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lunedì 22 ottobre 2018

Gita a Parenzo e Antignana, alla festa del prosciutto, con l’ANVGD di Udine


Domenica 21 ottobre 2018 si è svolta una interessante gita sociale per i soci dell'ANVGD di Udine. 
Parenzo 21 ottobre 2018 – Gita sociale dell’ANVGD di Udine, una parte dei soci. Fotografia proprietà di Giorgio Gorlato

In occasione della Festa del Prosciutto Istriano ad Antignana un gruppo di soci ha visitato l’antico borgo istriano e pure la cittadina di Parenzo. Antignana era una piccola città circondata da mura e torri. Oggi è un luogo dal fascino singolare, dove la tradizione e la storia vengono fatte vedere con orgoglio.
Antignana, Festa del prosciutto – Molto apprezzato il prosciutto di Dignano d’Istria, in croato Vodnjan; fino al 1945 Dignano d’Istria; in veneto Dignan. Fotografia di Giorgio Gorlato

La gita è andata bene e si è seguito il programma. Alle ore 8.00 c’è stata la partenza da Udine, presso Teatro Giovanni da Udine (lato parcheggio). L’arrivo previsto ad Antignana era per le ore 10.30 circa. Poi c’è stato il pranzo libero per degustare il buonissimo prosciutto istriano nei vari stand. Nel primo pomeriggio si è partiti per la cittadina di Parenzo, effettuando una visita guidata del centro storico e della Basilica Eufrasiana, uno dei maggiori esempi di arte bizantina nella regione. Proprio per il suo eccezionale valore estetico è stata inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 1997. Nel tardo pomeriggio c’è stato il rientro a Udine in pullman.


Antignana, Festa del prosciutto – Alcuni soci della comitiva dell'ANVGD di Udine in un momento di relax. Fotografia di Bruno Bonetti

Oltre a Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) Comitato Provinciale di Udine, erano presenti altri dirigenti come Bruno Bonetti, segretario del sodalizio e Barbara Rossi, delegato amministrativo. 
Tra gli altri partecipanti si sono notati Giorgina Vatta, esule da Pola, Fabiola Modesto Paulon, esule da Fiume, Giorgio e Daria Gorlato, esuli da Dignano d’Istria, con i rispettivi consorti. C’erano anche Odette Tomissich, esule da Fiume e la figlia Marina Bellina. Ci scusiamo se abbiamo dimenticato qualche altro nome. L’evento è stato organizzato dalla ANVGD di Udine e rientra nelle attività sociali del 2018.
Antignana, Festa del prosciutto, 21.10.2018 – Tanta scelta di prosciutti. Qui lo stand di quello dalmata. Fotografia di Giorgio Gorlato


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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, Bruno Bonetti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Nella giornata di sole, guastata anche da un po’ di pioggia, c’è stato un incontro commovente quando la signora Giorgina Vatta partida ha rivisto ed abbracciato i cugini restadi che non vedeva da molto tempo. Fotografia di Giorgio Gorlato

Antignana, scorcio del paese. Fotografia di Giorgio Gorlato

Parenzo - Con le ombrele verte. Fotografia di Bruno Bonetti

domenica 16 settembre 2018

Armando Delzotto e i suoi ricordi di Dignano d’Istria fino al 1943, un libro del 2012


Ho riletto con piacere il volume di Armando Delzotto intitolato: I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Udine, Edizioni del Sale, 2012. Sin dalla sua uscita il piccolo testo suscitò un certo interesse con richieste per riceverlo da dignanesi di varie parti d’Italia, Sicilia compresa e, perfino, dagli Stati Uniti d’America. L’esodo giuliano dalmata, del resto, ha sparpagliato per benino i profughi in giro per il mondo.
Dignano d'Istria 1932, la Bianchi S 9 delle famiglie Delzotto e Fortunato, con Antonio Delzotto al volante e il figlio Giovanin sulla ruota di scorta. Fotografia di proprietà di Armando Delzotto

Siccome il volume è esaurito presso l’editore, cercherò di riportare cosa ha scritto l’autore, che è socio emerito del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Come mai mi permetto di definirlo emerito? Beh, come tutti gli istriani “non è mai stato con le mani in mano”. Questa è una delle più comuni definizioni riprese dal vocabolario di don Tarcisio Bordignon, parroco di San Pio X a Udine, dal 1966 al 2014, nella stessa zona dove funzionò dal 1945 al 1960 il Centro smistamento profughi più importante d’Italia. Da lì passarono oltre centomila fuggitivi dall’Istria, Fiume e Dalmazia, in fuga dalle violenze titine, per essere sventagliati in oltre cento Centri raccolta profughi aperti in giro per l’Italia dal dopoguerra.
Bumbaro eccellente del clan Terere, Armado Delzotto è nato a Dignano d’Istria il 5 febbraio 1926 da Antonio Delzotto e Maria Birattari. Si ricorda che col termine bumbaro si intende un dignanese verace, che parla il dialetto istrioto di derivazione neolatina.
Dai primi anni del Novecento il babbo del nostro autore, Antonio Delzotto, assieme allo zio Stefano Fortunato misero in piedi un fiorente negozio di manifatture e di tessuti. Si creò così un certo benessere nelle famiglie Delzotto & Fortunato, formate rispettivamente dai coniugi e da tre figli ciascuna. Armando ha due fratelli, Giovanin e Luciano. Poi ci sono i tre cugini Fortunato: ancora un Giovanin, Gigi e Maria.
Dignano d'Istria, 1933. Chierichetti con bandiera. Seduto al centro il parroco don Gaspard, dietro a lui, con una crocetta, Armando Delzotto e, in piedi a destra, don Fabbro. Fotografia di proprietà di Armando Delzotto

Sin dalla prima pagina del libro-memoriale si legge della fuga notturna, avvenuta il 25 settembre 1943. Tranne Giovanin Delzotto, i due gruppi familiari, alla chetichella, vanno a Fasana dall’amico pescatore Scabossi e col suo peschereccio ha inizio l’esodo. Navigando sotto costa passano per Trieste e, poi fino a Venezia, dove il ventinovenne Giovanin aspettava gli esiliati. Passano i primi giorni in un albergo, questo strano tipo di esuli poi, trovata una casa in affitto nei pressi del Ponte di Rialto, i due imprenditori riprendono l’attività commerciale. Questi dieci esuli istriani non sono di certo conteggiati nelle statistiche degli oltre 200 mila italiani scappati dalle terre perse e aiutati dall’Opera profughi. Molti esuli si sono arrangiati da soli. Ecco perché padre Flaminio Rocchi riporta il numero di fuggitivi a oltre 350 mila individui.
La famiglia Fortunato nel 1947 decise di separarsi dalla famiglia Delzotto anche nelle attività mercantili. Loro tentarono un infelice rientro a Dignano, per trasferirsi definitivamente a Torino.
Anche la famiglia Delzotto subì dei cambiamenti, dato che Giovanin restò per un po’ di tempo a Venezia, per emigrare verso il Venezuela, dove morì. Il fratello Luciano, laureatosi in medicina, si trasferì a Treviso e poi a Mestre, dove morì e dove morirono pure i due genitori Delzotto. L’autore, laureatosi in ingegneria, nel 1953 partì per Cagliari, per lavorare alla saline di Macchiareddu. Poi rientrò in Veneto, lavorò a Catanzaro e a Udine con l’Agip e nel 1956 si sposò con Milvia, che gli diede due figli Gianni e Claudio. Nel 1986 giunse la meritata quiescenza, così con la moglie si trasferì a Collina di Forni Avoltri (UD), in alta montagna, lo stesso luogo di villeggiatura di alcune famiglie istriane degli anni Trenta. Armando Delzotto, dal 1990 al 1995, fu eletto addirittura sindaco di Forni Avoltri.
Sulla strada per Pola. Gita da Dignano in bicicletta nel 1943. Qualche sorriso, prima dell'8 settembre, dopo di che ci sarà poco da ridere. Fotografia di proprietà di Armando Delzotto

Come mai le famiglie Delzotto e Fortunato fuggono da Dignano d’Istria in quella serena serata del 25 settembre 1943, mollando tutti i beni materiali? Presto detto. A pagina 9, l’autore spiega l’atteggiamento degli slavi che convivevano con gli italiani istriani. “Ci sopportavano, ma non ci amavano, anche e soprattutto per le angherie cervellotiche subite dalle nostre istituzioni nazionali e locali, poco o per niente lungimiranti. Già non ci amavano gli slavi, ma gli slavi di Tito addirittura ci odiavano e avevano tutta l’intenzione di eliminare fisicamente quanti più italiani possibile, specie i benestanti, i professionisti e, soprattutto, quelli che potevano avere la volontà e la capacità di intralciare le loro mire espansionistiche sull’Istria”. Fuggirono, insomma, per non essere “destinati alla foibe”.
L’autore fa anche un po’ di storia del paese natale. Da quel “Attinianum” di epoca romana alla sottomissione di Dignano a Venezia, nel 1331. Non tralascia le migrazioni slave, il 1797 per passare poi all’Austria e, nel 1918, al Regno d’Italia, dopo la Grande Guerra, al fascismo e al secondo conflitto mondiale. Col trattato di pace del 1947 Dignano passa sotto la Jugoslavia, che – ci permettiamo di aggiungere – si disfa nell’ultimo decennio del Novecento, con sanguinose guerre fratricide.
Dignano d'Istria, 2012. le vetrine del'ex negozio Delzotto e Fortunato. Fotografia di proprietà di Armando Delzotto

L’autore ci spiega la semplice bellezza del suo paese, dove non c’era l’acqua corrente, ma ci si doveva approvvigionare nei pozzi collegati alle cisterne (pag. 21). Poi c’è la prima descrizione di un comportamento sociale legato alla tradizioni popolari: le rogazioni. A scopo di invocare la pioggia si tenevano delle processioni, che per i ragazzi erano anche delle spensierate scampagnate (p. 23).
Interessanti sono le descrizioni dei cibi. Si va dalle ciuche, ossia le lumache, da consumare con la polenta, che accompagnava pure il pesce fritto. La pasta e fagioli “con la porcina”, carne ovina si alterna al baccalà mantecato, ma anche la fritaia coi sparisi selvadighi del prostimo (frittata con asparagi selvatici di bosco) (p. 29). Il tutto da bagnare col Teran, oppure col vino bianco Malvasia.
Vengono ricordati nel libro gli orizzonti con l’isola di Brioni e la Savata, ovvero l’isola di San Girolamo, definita in quel modo per il suo profilo da ciabatta. Ci sono i luoghi della villeggiatura marina: Barbariga, Valcadena di Brioni, Medolin, Villa Manerini e Fasana, col bar Marinich (p. 64). Le famiglie ci arrivavano con l’automobile, una Bianchi S 9.
Dignano d'Istria, pozzo di Casa Derocchi, con l'autore nel 2010. Fotografia di proprietà di Armando Delzotto

I resoconti della vita scolastica sono intervallati dalle punizioni del maestro Franzitta (p. 84). C’è il treno delle Tabacchine, che portava da Dignano e da altri paesi limitrofi le donne a lavorare alla Manifattura Tabacchi di Pola (p. 86). Il brano più esilarante riguarda la scena dello scolaro Menighetto Groppuzzo, bisognoso del gabinetto. Tirato un calcio alla porta dei servizi igienici, si liberò dei suoi liquidi in eccesso, ma si ritrovò a bagnare copiosamente i pantaloni del professor Stefanacci. Resosi conto del gesto malsano Menighetto corse in classe gridando disperatamente: “Gò pissà su le braghe de Stefanacci!” (p. 88). Superata la prima liceo a Pola, il nostro autore, a diciassette anni, prese la via dell’esodo con la famiglia, come si è detto.
Tessera del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, firmata dall’architetto Carlo Conighi, presidente della sede provinciale di Udine, 1948-1952. Collezione Helga Conighi, Udine

Prima del fascismo, lo zio e il babbo in bottega parlavano in italiano e con i contadini croati, anche in dialetto locale. Dopo il fascismo, ci fu l’imposizione della lingua italiana e il divieto di parlare slavo. Nel negozio collaboravano cinque garzoni, nel 1933, ma i rapporti con i clienti croati del contado si guastarono, perché essi erano troppo orgogliosi di parlare solo nel loro dialetto (p. 103). Tra i ricordi di vita paesana affiorano il gelataio Guerrino, di fronte alla Chiesa del Carmine, la banda musicale, la vendemmia e l’olio venduto alla borsa nera (p. 106).
Dopo l’8 settembre alle porte di Dignano si verifica una vera e propria battaglia tra partigiani titini e truppe tedesche. In quel frangente, spiega Delzotto, i “fascisti piuttosto cattivelli” si rifugiano da parenti, togliendosi la camicia nera e chiedendo piangenti degli abiti borghesi. Le case di Dignano vengono visitate dai partigiani titini che vogliono ammazzare fascisti e italiani, mentre i tedeschi entrano in casa con armi spianate cercando partigiani, fino in soffitta. Ecco il motivo delle prime fughe dall’Istria (p. 111).
Il libro di Delzotto si chiude con una descrizione dei giochi popolari, come il pindolo, le s-cinche (palline di vetro), il surlo (cono di legno) da roteare e le laure, pietre piatte, da utilizzare come nel gioco delle bocce (pp. 124-125). Le ultime pagine sono dedicate alla villeggiatura montana e agli amori giovanili.
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Armando Delzotto, I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Udine, Edizioni del Sale, 2012, pagg. 160.
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Note dal web

Antonio Toffetti, nato in “Contrada dell’asedo” a Dignano d'Istria nel 1936, che vive Trieste, dopo aver letto questa recensione al libro di Delzotto diffusa nel gruppo di Facebook “Esodo istriano per non dimenticare”, il giorno 18 settembre 2018, ha scritto: “Anche mi in quel stesso periodo, iero picio, ma me ricordo ben, in strada qualche moredo me ga dito che anche mi finirò in foiba. Poco dopo semo vignui a Trieste in treno”.

Cartolina di Dignano nei primi anni del '900. Editore Alois Beer di Klagenfurt. Ripresa da Facebook
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Cenno sitologico sui giochi popolari
E. Varutti, “Balas e Zogo del corno. Continuitât e diferencis suntun zûc fat dai tiessidôrs cjargnei e di chei istrians”, «Sot la Nape», luglio 2010. Disponibile anche nel web.
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti. Recensione di E. Varutti. Fotografie riprese dal volume di Armando Delzotto, da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

La copertina del libro di Armando Delzotto, del 2012

sabato 30 aprile 2016

L’agonia di Toni, Dignano d’Istria 1944

Morire di botte legato ad un albero. È successo per mano dei fascisti repubblichini a Antonio Franco, vigile urbano di Dignano d’Istria, ritrovato cadavere irriconoscibile nel 1944. Era come nel sogno premonitore di sua moglie Filomena Marin, che continuava ad andare dal podestà a dirgli di cercare il marito, sparito nel nulla. «Signor podestà, diceva mia mamma disperata, me lo sogno tutte le notti el xe morto nel bosco degli ulivi racconta Evelina Franco, figlia di Toni   Il podestà ripeteva sempre lo stesso ritornello e tentava di rassicurala con queste parole: Ma no, signora, sarà andà in bosco coi partigiani».
 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Suggestioni su Calle Nova a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 18 x 21, 2016 - da una fotografia di C. Stincich di Pola 1907. 
Un altro bravo fotografo di Dignano d'Istria fu Francesco Giachin, attivo negli anni 1930-1937.

Invece Antonio Franco, vigile di Dignano d’Istria conosciuto e stimato da molti paesani, era proprio penzolante da un olivo, sfigurato, massacrato di legnate, con gli abiti laceri. «Adesso so perché il podestà non voleva fare le ricerche – continua la testimonianza – passati tre mesi dalla sua scomparsa è stato trovato da chi andava a fare erba per i conigli e fu avvisato il paese. Certi paesani andarono sul luogo del supplizio. Mio fratello Libero, nato nel 1932, non lo riconobbe, continuava a ripetere: No, no xe papà».
Allora, come è stato riconosciuto?
«Mia mamma si ricordava che ad un alluce di papà mancava l’unghia, persa durante la naia e mai più ricresciuta bene – aggiunge la signora Evelina Franco – poi ha detto a chi è andato nel bosco degli ulivi a recuperare quel cadavere: Guardate in bocca, perché Toni ha due denti d’oro». Fu in questo modo sconvolgente che fu identificata la guardia Antonio Franco di Dignano d’Istria, nonostante i capelli allungati e i pantaloni blu sbiaditi, per essere stato esposto al sole e alle intemperie, dopo le strazianti torture. «A quell’epoca mio padre era un’autorità importante – spiega la signora Franco – ma non voleva essere comunista, né repubblichino».
Avete trovato i colpevoli delle sevizie mortali?
«Saputa la notizia dell’identificazione, mia madre era svenuta – continua Evelina Franco – poi tutto il paese si strinse vicino a lei per il cordoglio, perché mio papà era una persona giusta, in gamba e benvoluta da tutti. Il suo corpo martoriato fu esposto su un balcone in piazza e i partigiani, che nel frattempo avevano preso il paese, fecero un processo e i due assassini alla fine hanno confessato».
Successe tutto dopo l’8 settembre 1943. Avete capito come mai fu torturato e ucciso a percosse?
«In quei mesi c’era confusione – spiega la signora Evelina  – c’era molto odio, poi c’erano le uccisioni nelle foibe, ammazzavano per dei rancori, mio padre ripeto era un’autorità importante e non voleva essere comunista, né repubblichino».
 
Domande sull'esodo istriano, testo predisposto dagli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Dopo la guerra avete affrontato anche voi l’esodo?
«Scappati da Dignano d’Istria, siamo partiti da Pola – riferisce la testimone – nel  mese di febbraio del 1947, col piroscafo Toscana fino alla città di Ancona, perché nonna Filomena Marin, disperata, continuava a dire a mia madre: Cosa farai adesso che sei vedova con tre figli?».
Sa, per caso, come si chiamava la madre di nonna Filomena, cioè la sua bisnonna?
«Sì, me lo ricordo bene, era Filomena pure lei e, per giunta, figlia ancora di una Filomena – aggiunge Evelina Franco – perché mia mamma mi raccontava sempre che la levatrice di Dignano, quando sono nata io, nel 1935, disse a mia madre: Non sta ciamarla Filomena, eh!».
Allora, con la nave arrivate ad Ancona e lì vi hanno portato in un Campo Profughi?
«Ricordo che ad Ancona ci hanno accolto le crocerossine – riferisce la signora Evelina Franco – col latte e la cioccolata calda, poi ci portarono in treno a Rovigo, stavamo in una palestra, coi materassi per terra, per tre giorni siamo stati lì, era scomodo, tutti insieme maschi, femmine e bambini, poi le donne si lamentavano, perché non potevano lavarsi in tranquillità, per fortuna un conoscente, il padrino di mio fratello, ci ha portato da lui, avevano campagna con i coloni, ma mio fratello non c’era perché sul piroscafo un prete raccoglieva i ragazzi per portarli in un collegio per orfani di profughi a Oderzo, in provincia di Treviso, ma mio fratello Libero, dopo tre anni passati lì, scappò dal collegio e arrivò da noi, ma non lo riconoscevamo perché era cresciuto tanto e poi era magro come un chiodo».
Insomma avete trovato una sistemazione a Rovigo…
«Un po’ di anni più tardi – aggiunge la signora Evelina Franco – mia madre trovò una casa a Bellombra, in provincia di Rovigo, mentre mia sorella Ida, nata nel 1938 a Dignano, ed io abbiamo trovato lavoro presso le suore e il fratello Libero continuava a lavorare da agricoltore presso il suo santolo, cioè il padrino. Da Torino, città di esilio di Bonetta Franco, sorella di mio papà, la zia Bonetta diceva sempre a mia mamma di andare tutti a Torino, perché là potevamo cambiare vita. Dopo molte insistenze siamo partiti per Torino in treno. Essendo profughi di guerra e profughi giuliani, mio fratello Libero ha trovato lavoro alla Fiat, mia sorella Ida in una fabbrica di piastrelle ed io in un laboratorio di maglieria. Ci siamo così sistemati».


Materiali grigi sull'esodo istriano, scheda di intervista somministrata da Davide L. alla signora Evelina Franco (sua nonna), esule a Torino, correzioni e cancellature a cura degli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Anche questa è storia d’Italia, secondo lei?
«Sì, bisogna sapere queste cose – dice la signora Evelina Franco – adesso possiamo parlare, raccontare e ricordare questi fatti e chiedo solo rispetto per i nostri morti».
Qualcuno dei suoi partenti è rimasto a Dignano d’Istria, dopo il 1945-1947?
«Sì, mio cugino Vittorio Marin è rimasto là – conclude la signora Franco – ma è morto un po’ di anni fa, i Marin avevano campagna, olivi e vino, prima della guerra».
Vorrebbe tornare a Dignano d’Istria?
«No».
È ritornata qualche volta in Istria e le è piaciuto ritornare là?
«Sono ritornata, ma non mi è piaciuto, perché è tutto diverso».
Preferisce Dignano d’Istria, oppure Torino?
«Torino».

 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Nuvola scura sopra Piazza Italia a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 20 x 20,50, 2016. 
Da una fotografia del 1930.

1.   Il santo co la bareta rossa
Da un’altra fonte orale si viene a sapere una storia tutta particolare e al limite del ridicolo. Nella chiesa di Dignano d’Istria era d’uso, durante la processione interna, cantare le litanie e pregare i santi davanti agli altari, alle immagini e alle statue. Però di un santo non si sapeva proprio il nome. C’era la statua, ma si era persa la sua denominazione, nonostante il copricapo rosso che portava. Così il popolo devoto cantava: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa». Le notizie di questa originale cultura popolare dei santi di Dignano d’Istria sono state riferite dai discendenti di Iris D.P., nata a Pola nel 1921.

Il mistero del “Santo co la bareta rossa”
Il “santo co la bareta rossa” è con tutta probabilità un beato, morto nel 1207. Il riferimento bibliografico è il seguente: Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006.
Si tratta di beato Leone Bembo, di nobile famiglia veneziana, che fu vescovo di Modone (Methoni), nella Morea o Peloponneso, sottoposto alla Repubblica di Venezia. Egli è raffigurato non in una statua (come accennato dalla fonte orale), ma su una tavola dipinta in stile bizantino su sfondo dorato, da Paolo Veneziano, nel secolo XIV. Tale opera, menzionata come il Trittico di Beato Leone Bembo, era appesa alla parete sinistra del presbiterio del duomo di Dignano.
L’intitolazione e l’attribuzione furono incerte sino oltre il primo quarto del Novecento. Abbellimenti e cure del duomo sono successivi al 1926. Ecco come si spiega la non conoscenza popolare dei devoti cristiani di Dignano, poco prima e poco dopo la Grande Guerra, cui si fa riferimento nella fonte orale.
Si sa che certe reliquie e alcune opere d’arte furono portate a Dignano, nel 1818, dal pittore veronese Gaetano Grezler (el sior Gaetano), chiamato a decorare il nuovo duomo, consacrato nel 1808, in seguito al crollo di quello precedente. Antonio Alisi, in Istria: città minori, scrive che, dopo la furia di Napoleone, a Venezia furono distrutti il convento di San Lorenzo e la chiesetta di San Sebastiano, tanto che Gaetano Grezler comprò alcune reliquie (mummie), come quelle di beato Leone Bembo e di prete Giovani Olini, oltre ad altari, pitture ed altri oggetti. Già sul cognome di quest’altro religioso ci fu confusione nell’Ottocento, dato che egli figura in un catartico come: «b. Joannes olim presbiter-plebanus». Gli studiosi di tradizione veneziana, avendo letto male la parola “olim” (= una volta), la interpretarono come un cognome di famiglia: “Olini” (Conte, pag. 42).
Si pensi che nel 1909 la pittura del Trittico di Beato Leone Bembo – come scrive l’Alisi – stava rovesciata in sacristia, appoggiata su dei cavalletti ad uso tavolo per smoccolar candele o per sistemare i materiali di adornamento degli altari. In seguito fu appeso in chiesa, senza sapere molto su di esso.
Il Trittico di Beato Leone Bembo è il quadro più antico del duomo. Il dipinto è diviso il tre parti. La figura centrale è quella del beato, raffigurato in piedi ricoperto da una tunica talare scura sulla quale si evidenzia un mantello fulvo aperto sulla destra e allacciato sulla spalla. Intorno al collo – scrive il Rismondo nel suo Dignano d’Istria nei ricordi, pag. 167 – il beato ha una breve mozzetta di pelle nera, alluso greco. Ciò fa spiccare con maggiore chiarezza la testa e il mento barbuto. Sul capo, cinto di aureola d’oro, porta una cuffia bianca per cingere i capelli arruffati e sopra questa sta un’altra cremisina simile a una calotta. Poi la descrizione iconografica procede con tanti altri particolari. Dunque la cuffia cremisina simile a una calotta è proprio la “bareta rossa” del popolino devoto.
Persino i dati anagrafici dei beati in questione non sono definiti. Ogni autore sembra fare a gara per smentire quelli precedenti. Tale confusione tra gli esperti provocò una ignoranza nel popolo, che scelse di onorare comunque la reliquia e la pittura di Dignano nelle litanie col canto: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa».


Riferimenti bibliografici. Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006, pagg. 33-36.

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Ringraziamenti
Ringrazio, per avermi concesso l’intervista, la signora Evelina Franco, nata a Dignano d’Istria nel 1935 ed esule a Torino, da me ascoltata al telefono il 28 aprile 2016. Sono riconoscente a suo nipote Davide L., studente della classe 2^ E alberghiero, presso l’Istituto “B. Stringher” di Udine, dove con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini, è stata sviluppata una ricerca sull’esodo giuliano dalmata nella primavera 2016, nell’ambito del Piano dell’Offerta Formativa, con interviste alla nonna Evelina Franco.   
Per la storia religiosa del «Santo co la bareta rossa» sono grato a Gabriele D.C., nato a Venezia nel 1947, discendente dei Bunder di Dignano d’Istria, da me intervistato a Udine il 23 aprile 2016. 
Per i disegni di questo articolo ringrazio l'autore.
Sono riconoscente a Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha cortesemente messo a disposizione delle mie ricerche la collezione di 300 cartoline d’epoca riprodotta da Piero Delbello (a cura di), Saluti dall’Istria e da Fiume, Edizioni Svevo, Trieste, con gli auspici di: Unione degli Istriani, Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Trieste.
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Ricerche personali ragionate
Mi è capitato di raccogliere varie testimonianze riguardo a Dignano d’Istria, che qui mi permetto di ricordare per il lettore incuriosito. 
1)      Maria Chialich, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine nel 2010 assieme ai suoi discendenti ha vissuto la vicenda più tragica, dato che ebbero ben sette familiari uccisi e gettati nella foiba dai miliziani di Tito. Si veda in questo stesso blog il paragrafo n. 2, intitolato “Una famiglia, sette infoibati” nell’articolo seguente: Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943.
2)      Giorgio e Daria Gorlato persero il padre Giovanni, notaio di Dignano d’Istria, ucciso dai titini. Vedi il saggio: “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, del 2015.
3)      Armando Delzotto, detto “Terere” ha scritto un memoriale di ricordi su Dignano d’Istria, intitolato “I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), edizioni del Sale, Udine, 2014. Vedi l’articolo: “ANVGD Udine, Memoriale di Delzotto sull’esodo istriano”.
4)      Maria Giovanna Copic, nata a Tarvisio, provincia di Udine, nel 1950, ricorda lo zio Pino Iursich, che con la moglie Celestina di Portole gestivano un forno e una trattoria a Dignano d’Istria, fino alla fuga alla volta di Trieste, presso parenti (int. del 30 gennaio 2004).
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Lettera di ringraziamento alla intervistata della classe 2^ E alberghiero, dell'Istituto “B. Stringher” di Udine, con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.