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domenica 13 marzo 2022

Ecco Mario Candotto, da Ronchi, sopravvissuto al Campo di concentramento di Dachau

È riuscito a sopravvivere al lager perché lavorava in modo coatto per la BMW, vicino a Monaco di Baviera. Ci sapeva fare col tornio, nonostante le sue conoscenze di meccanica fossero dovute solo alla scuola, come ha raccontato. Solo così è riuscito a portare a casa la ghirba. Si sa che a Flossenbürg i tedeschi realizzano uno stabilimento sotterraneo BMW per la produzione di motori per mezzi corazzati, come ha scritto Maria Chiara Laurenti, nel 2007.

Lo scampato al lager è Mario Candotto, da Ronchi dei Legionari (GO) - foto sopra -, che ha detto di aver lavorato per la BMW a Trostberg, un sotto-campo di Dachau e, per tre mesi, dal 20 luglio 1944 in poi, anche a Markisch, in Bassa Lorena, annessa al Terzo Reich, in francese è: Sainte-Marie-aux-Mine. Ovvero: Santa Maria delle Miniere. La fabbrica là era in un tunnel ferroviario, per sfuggire ai bombardamenti angloamericani. Io dipendevo da un ‘meister’ in fabbrica, che non mi maltrattava, come invece facevano le guardie nel lager con baracche di 500 detenuti, anzi lui mi faceva trovare qualche pezzo di pane. L’ho rivisto nel dopoguerra e faceva finta di niente, ero assieme ad un altro sopravvissuto di Pola, che gli ha gridato: Ehi meister, così ci siamo messi a scambiare qualche parola. Il turno di lavoro in fabbrica era di 12 ore e quello che subentrava al mio posto era un croato del lavoro volontario, un ustascia, guai se avesse saputo che ero stato catturato come sospetto partigiano, perché me gaveria copà”.

Mi vuol parare di Dachau? “Sì, i nazisti in Campo di concentramento volevano cancellare l’essere umano – ha risposto – eravamo più di 32.000 prigionieri, ma per loro eravamo solo dei numeri. Negli appelli estenuanti al freddo io dovevo dire, in tedesco, il n. 69.610. Era tutto un gridare. Nessuna guardia parlava in modo normale. Il problema più grave era la fame. Poi le botte, il terrore, le urla e la divisa a righe, che oggi… digo el pigiama. Nel dopoguerra no te podevi parlar del Campo de concentramento neanche in famiglia. Iera robe che pochi i credeva, sembrava esagerazioni. Me diseva: Basta parlar de guera ”. Foto sotto: cartolina di Ronchi dei Legionari, viaggiata nel 1935 foto G. Peluchetti, Monfalcone.

Quando è stato arrestato a Ronchi dei Legionari e da chi? “Era il 24 maggio del 1944 – ha detto Candotto – all’alba arrivano i camion di tedeschi con i repubblichini per un rastrellamento. Hanno catturato una settantina persone, compresa la mia famiglia. Dopo si sa che 32 ronchesi sono morti nei lager. A casa mia sono entrati i repubblichini e sono andati a cercare in vari posti, compresa la vaschetta del water, dove avevo nascosto una bustina partigiana con la stella rossa [il copricapo è detto: la titovka, NdR]. Ci hanno portati via tutti. Con me c’erano mia mamma Maria Turolo, mie sorelle Ida e Fede, oltre a mio papà Domenico Candotto, detto Muini [in friulano], o Monego [in bisiaco, idioma di Ronchi e Monfalcone, NdR], perché era sagrestano a Porpetto (UD). Ci hanno trasferito al carcere del Coroneo di Trieste. Dopo un po’ di giorni ci hanno caricato sui carri ferroviari, non sapevamo perché, poi abbiamo visto il campo di concentramento. I carri con i prigionieri erano aperti, ma nessuno, per paura, tentava di scappare. Il grande rastrellamento nazista a Ronchi è stato possibile perché due partigiani avevano fatto la spia: erano un certo Florean, detto ‘Cicogna’ e il tale Soranzio, detto ‘Crock’, oppure: ‘Cubo”.

Sono diversi i partigiani doppiogiochisti, anzi troppi. Gli esperti ne parlano poco, forse perché la polvere del salotto è meglio lasciarla sotto il tappeto. È stato Mario Tardivo, presidente dell’ANED di Ronchi a fare i nomi di quelle due spie sulla Cronaca di Gorizia de «Il Piccolo» del 5 maggio 1999; si tratterebbe di Ferruccio Soranzio, nome di battaglia ‘Crock’ ed Umberto Florean ‘Cicogna’. Le cifre degli arresti di Ronchi sono state pubblicate su «Il Piccolo» del 26 maggio 2016. Gli arrestati sono imprigionati dalla “SIPO Triest” (Archivi di Arolsen). La Scherheitspolizei (SIPO) è la polizia di sicurezza tedesca di stanza a Trieste. Per i ronchesi ed altri detenuti il 31 maggio 1944 è il giorno di partenza per i lager nazisti.

Lager di Dachau - Scheda di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Com’è stata la liberazione a Dachau? “Ci sono arrivato il 2 giugno 1944 e alla fine pesavo circa 40 chili – ha replicato Mario Candotto – un prigioniero russo spilungone pesava solo 28 chili, la mattina del 29 aprile 1945 molte guardie SS erano scappate con i kapò resisi colpevoli di violenze e assassini di detenuti. Prima di quella giornata hanno preso 1.500 prigionieri dal nostro sotto-campo per ammassarli a Dachau, volevano far sparire tutte le tracce della prigionia. Non ci danno la sveglia alle 4,30 come al solito e c’era trambusto da qualche giorno, poco dopo abbiamo visto una jeep coi soldati americani vicino al Campo, era una grande gioia, ci hanno detto di stare calmi, per evitare spargimento di sangue e vendette varie sulle ultime guardie arresesi agli alleati, così abbiamo fatto, poi con i documenti in una decina di italiani ci siamo diretti verso Salisburgo e lì abbiamo trovato un Campo per reduci, dove ci hanno rifocillato e poi via verso Tarvisio e l’Italia. È a Salisburgo che una mia sorella sopravvissuta pure lei ad Auschwitz, ha visto il mio nome scritto sul registro del Campo di reduci, scoprendo che ero ancora vivo”.

Con quale mezzo viaggiavate? “Son tornà a casa a pie in più di dieci giorni! – ha detto Candotto – ma mio papà e mia mamma non sono più tornati, mia mamma Maria Turolo (1890-1945) ha finito di vivere in una Marcia della morte, così mi ha raccontato una certa Brumat, detta Slavica, mio papà Domenico Candotto (1886-1944) stava nella baracca dei preti per almeno due mesi, lavorava in fabbrica ed è morto in una succursale del lager. L’ha sotterrato un altro detenuto di Monfalcone nel piccolo cimitero del paese, mi disse che aveva un anello di ferro al dito, prodotto da un chiodo”.

In effetti negli Archivi di Arolsen (Germania), consultabili in Internet, si è trovato il certificato di morte del padre di Mario Candotto. Il suo babbo Domenico Candotto, di Porpetto (UD), risulta deceduto il: “23 novembre 1944 a Dachau II”.

Lager di Dachau - Documento di Candotto Mario, nato nel 1926 a Polpetto (sic, in realtà: Porpetto). Arolsen Archives (D).

Come mai da Porpetto la sua famiglia è giunta a Ronchi dei Legionari? “Mio papà era caligher – ha aggiunto Mario Candotto – pensi che nel 1911 aveva fabbricato un paio di scarpine per la principessa Iolanda di Savoia, ma non le sono state recapitate, perché qualcuno aveva introdotto un biglietto contro i regnanti, così sono ritornate indietro con i carabinieri in casa. Eravamo sette fratelli e il primogenito Massimo era un seminarista, ma poi ha cambiato idea, così è stato uno scandalo per tutta la famiglia. Venivamo segnati a dito per il paese; è per tale motivo che mio padre ha cercato lavoro nei cantieri, ci siamo stabiliti a Ronchi e ha dovuto iscriversi al fascio per lavorare. Due mie sorelle si sono sposate. Poi arriva la seconda guerra mondiale, un mio fratello è militare in Jugoslavia e ci raccontava le ingiustizie contro la popolazione che vedeva là.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 cosa succede? “In tre fratelli, Lorenzo, Massimo ed io volevamo andare coi partigiani garibaldini – ha spiegato il testimone – ma a Vermegliano, che fa parte del comune di Ronchi dei Legionari, i miei fratelli mi hanno detto: Tu vai a casa, qui siamo già in due. Allora io son tornato a casa, mentre loro sono andati a Doberdò del Lago (GO), dove era in corso l’ammassamento delle reclute partigiane. Loro hanno partecipato alla costituzione della Brigata proletaria. Dopo un comizio ai cantieri navali del 10 settembre, c’è stato l’invito agli operai ad unirsi ai partigiani titini. Oltre 1.000 volontari si incamminano verso il punto di raccolta alle Cave di Selz, frazione di Ronchi, per attaccare poi Gorizia, difesa dai nazifascisti. La battaglia del 28 novembre 1943 segna l’annientamento della Brigata proletaria, dove muore anche un mio fratello. Poi io ho fatto il portaordini dei partigiani”.

Lager di Dachau - Certificato di morte di Domenico Candotto, padre di Mario. Archivi di Arolsen (D)

Conteme la storia delle due monete in Campo di concentramento. “Quando ero prigioniero a Dachau – ha precisato Candotto – mentre si aspettava l’appello in cortile, spostavo la ghiaia con i piedi e ho visto due monete da cinque marchi l’una, allora le ho ricoperte e, dopo la guerra, quando sono tornato a Dachau in un viaggio della memoria con l’ANED, perché sa, io sono iscritto all’ANED di Udine, sono andato a cercare proprio quelle monete tra la meraviglia e la curiosità dei presenti, ma non le ho mica più trovate”.

Nella primavera del 1947, dopo la firma del trattato di pace (10 febbraio) e il ritorno della sovranità italiana nell’Isontino (Gorizia, Ronchi e Monfalcone), più di duemila operai dei Cantieri navali di Monfalcone, uno dei principali del Mediterraneo, lasciano il lavoro, le case e l’Italia per raggiungere i Cantieri di Fiume e Pola e altre località ormai annesse alla Jugoslavia, dove sperano di vivere in una società libera e più giusta. In seguito, la delusione per le condizioni di vita e la scelta di appoggiare Stalin contro Tito dopo la “scomunica” del partito comunista jugoslavo in seguito alla Risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, causarono una sconfitta bruciante che ebbe devastanti ripercussioni sulle vite personali e familiari: dal ritorno a casa alla detenzione nei gulag di Tito, tra i quali “l’inferno” di Goli Otok, l’Isola Calva. (vedi: Chiara Fragiacomo, 2017).

Ho saputo che è stato uno dei ‘cantierini’ andati a rinforzare il cosiddetto paradiso socialista di Tito. “Sì, sono partito anch’io come tanti qui di Ronchi e lavoravo in una autorimessa – ha concluso Mario Candotto – ma sono ritornato in Italia quattro mesi prima della Risoluzione del Cominform del 1948, così non mi hanno recluso nel campo di concentramento titino. Che delusione un guerrigliero come Tito, che poi pensa solo al potere, così ho gettato la tessera del partito comunista e mi sono avvicinato al movimento anarchico”.

Sul "Piccolo", del 30 luglio 2025, e sul sito web della RAI, TGR del Friuli Venezia Giulia, si legge che Mario Candotto è morto a Ronchi dei Legionari (GO).

Fonte orale – Mario Candotto - foto sopra -, Porpetto (UD), 2 giugno 1926, intervista di Elio Varutti del giorno 11 marzo 2022 a Ronchi dei Legionari (GO), in presenza di Paolo Boscarol, Franco Pischiutti e di Zorzin.

Cenni bibliografici e del web (consultazione del 12.3.2022)

- Arolsen Archives, Archiv zu den Opfern und Überlebenden des Nationalsozialismus, Bad Arolsen, Deutschland, personen Candotto Mario, geburtsdatum 06.02.1926, prisoner 69.610.

Chiara Fragiacomo, Fuga dall’utopia. la tragedia dei“monfalconesi”. 1947-1949, Novecento.org, n. 8, agosto 2017.

- Maria Chiara Laurenti, L’economia tedesca e il lavoro dei deportati, Pinerolo (TO), aprile 2007.

Giovanni Melodia, La liberazione di Dachau nelle parole degli americani, Archivio storico dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED).

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Note – Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, docente di Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata all’Università della Terza Età (UTE) di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Mario Candotto, Paolo Boscarol e il professor Stefano Meroi. Grazie all’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) per la collaborazione riservata alla ricerca. Copertina: Mario Candotto. Fotografie di Elio Varutti.

Ricerche per il blog presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


giovedì 1 febbraio 2018

Ebrei a Tarcento, conferenza di Varutti e Ganis in biblioteca

È stato Mauro Steccati, sindaco di Tarcento, a organizzare il 27 gennaio 2018 il Giorno della Memoria, secondo i dettami della Legge 20 luglio 2000, n. 211 “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Tale  legge ha stabilito l’organizzazione di cerimonie, iniziative e momenti di riflessione in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
Giorno della Memoria 2018 a Tarcento. Foto di Giorgio Ganis

Nell’affollata sala della biblioteca civica di Tarcento, al cosiddetto Centro Europeo di Arti e Comunicazioni Contemporanee “L. Ceschia”, in via Julia 13, alle ore 17,30, è stata Beatrice Follador, assessore alla Cultura del Comune, ad aprire i lavori della conferenza. “Ciò che ascolteremo questa sera, nella giornata dedicata alla Shoah, è storia nostra, non dobbiamo dimenticarlo ed è una tragedia del territorio – ha detto – poi voglio giustificare l’assenza del sindaco, in quanto influenzato, ma non voglio togliere altro tempo ai relatori e, con piacere, passo a loro la parola”. 
Bruno Bonetti, bibliotecario di Tarcento, è intervenuto per elencare i rastrellamenti di partigiani da parte dei tedeschi. Le Waffen SS rastrellano 22 civili a Flaipano il 13 dicembre 1943 e li rinchiudono, con altre 200 persone, nella caserma della milizia di Oltretorre a Tarcento, oggi sede della Biblioteca. Ci sono 11 arresti a Tarcento il 13 aprile 1944, dei quali 6 sono internati in Germania. Bonetti ha aggiunto che sempre a Tarcento, il 10 luglio 1944, sono citati 12 prigionieri dei tedeschi. Il giorno seguente a Flaibano vengono imprigionate 70 persone, condotte a Tarcento e poi deportate.
Bruno Bonetti, vicino a Beatrice Follador, assessore alla Cultura del Comune di Tarcento (in maglia rossa)

Il 4 novembre 1944 si verificano 25 arresti a Sammardenchia e quasi tutti vengono deportati. Lo steso giorno ci sono altri 18 catturati a Tarcento, dei quali 11 mandati in Germania, col “trasporto” del 15 novembre successivo. L’incendio nazista di Sedilis è del 28-29 novembre 1944. Bonetti ha spiegato che il 6 gennaio 1945 gli uomini di Partistagno vengono condotti a Tarcento sempre nella caserma della milizia di Oltretorre. Come pure il giorno seguente si verificano ben 72 arresti a Racchiuso che sono portati a Tarcento. La lunga lista di atrocità naziste nella stessa caserma tarcentina si chiude con gli 8 condannati alla fucilazione del 1° febbraio 1945, dei quali uno si salva.
Per Bonetti, la principale, ma non unica fonte della sua ricerca, è la pubblicazione “I deportati politici friulani nei campi di concentramento, 1943-1945”, di Flavio Fabbroni, edita a Udine dall’ANPI nel 2016, nella serie Quaderni della Resistenza, n. 17.
Molte diapositive sono state mostrate dal professor Elio Varutti, che ha presentato il tema della “Shoah dongje les cumieres di Baldassarie. Deportazione e campi di concentramento. Luoghi e storie 1943-1945”. Sono stai fatti anche dei riferimenti alla stazione di Tarcento, luogo di deportazione verso i lager nazisti di Auschwitz e Dachau, passando per Tarvisio.
“Secondo i dati del 2016 di Mauro Tabor – ha detto Varutti – la deportazione nei lager dalla Risiera di San Sabba a Trieste, fulcro del concentramento nell’Adriatisches Küstenland, avendo colpito anche l’ebreo misto, ossia l’assimilato e il discendente da individui di altra fede, rintracciabile dalla sola evidenza del cognome, la cifra complessiva degli internati va oltre le 1200 persone. Considerate che gli ebrei a Trieste, nel 1938, ammontavano a oltre 6000 unità, tra le quali letterati, pittori, scienziati, medici e amministratori d’aziende. Solo 1500 sono i sopravvissuti e rientrati”.
Il relatore ha mostrato vari documenti dell’Archivio di Stato di Udine da cui si evince l’intenso traffico di ebrei, oltre che sui treni della deportazione nazista, anche solo per il trasferimento di masse di ebrei dal Centro Europa e dall’Italia, dopo le Leggi Razziali del 1938, verso la Palestina, gli USA ed altri luoghi, partendo dal porto di Trieste. Anche i sopravvissuti allo sterminio rientrano in Italia da Tarvisio, con gli aiuti della Brigata Ebraica, per raggiungere la Palestina e poi, dopo il 1948, Israele e gli USA.
La conclusione di Varutti è stata che “Nel 1944 vengono arrestati quattro ebrei di Udine dalle Waffen SS, come ha riportato Pietro Ioly Zorattini. Tra di essi c’è il barone e senatore Elio Morpurgo (1858-1944), prelevato ultraottantenne e ammalato in ospedale il 26 marzo 1944. Deportato e morto per strada. Morpurgo, oltre che presidente della Camera di commercio è stato il primo sindaco ebreo del Regno d’Italia e il Gruppo culturale Alfredo Orzan, di Udine, ha chiesto che gli sia dedicata una pietra d’inciampo vicino al Palazzo donato al Comune di Udine in Via Savorgnana”.
Elio Varutti in un'immagine di Leoleo Lulu del 2018

Ci sono alcune figure poco note o del tutto sconosciute riguardo all’aiuto prestato agli ebrei nel 1943-1945, ha aggiunto Varutti. Si tratta dello scultore e incisore Aurelio Mistruzzi e di sua moglie. Mistruzzi è nato a Villaorba di Basiliano il 7 febbraio del 1880 e muore a Roma nel 1960. Sua moglie è Melanie Jaiteles, nata a Vienna nel 1886 e morta a Roma nel 1977. Essi sono compresi tra i Giusti delle Nazioni nel Museo Yad Vashem di Gerusalemme per aver aiutato gli ebrei perseguitati a Roma. A fare questa eccezionale scoperta è stata la professoressa Gabriella Bucco, che ha pubblicato un interessante articolo su «La Vita Cattolica» del 22 gennaio 2015, col titolo “La storia di Aurelio Mistruzzi, l’unico artista friulano tra i Giusti delle Nazioni nel Museo di Gerusalemme”.
Anzi Aurelio Mistruzzi – come ha scritto Gabriella Bucco – è l’unico artista friulano tra i 610 giusti italiani, ricordati nel museo israeliano, istituito nel 1953 per commemorare le vittime dell’Olocausto.
La seconda relazione del convegno di Tarcento, tenuta dall’architetto Giorgio Ganis, ha evidenziato, con molte significative immagini, i luoghi degli ebrei a Udine dal 1300 ad oggi. Si va dal piccolo cimitero di vicolo Agricola, funzionante dal 1405, ai primi anni del Settecento, fino alla località di Chiavris (“capre”, in friulano). Il toponimo stesso deriva dalla famiglia ebraica dei Caprileis, che gestiva in zona nei tempi antichi una locanda, un banco feneratizio (prestiti a usura) ed un negozio.
Giorgio Ganis in un'immagine di Leoleo Lulu del 2018

Il titolo del suo intervento era “Gli ebrei a Udine e in Friuli. Sinagoghe, ghetti e cimiteri”. L’architetto ha poi parlato dei vari cimiteri ebraici esistenti nel passato e di quelli tutt’ora in funzione, come quello di San Daniele del Friuli. Ha poi dedicato una sezione del suo documentato intervento ai luoghi degli ebrei a Tarcento, come il cosiddetto “ghetto”, che pare esistesse in via Angelo Angeli e via Primo maggio, data la presenza di imprenditori serici di fede ebraica, giunti nel Settecento da San Daniele del Friuli.
Il pubblico in sala ha seguito con grande interesse questa parte dell’incontro, scattando molte fotografie con i telefoni cellulari. Si sono notate persone di Gemona, San Daniele del Friuli e di Udine. Giorgio Ganis ha concluso il suo discorso con l’elenco delle sinagoghe o stanze di culto ebraico della piccola comunità di Udine, che nell’Ottocento sfiorò i 150 aderenti, mentre nel 1949 erano ridotti in 37 individui.
Al termine dell’incontro, cui hanno presenziato anche i consiglieri comunali Nadia Dri, Silvia Fina e Luca Paoloni, oltre a Luca Toso, vice sindaco di Tarcento, c’è stato un vivo dibattito, con domande e interventi brevi sul tema tra gli oltre 70 partecipanti, tra i quali si sono notati alcuni giovani. Per il Giorno della Memoria a Tarcento il Gruppo culturale “Alfredo Orzan” ha anche allestito una piccola mostra fotografica sul tema della “Shoah a Udine sud” nell’atrio della biblioteca.

Bibliografia suggerita
Bruno Bonetti, Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2017.
Gabriella Bucco, “La storia di Aurelio Mistruzzi, l’unico artista friulano tra i Giusti delle Nazioni nel Museo di Gerusalemme”, «La Vita Cattolica», 22 gennaio 2015.
P.C., “L’orrore dei treni dei deportati in biblioteca Ebrei a Udine”, «Messaggero Veneto», 27 gennaio 2018, Cronaca di Tarcento.
Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini (a cura di), Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. una vicenda di lunga durata, Atti della Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, IV, Firenze, Giuntina, 2016.
Flavio Fabbroni, I deportati politici friulani nei campi di concentramento, 1943-1945, «Quaderni della Resistenza», n. 17, Udine, ANPI, 2016.
Giorgio Ganis, “La sinagoga di Porta Manin”, «La Vita Cattolica», Cultura, 11 gennaio 2017, p. 3.
Giorgio Ganis (a cura di), Ebrei a Udine. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento, Udine, Parrocchia di San Pio X, 2017.
Mauro Tabor, “Lo strappo della Shoah, la chiusura e a lenta riapertura all’esterno in un’ottica di continuità”, in Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini (a cura di), Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. Una vicenda di lunga durata, op. cit., (p. 331-338).
Elio Varutti, “La Shoah dongje les cumieres di Baldassarie”, in Giorgio Ganis (a cura di), Ebrei a Udine. Luoghi e storie fra deportazioni e campi di concentramento, Udine, Parrocchia di San Pio X, 2017.
Elio Varutti. Foto di Giorgio Ganis

Sitologia
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Servizio giornalistico di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E.V. Fotografie di Giorgio Ganis, E. Varutti e Leoleo Lulu. Networking e ricerche a cura di Gabriele Anelli Monti.

mercoledì 31 gennaio 2018

Corona d’alloro per le Donne resistenti in stazione a Udine

Alla stazione di Udine si è svolta una breve cerimonia domenica 28 gennaio 2018, alle ore 11, per ricordare le donne friulane che aiutarono i deportati e gli ebrei nei vagoni per Auschwitz
Stazione di Udine, Tiziana Menotti, Federico Pirone e Daniela Rosa

Davanti alla lapide delle Donne resistenti, sul piazzale della stazione dei treni, ha parlato Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine. Poi è intervenuta Tiziana Menotti, citando il Talmud. La Menotti ha parlato in nome del Gruppo culturale “Alfredo Orzan” della Parrocchia di San Pio X, organizzatore dell’evento, patrocinato dal Comune. Hanno collaborato l’Associazione Insieme con Noi di Udine, presieduta da Germano Vidussi e il Gruppo Alpini di Udine sud, guidato da Antonino Pascolo. L’evento rientra nel calendario delle attività del Comune di Udine per commemorare la Shoah e le deportazioni nei campi di sterminio.
La relazione ufficiale è stata tenuta dalla professoressa Daniela Rosa, presidente delle Donne Resistenti di Udine. Erano presenti anche due ragazze del 1945, che recarono aiuto ai deportati di allora, come la parrocchiana Fernanda Revelant, 90 anni, e Iris Bolzicco. “Raccoglievamo i biglietti dei deportati, per scrivere alle loro famiglie sul loro passaggio a Udine, diretti in Germania – ha detto la Revelant – e davamo loro un po’ di acqua, un po’ di cibo, un abito pulito, rischiando perché le sentinelle tedesche ci picchiavano col calcio del fucile”.
Tra il pubblico, Iris Bolzicco, in giacca scura e Fernanda Revelant, con basco rosso. Foto Vidussi

Alla piccola cerimonia era presente, tra gli altri, anche Enio Agnola, consigliere regionale e Antonella Lestani dell’A.N.P.I. di Udine, componente del gruppo del progetto Donne resistenti.
Ecco, qui di seguito, la relazione della professoressa Daniela Rosa, pronunciata davanti alla lapide delle Donne resistenti a Udine.

28 gennaio 2018 -  Per la posa della corona di fiori alla lapide delle donne resistenti
In una intervista raccolta nel 2008 dalla voce di Fidalma Garosi, la partigiana Gianna, insieme ai ragazzi della classe IV AL  dell’Istituto Zanon di Udine, la professoressa Paola Schiratti ebbe modo di sentire per la prima volta il racconto degli atti compiuti dalle donne friulane che a partire dall’8 settembre del 1943 sono intervenute attivamente per portare conforto, aiuto e sostegno agli internati militari prima, ai deportati e alle deportate poi, diretti ai campi di concentramento del Nord Europa. Prigionieri e prigioniere, racchiusi nei carri bestiame, facevano cadere bigliettini di saluto destinati alle loro famiglie; le donne, all’epoca giovanissime, si erano fatte onore di non lasciarne nemmeno uno a terra, per poi scrivere ai famigliari dei prigionieri e avvertirli del passaggio da Udine dei loro cari.
Il pubblico intervenuto il 28.1.2018. Foto Vidussi

I fatti poco conosciuti vennero presentati il 22 marzo 2010 da Paola Schiratti, all’epoca consigliera provinciale e vicepresidente della commissione provinciale  di Udine delle Pari Opportunità,  ad un gruppo di rappresentanti della varie associazioni per proporre una iniziativa nata sui banchi di scuola e assieme a me e alla collega Nadia Trovatelli, per impedire che queste azioni buone e giuste andassero perdute e per dare il giusto riconoscimento al coraggio e alla generosità di quelle donne. Si costituì informalmente il comitato “Donne resistenti” che diede avvio al progetto “Una disubbidienza civile: le donne friulane di fronte all’8 settembre 1943”. Ne facevano parte, oltre a me, Ivana Bonelli (“Donne in nero”), Carmen Galdi (Commissione PPOO del Comune di Udine), Antonella Lestani e Flavio Fabbroni (A.N.P.I.), Rosanna Boratto, Marisa Sestito e Maila D’Aronco (Ass.C.O.R.E), Amanda Tavagnacco, Francesca Tamburlini, oltre ai registi Paolo Comuzzi e Andrea Trangoni, con la collaborazione di Maria Grazia Allievi. Il progetto si articolò in tre fasi: nel 2011 la posa di una lapide in stazione di Udine, nel 2012 la produzione del docu-film “Cercando le parole” , nel 2013 con la pubblicazione del volume scritto da Rosanna Boratto e dalla sottoscritta che ha lo stesso titolo del progetto.
I fatti ricostruiti dall’intero progetto dimostrano che vi furono anche uomini a partecipare a questi episodi, ma che soprattutto le donne vi portarono quei comportamenti considerati propri della femminilità, come la cura e l’assistenza, che meritano oggi di essere ricordate per la dignità, l’umanità e la civiltà dei loro atti.
Foto Vidussi

Desidero rendere omaggio a due generazioni di donne: a quelle che furono protagoniste allora e a quelle che hanno contribuito al progetto e alla sua riuscita. Desidero ricordare Paola Schiratti citando le parole della introduzione del volume che raccoglie e commenta le interviste “Forse oggi le cittadine, i cittadini del nostro paese cercano fatti ed esperienze positivi cui riferirsi perché è necessario trovare un senso del convivere civile e morale in questa nostra Italia, un segno della direzione verso la quale rivolgersi. Queste donne hanno compiuto gesti politici nel senso della politica come costruzione del bene comune, come dedizione di sé per un bene collettivo, per rispondere alla barbarie della violenza dei regimi dittatoriali e della guerra con gesti di carità e solidarietà umana. Questi episodi di disubbidienza alle regole imposte dal fascismo alla popolazione civile sono un passaggio fondamentale, il segno che il paese aveva maturato il distacco dal regime e cercava un riscatto innanzitutto morale e sociale. Erano i comportamenti premonitori che anticiparono, poi accompagnarono e sostennero il movimento della Resistenza. Si erano poste le basi culturali, sociali e politiche che, concluso il secondo conflitto mondiale, hanno dato vita alla nostra Costituzione”.
Posa della corona d'alloro. Elio Varutti, Tiziana Corrado, Iris Bolzicco e Fernanda Revelant. Foto D&C, Udine

Dobbiamo ricordarcene ogni giorno perché i vuoti di memoria generano mostri che invece vanno contrastati con una nuova resistenza culturale come propone Lidia Menapace, con interventi capillari nelle scuole, con la difesa della Carta Costituzionale, memoria vivente della nostra Repubblica, ma soprattutto preparando una legge di iniziativa popolare che renda immediatamente agibile ciò che è scritto sul  divieto di ricostituire del partito fascista nelle disposizioni transitorie e finali della Costituzione.
Daniela Rosa, presidente di “le Donne resistenti”, Udine

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Servizio giornalistico e networking a cura di Girolamo Jacobson e E.V. Fotografie di D&C, E. Varutti e Germano Vidussi.
Foto di D&C


sabato 29 luglio 2017

Visitare Varsavia

Si arriva verso sera. L'accompagnatore italiano di Boscolo Tours ci avverte che la guida locale è simpatica e brava, ma ripete spesso che: "Qui ci sono stati combattimenti, tanti morti e distruzioni". Insomma non dovevamo impressionarci. La guida polacca non solo è brava, ma ci ha raccontato con un certo garbo e trasporto quello che hanno patito gli ebrei polacchi sotto la violenza dei nazisti. Gli ebrei uccisi dai tedeschi sono 450 mila. Una cifra impressionante. Forse non ha torto la signora di lamentarsi e di ripetere che: "Qui ci sono stati tanti morti...". Ascoltare e riconoscere i fatti storici è una sorta di omaggio ai caduti, a mio parere.
Si fanno le prime fotografie ai grattacieli moderni e al Palazzo della Cultura e della Scienza, che a Varsavia ha dominato lo skyline fino agli anni Novanta del Novecento. 
Il Monumento agli eroi della Rivolta del Ghetto di Varsavia, del 1948, particolare. 
Fotografia di Elio Varutti

È uno dei monumenti più vistosi della città. Da bambini lo vedevamo immortalato perfino negli album delle figurine. È stato costruito nel 1952-1955, su progetto dell’architetto russo Lev Vladimirovič Rudnev, essendo un regalo dell’URRS alla Polonia. Ricorda, infatti, lo stile staliniano, o del classicismo socialista dei palazzi istituzionali di Mosca in riferimento agli anni 1950-1960.
Palazzo della Cultura e della Scienza, del 1952-1955. Fotografia di Elio Varutti

Dopo il 1989, data del crollo del vecchio regime socialista, ci sono molti grattacieli in stile occidentale, che fanno apparire una parte della capitale polacca, che conta oltre 1,7 milioni di abitanti, come un qualsiasi angolo delle metropoli americane, europee o asiatiche moderne.
Che cosa vai a vedere Varsavia, che è stata rasa al suolo dai nazisti? – mi aveva detto un amico. In effetti per l’84 per cento i crucchi l’hanno tirata giù coi cannoni, con le bombe d’aereo, oppure con l’esplosivo. È stato un lavoro meticoloso, ordinato, preciso, roba da tedeschi, insomma. È che non sopportavano che i polacchi si ribellassero. Erano ritenuti dal loro capo coi baffetti, come Untermensch, cioè esseri sub-umani, come tutti gli slavi. Dovevano essi morire, non riprodursi o fare da schiavi ai tedeschi. Sembra una teoria bislacca, invece a Hitler credono in molti. Così è accaduto il macello della seconda guerra mondiale. 
Varsavia del Duemila

Nel 1940 gli occupanti tedeschi costruiscono un muro attorno ai quartieri abitati dagli ebrei polacchi. È il ghetto di Varsavia. Ammassano oltre 450 mila persone in una superficie di 300 ettari. Man mano che li facevano fuori nei campi di sterminio con le camere a gas, i tedeschi riducevano gli spazi del ghetto. Il 19 aprile 1943 i giovani ebrei del ghetto organizzarono una rivolta, atto disperato e senza speranze. 
I nazisti soffocano nel sangue la ribellione, uccidono molti ebrei combattenti e deportano gli altri nei campi di sterminio. Poi, indisturbati, radono al suolo un edificio, dopo l’altro. Dell’antico ghetto ebraico oggi resta poco e niente. Oggi è una zona tutta ricostruita, a ovest del ponte di Danzica. Siamo tra ulica Slomińskiego, ulica Generała Andersa, ulica Marszałkowska e aleje Jerozolimskie.
Monumento agli eroi del Ghetto di Varsavia, opera del 1948. Fotografia di Elio Varutti

I nazisti, tuttavia, hanno risparmiato dalla distruzione sistematica una sinagoga, perché serviva loro come magazzino. Sennò dove mettevano tutte le robe sequestrate agli ebrei, per rivenderle? Si trova in ulica Twarda al n. 6. È la Sinagoga Noźyków. Risale al 1898 e fu voluta dai coniugi Zalman e Rywka Noźyk, da cui il nome. Completata nel 1902 in un elegante stile neorinascimentale, subì dei restauri nel periodo 1977-1983. La sinagoga si trova in mezzo ai grattacieli sorti come funghi. Lì vicino c’è pure il Teatro statale ebraico.
Struggente è il Monumento agli eroi della Rivolta del ghetto di Varsavia. L’opera è stata eretta nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport in collaborazione con l’architetto Marek Suzin. Il monumento si compone di due facciate, fronte e retro, con due differenti sculture. La scultura della facciata "principale" (quella davanti) è dedicata agli eroi del ghetto con in primo piano, fra gli altri rivoltosi, l'eroe del ghetto Mordechaj Anielewicz. 
Sinagoga Noźyków, del 1898 a Varsavia

La seconda scultura (di dietro alla facciata principale del monumento) rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento, si intravedono solo baionette ed elmetti dei soldati nazisti senza volto. Copie identiche di ambedue le sculture si trovano anche allo Yad Vashem di Gerusalemme. Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.
Varsavia - Museo della storia degli ebrei polacchi. Fotografia di Elio Varutti

Lì vicino c’è il Museo della storia degli ebrei polacchi (in polacco: POLIN - Muzeum Historii Żydów Polskich). È un museo della memoria costruito tra il 2007 e il 2013. È sito nella zona ove sorgeva il ghetto di Varsavia nel periodo dell'occupazione tedesca, durante la seconda guerra mondiale. La parola ebraica polin nel nome del museo significa, in italiano, rispettivamente “Polonia” e, allo stesso tempo “riposo qui” ed è legata ad una leggenda sull’arrivo dei primi ebrei in Polonia.
Anche le scale mobili sono un regalo dell’URSS ai polacchi. Curiosa è la originale centralina di controllo delle stesse scale mobili oggi mostrata come un trofeo ai passanti.
Il barbacane a due torri è del 1548. Costruito da Giovanni Battista da Venezia a difesa della città vecchia. Sono visibili vasti tratti del doppio anello di mura del Cinquecento.

Varsavia gode di almeno cinque grandi parchi. Noi del gruppo di Boscolo Tours abbiamo visitato il Belvedere, con una guida locale molto attenta e coinvolgente nel raccontare con parole semplici i fatti storici e nel richiamare con un sacchetto di noccioline i numerosi scoiattoli che zampettano tra gli alberi del bel parco.  
Ecco il Belvedere di Varsavia. Fotografia di Elio Varutti

Archeologia industriale. Centralina di controllo delle scale mobili costruite dai russi a Varsavia

Varsavia, Hotel Bristol

Barbacane con due torri a Varsavia
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Altri link di miei articoli nel web:


-  E. Varutti, Gita a Cracovia, 2017.


- E. Varutti, Auschwitz, luogo della Shoah, 2017.

- E. Varutti, Gita a Bratislava, 2017.

mercoledì 11 marzo 2015

Nonno Bruno internato in Germania, 1943-1945

È la storia di un bisnonno di Udine venuta a galla martedì 27 gennaio 2015. È stato un Giorno della Memoria particolare quello trascorso nella classe 1^ E enogastronomia, anno scolastico 2014-2015, dell’Istituto “Bonaldo Stringher” di Udine. Mentre le classi quinte dell'Istituto partecipavano ad una intensa Giornata della Memoria nell'Auditorium della scuola, con pubblico, autorità e discendenti di deportati, in altre classi si svolgevano altri piccoli eventi di grande significato morale.
Questa eccezionale pittura, del 1946, opera del capitano professore Marcello Tomadini (1893-1979) di Cividale del Friuli, provincia di Udine, parente del monsignore Jacopo Tomadini (organista e maestro di cappella), fa parte di: Venti mesi fra i reticolati, 60 tavole del cap. prof. M. Tomadini, con prefazioni di don Pasa e dell'avvocato Guglielmo Cappelletti, Vicenza, 
Società Anonima Tipografica, 1946. 
Titolo originale dell'opera, che mostra i deportati prigionieri sotto le docce: Si cominciano a vedere i segni della denutrizione - Benjaminovo 1944.
 (Collezione famiglia Riccato, Udine).


 La seconda pittura qui proposta ha per titolo: Le più lievi mancanze, spesso inesistenti, sono punite con la fustigazione. La vittima deve contare ad alta voce i colpi che riceve. Belsen 1945.


 La terza immagine è intitolata: In alcune baracche sono attrezzate le "conigliere". Sandbostel 1944.


L'ultima incredibile pittura di Marcello Tomadini che si propone qui è intitolata: Il ten. Romeo Vincenzo fucilato da una sentinella perché si lavava vicino al filo di delimitazione. Sandbostel 26 agosto 1944.
    
Sotto la guida della professoressa Anna Ghersani Durini, insegnante di Italiano e Storia, l’allievo Christian R., della classe 1^ E enogastronomia ha mostrato i documenti, alcuni articoli di giornale e i cimeli riguardanti l’internamento nel lager di Buchenwald del bisnonno: Bruno Riccato, nato a Udine il 17 luglio 1923, cannoniere della Marina Militare Italiana. Così la classe ha potuto vedere l’attestato e la Croce al Merito di Guerra, per internamento in Germania, consegnati all’interessato il 5 luglio 1957, oltre al distintivo che doveva portare sugli abiti durante la prigionia nei campi di concentramento.
Nonno Bruno è stato prigioniero in Germania dal 9 settembre 1943 al 15 maggio 1945. Ha ricevuto poi la medaglia e l’attestato di Volontario della Libertà “essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza”,  consegnati il 19 marzo 1980 (Collezione famiglia Riccato, Udine).
La famiglia custodisce gelosamente questi documenti, i distintivi e le medaglie. Sono stati gentilmente messi a disposizione, in formato di scannerizzazione elettronica, per il Laboratorio di Storia della scuola, che ha per referente il professor Giancarlo Martina. Questo articolo è la prima occasione di diffusione e pubblicazione di tali materiali molto originali ed interessanti, per fare conoscere un piccolo fatto di storia personale, che contribuisce alla conoscenza della storia con la “s” maiuscola.

Pubblico di studenti e professori per la Giornata della Memoria 2015, Auditorium dell'Istituto Stringher di Udine
(fotografie di Elio Varutti)

Scrive don Abramo Freschi in un articolo intitolato “Germania” sul quotidiano locale "Libertà" del 2 luglio 1945, a pag 1 : “Bisogna avvicinarsi ai nostri rimpatriati da Buchenwald, Mathausen, Dachau per conoscere tutto il fascino del nostro Friuli sull’animo di questi nostri fratelli venerandi e direi quasi sacri. Rientrano assottigliati di numero, portando nel loro corpo i segni di una barbarie senza nome, che toglie la voglia di essere elementi. Spesso sono ombre: proprio ieri [a Udine] un giovanetto di sedici anni giungeva al cine “Rex”, luogo di ristoro per i friulani rimpatriati, proveniente da Mathausen: non pesava trenta chilogrammi”.

 
 Angelica Secco, della classe 4^ A  Accoglienza turistica canta Life is beautiful, Auditorium Istituto Stringher, Udine
27 gennaio, Giornata della Memoria 2015

Dedica  di Lauretta Zamparo, figlia di Alfonso Zamparo alla professoressa Maria Pacelli, organizzatrice degli eventi sulla Giornata della Memoria all'Istituto Stringher di Udine. Il libro contenente la sentita dedica è: Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, a cura di Chiara Fragiacomo e Daniele D'Arrigo, Udine, Associazione Nazionale ex Deportati (ANED), 2015.
Sotto: Lauretta Zamparo, con al collo il fazzoletto da deportato del padre, parla agli studenti in Auditorium. In prima fila Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine.
Poi c'è una riproduzione del libro sull'esperienza a Dachau di Alfonso Zamparo, n. di matricola 142133.
  
Clicca qui se vuoi leggere le pagine del Diario di Alfonso Zamparo, manoscritto a Dachau dal 9 al 25 maggio 1945, dopo la liberazione.
 
Alcuni articoli di giornali dell'epoca (1945-1946...) conservati da Bruno Riccato, assieme al suo distintivo di prigioniero (con numero di matricola) nei campi di concentramento nazisti
(Collezione famiglia Riccato, Udine).

Questo articolo rientra nelle attività del Laboratorio di Storia dell'Istituto Stringher di Udine, che ha per dirigente scolastico la dottoressa Anna Maria Zilli. Lo scopo è di raccogliere testi, documenti, interviste e fotografie dei particolari momenti storici del Novecento. Il Laboratorio di storia ha per referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di UdineComune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica FriulanaANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.