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giovedì 10 aprile 2025

STRAGE DI VERGAROLLA DEL 18 AGOSTO 1946 - DAL SILENZIO ALL’IMPEGNO ISTITUZIONALE - PROPOSTA LEGISLATIVA PER LA MEMORIA DEI MARTIRI

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola e consigliere nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce. È un resoconto della Riunione-Stampa tenutasi presso la Camera dei Deputati a Roma il giorno 8 aprile 2025, cui ha presenziato. L’evento era sul tema della strage di Vergarolla del 18 agosto 1946 ed il grande eroe dottor Geppino Micheletti con l’illustrazione di una proposta di legge per istituire una Giornata nazionale per i martiri uccisi in quell’attentato. Ecco il testo di Laura Brussi. (Premessa di Elio Varutti, della redazione del blog - Cenni dal web: Presentazione PdL per istituzione giornata nazionale del ricordo dei martiri di Vergarolla - Conferenza stampa di Nicole Matteoni, 8 aprile 2025).

Micheletti è al centro, vestito di nero, a capo chino, mentre regge la bara del figlio Carlo. Pola, funerali per la strage di Vegarolla. Fotografia dal profilo Facebook di Unione degli Istriani, ch si ringrazia per la diffusione
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La strage compiuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola, in cui caddero oltre cento persone (1) che per la maggior parte erano donne e bambini, è entrata a far parte della storia novecentesca come la più sanguinosa tra quelle che ebbero luogo in tempo di pace nel cosiddetto “secolo breve” avendo causato la morte straziante di tanti Martiri italiani, e nello stesso tempo, avendo accelerato l’Esodo dal capoluogo istriano, facendolo diventare plebiscitario. Non a caso, il 15 settembre dell’anno successivo, quando la sovranità sull’Istria e sul capoluogo fu trasferita alla Jugoslavia in esecuzione del trattato di pace che aveva fatto seguito alla Seconda Guerra mondiale, l’Esodo aveva raggiunto una quota pressoché unanime, tanto da interessare oltre nove decimi degli abitanti, mentre quanti decisero di non partire, perché vecchi, ammalati o fautori del nuovo regime comunista, furono meno di tremila.

Con tutta evidenza  si trattò di un vero e proprio plebiscito, analogo a quello già avvenuto a Fiume, a Zara e nelle altre città dell’Istria e della Dalmazia, con un’aggiunta negativa sul piano psicologico, perché a Pola, che a guerra finita era rimasta una piccola “enclave” gestita dagli Alleati americani e britannici, si era confidato in una soluzione favorevole all’Italia fino a quando le trattative di pace dimostrarono chiaramente, nel luglio 1946, che le scelte definitive erano state fatte a favore di Belgrado. In tale ambito, la “strage degli innocenti” di cui in premessa fu uno strumento criminale adottato da parte slava per convincere gli ultimi incerti e per accelerare l’Esodo facendo leva sulla paura e sulla disperazione.

L’Esodo da Pola, a parte la tempistica ritardata, ebbe un livello di concentrazione superiore a quelli che lo avevano preceduto, perché si sarebbe completato nel breve giro di alcuni mesi, terminando sostanzialmente entro il successivo marzo con l’utilizzo prioritario del vecchio piroscafo “Toscana” che fece diversi viaggi nelle direzioni rispettive di Ancona e di Venezia col suo dolente carico di profughi, costretti a lasciare le proprie abitazioni, i propri beni e persino le tombe degli Avi. in quest’ultimo caso, con qualche eccezione di alto valore simbolico, come accadde per il feretro dell’Eroe nazionale Nazario Sauro. All’inizio della primavera successiva, l’Esodo era stato pressoché completato, tanto che nel successivo settembre, quando un ufficiale britannico avrebbe consegnato simbolicamente le chiavi della città al famigerato Ivan Motika, Pola apparve pressoché deserta, e come tale, in grado di assicurare immediata ospitalità all’immigrazione slava. D’altro canto, qualsiasi ipotesi alternativa non era stata possibile, tanto più che, per promuovere le partenze, al pari di quanto era già accaduto altrove, gli Slavi non si astennero dal ricorrere alla violenza programmata, come accadde con l’eccidio di Vergarolla e con i suoi Martiri immuni da ogni colpa, salvo quella di essere Italiani.

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La proposta di legge formulata dall’On. Nicole Matteoni e da una trentina di altri parlamentari della Camera, volta all’istituzione di una “Giornata nazionale” in onore dei Martiri di quella strage contro l’umanità, ha preso l’avvio nello scorcio conclusivo del 2024 ed è stata oggetto di presentazione alla stampa in una conferenza tenutasi a Montecitorio lo scorso otto aprile, alla presenza della predetta prima proponente, e di vari esponenti prioritari del Gruppo “Fratelli d’Italia” quali il Sen. Luca Ciriani, gli On. Galeazzo Bignami, Walter Rizzetto, Alessando Amorese, e la stessa presentatrice del nuovo disegno legislativo.

Nella sua qualità di Ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani ha ricordato che la strage in questione fu “una delle pagine più feroci del lungo dopoguerra” nelle zone del confine orientale, e di quelle “strappate alla storia italiana per viltà o per interesse” allo scopo di perseguire, quale obiettivo prioritario, quello di “impedire ai nostri connazionali di rimanere nel loro territorio e nelle loro case”. L’iniziativa, d’inusitata crudeltà, ebbe un’evidente matrice anti-italiana, tanto da rendere assolutamente impossibile l’ipotesi di continuare a vivere in siffatte condizioni, che oggi è legittimo e doveroso ricordare, tanto più che “per guardare avanti bisogna conoscere il passato”. Di qui, la proposta della nuova “Giornata nazionale” volta a far conoscere in maniera più completa e meno episodica una vera e propria tragedia nazionale.

Dopo la votazione quasi unanime dell’encomiabile Legge 30 marzo 2004 n. 92 istitutiva del Ricordo con un “passaggio certamente decisivo” per la cancellazione di una “lunghissima indifferenza” - ha proseguito Ciriani - nel Parlamento italiano sono emerse attenzioni innovative per la tragedia del confine orientale, e più specificamente, per una strage come quella del 18 agosto 1946 ordita a Vergarolla, che “va ricordata perché volutamente anti-italiana”.

Dal canto suo, il Capo Gruppo di “Fratelli d’Italia” alla Camera, Galeazzo Bignami, ha definito quello della strage in questione come un “momento profondo di storia nazionale” di cui si è perduta per troppo tempo una memoria condivisa, al pari di quanto è accaduto per la lunga e angosciosa vicenda delle foibe, anche alla luce delle analoghe espressioni di una “dinamica particolarmente cruenta e criminale”. Proprio per questo, appare oggettivamente necessario proporre una memoria nazionale per quanto possibile condivisa, alla luce di un’identità e di una cultura patriottica presenti come non mai nello spirito del popolo, e in ogni caso, da diffondere e da insegnare ulteriormente.

Walter Rizzetto, Presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio, ha parlato di “evento tragico” occorso a due soli mesi dalla nascita della Repubblica Italiana, che non avendo ancora ottenuto i doverosi e necessari riconoscimenti, ha bisogno di una nuova legge come quella in fase di proposizione, che s’inserisce “nel più vasto contesto della testimonianza di un eccidio come quello degli Italiani di Venezia Giulia e Dalmazia” e nel suo ambito, dell’opera altamente meritoria svolta dal compianto Dr. Geppino Micheletti,  primario dell’Ospedale di Pola distintosi, nell’alacre ed eroica opera di assistenza ai feriti di Vergarolla, nonostante la perdita dei due figlioletti Carlo e Renzo, del fratello Alberto e della cognata. Dopo l'esplosione Il corpo di Carlo venne rinvenuto, ma di Renzo restarono soltanto o una scarpetta ed un calzino, che il medico avrebbe portato sempre con sé, anche nell’esilio di Narni.

Sempre nell’ambito di una memoria da condividere e da promuovere, Rizzetto ha accennato ai “Tremila anni di storia” giuliana e dalmata di Carlo Cesare Montani quale utile strumento di consultazione e valutazione storiografica (2) chiudendo il proprio intervento nel senso che le istituzioni “hanno il dovere di ricordare” e di promuovere la conoscenza della storia.

Infine, Rizzetto ha aggiunto che esiste un’altra proposta, presentata in tempi precedenti d’intesa con il Sen. Roberto Menia,  primo proponente della Legge istitutiva del Ricordo, dove è stata inserita nel titolo stesso del provvedimento la definizione di “Martiri” sostitutiva di quella riferita a “Vittime” perché proprio di questo si è oggettivamente trattato, col conseguente obbligo di tramandare la verità storica a futura memoria.

Ha fatto seguito l’intervento di Emanuele Merlino, che ha portato il saluto del mondo esule ringraziando il momento politico per la particolare sensibilità manifestata nei confronti del popolo giuliano, istriano e dalmata.

Il Capo Gruppo di FdI nella Commissione Cultura della stessa Montecitorio, Alessandro Amorese, premesso che il grande Esodo giuliano e dalmata sta diventando un patrimonio comune del popolo italiano, ha formulato la proposta di un adeguato riconoscimento pubblico per il Dr. Micheletti, nell’ambito delle iniziative in fieri, spiegando che si tratta di iniziative fondamentali perché inserite “nel lungo lavoro per riempire le pagine di storia con i capitoli strappati, per toglierli dall’oblio e dalla polvere”. Oltre all’idea del Museo dell’Esodo, già approvata, ne scaturisce anche quella di una “rete d’archivi sull’Esodo e sul centinaio di Campi profughi” esistiti nel lunghissimo dopoguerra dei profughi giuliani e dalmati.

Infine, Nicole Matteoni ha spiegato il significato della proposta di legge che reca la sua firma di prima proponente. Dopo avere ricordato la triste priorità della strage di Vergarolla nella storia della Repubblica uscita dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ha rammentato che nell’esplosione di decine di ordigni che avrebbe cancellato tante vite incolpevoli nell’orrenda giornata del successivo 18 agosto, scomparvero oltre cento persone, di cui soltanto 64 ebbero la possibilità di essere identificate, stante la violenza della deflagrazione. Ebbene, proprio “per avere una memoria nazionale condivisa” si è ritenuto congruo e funzionale presentare una proposta di legge (3) in grado di dare “finalmente giustizia e verità a una pagina di storia italiana dimenticata”, tanto più necessaria approssimandosi l’ottantesimo anniversario di quel terribile delitto collettivo, che sottolinea, a più forte motivo, quanto sia necessario e condivisibile promuovere la definitiva istituzionalizzazione della memoria.

          Laura Brussi, Esule da Pola, Opera per i Caduti senza Croce / Consigliere Nazionale

 

Annotazioni

(1) - in base alla storiografia più recente ed aggiornata, le Vittime della strage assommerebbero tra le 110 e le 116, cui si deve aggiungere anche la morte di uno tra i 54 feriti operati dal Dr. Micheletti, che del resto era giunto nella sala operatoria in stato ormai agonico. Giova ricordare che il medesimo medico, impegnato per due giorni e due notti in interventi pressoché ininterrotti, fu costretto a evitare le normali precauzioni per la sua persona, con la successiva conseguenza di perdere alcune dita delle mani a causa delle complicazioni sopraggiunte. Fra le proposte dell’On. Matteoni si deve menzionare anche quella di intitolare alla memoria del Dr. Micheletti un’aula dell’Università degli Studi di Trieste.

(2) - Cfr. Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e vita morale, Seconda edizione ampliata, Aviani & Aviani Editore, Udine 2024, pagg. 416 (per la strage di Vergarolla si veda in modo particolare il cap. 16 della seconda parte, pagg. 183-186).

(3) - Conviene aggiungere che nella presentazione del disegno di legge si accenna, per completezza, a qualche residua riserva circa le matrici dell’attentato, in conformità a talune espressioni della storiografia più datata; nondimeno, a tale ultimo riguardo conviene rammentare che, dopo l’apertura degli Archivi britannici avvenuta nel sessantennio dalla strage, ogni residua interpretazione difforme fu accantonata, confermando quella che la “vox populi” aveva anticipato sin dal momento della strage.

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Un approfondimento in coda

Come argomento in coda, ci permettiamo di aggiungere quanto accaduto nel 2021 a Montevarchi, provincia di Arezzo, grazie alla proposta di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi, che collabora attivamente con l’ANVGD di Udine sul tema del Centro raccolta profughi di Laterina (AR). Si riprendono le parole dal profilo Facebook di Unione degli Istriani.

“Il Consiglio comunale di Montevarchi (Arezzo), nella seduta del 25 febbraio 2021 ha approvato all’unanimità un articolato documento finalizzato a ricordare la Strage di Vergarolla ed onorare il ricordo del medico Giuseppe Micheletti, principale artefice dei soccorsi alle vittime dell’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia affollata di Pola.

Con l’approvazione di questo atto a pochi giorni di distanza dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021, il Consiglio Comunale ha dato mandato al Sindaco Silvia Chiassai Martini di avviare le procedure di intitolazione di uno spazio pubblico all’interno del territorio comunale al medico chirurgo Giuseppe Micheletti per l’inestimabile ed altissimo valore morale e di senso civico di un “Eroe dimenticato” – ed al ricordo delle altre vittime di quella che è passata alla storia come la più grande strage della repubblica italiana.

La prima cittadina di Montevarchi è stata inoltre impegnata dall’assise cittadina ad avviare, assieme agli altri sindaci del Valdarno aretino, un progetto di realizzazione all’interno dell’ex campo profughi di Laterina di un monumento dedicato al ricordo di Micheletti e delle vittime di Vergarolla, da realizzarsi con il coinvolgimento degli istituti superiori del Valdarno aretino attraverso un concorso di idee, affinché siano proprio le nuove generazioni gli artefici della costruzione di un “processo del Ricordo”.

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Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.   Sito web:  https://anvgdud.it/

Articolo da <<Il Dalmata>> del mese di marzo 2008, n. 54, con i nomi degli agenti dell'OZNA, autori dell'attentato di Vergarolla: Giuseppe Covacich, Oreste Parovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino.



martedì 31 dicembre 2024

OSSERO - MEMORIA DELLA STRAGE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani sul seguente argomento: “Tumulati a Bari i resti mortali dei marò uccisi dai titini a Ossero”. Fu un tragico fatto della seconda guerra mondiale sull’Isola di Cherso, in Istria. A cura di Elio Varutti.

Un delitto contro gli Italiani per mano slava - 22 aprile 1945

BARI - SACRARIO DEI CADUTI D’OLTREMARE - 13 DICEMBRE 2024

Bari, Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, 13 dicembre 2024, Cerimonia di tumulazione dei resti mortali dei Caduti di Ossero (Istria). Collezione Carlo Cesare Montani

Nel segno della pietas dovuta a tutti i Caduti, e più specificamente a quelli della Seconda Guerra mondiale, un’attenzione particolare spetta a quanti furono Vittime dell’odio slavo durante la plumbea stagione degli ultimi giorni di belligeranza nei territori prossimi al confine orientale. Ciò, con speciale riguardo ai ventisette Italiani che fecero Olocausto della vita dopo una lotta senza scampo contro gli invasori slavi sbarcati nelle isole adriatiche del Golfo di Fiume a decorrere dal 19 aprile 1945. 

Il risultato era già scritto perché un solo centinaio di appartenenti a reparti dell’Asse italo - tedesca, preposto a difesa dell’arcipelago, non aveva speranze di sorta, a fronte di una massiccia offensiva jugoslava, largamente supportata dai forti trasporti marittimi degli Alleati. Questi avevano la disponibilità di quasi cinquemila uomini in armi - trasportati da una decina di navi da guerra - destinati in tempi immediatamente successivi a proseguire per l’Istria, e infine per Trieste, dove il primo maggio occuparono la città per i terribili “quaranta giorni” di nequizie e di delitti. 

Nonostante l’eroica resistenza in difesa di Ossero proseguita fino all’ultima cartuccia, la resa di quel manipolo di prodi, comprendente in larga maggioranza combattenti della Decima Flottiglia MAS comandati dal Capitano Dino Fantechi, e completato da alcuni appartenenti alle formazioni territoriali di stanza nell’arcipelago (1), ogni ipotesi di salvezza fu impossibile. Infatti, gli invasori senza divisa propria (alcuni indossavano quelle americane o britanniche), in spregio delle norme di diritto internazionale bellico che tutelano la vita dei militari fatti prigionieri ne avevano sentenziato la fucilazione seduta stante; nel caso di specie, con l’allucinante aggiunta di doversi scavare le due fosse comuni in cui i nuovi Martiri, dopo l’iniqua esecuzione, avrebbero trovato un’affrettata sepoltura anonima e collettiva (2).

Il ripudio della pietas ebbe un’ultima appendice nel rifiuto di qualsiasi conforto religioso, in criminale coerenza con l’ateismo di Stato conforme alle inveterate vocazioni del verbo comunista, ed alle conseguenti persecuzioni indiscriminate a danno di cittadini incolpevoli, ivi compresi sacerdoti, suore, uomini e donne di fede.

Immagine da Facebook: " I marò di Ossero", maggio 2024

Conviene aggiungere che il 25 aprile, trascorsi appena tre giorni dalla strage, gli invasori si fecero premura di annunciare tout court l’avvenuta annessione delle Isole in questione da parte jugoslava, e contestualmente, l’obbligo di coscrizione militare immediata nelle file dell’Armata Popolare per tutti gli abitanti appartenenti alla classe 1900 ed a quelle immediatamente successive, con una pronunzia unilaterale d’emergenza, a sua volta in evidente opposizione alle norme internazionali vigenti.

L’episodio di Ossero mette in luce, oltre all’abissale sproporzione tra le forze in campo, l’eroica decisione dell’ultima resistenza al nemico largamente maggioritario, presa all’unanimità. Nessuno ebbe la tentazione di una facile resa che avrebbe consentito - se non altro - di sperare in un esito diverso, iniziando un confronto davvero epico e tanto più commendevole in una stagione che dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 aveva visto la dissoluzione di parecchie formazioni militari e l’abbandono delle divise, alla ricerca di un qualsiasi rifugio. Se non altro, fu la salvezza dell’onore italiano (3).

Sono trascorsi 80 anni da quegli orribili episodi bellici, in un silenzio assordante interrotto di tanto in tanto dalla memoria di pochi reduci, fino a quando, grazie all’avvento della Legge 30 marzo 2004 n. 92 – approvata quasi all’unanimità e voluta con forte intento patriottico e civile dal primo firmatario On. Sen. Roberto Menia, presente alla cerimonia di Bari e partecipe della comune commozione - le indagini storiografiche, seguite da quelle sul campo, è avvenuto il “miracolo” di recuperare le Spoglie mortali di questi Martiri. Il programma si è completato con la loro identificazione maggioritaria, e infine, con l’accoglienza nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare per essere affidati alla pietas delle future generazioni e all’ammirazione dei patrioti. Se non altro, si tratta di un messaggio destinato a promuovere effetti non transeunti, perché in grado di parlare al cuore e alla mente degli Italiani.

Nell’austera e composta atmosfera del coinvolgente Sacrario pugliese, il 13 dicembre 2024 ha avuto luogo la toccante cerimonia di benedizione delle Spoglie e della conseguente unione alle 75 mila Vittime del secondo conflitto mondiale che, a decorrere dall’inaugurazione con l’intervento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nell’ormai lontano 1967, vi hanno trovato onorata sepoltura (con l’eccezione dei quattro Caduti per cui, a richiesta delle rispettive famiglie, sono state accolte le domande di trasferimento nei luoghi d’origine) .

Il Sacrario di Bari, con il volgere del tempo e con la progressiva acquisizione di nuove Spoglie, comprese quelle di Caduti che non scomparvero in terre lontane ma in quelle contigue, se non anche nella stessa Madrepatria come accadde per quelli di Ossero, a difesa delle isole di Lussino e Cherso, romane e veneziane per millenni, infine annesse all’Italia a conclusione della Grande Guerra contro l’Austria, è stato in grado di acquisire dimensioni che non é azzardato definire universali, e come tali, degne di attenzioni analoghe.

Foto al web. Gruppo di Facebook “I marò di Ossero

Al pari di Redipuglia,  di El Alamein e dei tanti altri Sacrari che accolgono le Spoglie di troppi Caduti dei due conflitti mondiali, e non solo, quello del capoluogo pugliese è una struttura che persegue ottimamente il nobile intento di ricordare, in specie a ignari e posteri, l’immensità dei sacrifici che sono stati idonei a creare una coscienza civile e nazionale non effimera, bensì profondamente inserita nello “Spirito del popolo”, in misura non ancora completa e tuttavia, con una consapevolezza più matura e più convinta dei Valori che avevano presieduto a quei sacrifici compiuti con la “mente pura” di Giambattista Vico, in specie da parte degli umili.

La cerimonia, caratterizzata da un’alta e sentita commozione, ha trovato nell’intervento del Gen. C.A. Andrea Rispoli, responsabile del Sacrario, un momento di particolare solennità condivisa, in specie nell’affermazione secondo cui “garantire degna sepoltura a tutti i Caduti dei conflitti è un dovere morale e civile dello Stato”. Il culmine è stato raggiunto nei momenti in cui l’Ordinario Militare ha provveduto alla Benedizione delle Spoglie di ciascun Caduto, seguita dall’omaggio dell’incenso, simbolo di ascesa celeste: ciò, quasi a celebrarne l’assunzione spirituale nel cielo degli Eroi che hanno servito la Patria fino all’estremo sacrificio, col solo conforto della coerenza con l’impegno di fede e di osservanza del dovere, accolto con spontanea convinzione, e con esemplare continuità d’intenti. Considerazioni analoghe valgono per quando, alla fine della cerimonia, si sono udite le note del Silenzio, magistralmente intonate in un’atmosfera quasi surreale.

L’episodio di Ossero, al pari di tanti altri, costituisce un delitto contro l’umanità caratterizzato da momenti di particolare efferatezza, tra cui la tortura, l’oltraggio preventivo e postumo alle Vittime, il tentativo di occultare le prove del misfatto, la negazione programmata di ogni conforto e delle stesse leggi di guerra.

Si è trattato - giova aggiungerlo - di una condivisione comune a tutti coloro che erano presenti a Bari, sia militari sia civili, ivi compresi diversi familiari dei Caduti, alcuni dei quali erano giunti da comprensori lontani, quali quelli di Marche, Romagna, Sardegna e Toscana, a dimostrazione del fatto che, nonostante lo scorrere irrevocabile degli anni, la memoria storica degli Italiani resta visibilmente prescrittiva, e sempre idonea al perseguimento delle “egregie cose” di poetica ispirazione risorgimentale, e con esse, alla nobile conservazione di una salvifica “eredità d’affetti” destinata a vita eterna.

                                     Carlo Montani - Esule da Fiume

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Recuperati i resti di 27 Caduti di Ossero foto del 2019 da www.difesa.it

Annotazioni

 (1)   - i Caduti del 22 aprile 1945, a parte i “territoriali” della Guardia Nazionale Repubblicana, quasi tutti di nascita locale, erano originari di varie Regioni italiane, a conferma di una diffusa sensibilità patriottica. In particolare, gli appartenenti alla Decima MAS di cui sono conosciuti i luoghi di provenienza, erano nati, nell’ordine, in Emilia, Toscana, Lombardia, Sardegna, Liguria, Marche, Veneto e Svizzera. Per quanto riguarda il grado, in larga maggioranza erano semplici Marinai, con l’eccezione del Comandante e di tre suoi Vice, per un totale di ventidue (Ezio Banfi, Sergio Bedendo, Armando Berti, Emilio Biffi, Augusto Breda, Ettore Broggi, Gaetano Civolani, Ermanno Coppi, Francesco Demuru, Dino Aldo Fantechi, Rino Ferrini, Marino Gessi, Giuseppe Lauro, Salvatore Lusio, Giuseppe Mangolini, Luciano Medri, Aleandro Petrucci, Giuseppe Ricotta, Mario Sartori, Igino Sersanti, Mario Seu, Fabio Venturi). A questi Nomi si devono aggiungere quelli degli appartenenti alle suddette formazioni locali (Domenico Bevin, Francesco Declich, Francesco Menniti, Angelo Passuello, Antonio Poli, Francesco Scrivanich), sia pure con qualche riserva storiografica, come quella concernente Bevin, che avrebbe tentato la fuga, salvo essere intercettato e ucciso poco più tardi.

(2) - Maggiori dettagli circa la prassi delle esecuzioni sommarie perpetrate dagli assassini di Ossero è reperibile nella tesi di laurea di Aurora Carnio, Eccidi della Seconda Guerra mondiale”, parzialmente pubblicata in “Panorama / News”,  Milano 12 luglio 2023. In particolare, l’Autrice, avendo partecipato alle operazioni di analisi delle Spoglie appartenenti ai Caduti del 22 aprile 1945, riferisce che la loro fine non è attribuibile alla semplice fucilazione, perché “circa metà dei militari aveva ricevuto un colpo d’arma da fuoco alla nuca”. Inoltre, “gli aguzzini avevano usato anche una mazza ferrata e un altro corpo contundente per fracassare la testa” delle Vittime, con lesioni craniche di varia natura. Al riguardo, non meno importante è la testimonianza di Francesco Introna, Direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Bari (Ibid.) circa “l’accanimento con la mazza ferrata e la tortura nel totale disprezzo dell’essere umano”: in effetti, si trattava di “prigionieri che dovevano essere trattati come tali”, per cui non ci sono dubbi che, al contrario, sia avvenuto un vero e proprio “crimine di guerra”.

(3) - Conviene ricordare che il 21 aprile, quando il reparto aveva esaurito le munizioni e si vide forzatamente costretto alla resa, il Marinaio Mario Sartori si tolse la vita con l’ultimo colpo di rivoltella per non cadere in mano del nemico. Ecco un gesto che avrebbe assunto un particolare valore morale, indotto dalla triste conoscenza della prassi partigiana di “non prendere prigionieri”. Da questo punto di vista, l’episodio di Ossero, sopraggiunto tre giorni prima della fine ufficiale del conflitto in territorio italiano (25 aprile), assume un valore morale tutto suo, assieme ai tanti che lo avevano preceduto durante la Seconda Guerra mondiale, e in particolare, dall’otto settembre in poi: non è certamente facile decidere in un istante di resistere per la difesa dell’onore, nella tragica consapevolezza di quale sarebbe stata la prevedibile conclusione.

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Cenno bibliografico redazionale – Giorgio Gandola, “I resti degli infoibati dimenticati tornano alle famiglie dopo 80 anni”, «La Verità», 27 dicembre 2024, p. 19.

 

Progetto e testi di Carlo Cesare Montani. Networking di Marco Birin e Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Copertina: Bari, Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, 13 dicembre 2024, Cerimonia di tumulazione dei resti mortali dei Caduti di Ossero (Istria). Collezione Carlo Cesare Montani. Altre fotografie dal web con relative fonti. Lettori: Carlo Cesare Montani, Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti, Sergio Satti, decano dell’ANVGD Udine, Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo) Grazie a Alessandra Casgnola, Web designer e componente del Consiglio Esecutivo dell’ANVGD di Udine.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/


venerdì 9 settembre 2022

Papa Luciani, dalla Vigna del Signore alla Beatificazione del 2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Carlo Cesare Montani, esule di Fiume, dedicato alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo I (in latino: Ioannes Paulus PP. I, nato Albino Luciani; Canale d'Agordo, 17 ottobre 1912 – Città del Vaticano, 28 settembre 1978). A cura di Elio Varutti, per la redazione del blog.

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PAPA LUCIANI: DE MEDIETATE LUNAE (27 AGOSTO - 28 SETTEMBRE 1978) DALLA VIGNA DEL SIGNORE ALLA BEATIFICAZIONE DEL 2022.

IL SANTO PADRE PALADINO DELL’ UMILTA’ NEL SEGNO DELLE VIRTU’ TEOLOGALI: FEDE SPERANZA E CARITA’.

La celebre profezia di otto secoli orsono, che sarebbe stata opera di Malachia, costituisce quasi certamente un falso storico ma conserva un fascino tutto suo, nella misura in cui ha potuto attribuire a oltre cento Papi della Chiesa Romana alcune indicazioni formali di specifici ruoli e vocazioni,, in cui non è difficile riconoscere qualche attinenza sia pure casuale con la realtà storica dei rispettivi pontificati. Si pensi a Pio IX come Crux de Cruce (con ovvio riferimento prioritario alla fine del temporalismo), a Pio XII quale Pastor Angelicus (nel ricordo dell’impegno umanitario durante il secondo conflitto mondiale), a Giovanni XXIII come Pastor et  Nauta (quale riconoscimento di un nuovo ecumenismo collegato ai tanti viaggi) e per l’appunto, a Giovanni Paolo I, nel riferimento alla “Medietate Lunae” quale metafora dei 33 giorni di presenza del Papa Luciani sulla Cattedra di San Pietro, e quindi, per il breve tempo corrispondente al ciclo lunare. 

Oggi, con la beatificazione avvenuta in Piazza San Pietro il 4 settembre 2022 dopo una lunga istruttoria (non a caso si è parlato di procedura senza sconti), le virtù di questo grande Pontefice sono state riconosciute anche sul piano dell’ortodossia ufficiale, a cominciare da quella prioritaria dell’umiltà, praticata sin dagli inizi della vita nella nativa Canale d’Agordo, per proseguire con fede, speranza e carità, basi altrettanto inderogabili della viva esperienza cristiana di Papa Luciani. Non a caso, in ciascuna delle quattro sole udienze generali tenute durante il breve pontificato del 1978, la “lectio magistralis” che i fedeli presenti poterono ascoltare dal Sommo Pontefice avrebbe riguardato progressivamente, a cominciare all’umiltà, proprio quelle quattro virtù, viste come modello di comportamento per il popolo di Dio.

Sono trascorsi quarantaquattro anni dall’improvvisa e sconcertante scomparsa di Papa Albino, avvenuta nella notte del 28 settembre, e non sono mancate congetture fantasiose ma talvolta pervicaci, circa le possibili cause. Sta di fatto che, partendo da Venezia per il Conclave di fine agosto, aveva manifestato la massima tranquillità ritenendo che le preferenze degli Eminentissimi elettori si sarebbero orientate verso altre candidature “eccellenti”. Ebbene, quando lo Spirito Santo dispose altrimenti, facendo convergere sul nome del Patriarca il 91 per cento dei 111 voti,  la sua emozione fu straordinaria, e si protrasse per tutta la “luna” del pontificato, non senza dichiarazioni molto preoccupate per la nuova missione “ecumenica” in luogo di quelle pastorali di Vittorio Veneto o della stessa Venezia. Non a caso, al mattino del 28 settembre, quando ne fu scoperta la repentina scomparsa, fu trovato con un foglio in mano, contenente appunti per la quinta udienza che non ebbe luogo, e che avrebbe dovuto riguardare la virtù della prudenza.

Del resto, ormai da Papa, avrebbe confessato di avere avuto un attimo di perplessità nel momento in cui il “pericolo” dell’elezione al Soglio divenne certezza, ma di averlo superato, sia pure con ovvia e naturalissima emozione, pensando che la volontà del Signore corrisponde a disegni imperscrutabili. Probabilmente, in quello stesso momento gli sarebbe stato di conforto il ricordo della visita pastorale resa a Venezia dal predecessore Paolo VI in data 16 luglio 1972, quando Papa Montini pose la propria stola sulle spalle del Patriarca Luciani con un gesto che parve costituire un’investitura “ante litteram” e che ebbe un primo seguito tangibile nella successiva elevazione al ruolo cardinalizio, sopravvenuta nel marzo 1973.  

Fra le curiosità collaterali si può aggiungere che il Conclave avrebbe visto - caso unico nella storia -la “fumata” inizialmente nera, tanto da far credere che l’elezione non fosse avvenuta, salvo diventare bianca nel breve termine. Era stato semplicemente un errore nell’alimentazione del camino.

Le cause di beatificazione sono sempre lunghe, e quella del “Servo di Dio” Albino Luciani non ha fatto eccezione alla regola, traducendosi in una lunga serie di verifiche e di testimonianze, quasi tutte rese personalmente dagli interessati. In ogni caso, anche nella fattispecie è stata accertata la realtà storica di un miracolo documentato ufficialmente, con riferimento alla vicenda di Candela Giarda, la piccola argentina guarita nell’estate dal 2011 da una grave forma di epilessia maligna che l’aveva portata in punto di morte, e che fu provvidenzialmente sottratta alla morte dall’intervento di Padre Juan José Dabusti, nel momento in cui propose di pregare il Cardinale Luciani, da lui già conosciuto nelle straordinarie virtù pastorali, non senza affermare che a dare questo consiglio era stato lo Spirito Santo. Resta il fatto indubitabile che nel breve volgere di due mesi a Candela fu riconosciuta clinicamente l’avvenuta guarigione, e che nel 2022 ha inviato un video alla cerimonia di beatificazione, quale testimonianza della sua storia.

Attestazioni toccanti sono state rilasciate anche da Suor Margherita Marin e da Suor Vincenza Taffarel della Congregazione di Santa Maria Bambina, le Consorelle che trovarono il Papa defunto alla mattina del 28 settembre, e che ne hanno narrato con grata memoria, anche le attenzioni per il loro lavoro. Tra l’altro, Margherita rammentava che Luciani la esortava a “non avere troppa attenzione nello stirare le camicie” con perdita di tempo prezioso per lavori più importanti: sarebbe stato più che sufficiente farlo per “collo e polsi”.

Il saluto dell’ultima sera ebbe luogo col tradizionale augurio della buona notte e con l’arrivederci all’indomani, accompagnato da un memento di sapore biblico: “Se il Signore vuole ancora”!

Nell’ambito delle testimonianze di famiglia, conviene citare quella di Lina Petri, figlia della sorella Antonia, nel ricordo delle cartoline che lo “Zio” le inviava da Roma durante il breve periodo del pontificato, e soprattutto delle importanti “chiacchierate” su figure di massima rilevanza nella storia della Chiesa, con particolare riguardo a grandi Santi del passato, senza dire degli aiuti che aveva dato e continuava a dare per le persone in difficoltà.

Non trascurava, tra l’altro, di ricordare che in occasione dei funerali di Pier Paolo Pasolini i Vescovi friulani gli avevano chiesto lumi su come comportarsi: ebbene, lui aveva umanamente risposto che tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore e che lo stesso Pasolini, già da adolescente, “era attaccato alla Chiesa, cosa davvero basilare”.

Ecco un esempio di apertura e disponibilità, che peraltro non escludeva una forte intransigenza sulle questioni generali. A quest’ultimo riguardo, conviene rammentare che nel 1974 assunse una posizione notevolmente forte sul referendum istituzionale in materia d’interruzione degli effetti civili del matrimonio, fino al punto di sciogliere la FUCI veneziana, ossia l’Organizzazione degli universitari cattolici, a fronte dell’atteggiamento che aveva assunto in contrapposizione a quello della gerarchia ecclesiastica. A maggior ragione intransigente fu sempre nella difesa dei deboli, con particolare riguardo ai poveri, agli emarginati, ed anche agli operai, in specie di Marghera, prendendo netta posizione contro i licenziamenti, cercando di mediare alacremente, e compiendo parecchi gesti di solidarietà personale, in analogia all’opera che nello stesso periodo andava svolgendo Giorgio La Pira, il celebre “Sindaco Santo” di Firenze.

Per Papa Luciani, con un richiamo che ricorda quasi paradossalmente quello di Gabriele d’Annunzio durante la “Reggenza Italiana” di Fiume (1920), “la proprietà privata non costituisce un diritto incondizionato e assoluto: nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Analogamente, durante la sua Vice Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, promosse la proposta di donare un punto percentuale delle rendite acquisite dalle Chiese ricche, in favore di quelle dei Paesi in via di sviluppo, dove diventava sempre più urgente “riparare il peccato sociale”.

Last but non least, aveva una memoria eccezionale  che gli consentiva di fare frequenti citazioni, sia di testi ecclesiastici sia di fonti laiche, a supporto delle sue esternazioni. Basti pensare, se non altro per la speciale particolarità del suo destino, a quella evangelica e paolina: “Siate pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt. 24-44).

In politica internazionale, era non meno attento alle ragioni della giustizia e al suo permanente impegno contro l’iniquità, sulla falsariga della “Populorum Progressio” di Papa Montini e di un convinto atto volitivo contro qualsiasi conflitto, perché “ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”.  Ecco un’affermazione che conserva sconcertanti valenze di attualità, e che merita l’attenzione comune quale spunto di riflessione permanente, nell’ambito di comuni auspici dell’autentica “pax christiana”.

Nonostante i molteplici impegni, viaggiò proficuamente all’estero: al riguardo, si devono ricordare la presenza in Germania del 1975 per partecipare alla “Giornata del lavoratore italiano” in programma a Mainz, quella in Svizzera del 1976 per incontrare gli emigrati; quella in Brasile del medesimo periodo, anche per la laurea “ad honorem” riconosciutagli a Rio Grande do Sul.

Soprattutto, si deve ricordare la lunga visita pastorale fatta in Burundi (agosto-settembre 1966) nell’ambito delle attenzioni per il Terzo Mondo che sarebbero emerse con forza anche nel Concilio: in tale occasione, fu precursore della prassi di porgere l’Eucarestia in mano (motivata da ragioni igienico-sanitarie) e di celebrare la Santa Messa in lingua locale, che poi sarebbero diventate prassi ordinaria per decisione vaticana.

Le motivazioni della beatificazione hanno visto nell’Amore una sorta di “costante universale”  cui il pensiero e l’azione del Santo Padre Giovanni Paolo I furono incessantemente fedeli per tutta la vita, pur nella sofferta consapevolezza degli effetti che avrebbero potuto indurre in termini di “sacrificio, silenzio, incomprensione, solitudine” ma nella tranquilla consapevolezza di onorare la volontà del Signore. Se non altro per questo, la “lezione” di Papa Luciani si è giustamente tradotta nella determinazione di proclamarne la beatitudine, non solo quale omaggio postumo a straordinarie virtù, ma nello stesso tempo, come chiara indicazione di scelta etica e di comportamenti umani, civili e sociali.

In buona sostanza, il Parroco Luciani, al pari dell’insegnante, del teologo, del Vescovo, del Patriarca, dell’Eminenza e del Papa, fu sempre fedele al lavoro, allo stile sobrio, alla solidale attenzione per gli umili, con una continuità e con una convinzione che ne esaltano il ruolo missionario, e nello stesso tempo indubbiamente maieutico, e ne suffragano “ad abundantiam” il senso prescrittivo, se non anche messianico, dell’ultima beatificazione.

                                    Carlo Cesare Montani

domenica 3 giugno 2018

Governo italiano legastellato 2018 e visite di Stato croate e slovene, di Carlo Montani


In una fase critica della politica italiana ci sono state, a fine maggio 2018, due visite ufficiali di presidenti della Repubblica croata e di quella slovena. Riceviamo e pubblichiamo un vivace ed  attento commento di Carlo Cesare Montani riguardo agli incontri istituzionali di Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana con gli omologhi delle vicine Repubbliche di Slovenia e di Croazia. Forse la verve letteraria di Montani potrà colpire il lettore troppo affezionato al primo cittadino italiano, cui si deve il massimo rispetto, non fosse altro per la ingarbugliata matassa che Mattarella si è trovato a districare fino al 1° giugno 2018, dopo 88 giorni di trattative dei vincitori delle elezioni (Lega e Movimento 5 Stelle), per la nascita del nuovo governo giallo-verde, i ministri del quale hanno giurato il 2 giugno 2018.
Al Collegio “Tommaseo” a Zara nel 1933 – In alto da destra Rossanda da Promontore (Pota), Guglielmo Sattalini da Neresine, Mich, Carlo Allievi da Veglia, Ernesto Bonetti da Trieste, Damianovich, Spiridione Rismondo da Arbe, Leonardo Duro da Zara; al centro Domenico Bunicci, il piccolino, da Cherso; Bruno Raccamarich da Zara, Giovanni Ingravalle da Spalato, Fermeglia da Fianona, De Pasquale, Antonio Cernobori da Promontore, Giuseppe Udina da Veglia, Guerrino Senizza da Spalato, De Polo; seduti Antonio Negovetti da Cherso, Giovanni Magnarin da Veglia, Pacifico Di Nicolò da Cherso, un istitutore sardo, Sebastiano Rismondo da Arbe, Gino Marich da Traù, Marino Coglievina da Cherso. Testo ripreso dal n. 2250 de «L’Arena di Pola» del 24 luglio 1982, pagina 4. Fotografia dell’Archivio dell’ANVGD di Udine

È un dato di fatto che il mondo degli esuli giuliano dalmati sia insoddisfatto del Trattato di Osimo (1975) e delle relazioni diplomatiche tra Italia, Croazia e Slovenia intraprese “senza contropartite” dopo le guerre jugoslave degli anni Novanta del Novecento. È altrettanto vero che vari esponenti dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), come quelli del Comitato Provinciale di Udine, nella persona dell’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, espresse la grande intuizione di aprire il dialogo tra le due sponde dell’Adriatico, tra gli esuli e i rimasti, tra italiani e croati e sloveni. Lo ricorda in questi tempi l’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, che affiancò per decenni Cattalini nella conduzione dell’ANVGD di Udine.
Tale dialogo non è una novità nella storia. Come ha ricordato Gioacchino Boglich Perasti nel suo “Gli Italiani di Dalmazia. Storia di un nazionalismo innocente” (Del Bianco 1964, p 35) è citata l’aspirazione ad una “perfetta fusione, non solo culturale ma anche spirituale, fra le due sponde dell’Adriatico nel Rinascimento”. Si possono presentare altri autori di frontiera favorevoli a tali buoni rapporti fra Dalmazia, Istria e Italia.
«Da qualche anno racconto la storia della mia famiglia, come un simbolo dell’esodo istriano – ha pure detto Franco Fornasaro, con partenti di Pirano e babbo di Veglia e membro del Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine – poi ho conosciuto Fulvio Tomizza, che poco prima di morire, mi disse: Continua tu. Allora bisogna descrivere quel brano di storia d’Italia, dopo il 1945 e penso che il dalmata Cattalini sia stato il cantore dell’esodo, mentre Enzo Bettiza, nato a Spalato, è stato un esponente della comunità multiculturale tipica della Dalmazia e Lucio Toth è stato l’uomo politico che si è battuto con grande vigore per le questioni degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. In conclusione ritengo che Bettiza, Toth e Cattalini siano stati tre grandi dalmati di sentimenti italiani». Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine dal 2017, ha espresso un particolare compiacimento per gli interventi di Satti e di Fornasaro riguardo alle tre figure di italiani di Dalmazia, uomini da ricordare per il loro contributo alla cultura, al dialogo e alla pacificazione.
Passiamo dunque alla lettura del testo di Carlo Montani, che ha voluto intitolare: “Primavera romana. Governo giallo-verde e visite di Stato croato-slovene”. Anche se non tutto sarà condiviso dal lettore, avrà egli occasione di ottimi spunti di riflessione. 
[Elio Varutti, in collaborazione con Girolamo Jacobson]

Tessera n. 494 del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede regionale di Udine, rilasciata a Maria Zonta, esule da Parenzo, il 20 dicembre 1947. Facciate esterne. Archivio dell’ANVGD di Udine
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PRIMAVERA ROMANA. Governo giallo-verde e visite di Stato croato-slovene

La crisi politico-istituzionale che ha interessato l’Italia nello scorso maggio, raggiungendo vertici di straordinario impatto in campo finanziario, per non dire di quello mediatico, ha attenuato, sin quasi ad annullarla, l’attenzione sulle due visite di Stato compiute a Roma in concomitanza con la crisi in parola, a brevissima distanza l’una dall’altra: la prima, dalla Presidente della Repubblica di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović (29 maggio) e la seconda, dal Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor (31 maggio).
Notizie d’Agenzia hanno evidenziato che, date le circostanze, sarebbe stato possibile rinviare queste visite, in modo da poterle programmare in un contesto più agevole, sia per i concomitanti impegni del Quirinale, sia per l’opportunità di accogliere gli ospiti, in presenza di un Governo nel pieno delle sue funzioni. Tale opzione, tutto sommato ragionevole, tanto che gli uffici competenti di Roma, Lubiana e Zagabria avevano già avviato contatti in tal senso, non è andata a buon fine, perché “è stato il Presidente Mattarella ad insistere” onde non ci fosse alcun rinvio.
C’è di più. Lo stesso Presidente della Repubblica Italiana ha sottolineato che “nonostante gli oneri per quanto riguarda la costituzione del nuovo Governo” gli premeva accogliere gli ospiti, spiegando di non aver voluto avvalersi della facoltà di postergare le loro visite “nonostante le circostanze poco favorevoli” che avrebbero consentito alle rispettive diplomazie di concordare nuove date. In conseguenza, gli incontri si sono svolti in un contesto necessariamente affrettato ed in qualche misura distratto: cosa non ottimale sia dal punto di vista dell’accoglienza sia sul piano di un’informazione esauriente al pubblico italiano. Buon vicinato e cooperazione internazionale sono fattori di sviluppo umano e civile ma non si può negare che abbiano più ampie opportunità di espressione costruttiva in un’atmosfera distesa, e soprattutto, non condizionata dalle emergenze.
Fronte e retro della Dichiarazione di opzione per la cittadinanza italiana di Maria Zonta, nata il 25 febbraio 1925, esule da Parenzo, rilasciata al Comune di Udine il 14 settembre 1948. Archivio dell’ANVGD di Udine

È inutile aggiungere che nelle giornate romane di fine maggio non sono mancate le dichiarazioni di “amicizia ed intesa” regolarmente condivise dalle altre cariche dello Stato, con particolare riguardo alle Presidenze delle Camere, e le offerte di “sostegno morale e politico” alla Croazia in coerenza con la consolidata politica italiana verso le Repubbliche ex - jugoslave: ciò, con riferimento alla “volontà croata di aderire al trattato di Schengen” ed alla proclamazione di Fiume come “capitale europea della cultura” nel prossimo 2020. Non sono mancati i riconoscimenti di rito circa il ruolo delle minoranze italiane quale “fattore di multiculturalità” e strumento di un “dialogo che supera i confini” senza dire dei ringraziamenti per la tutela di quelle slave in Italia, ivi compresa la minoranza croata del Molise!
Agli incontri della primavera romana durante la crisi istituzionale ha partecipato anche il Presidente della Comunità Nazionale Italiana d’oltre confine, Furio Radin, preoccupato di rammentare ancora una volta “l’importanza degli aiuti e sostegni finanziari che provengono dall’Italia” e senza i quali non sarebbe possibile perseguire lo “sviluppo delle attività culturali ed editoriali” della minoranza in questione: peccato che la loro gestione sia generalmente avulsa da un ragionevole pluralismo e non prescinda da ricorrenti suggestioni  riduzioniste.
In buona sostanza, le relazioni dell’Italia con gli Stati ex - jugoslavi sono improntate ad una spiccata e disinvolta cordialità che si rinnova da tempo, a partire dall’infausto trattato di Osimo, dai riconoscimenti gratuiti di Croazia e Slovenia dopo lo sfascio della Repubblica federativa, dal disco verde di Roma all’ingresso di Lubiana e Zagabria nella Casa comune europea - ancora una volta senza contropartite - per finire con l’ultimo incontro trilaterale di Kranj dello scorso gennaio, quando il Presidente Mattarella si compiacque di affermare che l’Adriatico è una sorta di autostrada idonea ad avvicinare ulteriormente i popoli delle due sponde, e che i confini non dividono ma uniscono: con ciò, sottintendendo che sono tuttora una realtà giuridica e politica, sebbene a suo tempo si fosse sostenuto che Schengen li aveva cancellati.
Roma, 29 maggio 2018 – Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la presidente della Repubblica di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović , in visita ufficiale in Italia. Fotografia: Presidenza della Repubblica Italiana, Quirinale, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione.

La storia del Novecento, con tutti i suoi orrori, ivi compresi Esodo e Foibe, è stata nuovamente silenziata, assieme a quella di due interi millenni che avevano visto la costante presenza latina e veneta sull’altra costa dell’Amarissimo, ignorando i vecchi auspici di una memoria davvero condivisa.
Sta di fatto che nel 1944, alla vigilia della conquista di Zara da parte delle milizie slavo-comuniste, il poeta croato Vladimir Nazor (1) scrisse che i partigiani avrebbero “spazzato dal terreno le pietre della città nemica per gettarle nel mare profondo dell’oblio” e per far sorgere al suo posto “la nuova Zadar, vedetta del ‘nostro’ Adriatico”. Sta di fatto che in Dalmazia, come a Fiume, in Istria ed a Trieste le Vittime italiane - e non solo - si contarono a decine di migliaia, senza dire che nella gran parte dei casi non ebbero neppure una pietra sepolcrale su cui recitare una preghiera. E sta di fatto, infine, che la Medaglia d’Oro alla città di Zara, a suo tempo conferita dall’Italia, non è stata mai consegnata, restando nel limbo di un’attesa permanente perché il Governo di Roma non ritenne opportuno concretizzare un’iniziativa nobilmente simbolica, ma tale da poter irritare la controparte slava!
In questa ottica è congruo auspicare che il nuovo Governo giallo-verde costituito proprio all’indomani delle visite romane di fine maggio, ed in quanto tale impossibilitato a promuovere qualsivoglia iniziativa circa i rapporti con le Repubbliche di Croazia e Slovenia, voglia approfondire la “complessa vicenda del confine orientale” facendo proprie le attese di cui alla Legge 30 marzo 2004 n. 92, istitutiva di un Ricordo che non ha da essere meramente rituale né tanto meno ripetitivo, ma cosciente, sicura acquisizione di valori non transeunti come quelli espressi da chi - come le Vittime del 1943-1945 e del lungo dopoguerra di sangue - cadde senz’altra colpa, se non quelle di compiere il proprio dovere e di amare la Patria.
È cosa buona e giusta guardare all’avvenire ed ai rinnovati rapporti di amicizia che l’Italia ufficiale non tralascia mai di auspicare, iniziando dalla sua suprema Magistratura, ma è altrettanto necessario onorare, assieme alla storia, i Martiri che si immolarono per l’Italia e per la Bandiera: soltanto attraverso una matura conoscenza critica del passato è possibile fondare valori autentici, esorcizzare le “vie dell’iniquità” e costruire il nostro futuro all’insegna della fede e di un’indomita speranza.
Carlo  Montani, esule da Fiume
                                                                                                                            
Nota
(1) - Vladimir Nazor (1876-1949) è stato un esponente del mondo politico jugoslavo di espressione comunista, impegnato anche nell’ambito istituzionale, tanto da avere ricoperto l’incarico di primo Presidente della Repubblica Popolare di Croazia. La sua opera letteraria è improntata ad una stretta ortodossia marxista, con divagazioni nell’ambito del costume e del folclore. Per il riferimento ai versi citati nel testo, cfr. Marco Pirina - Annamaria D’Antonio, Scomparsi, vol. III, Edizioni Silentes Loquimur,  Pordenone 1994, pag. 293.

Tessera n. 494 del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede regionale di Udine, rilasciata a Maria Zonta, esule da Parenzo, il 20 dicembre 1947. Facciate interne. Archivio dell’ANVGD di Udine

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Sitologia
Servizio di ricerca storica, di Networking e di sitologia a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Girolamo Jacobson.

- Damir Grubiša, “Dall’Italia un sostegno non soltanto morale”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 30 maggio 2018.