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domenica 2 aprile 2023

Antonio e Antonietta di Valle d’Istria tra esodo, Crp di Laterina, Torino e ritorno in terra avita

“Son venuta via da Valle nel mese di agosto 1949 – ha detto Antonietta Manzin – poi ci hanno tenuto 2, o 3 giorni al Campo profughi del Silos di Trieste, siamo passati per Udine con destinazione al Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo, dove siamo rimasti fino al 1951”. Quanti eravate a partire?

“Eravamo in undici – è la risposta – mio papà Giovanni, suo padre, mia mamma Domenica, mio fratello Feliciano sposato con moglie e un bimbo, oltre agli altri miei fratelli: Marina, Francesco, Faustino e Antonietta”. Com’era la vita nelle baracche del Crp di Laterina?

Primia comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

“Soffrivano tanto gli adulti – ha spiegato Antonietta Manzin – noi bambini, io sono nata nel 1941, si giocava insieme, si andava a scuola, mi ricordo che tutte le mattine ci davano una pastiglia di olio di fegato di merluzzo, ma alcuni miei compagni di classe la buttavano sul fuoco, così nell’aula baracca c’era una puzza che arrivava dalla stufa. La mia famiglia stava nella baracca n. 5, avevamo le brande in ferro beh, erano pochi metri di spazio per 11 persone”.

L’olio di fegato di merluzzo negli anni ’50 era un rimedio contro il rachitismo. Dopo il 1951 siete andati in qualche altro Campo profughi? “Certo, in quello di Torino fino al 1956 circa – ha replicato – in via Veglia 44, dove per dormire c’erano le tavole, i pagliericci e… le cimici, allora mia madre ha avvertito e sono venuti a disinfestare tutto poi, per fortuna, sono arrivati i nostri materassi, così si stava meglio”. Ho sentito dire che gli istriani sono abituati ai campi profughi sin dalla Grande Guerra; è possibile?

“Beh insomma! Le dirò che mia mamma, nel 1915, è stata internata a Wagna, in Stiria, con la sua famiglia – ha aggiunto Antonietta Manzin – là è morta la madre di mio nonno, che si chiamava Domenica Fabris, poi certi miei parenti, due uomini invalidi, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati destinati al Centro raccolta profughi di Termini Imerese, presso Palermo, dove è morto lo zio Giuseppe Barbieri. Era il fratello di Domenica Barbieri”. Ho sentito parlare anche di emigrazione istriana in Argentina. Che cosa sa?

Bambini al Crp di Laterina, 1950. Collezione di Antonella Barbieri.

“Sì, mio papà nel 1922 andò a lavorare in Argentina per otto anni – ha detto la signora Manzin – così, quando è ritornato in Istria, nel 1930, ha comprato dei terreni e lavorava sodo. Dopo il 1947, abbiamo perso tre case e 65 ettari di campi coltivabili perché ce li hanno nazionalizzati gli jugoslavi e nessuno ci ha mai risarcito i beni perduti. Siccome c’era poco lavoro a Torino mio papà, verso il 1953, è tornato ad emigrare in Argentina per qualche tempo”. Signora Antonietta, lei parla in dialetto istriano?

“Sì, ma mio marito Antonio, per scherzo – ha concluso – dice che parlo istrian in cichera, per intendere che lo parlo poco ben”. Com’era la vita in Istria dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?

“Al tempo del Ribalton – ha risposto Antonio Barbieri, marito della signora Antonia Manzin – c’era poca acqua in paese perciò, con mio papà Antonio, si andava a prenderla coi carri e le botti al Palù e vedevamo tanti militari italiani sbandati, che domandavano i vestiti ai contadini in coda per l’acqua, così alla fine della giornata i vallesani vestivano delle belle divise da ufficiale o di truppa italiane. Poi ho visto una trentina di soldati italiani sulla riva che volevano raggiungere la costa opposta e undici di loro si sono messi a nuotare, peccato che in linea d’aria c’è il Delta del Po a 120 km, o oltre 60 miglia nautiche, perciò saranno tutti morti”.  Sa di qualche uccisione nelle foibe da parte titina?

Carabinieri gettati nella foiba - “Sì, in Istria ho visto portare via dai partigiani titini – ha replicato Barbieri – sei carabinieri e il loro maresciallo, che mi pare si chiamasse Doto, era di Bergamo, li hanno portati a morire nella foiba dei Ronchi, in quella stessa cavità facevano il nido i colombi, ma i cacciatori non sono più tornati a sparare ai volatili, perché là c’erano i morti”. Signor Antonio, quando è venuto via dall’Istria?

Processione al Crp di Laterina, Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche (non intonacate) con addobbi vari oltre ai candidi vestiti da prima comunione in onore della Madonna, 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.
“Son venuto via nel 1963 col passaporto da emigrante – ha aggiunto – dopo aver fatto un anno di prigione a Zagabria per renitenza alla leva jugoslava, dato che avevo provato a uscire nel 1958 con altri ragazzi, ma mi hanno preso al confine con Muggia, mi hanno sbattuto a fare il militare a Skopje, fino in Macedonia, poi in Italia mi son fatto il Campo profughi di San Sabba a Trieste, dove facevo da interprete per tanti altri fuggitivi e, infine, a Torino, presso dei parenti”. Siete mai tornati in Istria?

“Sì, certo, pur di stare in Istria – ha ribattuto Antonio Barbieri – ci siamo ricomprati una casa a Valle, veniamo via da là a dicembre e ci ritorniamo a marzo, o aprile, malattie permettendo. C’erano tante ingiustizie in Jugoslavia, ci facevano il lavaggio del cervello. Mi ricordo che, finita la scuola a Valle, avrei dovuto andare a Rovigno, ma i primi in graduatoria erano i figli degli iscritti al partito, o dei burocrati jugoslavi, così sono stato escluso perché ero orfano di guerra italiano”. Però, non sapevo della pulizia etnica scolastica. Si ricorda qualcosa di Pola?

“Abitavo a pochi chilometri da Pola, andavo a prendere il pane a Pola a piedi negli anni ’40 e ‘50, ma ho saputo della strage di Vergarolla solo alcuni anni fa. Avevo tanta confusione. Non si sapeva nulla. Ho sofferto molto. A sette anni, in Istria, seminavo in campagna i ceci, la fava e il granoturco con i miei familiari, poi ho lavorato come elettricista alla Fiat al Lingotto”.

A conferma delle fughe di italiani e di persone d’altra etnia dalla Jugoslavia, negli anni 1957-1960, ecco cosa dice un’altra fonte. “Ricordo che abitavo vicino al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, che accolse oltre 100 mila esuli – ha detto Carlo Dilena – e alla fine degli anni ’50 sapevamo che ospitava certi fuggiaschi jugoslavi anticomunisti, oltre ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, i bambini dei quali giocavano vicino al mio cortile”.

Laterina, Centro raccolta profughi. Prima comunione di Antonietta Manzin, 1950

Dalla collezione della famiglia Barbieri Manzin si sa che, come è scritto nel Libretto del Crp di Laterina, il nonno dell’intervistata si chiamava Antonio Barbieri, figlio del fu Antonio e di fu Domenica Fabris, vedovo e con casa in via S. Nicolò 5. Egli è nato a Valle d’Istria il 20 settembre 1874.  Ha la qualifica di: profugo giuliano. Ha esercitato il diritto d’opzione come dal decreto dell’Autorità Jugoslava n. 48.241 del 9 ottobre 1948. Ha richiesto ed ottenuto dal Consolato italiano di Zagabria il passaporto provvisorio (di sola andata) n. 18.234 in data 31 marzo 1949. Con i familiari è stato rimpatriato (in treno) via Monfalcone il 26 luglio 1949, come emerso dal racconto dei testimoni. Tale Antonio Barbieri, del 1874, pur possedendo il citato Libretto del Crp di Laterina, con tanto di sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953, non è segnato nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina. Ciò significa che i documenti d’archivio talvolta non sono esaustivi, non contengono cioè tutti i nomi dei profughi passati al Crp, come sostiene Claudio Ausilio. Sono 4.693 i nominativi riportati nel suddetto Elenco, considerate pure due cancellature, ma il totale delle persone transitate tra quelle baracche è di oltre 10 mila unità, secondo altre ricerche svolte nell’Archivio di Stato di Arezzo nel 2021 (vedi: Bibliografia).

Da ultimo si nota che il nominativo di vari Manzin compare nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 369 e risultano usciti dal Crp il 27 aprile 1951 per Torino. C’è  Andrea Manzin, nonno della signora Antonietta. Come pure c’è qualche nominativo dei Barbieri, ma non Antonio, classe 1874, di cui i discendenti possiedono il suo citato Libretto del Crp di Laterina. La scolara Antonietta Manzin compare, inoltre, nel registro della scuola elementare del Campo profughi di Laterina. È nella classe 2^ A mista, nell’anno scolastico 1949-1950, condotta dalla maestra Emma Vannelli Cassioli con 30 iscritti e 25 frequentanti provenienti da Fiume, Pola e Zara. La buona notizia è che furono tutti ammessi agli esami finali e poi promossi con molti bei voti. Sempre la giovane Antonietta Manzin risulta, infine, cresimata nella chiesa del Campo profughi da Monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli parroco, il 13 maggio 1950, in base alla relativa rubrica della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Donne e bimbi al Crp di Laterina, 1950

Fonti orali e digitali: per la gentilezza riservata all’indagine storica si ringraziano le seguenti persone, intervistate da Elio Varutti il 18 marzo 2023 al telefono, con contatti preparatori di Claudio Ausilio, la collaborazione di Antonella Barbieri e le sue e-mail del periodo 17 marzo-1° aprile 2023 allo scrivente, se non altrimenti indicato.

- Antonio Barbieri, Valle d’Istria 1938, vive a Torino e a Valle d’Istria (oggi Croazia).

- Carlo Dilena, Udine 1952, int. del 19 marzo 2023 a Udine.

- Antonietta Manzin in Barbieri, Valle d’Istria 1941, esule a Torino e soggiorna a Valle d’Istria.

 

Collezione privata – Famiglia Barbieri Manzin, fotografie, Libretto del Crp di Laterina e documenti di famiglia.

Archivi consultati - La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio. Per la collaborazione riservata si ringraziano don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015, gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR),

- Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

- Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 2^ diretta dall’insegnante Emma Vannelli Cassioli, anno scolastico 1949-1950, pp. 12, stampato e ms.

- Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Crp di Laterina, foto di gruppo dei Manzin. 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Bibliografia

- FABIO LO BONO, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese (1^ edizione: 2016), Lo Bono editore, Termini Imerese (PA), 2018, 2^ edizione.

– GIULIANA PESCA – SERENA DOMENICI – GIOVANNI RUGGIERO, Tracce d’esilio. Il C.R.P. di Laterina 1948-1963. Tra esuli istriano-giuliano-dalmati, rimpatriati e profuganze d’Africa, Città di Castello (PG), Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Edizioni NuovaPrhomos, 2021.

-  ELIO VARUTTI, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Udine, 2007.

– E. VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021. In formato e-book dal 2022. E seconda ristampa dal 2023.

Tessera di Antonio Barbieri (1874) dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra con fotografia e firma del titolare. È il nonno dell’intervistata e padre di Barbieri Domenica.

Progetto e ricerca di Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’ANVGD Arezzo. Interviste di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Antonietta Manzin, Antonio Barbieri, Antonella Barbieri, Claudio Ausilio, professor Stefano Meroi (Udine). Copertina: Prima comunione di Antonietta  Manzin, a sinistra di Mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con don Pasquale Cacioli vicino alla Chiesa del Crp di Laterina, 13 maggio 1950. Collezione famiglia Barbieri Manzin. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, classe 1874. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Pagine interne del Libretto del Campo profughi di Laterina intestato al profugo giuliano Antonio Barbieri, coi sussidi ricevuti tra il 1952 e il 1953. Collezione famiglia Barbieri Manzin.

Passaporto provvisorio di Giuseppe Barbieri emesso il 31 marzo 1949 dal Consolato italiano di Zagabria; il profugo morì nel Crp di Termini Imerese (PA). Si noti la ricevuta del cambio di dinari.

Il santino per le Sante Missioni e per le Quarantore al Crp di Laterina, 3-11 marzo 1951. Collezione famiglia Barbieri Manzin.


lunedì 1 agosto 2022

I Zuccon di Carnizza infoibati, nonno e avi istriani del manager Sergio Marchionne

“Mi ricordo che lo zio Giacomo Zuccon arrivava per le feste a Mormorano con la sua moto Guzzi – ha detto Carlo Varesco – mi teneva per mano e diceva: vuoi un gelato?” Giacomo Zuccon è pure il nonno del noto manager Sergio Marchionne. L’hanno preso i titini “nel settembre del 1943 e l’hanno ucciso nella foiba, infatti è stato trovato qualche mese dopo”. Chi si immaginava che volevano eliminare gli italiani? È la frase che dicono molti dei testimoni dell’esodo giuliano dalmata. “Io ero bambino – ha aggiunto Varesco – ma ricordo che dicevano che c’era paura, c’era tanta paura dei partigiani”. Ricorda qualcosa d’altro?

Giacomo Zuccon, ucciso in foiba nel settembre 1943 a 46 anni. Collezione Carlo Varesco.

“Sì, Giuseppe Zuccon, mio cugino e figlio di mio zio Giacomo – ha spiegato il testimone – era militare del regio esercito, era ritornato a casa dopo l’8 settembre 1943, voleva andare a cercare il papà catturato dai partigiani, ma i tedeschi lo hanno fermato e ucciso come sospetto partigiano. In quel momento mia zia Mara era senza marito, prelevato dai partigiani, mentre il figlio le era stato ammazzato dai tedeschi, per lei è stata dura, molto dura, non è stata più lei”. Non è finita qui, vero signor Carlo Varesco?

“Proprio così – ha replicato Varesco – perché nel 1944 i titini uccidono nella foiba un altro mio zio, fratello di Giacomo e di Caterina, mia madre. Lui era Giuseppe Zuccon [I nomi propri come “Giuseppe”, si ripetono, per tradizione di famiglia, NdR]. Poi c’era un altro loro fratello e mio zio. È Romano Zuccon che si è salvato dalla foiba ed è stato ricoverato in Ospedale a Pola fino alla fine della guerra. Poi Romano ha fatto l’operaio alla fabbrica di cemento a Pola fino all’età di 75 anni, morendo in Istria all’età di 94 anni”.

Giuseppe Zuccon, fratello di Giacomo, pure finito in foiba. Collezione Carlo Varesco.

Carlo Varesco, istriano emigrato negli USA, è andato via da Mormorano nel 1950, passando per Trieste “poi in treno al Centro smistamento profughi di Udine – ha detto – dove siamo stati destinati al Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina, provincia di Arezzo”, come dall’intervista allo scrivente, citata in fondo. È il cugino del celebre manager Sergio Marchionne, pure lui con ascendenze istriane.

È dal libro pubblicato nel 2022 da Rosanna Turcinovich Giuricin, col titolo Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, edito dalla Oltre Edizioni, che si hanno altre notizie sulla tragedia dei Zuccon. “La famiglia gestiva un grande emporio nella piazza principale della piccola località di Carnizza, presso Pola [oggi in Croazia: Pula, NdR]” ha riferito la Turcinovich “che forniva anche Castelnuovo d’Istria [oggi in Slovenia: Podgrad] ed i villaggi circostanti dove abitavano numerose famiglie dei minatori” delle vicine miniere di Arsia e Albona. “Nel 1943, dopo l’8 settembre vennero ad arrestare mio padre – ha raccontato Maria Zuccon Marchionne, mamma di Sergio Marchionne – Non era gente del posto, anche se i mandanti, chissà… Mio fratello, che era militare di leva [è: Giuseppe], giunse a casa proprio in quei giorni e andò a cercare notizie di nostro padre. Non fecero ritorno e di loro non si seppe più nulla, mai più… Quanto dolore, che strazio per i parenti. Noi tre donne di famiglia, lasciammo Carnizza e ci rifugiammo nella casa del nonno, in campagna. Furono anni difficili. Dall’emporio venne portato via tutto, sequestrato dal potere popolare. Si fece addirittura un processo sulla pubblica piazza affidato ad un funzionario che non avevamo mai visto prima, mandato dai partigiani jugoslavi…”.

Romano Zuccon, salvatosi dalla foiba, è un rimasto, fratello di Giacomo e Giuseppe infoibati. Collezione Carlo Varesco.

I Zuccon nella foiba, in letteratura

Si ricorda che Zucconi, in croato: Cokuni, è un villaggio istriano di poche case, tra Marzana e Dignano, dove tutti gli abitanti fanno di cognome Zuccon. Nella pubblicistica solo il nome di Giacomo Zuccon, eliminato in una foiba, è citato da padre Flaminio Rocchi. È nella foiba di Terli che, il 1° novembre 1943, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, coadiuvato dai vigili del fuoco Bussani, Paron e Giacomini, procede al recupero di 55 salme, che vengono estratte dalla foiba, giù fino a 85 metri, a gruppi di tre-quattro legate assieme. Tra questi poveri resti umani in decomposizione c’è: “Zuccon Giacomo fu Giuseppe, anni 46, commerciante, di Medolino” (Rocchi F 1990 : 26). Medolino (in croato: Medulin; in istro-veneto: Medolin) è un comune vicino a Pola, odierna Croazia.

Nell’elenco dei Caduti della RSI compaiono sia Giacomo Zuccon, con gli stessi dati già descritti, sia suo fratello Giuseppe, con queste informazioni, con qualche lieve discordanza rispetto alla fonte orale: “Zuccon Giuseppe, Civile, nato a Dignano (PL), data di morte presunta 05/10/1943”.

Esodo da Laurana dei Guastamacchia col babbo in Guardia di Finanza, 1944

Per qualcun’altro l’esodo è stato facile e senza tragedie. “Mio papà era della Guardia di Finanza – ha detto Giovanni Guastamacchia, nato a Fiume – e, visto quello che succedeva in Istria, ci ha detto che era meglio andar via, sarà stato il 1944, così erano i racconti in famiglia. Con mia mamma Maria Calcich, un nome istriano, siamo partiti con un camion caricato delle nostre masserizie. Giunti alla curva sulla strada tra Fiume e Trieste, il motore fumava, per fortuna che c’era un abbeveratoio animale nelle vicinanze, così con l’acqua della vasca è stato spento il principio d’incendio. A Udine siamo stati ospitati dal conte Del Torso, in piazza Garibaldi per circa due anni, poi siamo andati a vivere in una casa in affitto in via Baldissera. Ricordo che arrivati a Udine, la mia famiglia ha dovuto scaricare il mobilio in viale Palmanova, presso un magazzino di trasporti, perché non potevano entrare dove ci avrebbero ospitato”. C’è qualche altro ricordo?

Fiume porto franco, cartolina successiva al 1929. Collezione privata.

“Mia mamma mi raccontava che in Istria non avevo mai assaggiato lo zucchero – ha aggiunto Guastamacchia – poi ricordo che si diceva che mio padre, di origine pugliese, dopo il corso della Guardia di Finanza è stato assegnato in Istria, perché la città portuale di Fiume era un porto franco dal 1929 e necessitavano di tanto personale”.

Conclusioni

Fa male scrivere di certi argomenti, eppure capita di farlo. Si opera nello spirito della Legge italiana 30 marzo 2004, n. 92 istitutiva del “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani  e di tutte   le vittime  delle  foibe, dell’esodo  dalle loro terre  degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Mi auguro che il fatto di far conoscere certi eventi con rispetto e con onore sia più forte del dolore suscitato nei parenti, invitati a raccontare dei loro cari uccisi nelle foibe.

“Mio zio Benito Daddi, di Zara, nel Campo profughi di Laterina, forse nel 1952”. Didascalie e collezione di Ettore Daddi. In seguito alle presenti ricerche, i Daddi e i Varesco hanno scoperto di essere stati “vicini di baracca” al Crp di Laterina.

Contributi dal web

Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) ha diffuso su WhattsApp il presente articolo e Maria Grazia Ziberna, presidente dell’ANVGD di Gorizia nonché Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha scritto le seguenti parole, aggiungendo certe immagini: “La foiba di Terli (in croato Trlji) si trova nel comune di Barbana, un paesino di circa 3 mila abitanti che si trova tra Pola (dove viveva a quel tempo mio padre, ragazzino tredicenne)  e Albona  (dove viveva mia madre). Mio padre trascorreva le vacanze estive a Carnizza, a circa 20 km da Pola (aveva dei parenti da parte della mamma). Nella mappa il paesino è individuato da un  puntino scuro. A Carnizza i partigiani, tra gli altri,  portarono via da casa, di notte, Giacomo Zuccon, il nonno di Marchionne, portato via con i polsi legati con il filo di ferro (come ha  testimoniato la nuora, ultranovantenne, intervistata pochi anni fa). Giacomo Zuccon aveva 46 anni, era  un commerciante che a Carnizza aveva un piccolo negozio di alimentari, si trovava a poche decine di metri dalla casa dei cugini di mio padre, che avevano invece un'osteria, lungo la strada principale che dalla piazzetta del paese portava giù al piccolo porto”.

Immagini a cura di Maria Grazia Ziberna, presidente ANVGD di Gorizia, che si ringrazia per la diffusione in questo blog

Collezioni private 

- Ettore Daddi, vive a New York, USA, fotografia del Crp di Laterina.

- Carlo Varesco, fotografie commentate, email a Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) del 29 luglio 2022, inoltrata allo scrivente.

I cugini Sergio Marchionne e Carlo Varesco a Chicago nel 2010. Collezione Carlo Varesco

Fonti orali e digitali

- Giovanni Guastamacchia, Laurana (PL) 1942, int. a Udine del 27 luglio 2022 dello scrivente con la collaborazione di Franco Pischiutti, dell’ANVGD di Udine.

- Carlo Varesco, Mormorano (PL) 1931, esule in Florida (USA), videochiamata in Messenger del 30 luglio 2022 ed email del 31 luglio con lo scrivente, grazie ai contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Maria Grazia Ziberna, Gorizia 1958, messaggio su WhattsApp del 3 agosto 2022 nel gruppo "Noi dei Ricordo".

Cenni bibliografici e sitologia

- Elenco “Livio Valentini”, Caduti della Repubblica Sociale Italiana, disponibile nel web.

- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

- Rosanna Turcinovich, Esuli due volte dalle proprie case, dalla propria patria, Sestri Levante (GE), Otre Edizioni, 2022.

- E. Varutti, Carlo Varesco, elettricista istriano dal Campo profughi di Laterina agli USA, 1950-1956, on line dal 2 maggio 2022 su   evarutti.wixsite.com

E. Varutti, Discendenti di esuli di Zara, passati al Campo profughi di Laterina ricordano i loro cari avi, on line dal 25 luglio 2022 su  evarutti.wixsite.com

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Produzione culturale del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine, coordinato dal prof. Elio Varutti e con la collaborazione di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Carlo Varesco, Marco Birin, Franca Pividori, Claudio Ausilio, oltre a Daniela Conighi e Sergio Satti (ANVGD di Udine). Fotografie: Collezione Carlo Varesco. Adesioni: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo. Siamo grati a Maria Grazia Ziberna, presidente dell'ANVGD di Gorizia, per il suo gradito intervento scritto.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Laurana, virata in azzurro, anni ’30. Archivio ANVGD Udine.


martedì 5 luglio 2022

Carlo Mihalich, pittore veneziano nato a Fiume, nel Quarnaro

Chi è il pittore Carlo Mihalich? Nasce a Fiume il 9 aprile 1934 da genitori di tradizione e cultura mitteleuropea. Fin dalla tenera età dimostra una grande e marcata predisposizione per il disegno e il colore. Trascorre l’infanzia e la fanciullezza tra le dolci e profumate colline del Carso e l’azzurro del mare del Quarnaro.

Col 6 aprile 1941 le truppe tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, invadono la Jugoslavia, abbattendo il regno jugoslavo dei Karageorgevich e spartendosi le zone occupate. Le autorità militari di Fiume e di Zara, nel Regno d’Italia, fanno evacuare le città. C’è chi finisce sfollato nelle Marche, come la famiglia di Silvio Cattalini, di Zara, o in Sardegna, come ha raccontato Miranda Brussich in Conighi, riguardo a certe famiglie di Fiume. E a Carlo Mihalich cosa succede? “Con la famiglia mi trovo sfollato a Oriago di Mira (Ve) – ha detto Mihalich – dopo un mese si rientra a Fiume, ma le giornate si fanno sempre più tristi per la guerra e perché il padre è alle armi”. 
Venezia 1949, la famiglia Mihalich. Il padre Nereo e la madre Ida con in braccio la figlia Rita, nata a Venezia. Carlo è il primo a sinistra, sotto i fratelli Mauro e Alfio. A fianco della madre, il fratello Vittorio. Collezione Carlo Mihalich.

Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Iniziano i bombardamenti angloamericani su Fiume, Zara e Pola. Il 3 maggio 1945 entrano a Fiume i titini, dopo che i tedeschi hanno fatto saltare con l’esplosivo gli impianti ferroviari e portuali. Che fanno i Mihalich? “Dopo la fine della seconda guerra mondiale e con l’occupazione slava – è la risposta – in attesa del trattato di pace tutta la famiglia, nell’ottobre del 1946 si trasferisce a Venezia, ospite di conoscenti veneziani. Oltre a papà Nereo e alla mamma Ida Africh, siamo noi fratelli: Carlo, Mauro, Alfio e Vittorio. Più tardi, a Venezia, nascerà la sorella Rita”.

Poi cosa succede? “Poi mio fratello Vittorio ed io veniamo accolti all’Istituto Artigianelli di don Orione – ha concluso il testimone – dove passiamo dei momenti di angoscia e di tristezza, senza la presenza dei genitori e degli amici d’infanzia”.

La famiglia conosce anche Centro raccolta profughi ‘Luigi Foscarini’ di Venezia. Nel 1948 Carlo entra nel convitto ‘Fabio Filzi’ di Grado (GO), ritrovando la cultura e l’educazione mitteleuropea dell’infanzia. Col 1950 frequenta per qualche tempo l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia senza trovare soddisfazione, mentre si appassiona in Piazza San Marco agli acquerelli di Carlo Cherubini e studia da autodidatta.

Carlo Mihalich, Vendette sociali, politiche e personali del 1945, incisione su lamiera di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 20, 1988. Courtesy del'artista.

Nel 1955 Carlo Mihalich lavora alla Montedison, ma continua a dipingere e sposa Mariagrazia, che gli dà tre figli: Roberto, Rossella e Susanna. È proprio la moglie a stargli vicino, nella seconda metà degli anni ’50, quando nella sua pittura alterna varie tecniche dagli acquerelli agli oli su tela.

Negli anni ’70 frequenta l’ambiente culturale veneziano, dove conosce il poeta Mario Stefani, che apprezza i suoi acquerelli e lo incoraggia a continuare a dipingere. Espone dal 1976 in varie località del Veneto. Negli anni ’90 è in mostra pure in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, in altre regioni d’Italia, oltre che all’estero: Toronto, Parigi, Londra, Melbourne, Città del Messico e Stoccolma. A Mestre, dal 9 settembre al 20 novembre 2021, si è tenuta la mostra antologica “Emozioni della vita nell’arte pittorica di Carlo Mihalich” nelle sale espositive della Galleria d’Arte D’EM Venice Art Gallery. L’artista vive a Martellago (VE).

Cenni critici sul maestro Carlo Mihalich - Dei suoi mirabili acquerelli veneziani hanno scritto in molti. Sin dal 1988, Domenico Bon riporta nei suoi riguardi le seguenti parole: “L’abilità tecnica di Mihalich si fonda sulla padronanza del segno, ora espanso in vivaci pennellate nelle tempere, ora incisivo e scarno negli acquarelli. Ciò dimostra che l’impianto costruttivo d’insieme ha solida base. Autenticità, verità ed espressività sono le qualità che definiscono l’indole artistica di Carlo Mihalich” (Bon D 1988 : 6). In questo artista, come ha scritto Angelo Dolce “con un percorso diverso dal solito, parte dal figurativo per giungere all’astratto, tale è la ricchezza d’impulsi, di stati d’animo e di sintesi che si addensano nel tema proposto tanto nelle opere ad acquerello, quanto nelle tempere e i quadri a olio” (Dolce A 2021 : 8).

Carlo Mihalich, Esodo, olio su tela, cm 120 x 80, 1977. Courtesy dell'artista.

Ritengo a questo punto che Mihalich possa essere avvicinato ad altri grandi pittori di Fiume. Un nome per tutti: Romolo Venucci (1903-1976). Anch’egli ha saputo spaziare tra il figurativo ed altre suggestioni pittoriche, come il futurismo ad esempio e l’astrattismo (Rocchi I 2022 : 38).

Non nascondo che nelle pagine presenti mi interessi parlare delle opere di Mihalich riguardanti l’esodo giuliano dalmata, poiché vissuto dall’artista in prima persona. Inizio con la sua acquaforte del 1988 intitolata “Vendette sociali, politiche e personali del 1945”. Nell’opera grafica c’è una gran confusione, com’era nel momento delle uccisioni nelle foibe da parte dei titini. Filo spinato, mani legate dietro la schiena, teschi, corda, tanta corda. Opera netta, cruda e piena di verità, non lascia spazio a interpretazioni varie.

Passo a esaminare la pittura a colori intitolata “Esodo”, del 1977, opera esposta in una mostra a Mestre (VE). Ha fatto venire un tuffo al cuore a vari esuli giuliano dalmati. Quella fila indistinta di persone in cammino in salita da destra verso sinistra, sotto un cielo plumbeo, anzi scuro è presagio di tempi bui. Sulla stessa onda si pone anche un olio su tela del 1977 intitolato “Profughi”, che mostra una coppia traballante in cammino verso l’orizzonte, verso il resto d’Italia. Verso quella patria agognata che non saprà accoglierli se non con degli insulti e, solo in seguito, con un minimo di decenza.

Carlo Mihalich, Profughi, olio su tela, cm 30 x 40, 1977. Courtesy dell'artista.

Altre ombre indistinte e figure schematicamente impresse possiamo trovare nella pittura a colori intitolata “Attesa per il rancio” e come sottotitolo: “In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia”. Il gruppo è in coda, appunto, perché dovevano mangiare così in ogni Centro raccolta profughi. L’Italia matrigna ne ha aperti oltre cento di tali strutture disagevoli per gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In qualche caso è accaduto che qualcuno avvelenasse loro l’acqua, oppure il cibo, perciò le autorità furono costrette a non fare la mensa per tutti, ma a risolvere la questione col classico: ognun per sé e dio per tutti.

Un’altra opera del maestro Mihalich, così lo definisce Elena Petras Duleba, è un’acquaforte dedicata a tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo. Si intravvedono alcune figure, forse dei sepolcri, ma la forma astratta è prevalente e dà un tono suggestivo e sublime all’insieme.

C’è, infine, un’opera composita, come intricato e tortuoso è stato l’esodo giuliano dalmata. Si intitola “Fiume città... dolce... amara”, dal progetto Frazioni di vita. È un’originale amalgama di  tecnica mista, olio e vernici su tela, del 2022. È un quadro che dimostra una grande sensibilità e complessità visiva. Abbiamo chiesto all’autore di descrivere la composizione che assomiglia alle deliziose cartoline a mosaico, dei primi del Novecento. La sua combinazione è il risultato di un travagliato collage di sentimenti per fare la sintesi di una vita. Si possono scorgere varie immagini, come il mesto acquerello sul litorale del Quarnero, oppure l’acquaforte del Carso, o la foto dell’asilo ‘Ai Gelsi’. In basso a sinistra si intravvede uno spargher, la veccia cucina a legna; è la riproduzione di una sua acquaforte intitolata affettivamente Il nido. Non potevano mancare la Cittavecchia, le vendette politiche e personali del 1945, el Cameron del Centro profughi Foscarini di Venezia, o il Collegio per orfani Artigianelli. Il tutto rivisto a olio e vernici.

Carlo Mihalich, Attesa per il rancio, sottotitolo In C.R.P. Marco Foscarini di Venezia, olio su tela, cm 40 x 50, 1958. Courtesy dell'artista.

Hanno scritto di lui - Tra i critici e gli esperti d’arte che hanno scritto dell’opera di Carlo Mihalich troviamo: Elena Petras Duleba, Angelo Dolce, Guglielmo Gigli, Renato Musetti, Guido Perocco, Filomena Spolaor, Mario Stefani, Domenico Bon, Nereo Laroni, Fulgenzio Livieri, Oliviero Pillon e Ferdinando Ranzato.

Conclusioni – L’amore per la propria terra è assai forte tra le genti dell’esodo giuliano dalmata. Ne è prova il seguente messaggio. “Sono Fiumana, padre Fiumano, madre Istriana. Dalle scuole elementari fino alle superiori ho sempre frequentato la scuola Italiana di Fiume. Poi ho continuato gli Studi Universitari a New York. Però Fiume è sempre nel mio cuore. Un caro saluto, Iolanda Radovcich Ferri, da New York”.

Vorrei chiudere questo elaborato con le sagge parole di un esule istriano. È l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vicepresidente dell’ANVGD di Udine dal 1987 al 2015, ai tempi della presidenza dell’indimenticato ingegnere Silvio Cattalini, esule di Zara. “Il mio messaggio di pace – ha detto Satti – è rivolto a tutte le genti istriane, fiumane e dalmate; siamo italiani rimasti e sparsi in tutto il mondo per ricordare e non dimenticare le tragedie della guerra che non risparmia vittime, senza distinzione tra vincitori e vinti”.

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Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti che ha operato a Udine con penna, taccuino, macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 1919-Ferrara 2013), esule da Fiume, int. a Ferrara del 21 agosto 2013 con Daniela Conighi.

Silvio Cattalini (Zara 1927-Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.

Carlo Mihalich, Fiume 1934, vive a Martellago (VE), messaggi in Messenger del 14-20 giugno e 6 luglio 2022.

Jolanda Radovcich Ferri, Fiume 1937, esule a New York (USA), messaggio del 6 luglio 2022 in Messenger.

Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 4 luglio 2022.

Carlo Mihalich, A tutti i defunti  profughi giuliano-dalmati in ogni parte del mondo, incisione su lastra di zinco, acquaforte, cm 19,5 x 14,5, 1990. Opera ispirata ascoltando la Messa da Requiem K 626 di Mozart. Courtesy dell'artista.

Documenti originali

Carlo Mihalich, Biografia e note critiche degli acquerelli, testo in Word con fotografie, 2021, pp. 6.

Bibliografia

- Domenico Bon, “L’opera pittorica di Carlo Mihalich”, «L’Arena di Pola», 3 dicembre 1988, p. 6.

- Angelo Dolce, “Saggio sull’arte di Carlo Mihalich”, in Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana…, cit.

- Guido Perocco et alii, Carlo Mihalich, opere 1970-1990, Provincia di Venezia, Assessorato alla Cultura, Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Venezia 1991, p. 40.

- Elena Petras Duleba et alii, Carlo Mihalich pittore fiumano di origine veneziana tra le pietre d’Istria e i silenzi veneziani. Catalogo antologico delle opere, D’EM Venice Art Gallery, Venezia Mestre, 2021, pp. 228.

- Ilaria Rocchi, “Romolo Venucci maestro fiumano ed europeo”, «Panorama», Rjieka-Fiume, LXX, 11, 15 giugno 2022, pp. 37-39.

- Filomena Spolaor, “Nelle opere di Carlo Mihalich angoli e colori della laguna”, «Il Gazzettino», Cronaca di Venezia, 11 gennaio 2022.

Carlo Mihalich, Fiume città... dolce... amara, tecnica mista, olio e vernici su tela, cm 120 x 80, 2022. Courtesy dell'artista.

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Recensione di Elio Varutti, Docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” – Università della Terza Età, Udine. Testi di Carlo Mihalich. Ricerca e Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie della collezione di Carlo Mihalich, che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione delle sue opere; si è riconoscenti, in particolare, alla “D’EM Venice Art Gallery” di Mestre (VE) per la valorizzazione artistica dello stesso Mihalich. Lettori: Carlo Mihalich, Sergio Satti (ANVGD di Udine), Jolanda Radovcich Ferri, Daniela Conighi e Silvia Zanlorenzi (ANVGD di Venezia).

Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Carlo Mihalich, Rio della Toletta n. 1, acquerello, cm

30 x 22, 2000. Courtesy dell'artista.

Carlo Mihalich, 2021