'Da Fiume”. E quello: “Andé a presentarve in ufficio”. E da lì è iniziata la nostra carriera di ospiti del CRP di Laterina. In Italia erano presenti 106 strutture di quel tipo. Location, si direbbe oggi!»
Come era la vita al CRP di Laterina? «La nuova vita iniziò lì. – ha detto Ireneo Giorgini –  Lascio immaginare i miei genitori all’epoca quarantenni a vedersi assegnare un posto alla “baracca 12”, in comunità con un’altra famiglia. Il personale del CRP ci aiutò a portare dal magazzino le brande, i pagliericci e la paglia per preparare i giacigli, mentre il nonno fu immediatamente ricoverato in infermeria: aveva 82 anni. Morì a Torino nel 1956».



Rifugiati al Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

Dove mangiavate? «I muratori del CRP ci costruirono, in mezza giornata, un fornello a legna tutto in cemento. – ha detto Ireneo Giorgini – L'acqua si prendeva alla fontana comune. I servizi igienici erano in fondo al campo. Teniamo presente che queste baracche furono costruite in tempo di guerra, come campo di concentramento per i militari alleati e poi per i militari tedeschi. I primi profughi nel 1945 trovarono ancora il filo spinato che lo cintava. Io, quattordicenne, mi adattai subito. A gennaio ripresi la scuola in Arezzo, insieme ad altri ragazzi e ragazze: Avviamento Professionale, Liceo, Istituto Tecnico Industriale, Ragioneria. Questo per quattro anni. Alcune di queste amicizie le coltivo ancora a Torino con ex ragazzi e ragazze residenti in Toscana».
Come era la giornata tipo al Campo Profughi? «La vita era ben organizzata: mattino scuola! – ha detto Ireneo Giorgini –  Il primo anno, nel 1951, si andava ad Arezzo in treno, poi la corriera fino alla stazione andata e ritorno, servizio pagato dall’Assistenza Post Bellica, libri scolastici compresi. Peccato che a volte gli orari ferroviari non erano coordinati con la corriera per cui si doveva aspettare quello della sera: quattro ore o 5 km a piedi».
E allora come facevate? «Si facevano in allegria quei chilometri tagliando per i prati, i boschi e gli argini dell’Arno. – ha detto Ireneo Giorgini –  Pranzo alle 15.00. E poi a “zogar la bala”, quando c’era il pallone, il più delle volte scalzi su un campo di terra. Lascio immaginare cosa succedeva quando l’alluce incontrava una pietra. Allora di corsa in infermeria a farsi medicare. La signora Virginia, l’infermiera del campo ci rimproverava: “Sempre ‘sta bala. Meté le scarpe!”. “E con cosa andemo a scola: discalzi?” – era la mia risposta».


Ireneo Giorgini, con la mamma Norma Milotich e il babbo Alessandro Juricich, poi Giorgini tra le baracche del Centro Raccolta Profughi di Laterina

C’è qualche altro ricordo? «Il tempo libero per gli adulti era impiegato ad operarsi per rendere più confortevole il soggiorno. Imbiancatura delle camerate, piccoli giardinetti, chi si inventava un orticello chi allevava qualche gallina, chi andava a fare un po’ di spesa nelle fattorie vicine. Noi giovani che si faceva? Giocare per le campagne a fare i bagni in estate nell’Arno, ascoltare la radio, il campionato di calcio, il Giro d'Italia, giocare a scacchi (tanto) e studiare. Poi mi viene in mente che mia mamma, in baracca, canticchiava nelle faccende domestiche e mio papà le domandò: Che ti canti? E lei rispose: Cos ti vol che pianzo?».
Cerano dei passatempi? «Poi c’è stata la scoperta della TV. – ha detto Ireneo Giorgini – In paese un negozio di elettrodomestici, siamo nel 1953, aveva in vetrina il primo televisore. La domenica pomeriggio ci si accalcava davanti alla vetrina, allungando il collo, per vedere la partita mentre la domenica sera, al salone ACLI, si andava a vedere la “Domenica Sportiva. C’era anche il cinema con la proiezione serale. Lì mio padre durante la proiezione di “Te per due”, con Doris Day, mi sorprese con una sigaretta e mi mollò una sberla, per cui tutto il cinema si girò».
Quando vi siete trasferiti a Torino? «Nel 1954 venne il sospirato trasferimento a Torino Casermette di Borgo San Paolo. – ha detto Ireneo Giorgini – Ci trasferimmo in cinque perché nel frattempo nacque mio fratello Roberto. E qui inizia un’altra storia».
Chi racconta è Ireneo Giorgini. Avete inteso che nel 1945 si chiamava Juricich?


Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo, interno di famiglia

«Arrivati a Torino i due fratelli di mio padre insistettero affinché cambiasse anche lui il cognome per ragioni di coerenza. – ha aggiunto Ireneo Giorgini –  Mio padre acconsentì. Così a Torino ho frequentato la terza ragioneria con il cognome Juricich, mentre in quarta ero: Giorgini. Ma ancora oggi dopo 60 anni i miei ex compagni di scuola mi salutano così: Ciao Juricich».
«Nel 1969 mi sono sposato con una ragazza torinese: Carla – ha concluso Ireneo Giorgini – In viaggio di nozze siamo passati a Laterina. Poi ancora nel 1987 ci siamo ritornati con nostra figlia Emanuela, allora quindicenne. Oggi a Torino sono impegnato con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), fasemo la festa de San Nicolò e de San Vito, con un pranzo per oltre 120 persone, gavemo tre chitare e se canta la Mula de Parenzo e tanti altri canti della nostra tradizione».
Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo, la famiglia Juricich-Giorgini tra la neve

Sul verbo fuggire per i profughi di Fiume
Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, classe 1925, vuole essere preciso riguardo ai verbi da usare in riferimento all’esodo da Fiume. Il Comune di Laterina ha pubblicato un libro sul Campo Profughi. Il signor Tardivelli vuole criticare l’utilizzo del verbo “fuggire” nelle pagine dedicate alla nostra storia pure in tale pubblicazione. Ad esempio a pag. 9 si legge: “(…) il Campo di Laterina (fu) riattivato nel 1948 e destinato a Campo Profughi per accogliere gli italiani che fuggivano da Fiume, dalla Dalmazia… ecc.”.
Tardivelli contesta così: “Fuggivano: è un verbo caduto sulle nostre teste. Fummo vittime e, in un certo senso, lo siamo ancora oggi. Per il fatto di essere etichettati come fascisti. Oppure perché le nostre donne vennero definite “di malaffare” dalle malelingue, perché eravamo venuti via da quel paese comunista. Il paradiso di Tito!”
Ci sono altre contestazioni, ne scegliamo una che fa riferimento alla pag. 46 della pubblicazione citata: “…i profughi provenienti dalla Venezia Giulia dalla Dalmazia e dal Dodecanneso, ecc.”
Risposta di Tardivelli: “C’era una netta distinzione fra i profughi provenienti dalle varie località! La situazione del popolo degli esuli provenienti dalla Jugoslavia di Tito era che si doveva optare per ritornare ad essere italiano. Pochi sono quelli che riuscirono effettivamente a fuggire, perché non potevano ottenere l’opzione, oppure perché era stata loro respinta. Decine sono le vittime colpite alla schiena, dalle pattuglie della Milizia Popolare, nel tentativo di fuga (questa volta, sì: “fuga”) sulla linea di demarcazione”.
Laterina, provincia di Arezzo, profughi giuliano dalmati al bagno nell'Arno: "Una bela nodadina!"

Ecco l’ultima considerazione. “I nostri racconti coincidono con tutti quelli degli amici e compagni di sventura – scrive Aldo Tardivelli – le tribolazioni, e la vita nei Campi Profughi, il giornaliero vagare per le vie delle città in cerca di lavoro ed in certe zone d’Italia ci veniva rifiutato, perché erano quelli… Allora ci furono coloro che presero la dolorosa scelta di emigrare oltre oceano, che così ci hanno scritto. Sono i pensieri di alcuni amici australiani:
“La disperazione morale sempre più profonda portò alla logica più obiettiva: emigrare! In migliaia gli Esuli decisero di non accettare e rimanere in quell’Italia che avevano tanto amato. E così dovettero trasformarsi in «displaced persons», ossia “senza patria”, quindi “apolidi”, per essere accettati, lasciando alle spalle i ricordi, amici, parenti, città, cultura e l’Italia, pur sapendo che forse non l’avrebbero più rivista, partirono per il Canada, l’Australia, gli U.S.A”.
Profughi d'Istria, di Fiume e Dalmazia in un CRP. Collezione Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova

Fonte orale e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Ireneo Giorgini, Fiume 1937, esule a Torino, da me intervistato al telefono il 30 gennaio 2017. Le fotografie del CRP di Laterina risalgono al 1953-1955 e fanno parte della Collezione Ireneo Giorgini di Torino, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto con i signori Giorgini e Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.
I contenuti dell’articolo presente sono già apparsi nel web, in una versione giornalistica, sul sito di Valdarnopost del 9 febbraio 2015, col titolo: “La nostra vita nel campo profughi di Laterina. La testimonianza di due esuli”, di Glenda Venturini, che si ringrazia per la gentile concessione alla parziale riproduzione. 

Cenni bibliografici e del web
- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, pagg. 163 ; ill., s.d. [ma, 1999-2000?].
- Aldo Tardivelli, “Un filo spinato… non ancora rimosso”, testo videoscritto in formato Word, s.d., p. 1-7.
Sulla confusione dei cognomi, generata da parte slava, si può leggere l’intervista a Flavio Serli di Umago.  Vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016), in questo stesso blog.



Fotografia da Internet

sabato 30 aprile 2016

L’agonia di Toni, Dignano d’Istria 1944

Morire di botte legato ad un albero. È successo per mano dei fascisti repubblichini a Antonio Franco, vigile urbano di Dignano d’Istria, ritrovato cadavere irriconoscibile nel 1944. Era come nel sogno premonitore di sua moglie Filomena Marin, che continuava ad andare dal podestà a dirgli di cercare il marito, sparito nel nulla. «Signor podestà, diceva mia mamma disperata, me lo sogno tutte le notti el xe morto nel bosco degli ulivi racconta Evelina Franco, figlia di Toni   Il podestà ripeteva sempre lo stesso ritornello e tentava di rassicurala con queste parole: Ma no, signora, sarà andà in bosco coi partigiani».
 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Suggestioni su Calle Nova a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 18 x 21, 2016 - da una fotografia di C. Stincich di Pola 1907. 
Un altro bravo fotografo di Dignano d'Istria fu Francesco Giachin, attivo negli anni 1930-1937.

Invece Antonio Franco, vigile di Dignano d’Istria conosciuto e stimato da molti paesani, era proprio penzolante da un olivo, sfigurato, massacrato di legnate, con gli abiti laceri. «Adesso so perché il podestà non voleva fare le ricerche – continua la testimonianza – passati tre mesi dalla sua scomparsa è stato trovato da chi andava a fare erba per i conigli e fu avvisato il paese. Certi paesani andarono sul luogo del supplizio. Mio fratello Libero, nato nel 1932, non lo riconobbe, continuava a ripetere: No, no xe papà».
Allora, come è stato riconosciuto?
«Mia mamma si ricordava che ad un alluce di papà mancava l’unghia, persa durante la naia e mai più ricresciuta bene – aggiunge la signora Evelina Franco – poi ha detto a chi è andato nel bosco degli ulivi a recuperare quel cadavere: Guardate in bocca, perché Toni ha due denti d’oro». Fu in questo modo sconvolgente che fu identificata la guardia Antonio Franco di Dignano d’Istria, nonostante i capelli allungati e i pantaloni blu sbiaditi, per essere stato esposto al sole e alle intemperie, dopo le strazianti torture. «A quell’epoca mio padre era un’autorità importante – spiega la signora Franco – ma non voleva essere comunista, né repubblichino».
Avete trovato i colpevoli delle sevizie mortali?
«Saputa la notizia dell’identificazione, mia madre era svenuta – continua Evelina Franco – poi tutto il paese si strinse vicino a lei per il cordoglio, perché mio papà era una persona giusta, in gamba e benvoluta da tutti. Il suo corpo martoriato fu esposto su un balcone in piazza e i partigiani, che nel frattempo avevano preso il paese, fecero un processo e i due assassini alla fine hanno confessato».
Successe tutto dopo l’8 settembre 1943. Avete capito come mai fu torturato e ucciso a percosse?
«In quei mesi c’era confusione – spiega la signora Evelina  – c’era molto odio, poi c’erano le uccisioni nelle foibe, ammazzavano per dei rancori, mio padre ripeto era un’autorità importante e non voleva essere comunista, né repubblichino».
 
Domande sull'esodo istriano, testo predisposto dagli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Dopo la guerra avete affrontato anche voi l’esodo?
«Scappati da Dignano d’Istria, siamo partiti da Pola – riferisce la testimone – nel  mese di febbraio del 1947, col piroscafo Toscana fino alla città di Ancona, perché nonna Filomena Marin, disperata, continuava a dire a mia madre: Cosa farai adesso che sei vedova con tre figli?».
Sa, per caso, come si chiamava la madre di nonna Filomena, cioè la sua bisnonna?
«Sì, me lo ricordo bene, era Filomena pure lei e, per giunta, figlia ancora di una Filomena – aggiunge Evelina Franco – perché mia mamma mi raccontava sempre che la levatrice di Dignano, quando sono nata io, nel 1935, disse a mia madre: Non sta ciamarla Filomena, eh!».
Allora, con la nave arrivate ad Ancona e lì vi hanno portato in un Campo Profughi?
«Ricordo che ad Ancona ci hanno accolto le crocerossine – riferisce la signora Evelina Franco – col latte e la cioccolata calda, poi ci portarono in treno a Rovigo, stavamo in una palestra, coi materassi per terra, per tre giorni siamo stati lì, era scomodo, tutti insieme maschi, femmine e bambini, poi le donne si lamentavano, perché non potevano lavarsi in tranquillità, per fortuna un conoscente, il padrino di mio fratello, ci ha portato da lui, avevano campagna con i coloni, ma mio fratello non c’era perché sul piroscafo un prete raccoglieva i ragazzi per portarli in un collegio per orfani di profughi a Oderzo, in provincia di Treviso, ma mio fratello Libero, dopo tre anni passati lì, scappò dal collegio e arrivò da noi, ma non lo riconoscevamo perché era cresciuto tanto e poi era magro come un chiodo».
Insomma avete trovato una sistemazione a Rovigo…
«Un po’ di anni più tardi – aggiunge la signora Evelina Franco – mia madre trovò una casa a Bellombra, in provincia di Rovigo, mentre mia sorella Ida, nata nel 1938 a Dignano, ed io abbiamo trovato lavoro presso le suore e il fratello Libero continuava a lavorare da agricoltore presso il suo santolo, cioè il padrino. Da Torino, città di esilio di Bonetta Franco, sorella di mio papà, la zia Bonetta diceva sempre a mia mamma di andare tutti a Torino, perché là potevamo cambiare vita. Dopo molte insistenze siamo partiti per Torino in treno. Essendo profughi di guerra e profughi giuliani, mio fratello Libero ha trovato lavoro alla Fiat, mia sorella Ida in una fabbrica di piastrelle ed io in un laboratorio di maglieria. Ci siamo così sistemati».


Materiali grigi sull'esodo istriano, scheda di intervista somministrata da Davide L. alla signora Evelina Franco (sua nonna), esule a Torino, correzioni e cancellature a cura degli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Anche questa è storia d’Italia, secondo lei?
«Sì, bisogna sapere queste cose – dice la signora Evelina Franco – adesso possiamo parlare, raccontare e ricordare questi fatti e chiedo solo rispetto per i nostri morti».
Qualcuno dei suoi partenti è rimasto a Dignano d’Istria, dopo il 1945-1947?
«Sì, mio cugino Vittorio Marin è rimasto là – conclude la signora Franco – ma è morto un po’ di anni fa, i Marin avevano campagna, olivi e vino, prima della guerra».
Vorrebbe tornare a Dignano d’Istria?
«No».
È ritornata qualche volta in Istria e le è piaciuto ritornare là?
«Sono ritornata, ma non mi è piaciuto, perché è tutto diverso».
Preferisce Dignano d’Istria, oppure Torino?
«Torino».

 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Nuvola scura sopra Piazza Italia a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 20 x 20,50, 2016. 
Da una fotografia del 1930.

1.   Il santo co la bareta rossa
Da un’altra fonte orale si viene a sapere una storia tutta particolare e al limite del ridicolo. Nella chiesa di Dignano d’Istria era d’uso, durante la processione interna, cantare le litanie e pregare i santi davanti agli altari, alle immagini e alle statue. Però di un santo non si sapeva proprio il nome. C’era la statua, ma si era persa la sua denominazione, nonostante il copricapo rosso che portava. Così il popolo devoto cantava: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa». Le notizie di questa originale cultura popolare dei santi di Dignano d’Istria sono state riferite dai discendenti di Iris D.P., nata a Pola nel 1921.

Il mistero del “Santo co la bareta rossa”
Il “santo co la bareta rossa” è con tutta probabilità un beato, morto nel 1207. Il riferimento bibliografico è il seguente: Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006.
Si tratta di beato Leone Bembo, di nobile famiglia veneziana, che fu vescovo di Modone (Methoni), nella Morea o Peloponneso, sottoposto alla Repubblica di Venezia. Egli è raffigurato non in una statua (come accennato dalla fonte orale), ma su una tavola dipinta in stile bizantino su sfondo dorato, da Paolo Veneziano, nel secolo XIV. Tale opera, menzionata come il Trittico di Beato Leone Bembo, era appesa alla parete sinistra del presbiterio del duomo di Dignano.
L’intitolazione e l’attribuzione furono incerte sino oltre il primo quarto del Novecento. Abbellimenti e cure del duomo sono successivi al 1926. Ecco come si spiega la non conoscenza popolare dei devoti cristiani di Dignano, poco prima e poco dopo la Grande Guerra, cui si fa riferimento nella fonte orale.
Si sa che certe reliquie e alcune opere d’arte furono portate a Dignano, nel 1818, dal pittore veronese Gaetano Grezler (el sior Gaetano), chiamato a decorare il nuovo duomo, consacrato nel 1808, in seguito al crollo di quello precedente. Antonio Alisi, in Istria: città minori, scrive che, dopo la furia di Napoleone, a Venezia furono distrutti il convento di San Lorenzo e la chiesetta di San Sebastiano, tanto che Gaetano Grezler comprò alcune reliquie (mummie), come quelle di beato Leone Bembo e di prete Giovani Olini, oltre ad altari, pitture ed altri oggetti. Già sul cognome di quest’altro religioso ci fu confusione nell’Ottocento, dato che egli figura in un catartico come: «b. Joannes olim presbiter-plebanus». Gli studiosi di tradizione veneziana, avendo letto male la parola “olim” (= una volta), la interpretarono come un cognome di famiglia: “Olini” (Conte, pag. 42).
Si pensi che nel 1909 la pittura del Trittico di Beato Leone Bembo – come scrive l’Alisi – stava rovesciata in sacristia, appoggiata su dei cavalletti ad uso tavolo per smoccolar candele o per sistemare i materiali di adornamento degli altari. In seguito fu appeso in chiesa, senza sapere molto su di esso.
Il Trittico di Beato Leone Bembo è il quadro più antico del duomo. Il dipinto è diviso il tre parti. La figura centrale è quella del beato, raffigurato in piedi ricoperto da una tunica talare scura sulla quale si evidenzia un mantello fulvo aperto sulla destra e allacciato sulla spalla. Intorno al collo – scrive il Rismondo nel suo Dignano d’Istria nei ricordi, pag. 167 – il beato ha una breve mozzetta di pelle nera, alluso greco. Ciò fa spiccare con maggiore chiarezza la testa e il mento barbuto. Sul capo, cinto di aureola d’oro, porta una cuffia bianca per cingere i capelli arruffati e sopra questa sta un’altra cremisina simile a una calotta. Poi la descrizione iconografica procede con tanti altri particolari. Dunque la cuffia cremisina simile a una calotta è proprio la “bareta rossa” del popolino devoto.
Persino i dati anagrafici dei beati in questione non sono definiti. Ogni autore sembra fare a gara per smentire quelli precedenti. Tale confusione tra gli esperti provocò una ignoranza nel popolo, che scelse di onorare comunque la reliquia e la pittura di Dignano nelle litanie col canto: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa».


Riferimenti bibliografici. Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006, pagg. 33-36.

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Ringraziamenti
Ringrazio, per avermi concesso l’intervista, la signora Evelina Franco, nata a Dignano d’Istria nel 1935 ed esule a Torino, da me ascoltata al telefono il 28 aprile 2016. Sono riconoscente a suo nipote Davide L., studente della classe 2^ E alberghiero, presso l’Istituto “B. Stringher” di Udine, dove con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini, è stata sviluppata una ricerca sull’esodo giuliano dalmata nella primavera 2016, nell’ambito del Piano dell’Offerta Formativa, con interviste alla nonna Evelina Franco.   
Per la storia religiosa del «Santo co la bareta rossa» sono grato a Gabriele D.C., nato a Venezia nel 1947, discendente dei Bunder di Dignano d’Istria, da me intervistato a Udine il 23 aprile 2016. 
Per i disegni di questo articolo ringrazio l'autore.
Sono riconoscente a Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha cortesemente messo a disposizione delle mie ricerche la collezione di 300 cartoline d’epoca riprodotta da Piero Delbello (a cura di), Saluti dall’Istria e da Fiume, Edizioni Svevo, Trieste, con gli auspici di: Unione degli Istriani, Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Trieste.
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Ricerche personali ragionate
Mi è capitato di raccogliere varie testimonianze riguardo a Dignano d’Istria, che qui mi permetto di ricordare per il lettore incuriosito. 
1)      Maria Chialich, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine nel 2010 assieme ai suoi discendenti ha vissuto la vicenda più tragica, dato che ebbero ben sette familiari uccisi e gettati nella foiba dai miliziani di Tito. Si veda in questo stesso blog il paragrafo n. 2, intitolato “Una famiglia, sette infoibati” nell’articolo seguente: Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943.
2)      Giorgio e Daria Gorlato persero il padre Giovanni, notaio di Dignano d’Istria, ucciso dai titini. Vedi il saggio: “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, del 2015.
3)      Armando Delzotto, detto “Terere” ha scritto un memoriale di ricordi su Dignano d’Istria, intitolato “I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), edizioni del Sale, Udine, 2014. Vedi l’articolo: “ANVGD Udine, Memoriale di Delzotto sull’esodo istriano”.
4)      Maria Giovanna Copic, nata a Tarvisio, provincia di Udine, nel 1950, ricorda lo zio Pino Iursich, che con la moglie Celestina di Portole gestivano un forno e una trattoria a Dignano d’Istria, fino alla fuga alla volta di Trieste, presso parenti (int. del 30 gennaio 2004).
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Lettera di ringraziamento alla intervistata della classe 2^ E alberghiero, dell'Istituto “B. Stringher” di Udine, con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.