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sabato 31 ottobre 2015

Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943

Frane, vien un momento via con noi, i gà dito”. Inizia così il triste ricordo del padre infoibato per Onorina Mattini, nata a Pinguente nel 1924. “Erano in due – aggiunge la signora Mattini – hanno portato via così mio padre, come in amicizia. Bruti cativi!”. 
Era il 15 settembre 1943. Hanno usato il diminutivo, vezzeggiativo in lingua croata “Frane”, per “Francesco”. Egli era un addetto dell’impianto pompe dell’acquedotto militare di Pinguente. Francesco Mattini, classe 1895, non era una camicia nera. Non era un militare. Era un impiegato civile. Lo hanno ammassato nella scuola del paese, divenuta per l’occasione Narodni Dom (Casa del Popolo), assieme a tanti altri italiani del posto da eliminare. 
Mio papà è stato visto prigioniero dei titini da mio fratello Vittore Mattini, lì in quella scuola – aggiunge Onorina – dove gli ha portato una coperta, dato che le guardie titine lasciavano passare i bambini. Lui gli aveva dato un biglietto da portare alla mamma. Poi è scomparso. Non abbiamo saputo più niente”. 

Acquedotto istriano civile, Pinguente. Santina Merli con i nipoti Luciana e Cesare Tancredi nel 1937.  
Collezione famiglia Tancredi, Udine

Poi c’è la frase detta da molti istriani, stupiti ancor oggi delle uccisioni in foiba. Chi mai si sarebbe immaginato che malmenavano, torturavano, uccidevano e gettavano nelle foibe i loro stessi paesani, i vicini di casa. Fin qui la testimonianza di Onorina Mattini, esule a Udine, da me ascoltata il 30 ottobre 2015.
Francesco Mattini finì con tutti gli altri italiani prelevati e imprigionati, con tutta probabilità nell’Abisso Bertarelli. “Fu infoibato nei giorni tra il 27 e 30 settembre 1943”, come hanno scritto i figli, Onorina e Vittore, il 27 dicembre 2006, in una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, per ricevere dallo stato italiano un riconoscimento pubblico.
Secondo quanto ha scritto Padre Rocchi, che cita a sua volta, una pubblicazione di G. Holzer, del 1946, la foiba Bertarelli, nelle vicinanze del Monte Maggiore, in croato Učka (m. 1.396) custodisce varie salme. “Il numero delle vittime precipitate in questa voragine – è scritto a pag. 27 – ascende a parecchie migliaia”. (F. Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990). La montagna è sita sopra Laurana, centro di soggiorno e balneare del Golfo del Quarnaro.  

Il racconto del 2007
Riporto ora, con qualche aggiornamento, il racconto dei fratelli Onorina e Vittore Mattini, da me intervistati il 15 febbraio e in altre giornate dello stesso mese nel 2007. Tale testo è contenuto nel seguente volume: Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
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C’è un gruppo di persone, native di Pinguente d’Istria – la croata Buzet – oggi residenti a Udine, in Via Casarsa, laterale di Via Cormor Alto, ove restano ampie tracce del Villaggio Giuliano, sorto nel 1950, per accogliere gli sventurati esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Tale gruppo di persone intervistate ha trasmesso al ricercatore un forte sentimento di appartenenza alla loro comunità originaria. Hanno voluto partecipare collettivamente agli incontri per le interviste, per il prestito e la restituzione di fotografie, di documenti personali, di cartoline e manoscritti. Hanno voluto agire come una comunità anche nel momento in cui sono stati chiamati a raccontare la storia personale, con un originale intercalare, che diceva “Se jera tuti in campo”, riferendosi al Centro di Smistamento Profughi di Udine, che accolse oltre centomila esuli dal 1947 al 1960.
Documento di arrivo al Centro Smistamento Profughi di Udine del 19 agosto 1948, passando al valico di Monfalcone due giorni prima, coi timbri del Ministero dell'Interno di Zagabria. Collezione famiglia Mattini, Udine

La vicenda di questi istriani è del tutto particolare, perché essi vissero nelle baracche di Via Gorizia, come diceva la gente, poiché vicine al primo Campo Profughi di Via Gorizia, organizzato in vecchie strutture scolastiche. In realtà la bidonville era in Via Monte Sei Busi. Veniva detto il Villaggio Metallico. “El Vilagjo de Fero”, per gli istriani. Erano una quarantina di prefabbricati di metallo ondulato, usati come casermaggio dagli inglesi fino al 1947. Dopo il loro abbandono, furono utilizzati come Campo Profughi e, poi, come provvisorie abitazioni di istriani, fiumani, dalmati e sfollati in genere, prima di ottenere delle case vivibili. Udine ebbe così quattro Campi Profughi: Via Gorizia, Via Monte Sei Busi, Via Pradamano e S. Gottardo.
I profughi pinguentini transitarono dal Campo Profughi del Silos a Trieste, per passare poi al Centro di Smistamento di Udine, al Villaggio Metallico per cinque anni circa e, infine, al Villaggio Giuliano.
“Se magnava in Via Pradaman nel 1948 – hanno detto Vittore e Onorina Mattini – stavimo soto i bidoni, in te le barache, al Vilagjo de Fero, dito anca Villaggio Metallico e jera anca la ciesa co l’altar, vigniva un frate, vigniva zente de Paderno [frazione a nord, in Comune di Udine] oltre a noi profughi per la messa”.

Udine, Villaggio Metallico, 1952. La Cjesa del Vilagjo de Fero. Da sinistra: Maria Osso, Maria Cerri, Ugo Cerri, Pietro Buttignoni (l'artigliere), Onorina Mattini, Bruno Mambelli, Angelo Totaro (bambino) figlio di Uliana Buttignoni e Maria Buttignoni. Collezione famiglia Mattini, Udine

Quante baracche c’erano al Villagjo de Fero? “Sarà stae una quarantina de barache – hanno aggiunto i fratelli Mattini – jera l’osteria con l’oste Piero, un napoletan guardiacarceri con la moglie de Fiume, dopo jera un negozio de alimentari, jera sfolai anche udinesi, perché i molava la casa, per avere la buona uscita e cussì i viveva in baraca”.
Come fu la partenza dall’Istria? “Gavevo el cuor tanto duro de andar via – ha detto Onorina – ma no torneria più”.
Come mai? “Mio papà el se stà infoibà – ha detto Vittore – el se stà portà via de casa al Narodni Dom… me ricordo che dopo del 2 de otobre, tre giorni prima de l’arivo dei tedeschi, tanti de lori se stai prelevadi e xe sparidi”.
Ricordate altri fatti? “Dopo che se andadi via i tedeschi, che i gà fato saltar l’acquedoto – ha aggiutno Vittore – in piaza jera i croati che i balva el kolo [ballo collettivo da effettuarsi in cerchio].
La chiesa al Villaggio Metallico di Udine, 1956, con don Leandro Comelli

Com’era la vita in Istria dopo la guerra? “A Pinguente nel 1945-1946 i rivava i pacchi dei aiuti angloamericani – hanno detto i fratelli Mattini – e i croati ne li vendeva per tre jugo-lire, la paga de un mese in jugo-lire o in dinari bastava per la stofa de un vestito da far dal sarto. Le scarpe jera impossibile comprarle. Per la carne jera una coda de cento persone. Una volta xe rivada in paese una madria de muche argentine per poder magnar. Xera fame. Tanta polenta e salada [insalata].
Nelle baracche del Vilagjo de Fero c’erano persone di altre nazionalità? “Sì el jera un tedesco – risponde Vittore Mattini – se ciamava Max Jenke, el stva co la famiglia numerosa de Bianca la Bergamasca, se zogav a carte, a ramin, lui el ne gà iudà a far el trasloco con un camion del genio el 23 de genaio del 1953 da la baraca a la casa”.
Gli altri intervistati di Pinguente sono stati: Cesare (1933) e Luciana Tancredi (1935), che assieme ad altri due fratelli loro Norma (1939) e Sergio Tancredi (1945), oltre che a Pinguente (oggi Croazia), vissero a Castelnuovo d’Istria (oggi Slovenia), prima dell’esodo del 1948. Anche Pietro Buttignoni “Piero de Patacela” (1917) fuggì da Pinguente nel 1948 per Udine, dopo essere sfuggito alla strage di Cefalonia, alla campagna di Russia e ad un campo di concentramento nazista. Ho intervistato Buttignoni il 28 febbraio 2007, in compagnia di Vittore Mattini, Cesare e Luciana Tancredi. 
Altre informazioni ho potuto raccogliere da: Eda Flego, Pinguente (1950), intervistata il 31 dicembre 2005, che ha riportato molte impressioni del padre Viecoslav Luigi Flego, Pinguente (1917) e della madre Emma Micolaucich, Pinguente (1921). L’esodo della famiglia Flego è del 1963, quando con l’autogestione di Tito i primi ad essere espulsi dai luoghi di lavoro furono gli italiani.    
Lettera di Francesco Mattini alla moglie, 1943. 
Collezione famiglia Mattini, Udine

Lettera di un infoibato, 1943
Ecco il testo del breve messaggio scritto con un lapis da Francesco Mattini, dopo il 15 settembre 1943, mentre si trovava imprigionato nella Narodni Dom di Pinguente, sorvegliato dai partigiani titini. Accartocciato il messaggio, vergato su un pezzetto di carta geografica (che sul retro riproduce il Governatorato della Dalmazia, annesso all’Italia nel 1941 da Mussolini) fu consegnato al figlio Vittore, che lo recapitò a casa alla mamma Maria Osso. La famiglia non seppe più nulla del prigioniero dei partigiani slavi.

“Maria
ti raccomando
di non prendere
paura, né tu né
i bambini. Qui
siamo in tanti.
Io spero che sarò presto
libero in quanto che
come lo sai, io non
ho nulla sulla
            coscienza
mandami una
coperta.

            Un bacio a

            tutti”.
 Retro della lettera di Francesco Mattini alla moglie, 1943 su una carta geografica con le annessioni territoriali di Mussolini, in rosso. Collezione famiglia Mattini, Udine
 Dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà dei fratelli Onorina e Vittore Mattini, del 27.12.2006, per ricevere dallo stato italiano un riconoscimento pubblico. 
Collezione famiglia Mattini, Udine
 Cartolina di Pinguente, divenuta Buzet, viaggiata il 12 febbraio 1952, all'indirizzo del Villaggio Profughi di Udine
Collezione famiglia Mattini, Udine

 Udine, Vilagjo de Fero, 1952. Da sinistra: Tonin, Uliana Buttignoni, Pio Ceri, Ugo Ceri, Maria Ceri, Cesare Buttignoni (col cappello scuro), la signora Buttignoni, Angelo Totaro, Pietro Buttignoni (col berretto militare), Onorina Mattini, Giovanna Mambelli, Maria Osso, Bruno Mambelli e Vittore Mattini Collezione famiglia Mattini, Udine
Il passaporto provvisorio n. 8897 di Vittore Mattini del 14 luglio 1948, vista l'opzione, timbrato e firmato dal Consolato italiano di Zagabria. Collezione famiglia Mattini, Udine
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.
 

venerdì 6 marzo 2015

Il silenzio degli esuli istriani, 1945-2004

È assai ricorrente il tema del silenzio dei profughi giuliano dalmati. Ciò è dato dalla mancata comunicazione ai discendenti sui fatti storici dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Pure Massimo Gobessi, giornalista Rai di Trieste, condivide tale opinione; lo scrivente è stato da lui intervistato per una trasmissione radio del 10 febbraio 2014.
                    Il Duomo di Dignano d'Istria

Tale autocensura - il silenzio sui fatti dell'esodo giuliano dalmata - in qualche caso è durata fino al 2004, data dell'istituzione del Giorno del Ricordo.
“Noi istriani abbiamo un grande aetto per il nostro territorio – ha detto una intervistata, Anna Maria L., con parenti a Dignano d’Istria e a Pola, dove ha trascorso varie settimane estive negli anni ‘60 – ma ne parliamo poco, c’è tanta dignità e silenzio, preferiamo il duro lavoro e stare zitti”.
Sugli istriani gentili e riservati, c’è la testimonianza pure di Ivana Varutti, che ha vissuto per anni accanto al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano a Udine.
Roberto De Bernardis, esule da Pola, ha riferito su un quotidiano di Trento dell’assoluto silenzio mantenuto da sua madre dopo l’esodo, avvenuto nel 1952. “Poi guardò solo avanti – ha scritto – non sarebbe più tornata, non ne avrebbe più parlato: un silenzio durato sino alla sua morte, nel 1999”.
Certi esuli hanno rielaborato il dolore dell’esilio in tremenda solitudine. Proprio un amico e conoscente di esuli di Fiume, il signor Renato Bianco, di Silea, provincia di Treviso, mi ha confermato il disagio provato dai profughi nel raccontare la propria storia, la propria fuga dalla città del Golfo del Quarnero, in questo caso. Si trattava della famiglia di Decio Tuchtan, esule proprio da Fiume: “Spesso mi accennava alle sue vicissitudini di profugo ha detto Renato Bianco – quasi con un senso di vergogna”. 

1.  No se gà de contar cosse brute ai pici
È stata la signora Elvira Dudech, di Zara a ripetermi varie volte che: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Quindi l’autocensura era motivata dal non far star male le giovani generazioni. Tuttavia i «cuccioli dell’esodo istriano», secondo una indovinata dizione di Roberto Zacchigna, hanno sofferto per altri motivi. Molti discendenti, dopo il Novecento, sono alla ricerca della memoria familiare e del paese d’origine.
«Sono stata al Campo Profughi di Lucca – mi ha scritto Annamaria, classe 1943 – ricordo le lunghe file per ottenere un pasto, i gabinetti in comune, piccole camerate, noi eravamo in cinque, e quando passavano davanti al Campo le signore di Lucca coi loro bambini dicevano: Se non stai buono ti porto lì dentro. Come se fossimo stati delle bestie. Anche se da bambina a scuola mi chiamavano ‘profugaccia’, sono fiera di essere italiana e di aver lottato per esserlo. Ricordo poco per fortuna». Ecco un esempio in cui il ricordare porta alla mente immagini negative di vita vissuta nel Campo Profughi, perciò si preferisce l’oblio e il silenzio dei profughi. 
Campo Profughi di Lucca (piazza del Collegio), 1949. Il cortile del campo. Fotografia Istoreto, Torino

Maria Millia Meneghini raccontava poco del suo esodo da Rovigno. «Aveva paura – ha detto la figlia, Rosalba Meneghini Capoluongo, divenuta conferenziere del Club UNESCO di Udine nelle cerimonia del Giorno del Ricordo – non era trattata bene, si pensi che i miei nonni Anna Sciolis, morta nel 1983 e Domenico Millia, detto Mimi, fabbro a Rovigno, morto nel 1981, furono per una notte al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano a Udine nel 1947 o 1949 e poi li portarono nella cripta del Tempio Ossario a dormir per terra sul marmo».
La città accoglieva gli esuli istriani nei campi profughi, al Villaggio Metallico, nei collegi dei religiosi e, se necessario, sui pavimenti marmorei del Tempio Ossario, che custodisce 25 mila resti di caduti della Grande Guerra. Furono oltre 100 mila ad espatriare verso Udine dal dopoguerra sino agli ani ’60. Poi furono indirizzati negli oltre 109 (secondo padre Rocchi) o 140 Centri di Raccolta Profughi sparsi per l’Italia (secondo Rumici).
Poi c’è la faccenda di considerare gli esuli italiani tutti fascisti. «C’è una certa ritrosia a parlare degli anni 1947-1950 – ha detto l’ingegnere Luigi Paolini, di Canfanaro d’Istria – perché eravamo considerati fascisti, questa era come una patente di vergogna, se penso che in questi anni a Rovigno c’è il 50 per cento di italiani».
Udine - Il Tempio Ossario e il Monumento alla Resistenza, fotografia del 1968-1969

Ricorda poco anche la signora A.B. di Laurana, vicino Fiume. «Mio padre era Italo Angioli – ha raccontato – lavorava nella Forestale e mia madre era Elena Zadcovich, da Castelnuovo d'Istria. Visto ciò che accadeva in Istria nel 1943 (uccisioni nelle foibe) nei primi mesi del 1944 mio padre fece domanda di trasferimento e fu mandato a San Vito al Tagliamento. Io ero bambina e il trasloco fu fatto col camion. Non si passò dal Campo Profughi. I miei parenti Zadcovich sì, dopo il Campo Profughi emigrarono a Melbourne, in Australia, nel 1955. Una mia amica, Grazia Maria Giassi è venuta via da Fiume con la famiglia, perché il padre era stato imprigionato e poi sparì. Anche loro passarono al Campo Profughi».
Molti esuli si rifiutavano di parlare della guerra e dell’esodo coi propri familiari. «Mio padre fece la campagna di Russia e poi l’esodo da Fiume – ha riferito il professore Daniele D’Arrigo, di Udine – non voleva parlare di esodo e di guerra, ricordo che le nonne e le vecchie zie di Fiume dicevano: no sta parlar de cosse brutte come l’esodo, le foibe, la guerra. Noi abbiamo abitato nelle case per gli esuli di Via Fruch a Udine».

Gli studi più recenti degli storici si occupano dell’esodo giuliano dalmata nel quadro delle migrazioni europee tra metà dell’Ottocento e del Novecento, come conseguenza dei conflitti militari nei confronti della popolazione civile. Ad esempio in un volume del 2012, su 502 pagine, alle vicende del confine adriatico orientale italiano sono dedicate 4 pagine e mezza. Vedi: Antonio Ferrara, Niccolò Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 356-361.
Udine - Le case per gli esuli istriani di Via Fruch n. 55, inaugurate nel 1956; c'è chi le chiama il Secondo Villaggio Giuliano. Fotografia di Elio Varutti, 2015

PRESENTAZIONI LIBRI SUI PROFUGHI E TEMI SIMILI 2004-2016
Le conferenze di presentazione dei seguenti volumi o saggi della tematica correlata sono avvenute dal 4 maggio 2004 per mia cura:
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. (esaurito dal 2013). Per questa ricerca ho raccolto 103 testimonianze sull’esodo giuliano dalmata.
- Elio Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine. 1948-1963, “Sot la Nape”, Udine, LX, n. 4, otubar-dicembar 2008, pp. 73-86. Per tale saggio ho sentito altre 7 fonti orali sull’esodo istriano dalmata.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, Istituto Stringher, Udine, 2015. Dal 2008 al 2015 ho effettuato altre 108 interviste.

Nel 2016 (30.06) ho raccolto altre 41 testimonianze, per un totale complessivo di 259 testimonianze o ricordi sull’esodo giuliano dalmata.
Presentazioni libro e comunicazioni tema del libro: regioni coinvolte: Friuli Venezia Giulia, Veneto. Province coinvolte: Udine, Pordenone, Trieste, Venezia.
Comuni coinvolti: Udine, Codroipo, Pordenone, Trieste, Martignacco, Venezia, Moimacco, Cividale del Friuli, Pasian di Prato,  Povoletto, Palmanova, Trieste, Trivignano Udinese, Bibione, San Michele al Tagliamento (VE), Concordia Sagittaria (VE), Cervignano del Friuli, Portogruaro (VE).
Scuole coinvolte: Scuola media I grado “E. Fermi”, Udine. Isis “B. Stringher”, Udine. Iti “A. Malignani”, Udine. Università della Terza Età (UTE), Udine. Istituto “C. Percoto”, Udine. Scuola Media I grado, Povoletto. Istituti “Mattei – Einaudi”, Palmanova.        Liceo scientifico “N. Copernico”, Udine.     Scuola media I grado “P. Valussi”, Udine. Scuola media I grado “Uccellis”, Udine. Università della Terza Età (UTE), Cervignano del Friuli. Istituto Statale d’Istruzione Superiore della Bassa Friulana, Cervignano del Friuli (UD). Scuola media I grado di Martignacco, Udine. Liceo classico “J. Stellini”, Udine.
Istituzioni e Associazioni coinvolte: Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Udine. Società Filologica Friulana (SFF), Udine. Ufficio Scolastico Regionale, Trieste. Biblioteca Civica “V. Joppi”, Udine. Biblioteca Comunale di Codroipo (UD). Biblioteca Comunale di Cividale del Friuli. Museo Etnografico del Friuli, Udine. Rotary Club Udine Nord. Clauiano Mosaics & More, Clauiano di Trivignano Udinese (UD). Lions di Lignano Sabbiadoro (UD), Bibione – San Michele al Tagliamento (VE) e Concordia Sagittaria (VE). Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Trieste. Casa circondariale via Spalato, Udine. Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, Udine. Club UNESCO, Udine. Associazione Insieme con noi, Udine. Genitori in onda, Udine. Associazione Gli Stelliniani, Udine.


Centro smistamento profughi di Udine, 1957. Archivio privato Alma Mussap. Dal sito Internet dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino (Istoreto). Il Centro di Smistamento Profughi di Udine, da cui passarono circa 100 mila profughi istriani, fiumani e dalmati, è citato anche nei documenti dell’Archivio di Stato di Udine (Fondo Prefettura di Udine, Appendice, busta 125). A sinistra la scuola che ha edito il volume nel 2015.


Fonti orali per il presente articolo
Le testimonianze sono state raccolte a Udine con penna, taccuino e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato. Si ringraziano e si ricordano tutti coloro che, intervistati, hanno accettato di raccontare la propria esperienza, anche se tragica e disorientante.
- Annamaria, classe 1943, messaggio in un mio blog del 13 maggio 2008.
- A.B., Laurana, intervista del 5 marzo 2015.
- Renato Bianco, 1951, Silea, provincia di Treviso, e-mail del 10 febbraio 2014.
- Daniele D’Arrigo, 1951, Udine, int. del 10 dicembre 2014.
- Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.
- Anna Maria L., istriana, 1963, Tolmezzo (UD), int. del 15 dicembre 2010

- Luciana Luciani, 1936, Pola, int. del 15 dicembre 2014.
- Rosalba Meneghini Capoluongo, 1951, Udine, int. del 3 dicembre 2011.
- Maria Millia Meneghini (Rovigno 1920 – Udine 2009), int. del 11 maggio 2004.
- Luigi Paolini, Canfanaro d’Istria, int. del giorno 11 giugno 2013.
- Ivana Varutti, 1946, San Vito di Fagagna (UD), int. del 6 settembre 2011.

 Cimeli militari della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Elmetto italiano 1939-1945. Tascapane militare, periodo successivo al 1945, guerra fredda. Borraccia USA 1939-1954, forse appartenuta a un bacolo nero. “I bacoli neri, jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel”. Fonte orale: signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936, intervista di E. Varutti del 15 dicembre 2014, Udine. Si trattava di personale di polizia reclutato su scala locale (Trieste, Pola e l’Istria), oltre che nei paesi e colonie del Regno Unito, alle dipendenze degli alleati angloamericani, attivi a Pola, 1945-1947, e nel Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. Gavetta di un alpino di Codroipo 1939-1945, con coperchio antecedente. È il contenitore in alluminio più grande. Gavetta del fante italiano G.G. di Percoto, 1939-1945. Il fante, con una punta metallica ha inciso il suo itinerario di guerra: “Perocotto, Udine, Ivrea, Bari, Durazzo, Scutari, Podgoriza, Nichsic, Slavnich, Lubiana, Carlovach, Finito”. Collezione privata Udine. Bustina partigiana, detta "titovka" di un appartenente al IX Corpus di Tito dell’Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione della Jugoslavia, ucciso in un Campo di concentramento nazista. Nome del partigiano: Luigi Barbarino Mationawa, Resia 14.08.1914 – Flossenbürg, Kersbruch  11.03.1945. Collezione Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino, Resia (Resia 1915-Udine 2008). Gruppo di studio sull’Ultimo Risorgimento, classe 4 ^ C Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Viale Monsignore Giuseppe Nogara, 33100 Udine, Italia.

Fonti edite
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Stringher, Udine, 2015.
- Elena Commessatti, Villaggio Metallico e altre storie a Udine, città dell'accoglienza, «Messaggero Veneto», 30 gennaio 2011, pag. 4. Ora in: E. Comessatti, Udine Genius Loci, Udine, Forum, 2013, pp. 98-101.
- Roberto De Bernardis, Quel triste addio alle colline dell’Istria, «L’Adige» 18 febbraio 2008.
- Antonio Ferrara, Niccolò Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 356-361.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
- Guido Rumici, Catalogo della mostra fotografica sul Giorno del Ricordo, Roma, ANVGD, 2009.
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. (esaurito dal 2013).
- Elio Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine. 1948-1963, “Sot la Nape”, Udine, LX, n. 4, otubar-dicembar 2008, pp. 73-86.
- Annalisa Vukusa, Sradicamenti, Fagagna (UD), Tipografia Graphis, 2001.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.