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lunedì 22 ottobre 2018

Gita a Parenzo e Antignana, alla festa del prosciutto, con l’ANVGD di Udine


Domenica 21 ottobre 2018 si è svolta una interessante gita sociale per i soci dell'ANVGD di Udine. 
Parenzo 21 ottobre 2018 – Gita sociale dell’ANVGD di Udine, una parte dei soci. Fotografia proprietà di Giorgio Gorlato

In occasione della Festa del Prosciutto Istriano ad Antignana un gruppo di soci ha visitato l’antico borgo istriano e pure la cittadina di Parenzo. Antignana era una piccola città circondata da mura e torri. Oggi è un luogo dal fascino singolare, dove la tradizione e la storia vengono fatte vedere con orgoglio.
Antignana, Festa del prosciutto – Molto apprezzato il prosciutto di Dignano d’Istria, in croato Vodnjan; fino al 1945 Dignano d’Istria; in veneto Dignan. Fotografia di Giorgio Gorlato

La gita è andata bene e si è seguito il programma. Alle ore 8.00 c’è stata la partenza da Udine, presso Teatro Giovanni da Udine (lato parcheggio). L’arrivo previsto ad Antignana era per le ore 10.30 circa. Poi c’è stato il pranzo libero per degustare il buonissimo prosciutto istriano nei vari stand. Nel primo pomeriggio si è partiti per la cittadina di Parenzo, effettuando una visita guidata del centro storico e della Basilica Eufrasiana, uno dei maggiori esempi di arte bizantina nella regione. Proprio per il suo eccezionale valore estetico è stata inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 1997. Nel tardo pomeriggio c’è stato il rientro a Udine in pullman.


Antignana, Festa del prosciutto – Alcuni soci della comitiva dell'ANVGD di Udine in un momento di relax. Fotografia di Bruno Bonetti

Oltre a Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine, erano presenti altri dirigenti come Bruno Bonetti, segretario del sodalizio e Barbara Rossi, delegato amministrativo. 
Tra gli altri partecipanti si sono notati Giorgina Vatta, esule da Pola, Fabiola Modesto Paulon, esule da Fiume, Giorgio e Daria Gorlato, esuli da Dignano d’Istria, con i rispettivi consorti. C’erano anche Odette Tomissich, esule da Fiume e la figlia Marina Bellina. Ci scusiamo se abbiamo dimenticato qualche altro nome. L’evento è stato organizzato dalla ANVGD di Udine e rientra nelle attività sociali del 2018.
Antignana, Festa del prosciutto, 21.10.2018 – Tanta scelta di prosciutti. Qui lo stand di quello dalmata. Fotografia di Giorgio Gorlato


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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, Bruno Bonetti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Nella giornata di sole, guastata anche da un po’ di pioggia, c’è stato un incontro commovente quando la signora Giorgina Vatta partida ha rivisto ed abbracciato i cugini restadi che non vedeva da molto tempo. Fotografia di Giorgio Gorlato

Antignana, scorcio del paese. Fotografia di Giorgio Gorlato

Parenzo - Con le ombrele verte. Fotografia di Bruno Bonetti

martedì 21 novembre 2017

Campo profughi Le Baracche e gli altri CRP di Bari

Propongo alcuni appunti per la storia del Centro raccolta profughi (CRP) di Bari, detto delle “Baracche”, sito in via Napoli e chiuso nel 1956. Ci sono anche alcune mappe per ricordare quel Campo profughi di cui oggi non rimane alcuna traccia, ma al suo posto ci sono invece moderni condomini, come si può notare dalle immagini.
Bari, 26 maggio 1950, la squadra di calcio selezionata tra i Centri Raccolta Profughi giuliano dalmati della zona. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Lo spunto della ricerca è venuto dai messaggi in Facebook di Sergio Servi. Il 18 novembre 2017, nel gruppo “Amici profughi istriani” ha scritto: “Oggi voglio mostrarvi dove era ubicato il campo profughi di via Napoli a Bari, voglio inoltre, sempre se può interessare, mostrarvi una piantina del campo stesso così come io lo ricordo. Ho solo un paio di foto da mostrarvi, in quegli anni le macchine fotografiche erano un lusso per pochi, grazie per l’attenzione”.
Peraltro nel web si ha occasione di leggere che c’erano “insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto” nel sito “Ricordare…”.
Riguardo al Campo di via Napoli, si legge sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998, che era costituito da 14 vecchi capannoni in legno circondati dal filo spinato. Solo due erano i locali in muratura: per i servizi igienici e per la stalla. “L’unica latrina che serve ai profughi ivi ricoverati – prosegue il giornalista – è in uno stato di deplorevole abbandono, per cui detto luogo è assolutamente impraticabile”. Venne dismesso nel 1956 quando i profughi furono spostati al “Villaggio Trieste”, costruito dall’Istituto Autonomo Case Popolari.
La sorte di tali profughi era paradossale, si legge ancora sul giornale citato, ritenuti a torto “stranieri”, furono espulsi dai luoghi in cui erano radicati. Considerati “connazionali”, in realtà vissero da “Displaced Persons” (rifugiati) nel capoluogo pugliese. A volte, parlando con i profughi più anziani, aggiunge la «Gazzetta del Mezzogiorno», si ha la certezza che in quegli anni solo il cappellano e il medico condotto conoscessero i drammi da loro vissuti e le necessità dell’ora.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Ricordi viaggio. Parenzo, Trieste, Udine e Bari, 1949
Ecco il racconto di Sergio Servi quando, nel 1949, lasciò Parenzo con la famiglia per andare nei campi profughi del nord e del sud Italia. “Non ricordo bene il giorno, ma erano i primi di aprile del 1949 – è l’esordio della testimonianza – in casa c’era un gran daffare e un andirivieni di persone. Si incominciava a imballare quelle poche cose che si erano salvate dalle macerie dopo il bombardamento del 25 aprile 1945. C’era inoltre da marchiare ogni masserizia e ogni cassone col numero del passaporto provvisorio che per noi era il n. 14294. Tra le tante persone (tante forse solo per me non abituato a vederne tante in casa), la chiusura del cassoni con le “strasse” si doveva farla in presenza di due Drusi, che controllavano ogni cosa. Messo tutto in una stanza, che poi veniva sigillata, noi ci siamo arrangiati in cucina e sul pianerottolo dormendo per terra. Il mattino del giorno 9 aprile 1949, i Drusi hanno rotto i sigilli e tutte le masserizie sono state portate al porto e caricate su due dei tre pescherecci venuti apposta da Trieste. Visto che il tempo si stava guastando, sono subito ripartiti.
Dislocazione del CRP di via Napoli a Bari. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Il terzo peschereccio era per noi. Nel primo pomeriggio tutti in dogana per il controllo personale e delle borse. A tanti hanno fatto perfino togliere le scarpe, poi tutti a bordo del motopesca. Nel frattempo il mare si era agitato e la partenza fu rinviata. A bordo eravamo in 115 persone. Non si poteva più scendere a terra e non si poteva partire. In fondo al molo Venezia hanno piazzato una mitragliatrice sul relitto mezzo affondato dall’ultimo bombardamento, una mitragliatrice sulla Riva e un’altra su di una imbarcazione all’ancora poco distante. Si doveva stare in 115 persone più tre dell’equipaggio per tutta la notte su di una motopesca di circa quindici metri. Non c’era il bagno. C’era il bugliolo (in marineria è: il secchio). Il capitano o comandante ha cominciato a raccontare de frequenti viaggi che faceva tra le coste istriane e Trieste trasportando profughi. Mi sono addormentato più tardi del solito, ma per gli adulti deve essere stata una notte interminabile.
Appena chiaro, ci hanno dato il permesso di partire e siamo arrivati a Trieste verso mezzogiorno. Per tanti di noi c’era la sistemazione al Silos [un CRP vicino alla stazione]. Per me un posto orrendo. Non ricordo di avere mai visto una lampadina accesa. Uno sgabuzzino senza finestra era la nostra nuova casa. Le latrine erano senza acqua, però per terra era sempre tutto bagnato. La cucina o dove servivano da mangiare era al piano terra in fondo a destra. C’era poca luce e i muri erano anneriti dal tempo. Non ricordo cosa ci dessero da mangiare.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dopo qualche giorno, la partenza da Trieste è stata un sollievo. Finalmente a Udine. Ho dormito in un camerone dove le brande erano sistemate lungo i due muri nel senso della lunghezza. Non le ho contate, ma dovevano essere una trentina su ogni lato, senza divisori, a portata di ogni sguardo. Non ricordo di aver visto o sentito cose strane, dormivo profondamente. Una cosa mi ha particolarmente colpito in quello che forse era un campo militare o caserma: la gran quantità di filo spinato. Dopo molti anni, solo attorno al Campo profughi di Altamura ne ho visto tanto. Dopo otto giorni ci hanno trasferiti a Bari”.
Altre notizie interessanti si possono desumere dalle fotografie che Sergio Servi ha messo a disposizione della presente ricerca. Il 26 maggio del 1950 viene inaugurata la sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Bari con tanto di fanfara, bandiere e gagliardetti. Curioso il fatto che la sede dell’ANVGD sia vicino all’edificio del Campo profughi di Santa Chiara, oggi sede dei Beni Culturali. C’è pure una squadra di calcio a festeggiare l’evento del 1950, costituita con una selezione di calciatori dai vari CRP di Bari. I calciatori hanno la maglietta con lo stemma dell’ANVGD.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

La famiglia Servi da Udine a Bari
“Era il 22 aprile 1949 – ha riferito Sergio Servi – e il treno partito da Udine il giorno prima è arrivato a Bari. Ha portato la famiglia Servi e le altre di Orsera, Cervera, Rovigno, Fasana e di altre località al Campo profughi di Bari. Premetto che siamo partiti da Udine il 21 aprile alle ore 14, dopo che in stazione ci hanno rifocillati con mezza fetta di mortadella e una fetta di pane. Dopo 32 ore di viaggio, arrivati a Bari alle ore 22 circa, ci hanno messo a disposizione una angolo della sala d’aspetto di III classe e il pavimento di granito ci ha fatto da letto.
L’indomani mattina, il 23 aprile 1949, a piedi per quasi due chilometri dalla stazione al CRP di Santa Chiara. Lì c’era la direzione dei campi profughi. Ci hanno consegnato le brande di ferro, i pagliericci, qualche treccia di crine a testa, coperte e altre cose, indicandoci la strada da percorrere. Ci hanno mandati via carichi come somari. Abbiamo percorso oltre due chilometri e mezzo fino alle baracche di via Napoli. La strada era in rifacimento e soffiava un forte vento. Non si poteva neanche tenere aperti gli occhi tanta era la polvere e il terriccio trasportati dal vento.
Finalmente a casa, anzi in baracca. Due nuclei familiari, nove persone in tutto in una baracca di 36 metri quadri, con una porta e una finestra sul retro. C’era da “strefolare” [districare, sciogliere] il crine, riempire i pagliericci, fare alla meglio i letti, darsi una lavata nonché, fatto non trascurabile, provvedere al mangiare. Non ho idea di come gli adulti abbiano fatto. Noi bambini, quel giorno io compievo dieci anni, siamo crollati dal sonno. Potrò invecchiare, ma questo viaggio e questi fatti vissuti li rivivrò per sempre. Di tutto ciò che quel giorno ci hanno dato, questi sono gli unici oggetti che mi sono rimasti. Non sono il Sacro Graal, ma di sicuro hanno visto cadere delle lacrime, quelle dei miei genitori”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Com'era la vita nel Campo profughi delle "Baracche" a Bari?
È ancora Sergio Servi a riferire che “la vita nel campo si svolgeva come potete immaginare. Non c'era niente da fare e non si poteva fare niente, poiché non avevamo niente. Le masserizie e tutto quello che avevamo portato via dall'Istria erano chissà dove. Le baracche erano in condizioni pietose, quasi cadenti. umidità e funghi del legno le avevano danneggiate in più punti. alcune erano puntellate. alla loro manutenzione provvedeva una squadra di operai, anche loro profughi ospiti dei Campi di Santa Chiara e di Regina Elena di Bari. Erano profughi del Dodecaneso. 
Tutte le mattine a piedi la squadra dei manutentori arrivava e si metteva al lavoro molto ma molto lentamente. Stendevano sul tetto della baracca un rotolo di cartone catramato, fermandolo al meglio e poi se ne andavano. Fu così da aprile a fine estate. Sul finire dell'estate con le prime piogge e le coperture non perfette, l'acqua filtrava cadendo sui letti". Fu così che il babbo di Sergio Servi, il fratello e altri adulti sfondarono la porta del deposito manutenzione, presero il materiale e in meno di una giornata completarono il rifacimento del tetto delle baracche più fatiscenti. Era ciò che la squadra di otto operai non era riuscita a fare in quattro mesi. All'indomani gli operai, visto il magazzino con porta sfondata, chiamarono la polizia. La storia si concluse sulle camionette dei questurini, che portarono in Questura gli ingegnosi operai della domenica e dopo un po' di chiarimenti furono tutti rilasciati. Figurarsi cosa hanno provato i figli di quegli operai troppo volontari nel vedersi il papà, il fratello portato via dai questurini. Se lo ricordano ancora.
Documento sull'accoglienza a Bari dei profughi dalmati del primo esodo, quello del 1921-1922

Tutto il Campo profughi delle "Baracche" di Bari era circondato dal filo spinato per una recinzione alta due metri. Al cancello d'entrata, c'era la garrita per la sentinelle. L'ingresso era vietato agli estranei. La corrente elettrica era disponibile solo nelle ore diurne, dalle 7 alle 21. Proibiti i fornelli elettrici, ferri da stiro. Per cucinare veniva usata una fornacella a carbone o a petrolio. Le latrine non erano dotate di acqua di scarico; nel fabbricato dei gabinetti c'erano dei vasi alla turca separati da un muretto di un metro, niente carta igienica. Qualcuno si organizzava alla meglio con un secchiello d'acqua... 
Per lavare i piatti c'era una vasca con due rubinetti. Per la biancheria c'era una vasca lunga e stretta. L'acqua spruzzava da un tubo verso il fondo della vasca, bagnando tutto ciò che c'era intorno. Chi lavava i panni dopo si trovava tutto bagnato. Non c'era la luce elettrica. Se la notte serviva il bagno veniva usata una torcia...

In terra di Bari c’erano 8 CRP
Come ha scritto Nico Lorusso “in terra di Bari i CRP erano otto”, per un totale di oltre due mila posti. Quello di via Napoli fu edificato verso il 1935, quando c’era la guerra d’Etiopia. Con l’arrivo degli alleati angloamericani prese il nome di “Campo Badoglio” e fu destinato a custodire i prigionieri tedeschi.
Scrive ancora Lorusso che il primo CRP era in piazza San Sabino alle spalle della Cattedrale, nello stabile che fino a poco tempo prima fu una caserma della Guardia di Finanza. Ospitò fino a 146 persone, nel 1952, anno dell’ultimo censimento. Di solito i rifugiati erano 120. Si veda, in merito la tabella n. 1.
Sempre a Bari vecchia c’erano altri due campi: quello di Santa Chiara, da 270 posti che fu danneggiato il 9 aprile 1945 dallo scoppio del piroscafo americano “Charles Henderson”. Poi c’era quello “Positano” nella caserma “Regina Elena”, ossia nell’ex convento di San Francesco alla Scarpa, da 328 posti. Il campo più grande era quello delle baracche di via Napoli (l’indirizzo postale era proprio: “via Napoli-Baracche”). Erano delle casette di legno costruite durante la guerra di Etiopia. Dopo l’occupazione alleata presero il nome di “Campo Badoglio” e furono destinate ai prigionieri di guerra tedeschi. Nel 1952, qui, c’erano ancora 420 persone.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

A Fesca c’era l’ultimo campo, nella colonia “Ferruccio Barletta” dove, nel 1952, erano ospitati 240 profughi. Era uno stabile in riva al mare, ex colonia marina dove la vita era impossibile dopo che il mare s’era infiltrato nelle fondamenta e aveva reso malsani gli ambienti.
Nel 1956 finalmente ci furono le case in muratura, tra via Pola e via Mascagni. I campi furono svuotati di quei profughi e il villaggio, composto da 296 mini appartamenti da due vani e accessori, fu presto abitato e denominato “Trieste”. Si celebrava così la piena ammissione all’Italia della città giuliana dopo la guerra, ha spiegato il giornalista Lorusso. Nel  “Villaggio Trieste”, oltre alla parrocchia di Sant’Enrico sorsero anche negozi e un “kafeneion”, un caffè dove si poteva bere, fino agli inizi degli anni Settanta, il caffè alla turca. Secondo Lorusso era un luogo “altro”, da cui i baresi volevano star lontani, anche se trent’anni dopo quel caffè divenne di moda nei pub della movida delle nuove piazze di Bari vecchia.

Tab. n. 1 – Centri raccolta profughi a Bari e vicinanze 1949-1956
Nome di CRP
Anno
Via o località
N° posti
Piazza San Sabino
1952
Bari vecchia. Dietro la Cattedrale, nello stabile di una caserma della Guardia di Finanza, poi Facoltà di Teologia
146
Santa Chiara

Bari vecchia. Qui c’era la direzione dei CRP d Bari. Danneggiato nel 1945 da scoppio nave “Henderson”, poi “Casa del Profugo”. Ora sede dei Beni culturali
270
Positano

Bari vecchia. Caserma “Regina Elena”, ex convento di San Francesco alla Scarpa, poi sede Soprintendenza
328
Le Baracche
1952
Via Napoli, ex Campo “Badoglio” per prigionieri tedeschi
420
Lido Massimo a Fesca
1952
Colonia “Ferruccio Barletta”
240
Altamura
1950

500
Barletta



Santeramo in Colle



Fonti: N. Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo, Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004. Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web «Barinedita» dal 16 aprile 2015. Testimonianza di Sergio Servi, Bari, del 18.11.2017

Il CRP di Santa Chiara indagato dall’Archivio di Stato di Bari
Durante l’anno scolastico 2017-2018 l’Archivio di Stato di Bari (ASBa) ha proposto un’innovativa ricerca cercando di coinvolgere le scuole in un percorso storico documentario riguardo ai profughi giuliano dalmati degli anni 1950-‘56. È molto interessante che simili istituzioni accrescano la loro offerta formativa all’utenza con temi di tale natura. Il titolo del progetto verteva su “La città e la memoria: S. Chiara, Centro Raccolta Profughi di Bari”.

L’obiettivo dell’originale attività didattica è quello di effettuare una ricerca, censimento e selezione delle fonti documentarie in collaborazione con i docenti. È stato messo a disposizione anche un laboratorio di fotoriproduzione, legatoria e restauro. I destinatari sono le scuole di ogni ordine e grado. Si ricorda che l’ASBa è accessibile a persone con disabilità motoria, psico-cognitiva, uditiva e visiva.  Promozione web dell'ASBa.

Le gamelle per mangiare. Dice Sergio Servi che: 
"Il piatto e il pentolino di alluminio facevano parte del corredo che ci è stato dato il giorno del nostro arrivo a Bari". Robe da profughi.

Giorno del Ricordo a Terlizzi 2014
Il 10 febbraio 2014 Ninni Gemmato, sindaco di Terlizzi, provincia di Bari, ha presenziato presso la Biblioteca alla proiezione del documentario ‘L’Esodo’ alle ore 18,30 all’interno della rassegna “La Biblioteca Terlizzi ricorda le vittime delle Foibe”. Nel decennale dell’istituzione del Giorno del Ricordo, si è tenuta la proiezione del documentario ‘Esodo’, a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, corredata dalla Mostra di documenti del Centro Raccolta Profughi di Bari Fesca.
Il documentario, che si compone delle due parti dal titolo ‘La Memoria Negata’ e ‘L’Italia dimenticata’, entrambe per la regia di Nicolò Bongiorno, e che ha riscosso il favore unanime di istituzioni e critica, già nel titolo rimanda all’esodo degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, territori occupati dalle truppe di Tito. Un esodo causato dall’evento noto come eccidio delle Foibe, le insenature carsiche ove trovavano la morte tutti coloro che, durante la seconda Guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, diffidavano dal nuovo governo jugoslavo.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Oltre 20 mia profughi italo-tunisini
Il signor Giuseppe Rizzo, nato in Tunisia nel 1946, è pure lui un profugo italiano. È rientrato in patria nel 1960. Secondo lui, sono circa 20 mila i profughi italo-tunisini rientrati dal dopoguerra. Ecco la sua storia. “Arrivati in Italia noi profughi italiani dalla Tunisia siamo stati ospitati nel Centro raccolta profughi di Bari [non CRP delle Baracche, che chiude nel 1956]. Quando il capo famiglia, una volta individuata la città dove voleva ricostruire il futuro, avesse trovato lavoro e abitazione, allora tornava al CRP a riprendere la famiglia. Ai suoi componenti la direzione del CPR riconosceva una cifra che doveva servire secondo loro come rimborso spese per rimettere in piedi una abitazione per l’acquisto di mobili e vari per ricominciare a vivere”.
“Nel nostro caso – ha ricordato Giuseppe Rizzo – la cifra è stata di cinquantamila lire a componente, erano gli anni sessanta ma cinquantamila lire erano molto pochi per quello che dovevano servire, se considerate che un operaio specializzato prendeva in quegli anni la stessa cifra di paga al mese”.
Riporto ora un solo dato finale riguardo al “CRP di Altamura, in provincia di Bari – come ha raccontato la signora Albina Visintin – so che la gente del posto per dispetto aveva avvelenato l’acqua”.
Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Fonti orali e digitali
- Sergio Servi, Parenzo 1939, messaggi in Facebook del 18-20 novembre 2017
- Albina Alma Visintin vedova Benolich, S. Giovanni di Portole 1936, int. del 27 dicembre 2003.

Collezione privata
- Coll. Sergio Servi, Bari, fotografie, mappe (che si ringrazia per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione). 

Bibliografia e sitologia
- «Gazzetta del Mezzogiorno» del 15 ottobre 1998.
- Nico Lorusso, “Quell’esodo dei mille dall’Egeo. Noi italiani, trattati come stranieri”, «la Repubblica», 17 febbraio 2004.
- Katia Moro, “Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi”, nel web dal 16 aprile 2015.
-  Giuseppe Rizzo, “I magnaccioni dei centri”, on-line dal 13 luglio 2017.

Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Altro Campo profughi per la famiglia Servi: Bagnoli. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

Dislocazione dei CRP a Bari vecchia su immagine odierna. Didascalia in sovrimpressione a cura di Sergio Servi

domenica 1 ottobre 2017

A Parenzo e Pirano sulle orme di Beato Odorico, con l’ANVGD friulana

Ecco un viaggio di devozione, di cultura e di incontro con le Comunità di italiani di Croazia e di Slovenia in dimensione europea. 
Pirano - Pellegrini e gitanti in Duomo

Promossa dalla Commissione Beato Odorico per la canonizzazione e il culto (di Udine e Pordenone) assieme ai Comitati Provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, l’escursione si è svolta sabato 30 settembre 2017.
Chi era questo frate Odorico? Perché fare oggi un pellegrinaggio in Istria (Slovenia e Croazia)  dal Friuli Venezia Giulia (Italia)? Beato Odorico da Pordenone salpò da Venezia nel 1318, poco dopo Marco Polo, in direzione dell’Estremo Oriente. Da Pechino il frate rientrò per obbedienza, poco prima di morire. Spirò a Udine il 14 gennaio 1331 con fama grande di santità e di miracoli. Ben sei di tali fatti, avvenuti nei giorni del santo trapasso, sono documentati a favore di istriani dell’allora Patriarcato di Aquileia. La verità sulle guarigioni, avvenute in seguito alle preghiere per il frate missionario, sono documentate da una commissione di medici e di giuristi inviata appunto dal Patriarca di Aquileia Pagano Della Torre nei mesi di maggio e giugno 1331 nelle città di Isola d’Istria, Pirano e Parenzo.
Volto di pietra a Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Particolare della lunetta all'ingresso della Basilica Eufrasiana di Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Parenzo - Gitanti all'ingresso della Basilica Eufrasiana

Il viaggio del 30 settembre 2017 è stato un successo, visto l’alto numero di partecipanti, suddivisi in tre pullman partiti da Pordenone, Udine e, l’ultimo, da Gorizia e Trieste. Non è stato facile coordinare la gita – o pellegrinaggio – di 163 persone, tra le quali tre frati conventuali di Padova e due suore brasiliane.
Tra i gitanti-pellegrini molti erano familiari, amici e discendenti di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Nel pullman partito da Udine, ad esempio, ben 14 erano i nomi raccolti dalla locale ANVGD (il 22%) su 63 partecipanti. Si capisce allora quanto sia forte il desiderio degli esuli giuliano dalmati di sviluppare e approfondire il legame con le Comunità italiane dei “rimasti” nelle cosiddette terre perse dopo la seconda guerra mondiale, anche nello spirito della fraternità religiosa.
L’ANVGD di Udine nel 1975, quando era presidente l’ingegnere Silvio Cattalini (1927-2017), iniziò a proporre il dialogo con gli italiani delle terre abbandonate, con i “rimasti”. Furono così organizzate delle gite in Istria, annessa da Tito alla Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia nel 1945. Per molti esuli fu la prima volta di ritornare là, dopo la fuga dall’Istria e dalla Dalmazia. Nel 1982, quando i soci a Udine erano 430, la tradizionale gita dell’ANVGD del capoluogo friulano giunse a Zara e Sebenico, passando per Fiume. Le gite nel segno della pacificazione proseguirono negli anni 1980-1990 e dopo le guerre balcaniche (1990-2001), fino al primo decennio del Terzo Millennio. In particolare con le crociere della pace l’ANVGD di Cattalini portò in Istria, in Dalmazia e nel Montenegro gruppi di oltre 250 partecipanti alla volta, organizzando fino a tre crociere all’anno.
Parenzo - Basilica Eufrasiana coi pellegrini friulani e triestini dell'ANVGD
Parenzo. Fotografia di Adina Ruffini

Il pellegrinaggio del 30 settembre 2017 si pone, nel nome di Beato Odorico, in continuità con il Giubileo degli Esuli, celebrato nel 2016 all’Isola di Barbana, nell’anniversario del venerabile Egidio Bullesi di Pola. L’evento poi è inserito nella programmazione della rubrica radiofonica “Esuli” curata da Walter Arzaretti su Radio Voce nel Deserto, emittente cattolica di Pordenone. Tale rubrica, con cadenza quindicinale il martedì, fino al 31 ottobre 2017, sulle frequenze 92.100 MHz, sta mettendo e in onda in undici puntate oltre trenta testimonianze dal mondo dell’esodo giuliano dalmata a settant’anni dal Trattato di pace di Parigi del 1947, che “pei esuli el xe el Diktat”.
La gita-pellegrinaggio ha avuto queste tappe. Arrivati a Parenzo, piccolo itinerario fino alla sede della Comunità degli Italiani, dove c’è stato un gradito momento di convivialità. Qui ha parlato Graziano Musizza, presidente emerito della locale Comunità degli Italiani, per salutare con affetto gli oltre 160 gitanti provenienti dal Friuli Venezia Giulia e per affermare l’importanza degli incontri di dialogo e di amicizia fra gli istriani. 
Musizza ha accennato, con amarezza, alla fuga di circa il 95% degli abitanti di Parenzo alla fine e dopo la seconda guerra mondiale. Musizza ha riferito poi dei 34 bombardamenti alleati subiti dalla città portuale di Parenzo, uno dei quali capitato il 25 aprile 1945.
Da sinistra: Bruna Zuccolin, presidente dell'ANVGD di Udine e Graziano Musizza, presidente onorario della Comunità degli Italiani di Parenzo, nella sede dello stesso organismo

È intervenuta in seguito Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, per portare il saluto dei Comitati Provinciali ANVGD di Gorizia, Pordenone, Udine e dell'Associazione delle Comunità Istriane di Trieste. Anche la Zuccolin ha ribadito il valore degli incontri e del dialogo tra istriani nel segno della pacificazione, secondo lo slogan tanto caro agli italiani d’Istria: “Il nostro mare unisce”.
Il reliquiario di Beato Odorico da Pordenone esposto a Parenzo e a Pirano. Fotografia di Giorgio Gorlato

Alle ore 11 il gruppo di spostò nella Basilica Eufrasiana, per assistere alla Messa celebrata da monsignor Ivan Milovan, vescovo emerito della diocesi di Parenzo-Pola. Erano presenti e concelebravano tra gli altri monsignor Guido Genero, Vicario generale dell’Arcidiocesi di Udine e don Giancarlo Brianti, parroco della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine di Udine, dove si trova il sarcofago di Beato Odorico. Nella Basilica Eufrasiana è stata esposta anche una reliquia di Beato Odorico, portata dal Friuli. Era presente, in prima fila, Loris Peršurić, sindaco di Parenzo.
Al centro dell'altare: il reliquiario di Beato Odorico, portato dal Friuli ed esposto a Parenzo

Poi il gruppo si è trasferito a Pirano per il pranzo di pesce nei ristoranti sulla Riva Nova. Pirano è una stupenda cittadina sul mare, dotata di ben nove musei o contenitori culturali di alto interesse. Nel pomeriggio si è svolta una visita al Duomo, che sorge a picco sul mare. Ha fatto da ottima guida Kristjan Knez, vice presidente della Comunità degli Italiani di Pirano. Presso la Chiesa dei Frati Conventuali, in compagnia di un frate croato e della locale Comunità degli Italiani, si è tenuta la declamazione di quattro miracoli documentati e interceduti dal Beato Odorico a favore di antichi piranesi, con fini letture in italiano dell’attore Tullio Svettini, introdotto da Walter Arzaretti.
Mentre alcuni gitanti rientravano in Friuli Venezia Giulia, un gruppo guidato dai pordenonesi ha fatto una tappa mariana al Santuario di Strugnano, per concludere il giro al duomo di Isola d’Istria, con l’accoglienza della locale Comunità degli Italiani, per il ricordo di un miracolo “odoriciano” avvenuto nel Trecento in quest’altro ameno paese istriano.
Parenzo - Bella accoglienza della locale Comunità degli Italiani ai 163 pellegrini e gitanti giunti dal Friuli Venezia Giulia

Tra gli altri gruppi organizzatori del singolare evento, oltre alla parrocchia del Carmine di Udine, si ricordano quelle “odoriciane” di Pordenone: S. Marco, B-V. delle Grazie, Beato Odorico, Villanova S. Ulderico e Cristo Re. Poi ci sono i Frati conventuali di Padova, il Comitato Beato Marco di Pordenone, le Associazioni Panorama di Pordenone, la Pro-Pordenone, la Radio Voce nel Deserto di Pordenone, i Comitati Provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), l’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e le Comunità degli Italiani di Parenzo, Pirano e Isola d’Istria.
Kristjan Knez, vice presidente della Comunità degli Italiani di Pirano, spiega con fervore le bellezze del Duomo a picco sul mare


Monsignor Ivan Milovan, vescovo emerito della diocesi di Parenzo-Pola, mentre concelebra la Messa il 30.9.2017

Questo è il testo della preghiera odoriciana, di 4 pagine, recitato nelle chiese di Parenzo, Pirano e Isola d'Istria il 30 settembre 2017 da oltre 160 pellegrini giunti dal Friuli Venezia Giulia e dalle Comunità degli Italiani del posto


Rassegna stampa
- OctOdoricusFest”, gli eventi per Odorico da Pordenone, «Messaggero Veneto», Cronaca di Pordenone, 25 settembre 2017.

- Dal sito di friulionline del giorno 8 ottobre 2017: Pellegrinaggio a Parenzo.


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Pirano, Chiesa dei Frati Conventuali, monsignor Guido Genero è il  secondo da destra
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, Girolamo Jacobson e di E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, ove non altrimenti indicato.

Il Duomo di Pirano con i gitanti del Friuli Venezia Giulia