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mercoledì 17 gennaio 2024

Giovanni Fio, dalmata di Lesina, esule a Bari, in Trentino e a Udine dopo il 1943

“Se può interessare – ha detto Sergio Marino – racconto una vicenda che vissero mio suocero e mia suocera, italiani fuggiti dalla Dalmazia. Questo fatto me l’ha riferito mio suocero Giovanni Fio, ora deceduto, quando lo accompagnai per la prima volta a Lesina, o Hvar, come si chiama in croato, verso il 1998-1999. Mi ha raccontato che fuggì dalla sua città con la moglie Antonietta Fabris, rifugiandosi a Bari. Abbandonarono tutto, casa e terreni in centro del paese. Riuscì a lavorare subito come cuoco di albergo, poi andò a San Martino di Castrozza (TN), a Tarvisio (UD) presso l’Hotel ‘Lussari’ e infine a Udine nell’Hotel ‘Cristallo’. Noi andammo a Lesina a rivedere i luoghi della loro infanzia, la casa e i terreni. La casa era stata occupata da tre famiglie dell’entroterra. Per quello che so, in tanti anni ha cercato di avere dei rimborsi dallo stato italiano per i danni subiti, ma non ha mai avuto nulla. A Lesina vive ancora suo fratello più giovane che abbracciò la causa di Tito, forse per convenienza – ha concluso Sergio – è un piccolo impresario edile che ha diversi figli emigrati in America”. 

Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico “Jadera” di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine


Giovanni Fio nacque a Lesina il 16 gennaio 1925 e morì a Udine il 2 febbraio 2005. Il suo funerale si celebrò nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Carmine in via Aquileia, assai nota agli esuli giuliano dalmati. Sua moglie Antonietta Fabris nacque il 3 ottobre 1925 e morì a Udine il giorno 11 novembre 2022. Il loro esodo da Lesina risale, probabilmente, al settembre 1943 dato che in seguito all’invasione comunista jugoslava furono interrotti i collegamenti con la Puglia 
Antonietta Fabris raccontò varie volte ai figli e nipoti che la fuga da Lesina fu così precipitosa “da lasciar la pentola de la pastasuta sul fogo”. Poi con una barca si rifugiarono in un’isola vicina, nutrendosi per una settimana di sola uva dalle viti, in mancanza di altro cibo, fino ad avere la possibilità di un’altra imbarcazione diretta in Puglia.

Esodi e fucilazioni – Nel mese di novembre 1918 la gente italiana di Lesina, con bandiere bianco-rosso e verdi e la fanfara aspettarono sulla riva l’arrivo delle navi italiane, ma l’isola fu assegnata al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Diverse famiglie italiane di Lesina, con molte vestigia veneziane, allora dovettero affrontare un primo esodo nel 1920. In seguito a tali spostamenti forzati, gli italiani si riversarono nella vicina Lagosta, unica tra le grandi isole dalmate assegnata al Regno d’Italia dal trattato di Rapallo, oppure a Zara, unica città dalmata annessa al Regno d’Italia, o a Fiume. Nonostante le leggi antitaliane dei nuovi arrivati, nel 1927, si contavano sull’isola 509 italiani, concentrati soprattutto a Lesina città. Dal 1941 al 1943 Lesina fece parte del Governatorato della Dalmazia, pertinenza amministrativa del Regno d’Italia. 

Udine, Hotel Cristallo, piazzale D’Annunzio, cartolina viaggiata 1965


Altri dalmati italiani di Lesina furono costretti ad andar via con l’arrivo dei violenti titini, dopo il 1943, trasferendosi in Puglia o in altre regioni italiane. Non giovarono ai rapporti fra croati e italiani le rappresaglie partigiane, né il comportamento delle truppe italiane, come i reparti delle camicie nere. Il giorno 11 settembre 1943 Guido Rocchi Lusic, di 68 anni, venne prelevato dai titini jugoslavi nella “Casa del Vecchio” e portato, insieme a una bara, nel cimitero di Lesina. Venne arrestata anche la figlia Dora di 24 anni. In piena notte, abbracciati, furono fucilati mentre gridavano: “Viva l’Italia”. Nello stesso cimitero venne fucilato Fortunato Marchi, dopo essersi scavato la fossa, come riportato da Wikipedia, alla voce “Lesina (isola)”.
 L’isola di Lèsina (in croato Hvar, in dialetto locale ciacavo Hvor o For, in greco antico Phàros, Φάρος, in latino Pharia) è la più lunga fra le isole della Dalmazia, situata nel mare Adriatico tra le isole di Brazza, Lissa e Curzola. L’isola, ha 11.077 residenti (dati del 2015), che ne fanno la quarta più popolosa delle isole della Croazia. È una ricca fonte di turismo sin dai primi del Novecento. L’esodo del 1943-1945 portò molti dalmati di Lesina verso la Puglia. Si sa che in terra di Bari c’erano ben otto Centri raccolta profughi. Come ha scritto Nico Lorusso “in terra di Bari i CRP erano otto”, per un totale di oltre due mila posti. Quello di via Napoli fu edificato verso il 1935, quando c’era la guerra d’Etiopia. Con l’arrivo degli alleati angloamericani prese il nome di “Campo Badoglio” e fu destinato a custodire i prigionieri tedeschi. Poi accolse gli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia come si vede dalla tabella n. 1.

Tab. n. 1 – Centri raccolta profughi a Bari e vicinanze 1949-1956

Nome di CRP

Anno

Via o località

N° posti

Piazza San Sabino

1952

Bari vecchia. Dietro la Cattedrale, nello stabile di una caserma della Guardia di Finanza, poi Facoltà di Teologia

146

Santa Chiara

 

Bari vecchia. Qui c’era la direzione dei CRP d Bari. Danneggiato nel 1945 da scoppio nave “Henderson”, poi “Casa del Profugo”. Ora sede dei Beni culturali

270

Positano

 

Bari vecchia. Caserma “Regina Elena”, ex convento di San Francesco alla Scarpa, poi sede Soprintendenza

328

Le Baracche

1952

Via Napoli, ex Campo “Badoglio” per prigionieri tedeschi

420

Lido Massimo a Fesca

1952

Colonia “Ferruccio Barletta”

240

Altamura

1950

 

500

Barletta

1950

ex Caserma “Ettore Fieramosca”

200?

Santeramo in Colle

1950

 

200?

Fonti: N. Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo, Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004. Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web «Barinedita» dal 16 aprile 2015. Testimonianza di Sergio Servi, Bari, del 18.11.2017, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti'. Messaggio in Facebook, del 24 ottobre 2019, nel gruppo “Un Fiume di Fiumani!” di Giancarlo Straub, Castellaneta (TA); permesso di diffusione nel blog del 15 dicembre 2022.

Cartolina viaggiata dell’Hotel “Elisabeth” di Lesina-Hvar, 1912. Editore B. Kovačević. Fotografo P. Ruljančić. Collezione privata

Fonti orali, digitali e ringraziamenti - Sergio Marino, Udine 1950, int. del giorno 11 novembre 2023 e 10 gennaio 2024 a Udine con e-mail del 18 maggio, 10 novembre 2023 e 17 gennaio 2024. Grazie a Sara Marino, figlia di Sergio, per la ricerca genealogica familiare sui suoi nonni dalmati di Lesina. Grazie al professor Guido Rumici, ANVGD di Gorizia, per la collaborazione alla ricerca.  

- Sergio Servi, Parenzo 1939, messaggi in Facebook del 18-20 novembre 2017.

Collezioni private e archivi

- Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine, cartolina del 1918.

Bibliografia

- Nico Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo. Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004.

- Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia, Firenze, Le Lettere, 2007.

- Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web dal 16 aprile 2015.

- Giuseppe Rizzo, “I magnaccioni dei centri”, on-line dal 13 luglio 2017.

- Marzio Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia, 1866-1943, Università di Milano, Facoltà di scienze politiche, anno accademico 1995-1996. Tesi di laurea, relatore prof. Edoardo Bressan, correlatore prof. Maurizio Antonioli.

– E. Varutti, Campo profughi Le Baracche e gli altri CRP di Bari, on line dal 21 novembre 2017 su eliovarutti.blogspot.com

Progetto del professor Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Primo lettore: Sergio Marino. Altri lettori: Emilio Fatovic, Livio Sessa, Bruno Bonetti, Claudio Ausilio, i professori Annalisa Vucusa, Ezio Cragnolini e Elisabetta Marioni. Aderiscono il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’ANVGD di Arezzo.

Ricerche e Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Copertina: Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico “Jadera” di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine. Altre fotografie dalle fonti citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Comunità Italiani di Lesina -Zajednica Talijana Hvar. Foto da Facebook


martedì 14 aprile 2020

L’esodo da Veglia di Celina Maracich, esule in Toscana

Certi esuli preferiscono dimenticare tutto e andare avanti. Lasciano perdere, per non avere rancori, per non riaccendere i dolori e i patimenti subiti, forse perché erano molto giovani durante la seconda guerra mondiale. Mi è sembrato il caso di Celina Maracich Pardi, nata a Veglia nel 1933 ed esule a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI). “Son venuta via da Veglia il 19 marzo 1949, avevo 16 anni – inizia così il racconto della testimone – con me c’erano la mia mamma Maria Fiorentin e il babbo Giovanni Maracich, nati alla fine dell’Ottocento”. La signora Celina è la sorella di Maria Maracich, scappata clandestina nel 1944 con una zia e le cugine, per sfuggire dalle grinfie dei titini e dei nazisti di cui ho già descritto la sua esperienza nel 2016.
La scuola italiana di Veglia nel 1920. Fonte: da Internet

Celina, Mario e Maria Maracich, sono tre fratelli che, con i genitori e parenti vari, fanno parte di quel gruppo di esuli di Veglia (Krk, in croato) definiti “italiani all’estero”, in quanto nati in un’entità statale diversa dall’Italia, anche se molto vicina territorialmente a Fiume e al Regno d’Italia. Bisogna accennare al fatto che, nel mese di aprile 1941, l’Italia di Mussolini, con truppe di altri stati, invade la Jugoslavia, che adotta tale denominazione dal 1929. Gli italiani di Veglia vengono evacuati fino a Verona, per tre settimane. Si tratta di oltre 1.500 individui. Gli optanti alla cittadinanza italiana a Veglia città, nel 1927, sono 1.162. Poi l’isola è annessa all’Italia, fino al 1943, quando arrivano i partigiani di Tito e i nazisti che la riprendono per poco tempo. Oggi fa parte della Croazia.
“Ricordo che si andava a messa nella chiesa di San Quirino, vicino al Duomo – aggiunge Celina Maracich – e la funzione era in italiano; avevamo le scuole italiane e il Consolato italiano in città, poi noi con l’esodo si fa tappa al Centro smistamento profughi di Udine”.
Come mai siete finiti in Toscana? “Mio fratello don Mario Maracich, nato nel 1925, dopo l’esodo studia a Udine, Venezia e poi a Pisa, dove dal 1948 è arcivescovo monsignor Ugo Camozzo, prima vescovo di Fiume – risponde la signora Celina – così, per motivi di famiglia, ci hanno destinato al Centro raccolta profughi  (CRP) di Migliarino Pisano, dove mia sorella Maria si è sposata nel 1950, mentre il mio matrimonio è del 1960 ed a Ripafratta è cominciata un’altra vita. Certo, ho perso tutti gli amici d’infanzia e a Veglia sono ritornata una volta sola nel 1986 con mia sorella, il cognato e il marito”.
Perché siete andati a Ripafratta? “Mons. Camozzo, nel 1951, assegna la parrocchia a mio fratello don Mario Maracich proprio lì – replica la signora – così noi siamo potuti uscire dal CRP di Migliarino Pisano, dato che siamo andati a vivere in canonica. Il babbo si lamentava, perché essendo emigrato negli Stati Uniti d’America, negli anni ’20, aveva guadagnato i soldi per comprarsi la casa a Veglia, poi abbiamo perso tutto. Papà sperava che gli dessero un indennizzo per i beni perduti, ma non ha avuto mai nulla. Don Mario ha vissuto con me per 22 anni ed è deceduto nel 2006, è stato un parroco benvoluto da tutti, perché ricordava proprio il prete di campagna vicino alla sua gente”.
Dove sono oggi i suoi parenti? “Oggi mi ritrovo con una nipote in Australia – conclude Celina Maracich – ed altri parenti in Olanda e in Finlandia; eh già, gli istriani, fiumani e dalmati sono sparsi per il mondo".
Cartolina di Veglia con porta Pisana, ricordo delle Repubbliche marinare: Venezia, Pisa, Amalfi e Genova


Nota storico-geografica. Tante bandiere, un campanile
La basilica romanica di San Quirino, a Veglia (Krk) è appoggiata alla cattedrale, notevole monumento architettonico della città, come ha scritto Zdenko Šenoa, pag. 47. Tale basilica reca dei ricchi ornamenti plastici sulle facciate e frammenti di dipinti murali in stile romanico. La cattedrale, originariamente basilica paleocristiana, è un edificio a tre navate, costruito e ampliato a più riprese. Fabbricata nelle forme attuali all’inizio del XII secolo, ha un campanile eretto tra il XVI e il XVII secolo. Nella navata di sinistra è situata a Cappella dei Frankopani, del XV secolo, con volta gotica a rete. Tra le varie opere notevoli si nota la Deposizione di Cristo di Giovanni Antonio Pordenone nel cappella in fondo alla navata destra. Veglia (Krk) è l’antica Splendidissima civitas Curictarum, che in epoca romana era un abitato con amministrazione municipale. Dal VI secolo è sede vescovile. La dedizione di Veglia a Venezia è del 1481, mentre l’Istria e il Friuli lo fanno nel 1420. Nel 1797, col Trattato di Campoformido, Veglia passa all’Austria come le Isole quarnerine (Cherso e Lussino), per volere di Napoleone. Nel 1805, dopo la cosiddetta terza coalizione contro Napoleone, divenuto imperatore dei francesi il 2 dicembre 1804, l’Austria perde Venezia e Dalmazia (con Veglia) passate al Regno d’Italia, la corona del quale è di Napoleone stesso. Nel 1809 sorge lo stato napoleonico delle Provincie Illiriche dell’Impero francese con Trieste, Pola, Fiume (Isole quarnerine incluse), Zara, Spalato e Ragusa, con capitale Lubiana. Le Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813), comprendono l’Istria, Dalmazia, Ragusa, Cattaro, con ampie presenze di italofoni, assieme a Carinzia (Austria), Carniola (Slovenia) e a una parte della Croazia, con le quali le prime entità, in precedenza, nulla avevano avuto a che fare, secondo Flavio Fiorentin. L’effimero stato franco-imperiale si sgretola nel 1813, con la disfatta di Napoleone, Veglia ripassa all’Austria-Ungheria, che la possiede sino al 1918, al termine della Grande Guerra. Nel 1919 Veglia è occupata dai Legionari di D’Annunzio e, per qualche tempo, fa parte della Reggenza italiana del Carnaro. Poi è parte di un nuovo stato: il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che muta denominazione in Jugoslavia nel 1929. Come già accennato Veglia è occupata e annessa al Regno d’Italia nel 1941 fino al 1943, con l’arrivo dei partigiani di Tito, che l’assegnano alla Jugoslavia. Al discioglimento iugoslavo, nel 1991, Veglia diventa croata.

Le cartoline di Veglia
Oltre che di editori asburgici, molte cartoline illustrate di Veglia, prodotte sin dal 1896, sono opera con tutta probabilità del fotografo Ilario Carposio. Nato a Trento nel 1852, Carposio muore a Fiume nel 1921. Quale fotografo di Fiume, attivo dal 1869, è menzionato nelle raccolte fotografiche del Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume, come sostiene Margita Cvijetinović Starac, curatrice delle collezioni fotografiche del Museo di Fiume. Nel 1869 Carposio fotografa la visita a Fiume dell’Imperatore Francesco Giuseppe e la visita imperiale alla Raffineria del 1891. Esegue dei ritratti a tale Germana Canarich, nel 1889, con dicitura: “Cherso, Fiume” (Arch. Anvgd, UD), dimostrando di avere uno stabilimento fotografico a Cherso, isola vicina a Veglia, nel Golfo del Quarnero.
L'Isola di Veglia, in alto, vicino a Fiume

Fonte orale
Celina Maracich Pardi, Veglia 1933, vive a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI), intervista telefonica di Elio Varutti del 14 aprile 2020. L’autore ringrazia il signor Roberto Loru per la collaborazione ricevuta.

Sitologia e bibliografia

- Flavio Fiorentin, L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018.
- Lauro Giorgolo, “50 anni di sacerdozio di don Mario Maracich, di Veglia”, «Il Dalmata», IV, n. 3, maggio 2000, p. 10.
- Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo (UD), Edizioni Beltramini, 2013.
- Zdenko Šenoa, Litorale jugoslavo. Guida e atlante. Trieste, Lukovo, Cres, Lošinj, Krk, traduz. italiana di Dušanka e Roberto Orlandi, Jugoslavenski Leksikografski Zavod, Zagreb, 1971.
- E. Varutti, Il viaggio di Meri. Esodo da Veglia, 1944, on line dal 21 febbraio 2016.

Musei e Archivi citati
- Archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
- Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume (Croazia).
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

martedì 29 gennaio 2019

Arsia, città mineraria 1936. Prospettive turistiche del Terzo millennio, libro di Racovaz


Grazie alle esaurienti ricerche archivistiche “alla raccolta di notizie per il tramite dei racconti degli abitanti – scrive nella Prefazione al volume presente Glorija Paliska Bolterstein, sindaco del Comune di Raša (Arsia) – alla localizzazione dei vari edifici e contenuti con l’aiuto delle fotografie, all’analisi dell’odierno patrimonio e al faticoso lavoro in situ, è nata quest’opera dedicata principalmente all’illustrazione delle particolarità edilizie di Arsia”.
La copertina del volume

Certo, avrà insistito molto nella scelta editoriale incentrata sugli aspetti edili il fatto che Rinaldo Racovaz è un geometra. È quasi una sua deformazione professionale soffermarsi sulle opere di bonifica, sull’acquedotto, sulla centrale termoelettrica di Vlaska, sulle risorse minerarie dell’area e sulla fondazione della città. La parte più affascinante per i saltafossi (è così che venivano chiamati in Friuli dai coetanei gli studenti e i diplomati geometri) è la seconda metà del testo ricco di tante fotografie. 
Qui vengono descritti la direzione dei lavori, il cantiere, gli edifici residenziali, gli artisti di Arsia, oltre alle caratteristiche morfologiche del nuovo Comune, sorto nel 1937. Ci sono i particolari costruttivi dei pavimenti in piastrelle, delle porte, con tanto di maniglia fotografata a parte, oppure il solaio della famosa chiesa col tetto a forma di vagone minerario rovesciato, in onore dei minatori.
Panorama di Arsia nel 1939

Il volume è perfettamente bilingue: italiano e croato.  Tra gli artisti e i professionisti che lavorano ad Arsia nel 1936-1937 troviamo Ugo Carà pittore, Marcello Mascherini scultore, Gustavo Pulitzer Finali architetto, gli sloveni Zorko Lah e Franjo Kosovel architetti e Eugen Kokot pittore. L’autore riesce a sfatare i dati trionfanti del regime, con documenti alla mano, come le Relazioni mensili, inviate dalla Società ARSA al prefetto Cimoroni sull’andamento dei lavori di edificazione. Secondo il regime ed i giornali del tempo, controllati dal regime, il villaggio di Arsia fu costruito in soli 547 giorni! Ecco la frase sfatata. Arsia fu costruita dal 10 marzo 1936 al 29 ottobre 1940, per un totale sincero di 1.694 giorni ma, come lamenta l’Autore, ancor oggi nei saggi scientifici si continua a propinare la non documentata cifra di 547 giorni di lavoro (p. 282).
Arsia, Case operaie edificate nel 1937. Fotografia archivio Rinaldo Racovaz

Si ricordano le sciagure che colpirono la miniera di Arsia, inclusa una del dopoguerra. La più grave disgrazia avvenne il 28 febbraio 1940, causando la morte di 185 minatori e un centinaio di feriti. La stampa di regime diffuse appena la notizia, ridimensionando l’accaduto. Così scrive l’autore a pag. 7. Si può aggiungere che con lo sfruttamento intensivo della miniera in periodo bellico, a fare le spese di una produzione febbrile e incosciente fu la sicurezza dei lavoratori. Infatti, già prima del disastro del 28 febbraio, ci furono altri incidenti collettivi, di cui due particolarmente gravi nel 1937 e 1939 che causarono, rispettivamente, la morte di 13 e 7 operai (Giorgio Di Giuseppe, “Arsia, una tragedia ancora poco conosciuta”, on-line dal 3 marzo 2015). https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Arsia-una-tragedia-ancora-poco-conosciuta
Piscina di Arsia, 1942; gli impianti sportivi sono il fiore all’occhiello del regime. Si riconosce, in basso a sinistra Gino Stringaro, minatore. Collezione Walter Stringaro, esule da Arsia a Udine

Dopo l’armistizio del 1943, Arsia venne occupata dalla Germania nazista all’interno dell’Adriatische Küstenland, in fase di annessione al Terzo Reich. Nell’aprile del 1945 i nazisti fuggono e arrivano i partigiani di Tito. Costoro destinarono al lavoro forzato i prigionieri tedeschi della Wehrmacht, dato che molti minatori italiani erano fuggiti, sin dal 1944 (come ha raccontato Walter Stringaro), per la paura delle violenze titine; queste ultime parole sono della redazione del blog. 
L’autore si limita a scrivere che “L’esodo del dopoguerra interessò un gran numero di abitanti di questa cittadina che in quel periodo perse anche lo stato di Comune perché incorporata in quello di Albona” (p. 7). Nel 1937 Arsia contava 8.786 abitanti (p. 272).
Facente parte della Repubblica Socialista Iugoslava, nel 1961, ad Arsia vi fu stabilita una colonia di bosniaci che crebbero fino a rappresentare un terzo della popolazione del comune, ma al 2011 sono censiti solo in 190. Mentre la comunità italiana è costituita oggi da una cinquantina di persone, secondo le enciclopedie del web. A causa della crisi e della riforma dell’economia socialista negli anni Sessanta il numero di lavoratori diminuì e si svilupparono nuove attività economiche, che poi subirono dei fallimenti.
Il futuro di Arsia, che conta 3.197 abitanti, in conclusione, sta nel turismo secondo l’autore e secondo il sindaco della città, gemellata con alcuni comuni del Friuli Venezia Giulia.


Piscina di Arsia, 1942; relax di Gino Stringaro, minatore. Collezione Walter Stringaro, esule da Arsia a Udine

I coeditori dell’interessante ed esclusivo volume sono il Comune di Arsia / Općina Raša, la Regione Istriana / Istarska županija e l’Associazione Arsia Art di Arsia / Udruga Arsia Art iz Raše. Per l’editore / za izdavača hanno collaborato: Daniela e Federika Mohorović. È stato redattore e traduttore / urednik i prevoditelj Tullio Vorano. Lettori / lektori risultano Iva Peršić (italiano / talijanski) e Samanta Paronić (croato / hrvatski). L’impaginazione e il design / prijelom i dizajn sono opera di Leo Knapić. La stampa di questo volume è stata agevolata dal consistente contributo finanziario della signora Lia Carli vedova Faraguna di Trieste. Il testo è stato schedato nel catalogo informatico della Biblioteca universitaria di Pola / Pula (Croazia).
La redazione del blog presente ringrazia il signor Walter Stringaro, nato ad Arsia nel 1942 ed esule a Udine, socio ANVGD, per il prestito dell’originale volume sulla sua città natale.

Il libro qui recensito
Rinaldo Racovaz, Arsia, un’opera d’arte d’edilizia moderna / Raša, remek-djelo graditeljstva Moderne, Arsia / Raša, Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi” di Albona / Zajednica Talijana “Giuseppina Martinuzzi” Labin, Consiglio della minoranza italiana della Città di Albona / Vijeće talijanske manijne Grada Labina, 2016, pp. 308, varie fotografie b/n.

ISBN 978-953-97919-7-9
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Approfondimenti nel web
Si può menzionare il libro di Cristina Scala, intitolato  : Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, Portogruaro (VE), [s.e.], 2018, pp. 58.
Come ha scritto, il 31 gennaio 2019, la stessa Cristina Scala in Google, è opportuno ricordare: "l'incidente in miniera del 14 marzo 1948, dove morirono 92 prigionieri tedeschi durante i lavori forzati nel dopoguerra. Infatti non esistono documenti ufficiali, ho solo la lettera originale del 1949 del soldato sopravvissuto che lo testimonia". Il soldato tedesco è il protagonista del volume di Cristina Scala, che si ringrazia per l'approfondimento interessante. 

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Recensione di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

venerdì 21 dicembre 2018

Giuseppe Comand, il testimone delle foibe socio onorario ANVGD


È stata una giornata memorabile ricca di emozioni struggenti. Giuseppe Comand, nato a Latisana il 13 giugno 1920 e noto per essere uno degli ultimi testimoni oculari del recupero delle salme degli italiani infoibati, ha incontrato una delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Udine.
Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, in posa col commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

I suoi racconti hanno impressionato fortemente la dirigenza dell’associazionismo giuliano dalmata che gli ha reso onore. Li riportiamo in queste righe con qualche annotazione aggiuntiva, emersa dalle ricerche sul tema e con la bibliografia.
Guidato da Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, il gruppo di esuli e loro discendenti ha consegnato la tessera onoraria dell’associazione al testimone della tragedia nazionale che si adoperò nella esumazione dei resti dalle voragini carsiche dell’Istria. La sua storia è venuta a galla solo da poco tempo. Dopo aver raccontato la sua devastante esperienza a Fausto Biloslavo su «Il Giornale» del 9 febbraio 2017 e a Lucia Bellaspiga su «L’Avvenire» del 6 gennaio 2018, Comand è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.
Soldato dell’11° Reggimento del Genio di Udine, Comand nel 1941, con altri suoi commilitoni della Compagnia antincendi, era acquartierato a Sussa / Sussak, presso Fiume, allora Italia, oggi Croazia. Dopo l’8 settembre 1943 il suo reggimento riparò a Pola, dove fu disarmato dai tedeschi. “Colpa del generale Roatta che era sparito – si arrabbia Comand – ci siamo trovati in 70 mila militari italiani senza comandi, senza tessere annonarie e senza acqua, così son bastati 300 tedeschi per catturarci tutti quanti e tenerci richiusi in tre caserme, quella di Francesco Giuseppe, quella dei bersaglieri e quella della Marina, poi sono stato aggregato ai pompieri di Pola, come prigioniero senza stellette” (Comand 2018, p. 6).
Certificato di conferimento dell'onorificenza di commendatore a Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Come mai è stato tanto tempo in silenzio e solo da un anno ha parlato delle foibe? “Avevo paura dei comunisti e poi è troppo doloroso per me parlare di queste cose o sentire che c’è chi le nega ancor oggi – risponde Comand – ma mi ha convinto a parlare ai giornalisti la signora Sara Harzarich, nipote del maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, morto esule a Merano nel 1973, che comandava le operazioni di recupero dei cadaveri nelle foibe istriane, era lui il primo a calarsi nella foiba di Vines, profonda 226 metri, da cui ha recuperato 84 cadaveri e io ero addetto al lavaggio delle tute dei pompieri che avevano un odore insopportabile, l’odore dei morti uccisi nella foiba si sentiva fino a quattro chilometri di distanza”.
A guerra finita il maresciallo Harzarich, nel 1945, avendo recuperato oltre 250 corpi putrefatti, scrisse un resoconto del recupero delle salme dalle foibe, allegando delle fotografie per gli anglo-americani, con i riconoscimenti dei cadaveri effettuati dai parenti e dai compaesani.
È vero che il maresciallo Harzarich, calandosi nella foiba di Villa Surani ha trovato per primo il corpo di Norma Cossetto, di Visinada? “Sì, è così – riferisce Comand – era una ragazza seminuda, con la schiena appoggiata ad uno sperone della cavità, con gli occhi aperti a guardare in su, come in una visione celestiale, così disse Harzarich, quella ragazza era stata sequestrata, interrogata, seviziata e stuprata da un branco di diciassette partigiani, poi la gettarono ancor viva nella foiba”.
Giorgio Gorlato, Giusepe Comand, Bruna Zuccolin e Bruno Bonetti con la bandiera dell’ANVGD a casa di Comand. Fotografia Elio Varutti

È mai ritornato in Istria dopo la guerra? “Nel novembre 1943 sono riuscito a tornare a casa – conclude Comand – passando per San Giorgio di Nogaro, poi mi sono sposato con la morosa Modesta, ho avuto due figli e solo nel 2009 sono ritornato a vedere a Fiume il mio posto di accantonamento militare, ma a rivedere le foibe di Vines o di Pisino, no, quella terribile storia mi fa star male ancora”.
La delegazione dell’ANVGD di Udine che, il 7 dicembre 2018, ha fatto visita al commendator Giuseppe Comand, di 98 anni, era composta, oltre che da Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio, dal vice presidente Elio Varutti, dal segretario Bruno Bonetti e da Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria.

Memorie tragiche su Fiume, Sussa e Pisino
Si inizia con un’intervista del 2016. “Mio padre, Arno Dorini lavorava al Macello di Fiume – ha raccontato Chiara Dorini – e nel 1945 quando arrivano i titini in città mio papà e i miei familiari si sono nascosti in una fossa di raccolta dei liquidi di macellazione, così si sono salvati. Mia madre, Silvana Chiesa, si è ricordata per un bel pezzo l’odore nauseabondo del sangue del macello”. Nonostante l’odore ributtante dato dalla macellazione suina, la famiglia Dorini si nasconde e resiste a Fiume fino al marzo del 1946, momento dell’esodo. Come vedremo sul Macello comunale c’è una sconvolgente rivelazione di Giuseppe Comand, riportata qui di seguito.
Il maresciallo dei pompieri di Pola Arnaldo Harzarich, al centro con due suoi pompieri, 1943. Collezione Giuseppe Comand, Latisana

Come già accennato il geniere Giuseppe Comand, nel 1941, viene comandato a Sussa / Sussak, presso Fiume, nel Golfo del Quarnaro. Lì è stato testimone di alcune atrocità perpetrate dai titini, oltre all’uccisione nelle foibe.
“Da Fiume (ora Rijeka), passando il ponte sul fiume Eneo – prosegue Comand nel suo memoriale – girando subito a sinistra, c’era una via lunga, dopo circa duecento metri ci si trovava davanti al cancello di una cartiera e sulla destra, il fabbricato. Su detta via vi era anche un Macello Comunale dove lavoravano una decina circa di macellai, i quali macellavano in buona parte maiali che scaricavano tramite uno scivolo in muratura; venivano poi uccisi con un coltello molto lungo quando erano ancora in piedi liberi ed era una cosa raccapricciante da non vedere, molto impressionante, indimenticabile. Di questi macellai parlerò più avanti, su quanto ebbe a raccontarmi a Pola il carabiniere Venanzio Moscatello”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia dal Memoriale di Giuseppe Comand, citato in bibliografia, p. 17

Detto carabiniere Moscatello è cugino del pittore impresario Nello Moscatello, sposato a una signora Pitacco di Latisana, conoscenti di famiglia dello stesso Comand. A Pola, alcuni giorni dopo l’armistizio, Comand e il carabiniere Moscatello si ritrovano con molto altri militari in disarmo. “Era molto agitato – riporta Comand – mi venne vicino e mi disse: Ti ricordi che il giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre, per due giorni e fino a che non ce ne siamo andati dal posto, si vedeva passare diverse volte al giorno, anzi, per tutto il giorno, il furgone nero della Polizia italiana che era stato requisito o rubato non si sa bene da chi?”. A quel punto Comand risponde annuendo “me lo ricordavo bene, avendo notato che gli venivano aperti i cancelli della cartiera molto velocemente dal portinaio e come, sempre velocemente, il mezzo entrasse nello stabilimento della cartiera che era alla fine della via stessa”.
Sussa, Fiume, 1943. Fotografia del 2009 dal Memoriale di Giuseppe Comand, p. 19. L'autore ha segnato la sede del suo accantonamento militare e la zona della Cartiera della morte, dove i titini eliminavano brutalmente gli italiani

Così il racconto si fa terrificante. “Mi raccontò che di nascosto, entrò nella cartiera ed attento a non farsi notare – scrive Comand in merito alla confessione di Moscatello – una volta dentro, assistette a una cosa impressionante. Devo premettere che nella stessa via che era cieca, in quanto finiva alla cartiera, 200 metri prima c’era il Macello Comunale, come già detto, dove ogni giorno venivano macellati suini a camionate. I macellai, che io vedevo sempre al lavoro, erano circa una decina, vestiti con stivaloni di gomma alti alla coscia ed una falda pure in gomma che li avvolgeva; erano muniti di un lungo coltello appeso alla cintola da una catenella che serviva per ammazzare i maiali. Abituati a questa carneficina, sempre secondo il racconto del carabiniere Moscatello, dal furgone nero, appena entrato in cartiera, facevano scendere le persone che vie erano all’interno e le ammazzavano, facendole a pezzi. Lui presunse che i pezzi poi venissero caricati sul solito carretto dei maiali, per essere trasportati nell’adiacente saponificio, passando per un piccolo ponticello di legno sul fiume Eneo, entrando in territorio italiano. io avevo ben presente il carretto del macello in quanto passava davanti al nostro accantonamento fuori a lato della cartiera: era su due ruote d’auto con due manici, noi tutti sapevano che conteneva gli scarti della lavorazione della macellazione. Moscatello continuò raccontandomi che, inorridito e non potendo fare niente, sempre di nascosto, si ritirò, perché se lo avessero visto di certo avrebbe fatto la stessa fine” (Comand 2018, pp. 7-8).
Tersatto, presso Fiume. Fotografia del 2009 dal Memoriale Comand, p. 20. Si nota lo spazio dell'accantonamento militare del 1943 e la scalinata per Tersatto

Sulla cartiera di Fiume c’è un cenno nel Diario Dalcich, dove si legge: “Fiume, 3 novembre 1944 – Sbucando improvvisamente tra i colli di Santa Caterina e Tersatto, proprio sulla cartiera, alle cinque del pomeriggio quattro – cinque caccia bombardieri americani bombardano il naviglio da guerra tedesco ormeggiato al molo Genova. I cannoni delle navi aprono il fuoco e uno degli aerei si allontana lasciandosi dietro una lunga scia di fumo” (Dalcich 1987, p. 11). Come risulta dal memoriale di Comand, si ha conferma dunque, dalle pagine di Dalcich, che la cartiera si trovava nei pressi di Tersatto. Pure Dalcich come Comand riferiscono di sabotaggi alla ferrovia da parte dei partigiani, di attentati vari, accoltellamenti contro i militari italiani. In particolare Dalcich descrive il clima di crisi alimentare in cui vive la città di Fiume, con la presenza dei bagarini d’oltre ponte a Sussak, attivi nel novembre 1944. Viene descritto bene il borsaro nero Ambrosich, padre di Ive, uno che denuncia ai titini gli italiani da eliminare (Dalcich 1987, p. 12-15).
Comand opera anche a Pisino, dove si trova una foiba gigante. Di recente è stato contattato dal signor Costantino Maracchi, nato a Pisino nel 1945, perché suo padre l’ingegnere Camillo Maracchi, lavorava in Comune e poi coi pompieri. “Sottotenente del Genio, al suo rientro dal fronte – così scrive Comand – e non sapendo nulla del pericolo che lo aspettava a casa, riuscì a salvarsi dalla squadracce comuniste che stavano andando a prenderlo, grazie ad una persona amica che lo avvertì; anch’egli si nascose calandosi nel fognone comunale e risalendo, dopo un breve tragitto, dentro il convento dei Frati”. Costantino Maracchi confermò al Comand che a salvarsi dai titini e dall’eliminazione nella foiba di Pisino, in quel modo rocambolesco fu proprio suo padre, l’ingegnere comunale.
Giuseppe Comand in divisa del Genio, 1941-1943. Dal Memoriale Comand, p. 20

“Mio papà fu poi comandante dei pompieri di Pisino – ha detto il signor Costantino Maracchi intervistato dal sottoscritto – e anche lui operò col maresciallo Harzarich al recupero delle salme di italiani uccisi nelle foibe”. Quando siete venuti via? “Siamo venuti via nel 1947 – ha risposto Maracchi – siamo passati dal Centro smistamento profughi di Udine e poi a Belluno”.
A Pisino Comand scopre che c’era una foiba “molto profonda dove sotto scorreva l’acqua sparendo nelle caverne – aggiunge Comand – il castello faceva da prigione e buona parte delle persone che avevano subito interrogatori sommari, vennero fatte sparire, attraverso un cancello interno, direttamente nella voragine della foiba, inghiottite dalle acque sottostanti” (Comand 2018, p. 11).
Comand ricorda di aver “sentito di altri poveri disgraziati che, dopo esser stati processati dai comunisti slavi, nel castello, vennero legati col filo di ferro vecchio e ruggine, avambraccio con avambraccio l’uno all’altro, stretti fino all’osso con le tenaglie – è la conclusione di Comand – tra le urla tremende questi poveracci (forse con la condanna per essere italiani) durante le notti venivano caricati su una corriera (era famosa e riconoscibile in quanto di colore rosso) e portati nelle località delle foibe, gettati dentro legati a gruppo ancora vivi, perché sembra che sparassero solo al primo per far tirare gli altri dietro. A questo seguiva il buttare dentro nella foiba un cane vivo, ma non so spiegarne il motivo, so solo che lo sentii raccontare dalle persone che ebbe ad incontrare, istriani italiani, ma soprattutto dalle due sorelle che erano incaricate a Pisino, dietro compenso, di farci da mangiare e che mi raccontarono che in famiglia loro avevano avuto purtroppo due fratelli infoibati”.

La gavetta di Giuseppe Comand, spesso vuota perché c'era poco da mangiare, esposta nel suo studio. Fotografia di Elio Varutti

C’è un’opinione contraria rispetto al racconto di Giuseppe Comand riguardo a Pisino. È il parere di Vittorio Pesle; ecco quanto ha sostenuto egli in un’intervista: “è molto difficile che ci siano state delle eliminazioni nella foiba di Pisino – ha precisato Pesle – perché i croati non erano così stupidi da buttare i corpi degli uccisi nella foiba vicino al paese, dato che tale fatto avrebbe provocato la puzza della putrefazione, che si sente a distanza di chilometri”. Vero è che il signor Pesle, esule a Pagnacco (UD), che ha avuto lo zio di 53 anni Francesco Castro, farmacista di Parenzo, ucciso e gettato nella foiba dai titini, riconosce che dal 1943 al 1945 ci fosse una grande confusione in paese, come pure a Trieste, nei quaranta giorni di occupazione titina. Come a dire che poteva succeder di tutto in quei frangenti.
L’uccisione in foiba di Francesco Castro è contenuta nel libro di Flaminio Rocchi ed è avvenuta tra il 20 e il 22 settembre 1943. Gli arrestati dai titini a Parenzo, Villanova e a Torre sono 94. Senza processo, legati col filo di ferro, vengono buttati nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani (Rocchi 1990, p. 532)
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Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020 a Latisana (UD).
Latisana, 7.12.2018 - Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine consegna la tessera onoraria dell’Associazione al commendator Giuseppe Comand. Fotografia Elio Varutti

Fonti orali e del web
Si ringraziano sentitamente le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
- Giuseppe Comand, Latisana (UD) 1920, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana (UD) in presenza della figlia Marialuisa Comand. Giuseppe Comand muore il 2 gennaio 2020.
- Marialuisa Comand, Latisana 1952, int. del 7 dicembre 2018 a Latisana.
- Chiara Dorini, Fiume 1945, int. del 18 dicembre 2016.
- Costantino Maracchi, Pisino 1945, int. del 10 febbraio 2016.
- Vittorio Pesle, Pisino 1928, int. del 21 dicembre 2018. Pesle muore il 16 dicembre 2019 a Udine. 

Fonti originali
- Giuseppe Comand, Memorie 11° Reggimento Genio Udine, Trasferimento alla Compagnia Antincendi a Susak, dattiloscritto, 2018, pp. 21, di cui 6 di fotografie e documenti.
- Torquato Dalcich (alias di Aldo Quattrocchi), Un diario (1944-1945), Larghi stralci tratti da…, Firenze, 1987, testo in PDF nel web.
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Latisana, lo studio del commendator Giuseppe Comand. Fotografia di Elio Varutti

Bibliografia
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990.

Sitologia
- Una parte del presente articolo, con il titolo seguente, è stata pubblicata nel web dal sito friulionline.com

- Serenella Bettin, Fausto Biloslavo, “Quei rastrellamenti partigiani rimasti nascosti per 75 anni”, «Il Giornale», 10 febbraio 2018.



Latisana, una immagine del commendator Giuseppe Comand, 7 dicembre 2018. Fotografia di Elio Varutti
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Ricerca storica di Elio Varutti. Grazie al sito  web friulionline.com  e poi si ringrazia per la collaborazione alle fotografie l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.