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domenica 25 novembre 2018

Sigeardo de Civitate, libro di Fornasaro presentato a Cividale


Nella splendida cornice del Museo Archeologico Nazionale si è tenuta a Cividale del Friuli la presentazione del romanzo storico di Franco Fornasaro, intitolato Sigeardo de Civitate
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Sala coi reperti del Patriarcato, oltre ai 5 figuranti in costume, Piero Tolazzi, da destra coi baffoni, Franco Fornasaro, Angela Borzacconi, Livio Bearzi e Elio Varutti

L’evento si è aperto il 23 novembre 2018, alle ore 17,30 con l’intervento di Angela Borzacconi, direttore del Museo stesso. “Siamo lieti di ospitare la presentazione di questo libro – ha detto Borzacconi – perché si può dire che esso sia nato fra le antiche carte di questo museo dove l’autore ha studiato e voglio aggiungere che gli archivi cividalesi sono uno scrigno prezioso di microstoria”.
La serata culturale, che aveva il patrocinio del Polo museale del Friuli Venezia Giulia del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), ha ricevuto il saluto dell’Amministrazione civica nella persona di Angela Zappulla, assessore alla Cultura del Comune di Cividale del Friuli. Tra gli altri erano presenti, nell’affollata sala, Livio Bearzi, autore della Postfazione al volume, Diego Causero, nunzio apostolico di vari stati africani, della Siria, Cechia, Svizzera e Liechtenstein, Roberto Cassina, della Banca di Cividale, Lorenzo Pelizzo, della Società Filologica Friulana e Giovanni Aviani, editore soddisfatto perché il libro di Fornasaro, in men che non si dica, è già arrivato alla seconda edizione.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Franco Fornasaro parla accanto a Elio Varutti e Piero Tolazzi

Poi è intervenuto il professor Elio Varutti, del Consiglio generale della Società Filologica Friulana, di cui si scrive poco più sotto. Un intervento accorato è stato quello di Piero Tolazzi, etnologo, cultore della storia di Cividale ed esperto conoscitore delle tecniche di combattimento medievale.
Circondato dai figuranti della Messa dello Spadone e del Palio di San Donato, Franco Fornasaro ha iniziato il suo accattivante contributo dicendo di sentirsi un friulese, nel senso di essere un immigrato nella città di Cividale, patrimonio dell’UNESCO. Poi, l’Outsider, come si sente Fornasaro, ha descritto come è nata l’dea del romanzo storico su “Sigeardo, ottantenne, figlio illegittimo con enormi qualità umane e competenze, eppur inviato per lavoro in tutte le parti del Patriarcato multietnico di Aquileia, che andava da Como a Salisburgo fino a Fiume nel Quarnero, oltre che in altri posti”. L’autore si è soffermato, infine, sul valore storico e giuridico delle Costituzioni della Patria del Friuli, emanate da Marquardo di Randech, un altro grande patriarca di quel periodo storico.
Il pubblico in sala, oltre 80 persone attente e partecipi alla serata di presentazione di Sigeardo de Civitate 

Il contributo di Elio Varutti
Sin dai tempi dei Longobardi, che nel 569 costituirono il loro primo ducato proprio a Cividale, c’era una certa conoscenza medica basata sullo studio delle opere di Ippocrate, di Galeno e di altri autori classici latini e greci. Ne ha scritto lo stesso Franco Fornasaro nel 1996. Si veda: “I longobardi e la medicina (con notule di alimurgia e di cucina)”.
A proposito di erbe medicinali esemplare pare l’elenco delle numerose specie vegetali che devono far parte dell’orto botanico, secondo l’ultimo capitolo del “Capitulare de villis”, elaborato negli ambienti della corte di Carlo Magno, secondo quanto riportato da Enzo Marigliano nel suo “Il Capitulare de Villis. Vita quotidiana di una realtà agraria al tempo di Carlomagno”, edito a Udine nel 2013. Alle erbe medicinali si è dedicato persino il poeta Ermes di Colloredo (1622 – 1692) nel suo manoscritto “Libro I. Rimedi, o sia ricette per alcune malattie del corpo umano”.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018, Museo Archeologico Nazionale – Elio Varutti, al microfono, Franco Fornasaro e Piero Tolazzi, con 3 figuranti in costume

Si parla proprio di medicamenti a base di erbe nell’ultimo romanzo di Franco Fornasaro. È un libro bello, intrigante ed istruttivo. È bello perché è legato a un territorio, anzi è collegabile a un comune, come quello di Cividale in particolare, ricco di bellezza romana, longobarda, medievale ed altro. Scrivere un libro sul territorio di adozione, com’è per Fornasaro, è la dimostrazione dell’attaccamento manifestato per una stupenda realtà territoriale. Il fatto è da lui denunciato sin dalle prime pagine del volume.
Ha dato molto alla città di Cividale lo scrittore Franco Fornasaro, cividalese di adozione, essendo nato nella entità non italiana del Territorio Libero di Trieste, con avi di Pirano e babbo di Veglia, ambedue località della Jugoslavia dal discusso Trattato di pace del 1947. Poi la Jugoslavia si scioglie nel 1991 con violente guerre. Pirano (Piran) oggi sta in Slovenia, mentre l’Isola di Veglia (Krk) è in Croazia. Mi viene in mente un altro cividalese di adozione, come il toscano Amelio Tagliaferri, mio insigne maestro di Storia economica all’Università di Trieste. Anche il pistoiese Tagliaferri riguardo agli studi storici e alle ricerche diede molto alla nota città longobarda, poi della Serenissima Repubblica di Venezia.
Cividale del Friuli, 23 novembre 2018,– Apre l’incontro Angela Borzacconi, direttore del Museo Archeologico Nazionale

Spero che il lettore non si annoi leggendo nelle presenti righe diversi nomi di storici e di ricercatori. È che per inquadrare la stupenda opera di Fornasaro bisogna fare ricorso ad altri studiosi. Non potrei liquidare tutto menzionando solo il grande Le Goff.  
Il romanzo di Fornasaro è istruttivo perché presenta vari periodi storici, con una cronologia ben definita pagina dopo pagina. Ci sono il presente e l’attualità con i giovani ricercatori un po’ precari che cercano e trovano un antico manoscritto. Ci sono le rievocazioni storiche tipiche di Cividale del Friuli, Forum Iulii poiché fondata da Giulio Cesare e Civitas Austriae, per il periodo carolingio. Per Civitas Austriae si intende città allocata nella parte orientale (Austriae) del regno di Lotario I.
Dopo l’anno Mille presero vigore gli ordini “Militari ospitalieri”, sulla scorta dell’esperienza dei Benedettini. A Cividale un ospedale venne gestito dalla Confraternita dei Battuti, operativa peraltro a Udine, Maniago, Porcia, Sacile e San Vito al Tagliamento.
Come ha scritto Pier Carlo Caracci nel suo  Appunti per una storia della medicina in Friuli del 1973-1975, a Udine c’è un medico stipendiato dal Comune sin dal 1282. Nei contratti si legge del “phisicucus”, ben distinto dal “ciroicus” (chirurgo) e dallo “speziale” (farmacista). È dal 1222 che l’Università di Padova ha aperto i battenti. Alla scuola medica della città veneta fanno riferimento gli antichi studenti friulani di medicina. Da tale università esce, ad esempio, Mondino Friulano, cividalese, allievo di Pietro d’Abano, ben citati da Sigeardo-Fornasaro nelle prossime pagine con precisione, oserei dire, anatomica.
Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli – L’intervento di Piero Tolazzi alla presentazione del libro di Fornasaro Sigeardo de Civitate

Per la loro attività in medicina nel capoluogo friulano Maestro Mannino e Bonaventura sono pagati annualmente 12 marche di denari d’argento ciascuno. Caracci ha aggiunto che c’era pure una dottoressa rispondente al nome di “Donna Gerarda Medicatrix in Castello dal 1396 al 1404”. Come pure viene rilevato sempre dal Caracci che San Daniele e Cividale ebbero il loro medico condotto fin dal secolo XIV.
Siamo dunque nel Trecento. È il periodo di “Sigeardo de Civitate”. La sua autobiografia è il tema centrale del manoscritto, oggetto della fantasia dell’Autore. È la parte più affascinante del libro, a mio parere. Personaggi e vicende storiche, invece, sono autentici. Si intersecano in un crogiuolo di eventi e di periodi storici. Ne fa fede l’attenta citazione delle fonti documentarie, cui già Fornasaro ha abituato i suoi lettori nelle varie esperienze editoriali precedenti. Si nota il suo cipiglio didascalico nel mare magnum della creatività romanzesca.
Nel Medio Evo la cultura era prerogativa delle persone inserite nei monasteri, nelle abbazie e nelle fradagle, ossia le confraternite laiche e religiose. Si sa che la chiesa di Santa Maria della Cella di Cividale, con annesso monastero, aveva varie proprietà. Dal 1267 il cameraro (o amministratore) della congregazione religiosa teneva bene annotato nel Libro contabile i sussidi, le bolle, le delegazioni e i beni in diverse località. Ora questo importante documento storico è custodito in Archivio di Stato di Udine (ASUd), Congregazioni religiose soppresse, busta 123.
Il bello è che la chiesa di Santa Maria della Cella, tra gli altri, possedeva beni immobili, dal 1283, non solo nell’area cividalese, come a Firmano, Premariacco, Cormons (dal 1294), Borgnano, ma fino a Collalto e Treppo Piccolo (dal 1329), Nogaredo di Corno, Pasian Schiavonesco (divenuto poi Basiliano) e addirittura a Ronchis di Monfalcone (dal 1377).
Studiosi come Jacques Le Goff, Steve Runciman, Giovanni Vitolo e Paolo Lino Zovatto, tra i tanti, hanno rimarcato un certo ritorno dell’ordine da parte di Carlo Magno, dopo le conquiste arabe. Tale ricrescita, pur stentata e non certo florida, generò alcune positive conseguenze sui traffici mercantili, tanto che i ricercatori parlano di “rinascenza carolingia”, verificatasi intorno ai secoli VIII-IX. Così si giunge all’epoca di Sigeardo.
A dimostrazione del rilancio economico, oltre che politico-religioso dei Franchi, attivi pure a Cividale e in altre parti del Nord Italia, altri storici hanno effettuato le seguenti considerazioni. Lo sviluppo urbano e portuale dei secoli XI-XII nelle città del Centro Nord Italia è strettamente legato a una preesistente economia in fase di sviluppo. In determinate aree geografiche si ristabilisce un interessante mercato economico intorno all’anno Mille, pur sulle antiche strade romane aggiustate, ristrutturate o rimesse alla meglio. Nell’Italia settentrionale sono proprio gli scambi locali di beni e di servizi a rivelarsi sufficienti ad alimentare i primi fenomeni d’urbanesimo, come hanno scritto Tito Maniacco nel 1985, Michael McCormick nel 2001 e Giovanni Vigo nel 2009.
Un’altra immagine del folto pubblico presente in sala a Cividale per il nono romanzo di Franco Fornasaro

Affascinante è poi la tecnica letteraria utilizzata da Fornasaro per questo suo Sigeardo de Civitate. Troviamo ancora il tema dialogante, come ne Gli appunti di Stipe, suo importante romanzo del 2015, edito dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). In qualche scritto l’Autore accenna alle sue origini istriane e anche qui l’Istria fa capolino ogni tanto. Sono solo dei piccoli cammei. Il mondo della frontiera ha sempre coinvolto l’Autore. Non a caso Gli appunti di Stipe, nel 2017, sono stati tradotti in croato. Anche in Sigeardo, pur essendo prodotto in gradevole lingua italiana, il plurilingue Fornasaro ci spiega qualcosa in lingua friulana, oppure in sloveno. Forse, con tali approcci, possiamo intendere meglio la complessità delle terre di confine, come ci ha insegnato Fulvio Tomizza, scrittore di frontiera per eccellenza.
Devo confessare, tuttavia, che le ricerche ardite, le tensioni politiche e conflitti armati entrano a gamba tesa tra le pagine di Sigeardo. Curiosa e, a tratti, scabrosa o macabra è la descrizione delle prime anatomie svolte dai ciroici, i chirurghi medievali. Il libro segna troppi punti a favore di Cividale. La prima anatomia su cadaveri della storia del Friuli avvenne a Cividale, secondo Sigeardo. La prima università degli studi fu creata là. Era il 1° agosto 1353 quando il sovrano Carlo IV, re di Boemia, re dei Romani e, di lì a poco, imperatore del Sacro Romano Impero (1355), riconosceva la prima Università friulana e transfrontaliera, avviata anni prima dal patriarca aquileiese Bertrando di Saint Geniès. “Carolus Dei Gratia… in metis Alemaniae, Hungariae, Sclavoniae, atque Italiae consistit…”, come si vede nel testo “Antiquitatum civitatis fori Iulii libri quatuor” di Basilio Zancarolo, stampato in Venezia nel 1669.

Il primo alambicco della zona per ottenere la grappa dove poteva essere usato se non a Cividale? La prima volta dell’uso della polvere da sparo nel Patriarcato di Aquileia avvenne a Cividale, la cittadina patrimonio dell’UNESCO. Sono molto intriganti queste “prime volte” nella storia del Friuli.
Sigeardo si lancia poi in una serie di elencazioni di natura varia. Forse a qualcuno verrà in mente “Il nome della rosa”, di Umberto Eco (1980), nel leggere i lunghi elenchi delle armi bianche per colpire, ferire, uccidere o squartare il nemico. Eppure Sigeardo non si scompone. Ci propina anche i nefasti malanni della peste nera del 1348, con attente spiegazioni riguardo alle tipologie e colori dei bubboni, cui nemmeno il buon Alessandro Manzoni ci aveva abituato. Come notizia a latere possiamo accennare al Santuario di Sant’Osvaldo a Sauris, località che, essendo scampata alla pestilenza, divenne meta di pellegrinaggi data la sua potenza taumaturgica.
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Il libro presentato
- Franco Fornasaro, Sigeardo de Civitate. Romanzo storico, prefazione di Elio Varutti, postfazione di Livio Bearzi, Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp 192, euro 20.

ISBN 978 8877 722720.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Daniela Conighi, che si ringrazia per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente.

mercoledì 14 novembre 2018

Gli appunti di Stipe, libro di Fornasaro presentato a Zara alla Comunità degli italiani


I temi del dialogo e della pace sono stati al centro dell’attenzione di un convegno svoltosi a Zara il 10 novembre 2018 presso la Comunità degli italiani. 
Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Franco Fornasaro, in piedi, parla del suo libro Gli appunti di Stipe, vicino a Rina Villani, Bruna Zuccolin e Emilio Fatovic. Fotografia di Elio Varutti

Ha aperto i lavori dell’incontro Rina Villani, presidente della Comunità degli Italiani di Zara, dicendo che “questa sera verrà presentato un libro del dialogo, per parlarsi, per capirsi e mantenere vive le culture dell’Adriatico orientale”.
La Villani poi ha dato la parola a Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), rappresentante anche dell’ERAPLE di Udine. Zuccolin ha letto una toccante intervista di Anna Maria Pittana a Silvio Cattalini, definito il comandante degli esuli, uomo di pace e promotore della politica del disgelo tra le due sponde del Mare Adriatico. 
La figura dell’ingegnere Cattalini, nato a Zara nel 1927 e morto a Udine nel 2017, è stata rievocata dal professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine. Cattalini, che fu presidente dell’ANVGD di Udine dal 1972 al 2017, fu il primo a lanciare le crociere della pace negli anni novanta da Trieste verso l’Istria, Fiume, Zara e Ragusa.
Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Elio Varutti mostra il Memorial Cattalini, in piedi, vicino a Rina Villani, Bruna Zuccolin e Emilio Fatovic. Fotografia Archivio Comunità degli italiani di Zara

Durante lo stesso incontro Emilio Fatovic, nato a Zara nel 1948 e oggi Consigliere del Comitato Economico Sociale Europeo di Bruxelles, ha presentato il libro di Franco Fornasaro, intitolato Gli appunti di Stipe, tradotto nel 2017 in Stipove bilješke. È un romanzo documentario bilingue, italiano e croato, sui rapporti tra i popoli dell’Adriatico orientale, per far conoscere ai giovani le radici della storia. “Per me è un onore incontrarsi – ha aggiunto Fatovic – per tenere assieme le culture del mondo slavo con il mondo latino, perché sono convinto che tali culture non si devono perdere, dato che la diversità va coltivata per restare uniti”.
“Qui esistono delle culture – ha detto Fornasaro stesso, ultimo relatore – del mondo italiano e di quello croato che si devono coltivare nel segno della pacificazione in dimensione europea”.
La traduzione croata in Stipove bilješke è della giornalista di Fiume Helena Labus Bačić e della lettrice Martina Crnolatec. La prima edizione italiana del testo, a cura dell’ANVGD di Udine, è del 2015. Per la seconda edizione ha collaborato l’Ente Regionale Acli per i Problemi dei Lavoratori Emigrati (ERAPLE).
Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Elio Varutti, da sinistra, Franco Fornasaro, Rina Villani, Bruna Zuccolin e Emilio Fatovic. Fotografia di Giorgio Gorlato


Il libro di Fornasaro, Gli appunti di Stipe
Con “Gli appunti di Stipe” Franco Fornasaro ha scritto il suo ottavo romanzo, edito nel 2015 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
L’autore, di origine istriana, lo propone, dal dicembre 2016, in formato bilingue (italiano e croato), tanto per dimostrare ancor di più il suo essere scrittore di frontiera, alla maniera di Fulvio Tomizza, come egli stesso ama ricordare. Detto volume è già stato presentato a Udine, a Pasian di Prato, Tarcento, Martignacco e Gorizia, in Italia. Ci sono state, inoltre, alcune presentazioni in Istria (Slovenia) e a Fiume (Croazia).
Il compianto presidente dell’ANVGD di Udine, Silvio Cattalini, ha voluto fermamente questo volume documentario, che ha un valore didascalico ed è stato scritto con pacatezza e spirito di dialogo, proiettandosi in una dimensione europea. “Qui ci sono documenti importanti – diceva Cattalini, il Comandante degli esuli – che dovrebbero essere noti agli abitanti delle due sponde dell’Adriatico”.

Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Una parte del pubblico attento in sala per il Memorial Cattalini e la presentazione del libro di Franco Fornasaro, Gli appunti di Stipe. Fotografia di Giorgio Gorlato

In seguito Fornasaro ha spiegato che il suo è un romanzo documentario, perché cerca e cita i documenti storici dal Risorgimento in poi. “Da bambino – ha aggiunto Fornasaro – ho dovuto assistere in un negozio di fruttivendolo a Trieste alle offese pronunciate nei confronti di mia madre, che erano del tipo: “Bruta ‘sciava torna in Istria”.
“Le vicende qui narrate – ha scritto nella prima edizione Silvio Cattalini, presidente ANVGD di Udine, dal 1972 al 2017 – inquadrano le sofferenze e le ricchezze di un popolo diviso dalla Storia, vale a dire gli italofoni e gli italiani dell’esodo e dei rimasti”. Il testo, di 176 pagine, è corredato da originali carte geografiche della Balcania, con tutti i cambiamenti di bandiera subiti nel Secolo breve. Si pensi che alla metà del Settecento, tutto l’Adriatico era per la Repubblica di San Marco, niente altro che il Golfo di Venezia, considerati i porti e i territori veneziani posseduti da secoli in Dalmazia, fino in Morea (Peloponneso greco) e oltre.
Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Franco Fornasaro, con il suo libro Gli appunti di Stipe, vicino a Bruna Zuccolin e Emilio Fatovic. Fotografia di Giorgio Gorlato

Con Gli appunti di Stipe ci si pone in una visione di pace e di stampo europeo, nei rapporti tra italiani, sloveni e croati. Ciò rientra nello spirito di fondo della Legge 30 marzo 2004 n. 92, che istituì il Giorno del Ricordo, col fine di conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Fornasaro ha ricordato che la cultura italofona va, lungo l’Istria, Fiume e la Dalmazia, da Muggia a Dulcigno, in Montenegro, dove di recente e, nonostante quello che è successo con le guerre balcaniche degli anni Novanta, 2017 cittadini si sono dichiarati di lingua e cultura italiana. Proprio nelle scuole delle Bocche del Cattaro (Montenegro), di recente, un volume di Fornasaro è stato adottato come libro di testo. Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana! ”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa su L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!  è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Zara, Biblioteca della Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Rina Villani, presidente del sodalizio. Fotografia di Giorgio Gorlato

Il pubblico di Zara
Il convegno zaratino si è concluso con un vivace dibattito. La signora Giuliana Riggio è intervenuta per accennare alla sua “scelta di vivere a Zara, avendo un padre siciliano e un marito serbo croato e avendo insegnato per molto tempo a Gorizia e a Brescia”. La signora ha aggiunto di “aver recepito la voglia di essere in pace tra i popoli”. Un signore zaratino di nascita ha lamentato che la Comunità degli italiani di Zara non è sempre al centro dell’attenzione delle istituzioni e delle associazioni del Bel Paese, “invece ricordo e ringrazio, ad esempio, il Comune di Monza per quanto ha fatto in occasione del Giorno del Ricordo, come altri comuni limitrofi della Lombardia”.
Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria a Udine, ha voluto rimarcare “l’importanza della comunicazione e dell’attività nelle scuole, tra i giovani, come sapete fare qui a Zara, proprio voi della Comunità degli italiani, perché è importante operare con sentimenti di pace tra i popoli”.
Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Franco Fornasaro, col suo libro Gli appunti di Stipe, vicino a Rina Villani, Bruna Zuccolin e Emilio Fatovic. Fotografia Archivio ANVGD Udine
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Una recensione al libro di Fornasaro, del 2015-2016, è comparsa su «La Voce del Popolo», Quotidiano dell’Istria e del Quarnero a firma di Rosanna Turcinovich Giuricin, “Gli appunti di Stipe in italiano e in croato perché i giovani conoscano le radici della storia”, nel web dal 31 dicembre 2016.
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Rassegna stampa
Da “IL PAIS” del 13.11.2018, con il titolo: “Incontro di pace a Zara tra italiani e croati”.
http://www.ilpais.it/2018/11/13/incontro-di-pace-a-zara-tra-italiani-e-croati/.
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Sul web in lingua croata on-line dal 10 novembre 2018: Stipine bilješke - priče rođenog Zadranina Silvia Cattalinija

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Zara, Comunità degli italiani, 10.11.2018 – Rina Villani riceve alcuni ospiti dell'ANVGD di Udine, Bruna Zuccolin, Franco Fornasaro e Elio Varutti. Fotografia Archivio ANVGD Udine
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Si ringraziano per la collaborazione alle immagini: Giorgio Gorlato, Rina Villani e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo, dall'archivio della Comunità degli italiani di Zara e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 28 ottobre 2018

La spy story di Riccardo Bellandi presentata a Monfalcone con l’ANVGD


Il Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) insieme alle ACLI di Monfalcone e all’Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia hanno organizzato una pubblica iniziativa sul teme del confine orientale. L’evento aveva il patrocinio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.


Bellandi, Boscarato, Paoletti e Zuccolin al tavolo della presidenza a Monfalcone con le ACLI, l'ANVGD di Udine e l'Associazione Toscani in FVG

Il giorno 24 ottobre 2018, alle ore 18.00, a Monfalcone, presso la Parrocchia di San Nicolò, in sala coro, in Via 1° Maggio n. 84, c’è stata la presentazione del libro di Riccardo Bellandi  "Lo spettro greco", una spy story sulla guerra fredda al confine orientale italiano.
Erano presenti Danilo Boscarato, presidente del Circolo ACLI Giovanni XXIII della parrocchia di S. Nicolò, assieme a Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine. Silvia Paoletti, presidente delle Acli provinciali di Gorizia, ha sottolineato la buona collaborazione con l’ANVGD di Udine, nonché con l’Associazione dei Toscani in FVG. Diverse domande sono state poste dal pubblico all’autore Riccardo Bellandi, che ha risposto rilevando come la conoscenza dei fatti della guerra fredda sarebbe da divulgare fra le giovani generazioni.
Riccardo Bellandi spiega il suo libro con diapositive in Power Point

La trama del giallo di Bellandi
Sin dal titolo, “Lo spettro greco”, l’autore evoca lo stato di guerra civile creatosi in Grecia dopo la seconda guerra mondiale. Un fatto analogo poteva accadere nell’Italia sconfitta dagli alleati anglo-americani e sull’orlo di una guerra civile fomentata dall’Armata jugoslava, che alitava ostinatamente sui confini orientali. La missione di spionaggio descritta nel volume mira a svigorire la componente filo-jugoslava e rivoluzionaria del PCI, per evitare proprio lo stato di guerra civile come in Grecia, con un personaggio chiave nato a Zara.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.


mercoledì 31 maggio 2017

Romanzo di Maria Zaffira Secchi, La Camminatrice e la Resistente

Udine – C’erano persone in piedi alla libreria Tarantola il 25 maggio 2017. C’era la presentazione a cura di Gianpaolo Carbonetto, del romanzo di Maria Zaffira Secchi, intitolato “La Camminatrice e la Resistente”. Il libretto, di 136 pagine, è privo di fotografie, eccezion fatta per la raggiante copertina, che mostra in mezzo ai campi, una romantica donna  in cammino, appunto.

Gianpaolo Carbonetto e Maria Zaffira Secchi

L’autrice, Miffi per gli amici, con questo scritto ci mostra uno scrigno ricco di bellezze e di gentilezza. Cose che oggi sembrano perse. Si va dalla poesia, all’analisi interiore, all’autocoscienza. Singolare è il fatto che sia una comunicazione al femminile. I personaggi del volume sono donne, come pure l’autrice. Ci sono poche figure maschili, appena menzionate in qualche pagina.
Il testo si incentra su un (presunto o vero) ritrovamento in una grotta di un carteggio fra due signore, la Camminatrice e la Resistente. Abbiamo a disposizione solo questi due nomi comuni per parlare di loro. È un artifizio dell’autrice per farci concentrare sui contenuti delle lettere? C’è un riferimento geografico, dato che il pacco di lettere viene ritrovato in una caverna situata tra Italia, ex Jugoslavia e Austria, durante alcune operazioni di ripristino di vecchi sentieri.
Pubblico in sala prima della presentazione. Fotografia di E. Varutti

Chissà? Non è un caso la scelta di un’area di confine, di tremende guerre nel passato e di tensioni da Cortina di ferro, in piena guerra fredda, fino al 1989. Oggi è Unione Europea, con la stessa moneta, pur con i rigurgiti che bisogna sopportare. Come a dire: c’è chi cammina, c’è chi sconfina, c’è chi resiste. C’è chi immigra – mi sia consentito di aggiungere, visti i tempi che stiamo vivendo.
È curioso che le due protagoniste si scambino le missive lasciandole nella stessa grotta, dove la luce è quella di vecchie candele. Non c’è una spedizione postale cartacea, o per e-mail, o con twitter. 
C’è poi una forte disparità tra le due scrittrici. Il loro epistolario è spudoratamente asimmetrico. L’ha rilevato pure il blogger Gianpaolo Carbonetto, nell’affollata serata udinese di presentazione dell’opera. 
La Resistente scrive molto, si confida, analizza, mentre la Camminatrice è così telegrafica, da farti venire il nervoso. Rileggendo pian piano le sue lapidarie parole, tuttavia, si scopre un tocco poetico, che abbellisce il romanzo. In alcune pagine si sfiora la poesia in forma di prosa.
Libreria Tarantola, Udine per La Camminatrice e la Resistente, romanzo di Maria Zaffira Secchi. Fotografia di E. Varutti

Un’altra figura del testo ha un nome e fa la badante, visti i tempi che stiamo vivendo. È Sahar a spezzare il dialogo stretto la le due donne del titolo. 
Ci sono altri scarni riferimenti al territorio: c’è lo sclopit, parola friulana per l’erba silene, con cui fare frittate, risotti (pag. 83). Già perché un’altra passione di Miffi è cucinare e lo fa con un certo cipiglio nel suo B&B “Il posto di Zaffira” a Udine.
C’è poi il maç di San Zuan, il mazzo di fiori per San Giovanni a giugno (pag. 124), che tradizionalmente le donne friulane portano a benedire in chiesa per favorire lo sviluppo di un amore. È un’antica usanza, molto sentita ancora oggi a Cercivento e in altri paesi della Carnia, di far benedire, nel giorno di San Giovanni Battista, che cade il 24 giugno, un mazzolin di fiori di campo.


La trilogia del volume è stata rilevata da Carbonetto. Ci sono tre azioni tra di loro collegate. L’incertezza, la ricerca e la scelta. Il libro è pervaso da questa scansione. È forse un approccio filosofico. O è la pratica della vita quotidiana, del vivere giorno per giorno? Del resto la camminatrice che rifiuta i mezzi di comunicazione e che si affida a delle mele bruttine, ma intensamente biologiche, per nutrirsi, non può che vivere pensando solo al domani.

Gianpaolo Carbonetto e Maria Zaffira Secchi alla Libreria Tarantola di Udine. Fotografia di E. Varutti

Un ultimo appunto. L’unica citazione dotta è quella di Ildegarda di Bingen, se ho letto bene il prodotto culturale della Miffi. Mi piace proprio che nelle pagine conclusive del romanzo epistolare sia citata questa badessa, o “genio femminile” (Giovanni Paolo II). Ecco una sua massima: “Manifesta le meraviglie che apprendi ... Oh tu fragile creatura ... parla e scrivi ciò che vedi e senti...”.
Maria Zaffira Secchi, nata a Treviso nel 1960, è udinese di adozione, dato che sta in città dal 1977. Ha lavorato per le emittenti radio-televisive redigendo servizi culturali. È laureata in Scienza della Comunicazione a Trieste e ha pure frequentato la facoltà di Lettere – Filologia moderna. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo I sassi in perle.
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Ringrazio per le fotografie: Leoleo Lulu, di Udine



Maria Zaffira Secchi, La Camminatrice e la Resistente, Santa Maria Nuova (AN), Le Mezzelane, 2017, pagg. 136, euro 8,90.

ISBN 9788899964290

mercoledì 24 giugno 2015

La donna del chiosco sul Po, di Maurizio Mattiuzza

Un poeta fine che canta il mondo d’oggi: ecco chi è Mattiuzza. Ha vinto, nel 2014, con questa raccolta la sezione di poesie di InediTO – Premio Colline di Torino, XIII edizione. Le sue liriche affondano le radici nel passato, nei luoghi dove ha vissuto da giovane. Ariano Polesine, in provincia di Rovigo, è una località sul delta del Po che compare nel settimo verso della poesia che dà il titolo all’intera raccolta del 2015: “La donna del chiosco sul Po”. Il testo è edito da La Vita Felice, di Milano.



Chi era questa donna? E perché è addirittura finita nel titolo del suo quarto libro di poesie? Maurizio Mattiuzza ci regala, in questa sua poesia, un quadretto socio-economico italiano degli anni intorno al 1970, di cuant che al jere un frut (“quando era piccino”). Mi permetto di inserire qualche parola in lingua friulana – con traduzione – perché Mattiuzza è un poeta plurilingue. Perciò, pure il modesto recensore si sbizzarrirà in più lingue. Almeno con quelle del cuore: friulano (del papà), italiano, veneziano (della nonna) e trentino (degli studi universitari). In questo senso mi sembra di percepire una strana vicinanza esperienziale con questo grande poeta.
Egli nacque nei pressi di Zurigo nel 1965, per passare a vivere in Friuli dal 1976, ma c’è una nonna della Valsugana nella sua crescita linguistica. La se questa popetta trentinazza (“è questa bambina del Trentino”, bambina in senso figurato) che gli ha trasmesso le parole, le arie, gli accenti, le ninne nanne, nonché i fenomeni e le produzioni della cultura popolare – direbbero gli antropologi – della Valsugana, realtà economica di radicata tradizione contadina del Trentino, con uno sguardo alla fabbrica.
Allora la donna del chiosco sul Po è realmente esistita. E Mattiuzza ce la racconta poeticamente. Era una contadina che lavorava quotidianamente la terra con i suoi stivali di gomma, sognando il posto in una fabbrica. Negli anni 1960-1970 si sviluppò l’industrializzazione, soprattutto in Italia settentrionale. Ci furono pure le prime lotte sindacali.
La donna del chiosco sul Po non capisce gli operai col posto fisso che scioperano dietro i cancelli della fabbrica. L’unica sua paura è quella dell’acqua. Come nei proverbiali capitoli de Il mulino sul Po di Riccardo Bacchelli, del 1957, a portarsela via sarà proprio una lunga piena più larga di quella del Po, come scrive Mattiuzza.


Lo splendido libro di poesia è stato presentato il 21 giugno 2015 a Cividale del Friuli, nel sottoportico di Casa Costantini, nell’ambito della rassegna Mittelibro, con la presentazione di Michele Obit, che ha letto una versione in lingua slovena di una poesia di Mattiuzza.
Dopo le presentazioni di Torino e di Muzzana del Turgnano, il volume La donna del chiosco sul Po, ha goduto oltre che della incantevole location, con il delizioso frescolino cividalese, pure di un job enrichment, costituito dalla chitarra e dalla voce di Renzo Stefanutti, con la sua affascinante e coinvolgente variante carnica. “Par fuarce, o soi di Dalès!”(Per forza, sono di Alesso - frazione di Trasaghis) – mi ha detto Stefanutti, dopo il concerto – presentazione. E non è tutto!

Maurizio Mattiuzza

Non vorrei sembrarvi un venditore di piatti dei Baracconi di Santa Caterina, ma la serata di Cividale aveva un altro elevato valore aggiunto. È stata arricchita, infatti, dalla spumeggiante lettura di Stefania Carlotta Del Bianco, nonché dal contributo virtuoso e spettacolare di Susan Franzil al violoncello. I diciotto pezzi presentati, oltre ad un richiesto bis, sono filati via lisci... che neanche ti accorgi che il tempo passa. Erano solo in lettura, in italiano, friulano e sloveno, oppure sono stati anche cantati con l’accompagnamento degli strumenti citati, oltre a qualche percussione suadente. Ecco spiegato il nome che si sono dati i quattro artisti citati per questa “perfomance”: Alberi di Argan poetry Quartet.
Il libro, di cento pagine, è da leggere e rileggere, per assaporarlo pienamente in tutta la sua bellezza. Mattiuzza ci presenta qui, pure alcune esclusive traduzioni in lingua slovena (di Jolka Milič), in lingua asturiana (di Martìn Lòpez Vega) e greca (di Massimiliano Damaggio).
I suoi versi hanno una marcia in più. Alcune rime sono riprese da Gli alberi di Argan, la sua precedente raccolta poetica, del 2011.
Mattiuzza ha fatto parte del gruppo di poeti di Usmis, movimento letterario e musicale friulano degli anni 1990-2000. In quel periodo ha partecipato al collettivo artistico dei Trastolons. Ha scritto «La cjase su l’ôr» nel 1997. La seconda raccolta di poesie è del 2004 ed ha per titolo «L’inutile necessitâ(t)», editore Kappavu, con interventi di Luciano Morandini e del cantautore Claudio Lolli. Nel 2001 Mattiuzza, col cantautore nostrano Lino Straulino, ha pubblicato l’album «Tiere Nere». 

Poeti Trastolons sul palco.  Una "Reunion Trastolona al Cormòr nel 2010" dal sito web di:  lussia di uanis

Le composizioni artistiche di Mattiuza sono inserite nelle antologie, ove compare il poeta “beat” Jack Hirschman, oppure alcune firme della musica leggera italiana, come Elisa e Neffa. Mattiuzza ha vinto il premio «Naghèna d’Arjent» tal 2008. Dopo ha ricevuto il premio Città di Ceggia e, a Torino, per la rassegna «Onde d’arte in versi per l'Abruzzo». Nel 2009 si è portato a casa pure il premio "Laurentum", per una poesia inedita in italiano. Ha ottenuto la selezione al premio "Alda Merini" nel 2013. Con alcune liriche contenute nel volume appena uscito è stato recentemente inserito nella terzina finalista del premio nazionale "Mario Soldati".
«Mattiuzza fa un uso libero delle lingue nella sua poetica, perché è molto sensibile alla fonetica – ha dichiarato a Udine, nel 2011, Marina Giovannelli, scrittrice e critico d’arte – ed è sulla linea di Saba e di Morandini, ma menziona pure Giacomini, Zannier, Tavan, Endrigo e De André».
La poesia di Mattiuzza è stata definita “civile”, come quella di Pasolini del 1957-1960. Mattiuzza descrive i gruppi sociali, le loro problematiche, i conflitti ed i successi. Egli racconta della emigrazione, delle case operaie, del caffè autarchico delle piccole comunità montane, dei piccoli paesi abbandonati di montagna, del giro delle osterie, dei capannoni industriali con l’orologio dei Fratelli Solari, del mutuo da pagare, delle fabbriche che chiudono, dopo il sogno dell’industrializzazione e così via.
Mi sia consentita un’ultima considerazione - un po' divergente -, ma utile a fare un collegamento con la poesia civile di Pasolini in un modo del tutto personale, perchè Mattiuzza - a mio modesto parere - ne ripercorre le tracce... lis olmis, lis usmis.
Mentre Mattiuzza un po’ leggeva e un po’ recitava una sua poesia, dove è citato un gatto (forse è quella intitolata “In diagonale” nella raccolta fresca di stampa) nel cortile di Casa Costantini, che era allo scuro, alle spalle del Quartetto che si esibiva, spunta il gatto dei padroni di casa. Il felino era molto seccato di vedere tutta quella gente, tutti quei fili e sentire le voci amplificate. Poi è zompato via. “Povero come un gatto del Colosseo, / vivevo in una borgata tutta calce / e polverone, lontano dalla città…” (Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice, II, in Le ceneri di Gramsci, 1957).

Renzo Stefanutti e Maurizio Mattiuzza

Nei versi di Mattiuzza compaiono altri animali. Sono nominati in vari contesti, in forma specifica o generica. Ci sono farfalle, delfini, conchiglie, draghi, pesci, uccelli, lucertole, rondini, allodole e ghiandaie.
Un mio amico, esperto di estetica, mi dice che persino nei toponimi, utilizzati da uno scrittore nel suo lessico, è possibile scorgere la sua Weltanschauung (ossia la sua “visione del mondo e delle cose”). Ecco perché i nomi dei luoghi, nelle odi di Mattiuzza, possono fornirci altre possibilità di lettura critica. A parte il “deus Padus” che fa la sua bella mostra sin dal titolo del libro, ce ne sono molti altri e di ogni continente, non solo delle terre nostre. Cincischiare sulle “identità fluviali”, come le ha definite Michele Zacchigna – nel suo libro intitolato Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013 – non è che porti a molto, tuttavia può rappresentare la definizione di un campo di appartenenza.
La grossa questione è che bisogna fare in modo che non sia un campo di ortiche, zeppo di vipere, in cui un novello homo tribunus va a muoversi solo con la ruspa.
Del toponimo di Ariano dove, tra l’altro, è vivace il dialetto ferrarese, si è già detto. Anche l’Istria, nelle raccolte di Mattiuzza, è come il cammeo nei film dei grandi autori. Per non dire della Valsugana, che è quasi un assioma nella poetica di Mattiuzza, con la specificazione questa volta dei paesi di: Cismon, Solagna e Fontariva. Mi si permetta una digressione personale. Non potrò mai dimenticare un certo Paolo da Solagna. Arrivava ogni settimana alle case dell’Opera universitaria di Trento, dove si alloggiava, con un bottiglione di Clinto. “Sennò come te fa per bevere” – diceva con candida semplicità. L’acqua, per lui, serviva per la ruggine. Paolo era una persona veramente unica. Mi verrebbe da dire: un sociologo legato al territorio.
Tra i toponimi utilizzati da Mattiuzza c’è Padova, mentre come un fulmine a ciel sereno compare Fuerteventura – isola tropicale delle Canarie, Spagna – un  suo luogo di creazione dei versi.
Ci sono poi Berlino, l’Europa, l’Asia. Pure Sesto San Giovanni e Milano. Nella sezione delle traduzioni, possiamo trovare Atene, la Bosnia, Sežana (Slovenia), Duino, Poo de Llanes (nelle Asturie, Spagna), Braga, Roma, lo stato dello Iowa (USA) e Argan (Marocco).  

 La location della Casa Costantini a Cividale del Friuli, 21 giugno 2015. Maurizio Mattiuzza, a sinistra, Stefania Carlotta Del Bianco, Susan Franzil e Renzo Stefanutti per la presentazione de La donna del chiosco sul Po