Visualizzazione post con etichetta Bari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bari. Mostra tutti i post

martedì 31 dicembre 2024

OSSERO - MEMORIA DELLA STRAGE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani sul seguente argomento: “Tumulati a Bari i resti mortali dei marò uccisi dai titini a Ossero”. Fu un tragico fatto della seconda guerra mondiale sull’Isola di Cherso, in Istria. A cura di Elio Varutti.

Un delitto contro gli Italiani per mano slava - 22 aprile 1945

BARI - SACRARIO DEI CADUTI D’OLTREMARE - 13 DICEMBRE 2024

Bari, Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, 13 dicembre 2024, Cerimonia di tumulazione dei resti mortali dei Caduti di Ossero (Istria). Collezione Carlo Cesare Montani

Nel segno della pietas dovuta a tutti i Caduti, e più specificamente a quelli della Seconda Guerra mondiale, un’attenzione particolare spetta a quanti furono Vittime dell’odio slavo durante la plumbea stagione degli ultimi giorni di belligeranza nei territori prossimi al confine orientale. Ciò, con speciale riguardo ai ventisette Italiani che fecero Olocausto della vita dopo una lotta senza scampo contro gli invasori slavi sbarcati nelle isole adriatiche del Golfo di Fiume a decorrere dal 19 aprile 1945. 

Il risultato era già scritto perché un solo centinaio di appartenenti a reparti dell’Asse italo - tedesca, preposto a difesa dell’arcipelago, non aveva speranze di sorta, a fronte di una massiccia offensiva jugoslava, largamente supportata dai forti trasporti marittimi degli Alleati. Questi avevano la disponibilità di quasi cinquemila uomini in armi - trasportati da una decina di navi da guerra - destinati in tempi immediatamente successivi a proseguire per l’Istria, e infine per Trieste, dove il primo maggio occuparono la città per i terribili “quaranta giorni” di nequizie e di delitti. 

Nonostante l’eroica resistenza in difesa di Ossero proseguita fino all’ultima cartuccia, la resa di quel manipolo di prodi, comprendente in larga maggioranza combattenti della Decima Flottiglia MAS comandati dal Capitano Dino Fantechi, e completato da alcuni appartenenti alle formazioni territoriali di stanza nell’arcipelago (1), ogni ipotesi di salvezza fu impossibile. Infatti, gli invasori senza divisa propria (alcuni indossavano quelle americane o britanniche), in spregio delle norme di diritto internazionale bellico che tutelano la vita dei militari fatti prigionieri ne avevano sentenziato la fucilazione seduta stante; nel caso di specie, con l’allucinante aggiunta di doversi scavare le due fosse comuni in cui i nuovi Martiri, dopo l’iniqua esecuzione, avrebbero trovato un’affrettata sepoltura anonima e collettiva (2).

Il ripudio della pietas ebbe un’ultima appendice nel rifiuto di qualsiasi conforto religioso, in criminale coerenza con l’ateismo di Stato conforme alle inveterate vocazioni del verbo comunista, ed alle conseguenti persecuzioni indiscriminate a danno di cittadini incolpevoli, ivi compresi sacerdoti, suore, uomini e donne di fede.

Immagine da Facebook: " I marò di Ossero", maggio 2024

Conviene aggiungere che il 25 aprile, trascorsi appena tre giorni dalla strage, gli invasori si fecero premura di annunciare tout court l’avvenuta annessione delle Isole in questione da parte jugoslava, e contestualmente, l’obbligo di coscrizione militare immediata nelle file dell’Armata Popolare per tutti gli abitanti appartenenti alla classe 1900 ed a quelle immediatamente successive, con una pronunzia unilaterale d’emergenza, a sua volta in evidente opposizione alle norme internazionali vigenti.

L’episodio di Ossero mette in luce, oltre all’abissale sproporzione tra le forze in campo, l’eroica decisione dell’ultima resistenza al nemico largamente maggioritario, presa all’unanimità. Nessuno ebbe la tentazione di una facile resa che avrebbe consentito - se non altro - di sperare in un esito diverso, iniziando un confronto davvero epico e tanto più commendevole in una stagione che dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 aveva visto la dissoluzione di parecchie formazioni militari e l’abbandono delle divise, alla ricerca di un qualsiasi rifugio. Se non altro, fu la salvezza dell’onore italiano (3).

Sono trascorsi 80 anni da quegli orribili episodi bellici, in un silenzio assordante interrotto di tanto in tanto dalla memoria di pochi reduci, fino a quando, grazie all’avvento della Legge 30 marzo 2004 n. 92 – approvata quasi all’unanimità e voluta con forte intento patriottico e civile dal primo firmatario On. Sen. Roberto Menia, presente alla cerimonia di Bari e partecipe della comune commozione - le indagini storiografiche, seguite da quelle sul campo, è avvenuto il “miracolo” di recuperare le Spoglie mortali di questi Martiri. Il programma si è completato con la loro identificazione maggioritaria, e infine, con l’accoglienza nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare per essere affidati alla pietas delle future generazioni e all’ammirazione dei patrioti. Se non altro, si tratta di un messaggio destinato a promuovere effetti non transeunti, perché in grado di parlare al cuore e alla mente degli Italiani.

Nell’austera e composta atmosfera del coinvolgente Sacrario pugliese, il 13 dicembre 2024 ha avuto luogo la toccante cerimonia di benedizione delle Spoglie e della conseguente unione alle 75 mila Vittime del secondo conflitto mondiale che, a decorrere dall’inaugurazione con l’intervento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nell’ormai lontano 1967, vi hanno trovato onorata sepoltura (con l’eccezione dei quattro Caduti per cui, a richiesta delle rispettive famiglie, sono state accolte le domande di trasferimento nei luoghi d’origine) .

Il Sacrario di Bari, con il volgere del tempo e con la progressiva acquisizione di nuove Spoglie, comprese quelle di Caduti che non scomparvero in terre lontane ma in quelle contigue, se non anche nella stessa Madrepatria come accadde per quelli di Ossero, a difesa delle isole di Lussino e Cherso, romane e veneziane per millenni, infine annesse all’Italia a conclusione della Grande Guerra contro l’Austria, è stato in grado di acquisire dimensioni che non é azzardato definire universali, e come tali, degne di attenzioni analoghe.

Foto al web. Gruppo di Facebook “I marò di Ossero

Al pari di Redipuglia,  di El Alamein e dei tanti altri Sacrari che accolgono le Spoglie di troppi Caduti dei due conflitti mondiali, e non solo, quello del capoluogo pugliese è una struttura che persegue ottimamente il nobile intento di ricordare, in specie a ignari e posteri, l’immensità dei sacrifici che sono stati idonei a creare una coscienza civile e nazionale non effimera, bensì profondamente inserita nello “Spirito del popolo”, in misura non ancora completa e tuttavia, con una consapevolezza più matura e più convinta dei Valori che avevano presieduto a quei sacrifici compiuti con la “mente pura” di Giambattista Vico, in specie da parte degli umili.

La cerimonia, caratterizzata da un’alta e sentita commozione, ha trovato nell’intervento del Gen. C.A. Andrea Rispoli, responsabile del Sacrario, un momento di particolare solennità condivisa, in specie nell’affermazione secondo cui “garantire degna sepoltura a tutti i Caduti dei conflitti è un dovere morale e civile dello Stato”. Il culmine è stato raggiunto nei momenti in cui l’Ordinario Militare ha provveduto alla Benedizione delle Spoglie di ciascun Caduto, seguita dall’omaggio dell’incenso, simbolo di ascesa celeste: ciò, quasi a celebrarne l’assunzione spirituale nel cielo degli Eroi che hanno servito la Patria fino all’estremo sacrificio, col solo conforto della coerenza con l’impegno di fede e di osservanza del dovere, accolto con spontanea convinzione, e con esemplare continuità d’intenti. Considerazioni analoghe valgono per quando, alla fine della cerimonia, si sono udite le note del Silenzio, magistralmente intonate in un’atmosfera quasi surreale.

L’episodio di Ossero, al pari di tanti altri, costituisce un delitto contro l’umanità caratterizzato da momenti di particolare efferatezza, tra cui la tortura, l’oltraggio preventivo e postumo alle Vittime, il tentativo di occultare le prove del misfatto, la negazione programmata di ogni conforto e delle stesse leggi di guerra.

Si è trattato - giova aggiungerlo - di una condivisione comune a tutti coloro che erano presenti a Bari, sia militari sia civili, ivi compresi diversi familiari dei Caduti, alcuni dei quali erano giunti da comprensori lontani, quali quelli di Marche, Romagna, Sardegna e Toscana, a dimostrazione del fatto che, nonostante lo scorrere irrevocabile degli anni, la memoria storica degli Italiani resta visibilmente prescrittiva, e sempre idonea al perseguimento delle “egregie cose” di poetica ispirazione risorgimentale, e con esse, alla nobile conservazione di una salvifica “eredità d’affetti” destinata a vita eterna.

                                     Carlo Montani - Esule da Fiume

 --

Recuperati i resti di 27 Caduti di Ossero foto del 2019 da www.difesa.it

Annotazioni

 (1)   - i Caduti del 22 aprile 1945, a parte i “territoriali” della Guardia Nazionale Repubblicana, quasi tutti di nascita locale, erano originari di varie Regioni italiane, a conferma di una diffusa sensibilità patriottica. In particolare, gli appartenenti alla Decima MAS di cui sono conosciuti i luoghi di provenienza, erano nati, nell’ordine, in Emilia, Toscana, Lombardia, Sardegna, Liguria, Marche, Veneto e Svizzera. Per quanto riguarda il grado, in larga maggioranza erano semplici Marinai, con l’eccezione del Comandante e di tre suoi Vice, per un totale di ventidue (Ezio Banfi, Sergio Bedendo, Armando Berti, Emilio Biffi, Augusto Breda, Ettore Broggi, Gaetano Civolani, Ermanno Coppi, Francesco Demuru, Dino Aldo Fantechi, Rino Ferrini, Marino Gessi, Giuseppe Lauro, Salvatore Lusio, Giuseppe Mangolini, Luciano Medri, Aleandro Petrucci, Giuseppe Ricotta, Mario Sartori, Igino Sersanti, Mario Seu, Fabio Venturi). A questi Nomi si devono aggiungere quelli degli appartenenti alle suddette formazioni locali (Domenico Bevin, Francesco Declich, Francesco Menniti, Angelo Passuello, Antonio Poli, Francesco Scrivanich), sia pure con qualche riserva storiografica, come quella concernente Bevin, che avrebbe tentato la fuga, salvo essere intercettato e ucciso poco più tardi.

(2) - Maggiori dettagli circa la prassi delle esecuzioni sommarie perpetrate dagli assassini di Ossero è reperibile nella tesi di laurea di Aurora Carnio, Eccidi della Seconda Guerra mondiale”, parzialmente pubblicata in “Panorama / News”,  Milano 12 luglio 2023. In particolare, l’Autrice, avendo partecipato alle operazioni di analisi delle Spoglie appartenenti ai Caduti del 22 aprile 1945, riferisce che la loro fine non è attribuibile alla semplice fucilazione, perché “circa metà dei militari aveva ricevuto un colpo d’arma da fuoco alla nuca”. Inoltre, “gli aguzzini avevano usato anche una mazza ferrata e un altro corpo contundente per fracassare la testa” delle Vittime, con lesioni craniche di varia natura. Al riguardo, non meno importante è la testimonianza di Francesco Introna, Direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Bari (Ibid.) circa “l’accanimento con la mazza ferrata e la tortura nel totale disprezzo dell’essere umano”: in effetti, si trattava di “prigionieri che dovevano essere trattati come tali”, per cui non ci sono dubbi che, al contrario, sia avvenuto un vero e proprio “crimine di guerra”.

(3) - Conviene ricordare che il 21 aprile, quando il reparto aveva esaurito le munizioni e si vide forzatamente costretto alla resa, il Marinaio Mario Sartori si tolse la vita con l’ultimo colpo di rivoltella per non cadere in mano del nemico. Ecco un gesto che avrebbe assunto un particolare valore morale, indotto dalla triste conoscenza della prassi partigiana di “non prendere prigionieri”. Da questo punto di vista, l’episodio di Ossero, sopraggiunto tre giorni prima della fine ufficiale del conflitto in territorio italiano (25 aprile), assume un valore morale tutto suo, assieme ai tanti che lo avevano preceduto durante la Seconda Guerra mondiale, e in particolare, dall’otto settembre in poi: non è certamente facile decidere in un istante di resistere per la difesa dell’onore, nella tragica consapevolezza di quale sarebbe stata la prevedibile conclusione.

--

Cenno bibliografico redazionale – Giorgio Gandola, “I resti degli infoibati dimenticati tornano alle famiglie dopo 80 anni”, «La Verità», 27 dicembre 2024, p. 19.

 

Progetto e testi di Carlo Cesare Montani. Networking di Marco Birin e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Copertina: Bari, Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, 13 dicembre 2024, Cerimonia di tumulazione dei resti mortali dei Caduti di Ossero (Istria). Collezione Carlo Cesare Montani. Altre fotografie dal web con relative fonti. Lettori: Carlo Cesare Montani, Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti, Sergio Satti, decano dell’ANVGD Udine, Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


mercoledì 17 gennaio 2024

Giovanni Fio, dalmata di Lesina, esule a Bari, in Trentino e a Udine dopo il 1943

“Se può interessare – ha detto Sergio Marino – racconto una vicenda che vissero mio suocero e mia suocera, italiani fuggiti dalla Dalmazia. Questo fatto me l’ha riferito mio suocero Giovanni Fio, ora deceduto, quando lo accompagnai per la prima volta a Lesina, o Hvar, come si chiama in croato, verso il 1998-1999. Mi ha raccontato che fuggì dalla sua città con la moglie Antonietta Fabris, rifugiandosi a Bari. Abbandonarono tutto, casa e terreni in centro del paese. Riuscì a lavorare subito come cuoco di albergo, poi andò a San Martino di Castrozza (TN), a Tarvisio (UD) presso l’Hotel ‘Lussari’ e infine a Udine nell’Hotel ‘Cristallo’. Noi andammo a Lesina a rivedere i luoghi della loro infanzia, la casa e i terreni. La casa era stata occupata da tre famiglie dell’entroterra. Per quello che so, in tanti anni ha cercato di avere dei rimborsi dallo stato italiano per i danni subiti, ma non ha mai avuto nulla. A Lesina vive ancora suo fratello più giovane che abbracciò la causa di Tito, forse per convenienza – ha concluso Sergio – è un piccolo impresario edile che ha diversi figli emigrati in America”. 

Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico “Jadera” di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine


Giovanni Fio nacque a Lesina il 16 gennaio 1925 e morì a Udine il 2 febbraio 2005. Il suo funerale si celebrò nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Carmine in via Aquileia, assai nota agli esuli giuliano dalmati. Sua moglie Antonietta Fabris nacque il 3 ottobre 1925 e morì a Udine il giorno 11 novembre 2022. Il loro esodo da Lesina risale, probabilmente, al settembre 1943 dato che in seguito all’invasione comunista jugoslava furono interrotti i collegamenti con la Puglia 
Antonietta Fabris raccontò varie volte ai figli e nipoti che la fuga da Lesina fu così precipitosa “da lasciar la pentola de la pastasuta sul fogo”. Poi con una barca si rifugiarono in un’isola vicina, nutrendosi per una settimana di sola uva dalle viti, in mancanza di altro cibo, fino ad avere la possibilità di un’altra imbarcazione diretta in Puglia.

Esodi e fucilazioni – Nel mese di novembre 1918 la gente italiana di Lesina, con bandiere bianco-rosso e verdi e la fanfara aspettarono sulla riva l’arrivo delle navi italiane, ma l’isola fu assegnata al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Diverse famiglie italiane di Lesina, con molte vestigia veneziane, allora dovettero affrontare un primo esodo nel 1920. In seguito a tali spostamenti forzati, gli italiani si riversarono nella vicina Lagosta, unica tra le grandi isole dalmate assegnata al Regno d’Italia dal trattato di Rapallo, oppure a Zara, unica città dalmata annessa al Regno d’Italia, o a Fiume. Nonostante le leggi antitaliane dei nuovi arrivati, nel 1927, si contavano sull’isola 509 italiani, concentrati soprattutto a Lesina città. Dal 1941 al 1943 Lesina fece parte del Governatorato della Dalmazia, pertinenza amministrativa del Regno d’Italia. 

Udine, Hotel Cristallo, piazzale D’Annunzio, cartolina viaggiata 1965


Altri dalmati italiani di Lesina furono costretti ad andar via con l’arrivo dei violenti titini, dopo il 1943, trasferendosi in Puglia o in altre regioni italiane. Non giovarono ai rapporti fra croati e italiani le rappresaglie partigiane, né il comportamento delle truppe italiane, come i reparti delle camicie nere. Il giorno 11 settembre 1943 Guido Rocchi Lusic, di 68 anni, venne prelevato dai titini jugoslavi nella “Casa del Vecchio” e portato, insieme a una bara, nel cimitero di Lesina. Venne arrestata anche la figlia Dora di 24 anni. In piena notte, abbracciati, furono fucilati mentre gridavano: “Viva l’Italia”. Nello stesso cimitero venne fucilato Fortunato Marchi, dopo essersi scavato la fossa, come riportato da Wikipedia, alla voce “Lesina (isola)”.
 L’isola di Lèsina (in croato Hvar, in dialetto locale ciacavo Hvor o For, in greco antico Phàros, Φάρος, in latino Pharia) è la più lunga fra le isole della Dalmazia, situata nel mare Adriatico tra le isole di Brazza, Lissa e Curzola. L’isola, ha 11.077 residenti (dati del 2015), che ne fanno la quarta più popolosa delle isole della Croazia. È una ricca fonte di turismo sin dai primi del Novecento. L’esodo del 1943-1945 portò molti dalmati di Lesina verso la Puglia. Si sa che in terra di Bari c’erano ben otto Centri raccolta profughi. Come ha scritto Nico Lorusso “in terra di Bari i CRP erano otto”, per un totale di oltre due mila posti. Quello di via Napoli fu edificato verso il 1935, quando c’era la guerra d’Etiopia. Con l’arrivo degli alleati angloamericani prese il nome di “Campo Badoglio” e fu destinato a custodire i prigionieri tedeschi. Poi accolse gli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia come si vede dalla tabella n. 1.

Tab. n. 1 – Centri raccolta profughi a Bari e vicinanze 1949-1956

Nome di CRP

Anno

Via o località

N° posti

Piazza San Sabino

1952

Bari vecchia. Dietro la Cattedrale, nello stabile di una caserma della Guardia di Finanza, poi Facoltà di Teologia

146

Santa Chiara

 

Bari vecchia. Qui c’era la direzione dei CRP d Bari. Danneggiato nel 1945 da scoppio nave “Henderson”, poi “Casa del Profugo”. Ora sede dei Beni culturali

270

Positano

 

Bari vecchia. Caserma “Regina Elena”, ex convento di San Francesco alla Scarpa, poi sede Soprintendenza

328

Le Baracche

1952

Via Napoli, ex Campo “Badoglio” per prigionieri tedeschi

420

Lido Massimo a Fesca

1952

Colonia “Ferruccio Barletta”

240

Altamura

1950

 

500

Barletta

1950

ex Caserma “Ettore Fieramosca”

200?

Santeramo in Colle

1950

 

200?

Fonti: N. Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo, Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004. Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web «Barinedita» dal 16 aprile 2015. Testimonianza di Sergio Servi, Bari, del 18.11.2017, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti'. Messaggio in Facebook, del 24 ottobre 2019, nel gruppo “Un Fiume di Fiumani!” di Giancarlo Straub, Castellaneta (TA); permesso di diffusione nel blog del 15 dicembre 2022.

Cartolina viaggiata dell’Hotel “Elisabeth” di Lesina-Hvar, 1912. Editore B. Kovačević. Fotografo P. Ruljančić. Collezione privata

Fonti orali, digitali e ringraziamenti - Sergio Marino, Udine 1950, int. del giorno 11 novembre 2023 e 10 gennaio 2024 a Udine con e-mail del 18 maggio, 10 novembre 2023 e 17 gennaio 2024. Grazie a Sara Marino, figlia di Sergio, per la ricerca genealogica familiare sui suoi nonni dalmati di Lesina. Grazie al professor Guido Rumici, ANVGD di Gorizia, per la collaborazione alla ricerca.  

- Sergio Servi, Parenzo 1939, messaggi in Facebook del 18-20 novembre 2017.

Collezioni private e archivi

- Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine, cartolina del 1918.

Bibliografia

- Nico Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo. Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004.

- Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia, Firenze, Le Lettere, 2007.

- Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web dal 16 aprile 2015.

- Giuseppe Rizzo, “I magnaccioni dei centri”, on-line dal 13 luglio 2017.

- Marzio Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia, 1866-1943, Università di Milano, Facoltà di scienze politiche, anno accademico 1995-1996. Tesi di laurea, relatore prof. Edoardo Bressan, correlatore prof. Maurizio Antonioli.

– E. Varutti, Campo profughi Le Baracche e gli altri CRP di Bari, on line dal 21 novembre 2017 su eliovarutti.blogspot.com

Progetto del professor Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Primo lettore: Sergio Marino. Altri lettori: Emilio Fatovic, Livio Sessa, Bruno Bonetti, Claudio Ausilio, i professori Annalisa Vucusa, Ezio Cragnolini e Elisabetta Marioni. Aderiscono il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo.

Ricerche e Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Copertina: Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico “Jadera” di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine. Altre fotografie dalle fonti citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Comunità Italiani di Lesina -Zajednica Talijana Hvar. Foto da Facebook


martedì 21 novembre 2017

Campo profughi Le Baracche e gli altri CRP di Bari

Propongo alcuni appunti per la storia del Centro raccolta profughi (CRP) di Bari, detto delle “Baracche”, sito in via Napoli e chiuso nel 1956. Ci sono anche alcune mappe per ricordare quel Campo profughi di cui oggi non rimane alcuna traccia, ma al suo posto ci sono invece moderni condomini, come si può notare dalle immagini.
Bari, 26 maggio 1950, la squadra di calcio selezionata tra i Centri Raccolta Profughi giuliano dalmati della zona. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Lo spunto della ricerca è venuto dai messaggi in Facebook di Sergio Servi. Il 18 novembre 2017, nel gruppo “Amici profughi istriani” ha scritto: “Oggi voglio mostrarvi dove era ubicato il campo profughi di via Napoli a Bari, voglio inoltre, sempre se può interessare, mostrarvi una piantina del campo stesso così come io lo ricordo. Ho solo un paio di foto da mostrarvi, in quegli anni le macchine fotografiche erano un lusso per pochi, grazie per l’attenzione”.
Peraltro nel web si ha occasione di leggere che c’erano “insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto” nel sito “Ricordare…”.
Riguardo al Campo di via Napoli, si legge sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998, che era costituito da 14 vecchi capannoni in legno circondati dal filo spinato. Solo due erano i locali in muratura: per i servizi igienici e per la stalla. “L’unica latrina che serve ai profughi ivi ricoverati – prosegue il giornalista – è in uno stato di deplorevole abbandono, per cui detto luogo è assolutamente impraticabile”. Venne dismesso nel 1956 quando i profughi furono spostati al “Villaggio Trieste”, costruito dall’Istituto Autonomo Case Popolari.
La sorte di tali profughi era paradossale, si legge ancora sul giornale citato, ritenuti a torto “stranieri”, furono espulsi dai luoghi in cui erano radicati. Considerati “connazionali”, in realtà vissero da “Displaced Persons” (rifugiati) nel capoluogo pugliese. A volte, parlando con i profughi più anziani, aggiunge la «Gazzetta del Mezzogiorno», si ha la certezza che in quegli anni solo il cappellano e il medico condotto conoscessero i drammi da loro vissuti e le necessità dell’ora.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Ricordi viaggio. Parenzo, Trieste, Udine e Bari, 1949
Ecco il racconto di Sergio Servi quando, nel 1949, lasciò Parenzo con la famiglia per andare nei campi profughi del nord e del sud Italia. “Non ricordo bene il giorno, ma erano i primi di aprile del 1949 – è l’esordio della testimonianza – in casa c’era un gran daffare e un andirivieni di persone. Si incominciava a imballare quelle poche cose che si erano salvate dalle macerie dopo il bombardamento del 25 aprile 1945. C’era inoltre da marchiare ogni masserizia e ogni cassone col numero del passaporto provvisorio che per noi era il n. 14294. Tra le tante persone (tante forse solo per me non abituato a vederne tante in casa), la chiusura del cassoni con le “strasse” si doveva farla in presenza di due Drusi, che controllavano ogni cosa. Messo tutto in una stanza, che poi veniva sigillata, noi ci siamo arrangiati in cucina e sul pianerottolo dormendo per terra. Il mattino del giorno 9 aprile 1949, i Drusi hanno rotto i sigilli e tutte le masserizie sono state portate al porto e caricate su due dei tre pescherecci venuti apposta da Trieste. Visto che il tempo si stava guastando, sono subito ripartiti.
Dislocazione del CRP di via Napoli a Bari. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Il terzo peschereccio era per noi. Nel primo pomeriggio tutti in dogana per il controllo personale e delle borse. A tanti hanno fatto perfino togliere le scarpe, poi tutti a bordo del motopesca. Nel frattempo il mare si era agitato e la partenza fu rinviata. A bordo eravamo in 115 persone. Non si poteva più scendere a terra e non si poteva partire. In fondo al molo Venezia hanno piazzato una mitragliatrice sul relitto mezzo affondato dall’ultimo bombardamento, una mitragliatrice sulla Riva e un’altra su di una imbarcazione all’ancora poco distante. Si doveva stare in 115 persone più tre dell’equipaggio per tutta la notte su di una motopesca di circa quindici metri. Non c’era il bagno. C’era il bugliolo (in marineria è: il secchio). Il capitano o comandante ha cominciato a raccontare de frequenti viaggi che faceva tra le coste istriane e Trieste trasportando profughi. Mi sono addormentato più tardi del solito, ma per gli adulti deve essere stata una notte interminabile.
Appena chiaro, ci hanno dato il permesso di partire e siamo arrivati a Trieste verso mezzogiorno. Per tanti di noi c’era la sistemazione al Silos [un CRP vicino alla stazione]. Per me un posto orrendo. Non ricordo di avere mai visto una lampadina accesa. Uno sgabuzzino senza finestra era la nostra nuova casa. Le latrine erano senza acqua, però per terra era sempre tutto bagnato. La cucina o dove servivano da mangiare era al piano terra in fondo a destra. C’era poca luce e i muri erano anneriti dal tempo. Non ricordo cosa ci dessero da mangiare.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dopo qualche giorno, la partenza da Trieste è stata un sollievo. Finalmente a Udine. Ho dormito in un camerone dove le brande erano sistemate lungo i due muri nel senso della lunghezza. Non le ho contate, ma dovevano essere una trentina su ogni lato, senza divisori, a portata di ogni sguardo. Non ricordo di aver visto o sentito cose strane, dormivo profondamente. Una cosa mi ha particolarmente colpito in quello che forse era un campo militare o caserma: la gran quantità di filo spinato. Dopo molti anni, solo attorno al Campo profughi di Altamura ne ho visto tanto. Dopo otto giorni ci hanno trasferiti a Bari”.
Altre notizie interessanti si possono desumere dalle fotografie che Sergio Servi ha messo a disposizione della presente ricerca. Il 26 maggio del 1950 viene inaugurata la sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Bari con tanto di fanfara, bandiere e gagliardetti. Curioso il fatto che la sede dell’ANVGD sia vicino all’edificio del Campo profughi di Santa Chiara, oggi sede dei Beni Culturali. C’è pure una squadra di calcio a festeggiare l’evento del 1950, costituita con una selezione di calciatori dai vari CRP di Bari. I calciatori hanno la maglietta con lo stemma dell’ANVGD.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

La famiglia Servi da Udine a Bari
“Era il 22 aprile 1949 – ha riferito Sergio Servi – e il treno partito da Udine il giorno prima è arrivato a Bari. Ha portato la famiglia Servi e le altre di Orsera, Cervera, Rovigno, Fasana e di altre località al Campo profughi di Bari. Premetto che siamo partiti da Udine il 21 aprile alle ore 14, dopo che in stazione ci hanno rifocillati con mezza fetta di mortadella e una fetta di pane. Dopo 32 ore di viaggio, arrivati a Bari alle ore 22 circa, ci hanno messo a disposizione una angolo della sala d’aspetto di III classe e il pavimento di granito ci ha fatto da letto.
L’indomani mattina, il 23 aprile 1949, a piedi per quasi due chilometri dalla stazione al CRP di Santa Chiara. Lì c’era la direzione dei campi profughi. Ci hanno consegnato le brande di ferro, i pagliericci, qualche treccia di crine a testa, coperte e altre cose, indicandoci la strada da percorrere. Ci hanno mandati via carichi come somari. Abbiamo percorso oltre due chilometri e mezzo fino alle baracche di via Napoli. La strada era in rifacimento e soffiava un forte vento. Non si poteva neanche tenere aperti gli occhi tanta era la polvere e il terriccio trasportati dal vento.
Finalmente a casa, anzi in baracca. Due nuclei familiari, nove persone in tutto in una baracca di 36 metri quadri, con una porta e una finestra sul retro. C’era da “strefolare” [districare, sciogliere] il crine, riempire i pagliericci, fare alla meglio i letti, darsi una lavata nonché, fatto non trascurabile, provvedere al mangiare. Non ho idea di come gli adulti abbiano fatto. Noi bambini, quel giorno io compievo dieci anni, siamo crollati dal sonno. Potrò invecchiare, ma questo viaggio e questi fatti vissuti li rivivrò per sempre. Di tutto ciò che quel giorno ci hanno dato, questi sono gli unici oggetti che mi sono rimasti. Non sono il Sacro Graal, ma di sicuro hanno visto cadere delle lacrime, quelle dei miei genitori”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Com'era la vita nel Campo profughi delle "Baracche" a Bari?
È ancora Sergio Servi a riferire che “la vita nel campo si svolgeva come potete immaginare. Non c'era niente da fare e non si poteva fare niente, poiché non avevamo niente. Le masserizie e tutto quello che avevamo portato via dall'Istria erano chissà dove. Le baracche erano in condizioni pietose, quasi cadenti. umidità e funghi del legno le avevano danneggiate in più punti. alcune erano puntellate. alla loro manutenzione provvedeva una squadra di operai, anche loro profughi ospiti dei Campi di Santa Chiara e di Regina Elena di Bari. Erano profughi del Dodecaneso. 
Tutte le mattine a piedi la squadra dei manutentori arrivava e si metteva al lavoro molto ma molto lentamente. Stendevano sul tetto della baracca un rotolo di cartone catramato, fermandolo al meglio e poi se ne andavano. Fu così da aprile a fine estate. Sul finire dell'estate con le prime piogge e le coperture non perfette, l'acqua filtrava cadendo sui letti". Fu così che il babbo di Sergio Servi, il fratello e altri adulti sfondarono la porta del deposito manutenzione, presero il materiale e in meno di una giornata completarono il rifacimento del tetto delle baracche più fatiscenti. Era ciò che la squadra di otto operai non era riuscita a fare in quattro mesi. All'indomani gli operai, visto il magazzino con porta sfondata, chiamarono la polizia. La storia si concluse sulle camionette dei questurini, che portarono in Questura gli ingegnosi operai della domenica e dopo un po' di chiarimenti furono tutti rilasciati. Figurarsi cosa hanno provato i figli di quegli operai troppo volontari nel vedersi il papà, il fratello portato via dai questurini. Se lo ricordano ancora.
Documento sull'accoglienza a Bari dei profughi dalmati del primo esodo, quello del 1921-1922

Tutto il Campo profughi delle "Baracche" di Bari era circondato dal filo spinato per una recinzione alta due metri. Al cancello d'entrata, c'era la garrita per la sentinelle. L'ingresso era vietato agli estranei. La corrente elettrica era disponibile solo nelle ore diurne, dalle 7 alle 21. Proibiti i fornelli elettrici, ferri da stiro. Per cucinare veniva usata una fornacella a carbone o a petrolio. Le latrine non erano dotate di acqua di scarico; nel fabbricato dei gabinetti c'erano dei vasi alla turca separati da un muretto di un metro, niente carta igienica. Qualcuno si organizzava alla meglio con un secchiello d'acqua... 
Per lavare i piatti c'era una vasca con due rubinetti. Per la biancheria c'era una vasca lunga e stretta. L'acqua spruzzava da un tubo verso il fondo della vasca, bagnando tutto ciò che c'era intorno. Chi lavava i panni dopo si trovava tutto bagnato. Non c'era la luce elettrica. Se la notte serviva il bagno veniva usata una torcia...

In terra di Bari c’erano 8 CRP
Come ha scritto Nico Lorusso “in terra di Bari i CRP erano otto”, per un totale di oltre due mila posti. Quello di via Napoli fu edificato verso il 1935, quando c’era la guerra d’Etiopia. Con l’arrivo degli alleati angloamericani prese il nome di “Campo Badoglio” e fu destinato a custodire i prigionieri tedeschi.
Scrive ancora Lorusso che il primo CRP era in piazza San Sabino alle spalle della Cattedrale, nello stabile che fino a poco tempo prima fu una caserma della Guardia di Finanza. Ospitò fino a 146 persone, nel 1952, anno dell’ultimo censimento. Di solito i rifugiati erano 120. Si veda, in merito la tabella n. 1.
Sempre a Bari vecchia c’erano altri due campi: quello di Santa Chiara, da 270 posti che fu danneggiato il 9 aprile 1945 dallo scoppio del piroscafo americano “Charles Henderson”. Poi c’era quello “Positano” nella caserma “Regina Elena”, ossia nell’ex convento di San Francesco alla Scarpa, da 328 posti. Il campo più grande era quello delle baracche di via Napoli (l’indirizzo postale era proprio: “via Napoli-Baracche”). Erano delle casette di legno costruite durante la guerra di Etiopia. Dopo l’occupazione alleata presero il nome di “Campo Badoglio” e furono destinate ai prigionieri di guerra tedeschi. Nel 1952, qui, c’erano ancora 420 persone.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

A Fesca c’era l’ultimo campo, nella colonia “Ferruccio Barletta” dove, nel 1952, erano ospitati 240 profughi. Era uno stabile in riva al mare, ex colonia marina dove la vita era impossibile dopo che il mare s’era infiltrato nelle fondamenta e aveva reso malsani gli ambienti.
Nel 1956 finalmente ci furono le case in muratura, tra via Pola e via Mascagni. I campi furono svuotati di quei profughi e il villaggio, composto da 296 mini appartamenti da due vani e accessori, fu presto abitato e denominato “Trieste”. Si celebrava così la piena ammissione all’Italia della città giuliana dopo la guerra, ha spiegato il giornalista Lorusso. Nel  “Villaggio Trieste”, oltre alla parrocchia di Sant’Enrico sorsero anche negozi e un “kafeneion”, un caffè dove si poteva bere, fino agli inizi degli anni Settanta, il caffè alla turca. Secondo Lorusso era un luogo “altro”, da cui i baresi volevano star lontani, anche se trent’anni dopo quel caffè divenne di moda nei pub della movida delle nuove piazze di Bari vecchia.

Tab. n. 1 – Centri raccolta profughi a Bari e vicinanze 1949-1956
Nome di CRP
Anno
Via o località
N° posti
Piazza San Sabino
1952
Bari vecchia. Dietro la Cattedrale, nello stabile di una caserma della Guardia di Finanza, poi Facoltà di Teologia
146
Santa Chiara

Bari vecchia. Qui c’era la direzione dei CRP d Bari. Danneggiato nel 1945 da scoppio nave “Henderson”, poi “Casa del Profugo”. Ora sede dei Beni culturali
270
Positano

Bari vecchia. Caserma “Regina Elena”, ex convento di San Francesco alla Scarpa, poi sede Soprintendenza
328
Le Baracche
1952
Via Napoli, ex Campo “Badoglio” per prigionieri tedeschi
420
Lido Massimo a Fesca
1952
Colonia “Ferruccio Barletta”
240
Altamura
1950

500
Barletta



Santeramo in Colle



Fonti: N. Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo, Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004. Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web «Barinedita» dal 16 aprile 2015. Testimonianza di Sergio Servi, Bari, del 18.11.2017

Il CRP di Santa Chiara indagato dall’Archivio di Stato di Bari
Durante l’anno scolastico 2017-2018 l’Archivio di Stato di Bari (ASBa) ha proposto un’innovativa ricerca cercando di coinvolgere le scuole in un percorso storico documentario riguardo ai profughi giuliano dalmati degli anni 1950-‘56. È molto interessante che simili istituzioni accrescano la loro offerta formativa all’utenza con temi di tale natura. Il titolo del progetto verteva su “La città e la memoria: S. Chiara, Centro Raccolta Profughi di Bari”.

L’obiettivo dell’originale attività didattica è quello di effettuare una ricerca, censimento e selezione delle fonti documentarie in collaborazione con i docenti. È stato messo a disposizione anche un laboratorio di fotoriproduzione, legatoria e restauro. I destinatari sono le scuole di ogni ordine e grado. Si ricorda che l’ASBa è accessibile a persone con disabilità motoria, psico-cognitiva, uditiva e visiva.  Promozione web dell'ASBa.

Le gamelle per mangiare. Dice Sergio Servi che: 
"Il piatto e il pentolino di alluminio facevano parte del corredo che ci è stato dato il giorno del nostro arrivo a Bari". Robe da profughi.

Giorno del Ricordo a Terlizzi 2014
Il 10 febbraio 2014 Ninni Gemmato, sindaco di Terlizzi, provincia di Bari, ha presenziato presso la Biblioteca alla proiezione del documentario ‘L’Esodo’ alle ore 18,30 all’interno della rassegna “La Biblioteca Terlizzi ricorda le vittime delle Foibe”. Nel decennale dell’istituzione del Giorno del Ricordo, si è tenuta la proiezione del documentario ‘Esodo’, a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, corredata dalla Mostra di documenti del Centro Raccolta Profughi di Bari Fesca.
Il documentario, che si compone delle due parti dal titolo ‘La Memoria Negata’ e ‘L’Italia dimenticata’, entrambe per la regia di Nicolò Bongiorno, e che ha riscosso il favore unanime di istituzioni e critica, già nel titolo rimanda all’esodo degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, territori occupati dalle truppe di Tito. Un esodo causato dall’evento noto come eccidio delle Foibe, le insenature carsiche ove trovavano la morte tutti coloro che, durante la seconda Guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, diffidavano dal nuovo governo jugoslavo.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Oltre 20 mia profughi italo-tunisini
Il signor Giuseppe Rizzo, nato in Tunisia nel 1946, è pure lui un profugo italiano. È rientrato in patria nel 1960. Secondo lui, sono circa 20 mila i profughi italo-tunisini rientrati dal dopoguerra. Ecco la sua storia. “Arrivati in Italia noi profughi italiani dalla Tunisia siamo stati ospitati nel Centro raccolta profughi di Bari [non CRP delle Baracche, che chiude nel 1956]. Quando il capo famiglia, una volta individuata la città dove voleva ricostruire il futuro, avesse trovato lavoro e abitazione, allora tornava al CRP a riprendere la famiglia. Ai suoi componenti la direzione del CPR riconosceva una cifra che doveva servire secondo loro come rimborso spese per rimettere in piedi una abitazione per l’acquisto di mobili e vari per ricominciare a vivere”.
“Nel nostro caso – ha ricordato Giuseppe Rizzo – la cifra è stata di cinquantamila lire a componente, erano gli anni sessanta ma cinquantamila lire erano molto pochi per quello che dovevano servire, se considerate che un operaio specializzato prendeva in quegli anni la stessa cifra di paga al mese”.
Riporto ora un solo dato finale riguardo al “CRP di Altamura, in provincia di Bari – come ha raccontato la signora Albina Visintin – so che la gente del posto per dispetto aveva avvelenato l’acqua”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Fonti orali e digitali
- Sergio Servi, Parenzo 1939, messaggi in Facebook del 18-20 novembre 2017
- Albina Alma Visintin vedova Benolich, S. Giovanni di Portole 1936, int. del 27 dicembre 2003.

Collezione privata
- Coll. Sergio Servi, Bari, fotografie, mappe (che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione). 

Bibliografia e sitologia
- «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998.
- Nico Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo. Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004.
- Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web dal 16 aprile 2015.
-  Giuseppe Rizzo, “I magnaccioni dei centri”, on-line dal 13 luglio 2017.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Altro Campo profughi per la famiglia Servi: Bagnoli. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dislocazione dei CRP a Bari vecchia su immagine odierna. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi