Visualizzazione post con etichetta Ferrara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ferrara. Mostra tutti i post

sabato 22 febbraio 2020

Oscar Busatti, bersagliere ucciso nella caverna a Tolmino dai titini, 1945

“È preso prigioniero assieme ad altri italiani dai titini il 5 maggio 1945 un mio parente, il tenente dei bersaglieri Oscar Busatti, nato a Ferrara il 6 o 7 febbraio 1918, reggente di Tolmino, come si diceva in famiglia, ma non abbiamo trovato fonti in merito”. Comincia così il racconto di Giordana Marzullo alla fine del Giorno del Ricordo 2020 in una scuola udinese, mentre gli oltre 200 attenti studenti delle classi quinte dell’Istituto alberghiero, commerciale e turistico della città, accompagnati dai rispettivi professori, se ne vanno dall’Auditorium a fare ricreazione.
Le notizie sono scarne. Tolmino era in provincia di Gorizia, oggi è Tolmin, un paesino della Slovenia. Si sa che questi militari italiani vengono rinchiusi in una grotta dai titini, che poi fanno saltare l’ingresso con l’esplosivo. “Mi piacerebbe capire di più di quel massacro – ha aggiunto la professoressa Marzullo – per ricordare la morte di mio zio, neanche trentenne”. Signora, ricorda qualcosa d’altro?
“Era tenente comandante della V Compagnia Bersaglieri volontari di stanza a Tolmino, IV reggimento – prosegue la testimonianza – ci hanno detto che fu arrestato (o è caduto in un tranello?) alla fine di aprile, forse il giorno 29, del 1945 a Santa Lucia; non si hanno più notizie dal 5 maggio, giorno in cui fu, quindi, probabilmente giustiziato, io sapevo infoibato, ma da una pagina Facebook ho appreso, invece, della sua possibile morte in una grotta fatta saltare”. È disponibile a diffondere queste notizie riguardo a questo suo pro-zio?
“Non è un mio zio – ha concluso Giordana Marzullo – ma un cugino diretto di mio nonno che è stato cresciuto insieme ad Oscar dalla di lui famiglia; sono felice che finalmente questa parte della storia della mia famiglia venga alla luce”.
Da altre fonti si sa che Oscar Busatti, figlio di Mario, nato a Ferrara il 6 febbraio 1918, ivi residente, è un tenente del Reggimento Volontari Bersaglieri “L. Manara”, del I Battaglione  “B. Mussolini”. La sua data di dispersione è fissata al 31 maggio 1945 a Santa Lucia d’Isonzo (GO). Santa Lucia d’Isonzo (in sloveno: Most na Soči) è una frazione del comune sloveno di Tolmino. Tali dati sono contenuti nell’Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet. Il nome di “Oscar Busatti, comandante della 5^ Compagnia” compare tra gli uccisi dai titini anche nel libro di Gianni Barral, del 2007, a pag. 135.
Il tenente Oscar Busatti è citato anche nell’Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, pubblicato nel web a cura di Gian Paolo Bertelli, nel 2012. Detto studioso scrive che Busatti viene “fucilato il 31.5.1945 a Santa Lucia” (Bertelli, pag. 17, vedi: Sitologia). In altre pagine dello studio di Bertelli è segnato che “Il tenente Busatti venne arrestato nei pressi di Gorizia a S. Lucia, portato nei pressi di una caverna a Tolmino e lì ucciso, era il 31/5/1945, la guerra era finita da oltre un mese. Secondo fonti di archivio i ‘giustiziati’ insieme a Busatti sono 79, furono chiamati per nome ad uno ad uno e quindi uccisi, l’entrata della caverna fu fatta saltare, nella stessa sarebbero inumati 40 cadaveri, gli altri 39 sarebbero stati sepolti in una fossa comune nei pressi”. Il 24/7/1950 viene redatto l’atto di morte, che riporta testualmente (Bertelli, 75) :

“Dichiara che il giorno 31 del mese di maggio dell’anno millenovecento quarantacinque è deceduto in Tolmino alle ore non accertate in età di anni ventisette il Busatti Oscar appartenente alla 5^ cp Btr Bersaglieri nato il 6/2/1918 a Ferrara residente a Ferrara figlio di – e di – celibe. Il suddetto Busatti Oscar è morto in seguito a fucilazione da parte dei Partigiani di Tito ed è stato sepolto non si conosce”.

Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1949. Collez. Barbarino

Gorica je naša
È noto che l’occupazione di Gorizia da parte dei miliziani di Tito, assistiti da consiglieri sovietici, durò 40 giorni, durante i quali furono arrestati centinaia di italiani. Gli artificieri iugoslavi fecero persino saltare i ponti sull’Isonzo, rallentando così l’arrivo delle truppe alleate, per procedere meglio alla caccia degli italiani, innalzando i cartelli "Gorica je naša" (Gorizia è nostra). 
Esiste un elenco di 651 civili e militari arrestati a Gorizia e deportati dai titini fra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 che, pur necessitando di aggiornamenti, rappresenta il teatro delle eliminazioni al confine orientale. In ogni pattuglia titina aggirantesi per la città con tanto di elenco, durante la cattura, partecipa pure un partigiano garibaldino italiano, per individuare meglio i potenziali prigionieri (Scomparsi Da Gorizia, pag. 18; vedi in Bibliografia).Vero è che, dai lager iugoslavi e dal carcere della polizia segreta di Tito a Lubiana, qualcuno riuscì a saltar fuori vivo. A raccontare il fatto ai discendenti, nonostante il divieto a farlo che fu costretto a firmare a Lubiana, nel 1946, dagli ufficiali dei servizi segreti titini, prima di uscire dalla galera slava, è stato il sopravvissuto Giuseppe Baucon (in sloveno: Josip Bavcon), detto Pepi, di nazionalità slovena e cittadinanza italiana, arrestato a Gorizia (Negro e Scotti).
Pochi altri imprigionati dai titini sono ricomparsi malconci in seguito, mentre altri nomi sono stati aggiunti alla lista dei deportati e scomparsi di Gorizia tanto che, nel 2019, essi ammonterebbero a 665 casi. Secondo l’elenco delle displaced persons prodotto dagli Alleati nel 1947, gli scomparsi a Gorizia furono 1.100, di cui 759 civili e 341 militari. Gli impiegati vennero licenziati in blocco e riammessi al lavoro solo firmando una dichiarazione di aderire agli ideali del Partito comunista iugoslavo. Commercianti e contadini vennero costretti a consegnare i raccolti, i prodotti alimentari e le merci in cambio di vaghe parole compilate su foglietti volanti senza intestazione o timbri ufficiali degli occupanti slavi (Messina, 133-135).
I 40 giorni di occupazione e di efferatezze titine a Gorizia e a Trieste, documentate in letteratura da certi autori sin dal dopoguerra (Venanzi, 152) allarmarono l’opinione pubblica occidentale. Il generale inglese Alexander ebbe a dire: “L’azione di Tito ricorda troppo da vicino quelle di Hitler, Mussolini e del Giappone. Noi abbiamo combattuto questa guerra per impedire queste azioni”. Churchill ne parlò persino a Londra alla Camera dei Comuni, intimando a Tito di ritirarsi da Gorizia, da Trieste e da Pola (Toth, 309).
Pochi autori, tuttavia, spiegano che i titini, oltre ad occupare Fiume, Pola, Trieste e Gorizia, ancor prima di andare a Lubiana e Zagabria, sono giunti sino a Monfalcone, Romans d’Isonzo, Aquileia e Cervignano del Friuli, nella Bassa friulana. Una jeep di artificieri iugoslavi fu vista da partigiani della Osoppo sulle rive del Tagliamento, vicino ad un ponte. Come ha scritto Mara Grazia Ziberna, “il periodo dell’occupazione titina, dal 2 maggio al 12 giugno 1945, vide la costituzione nella Venezia Giulia dello Slovensko Primorje, cioè il Litorale Sloveno, che aveva come capoluogo Trieste e comprendeva anche il circondari di Gorizia, diviso in sedici distretti e composto anche dai comuni di Cividale del Friuli, Tarvisio e Tarcento [della provincia di Udine], considerati slavofoni” (Ziberna, 83).
Di recente si è saputo che alcuni civili italiani se ne sono andati via da Tolmino nel 1944-1945, senza patire gravi conseguenze da parte dei miliziani di Tito, come ha riferito il signor Paolo Negro, riguardo all’esodo della sua famiglia guidata dal babbo Agostino Negro, valente fotografo della valle. Egli lavorò a Tolmino, dal 1928 al 1945, facendo vari scatti per immortalare non solo l’ameno paese di montagna, ma anche le Alpi Giulie, come il Montenero, Monte Colovrat, Monte Scherbina e Monte Stol, sopra Caporetto, ovvero Kobarid, in sloveno e Cjaurêt, in lingua friulana.
Agostino Negro, Tolmino - Primavera, 1934. "Edizione Riservata A. Negro - Libreria Cartoleria - Tolmino". Collez. E. Varutti

Eliminazioni a guerra finita
Succede alla fine della seconda guerra mondiale, come si legge in un messaggio in Facebook, del 5 maggio 2012, nel gruppo La voce irredentista: “78 bersaglieri, 9 ufficiali, 20 sottufficiali e 49 altri soldati, senza alcun processo, vengono prelevati” dai titini presso Tolmino. I prigionieri vengono divisi in due gruppi.  “Il primo gruppo, più numeroso, viene fatto entrare in una caverna alla quale poi è stata fatta saltare l’apertura con l’esplosivo. Gli altri sono stati fucilati e fatti cadere in una fossa comune”.
Un’altra fonte è più precisa. Francesca-Paola Montagni Marchiori, sempre in Facebook, nel 2012, scrive che “questi sono i bersaglieri del battaglione Mussolini che difesero Gorizia fino al 30 aprile 1945 e poi furono fatti prigionieri dai titini. Rinchiusi a Tolmino furono massacrati senza processo da prigionieri. Dal 1° maggio in poi ne furono uccisi in modo orribile più di 100, i superstiti finirono al campo di Borovnica, dove continuarono a morire e ad essere torturati. La lista di 156 nomi è parte integrante della legge sulle Foibe che ordina la ricerca delle loro salme. Questo è il lavoro che faccio io all’interno dell’associazione d’arma. È stato fatto un accordo bilaterale italo-sloveno con una Commissione interparlamentare per il loro recupero, ma…”.
Claudio Pristavec, il 2 novembre 2019, ha scritto in Facebook, nel gruppo “Semo triestini e po bon” altre notizie sull’evento tragico degli italiani di Tolmino. “Chissà se qualcuno tirerà fuori la storia della caverna del monte Kozlov rob (Pan di Zucchero), alla periferia di Tolmino, nella quale nei primi giorni del maggio 1945 i partigiani titini chiusero 80 Bersaglieri e poi fecero saltare l’ingresso. Nonostante l’attivo interessamento dei loro famigliari ed una certa disponibilità degli sloveni, i loro resti sono ancora là dentro. Da parte italiana quasi ogni anno cambiava il dirigente della Onorcaduti o cambiava il Console italiano di Capodistria e bisognava ricominciare di nuovo con tutte le pratiche. Sono passati 64 anni e sono ancora là!”

Manifestazioni slave e italiane di Gorizia 1945-1946
Sin dall’estate 1945 i partigiani col fazzoletto verde Primo Cresta, Bruno Cocianni e Candido Grassi “Verdi”, comandante generale della divisione partigiana “Osoppo”, formarono a Gorizia un gruppo di giovani per “rincuorare la cittadinanza sbandata e impaurita” dall’occupazione e dalle vessazioni titine. Al gruppo collaborò la sezione alpini di Udine. Tale gruppo prese il nome di Battaglione “Gorizia” al comando del tenente colonnello Luigi Corsini. Per merito loro, il 28 marzo 1946, ci fu a Gorizia una grande manifestazione italiana, in risposta all’analoga sfilata di persone con bandiere iugoslave, con la gente portata coi camion dall’entroterra slavo, dato che la Commissione alleata per la definizione dei confini si era spostata da Parigi nella Venezia Giulia (Cresta, 134-145).
Il bersagliere Oscar Busatti fotografato a Ferrara. Collez. Marzullo
--
Fonti orali e del web
Giordana Marzullo, Udine 1966, intervista di E. Varutti a Udine del giorno 11 febbraio 2020 e messaggi e-mail del 20 febbraio 2020 all’Autore.
Francesca-Paola Montagni Marchiori, messaggio in Facebook del 5 maggio 2012 nel gruppo La voce irredentista.
Claudio Pristavec, messaggio in Facebook del 2 novembre 2019, nel gruppo Semo triestini e po bon.

Collezioni private
- Lucillo Barbarino, Resia (UD), cartolina.
- Giordana Marzullo, Udine, fotografia.
- dell'Autore, Udine, cartoline.

Cartografia
Tolmino, F.o 26, Istituto Geografico Militare (Igm), 1956.

Riferimenti bibliografici
- Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, Gorizia, 1980.
Gianni Barral, Borovnica ’45 al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, Milano, Paoline, II edizione, 2007.
- Primo Cresta, Un partigiano dell’Osoppo al confine orientale, Udine, Del Bianco, 1969.
- Dino Messina, Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana, Milano, Solferino RCS Mediagroup, 2019.
- Andrea Negro, Josip Bavcon. Storia dell’uomo sopravvissuto alla strage di Cerkno nel 1944, Università degli studi di Udine, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Paolo Ferrari, a.a. 2017-2018, pp. 120.
- Giacomo Scotti, con la collaborazione di Jožko Bavcon, L’uomo risorto dalla foiba, Fiume (Croazia), 2017, datt., con copia di 19 documenti (in lingua it., ted., croata, slovena e traduz. in italiano di Marija Oseli), pp. 76. Collez. Marjia Oseli, S. Giovanni al Natisone (UD).
- Lucio Toth, “Situazione di della Jugoslavia dal 1918 all’epoca di Tito. Dal Trattato di pace del 1947 al Trattato di Osimo del 1975”, in Silvio Cattalini (a cura di), Contributo ala conoscenza della storia e della cultura dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, Corso di aggiornamento per docenti di scuole medie, Udine febbraio-aprile 1999 (1^ ediz.: 2000), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2^ ediz., 2001, pp. 297-322.
- Paolo Venanzi, Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia Giulia, Milano, L’Esule, 1982.
- Maria Grazia Ziberna, Storia della Venezia Giulia da Gorizia all’Istria dalle origini ai nostri giorni, Gorizia, Lega nazionale, 2013.

Riferimenti giuridici
Legge 30 marzo 2004, n. 92, "Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004.

Sitologia
Albo d’oro dei caduti ferraresi, 1940-1946, a cura di Gian Paolo Bertelli, 2012, disponibile in Internet.
Elenco “Livio Valentini”, Caduti Repubblica Sociale Italiana, disponibile in Internet.
E. Varutti, Esodo dolce da Tolmino, 1945, on line dal 18 maggio 2016.
---
Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

venerdì 27 dicembre 2019

Sguardi nuovi di De Nittis a Ferrara, Palazzo dei Diamanti

È una mostra d’arte con tutti i crismi. Non è facile trovarne di questi tempi. Il turista deve zigzagare tra le rassegne patacca con un’opera celebre e decine di croste e quelle col titolo a trabocchetto, quando ci si trova dinnanzi a decine di fotografie e di proiezioni sui maxischermi, anziché vedere il quadro o la scultura del noto artista.

Anche a Palazzo dei Diamanti a Ferrara per la mostra “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo” è stata usata un’ambientazione, ma con un determinato criterio estetico. Qui ci sono un capo e una coda. Giuseppe De Nittis (1846-1884) è un personaggio di rilievo, insieme ad altri italiani, sulla scena parigina di fine Ottocento. C’è chi l’ha avvicinato agli impressionisti e chi ai macchiaioli. Di sicuro porta qualcosa di nuovo alla Storia dell’arte. La rassegna, curata da Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi e Hélène Pinet, mira a far comprendere proprio la funzione innovativa dell’arte di De Nittis. La brillante esposizione si sofferma, soprattutto, sul suo modo, per certi versi da scoprire, di osservare la realtà e metterla subito sulla tela con i colori a olio, o con i segni del manico del pennello. Aggiunge e asporta colore. Usa inquadrature insolite e ardimentose. Ci sono squarci nuovi o, per lo meno, poco o mai utilizzati prima dai pittori. È la modernità che avanza. Lo si intende dalle meravigliose prospettive delle opere, abbinate a dei colpi di luce resi magistralmente con delle campiture di bianco di zinco. Da ammirare in tal senso come egli sappia raffigurare l’argenteria, al centro del quadro, in una tela di un ricevimento salottiero. Luce e atmosfere sono lì nelle sue mirabili tele; vedi: Il salotto della principessa Mathilde, 1883, Barletta, Pinacoteca Giuseppe De Nittis.
Una delle sale espositive a Palazzo dei Diamanti di Ferrara per la rassegna De Nittis e la rivoluzione dello sguardo. Foto di E. Varutti

Il risultato è certo. Si capisce bene e tutto grazie alle concise e centrate parole dell’audioguida. Si contemplano i gialli di Napoli nei paesaggi baciati dal sole del sud Italia che ha saputo rappresentare, lui pugliese nato a Barletta, come pure i ritratti dalla scansione fotografica. Non sono da meno le indaffarate piazze di Londra e di Parigi. Le sue riprese sono tanto inusuali da dare dignità artistica persino alle impalcature di un edificio in costruzione.
De Nittis ha impresso sulle sue tela la fugacità della vita cittadina. C’è lo sbuffo della locomotiva a vapore (la modernità, il progresso). La sua è una serie di istantanee (a olio) per illustrare i momenti passeggeri della vita. Ecco dunque lo sguardo nuovo per indicare la via alla modernità. Il pittore vive nel suo mondo. È sensibile alle necessità del mercato. Si appropria dello stile del tempo, mediante un codice orientato alla sperimentazione. Manifesta una percettibilità somigliante a quella di artisti amici come Manet, Degas e Caillebotte.
Giuseppe De Nittis, Tra le spighe del grano, 1873. Collezione privata. 

Il suo spirito artistico si avvale della fotografia che collezionava assieme a pezzi d’arte giapponese. Per tale motivo, nella rassegna di Palazzo dei Diamanti, oltre alle sue tele sono affiancate alcune celebri fotografie d’epoca (originali) firmate dai più importanti autori del tempo: Edward Steichen, Gustave Le Gray, Alvin Coburn e Alfred Stieglitz, custodite in prestigiosi gabinetti fotografici d’Europa. Altri gingilli (coerentissimi) della mostra sono determinate immagini in movimento dei fratelli Lumière.
Sarete quindi immersi in un itinerario affascinante cadenzato da circa 150 opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private d’Italia e d’Europa. Le brave curatrici hanno inteso mettere in risalto (con successo) l’apporto di De Nittis alla creazione del linguaggio visivo della modernità.
Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, in collaborazione con il Comune di Barletta, la mostra è sorta dal rapporto di interscambio culturale instauratosi tra due istituzioni civiche simili per storia e natura: il Museo Giovanni Boldini di Ferrara e la Pinacoteca Giuseppe De Nittis di Barletta - come si legge nel comunicato stampa del museo. Grazie all’accordo tra i due musei, Barletta, città natale dell’artista, ospiterà nella prestigiosa sede di Palazzo della Marra un nucleo di dipinti e di opere grafiche di Giovanni Boldini, mentre a Ferrara verrà presentata una selezione di opere del pittore pugliese, tra cui figurano alcuni dei suoi capolavori.

La rassegna è accompagnata da un catalogo illustrato che approfondisce alcuni temi ancora poco indagati come il rapporto tra l’artista e la fotografia coeva, la centralità della sua figura nelle trasformazioni che interessarono il sistema dell’arte parigino alla fine del secolo, la sua personale declinazione della pittura di paesaggio urbano e il ruolo decisivo della moglie Léontine nella carriera di De Nittis.
Un’ultima chicca è data dall’originale sala didattica per bambini alla fine dell’esposizione; si tratta di un modo creativo e pedagogico per introdurre i piccini all’arte e alla visita del museo. Per far ciò, la Fondazione Ferrara Arte, in collaborazione con esperti di Senza Titolo e con l’illustratrice Martina Zena, ha ideato l’allestimento dello spazio secondo criteri centrati sul punto di vista dei più piccoli, dall’altezza delle opere al font delle didascalie, dalla decorazione delle pareti agli arredi per i laboratori. Il tratto vivace e divertente di Martina Zena accompagnerà i visitatori nella lettura delle opere e nella realizzazione di brevi atelier con materiali diversi, attraverso i quali immergersi nell’universo creativo di De Nittis, mettersi in gioco in prima persona e scoprire un modo nuovo di guardare la realtà. Offside Kids è situato a conclusione del percorso espositivo e può essere fruito liberamente dalle scuole e dalle famiglie. Nelle fasce orarie di maggiore affluenza si invita a contenere i tempi di permanenza per consentire a tutti di utilizzare lo spazio.


Info sulla mostra e suoi orari
De Nittis e la rivoluzione dello sguardo, Ferrara, Palazzo dei Diamanti. Periodo: 1 dicembre 2019 – 13 aprile 2020.
Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con Comune di Barletta.
A cura di: Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi e Hélène Pinet.
Aperto tutti i giorni, dalle 9.00 alle 19.00. Aperto anche 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio, Pasqua e Lunedì dell’Angelo. Audioguide incluse nel costo del biglietto.
Prezzo del biglietto. Intero: euro 13,00. Ridotto: euro 11,00 (dai 6 ai 18 anni compresi, disabili, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate).
Giuseppe De Nittis, Passa il treno, 1878-’79, olio su tela, Barletta, Pinacoteca Giuseppe De Nittis. Foto di E. Varutti

---
Altre informazioni e prenotazioni
telefono: 0532. 244949 | diamanti@comune.fe.it
--

--
Servizio giornalistico di Elio Varutti. Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Daniela Conighi e E. Varutti.
Una delle sale espositive a Palazzo dei Diamanti di Ferrara per la rassegna De Nittis e la rivoluzione dello sguardo. Foto di E. Varutti




giovedì 25 ottobre 2018

Il realismo naturalistico di Courbet, mostra a Ferrara


La natura dipinta qui è dal vero con una ventata antiaccademica. È l’atteggiamento artistico di Gustave Courbet a metà dell’Ottocento in Francia. È quanto si può vedere esposto a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, fino al 6 gennaio 2019.

Jean Désiré Gustave Courbet nasce a Ornans il 10 giugno 1819 e muore a La Tour-de-Peilz, il 31 dicembre 1877, esule in Svizzera.
Quella di Ferrara è una gran bella mostra da osservare con calma. Le sue opere a olio sono molto curate e si possono individuare le varie tecniche pittoriche adottate dall’artista. Si va dalle pennellate grasse, all’uso della spatola per stendere grosse macchie bianche, fino alle raschiature con il manico del pennello, o alle strofinature di straccio o, addirittura, all’uso dei polpastrelli per stropicciare il colore sulla tela.
È dal 22 settembre 2018 che è stata aperta la rassegna, con delle manifestazioni di corredo. È la prima volta, dopo quasi cinquant’anni, che è tornata in Italia l’opera di Gustave Courbet. Il Palazzo dei Diamanti mette in evidenza una raffinata retrospettiva dedicata al genio indiscusso dell’Ottocento. Si potrà ammirare proprio il suo rivoluzionario approccio alla pittura di paesaggio, nelle tecniche e anche nella scelta dei soggetti, non più legati alla tradizione nobile.
Gustave Courbet, Fanciulle sulle rive della Senna (estate), 1856-1857, olio su tela, cm 174 x 206. Parigi, Petit Palais, Musée des Beaux Arts de la Ville de Paris.

Courbet è un artista, come si dice, dalla personalità forte e complessa. Courbet s’impose da subito come padre del realismo, aprendo la strada alla modernità in pittura con lavori provocatori e antiaccademici la cui principale fonte d’ispirazione fu la natura. Si va dai boschi, agli animali, ai corsi d’acqua, dalle marine calme e placide fino alle onde burrascose dell’Oceano Atlantico ai corpi di donne mollemente adagiati sulle rive del fiume.
Molto interessanti sono poi le fotografie, con carte geografiche stilizzate poste alle pareti, per informare il visitatore sui luoghi e sugli itinerari del grande pittore francese.
Gustave Courbet, Paesaggio di Ornans, 1855-1860, olio su tela, cm 65 x 81. Vienna, Gemäldegalerie der Akademie der Bildenden Künste.
---
Si è saputo che la mostra presenta una cinquantina di tele, tra cui molti capolavori dell’artista, come Bonjour Monsieur Courbet, il sensuale autoritratto L’uomo ferito o le celebri Fanciulle sulle rive della Senna. Le opere provengono dai più importanti musei del mondo. Il visitatore viene condotto in un percorso attraverso i luoghi e i temi della sua impressionante e appassionata rappresentazione del mondo naturale, come si legge nelle schede tecniche della rassegna. 
L’audio-guida vi spiegherà l’importanza dei panorami della sua terra, dipinti in gioventù, fino alle spettacolari marine battute dalla tempesta. Oppure vi lascerete incantare dalle misteriose grotte da cui scaturiscono varie sorgenti, dalle cavità carsiche che si spalancano nei torrenti, dai sensuali nudi immersi in una rigogliosa vegetazione e dalle sublimi scene di caccia della maturità.
Gustave Courbet, L’uomo ferito, a sinistra, nelle prime sale della rassegna ferrarese.

Come dice la critica, Courbet è guardato come un maestro dagli impressionisti e venerato da Cézanne. Il pittore sembra svelare forme in attesa di essere rese visibili, catturando i fenomeni naturali più elusivi e transitori. I paesaggi della regione natale, la Franca Contea, occupano un posto particolare nel cuore dell’artista: la vallata lussureggiante della Loue, gli altipiani aridi, i fiumi impetuosi, il sottobosco e i cieli immensi sono così rielaborati in infinite e sorprendenti varianti. 
Motivo d’ispirazione furono anche i luoghi dove ebbe modo di soggiornare o che visitò nel corso della sua vita. Ad esempio le coste mediterranee nei pressi di Montpellier, i paesaggi rocciosi della regione della Mosa in Belgio, le marine della Normandia, con le onde rigonfie prima di infrangersi sulle rocce o i laghi svizzeri dipinti in esilio in un'atmosfera carica di nostalgia.
Gustave Courbet, L’incontro o Buongiorno signor Courbet, 1854, olio su tela, cm 132,4 x 151. Montpellier Méditerranée Metropole Musée Fabre.

A questi soggetti si aggiungono i dipinti che hanno per tema i nudi e gli animali nel paesaggio, dove Courbet dimostra ancora una volta di essere portatore di uno sguardo originale sul mondo, ma anche di essere consapevole della grande tradizione pittorica occidentale, studiata al Louvre di Parigi.
Con Courbet e la natura, pregevole esposizione di Ferrara, il pubblico italiano potrà quindi riscoprire l’opera di uno dei più grandi pittori dell’Ottocento. Vedrete un artista che ha lasciato un segno indelebile sulla sua epoca, traghettando l’arte francese dal sogno romantico alla pittura di realtà. Tale passaggio è vissuto come un nuovo amore per la natura.
Gustave Courbet, La sorgente della Loue, 1864, olio su tela, cm 80 x 100. Bruxelles, Musée royaux des Beaux-Arts de Belgique
--

Dov'è la mostra?
Courbet e la Natura, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 22 settembre 2018 – 6 gennaio 2019. Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. A cura di Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher e Vincent Pomarède.
La mostra è aperta fino al 6 gennaio 2019. Aperto tutti i giorni 9.00 – 19.00.
Aperto anche nei giorni 8, 25 e 26 dicembre 2018, 1 e 6 gennaio 2019.
Aperture serali straordinarie: 8 dicembre, 4 e 5 gennaio fino alle 22.30; 31 dicembre 2018, fino alle 23.30. La biglietteria chiude 30 minuti prima.

Informazioni e prenotazioni
tel. 0532. 244949 | diamanti@comune.fe.it
---
Gustave Courbet, Volpe nella neve, 1860, olio su tela, cm 85,7 x 128. Dallas Museum of Arts, Foundation for the Arts, Collection, Mrs. John B. O’Hara Fund.


Gustave Courbet, Il castello di Chillon, 1876, olio su tela, cm 66 x 80. Collezione privata.

Ferrara, Palazzo dei Diamanti, ingresso alla mostra di Courbet. Fotografia di Elio Varutti.
---
Recensione e fotografie a cura di Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti.

domenica 10 giugno 2018

Stati d’animo nella pittura di Previati e Boccioni, Ferrara, Palazzo dei Diamanti


Gioia, felicità, estasi, ansia, depressione, melanconia. Le condizioni della vita umana possono essere trasposte in pittura? Ci ha provato a dimostrarlo la mostra d’arte a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. In funzione dal 3 marzo al 10 giugno 2018, il titolo della rassegna era “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni”.
Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita, 1896, Galleria d'Arte Moderna di Milano, olio su tela, 72 x 100 cm. Fotografia di E. Varutti

Diciamo subito uno dei meriti di questa rassegna era l’utilissima audioguida. Vi chiederete come può un banale aggeggio di comunicazione essere così determinante nel valutare in modo alto il livello di questa esposizione. Erano proprio i testi, pronunciati in fine modo, ad essere ben predisposti. Chiarissimi, non lunghi, ma soprattutto raggruppati per sala. Nel senso che pigiavi il tasto 1 e ti venivano fornite le informazioni su  tutte le opere della sala 1. Sarà l’uovo di Colombo, ma molte altre mostre recavano la numerazione per opera singola, cosicché i visitatori erano costretti a fare delle acrobazie dell’occhio occhialuto per diteggiare bene il 168, per esempio, nelle sale con fioca luce, quella per non rovinare le stampe. Il contenuto dei testi, poi, era facile da seguire. Era senza sbavature o altisonanti vocaboli utili a mandare in visibilio solo gli storici dell’arte. 
Umberto Boccioni, Autoritratto, 1909. Carboncino, tempera e pastello su carta. Fotografia di E. Varutti
  
L’esposizione portava l’ospite tra gli imperscrutabili spazi dell’anima alla fine dell’Ottocento. Il mondo era in pieno positivismo. Scienziati, ricercatori e letterati facevano a gara per analizzare i più nascosti ripari della psiche. C’è chi usava persino droghe o l’alcol per far accrescere le potenzialità artistiche. Qualcuno, tra i più visionari, sperimentava linguaggi visivi mai visti. Sperava così di aprire gli spazi dell’immaginazione dando forme agli stati d’animo.
Tra le più notevoli figure artistiche presenti nell’originale rassegna si poteva trovare, tra divisionismo e simbolismo Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli e Medardo Rosso. Con le loro opere più spinte entrarono a gamba tesa nel dibattito artistico europeo. Un ruolo del tutto significativo ebbe il divisionista ferrarese Previati. Egli è considerato – come si legge nel sito web della mostra – uno dei principali interpreti della poetica degli “stati d’animo” per la sua attitudine a esplorare l’universo delle emozioni umane e trasporle in immagini fortemente coinvolgenti e al tempo stesso evanescenti e fluttuanti come vibrazioni emotive.
Una suggestiva pittura di Angelo Morbelli, intitolata "Era già l'ora che volge il desio", 1910-13; olio su tela, 104 x 175 cm. Collezione privata, courtesy Studio Paul Nicholls . Fotografia di E. Varutti

“L’esposizione Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni è frutto di un lavoro di scavo delle fonti e di revisione critica condotto dai curatori della mostra e da un comitato scientifico composto da studiosi di fama internazionale, affiancati dagli autorevoli specialisti che collaborano al catalogo – così prosegue il comunicato stampa –. Grazie al sostegno di grandi musei europei e americani e collezionisti privati è stato possibile ottenere prestiti del tutto eccezionali, dalla Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti delle National Galleries of Scotland al Fugit Amor del Musée Rodin, dal pellizziano Ricordo di un dolore dell’Accademia Carrara alla Risata di Boccioni proveniente dal MoMA, e raggiungere l’obiettivo ambizioso di rileggere da un punto di vista inedito quel cruciale passaggio di secolo”.
Max Klinger, Brahmsphantasie, Opus XII, 1894, Accordi, Calcografia, acquaforte e mezzatinta. Fotografia di E. Varutti

In conclusione: finalmente una mostra con un capo e una coda. Non con titoli suadenti e delusioni sul piano estetico, come capita in un certo ambiente veneto. Là troviamo alle pareti una secondaria opera di un grande nome assieme a 200 croste o quasi. Là c’è un forte impegno pubblicitario per attirare tanti polli da spennare, apparati critici di secondo livello, code interminabili anche sotto il sole, per via degli sconti ai gruppi e un’esteticaccia di cassetta.

--

STATI D’ANIMO. Arte e psiche tra Previati e Boccioni. Ferrara, Palazzo dei Diamanti. 3 marzo – 10 giugno 2018.
Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara.
A cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina. Allestimento: Antonio Ravalli Architetti.
Umberto Boccioni, La risata, olio su tela, 1911, 100,2 x 145 cm., Museum of Modern Arts di New York. Fotografia di E. Varutti
--
Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Le riproduzioni fotografiche potrebbero non essere conformi agli originali colori dell'opera.
---

Riferimenti personali  nel web sul futurismo


- Giacomo Varutti, Convegno futurista del 1938 a Milano ed altri cinque racconti. Convegno futurista con Marinetti, on line dal 10 novembre 2014.




giovedì 7 giugno 2018

Tesori artistici a Ferrara nella collezione Cavallini Sgarbi, al Castello Estense


Prorogata fino al 2 settembre 2018 la collezione Cavallini Sgarbi di Ferrara è molto particolare. Volendo fare una critica divergente e tendenzialmente quasi irriverente, diremo alcune cose. Qui non ci sono madonnine infilzate al cuore da sette spade. 
Antonio Cicognara, Madonna del latte tra sant'Agnese e santa Caterina d'Alessandria, 1490 tra i capitelli marmorei con sibille dello scultore ticinese Domenico Gagini del 1484. Collezione Cavallini Sgarbi

Le pitture a carattere religioso tirano sul classico. Al massimo vi potrà capitare di notare un volto sofferente della “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria” di Antonio Cicognara, del 1490. Si resta comunque abbacinati dalla ricchezza dei colori e dalla bellezza generale delle opere che vanno dal XV al XX secolo.
Poi vi succederà di piombare nella sfacciata nudità femminile di certi quadri, ma sono le stesse schede critiche dell’esposizione a guidare lo spettatore tra le opere. Corpi procaci con veli e senza veli. A mio parere, perfino la “Maddalena penitente” di Antonio Cavallucci, pittura del 1787, ha un qualcosina di pruriginoso.
Il titolo della bella rassegna, aperta al Castello Estense lo scorso 3 febbraio, è: “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati - Tesori d’arte per Ferrara”.
Oltre 130 capolavori della celebre collezione privata sono qui esposti. Non si tratta solo di eccellenti pitture e sculture, ma anche di terrecotte, marmi ed alabastri (o ossi e corni) finemente lavorati. Ci sono pittate sulle tele esili figure femminili che reggono mollemente un vassoio con la testa di un omone appena sgozzato. Beh, guardiamo un altro quadro. Oddio, c’è un’altra femmina impegnata al massimo nel tentare di infilare uno scalpello col martello nella tempia di un maschione nerboruto. È proprio la rassegna dell’incredibile e del mai visto. È intrisa di una certa aggressività questa esposizione. State tranquilli perché ci sono molte opere meno calienti.
Uno scorcio delle sale al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

Dai su, c’è persino l’automobilina a pedali con cui giocava il bimbo Vittorio. Ciò provocherà l’invidia scellerata del visitatore troppo occhiuto. È solo una stanza dei giochi, ricostruita per i visitatori. Molto ben spiegati sono i motivi per i quali sorse la raccolta di opere a cura di Caterina Sgarbi, farmacista come il marito Giuseppe. Per soddisfare le curiosità artistiche del figlio e, diciamolo, pure della famiglia allegra e disinvolta.
Come detto le opere in mostra vanno dall’inizio del Quattrocento alla metà del Novecento. Sono state amorevolmente raccolte in circa quaranta anni di collezionismo appassionato da Vittorio Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini e con la presenza silenziosa di Giuseppe Sgarbi. Provengono dalla Fondazione Cavallini Sgarbi.
Elisabetta Sgarbi, per mezzo della propria Fondazione, ha voluto che questa mostra evidenziasse, nel luogo più emblematico di Ferrara, non solo la vicenda di un’originale impresa culturale, ma anche quella di una famiglia ferrarese dedita all’arte. Oltre alle citate fondazioni ha collaborato il Comune di Ferrara, sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna.
Un'altra sala della ricca rassegna al Castello estense di Ferrara con la Collezione Cavallini Sgarbi in mostra

La mostra inizia con un capolavoro del Rinascimento italiano, ossia il “San Domenico” in terracotta del 1474. Opera di Niccolò dell’Arca, appunto. Da qui in poi mi avvalgo molto delle informazioni per la stampa. La grande terracotta era collocata in origine sopra la porta “della vestiaria” nel convento della chiesa di San Domenico a Bologna. Lì tra il 1469 e il 1473 l’artista attese all’Arca del santo, da cui deriva tale pseudonimo. Il torso mostra la capacità del maestro pugliese di plasmare le sue figure in modo autentico da farle sembrare vive.
Seguono i capitelli marmorei con sibille del 1484, opera dello scultore ticinese Domenico Gagini. Poi vedrete le terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de Fundulis, oltre a una rara raccolta di dipinti su tavola del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento ferrarese. Ecco l’elenco di artisti: Antonio Cicognara, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo. Ci sono pure opere di: Liberale da Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi, Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo di David, Lambert Sustris.
La “scuola ferrarese” è ben presente con quadri del XVII secolo. Si va da Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi. Allo stesso tempo vi potrete soffermare su interessanti esempi di pittura italiana del Seicento, tra i quali bisogna menzionare la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, la Maddalena assistita dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il San Girolamo di Jusepe Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.
Il mare è dietro. C’è l’attesa nei volti delle donne, immobili. C’è rassegnazione e paiono recitare qualche litania. È il Rosario di Cagnaccio di San Pietro, pseudonimo di Natale Scarpa (Desenzano del Garda, Brescia, 1897 – Venezia, 1946). Collezione Cavallini Sgarbi

Anche la ritrattistica ha il suo bel daffare in questa rassegna. Lo sviluppo di tale pitture di genere va dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento, tra pittura e scultura, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, con specialisti tipo Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier, Philippe de Champaigne, Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove e Vincenzo Vela.
Pure seducente è l’itinerario tra i dipinti di tema sacro, allegorico e mitologico del Seicento e del Settecento. Abbiamo maestri della scuola veneta come Marcantonio Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia, Johann Carl Loth, Giovanni Antonio Fumiani. Oppure c’è quella emiliana, con Simone Cantarini, Matteo Loves, Marcantonio Franceschini, Ignaz Stern detto Ignazio Stella. C’è la scuola lombarda: Paolo Pagani e Agostino Santagostino. Quella romana con Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli, Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo e Antonio Cavallucci. Infine abbiamo i toscani: Giacinto Gimignani, Livio Mehus, Alessandro Rosi, Pietro Paolini e Giovanni Domenico Lombardi.
Tra le sculture, si possono menzionare le opere di Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e Giovanni Putti, di area bolognese ed emiliana. Tra Ottocento e Novecento la mostra torna su Ferrara e sui suoi artisti: Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi e Ulderico Fabbri. Costoro sono in mostra con opere veramente interessanti.
Fine mostra. Dietro in cancello si intravvede la sala dei giochi con l'automobile rossa, che potrebbe destare grande invidia tra i visitatori sessantenni alla Collezione Cavallini Sgarbi
--

Il catalogo della mostra, a cura di Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore. Allestimento a cura di ReallizzArte e Studio Volpatti.
La mostra è realizzata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi, in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara, con il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Emilia-Romagna, con il supporto di Bonifiche Ferraresi, Fondazione Cariplo, Genera Group Holdings, CiaccioArte, Ascom.
--
INFORMAZIONI: Museo del Castello Estense: 0532 299233; castelloestense@comune.fe.it
Per dettagli su tariffe e agevolazioni: www.castelloestense.it
Prenotazioni visite guidate: 0532244949; diamanti@comune.fe.it
--


Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. 
-
 
L'ingresso della mostra Cavallini Sgarbi al Castello di Ferrara