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domenica 13 maggio 2018

Fiume 1945, Graziella Superina salvata dal dottor Blasich, poi soffocato dai titini


Il memoriale che si pubblica qui di seguito è stato scritto da Graziella Superina, nata a Fiume, esule a Genova e deceduta nel 2011.
Michele Ugo Galliussi, Foibe, 2018, china su carta, cm 21 x 29,8. Courtesy dell’artista
È datato 31 gennaio 2001. Graziella è la moglie di Aldo Tardivelli, classe 1925, un altro fiumano ricco di ricordi e di racconti sui fatti di Fiume dal 1943 al 1948. La signora Graziella Superina ha intitolato così il suo racconto “L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. Blasich”.
È un resoconto diretto e con ricordi di altri compaesani ed amici riferito soprattutto ad un momento assai critico della vita di Fiume, quando cioè i tedeschi alla fine di aprile 1945 abbandonano la città, dopo averne messo fuori uso il porto con l’esplosivo. È il momento in cui entrano i partigiani titini ai primi di maggio.


Per scrupolo si riporta che i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Piombarono essi da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza passarono pure da Sussak. Procedevano in fila per due, molto prudenti lungo Via Roma. Molto malridotti nelle divise, qualcuno era perfino privo di scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, ad opera dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Accadde così a Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro,  proprio il 4 maggio 1945 “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Si sa che l’Odeljenje za Zaštitu NAroda, (OZNA), ossia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la spietata polizia politica di Tito, dopo la guerra, secondo lo storico Igor Žić ha giustiziato 300 persone. Non ci sono fonti attendibili, come ha scritto Mihael Sobolevski nel 2002. Costui e Amleto Ballarini hanno tuttavia stabilito in 2.640 il numero delle vittime italiane di Fiume per il periodo 1940-1947. È un dato scientifico condiviso.
Secondo altre fonti, alla fine della guerra, alcune centinaia di italiani scomparvero da Fiume. Certi furono eliminati, con tutta probabilità, nella vicina foiba della Bezdanka; altri in fosse comuni, come anzitutto quella di Castua / Kastav (a 10 km. da Fiume ). Il 4 maggio 1945, proprio a Castua, i titini uccidevano, senza processo, un gruppo di cittadini italiani. È Fabrizio Federici a darne notizia nel 2017.
Al testo originale di Graziella Superina sono state apportate alcune lievi modifiche grafiche e di punteggiature dal curatore per renderlo ancor più scorrevole nella lettura. (Elio Varutti)

L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH

Molti ricordi lontani di Fiume ormai sono fiochi. La maggior parte delle idee sono diventate sacrosante, pura esattezza, come i misfatti accaduti in tutta la Venezia Giulia dal 1943 al 1948. È stato un “piccolo olocausto”.
Inizio con la notte del 25 luglio 1943, e l’annuncio della caduta del fascismo. Il convulso incalzare degli avvenimenti travolse migliaia d’innocenti, sacrificati all’interesse di pochi, in quella terra martoriata, in tutte le guerre, come una maledizione. L’Istria fu l’epicentro dell’imminente tragedia. A tale annuncio non ebbe seguito alcuna manifestazione di rilievo, c’era una stanchezza generale della popolazione di fronte ad una tragica realtà di un paese già provato e debilitato per troppi anni di guerra. I vecchi alleati tedeschi, che occupavano gran parte del paese, già da lungo tempo, avevano elaborato piani precisi per assicurarsi il controllo del territorio in caso d’emergenza. Ciò avrebbe segnato un periodo ancora più nefasto per tutti.
I continui arretramenti del fronte e la sempre critica situazione generale, indussero gli ufficiali tedeschi ad accelerare i lavori di difesa delle fortificazioni e sbarramenti d’ogni tipo, in una linea che correva lungo il tracciato del vecchio confine della Jugoslavia. I partigiani di Tito riuscirono ad avvicinarsi sempre più alla città respingendo i tedeschi sfiduciati, ma sempre tenaci combattenti. Seguirono i primi colpi di cannone e le granate cadevano sulle vie e sulle case della città. L'esplosione d’ogni colpo di mortaio significava la distruzione di case, e famiglie senza tetto o peggio ancora altre vittime.
Riccardo Zanella, a sinistra, e Mario Blasich. Foto del Museo di Fiume a Roma

Abitavamo in Via Bellaria, di fronte al Tempio Votivo di Cosala. Durante le ore della giornata del 28 aprile 1945, dal monte di Tersatto, i partigiani avevano iniziato a lanciare innumerevoli granate sulla città. Erano passati parecchi giorni e a quel tamburellare di granate eravamo assuefatti e alcuna voglia di correre nel rifugio antiaereo della casa. Imprudentemente io e mia sorella Leandra siamo rimaste in casa ad ascoltare le ultime notizie dalla radio. Una granata ha colpito il tetto della casa sfondandolo, proprio sopra le nostre teste mentre avevamo mentre la radio annunciava la cattura di Mussolini e la sua condanna a morte.
Rimasi gravemente ferita e mia sorella a causa dello spostamento d’aria andò a finire dentro l’armadio, rimanendo lievemente ammaccata e stordita, ma illesa.
Devo seguitare a raccontare mischiando quello che ricordo e quello che me’ é stato riferito, giacché non potevo vedere e sentire quello che stava accadendo intorno a me. Ero nello stato dell’incoscienza tra la vita e la morte.
In lontananza si sentivano le esplosioni delle altre granate e l’ululato delle sirene che penetrava fin dentro le ossa. Dopo alcune ore, in un momento di tregua dei belligeranti, ero stata soccorsa da due vicini di casa che erano volontari dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Erano i signori Giuseppe Simich e Mario Sirola. Ambulanze e barelle purtroppo non erano a disposizione in quei momenti terribili. Tutto era a giudizio dei soccorritori, che decisero per il mio trasporto all’ospedale, ma ciò essere eseguito immediatamente, data la gravità delle ferite. A Sirola venne l’idea di smontare una porta della camera, affinché facesse funzioni di barella. Con la forza delle sole braccia e per una lunghezza di circa un chilometro fui trasportata verso l’Ospedale Civile. Sulla città, con gran fracasso, cadevano altre granate titine lanciate dalla vicina collina di Tersatto. Andavano a cadere lungo il percorso, sollevando delle nuvole di polvere, ma non altro. Quella corsa verso l’Ospedale era divenuta lunga e piena d’insidie. Ero ancora fuori conoscenza.
Una giovane Graziella Superina a Fiume. Collezione Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova

Strada facendo e, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, i soccorritori preoccupati della mia vita, si fermarono nella casa del dottor Mario Blasich, affinché potessi ricevere le prime cure, data la gravità delle ferite riportate. Il medico, poiché era paralizzato dalla vita in giù, era seduto su una sedia a rotelle ma in condizioni di prestare energicamente la sua opera. La situazione si presentava molto grave. Alcune schegge erano penetrate sotto il costato, altre più piccole nelle braccia e nelle gambe, mentre altre più numerose che avevano colpito il viso lo avevano trasformato in una maschera sanguinolenta. Il medico dovette intervenire subito. Con mano sicura rimosse tutte quelle schegge eseguendo le medicazioni necessarie, sollecitando i miei soccorritori a recarsi immediatamente all’Ospedale.
Ricordo di nuovo di avere avuto un momentaneo risveglio, mentre giacevo ancora sopra quella curiosa porta che fungeva da barella. Avevo vicino una moltitudine di feriti che si lamentavano e il mormorare dei miei soccorritori, per la situazione in cui si erano venuti a trovare ma sicuri che, solo l’immediato aiuto del dottor Blasich, avrebbe potuto salvarmi la vita. Mi dissero che la mia faccia esprimeva una tale sofferenza che non si sapeva più che inventare per alleviarla un po’.  Momentaneamente potevo essere considerata tra i pazienti destinati a campare. Passarono diversi giorni. Non vivevo che allo scopo di ringraziare il Dottore.
Il giorno della “Liberazione” era arrivato anche per la città di Fiume. La città era semidesertica. Erano passate molte ore da quando i tedeschi se n’erano andati; piccoli gruppi di cittadini, in buona fede avevano aperto le porte della città ai “Liberatori”. Armati di uno spirito di vendetta, non tardarono a mettere in atto il loro programma di sterminio contro i capi del popolo autonomista di Fiume.
Era passata solamente una settimana da quando il medico mi aveva accolto nella sua casa e nella notte del 3 maggio 1945 il dottor Mario Blasich, fu soffocato tra i cuscini del suo letto, ove “giaceva infermo”, da quattro partigiani di Tito. Egli fu uno fra i primi e tanti patrioti italiani che furono massacrati in quei giorni tremendi. Blasich era già stato condannato a morte dall’Austria, poiché  volontario italiano della guerra 1915-1918 e fu decorato al valore militare dal Regno d’Italia.
In quelle stesse notti dei primi di maggio 1945, nomi illustri si aggiunsero ai meno noti. Questa  strage d’innocenti continuò in seguito. Erano delle bravate di armati fino ai denti. I titini, tra bandoliere e mitra parabellum, giravano per la città penetrando nelle abitazioni e assassinando i malcapitati italiani.
Ficha Consular de Qualificação / Modulo di qualificazione consolare, del 2 ottobre 1951, emesso dal Consolato brasiliano di Napoli per Anna Squasa, nata a Fiume nel 1912. Ringrazio il signor Massimo Speciari che ha diffuso in Facebook questo importante documento di emigrazione verso il Brasile e che qui si riproduce per i lettori

Naturalmente queste cose non le sapevo. Ricordo ancora oggi che, in quei terribili giorni e in quelle brutte notti, l’aria era molto tesa. Ricordo che entrarono in Ospedale gruppi di partigiani in armi, bramosi di vendetta, alla ricerca di soldati tedeschi feriti e di civili indesiderati.
Ero ormai fuori pericolo, incominciavo di nuovo a vivere e finalmente potevo discorrere con la mamma invitandola a recarsi, quanto prima, dal mio salvatore, per ringraziare e per compensare la sua prestazione. Mia madre si era recata nella casa del Dottore e aveva avuto la triste notizia del suo assassinio dai suoi famigliari sconvolti.
Voglio allora ricordare qui il dottor Mario Blasich per l’aiuto che ho ricevuto. A tutti i Fiumani desidero dire che non dimentichino il suo tragico destino. Fino all’ultimo giorno aveva salvato la mia vita e altre ancora, come quella della signora Elvira Liubi vedova Rusich, esule in Toscana. Vedi: l’articolo pubblicato sulla «Voce di Fiume» il 26 ottobre 2000, N° 9.
Ancora tante grazie ai mei soccorritori dell’UNPA Giuseppe Simich e Mario Sirola, ovunque si trovino.

Graziella Superina 

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Collezioni private
- Graziella Superina, L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH, Memoriale della Collezione di Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, formato Word, Genova Pontedecimo, 31 gennaio 2001, pp. 3.
- Collezione Massimo Speciari, di Fiume, emigrato in Brasile, vive a Itatiba, Stato di San Paolo, Brasile. Notizie nel web

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Video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

Riferimenti bibliografici e nel web
- «Bollettino di Informazioni», Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato.


- Mihael Sobolevski, “Fiume, una storia complessa / Zamršena povijest Rijeke”, in Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002, pp. 147-197.

- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line dal 7 giugno 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

Ringraziamenti
Il curatore di questo articolo desidera ringraziare sentitamente il professor Michele Ugo Galliussi, di Udine, che con grande sensibilità artistica ha saputo dipingere il tema della foiba appositamente per le pagine di questo blog.
Si ringrazia pure Aldo Tardivelli, per l’invio del Memoriale della sua cara signora.


Ringrazio, infine, i signori Laura Brussi, esule da Pola e Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, per la riproduzione del video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

sabato 28 gennaio 2017

L’amica ebrea Elena scomparsa e la sinagoga di Fiume, 1944

Vi presento un racconto di Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925 ed esule a Genova. Scritto nel 2006, il testo originale si basa sui ricordi di sua moglie, Graziella Superina, deceduta nel 2011. Ho usato il corsivo per indicare l’originale scritto dal signor Tardivelli e il virgolettato per le parole di Graziella Superina, di Tulio Tardivelli, padre di Aldo, o di altre mie testimonianze riportate alla fine di questo racconto straordinario.
Fiume, la sinagoga del 1903. Cartolina da Internet

Attentato alla bellissima sinagoga di Fiume, 1944
Gli uomini delle Waffen SS sono diventati le belve del Terzo Reich – così ha scritto Aldo Tardivelli –. Ecco un racconto dedicato a noi più grandi e ai giovani, che non hanno conosciuto questa storia. Descriverò un popolo di cittadini esemplari ai quali non è stata data la possibilità di vivere in pace nelle terra natale.
«Era il 14 Settembre del 1943 – diceva Graziella Superina – quando l’occupatore nazista s’impadronì della città di Fiume. Dopo pochi mesi decretò, il 25 Gennaio 1944, non solo la distruzione della bellissima sinagoga (1902 – 1944), ma anche quella del popolo di religione ebraica. La morte per mezzo della dinamite e del fuoco distrusse totalmente l’edificio di culto e la deportazione nei Campi di sterminio colpì i suoi fedeli.
Quel giorno di gennaio sentimmo un forte odore acre di bruciato.  Un fumo scuro si levava da una parte della città. Non avevamo sentito né la sirena dell’allarme aereo, né quella dei pompieri, che avevano la caserma di fronte a casa nostra, ma qualche cosa di grave doveva essere successo.
Per la strada c’era gente allarmata e si sparse la voce che aveva preso fuoco “la casa degli ebrei”.
In un primo momento sembrò che si trattasse di una disgrazia – ha spiegato Graziella Superina – ma poco dopo si seppe che già da Via Parini la strada era stata bloccata dalle Waffen SS.
Appare allora in tutta la drammaticità, una situazione inaspettata – affermava Graziella Superina – la sinagoga era stata data alle fiamme dai tedeschi, con un attentato. Qualcuno assicurava che nella “casa degli ebrei” si complottava contro i tedeschi.  Altri dicevano che lì doveva esserci una stazione radio che comunicava al nemico gli obiettivi da colpire a Fiume con i bombardamenti.  Altri sostenevano che lì i partigiani ci nascondevano armi e gli esplosivi per gli attentati. Sembrava strano che proprio in quel luogo simile fosse stato opportuno nascondere roba del genere».
Fiume, Calle del Volto, a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

Gli ebrei a Fiume dal XV secolo
Ricordo ancora com’era la loro splendente sinagoga – ha aggiunto Aldo Tardivelli – raccontando, con le parole di Graziella, la sua storia e di quella comunità, che pacificamente viveva nella mia città:
«La presenza della comunità ebraica nella città di Fiume si era già notata sin dal XV Secolo, si trattava di gruppi di commercianti provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico, specie dalle Marche.
A Fiume, nei tempi passati, la comunità ebraica non poteva abitare ovunque pertanto si erano appartati in una piccola zona della Cittàvecchia, nella Giudecca. Solo dopo, dal 1781 in poi, con una legge emanata dall'Imperatore Giuseppe II, la "Libertà di culto" si estese con uguaglianza per tutti i residenti nella città.
La prima Sinagoga che intendevano costruire non ebbe molta fortuna – ha continuato Graziella Superina – Le difficoltà erano insormontabili e così le funzioni sacre, e l’insegnamento della dottrina ebraica continuavano a svolgersi in case private.
Il terreno che il Municipio aveva riservato per la costruzione del tempio non era certo dei più felici incassato com’era fra un palazzo ed un bivio di strade circostanti di Via Parini, ma fu risolto energicamente dall’architetto. Eravamo nel 1890, quando quella moltitudine d’ebrei fiumani aveva dato inizio alla raccolta d’offerta di denaro per l'acquisto di un terreno e la costruzione del Tempio che doveva essere abbastanza grande, perché ospitasse all’interno quella numerosa comunità ebraica fiumana di duemila anime. Quei fondi raccolti non bastavano al compimento dell’opera bisognava reperibili altrove, rivolgendosi alle altre comunità religiose che offrirono denaro, e così fecero alcune banche, privati cittadini e il Governatore che elargisce la bella somma di duemila corone dalla cassa personale. Un contributo notevole di tutta la cittadinanza fiumana.
L’edificio era di squisita fattura. Era pittoresco – prosegue il racconto – per il contrasto dei materiali usati, il rosso e il bianco facevano di quest’edificio una presenza originale e armoniosa con quattro piccole cupole sugli angoli, e una centrale di forma quadrangolare. Solo dopo avere atteso tanto tempo, con immani sacrifici e privazioni i lavori per l’edificazione del Tempio iniziati nell’autunno del 1902, furono ultimati nel 1903 e la comunità poté festeggiare il loro primo Capodanno nel Tempio».
Graziella Superina. Collezione Aldo Tardivelli, Genova

La comunità ebraica fiumana – ha scritto Aldo Tardivelli – diventata ormai parte integrante della cittadinanza poteva abitare in ogni luogo. Si dedicarono al commercio, all’artigianato, aprirono negozi d’abbigliamento, mobilio, tappeti e articoli per l’arredamento della casa. Sono stati i primi commercianti che hanno agevolato i cittadini ad acquistare ratealmente le merci, con un contratto basato sulla reciproca fiducia.
Il racconto di Graziella Superina continua così: «Avevo tante amiche che frequentavano la stessa classe della scuola elementare “Dante Alighieri”. Una fra queste, Elena, compagna di banco e di giochi. Il più delle volte, durante la sosta delle lezioni nell’ora della ricreazione mi offriva una parte della sua merenda, che era un po’ più sostanziosa della mia. Le lezioni in classe procedevano regolarmente fino l’ora della religione cattolica, quando la mia (povera) amica doveva uscire dalla classe e attendere, in solitudine, nel corridoio la fine della lezione».
Purtroppo, in quel tempo lontano, la discriminazione razziale contro il popolo ebraico si era manifestata in modo subdolo da parte di alcuni individui che si ritenevano superiori – ha commentato Aldo Tardivelli – tutto, fatalmente… oggi, potrebbe ricominciare come sempre?

L’interno della sinagoga secondo Tulio Tardivelli
Ancora oggi quella Sinagoga mi ricorda mio padre Tulio – ha aggiunto Aldo Tardivelli – con la sua voce piacevole aveva incominciato a raccontare una storia curiosa, che iniziava così:
«Ero entrato per curiosare e osservare da vicino l’interno di quell’edificio del culto ebraico. Arrivato d'innanzi al portone mi ero tolto il cappello e il custode del Tempio, con gentilezza, aveva fatto presente che si poteva entrare solo con il capo coperto. All’interno del Tempio il mio papà si era trovato d’innanzi a ad uno spazio unico, la zona del culto rialzata come in una delle nostre chiese, divisa dal resto del Tempio da una grata di ferro battuto con ai lati le “menorah”, i "candelabri a sette braccia", e aldilà nell’interno i seggi per il rito del "Torah", i cinque libri che contenevano la "Rivelazione". La bellezza dell’interno l’aveva colpito notando i colori appariscenti e dominanti, come l’azzurro della sotto-cupola trapuntata di piccole stelle dorate, il rosa dei marmi delle colonne che sostenevano la galleria riservata alle donne e su, in alto, lo splendore dell’oro dei capitelli».
La storia raccontata da mio padre Tulio volgeva al termine, mentre un’altra storia drammatica, molti anni dopo, si sarebbe abbattuta come un uragano con l’eliminazione fisica di quasi tutta la comunità ebraica fiumana per opera dei nazisti delle SS.
La repressione nei confronti dei cittadini di religione ebraica si era manifestata particolarmente virulenta. Non avevano provveduto in tempo a salvarsi dalla cattura, e noi, inermi, avevamo dovuto assistere con profonda vergogna a tale misfatto.

Rastrellamento di ebrei di Fiume
Nel silenzio della notte udivamo i passi ferrati delle truppe speciali Waffen SS che, con rastrellamenti casa per casa catturavano i nostri concittadini. Riconobbi immediatamente le uniformi delle Waffen SS e le parole di comando che scandivano: “Alles raus”, tutti fuori. Oppure: “schnell, schnell”, avanti, avanti a quel glorioso equipaggio di prigionieri ebrei, uomini, donne, vecchi e bambini erano colpiti dai calci dei fucili sulla schiena, mentre uscivano dalle loro abitazioni e scendendo di corsa nella strada, portando con sé i loro miseri bagagli. Lungo la strada i soldati tedeschi avevano al guinzaglio dei grossi cani che ogni tanto lanciavano un latrato in mezzo a quella colonna di disperati, furono percossi in modo brutale facendoli entrare a spintoni su dei carri merci adibiti al carico del bestiame, li contavano e quando il carro era pieno lo chiudevano come se dentro ci fossero dei sacchi invece che degli esseri umani... i beni di tutti e di coloro che non erano riusciti a fuggire furono confiscati.
Fiume, la sinagoga bruciata dai nazisti nel 1944

Con rapidità! I loro nomi, molto conosciuti da tutti, si diffusero di bocca in bocca per tutta la città:
“Dio mio, Dio mio, ma cosa fanno ai quei poveri Ebrei – diceva la gente di Fiume – ma cosa possono aver fatto di brutto quelle persone che conoscevo come brava gente, Va bene sono ebrei e che è di male? A Fiume gli Ebrei erano da sempre!”
Eravamo stupiti, costernati, avendo saputo che anche il mobiliere dal quale mio padre aveva acquistato, anni prima, i mobili della sala da pranzo, “la Bella Ebrea” che aveva il più fornito negozio di mercerie della città, nei pressi della stazione Principe, tutta gente bene educata, gentile, era stato obbligato con la famiglia a salire nei vagoni ferroviari, nel  posto degli animali.
Dove conducevano i tedeschi quella povera gente? All’alba i nostri concittadini sarebbero spariti per sempre!
Lo venimmo a sapere alla fine della guerra. Erano stati avviati alla morte nel Campo di sterminio di Aushwitz, di Dachau ed altri luoghi di eliminazione.
Con l’invasione nazista dell’Europa, i Campi di concentramento si affollarono di prigionieri di varie nazionalità. Fra i reclusi c’era anche una moltitudine d’ebrei fiumani e l’inizio di un doloroso cammino verso i campi della morte! Una persecuzione, la più orribile dei crimini commessi nel corso della storia umana durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quelli che avranno la fortuna di tornare a casa cercheranno invano di ritrovare i luoghi che un tempo erano famigliari, vedere che la loro Sinagoga non esisteva più, perché era stata distrutta dai nazisti, subito dopo la cattura. La cosa più terribile sarà di non riuscire a ricordare bene il significato della vita trascorsa, ma appena le circostanze in cui si è svolta. Tenteranno penosamente di raccontare soltanto particolari sconnessi della vita, e tutto confuso nel ricordare quel che è già svanito nella memoria. È stato come un popolo di “larve umane” che furono costrette a vivere come bestie braccate. Essi  non potranno tornare più come prima.
Purtroppo, e con sicurezza, temo, che fra gli ebrei scomparsi per sempre, ci sarà stata, certamente, anche l’amica Elena. Sarà andata ad infoltire l’elenco, incredibilmente lungo, di altre migliaia d’infelici della nostra città, a trovare la morte. Un martirio più cruento della storia, che ancora oggi, nell’anno 2006, si ha il dovere di ricordare. Con amarezza.
 I nostri padri, compilatori di codici, per giudicare alla fine del conflitto, non avevano neppure lontanamente immaginato che in Germania sarebbero un giorno avvenute stragi in massa e si sarebbe fatto del genocidio un’istituzione!
Solo recentemente, ma sono passati tanti anni dalla fine della guerra, si è scoperto l’italiano commissario Giovanni Palatucci, nato ad Avellino il 31maggio 1909, funzionario di polizia che da 1939 al 1944, a Fiume, riuscì a salvare migliaia di ebrei, ed altre etnie in transito nella Città, destinati ai campi di sterminio nella Germania nazista.
Pur potendosi mettere in salvo, Palatucci continuò la sua missione fino all’arresto e alla deportazione nel “Campo di stermino di Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945.
Fin qui il racconto di Aldo Tardivelli, basato sui ricordi della moglie Graziella Superina e del babbo Tulio Tardivelli.
Giovanni Palatucci. Fotografia da Internet

Altre testimonianze sugli ebrei di Fiume
Un’altra fonte orale, nelle ricerche scolastiche, ha riferito i ricordi della sua famiglia. È il professor Ezio Cragnolini, nato a Gemona del Friuli (UD) nel 1955, da me e dagli allievi intervistato il 28 novembre 2007. «Mia madre – ha detto Cragnolini – raccontava di certi treni carichi di gente, che si lamentava nei carri bestiame fermi in stazione a Gemona e lei assieme ad altri gemonesi davano un po’ di uva e un po’ di frutta dai finestrini a quei poveretti (ebrei di Fiume?), che erano italiani».
La prima persona che mi parlò di una retata nazista nel quartiere ebraico di Fiume, in realtà mi stava raccontando i fatti dell’esodo degli italiani dalla città del Quarnaro, dopo il giorno 8 settembre 1943. Con questa digressione ebbi conferma che la Shoah passò per Udine, Gemona e Tarvisio. «I tedeschi presero donne, bambini ed anziani – ha detto la signora N.C. – e li portarono via con i camion. Nei giorni successivi altri camion e uomini in divisa per caricare mobili, merci ed ogni cosa. Si portarono via tutto, non lasciarono neanche uno spillo». Si può vedere, in merito, una lettera alla redazione di un quotidiano: E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Torre civica, disegno di G. Garavaglia. Settimo raduno nazionale dei Fiumani, Genova 27-28 settembre 1969. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.

La sinagoga moresca di Fiume, 1903
Ricordo, infine, che fu l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi a costruire la sinagoga di Fiume, nel 1902-1903, secondo il progetto del celebre architetto ungherese Leopold Baumhorn, specializzato nella costruzione di sinagoghe monumentali. La costruzione, iniziata nel 1902, si concluse l’anno successivo ad opera dell’impresa dell’ingegnere di Fiume Carlo Alessandro Conighi. Il luogo di culto ebraico fu solennemente inaugurato il 22 ottobre 1903. Baumhorn scelse uno stile eclettico per gli esterni, dove si intercalano più stili: il Neo-bizantino, il Neo-moresco e la Sezession del Carnaro, mentre l’interno fu più chiaramente improntato alle forme neo-moresche.
Il cronista del «Piccolo della Sera», nel 1933, riferendosi all’impresa edile di Carlo Alessandro Conighi, scrive, tra l’altro: “A Fiume costruì innumerevoli edifici tra i quali il Palazzo del Governo Marittimo (1884)… il Tempio israelitico”.
È in un numero de «L’Arena di Pola» del 2014 che si trova pure la notizia sulla costruzione della sinagoga affidata all’impresa dell’ingegnere fiumano Carlo Conighi.

Anche Rina Brumini descrive la sinagoga di Fiume: “Il nuovo tempio fu eretto dall’ingegnere fiumano Carlo Conighi” (p. 97). La stessa autrice cita i seguenti cognomi di ebrei sefarditi (iberici): Piazza, Valenzin, Cohen, Pardo, Jesurum, Bemporath, Penso, Ventura e Mondolfo. Il panorama mutò nel sec. XIX quando si aggiunsero le famiglie askenazite (del Centro Europa): Eisner, Reizner, Wilhelm, Rosemberg, Hering, Kelner, ma anche Russi, Mortara, Pincherle e Treves (p 98).

Carlo Alessandro Conighi. Disegno di Gino Leoni, 1926. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
                                             
Fonti orali e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova. Sono riconoscente alle altre persone intervistate per la sensibilità dimostrata nell’indagine storica. Le interviste sono state effettuate a Udine da Elio Varutti, con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Le fotografie sono della Collezione Aldo Tardivelli di Genova, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto col signor Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.
- Signora N. C., (Udine 1926 - 2015), visse a Fiume e a Udine, intervista del 24 febbraio 1996 e del 15 novembre 2005.
- Ezio Cragnolini, Gemona del Friuli, provincia di Udine 1955, int. del 28 novembre 2007.
- Aldo Tardivelli, Fiume il 20 settembre 1925, esule a Genova, int. telefonica e per e-mail nel periodo 20-27 gennaio 2017, con la collaborazione di Claudio Ausilio.

Carpetta di studio intestata, 1884-1930. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine

Collezioni private
- Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume. Udine.
- Collezione Aldo Tardivelli, Genova.

Riferimenti bibliografici
- «Arena di Pola» - Rassegna stampa n. 904 del 01/02/2014.
- Rina Brumini, “Gli Ebrei di Fiume”, «La battana», rivista trimestrale di cultura, Fiume / Rijeka (Croazia), XLV, ottobre-dicembre 2008, pp. 83-116.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», XI, N.S., n. 4114, Trieste, 25 febbraio 1933, Anno XI, p.1.
- Aldo Tardivelli, “Un’amica ebrea”, testo videoscritto in formato Word, 2006, p. 1-5.
- E. Varutti, “Fiume 1943”, «Il Manifesto», 5 luglio 2001.
Fiume, Via Giuseppe Verdi. Collezione Carlo Leopoldo Conighi, esule da Fiume; Udine.