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mercoledì 7 novembre 2018

Udine, ricordo dei defunti giuliano dalmati e delle vittime delle foibe con l’ANVGD


Francesca Laudicina, assessore al Bilancio del Comune di Udine, ha portato la corona d’alloro alla commemorazione dei caduti giuliano dalmati, svolta il 3 novembre 2018 al Cimitero di San Vito a Udine. La professoressa Laudicina, che ha il babbo Alfio esule da Pola, era accompagnata da Elio Varutti, vice presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Udine, corteo al Cimitero di S. Vito, 3 novembre 2018 – Annalisa Vucusa al labaro, l’assessore Francesca Laudicina e il vice presidente ANVGD di Udine Elio Varutti con la corona d’alloro. Fotografia di Bruno Bonetti

Il labaro dell’ANVGD di Udine era sorretto da Annalisa Vucusa, cugina dell’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara e presidente della stessa ANVGD di Udine dal 1972 al 2017, anno della sua morte.
Il mesto corteo, dalla chiesa del Cimitero al Monumento ai caduti giuliano dalmati, del 1990, posto all’ingresso principale dello stesso camposanto, si è fermato davanti all’opera di Nino Gortan. Qui don Tarcisio Bordignon ha benedetto le corone d’alloro e ha condotto la recita della preghiera dell’Infoibato, composta nel 1959 da monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria. Era già stata deposta, in precedenza, una corona d’alloro del Comune di Udine.
Cimitero di Udine, 3.11.2018 - Preghiera dell'Infoibato, composta da mons. Santin nel 1959. Fotografia di Bruno Bonetti

La scultura monumentale, del 1990, oltre alla targa commemorativa contiene un bassorilievo dello scultore istriano Gortan, nato a Pinguente, che rappresenta, in modo stilizzato, due persone che tenendosi per mano vengono precipitati in una foiba. Secondo un’altra interpretazione si tratterebbe, invece, di un adulto e un bambino che salutano prima di partire per l’esilio. Potrebbero essere “quei andadi”, oppure “quei restadi”.
La prima cerimonia è stata una Santa Messa, alle ore 10,30 in onore delle vittime delle foibe e dei defunti dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, presso la chiesa del Cimitero di San Vito in Udine, viale Firenze. Il celebrante, don Tarcisio Bordignon, parroco di San Pio X dal 1966 al 2014, che è stato molto vicino al mondo degli esuli giuliano dalmati, ha ricordato tutti i defunti esuli. Si accenna al fatto che nella stessa parrocchia esisteva il Centro di smistamento profughi (Csp) di Via Pradamano. “Era il più grosso d’Italia”, secondo l’ingegnere Silvio Cattalini. Dal Csp friulano transitarono oltre centomila italiani dell’esodo giuliano dalmata in fuga dalle loro terre a causa delle prepotenze jugoslave, tra il dopoguerra e il 1960, quando chiuse i battenti.
Udine, 3.11.2018, la santa messa nella chiesa del Cimitero. Fotografia di Giorgio Gorlato

Udine, 3.11.2018, la preghiera dell'Infoibato davanti al Monumento ai caduti giuliano dalmati nel Cimitero. Fotografia di Giorgio Gorlato

La cerimonia in Chiesa
Prima della cerimonia religiosa, don Tarcisio ha dato la parola a Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, essendo assente per motivi familiari Bruna Zuccolin presidente dello stesso sodalizio.
“Oggi vogliamo ricordare tutti i defunti esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia – ha detto Varutti – con particolare riferimento ai sette caduti della fossa comune di Castua, eliminati nel 1945, presso Fiume e tumulati proprio a Udine presso il Tempio Ossario, il 20 ottobre 2018. Ricordiamo le oltre mille vittime della foiba dell’Isola di Zuri, presso Sebenico, uccisi nel 1943. I resti umani di queste foibe sono stati scoperti ed esumati dalle autorità croate nel 2018. Vogliamo rimembrare poi l’uccisione nella foiba di Villa Surani di Norma Cossetto, commemorando il 75° anniversario della morte della giovane studentessa, barbaramente violentata e uccisa il 5 ottobre 1943, dai partigiani titini”.
C’è stato, infine, un motivo contingente per ricordare le vittime delle foibe. “È un onore per noi oggi ricordare Giusto e Mario Chersi, da Parenzo uccisi poco dopo l’8 settembre 1943 e gettati nella foiba di Vines, vicino ad Albona in Istria – ha concluso Varutti – È presente qui tra noi la professoressa Francesca Laudicina, assessore al bilancio del Comune di Udine, in rappresentanza della Civica Amministrazione, ella è nipote di nonno Giusto Chersi”.
Le preghiere sacre, nel corso della funzione religiosa sono state lette da Sergio Satti, esule da Pola nonché decano dell’ANVGD di Udine, oltre che componente dell’attuale Consiglio Esecutivo del sodalizio.
Varutti legge il comunicato ANVGD, vicino a Don Tarcisio Bordignon e a Sergio Satti. Fotografia di Giorgio Gorlato

Prima dell’evento la dirigenza dell’ANVGD di Udine, tramite alcuni esuli dalmati, ha ricevuto il gradevole saluto da parte della signora Franca Balliana, vedova dell’avvocato Pietro Serrentino, figlio di Vincenzo Serrentino, ultimo prefetto di Zara, fucilato a 47 anni nella seconda guerra mondiale dai partigiani jugoslavi. La signora Balliana, che vive a Jesolo (VE), ha inteso inviare i suoi ringraziamenti all’ANVGD di Udine per tutta l’attività svolta a favore dei temi dell’esodo giuliano dalmata soprattutto nel web.
All’incontro era presente, tra gli altri, Giovanni Adami, presidente della Federazione Italiana Pallacanestro Friuli, assieme alla madre Sandra Drioli, esule da Isola d’Istria. Si comunica, infine che la manifestazione dell’ANVGD di Udine del 3 novembre 2018 ha avuto il saluto ufficiale della Prefettura di Udine, le cui autorità erano impegnate nelle contemporanee celebrazioni patriottiche, in piazza Libertà, per il centenario dell’ingresso delle truppe italiane a Udine per la liberazione dal giogo austro-tedesco che vessava il Friuli dal 1917, dopo la rotta di Caporetto. 
Nella chiesa del Cimitero, tra i tanti soci ANVGD, c’erano i fratelli Vittore (1929) e Onorina Mattini (1924), esuli da Pinguente; il loro babbo Francesco fu ucciso dopo l'8 settembre 1943 e gettato nell’abisso Bertarelli (m. 365 di profondità), nelle vicinanze del Monte Maggiore, in croato Učka (m. 1.396). C’erano Fabiola Modesto Paulon (1928), esule da Fium, oltre ai fratelli Giorgio e Daria Gorlato, da Dignano d’Istria, il cui padre Giovanni, notaio “fu preso dai titini nel maggio 1945 e mai più rivisto, poi ci hanno detto che è stato gettato in una foiba”.
Udine, corteo al Cimitero di S. Vito, 3 novembre 2018 – Annalisa Vucusa al labaro, l’assessore Francesca Laudicina e il vice presidente ANVGD di Udine Elio Varutti con la corona d’alloro. Fotografia di Fulvio Pregnolato

Cenni bibliografici e sitologici
Elio Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine: ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007, Udine,  Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Udine, 2007 (esaurito).

E. Varutti, La foiba di Mario e Giusto da Parenzo, 1943, on-line dal 27 aprile 2015.

E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web, dal 2018:
Cimitero di Udine, 3.11.2018, benedizione di don Tarcisio Bordignon, classe 1930. Fotografia di Fulvio Pregnolato

Fotografia di Fulvio Pregnolato

Fotografia di Fulvio Pregnolato
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, Bruno Bonetti, E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Chiesa del cimitero di Udine, poco prima della santa messa, 3 novembre 2018. Fotografia di E. Varutti

sabato 31 ottobre 2015

Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943

Frane, vien un momento via con noi, i gà dito”. Inizia così il triste ricordo del padre infoibato per Onorina Mattini, nata a Pinguente nel 1924. “Erano in due – aggiunge la signora Mattini – hanno portato via così mio padre, come in amicizia. Bruti cativi!”. 
Era il 15 settembre 1943. Hanno usato il diminutivo, vezzeggiativo in lingua croata “Frane”, per “Francesco”. Egli era un addetto dell’impianto pompe dell’acquedotto militare di Pinguente. Francesco Mattini, classe 1895, non era una camicia nera. Non era un militare. Era un impiegato civile. Lo hanno ammassato nella scuola del paese, divenuta per l’occasione Narodni Dom (Casa del Popolo), assieme a tanti altri italiani del posto da eliminare. 
Mio papà è stato visto prigioniero dei titini da mio fratello Vittore Mattini, lì in quella scuola – aggiunge Onorina – dove gli ha portato una coperta, dato che le guardie titine lasciavano passare i bambini. Lui gli aveva dato un biglietto da portare alla mamma. Poi è scomparso. Non abbiamo saputo più niente”. 

Acquedotto istriano civile, Pinguente. Santina Merli con i nipoti Luciana e Cesare Tancredi nel 1937.  
Collezione famiglia Tancredi, Udine

Poi c’è la frase detta da molti istriani, stupiti ancor oggi delle uccisioni in foiba. Chi mai si sarebbe immaginato che malmenavano, torturavano, uccidevano e gettavano nelle foibe i loro stessi paesani, i vicini di casa. Fin qui la testimonianza di Onorina Mattini, esule a Udine, da me ascoltata il 30 ottobre 2015.
Francesco Mattini finì con tutti gli altri italiani prelevati e imprigionati, con tutta probabilità nell’Abisso Bertarelli. “Fu infoibato nei giorni tra il 27 e 30 settembre 1943”, come hanno scritto i figli, Onorina e Vittore, il 27 dicembre 2006, in una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, per ricevere dallo stato italiano un riconoscimento pubblico.
Secondo quanto ha scritto Padre Rocchi, che cita a sua volta, una pubblicazione di G. Holzer, del 1946, la foiba Bertarelli, nelle vicinanze del Monte Maggiore, in croato Učka (m. 1.396) custodisce varie salme. “Il numero delle vittime precipitate in questa voragine – è scritto a pag. 27 – ascende a parecchie migliaia”. (F. Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990). La montagna è sita sopra Laurana, centro di soggiorno e balneare del Golfo del Quarnaro.  

Il racconto del 2007
Riporto ora, con qualche aggiornamento, il racconto dei fratelli Onorina e Vittore Mattini, da me intervistati il 15 febbraio e in altre giornate dello stesso mese nel 2007. Tale testo è contenuto nel seguente volume: Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
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C’è un gruppo di persone, native di Pinguente d’Istria – la croata Buzet – oggi residenti a Udine, in Via Casarsa, laterale di Via Cormor Alto, ove restano ampie tracce del Villaggio Giuliano, sorto nel 1950, per accogliere gli sventurati esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Tale gruppo di persone intervistate ha trasmesso al ricercatore un forte sentimento di appartenenza alla loro comunità originaria. Hanno voluto partecipare collettivamente agli incontri per le interviste, per il prestito e la restituzione di fotografie, di documenti personali, di cartoline e manoscritti. Hanno voluto agire come una comunità anche nel momento in cui sono stati chiamati a raccontare la storia personale, con un originale intercalare, che diceva “Se jera tuti in campo”, riferendosi al Centro di Smistamento Profughi di Udine, che accolse oltre centomila esuli dal 1947 al 1960.
Documento di arrivo al Centro Smistamento Profughi di Udine del 19 agosto 1948, passando al valico di Monfalcone due giorni prima, coi timbri del Ministero dell'Interno di Zagabria. Collezione famiglia Mattini, Udine

La vicenda di questi istriani è del tutto particolare, perché essi vissero nelle baracche di Via Gorizia, come diceva la gente, poiché vicine al primo Campo Profughi di Via Gorizia, organizzato in vecchie strutture scolastiche. In realtà la bidonville era in Via Monte Sei Busi. Veniva detto il Villaggio Metallico. “El Vilagjo de Fero”, per gli istriani. Erano una quarantina di prefabbricati di metallo ondulato, usati come casermaggio dagli inglesi fino al 1947. Dopo il loro abbandono, furono utilizzati come Campo Profughi e, poi, come provvisorie abitazioni di istriani, fiumani, dalmati e sfollati in genere, prima di ottenere delle case vivibili. Udine ebbe così quattro Campi Profughi: Via Gorizia, Via Monte Sei Busi, Via Pradamano e S. Gottardo.
I profughi pinguentini transitarono dal Campo Profughi del Silos a Trieste, per passare poi al Centro di Smistamento di Udine, al Villaggio Metallico per cinque anni circa e, infine, al Villaggio Giuliano.
“Se magnava in Via Pradaman nel 1948 – hanno detto Vittore e Onorina Mattini – stavimo soto i bidoni, in te le barache, al Vilagjo de Fero, dito anca Villaggio Metallico e jera anca la ciesa co l’altar, vigniva un frate, vigniva zente de Paderno [frazione a nord, in Comune di Udine] oltre a noi profughi per la messa”.

Udine, Villaggio Metallico, 1952. La Cjesa del Vilagjo de Fero. Da sinistra: Maria Osso, Maria Cerri, Ugo Cerri, Pietro Buttignoni (l'artigliere), Onorina Mattini, Bruno Mambelli, Angelo Totaro (bambino) figlio di Uliana Buttignoni e Maria Buttignoni. Collezione famiglia Mattini, Udine

Quante baracche c’erano al Villagjo de Fero? “Sarà stae una quarantina de barache – hanno aggiunto i fratelli Mattini – jera l’osteria con l’oste Piero, un napoletan guardiacarceri con la moglie de Fiume, dopo jera un negozio de alimentari, jera sfolai anche udinesi, perché i molava la casa, per avere la buona uscita e cussì i viveva in baraca”.
Come fu la partenza dall’Istria? “Gavevo el cuor tanto duro de andar via – ha detto Onorina – ma no torneria più”.
Come mai? “Mio papà el se stà infoibà – ha detto Vittore – el se stà portà via de casa al Narodni Dom… me ricordo che dopo del 2 de otobre, tre giorni prima de l’arivo dei tedeschi, tanti de lori se stai prelevadi e xe sparidi”.
Ricordate altri fatti? “Dopo che se andadi via i tedeschi, che i gà fato saltar l’acquedoto – ha aggiutno Vittore – in piaza jera i croati che i balva el kolo [ballo collettivo da effettuarsi in cerchio].
La chiesa al Villaggio Metallico di Udine, 1956, con don Leandro Comelli

Com’era la vita in Istria dopo la guerra? “A Pinguente nel 1945-1946 i rivava i pacchi dei aiuti angloamericani – hanno detto i fratelli Mattini – e i croati ne li vendeva per tre jugo-lire, la paga de un mese in jugo-lire o in dinari bastava per la stofa de un vestito da far dal sarto. Le scarpe jera impossibile comprarle. Per la carne jera una coda de cento persone. Una volta xe rivada in paese una madria de muche argentine per poder magnar. Xera fame. Tanta polenta e salada [insalata].
Nelle baracche del Vilagjo de Fero c’erano persone di altre nazionalità? “Sì el jera un tedesco – risponde Vittore Mattini – se ciamava Max Jenke, el stva co la famiglia numerosa de Bianca la Bergamasca, se zogav a carte, a ramin, lui el ne gà iudà a far el trasloco con un camion del genio el 23 de genaio del 1953 da la baraca a la casa”.
Gli altri intervistati di Pinguente sono stati: Cesare (1933) e Luciana Tancredi (1935), che assieme ad altri due fratelli loro Norma (1939) e Sergio Tancredi (1945), oltre che a Pinguente (oggi Croazia), vissero a Castelnuovo d’Istria (oggi Slovenia), prima dell’esodo del 1948. Anche Pietro Buttignoni “Piero de Patacela” (1917) fuggì da Pinguente nel 1948 per Udine, dopo essere sfuggito alla strage di Cefalonia, alla campagna di Russia e ad un campo di concentramento nazista. Ho intervistato Buttignoni il 28 febbraio 2007, in compagnia di Vittore Mattini, Cesare e Luciana Tancredi. 
Altre informazioni ho potuto raccogliere da: Eda Flego, Pinguente (1950), intervistata il 31 dicembre 2005, che ha riportato molte impressioni del padre Viecoslav Luigi Flego, Pinguente (1917) e della madre Emma Micolaucich, Pinguente (1921). L’esodo della famiglia Flego è del 1963, quando con l’autogestione di Tito i primi ad essere espulsi dai luoghi di lavoro furono gli italiani.    
Lettera di Francesco Mattini alla moglie, 1943. 
Collezione famiglia Mattini, Udine

Lettera di un infoibato, 1943
Ecco il testo del breve messaggio scritto con un lapis da Francesco Mattini, dopo il 15 settembre 1943, mentre si trovava imprigionato nella Narodni Dom di Pinguente, sorvegliato dai partigiani titini. Accartocciato il messaggio, vergato su un pezzetto di carta geografica (che sul retro riproduce il Governatorato della Dalmazia, annesso all’Italia nel 1941 da Mussolini) fu consegnato al figlio Vittore, che lo recapitò a casa alla mamma Maria Osso. La famiglia non seppe più nulla del prigioniero dei partigiani slavi.

“Maria
ti raccomando
di non prendere
paura, né tu né
i bambini. Qui
siamo in tanti.
Io spero che sarò presto
libero in quanto che
come lo sai, io non
ho nulla sulla
            coscienza
mandami una
coperta.

            Un bacio a

            tutti”.
 Retro della lettera di Francesco Mattini alla moglie, 1943 su una carta geografica con le annessioni territoriali di Mussolini, in rosso. Collezione famiglia Mattini, Udine
 Dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà dei fratelli Onorina e Vittore Mattini, del 27.12.2006, per ricevere dallo stato italiano un riconoscimento pubblico. 
Collezione famiglia Mattini, Udine
 Cartolina di Pinguente, divenuta Buzet, viaggiata il 12 febbraio 1952, all'indirizzo del Villaggio Profughi di Udine
Collezione famiglia Mattini, Udine

 Udine, Vilagjo de Fero, 1952. Da sinistra: Tonin, Uliana Buttignoni, Pio Ceri, Ugo Ceri, Maria Ceri, Cesare Buttignoni (col cappello scuro), la signora Buttignoni, Angelo Totaro, Pietro Buttignoni (col berretto militare), Onorina Mattini, Giovanna Mambelli, Maria Osso, Bruno Mambelli e Vittore Mattini Collezione famiglia Mattini, Udine
Il passaporto provvisorio n. 8897 di Vittore Mattini del 14 luglio 1948, vista l'opzione, timbrato e firmato dal Consolato italiano di Zagabria. Collezione famiglia Mattini, Udine
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.