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martedì 19 novembre 2019

Udine ricorda Jan Palach, torcia umana a Praga, 1969

È stato Pietro Fontanini, sindaco di Udine, ad inaugurare, il 18 novembre 2019, alle ore 12,30 la mostra intitolata “Jan Palach ‘69” nella Casa della Confraternita del Castello di Udine. “Figura emblematica della ricerca di libertà Jan Palach – ha detto Fontanini – col suo supplizio a Praga di 50 anni fa, mi ricorda il tempo della guerra fredda, quando noi dovevamo essere sacrificati, in caso di invasione da parte del Patto di Varsavia, perché le loro truppe dovevano essere fermate con le bombe atomiche americane, qui in Friuli”.
Udine, 18 novembre 2019 - Inaugurazione della Mostra "Jan Palach '69" alla Casa della Confraternita, col sindaco Pietro Fontanini, al centro, mentre parla l'assessore alla Cultura Fabrizio Cigolot, a destra, con Tiziana Menotti, Francesco Leoncini e Paolo Petiziol. Fotografia di Elio Varutti

La rassegna fotografica e documentaria, proveniente da Milano, consta di 20 pannelli con inedite fotografie e manoscritti del giovane studente che il 16 gennaio 1969 si diede fuoco in piazza Venceslao per scuotere il popolo cecoslovacco dall’indifferenza rispetto all’invasione sovietica del 20-21 agosto 1968, che soffocò la Primavera di Praga. La mostra, già allestita nel 2018 a Milano, è stata curata da Jakub Jareš, per l’organizzazione dei Centri Cechi (oltre una dozzina di Istituti storici e Archivi), del Museo Nazionale della Repubblica Ceca e della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori dell’esclusiva rassegna sono Petr Blažek, Patrik Eicher e Jakub Jareš. La traduzione dei testi è di Lucia Casadei. L’allestimento locale è dei Civici Musei di Udine.
“È molto importante questa mostra – ha detto Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, tra i vari intervenuti – per far conoscere ai nostri giovani questa parte di storia a loro sconosciuta”.
Udine - L'ingresso della rassegna fotografica su Jan Palach in Castello, aperta fino al 15 dicembre 2019

Una mostra e un convengo su Jan Palach a Udine
Anche l’Università di Udine si è mobilitata in forze con un convegno, svoltosi il 18 novembre 2019, in aula 2 per merito del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società, a Palazzo Antonini. Il titolo dell’evento è stato “Jan Palach, la vita, il gesto e la morte dello studente ceco”. È stata l’occasione per presentare, in anteprima regionale, la biografia di Jan Palach (1948-1969), fresca di stampa dal titolo omonimo, scritta dal dissidente Jiří Lederer e tradotta in italiano da Tiziana Menotti, per l’editore Schena, di Fasano di Brindisi. “Si tratta della prima biografia di un autore ceco uscita in Italia – ha detto Menotti – è stata prodotta in Cecoslovacchia negli anni Settanta e Ottanta, ma è stata pubblicata solo nel 1990, dopo che Lederer era emigrato in Germania”. La biografia di Jan Palach si fonda su interviste e testimonianze di suoi familiari, amici e insegnanti. Si racconta che da bambino, Jan fosse contrario ad ogni forma di violenza, di ingiustizia e amasse la vita. Non si dichiarò suicida, ma fece sapere di aver voluto scuotere il popolo dall'indifferenza col suo gesto.
Il convegno è stato aperto, poco dopo le ore 9, dalla professoressa Antonella Riem, Direttrice del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società dell'Università di Udine.
La prof.ssa Antonella Riem apre il convegno su Jan Palach a Udine

Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine, ha portato il saluto ufficiale della Civica amministrazione. “Ricordare Jan Palach come una forte figura del Novecento è importante dopo che siamo andati oltre la Cortina di Ferro – ha detto Cigolot – perché il pericolo per la libertà e la democrazia purtroppo è sempre presente”. L’assessore si è soffermato poi su concetti politici di comunismo e libertà, in occasione del 30° anniversario della Caduta del Muro di Berlino (1989). La lezione dotta su quegli anni è stata tenuta mirabilmente dal professor Francesco Leonicini, docente di storia dell'Europa Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha spiegato l’importanza dei diritti umani, inclusi quelli sociali, di istruzione, di sanità e della casa, che non possono essere oggetto solo di mercato. Leoncini ha poi voluto fissare una netta distinzione tra il socialismo di Carlo Rosselli, di Willy Brandt e Olof Palme e il comunismo di Stalin. “In ogni caso – ha concluso Leoncini – l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 si è rivelata un boomerang venti anni dopo con il crollo dell’URSS”. Il docente, autore di vari volumi sulla storia della Cecoslovacchia, ha infine menzionato la potenza di fuoco del Patto di Varsavia riversata in Cecoslovacchia nel 1968 con 10 mila carrarmati, 600 mila militari, 800 aerei e 2.000 cannoni, mentre Hitler, per invadere la Francia nel 1940, aveva a disposizione 2.500 carrarmati. 
Paolo Petiziol e il professor Francesco Leoncini al convegno di Udine su Jan Palach del 18.11.2019

È intervenuto in seguito Paolo Petiziol, console onorario della Repubblica Ceca in Italia, con sede a Udine. Dopo i saluti di rito, Petiziol ha ricordato un fatto personale, quando da studente universitario si recò a Praga nel 1974, mentre gli amici lo sconsigliavano “per la miseria e la tristezza di quel paese”. In quell’occasione incontrò alcuni praghesi in birreria che lo invitarono, in inglese, a bere al loro tavolo. Poi cominciò un dialogo sul motivo del suo viaggio, che era di curiosità riguardo ad un paese di grande cultura, posto sotto lo stivale del Patto di Varsavia. Dopo alcuni anni venne a sapere che tra i cinque cittadini di Praga che lo avevano invitato a quella chiacchierata c’era niente meno che lo scrittore Václav Havel, divenuto poi presidente della Repubblica Cecoslovacca (1989-1992) e, dopo la rivoluzione di velluto, della Repubblica Ceca (1993-2003). L’intervento di Petiziol, anche se con caratteri personali, è stato seguito attentamente dal pubblico presente, incluse le due classi del Liceo classico “J. Stellini”, accompagnate dai professori Chiara Fragiacomo, Antonella Rotolo e da Giulio Corrado. La Fragiacomo, che tra l’altro è collaboratrice vicaria del glorioso liceo udinese, è poi referente del progetto Calendario civile, per attività didattiche sulle date significative della storia contemporanea. La professoressa Rotolo, in particolare, sta sviluppando un originale contatto formativo con il Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società con le classi 4^ C e 5^ C del liceo classico, che contempla lo scambio di libri e una visita d’istruzione nella capitale ceca.
Alcuni dei libri di Leoncini sulla storia della Cecoslovacchia

Il contributo più appassionato al convegno è stato quello della professoressa Libuše Heczková, dell’Università Carlo II di Praga, che ha parlato in lingua inglese, mostrando varie diapositive. Ha parlato di Palach, quale eroe, difensore e protettore della patria. È stata pure illustrata la situazione degli studenti cecoslovacchi al 28 ottobre 1939, in seguito alla Conferenza di Monaco (1938) all’annessione delle terre dei Sudeti (col pretesto dei Sudetendeutsche) da parte dei nazisti e all’occupazione della Cecoslovacchia (1939). In quel frangente oltre 1.000 studenti cecoslovacchi finiscono deportati nel Campo di concentramento di Sachenhausen, presso Berlino. La professoressa Heczková ha ricordato che nel 1969 non ci fu solo la Torcia umana n.1, perché alla autoimmolazione di Jan Palach seguirono in Cecoslovacchia altri casi di giovani che si diedero fuoco, come i bonzi vietnamiti, per protesta e per scuotere la coscienza del popolo invaso dalle truppe del Patto di Varsavia, ma non è dimostrato che ci fosse un collegamento politico tra di loro.
Il volume presentato in Università di Udine il 18.11.2019

Un docufilm di alto profilo estetico
Ha poi preso la parola la professoressa Anna Maria Perissutti, ricercatrice al Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società, per mostrare un documentario filmato del 1969 sul funerale di Jan Palach e sulle accorate manifestazioni popolari che ne seguirono. Intitolato “Silenzio”, il docufilm, per la regia di Milan Peer (1945 - 2015), è stato molto incisivo per documentare storicamente la situazione creatasi dopo il rogo umano di piazza Venceslao. Di concezione deliberatamente tragica, la pellicola dura pochi minuti. Dotato di un geniale tocco di estetica malinconica, è il film più noto di Peer. In esso, il regista dimostra la sua vicinanza alla vittima Jan Palach. L’estrema azione autoinflitta viene vista come una sfida della nazione contro l’occupazione sovietica. Nel montaggio, si intravvedono scatti sconvolgenti del corpo bruciato di Palach. Vi sono sequenze dei funerali e manifestazioni spontanee nelle strade. Le immagini sono accompagnate da un’unica colonna sonora, la canzone di Bohdan Mikolášek, ripetuta due volte di seguito. Il suo ritornello: “Un uomo vivente è morto e i morti rimangono vivi” è una tragica eco di avvertimento, che svanisce nell’indifferenza della normalizzazione cecoslovacca. Il popolo pare annichilito, più che indifferente.
Al termine del convegno la professoressa Renata Londero, del Dipartimento di lingue e letterature, comunicazione, formazione e società dell’Università di Udine, ha annunciato la volontà di ripetere l’incontro con altre scuole di Udine, probabilmente alla data del 17 dicembre prossimo. Erano presenti, infatti, il professore Roberto Grison, del Liceo scientifico “N. Copernico” di Udine, i professori del Liceo scientifico “G. Marinelli”, oltre all’interesse rilevato anche tra i docenti dell’Istituto Tecnico Turistico “B. Stringher”. Grison ha comunicato ai redattori di questo blog che nel Liceo “Copernico” sono coinvolte 10 classi (incluse due del liceo “Marinelli”) su un progetto intitolato “Fenomenologia e dissenso”, riguardo ala conoscenza di esponenti del movimento di Charta 77, sorto in Cecoslovacchia durante il regime comunista, con particolare riferimento alla figura di Jan Patočka, brillante allievo del filosofo Husserl.
Parte del pubblico al convegno su Jan Palach a Udine

Un ricordo personale dell’agosto 1968 a Udine
Mi permetto di riportare un ricordo personale. Eravamo ragazzi di dieci-quindici anni nel rione di via della Fornaci e, il giorno seguente all’invasione della Cecoslovacchia, al ritrovo di amici con la bicicletta, si presenta Kekko con la sua bici dipinta di verde scuro con una riga bianca in mezzo, come i mezzi blindati del Patto di Varsavia. Essendo un patito di militari, di elmetti e di guerre lampo, dopo aver visto al telegiornale le prime scene dell’invasione sovietica, si era già pitturato la sua due-ruote coi colori dei vincenti invasori di Praga. Molti di noi non capivano nulla di politica. Eravamo bambini o poco più. Capivamo solo che la gente di quel paese aveva le facce stralunate vicino a quei cingoli. Quando poi, il 16 gennaio 1969, si è saputo che un ragazzo di era dato fuoco per protesta in piazza a Praga, restammo tutti sbigottiti. Le nostre mamme dicevano: “Povero putel, cossa galo fato?” (Povero giovane, cosa ha fatto?). Qualche giorno dopo, al ritrovo di amici con le biciclette, Kekko aveva ridipinto il suo velocipede di altro colore, per protesta, trovando positiva accoglienza tra di noi. E Paolo, uno di noi, disse: “Adesso capiamo chi sono i cattivi in Cecoslovacchia”. Non è molto, ma a quel tempo iniziava una piccola crescita politica per noi ragazzi e adolescenti. Oggi quel fatto ce lo ricordiamo ancora.
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Udine, 18.11.2019 - Convengo all'Università su Jan Palach; in primo piano Fabrizio Cigolot, assessore alla Cultura del Comune di Udine e, a sinistra, la professoressa Libuše Heczková, dell’Università Carlo II di Praga. Fotografia di Elio Varutti

Messaggi dal web su Jan Palach
La lettura dell’articolo presente ha spinto varie persone a rilasciare un commento con riferimenti personali e di storia politica locale. Ringraziamo il professor Giovanni Pascolini, di Cividale del Friuli, che il 19 novembre scorso ci ha scritto, in Google: “Farà riflettere per sempre sul significato della parola libertà”.
È intervenuto l’ingegner Sergio Satti, per ricordare, con una telefonata del 20 novembre all’autore, la situazione politica di Udine nel 1968-’69. “Da giovane politico democristiano – ha detto Satti – io parlavo dell’invasione della Cecoslovacchia con certi comunisti di Udine. Loro difendevano l’azione militare del Patto di Varsavia, con mio stupore, anche dopo il tragico fatto di Jan Palach. Alcuni esponenti della DC, venuti a sapere che avevo parlato di quelle tematiche con conoscenti del PCI friulano, mi obiettavano: ‘E tu parli con quelli là!’ C’erano i due blocchi contrapposti anche qui da noi, non solo tra Mosca e Washington. Pochi cercavano il dialogo”.
Tra i vari commenti su Facebook, Paolo Fontanelli, di Udine, il 19 novembre, ha scritto: “Due ricordi personali: ‘sciopero della ricreazione’ al Marinelli alla notizia del suicidio di Palach. Nel 1974 ‘viaggio di studio’ degli studenti di Agraria di Padova con serata in birreria con i ragazzi e le ragazze di Praga. Nessuna voglia di parlare di politica, la repressione aveva lasciato il segno”. Gianni Copetti, di Gemona del Friuli, che vive a Bruxelles, ha aggiunto: “Ero a Lussemburgo città nel 1979, e mi è sempre rimasta impressa l’immagine di Jan Palach. Ricordiamoci di questi eroi!”.
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Orari della mostra “Jan Palach ‘69”
Luogo: Casa della Confraternita del Castello di Udine; vicino alla Chiesa di Santa Maria di Castello. Ingresso libero. Venerdì e Sabato dalle ore 15.00 alle 18.00. Domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle ore 15.00 alle 18.00. La mostra, promossa dal Centro Ceco di Milano in collaborazione con i Civici Musei di Udine e l’Università degli Studi di Udine, resterà aperta fino al 15 dicembre 2019.

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Fotografie di Elio Varutti. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.
Alcuni pannelli della Mostra su Jan Palach in Castello a Udine

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Rassegna stampa dal "Messaggero Veneto" quotidiano di Udine e dalla "Vita Cattolica", settimanale della Diocesi di Udine.





mercoledì 23 agosto 2017

L’Adriatico di Gino, libro di Franco Fornasaro

Butta bene se in un libro che parla dell’Istria, fin dalla prima riga è citato l’asino. L’orecchiuto quadrupede, infatti, è stato utilizzato fino al secolo scorso sia nella piccola azienda agricola familiare d’Istria, sia come elemento di traino per trasporti vari su un piccolo carro.
Una cartolina degli anni 1920-1930

Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Le parole di Fornasaro sono come le pietre assolate dell’Istria e del Quarnaro. Schiette, dirette e senza tanti fronzoli. Si coglie subito il senso generale delle cose. Sono parole piene, definite, chiare. Non sono ambigue. Non presentano sfaccettature, insicurezza, né metamorfosi. 
È l’Istria, invece, ad essere: né sì, né no. È così che dice Nono Toni, saggio personaggio del romanzo con molti tratti autobiografici. L’Istria non è totalmente slava, né integralmente italiana (a pag. 82). Non a caso altri grandi autori l’hanno definita terra di frontiera, area multiculturale e di plurilinguismo. Si pensi a scrittori come Tomizza, Magris, Bettiza.
La copertina del volume del 2013

Nel libro è descritto l’odore di patate in tecia alla quinta pagina. Come si fa a non andare avanti nella lettura con la foga di trovare altri elementi tipici e caratteristici del territorio? Ecco che viene nominato Pepi Mustacion, ossia l’imperatore Francesco Giuseppe, che in diletto croato diventa: Pepjia Muštačona (pag. 14). Poi c’è lo spacher, il focolare economico a legna o a carbone. Adattamento linguistico dal tedesco: Sparherd (p. 18). Mi permetto di aggiungere che in dialetto fiumano è lo sparcher. E in lingua friulana: spoler.
Ci sono poi alcuni aspetti di devozione popolare, come la descrizione della cappellina con inginocchiatoio per recitare un rosario all’imbrunire (p. 19), dato che andare in chiesa era un rischio, dovendo passare davanti agli occhi degli atei titini.
Francobollo della Repubblica Sociale Italiana con sovrastampa: "3-V-1945 / FIUME RIJEKA / LIRE 4", dopo l'occupazione titina della città quarnerina. Collezione E. Varutti

Insomma Fornasaro, questo figlio di profughi, ci descrive l’Istria sparita tra le pieghe della guerra fredda. In quel tempo, i bimbi “bevono e fanno proprie le lacerazioni dei genitori” (p. 22). Lui era lì, si intuisce che il romanzo ha sfondi autobiografici. Negli anni 1960-1970 andava a trovare i nonni con i genitori, scontando al confine lunghe code e perquisizioni dei graniciari (guardie confinarie, per lo più serbe), in quella Cortina di Ferro che stava diventando sempre più di… latta per gli jugo. Belle sono le descrizioni di volpi, caprioli, vipere, funghi e del gioco delle burele, tipo le bocce (p. 23).
Nella seconda parte del libro si intravvedono i decenni seguenti. Ci sono i giovani in cerca della droga, non più delle calze di nylon e dei blue jeans occidentali. Gli adulti sono alle prese col progresso di tanti elettrodomestici, della seconda casa e di tanto lavoro per pagare le robe scritte prima. Fortuna che c’è anche l’odore del ginepro, dei pini e la citazione di quel gabbiano che vola a filo del mare (p. 44). Ci sono i racconti della famiglia di profughi istriani. Di quando era difficile trovare un lavoro, perché loro non sapevano stare con le mani in mano, allora si viveva col sussidio.
C’è la nuova generazione del mondo degli esuli. Ci sono quelli nati nel resto d’Italia. Si va a trovare i nonni. C’è – eccolo finalmente come è nel titolo – il Mare Adriatico della costa orientale e il suo dialetto istro-veneto parlato in Istria, Dalmazia, fino alle Isole Ionie (p. 48). C’è un certo spirito marinaro.
Fiume, il porto. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine

Poi c’è una lettera del 1986. Siamo nella fase del dopo-Tito, con le prime confusioni balcaniche, ma anche con qualche bella passeggiata a Miramare (pp. 50-52). Nella “Jugo” del dopo-Tito, i compagni si guardano in cagnesco, dice Zdenka, dirigente della Federativa Repubblica, amica d’infanzia del protagonista. “I problemi etnici ci stanno massacrando” (p. 56). Nessuno, tuttavia, può smentire il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57).
Non era ancora caduto il Muro di Berlino, perciò spiega Zdenka: “moltissimi miei colleghi di partito sono stati messi sotto accusa per niente (p. 66).
L’autore di questo piccolo romanzo trova lo spazio per parlare bene di Cividale e delle sue bellezze longobarde, ma poi si ritorna a dover leggere delle noiose contraddizioni “tra nord e sud della Jugoslavia” (p. 70). Oggi sappiamo come le hanno risolte. E ci si ferma al 1986.
Molto originale il “Post Scriptum” finale. Come in certi film, si vuole comunicare al lettore dove siano finiti i protagonisti della vicenda, con una fugace attualizzazione al 2013.
Il volume è bilingue (italiano e croato). Contiene una Presentazione del critico d’arte Licio Damiani, esule pure lui. Alla fine del testo compaiono tre brevi recensioni di Paolo Petricig, di Mario Micheli e di Antonio De Lorenzi, per guidare meglio il lettore nell’apprezzamento dell’opera. La copertina contiene alcuni schizzi di Lucilla Micheli Marušić sullo sfondo di una carta geografica dei secoli scorsi quando il Mare Adriatico era detto pure Golfo di Venezia. Appunto.
Fiume, Teatro Comunale. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine
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Biografia di Fornasaro
Farmacista e giornalista pubblicista, Franco Fornasaro è nato a Trieste l’8 marzo 1952 durante l’occupazione alleata. C’era il Territorio Libero di Trieste. Vanta avi di Pirano e babbo di Veglia
È autore di oltre quindici libri di natura professionale, essendo cultore di fitoterapia, altri di genere saggistico e di cinque romanzi, tra i quali Incontro (1984), Quale Terra? (1988), Frammenti di una lezione (1998), Fine Stagione (1992) e Sulle orme del cavaliere (2007).
Franco Fornasaro

Vive a Cividale del Friuli. Ha vinto numerosi premi letterari italiani e ha composto anche testi teatrali, come Medeculis, curarsi con le erbe, in scena a Mittelfest 2008. È collaboratore delle “Note fitoterapiche” nel mensile «Fuocolento», rivista enogastronomica del Friuli Venezia Giulia. Da  oltre un decennio tiene una rubrica fissa di vasto pubblico nella trasmissione Vita nei campi, in onda la domenica su RAI 3.
Ecco una sua intervista pubblicata su youtube nel 2013, col titolo: Franco Fornasaro scrittore. Clicca qui accanto sul nome.
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Franco Fornasaro, L’Adriatico di Gino. Romanzo / Gino, evo Jadrana! Roman, Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013.
Scrive Franco Fornasaro nel libro L’Adriatico di Gino che c'è il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57). Ecco una splendida immagine di un'ava dell'esodo giuliano dalmata, ossia di 350 mila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia fuggiti sotto la pressione titina. La didascalia a matita ci dice solo: "Germana Canarich 1889 - Cherso, Fiume". Il fotografo è Ilario Carposio che aveva lo stabilimento fotografico al piano terra di Via Sant'Andrea a Fiume anche nel 1887. Archivio ANVGD di Udine

mercoledì 31 maggio 2017

Romanzo di Maria Zaffira Secchi, La Camminatrice e la Resistente

Udine – C’erano persone in piedi alla libreria Tarantola il 25 maggio 2017. C’era la presentazione a cura di Gianpaolo Carbonetto, del romanzo di Maria Zaffira Secchi, intitolato “La Camminatrice e la Resistente”. Il libretto, di 136 pagine, è privo di fotografie, eccezion fatta per la raggiante copertina, che mostra in mezzo ai campi, una romantica donna  in cammino, appunto.

Gianpaolo Carbonetto e Maria Zaffira Secchi

L’autrice, Miffi per gli amici, con questo scritto ci mostra uno scrigno ricco di bellezze e di gentilezza. Cose che oggi sembrano perse. Si va dalla poesia, all’analisi interiore, all’autocoscienza. Singolare è il fatto che sia una comunicazione al femminile. I personaggi del volume sono donne, come pure l’autrice. Ci sono poche figure maschili, appena menzionate in qualche pagina.
Il testo si incentra su un (presunto o vero) ritrovamento in una grotta di un carteggio fra due signore, la Camminatrice e la Resistente. Abbiamo a disposizione solo questi due nomi comuni per parlare di loro. È un artifizio dell’autrice per farci concentrare sui contenuti delle lettere? C’è un riferimento geografico, dato che il pacco di lettere viene ritrovato in una caverna situata tra Italia, ex Jugoslavia e Austria, durante alcune operazioni di ripristino di vecchi sentieri.
Pubblico in sala prima della presentazione. Fotografia di E. Varutti

Chissà? Non è un caso la scelta di un’area di confine, di tremende guerre nel passato e di tensioni da Cortina di ferro, in piena guerra fredda, fino al 1989. Oggi è Unione Europea, con la stessa moneta, pur con i rigurgiti che bisogna sopportare. Come a dire: c’è chi cammina, c’è chi sconfina, c’è chi resiste. C’è chi immigra – mi sia consentito di aggiungere, visti i tempi che stiamo vivendo.
È curioso che le due protagoniste si scambino le missive lasciandole nella stessa grotta, dove la luce è quella di vecchie candele. Non c’è una spedizione postale cartacea, o per e-mail, o con twitter. 
C’è poi una forte disparità tra le due scrittrici. Il loro epistolario è spudoratamente asimmetrico. L’ha rilevato pure il blogger Gianpaolo Carbonetto, nell’affollata serata udinese di presentazione dell’opera. 
La Resistente scrive molto, si confida, analizza, mentre la Camminatrice è così telegrafica, da farti venire il nervoso. Rileggendo pian piano le sue lapidarie parole, tuttavia, si scopre un tocco poetico, che abbellisce il romanzo. In alcune pagine si sfiora la poesia in forma di prosa.
Libreria Tarantola, Udine per La Camminatrice e la Resistente, romanzo di Maria Zaffira Secchi. Fotografia di E. Varutti

Un’altra figura del testo ha un nome e fa la badante, visti i tempi che stiamo vivendo. È Sahar a spezzare il dialogo stretto la le due donne del titolo. 
Ci sono altri scarni riferimenti al territorio: c’è lo sclopit, parola friulana per l’erba silene, con cui fare frittate, risotti (pag. 83). Già perché un’altra passione di Miffi è cucinare e lo fa con un certo cipiglio nel suo B&B “Il posto di Zaffira” a Udine.
C’è poi il maç di San Zuan, il mazzo di fiori per San Giovanni a giugno (pag. 124), che tradizionalmente le donne friulane portano a benedire in chiesa per favorire lo sviluppo di un amore. È un’antica usanza, molto sentita ancora oggi a Cercivento e in altri paesi della Carnia, di far benedire, nel giorno di San Giovanni Battista, che cade il 24 giugno, un mazzolin di fiori di campo.


La trilogia del volume è stata rilevata da Carbonetto. Ci sono tre azioni tra di loro collegate. L’incertezza, la ricerca e la scelta. Il libro è pervaso da questa scansione. È forse un approccio filosofico. O è la pratica della vita quotidiana, del vivere giorno per giorno? Del resto la camminatrice che rifiuta i mezzi di comunicazione e che si affida a delle mele bruttine, ma intensamente biologiche, per nutrirsi, non può che vivere pensando solo al domani.

Gianpaolo Carbonetto e Maria Zaffira Secchi alla Libreria Tarantola di Udine. Fotografia di E. Varutti

Un ultimo appunto. L’unica citazione dotta è quella di Ildegarda di Bingen, se ho letto bene il prodotto culturale della Miffi. Mi piace proprio che nelle pagine conclusive del romanzo epistolare sia citata questa badessa, o “genio femminile” (Giovanni Paolo II). Ecco una sua massima: “Manifesta le meraviglie che apprendi ... Oh tu fragile creatura ... parla e scrivi ciò che vedi e senti...”.
Maria Zaffira Secchi, nata a Treviso nel 1960, è udinese di adozione, dato che sta in città dal 1977. Ha lavorato per le emittenti radio-televisive redigendo servizi culturali. È laureata in Scienza della Comunicazione a Trieste e ha pure frequentato la facoltà di Lettere – Filologia moderna. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo I sassi in perle.
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Ringrazio per le fotografie: Leoleo Lulu, di Udine



Maria Zaffira Secchi, La Camminatrice e la Resistente, Santa Maria Nuova (AN), Le Mezzelane, 2017, pagg. 136, euro 8,90.

ISBN 9788899964290