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giovedì 10 aprile 2025

STRAGE DI VERGAROLLA DEL 18 AGOSTO 1946 - DAL SILENZIO ALL’IMPEGNO ISTITUZIONALE - PROPOSTA LEGISLATIVA PER LA MEMORIA DEI MARTIRI

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola e consigliere nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce. È un resoconto della Riunione-Stampa tenutasi presso la Camera dei Deputati a Roma il giorno 8 aprile 2025, cui ha presenziato. L’evento era sul tema della strage di Vergarolla del 18 agosto 1946 ed il grande eroe dottor Geppino Micheletti con l’illustrazione di una proposta di legge per istituire una Giornata nazionale per i martiri uccisi in quell’attentato. Ecco il testo di Laura Brussi. (Premessa di Elio Varutti, della redazione del blog - Cenni dal web: Presentazione PdL per istituzione giornata nazionale del ricordo dei martiri di Vergarolla - Conferenza stampa di Nicole Matteoni, 8 aprile 2025).

Micheletti è al centro, vestito di nero, a capo chino, mentre regge la bara del figlio Carlo. Pola, funerali per la strage di Vegarolla. Fotografia dal profilo Facebook di Unione degli Istriani, ch si ringrazia per la diffusione
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La strage compiuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola, in cui caddero oltre cento persone (1) che per la maggior parte erano donne e bambini, è entrata a far parte della storia novecentesca come la più sanguinosa tra quelle che ebbero luogo in tempo di pace nel cosiddetto “secolo breve” avendo causato la morte straziante di tanti Martiri italiani, e nello stesso tempo, avendo accelerato l’Esodo dal capoluogo istriano, facendolo diventare plebiscitario. Non a caso, il 15 settembre dell’anno successivo, quando la sovranità sull’Istria e sul capoluogo fu trasferita alla Jugoslavia in esecuzione del trattato di pace che aveva fatto seguito alla Seconda Guerra mondiale, l’Esodo aveva raggiunto una quota pressoché unanime, tanto da interessare oltre nove decimi degli abitanti, mentre quanti decisero di non partire, perché vecchi, ammalati o fautori del nuovo regime comunista, furono meno di tremila.

Con tutta evidenza  si trattò di un vero e proprio plebiscito, analogo a quello già avvenuto a Fiume, a Zara e nelle altre città dell’Istria e della Dalmazia, con un’aggiunta negativa sul piano psicologico, perché a Pola, che a guerra finita era rimasta una piccola “enclave” gestita dagli Alleati americani e britannici, si era confidato in una soluzione favorevole all’Italia fino a quando le trattative di pace dimostrarono chiaramente, nel luglio 1946, che le scelte definitive erano state fatte a favore di Belgrado. In tale ambito, la “strage degli innocenti” di cui in premessa fu uno strumento criminale adottato da parte slava per convincere gli ultimi incerti e per accelerare l’Esodo facendo leva sulla paura e sulla disperazione.

L’Esodo da Pola, a parte la tempistica ritardata, ebbe un livello di concentrazione superiore a quelli che lo avevano preceduto, perché si sarebbe completato nel breve giro di alcuni mesi, terminando sostanzialmente entro il successivo marzo con l’utilizzo prioritario del vecchio piroscafo “Toscana” che fece diversi viaggi nelle direzioni rispettive di Ancona e di Venezia col suo dolente carico di profughi, costretti a lasciare le proprie abitazioni, i propri beni e persino le tombe degli Avi. in quest’ultimo caso, con qualche eccezione di alto valore simbolico, come accadde per il feretro dell’Eroe nazionale Nazario Sauro. All’inizio della primavera successiva, l’Esodo era stato pressoché completato, tanto che nel successivo settembre, quando un ufficiale britannico avrebbe consegnato simbolicamente le chiavi della città al famigerato Ivan Motika, Pola apparve pressoché deserta, e come tale, in grado di assicurare immediata ospitalità all’immigrazione slava. D’altro canto, qualsiasi ipotesi alternativa non era stata possibile, tanto più che, per promuovere le partenze, al pari di quanto era già accaduto altrove, gli Slavi non si astennero dal ricorrere alla violenza programmata, come accadde con l’eccidio di Vergarolla e con i suoi Martiri immuni da ogni colpa, salvo quella di essere Italiani.

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La proposta di legge formulata dall’On. Nicole Matteoni e da una trentina di altri parlamentari della Camera, volta all’istituzione di una “Giornata nazionale” in onore dei Martiri di quella strage contro l’umanità, ha preso l’avvio nello scorcio conclusivo del 2024 ed è stata oggetto di presentazione alla stampa in una conferenza tenutasi a Montecitorio lo scorso otto aprile, alla presenza della predetta prima proponente, e di vari esponenti prioritari del Gruppo “Fratelli d’Italia” quali il Sen. Luca Ciriani, gli On. Galeazzo Bignami, Walter Rizzetto, Alessando Amorese, e la stessa presentatrice del nuovo disegno legislativo.

Nella sua qualità di Ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani ha ricordato che la strage in questione fu “una delle pagine più feroci del lungo dopoguerra” nelle zone del confine orientale, e di quelle “strappate alla storia italiana per viltà o per interesse” allo scopo di perseguire, quale obiettivo prioritario, quello di “impedire ai nostri connazionali di rimanere nel loro territorio e nelle loro case”. L’iniziativa, d’inusitata crudeltà, ebbe un’evidente matrice anti-italiana, tanto da rendere assolutamente impossibile l’ipotesi di continuare a vivere in siffatte condizioni, che oggi è legittimo e doveroso ricordare, tanto più che “per guardare avanti bisogna conoscere il passato”. Di qui, la proposta della nuova “Giornata nazionale” volta a far conoscere in maniera più completa e meno episodica una vera e propria tragedia nazionale.

Dopo la votazione quasi unanime dell’encomiabile Legge 30 marzo 2004 n. 92 istitutiva del Ricordo con un “passaggio certamente decisivo” per la cancellazione di una “lunghissima indifferenza” - ha proseguito Ciriani - nel Parlamento italiano sono emerse attenzioni innovative per la tragedia del confine orientale, e più specificamente, per una strage come quella del 18 agosto 1946 ordita a Vergarolla, che “va ricordata perché volutamente anti-italiana”.

Dal canto suo, il Capo Gruppo di “Fratelli d’Italia” alla Camera, Galeazzo Bignami, ha definito quello della strage in questione come un “momento profondo di storia nazionale” di cui si è perduta per troppo tempo una memoria condivisa, al pari di quanto è accaduto per la lunga e angosciosa vicenda delle foibe, anche alla luce delle analoghe espressioni di una “dinamica particolarmente cruenta e criminale”. Proprio per questo, appare oggettivamente necessario proporre una memoria nazionale per quanto possibile condivisa, alla luce di un’identità e di una cultura patriottica presenti come non mai nello spirito del popolo, e in ogni caso, da diffondere e da insegnare ulteriormente.

Walter Rizzetto, Presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio, ha parlato di “evento tragico” occorso a due soli mesi dalla nascita della Repubblica Italiana, che non avendo ancora ottenuto i doverosi e necessari riconoscimenti, ha bisogno di una nuova legge come quella in fase di proposizione, che s’inserisce “nel più vasto contesto della testimonianza di un eccidio come quello degli Italiani di Venezia Giulia e Dalmazia” e nel suo ambito, dell’opera altamente meritoria svolta dal compianto Dr. Geppino Micheletti,  primario dell’Ospedale di Pola distintosi, nell’alacre ed eroica opera di assistenza ai feriti di Vergarolla, nonostante la perdita dei due figlioletti Carlo e Renzo, del fratello Alberto e della cognata. Dopo l'esplosione Il corpo di Carlo venne rinvenuto, ma di Renzo restarono soltanto o una scarpetta ed un calzino, che il medico avrebbe portato sempre con sé, anche nell’esilio di Narni.

Sempre nell’ambito di una memoria da condividere e da promuovere, Rizzetto ha accennato ai “Tremila anni di storia” giuliana e dalmata di Carlo Cesare Montani quale utile strumento di consultazione e valutazione storiografica (2) chiudendo il proprio intervento nel senso che le istituzioni “hanno il dovere di ricordare” e di promuovere la conoscenza della storia.

Infine, Rizzetto ha aggiunto che esiste un’altra proposta, presentata in tempi precedenti d’intesa con il Sen. Roberto Menia,  primo proponente della Legge istitutiva del Ricordo, dove è stata inserita nel titolo stesso del provvedimento la definizione di “Martiri” sostitutiva di quella riferita a “Vittime” perché proprio di questo si è oggettivamente trattato, col conseguente obbligo di tramandare la verità storica a futura memoria.

Ha fatto seguito l’intervento di Emanuele Merlino, che ha portato il saluto del mondo esule ringraziando il momento politico per la particolare sensibilità manifestata nei confronti del popolo giuliano, istriano e dalmata.

Il Capo Gruppo di FdI nella Commissione Cultura della stessa Montecitorio, Alessandro Amorese, premesso che il grande Esodo giuliano e dalmata sta diventando un patrimonio comune del popolo italiano, ha formulato la proposta di un adeguato riconoscimento pubblico per il Dr. Micheletti, nell’ambito delle iniziative in fieri, spiegando che si tratta di iniziative fondamentali perché inserite “nel lungo lavoro per riempire le pagine di storia con i capitoli strappati, per toglierli dall’oblio e dalla polvere”. Oltre all’idea del Museo dell’Esodo, già approvata, ne scaturisce anche quella di una “rete d’archivi sull’Esodo e sul centinaio di Campi profughi” esistiti nel lunghissimo dopoguerra dei profughi giuliani e dalmati.

Infine, Nicole Matteoni ha spiegato il significato della proposta di legge che reca la sua firma di prima proponente. Dopo avere ricordato la triste priorità della strage di Vergarolla nella storia della Repubblica uscita dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ha rammentato che nell’esplosione di decine di ordigni che avrebbe cancellato tante vite incolpevoli nell’orrenda giornata del successivo 18 agosto, scomparvero oltre cento persone, di cui soltanto 64 ebbero la possibilità di essere identificate, stante la violenza della deflagrazione. Ebbene, proprio “per avere una memoria nazionale condivisa” si è ritenuto congruo e funzionale presentare una proposta di legge (3) in grado di dare “finalmente giustizia e verità a una pagina di storia italiana dimenticata”, tanto più necessaria approssimandosi l’ottantesimo anniversario di quel terribile delitto collettivo, che sottolinea, a più forte motivo, quanto sia necessario e condivisibile promuovere la definitiva istituzionalizzazione della memoria.

          Laura Brussi, Esule da Pola, Opera per i Caduti senza Croce / Consigliere Nazionale

 

Annotazioni

(1) - in base alla storiografia più recente ed aggiornata, le Vittime della strage assommerebbero tra le 110 e le 116, cui si deve aggiungere anche la morte di uno tra i 54 feriti operati dal Dr. Micheletti, che del resto era giunto nella sala operatoria in stato ormai agonico. Giova ricordare che il medesimo medico, impegnato per due giorni e due notti in interventi pressoché ininterrotti, fu costretto a evitare le normali precauzioni per la sua persona, con la successiva conseguenza di perdere alcune dita delle mani a causa delle complicazioni sopraggiunte. Fra le proposte dell’On. Matteoni si deve menzionare anche quella di intitolare alla memoria del Dr. Micheletti un’aula dell’Università degli Studi di Trieste.

(2) - Cfr. Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e vita morale, Seconda edizione ampliata, Aviani & Aviani Editore, Udine 2024, pagg. 416 (per la strage di Vergarolla si veda in modo particolare il cap. 16 della seconda parte, pagg. 183-186).

(3) - Conviene aggiungere che nella presentazione del disegno di legge si accenna, per completezza, a qualche residua riserva circa le matrici dell’attentato, in conformità a talune espressioni della storiografia più datata; nondimeno, a tale ultimo riguardo conviene rammentare che, dopo l’apertura degli Archivi britannici avvenuta nel sessantennio dalla strage, ogni residua interpretazione difforme fu accantonata, confermando quella che la “vox populi” aveva anticipato sin dal momento della strage.

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Un approfondimento in coda

Come argomento in coda, ci permettiamo di aggiungere quanto accaduto nel 2021 a Montevarchi, provincia di Arezzo, grazie alla proposta di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi, che collabora attivamente con l’ANVGD di Udine sul tema del Centro raccolta profughi di Laterina (AR). Si riprendono le parole dal profilo Facebook di Unione degli Istriani.

“Il Consiglio comunale di Montevarchi (Arezzo), nella seduta del 25 febbraio 2021 ha approvato all’unanimità un articolato documento finalizzato a ricordare la Strage di Vergarolla ed onorare il ricordo del medico Giuseppe Micheletti, principale artefice dei soccorsi alle vittime dell’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia affollata di Pola.

Con l’approvazione di questo atto a pochi giorni di distanza dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021, il Consiglio Comunale ha dato mandato al Sindaco Silvia Chiassai Martini di avviare le procedure di intitolazione di uno spazio pubblico all’interno del territorio comunale al medico chirurgo Giuseppe Micheletti per l’inestimabile ed altissimo valore morale e di senso civico di un “Eroe dimenticato” – ed al ricordo delle altre vittime di quella che è passata alla storia come la più grande strage della repubblica italiana.

La prima cittadina di Montevarchi è stata inoltre impegnata dall’assise cittadina ad avviare, assieme agli altri sindaci del Valdarno aretino, un progetto di realizzazione all’interno dell’ex campo profughi di Laterina di un monumento dedicato al ricordo di Micheletti e delle vittime di Vergarolla, da realizzarsi con il coinvolgimento degli istituti superiori del Valdarno aretino attraverso un concorso di idee, affinché siano proprio le nuove generazioni gli artefici della costruzione di un “processo del Ricordo”.

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Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.   Sito web:  https://anvgdud.it/

Articolo da <<Il Dalmata>> del mese di marzo 2008, n. 54, con i nomi degli agenti dell'OZNA, autori dell'attentato di Vergarolla: Giuseppe Covacich, Oreste Parovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino.



mercoledì 31 ottobre 2018

Presentato a Udine il libro di Francesco Tromba, esule da Rovigno, con l’ANVGD


“È stato un incontro toccante e molto coinvolgente quello con l’esule da Rovigno Francesco Tromba, nato nel 1934” – ha detto così Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba, Bruna Zuccolin, Elio Varutti e Giuseppe Capoluongo. Fotografia di Giorgio Gorlato

L’evento, patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, si è svolto a Udine il 30 ottobre 2018, presso la sala Baldassi, nella Parrocchia del Cristo, in via Montebello 3. Organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD in collaborazione con Confraternita del SS.mo Crocifisso di Udine, ha visto per protagonista Francesco Tromba, esule da Rovigno. Egli perse tragicamente il padre nella foiba di Vines. L’autore ha ripercorso quanto accadde alla sua comunità, con particolare riguardo a quella di Rovigno, suo luogo natale poi, nel 1946, a quella di Pola, suo luogo di successiva residenza, comunque abbandonato per l’esilio a Venezia, mentre il resto della famiglia andava a Bari, in fuga dai titini.
Francesco Tromba, nel 2000, ha pubblicato: “Pola Cara, Istria Terra Nostra. Storia di uno di noi Esuli Istriani”. Il volume, nel 2017, ha raggiunto la settima ristampa e ha ottenuto il Premio Firenze nel 2016.
Udine, 30 ottobre 2018 - Francesco Tromba, Giorgio Gorlato e Bruna Zuccolin. Fotografia di E. Varutti

Ha introdotto la serata la presidente dell’ANVGD di Udine Bruna Zuccolin, portando i saluti del Comitato Provinciale del sodalizio degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia e ringraziando la Parrocchia del Cristo, per la collaborazione all’iniziativa culturale.
Giuseppe Capoluongo, priore della Confraternita del SS.mo Crocifisso, ha ricordato che tale istituzione religiosa risale al Cinquecento e si è sempre occupata di solidarietà. “Rappresento qui la parrocchia del Cristo – ha detto Capoluongo – e vi porto i saluti della nostra comunità, inoltre sono anche un poeta e vi presento due mie composizioni riguardo all’esodo giuliano dalmata”. Nel silenzio della sala, il poeta ha declamato un testo dedicato a Pola, seguito dall’ode intitolata Nostalgia, dedicata a Maria Millia, esule da Rovigno e suocera di Capoluongo.
Poi ha avuto la parola il professor Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, che ha introdotto l’opera di Francesco Tromba. “È un piccolo libro scritto con il cuore dall’autore – ha detto Varutti – cercando di riferire i pensieri di quando era bambino e subì l’oltraggio di vedersi portar via il babbo dai miliziani titini che poi lo uccisero e lo gettarono nella foiba di Vines”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba legge il suo commovente intervento, vicino a Bruna Zuccolin e Elio Varutti. Fotografia di Giorgio Gorlato

È intervenuto quindi lo stesso Tromba. “Ricordo quel 16 settembre 1943 – ha detto – quando arrivarono in sette titini coi fucili, erano di Rovigno, due restarono di guardia sotto casa, mentre gli altri salirono al secondo piano e col calcio dei fucili abbatterono la porta d’ingresso, poi iniziarono a cercare mio padre per tutta la casa, riuscirono a trovarlo nascosto sotto il lavabo della cucina e lo portano via”. La famiglia non ha mai saputo cosa gli fosse successo. Era un tipografo, Giuseppe Tromba, classe 1899, solo nel 2006 il figlio è venuto a sapere da una signora di Rovigno che il suo babbo fu una delle prime vittime gettate nella foiba di Vines, vicino ad Albona. Nell’ottobre 1943 i tedeschi occuparono Rovigno, scacciando i partigiani jugoslavi. Per i rovignesi fu una sorta di liberazione dalle violenze titine. Il maresciallo dei pompieri di Pola, Arnaldo Harzarich, iniziò a recuperare le salme dalle foibe, scortato dai militari tedeschi e italiani, ma quella di Giuseppe Tromba non fu esumata, in quanto inarrivabile e ormai decomposta.
Non è tutto, perché la madre di Francesco Tromba fu imprigionata il 5 maggio 1945 dai druzi in divisa con le armi spianate e portata nelle carceri di Fiume. Drug, in serbo, significa "compagno", perciò gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia chiamavano druzi i partigiani comunisti. Fu accusata di essere nemica del popolo, perché aveva riferito ai tedeschi il nome di uno di coloro che gli avevano catturato e fatto sparire il marito nel 1943. Lavorava alla Manifattura Tabacchi. Francesco Tromba, a dieci anni, restò senza genitori, assieme alle sorelle Luciana, di sedici anni e Eliodora di sette. La mamma dei fratelli Tromba fu liberata dai druzi nel giugno 1946 e, per paura dei carcerieri, fuggì a Trieste, da dove, come dipendente statale, fu inviata alla Manifattura Tabacchi di Bari.
Nel frattempo Francesco Tromba fu ospite dell’Orfanotrofio di Sant’Antonio di Pola, da dove il 12 febbraio 1947 con la motonave Pola assieme ai frati e a tutti gli orfanelli partì per Trieste, per essere alloggiati al Campo profughi del Silos. L’ultima tappa dell’esodo di Francesco Tromba, ormai diviso dalla sua famiglia, fu l’Orfanotrofio dei frati di S. Nicolò al Lido di Venezia, dove imparò il mestiere di tipografo. Per qualche anno visse poi a Milano, dove si posò nel 1960 ed ebbe due figlie. Aprì una sua tipografia a Portogruaro (VE), città della moglie, dove lavorò fino alla fine del secolo.
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Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba tra Bruna Zuccolin e Rosalba Meneghini durante il brindisi di commiato. Fotografia di Giorgio Gorlato
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Nonostante il pubblico limitato, in considerazione dell’imperversante nubifragio, dalla quindicina di partecipanti sono iniziate una serie di domande e di interventi di grande interesse. Tra gli altri, hanno parlato la professoressa Marina Belllina, di famiglia originaria di Fiume, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria e Rosalba Meneghini, la cui mamma era di Rovigno. Ad esempio è stato ricordato come i titini uccisero per affogamento la baronessa Hütterott e sua figlia. Chiusa in una rete da pesca ed appesantita con dei massi, la nobildonna latifondista di Rovigno fu gettata in mare dai comunisti titini al largo dell’Isola di Sant’Andrea. La baronessa, dal popolino, era detta anche Catarot, o Chitarot. Tra l’altro, Chittaro è anche un cognome friulano, di derivazione tedesca (Costantini 2002).
Al termine della presentazione una signora ha riferito allo scrivente di essere stata molto colpita dai versi poetici letti da Capoluongo, segno che la poesia dell’esodo apre i cuori, coinvolge i sentimenti e fa riflettere nello spirito della legge del 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo.

Notizie di altri scrittori su Rovigno
Raul Marsetič, del Centro di ricerche storiche di Rovigno, ha pubblicato nel 2016 il seguente brano sulla Manifattura Tabacchi di Pola, dove andavano a lavorare molte ragazze di Rovigno col treno delle tabacchine, come ha scritto un altro autore Armando Delzotto nel suo I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Udine, Edizioni del Sale, 2012.
“L’industria del tabacco a Pola – ha scritto Raul Marsetič – fu ufficialmente fondata il 30 maggio 1920 con l’intento di alleviare la crisi in cui sprofondò il capoluogo istriano dopo la Prima guerra mondiale. La cerimonia solenne d’inaugurazione fu celebrata tre anni più tardi, il 3 luglio 1923, solo dopo l’ultimazione di tutti i lavori di sistemazione intrapresi. La manifattura fu collocata nell’imponente immobile dell’ex caserma di fanteria dell’esercito austriaco (Infanteriecaserme) sulla Riva a cui fu, un decennio dopo, affiancato anche un nuovo edificio eretto sull’area dell’ex autoparco militare. Si trattò di un’attività produttiva di grande rilevanza per la città dato l’elevato numero di maestranze impiegate, in gran parte femminili. Le attività produttive continuarono, con delle interruzioni per danni di guerra in seguito ai bombardamenti del 1944, fino all’inverno del 1947, e lo stabilimento fu definitivamente chiuso dalla nuova amministrazione jugoslava il 16 settembre dello stesso anno”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, una parte del pubblico prima del brindisi di commiato. Fotografia di Giorgio Gorlato

Ecco un cenno alla baronessa Hütterott e a sua figlia in una parte del racconto tratto da «L’Arena di Pola» del 10 maggio 1997, pag. 6 col titolo “Con il peso delle memorie. Accanto a Rovigno”, a firma di Ruggero Botterini.
“Nel maggio '45 mi trovavo ancora a Rovigno, sfollato da Pola, assieme a mia madre ed a mio fratello. Seppi subito che i partigiani avevano ammazzato la Kitarot, come si usava chiamare la baronessa. La guerra era finita 30 aprile con la partenza degli ultimi reparti tedeschi ed il conseguente ingresso in città dei partigiani titini. La baronessa Barbara Elisabetta Hütterott, nata a Trieste nel 1897, e la madre Maria Enrichetta Keyl, nata a Bordeaux nel 1860, attendevano fiduciose i nuovi amministratori usciti dal «bosco». Non avevano nulla da temere avendo avuto rispettivamente, per padre e marito, un onesto e benemerito cittadino rovignese, ed avendo fatto solamente del bene. Nell'ottobre 1943 la baronessa Hütterott salvò tre pescatori rovignesi interponendo i suoi buoni uffici presto il Comando tedesco. Successivamente, nel marzo 1944, consegnò alcuni binocoli a tre aspiranti partigiani decisi a darsi alla Resistenza. Ma nonostante tutte queste benemerenze la «rivoluzione» bussò alla porta del suo castello vestita dell'uniforme degli agenti della famigerata Ozna. Fu uccisa da quegli elementi locali che poi incautamente misero ad asciugare le lenzuola con lo stemma del nobile casato? Molti protagonisti di quel periodo sono tutt'ora vivi, ma la loro testimonianza si ferma alla confessione intima. In quei tristissimi giorni pare che in città fosse presente un agente dell'Ozna per cui si può ipotizzare che l'eliminazione fisica delle due nobildonne fosse stata decisa motto in alto e non a Rovigno. I loro corpi, comunque, non sono mai stati trovati: facile la scelta tra mare e foiba. Si trattò di un omicidio politico visto che, successivamente alla morte, la povera baronessa, subì un processo e giudicata «nemica del popolo», lei che non aveva fatto del male ad alcuno. Esiste, pure, la farsa-favola della confisca dei beni. Dal 21 novembre al 4 dicembre una commissione dell’Ufficio distrettuale dei «Beni popolari» effettuò un inventario in 45 cartelle dattiloscritte in cui venivano elencati gli oggetti trovati nel Castello: mobili, pezzi di antiquariato, opere d'arte, gioielli. Ma quando si trattò, con atto del Tribunale di Rovigno del 1948, di confermare l'avvenuta confisca, venne investita, il 29 settembre 1948, una nuova commissione per un nuovo inventario. Perché? Perché qualcosa era sparito. II nuovo elenco comprendeva appena sette cartelle dattiloscritte. Dove finì il 70 per cento del patrimonio compreso un baule sigillato del 1945 contenente 56 oggetti d'argento?”.
Udine, sala Baldassi, parrocchia del Cristo, Francesco Tromba e Giorgio Gorlato, due esuli istriani intenti a ciacolar. Fotografia di Elio Varutti
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I dati del libro di Tromba
Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi esuli istriani (1.a edizione a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia 2000), Bibione (VE) - Trieste, Europa Tourist Group, 7.a ristampa, 2017, pp. 84.

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Riferimenti bibliografici e sitologici
- Costantini Enos, Dizionario dei cognomi del Friuli, Udine, Editoriale FVG, 2002.

Varutti Elio, Premio Firenze a Francesco Tromba, esule istriano, on-line dal 17 dicembre 2016.
http://eliovarutti.blogspot.com/2016/12/premio-firenze-francesco-tromba-esule.html

 http://eliovarutti.blogspot.com/2018/09/armando-delzotto-e-i-suoi-ricordi-di.html

- Testimonianza di Francesco Tromba in televisione del 2016, Video estratto da TV 2000 "LE FOIBE e GLI ITALIANI DIMENTICATI". Si ringrazia per la collaborazione il Comitato Provinciale di Arezzo dell’ANVGD.
https://www.facebook.com/anvgd.arezzo/videos/1884877528391269/


la copertina del libro
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

domenica 21 ottobre 2018

Udine, tumulati i resti dei sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume


Adesso potranno riposare in pace. A Udine, il 20 ottobre 2018, presso il Tempio Ossario si è svolta la solenne cerimonia di tumulazione dei resti di sette vittime della violenza jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Il sacrario di San Nicolò, meglio noto ai friulani col nome di Tempio Ossario è un autentico luogo della memoria dell’esodo giuliano dalmata. A celebrare la funzione religiosa è stato padre Juan Carlos Cerquera Trujllo, parroco di San Giuseppe dal 2016, alla presenza di molte autorità militari e civili. Di lui e del tempio riferiremo più oltre.
A rappresentare il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), presieduto da Bruna Zuccolin, c’era Elio Varutti, vice presidente. 

Cosa era accaduto nel 1945?
Si è letto che questi sette italiani furono legati col filo di ferro (“el fil de trinca”, in dialetto istro-veneto) e spintonati per le vie di Castua, a una dozzina di chilometri da Fiume, oggi in Croazia. Furono presi a calci e pugni fino a rompere loro qualche arto. È stato Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» a riferirlo. C’è chi ha detto che furono costretti a scavarsi la fossa dove furono seppelliti, ma altre fonti narrano che fu utilizzato un trincerone anticarro che i nazisti della Todt avevano ordinato di scavare ai requisiti locali, donne e vecchi, nel vano tentativo di bloccare i carri armati jugoslavi.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Uno dei prigionieri di Castua, per tentare di sollevare l’animo dei catturati, gridò a squarciagola: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!”. Secondo il racconto, egli era il giornalista Nicola Marzucco, detto Nicolino.
Questo eccidio avvenne il 3 maggio 1945 a Castua, a due passi da Fiume, quando era terra italiana. Secondo Lucia Bellaspiga, che ha scritto su «L’Avvenire» la data delle uccisioni è quella del 4 maggio. La guerra era comunque finita. I resti di sette di quei trucidati, uccisi dai partigiani titini, sono rientrati in Italia nei giorni scorsi. A ritrovare le salme sono stati gli agenti del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Tale ente del ministero della Difesa si occupa dell’identificazione delle salme dei militari italiani morti nelle guerre e del loro rientro in patria. Per detto ente le spoglie sono di ignoti. Ci piace di rivolgere un ringraziamento particolare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, a Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e alle loro rispettive testate giornalistiche.
I corpi dei caduti di Castua sono stati esumati nel mese di luglio 2018 dalle autorità croate, durante una campagna di scavo iniziata dopo una segnalazione, risalente al 1992, effettuata dalla Società di Studi Fiumani, con sede in Roma, con segretario Marino Micich. Erano nel bosco di Loza, in località Crekvina, vicino a Castua.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, padre Juan Cerquera alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Grazie ai nuovi accordi tra Italia e Croazia si è potuto verificare il rientro delle salme. Ciò è dovuto alla buona collaborazione tra l’ufficio di Onorcaduti, diretto dal generale Alessandro Veltri, con gli omologhi del “Ministry for Croatian Veterans for Detainees and Missing Persons”. 
Molto interessante è tale collaborazione tra italiani e croati. Potrà condurre a nuove indagini a Fiume e in certe zone della Dalmazia e dell’Istria. Sono questi i luoghi della tragedia delle foibe. Tali uccisioni e eliminazioni durante il conflitto e nei mesi successivi ad esso provocò la scomparsa di circa 12 mila italiani, per la pulizia etnica titina.

I nomi degli assassinati
Si è cercato di stabilire il nome dei trucidati. Uno dei nomi su cui c’è «la ragionevole certezza» della sua identità è quello di Riccardo Gigante. Egli era senatore del Regno, ma anche ex sindaco ed ex podestà di Fiume, stretto collaboratore di Gabriele D’Annunzio e, infine, repubblichino di Salò.
Altri due individui possibilmente riconosciuti sono il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana.
La Società di Studi Fiumani è riuscita a trovare un nipote di Riccardo Gigante, di nome Dino, dirigente d’azienda in pensione. Costui si è detto disponibile a sottoporsi all'esame del Dna, per avere la prova che uno dei resti ritrovati appartenga a suo nonno. Non sono stati individuati, per ora i discendenti dei caduti Marzucco e Diana.
Nella fossa furono gettate dagli slavi anche ossa di animali. Questo era un misero stratagemma titino per mescolare le carte, in  caso di una esumazione.
La buca fu localizzata nel 1992 da Amleto Ballarini, già presidente della Società di Studi Fiumani. Egli raccolse il primo racconto di don Franjo Jurcevic, oggi parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua. Il prete conosceva i fatti poiché gli erano stati riferiti da alcuni fedeli. Altre informazioni fondamentali giunsero dai racconti della moglie e di due figlie di Vito Butti, uno dei trucidati di Castua. Era egli maresciallo della Guardia di finanza. Fu l’unico di cui, tempo dopo, vennero recuperate le spoglie mortali, per tumularle in un cimitero vicino.
Si qui si è operato grazie agli articoli di Alessandro Fulloni sul «Corriere della Sera» e di Lucia Bellaspiga, su «L’Avvenire», che si intende ringraziare per la diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Un alpino con il fazzoletto di Fiume. Fotografia di Elio Varutti

Ancora sul Tempio Ossario di Udine
Quando il Centro di smistamento profughi di via Pradamano a Udine era pieno di ospiti venivano utilizzate altre strutture cittadine per accogliere gli italiani d’Istria, Fiume e Dalamzia in fuga dalle violenze dei titini. Per una notte fu utilizzato anche al Tempio Ossario nella cui cripta vennero accolti esuli sino al 1959. Un’esule da Pola, Maria Millia, ha ricordato che, verso il 1949, i suoi genitori Anna Sciolis e Domenico Millia, rinomato fabbro di Rovigno, assieme ad altri profughi istriani furono ospitati nel Tempio Ossario di Udine, dato che “El Campo jera pien”. Nel 1959, appunto, erano ancora accolte alcune persone dell’esodo nella stessa chiesa. “Una famiglia è ospitata nella cripta del Tempio Ossario – riporta «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959 – chi all’asilo notturno e altri nelle case diroccate di via Bertaldia, ora demolite”. Si pensi alla coincidenza: proprio nell’area di via Bertaldia, via Manzini fu inaugurato, il 26 giugno 2010, il Parco Vittime delle foibe.
Un altro dato di carattere patriottico. Il Tempio Ossario si trova in piazzale XXVI luglio 1866, giorno nel quale la cavalleria italiana entra in città liberandola dall’oppressione austriaca. Era appunto il 26 di Luglio del 1866 e la città di Udine abbandonata dagli austriaci vide entrare dal Stradon per Venessia l’esercito italiano del generale Brignone verso Porta Poscolle. Tra i primi uomini ad entrare in città c’è un garibaldino udinese e poi colonnello dello squadrone 6° Aosta Cavalleria. Si chiamava Bernardino Berghinz (1841-1925), come ha scritto Mario Blasoni sui Berghinz, a p. 66 di un suo bel libro.
Stando a quanto ha scritto don Tomasino Crist, che era presente nel 1866, la gente di Udine si mostrò con: «Gran bandiere tricolori, grandi feste, grandi evviva, gran piacere e gioia, gioia e piacere di cuore». Non tutti gli storici condividono questa testimonianza.  La cronaca di don Tomasino Crist è citata da Faleschini 1957, pp. 681-689.


Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Loris Michelini, vice sindaco di Udine alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Padre Juan Cerquera, un religioso di Udine vicino agli esuli giuliano dalmati
È molto vicino agli esuli giuliano dalmati, padre Juan. Nel 2017 ha accolto con piacere il rito di recitare il rosario al Villaggio giuliano di via Casarsa. Rito ripetuto con ulteriore partecipazione anche nel 2018. Non è tutto. C’è stata la prima santa messa celebrata al Villaggio Giuliano di Udine. È stata una cerimonia semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19, col coro di San Rocco. È la prima volta che si è celebrata una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.


Messaggi dal web
In merito al presente articolo, si pubblica volentieri un eccezionale commento di Flavio Fiorentin, esule da Veglia e componente dei Revisori dei conti del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, inviato all’autore per posta elettronica il 22 ottobre 2018. La sua testimonianza getta un po’ di luce sull’arresto di Riccardo Gigante, come si può notare dalle righe seguenti.
“Caro professore, mi riferisco all’articolo sul rientro dei resti di sette trucidati di Castua – ha scritto Flavio Fiorentin – In particolare vorrei precisare che l’Organizzazione TODT faceva scavare trinceroni o blocchi stradali nei dintorni ed alla periferia di Fiume nell’ultimo mese di presenza tedesca in città non tanto per bloccare carri armati titini (peraltro simbolici o inesistenti), ma piuttosto per confondere il nemico sui punti in cui i tedeschi avrebbero opposto resistenza e tentare invece lo sganciamento improvviso per confluire in Trieste ed attendervi l’arrivo degli anglo-americani.
Le squadre di lavoro erano formate da giovani e uomini reclutati anche e soprattutto in Fiume tra quanti non avevano un lavoro od una occupazione essenziale. Ad esempio ne faceva parte il portinaio dello stabile dove abitava la mia famiglia. Era anche un modo per tener impegnate persone tra le quali avrebbero potuto nascondersi partigiani e terroristi.
Alle cinque le squadre dei lavoratori rientravano in città scortate da pochi ed anziani soldati tedeschi e si scioglievano in piazza Dante dopo aver disceso la scalinata cantando, sull’aria di una marcia tedesca, il seguente ritornello:
                                     Fiumani demoghèla,
                                     La vita xe più bela!
                                     Ribaltòn ,ribaltòn
                                     ghe molèmo sto bidòn.
                                     Viva el ribaltòn!
I soldati di scorta, ritenendo si trattasse della traduzione italiana della loro marcetta, scendevano la scalinata tutti impettiti.
Con riguardo al senatore Gigante, residente di fronte al palazzo in cui abitavo con i miei genitori, egli scriveva spesso articoli sul quotidiano cittadino «La Vedetta d'Italia». All'inizio del 1944, deluso per l’assenza delle truppe italiane ricostituite nell’area del Quarnaro (ad eccezione di alcuni reparti della X Mas) e per il progressivo controllo tedesco anche sulla Amministrazione civile, scrisse un forte articolo dal titolo significativo "Se ci sei, batti un colpo". Solamente il 3 maggio 1945, dopo la ritirata notturna dei tedeschi verso Trieste, le truppe titine scesero in città ed all’alba dello stesso giorno l’OZNA venne ad arrestare il sen Gigante, che aveva rifiutato di abbandonare Fiume.
Prima di seguire gli agenti egli, che era ancora in pigiama, chiese di potersi vestire ed indossò la divisa fascista. È probabile quindi che fosse proprio lui ad essere particolarmente martirizzato nell’ultima camminata verso il luogo dell’esecuzione. Tutto ciò l’abbiamo saputo dal racconto della vedova. Con i migliori saluti. Flavio Fiorentin”.
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Ecco un’altra informazione. Leggiamo nel libro di Cristina Scala, intitolato Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, che nel Golfo del Quarnaro la Todt aveva sede a Mattuglie (Matulji, in croato) in un grande edificio, dove avveniva “lo smistamento di migliaia di lavoratori e studenti obbligati alla costruzione dei bunker e di altre opere di difesa che poi all’occorrenza non venero mai usate” (Scala 2018, p. 14).

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Ringraziamenti
Si è grati all’architetto Franco Pischiutti, di Gemona del Friuli (UD) per la collaborazione riguardo allo studioso del Risorgimento friulano Tonin Faleschini. Grazie a Flavio Fiorentin, esule da Veglia a Udine, per la sua preziosa testimonianza su Fiume 1945 e sull’arresto di Riccardo Gigante da parte dell’OZNA, la polizia segreta militare iugoslava. 
Ci piace ringraziare, per la pubblicazione e diffusione in questo blog, Lucia Bellaspiga e Alessandro Fulloni e le loro rispettive testate giornalistiche.
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Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, anche Paola Del Din, medaglia d'oro al valor militare alla cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

Riferimenti bibliografici e del web
- Lucia Bellaspiga, Foibe. Dopo 73 anni una tomba per le vittime di Tito: "Precedente che farà storia", «L’Avvenire», 20 ottobre 2018.

- Mario Blasoni, Vite di friulani, vol. V, Udine 2011.

- Antonio Faleschini, Il ’64 e il ’66 in Friuli, «Rassegna Storica del Risorgimento», XLIV (1957), fasc. IV, pp. 681-689.

Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti


Cristina Scala, Cuore di bambina a Fiume nell’anno 1947, s.e., Portogruaro (VE), 2018.

- E. Varutti, Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 18 giugno 2017.

- E. Varutti, Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine, on-line dal 27 maggio 2017.
Udine, Tempio Ossario, 20 ottobre 2018, dopo la cerimonia di tumulazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua. Fotografia di Elio Varutti

- E. Varutti, Santo Rosario al Villaggio Giuliano 2018. Bella iniziativa a Udine, on-line dal 27 maggio 2018.

- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.
https://www.academia.edu/36303656/Italiani_d_Istria_Fiume_e_Dalmazia_esuli_in_Friuli_1943-1960._Testimonianze_di_profughi_giuliano_dalmati_a_Udine_e_dintorni
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Oggetti trovati nell'esumazione dei resti di sette italiani uccisi a Castua, presso Fiume, 2018. Fotografia ripresa dal web

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, E. Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti. Fotografie di Elio Varutti, da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

venerdì 21 settembre 2018

Messa a Castua / Kastav per il rimpatrio dei resti dei caduti italiani uccisi nel 1945 da partigiani jugoslavi, riesumati nel 2018

Riceviamo e volentieri pubblichiamo in questo blog il comunicato di Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani di Roma riguardo alle cerimonie religioso patriottiche svoltesi in Croazia, a Castua, presso Fiume il 15 settembre 2018, dopo il ritrovamento dei resti di sette italiani trucidati dai titini nel 1945, tra i quali il senatore fiumano Riccardo Gigante (E.V.)
Ai piedi dell’altare, le salme con i resti dei sette caduti italiani. Didascalia originale dal giornale «La Voce del Popolo», 17 settembre 2018, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione in queste pagine
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È stata celebrata a Castua (Kastav), nei dintorni di Fiume, in Croazia la santa Messa organizzata dalla Società di Studi Fiumani, presieduta da Giovanni Stelli. L’evento si è tenuto in collaborazione con il Console generale d’Italia a Fiume Paolo Palminteri, a conclusione della vicenda che si è risolta definitivamente tra il 5 e il 7 luglio 2018 con la riesumazione dei poveri resti degli italiani di Fiume uccisi il 4 maggio 1945.
L’iniziativa di ricerca per la riesumazione iniziò nel 1992 e fu promossa dall’allora Presidente della Società di Studi Fiumani Amleto Ballarini. All’individuazione del luogo esatto di sepoltura (bosco della Loza) si pervenne grazie all’aiuto del parroco di Castua don Franjo Jurcevic, che raccolse le informazioni fornitegli da Ballarini e indagò a sua volta. Da allora, in accordo con la Società di Studi Fiumani, don Jurcevic ha celebrato con i fiumani ogni anno per 21 volte una Messa nella Chiesa parrocchiale di Castua, nel giorno esatto in cui era avvenuto l’eccidio per perorare l’opera di riesumazione. Dopo 21 anni la vicenda ha finalmente trovato una conclusione positiva grazie alle ultime trattative sulle sepolture di guerra tra Italia e Croazia e grazie alla Federazione degli esuli istriani fiumani e dalmati che, ha trovato nel 2012 uno spazio al tavolo di governo allora costituito. Tra le vittime presunte nella fossa ricordiamo il senatore fiumano Riccardo Gigante.
I resti delle vittime rimarranno per breve tempo nel Sacrario di Redipuglia (GO) e successivamente verranno traslati nel Sacrario militare di Udine (è ancora da definire il luogo esatto).
Con i famigliari si deciderà sull’eventualità di richiedere il test del DNA per cercare di riconoscere i resti di Riccardo Gigante. Finora nessun esatta indicazione è stata possibile.
La Società di Studi Fiumani era presente col Presidente attuale Giovanni Stelli, il Segretario Generale Marino Micich, Amleto Ballarini e la moglie Laura Chiarappa. Era presente alla cerimonia anche il pronipote del Senatore Gigante il signor Dino Gigante (Socio della Società di Studi Fiumani).
Si ringraziano a seguire le autorità  e i rappresentanti di varie associazioni presenti alla cerimonia: Ministero della Difesa italiano - Onorcaduti – Commissario generale Generale di Divisione Alessandro Veltri, il Col. Francesco Fiore, il Ten Col. Norbert Zorzitto. Console Generale d’Italia a Fiume Paolo Palminteri. Ambasciata d’Italia a Zagabria –  Consigliere e  Vice Capo Missione Daniele Borrelli. La rappresentante di Onorcaduti croato e il gen. Sucic. Il Presidente onorario di FederEsuli e Presidente dell’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo-LCFE Guido Brazzoduro. Il Presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana Marin Corva. La Presidente della Comunità degli italiani di Fiume Melita Sciucca. Il Preside della Scuola Media  Superiore Italiana Michele Scalembra. Il Segretario del Comitato Tricolore per gli italiani nel Mondo on. Roberto Menia. Il Segretario dell’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo Andrea Scabardi. Per il Centro Ricerche Storiche di Rovigno Ezio Giuricin con la moglie Rosanna Turcinovich.
Per l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia ANVGD di Roma (presieduta da Donatella Schurzel) e Mailing List HISTRIA Eufemia Giuliana Budicin. Per l’Associazione cultura fiumana istriana e dalmata nel Lazio e Mailing List Histria Gianclaudio de Angelini. Per l’Associazione Stato libero di Fiume Laura Marchig. Per il Comitato ANVGD di Genova Fulvio Mohoraz. La prof.ssa Gianna Mazzieri Sankovic (dirigente Comunità degli italiani di Fiume). Il Coro dei Fedeli Fiumani – diretto da Lucia Scrobogna Malner. La già presidente della Comunità degli italiani di Fiume Orietta Marot. Per l’Associazione Nazionale Alpini – Gruppo Fiume “Mario Angheben” - Franco Pizzini. Il Consigliere dell’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo – Edoardo Uratoriu.
Altri ringraziamenti vanno a coloro che hanno inviato i saluti, pur non potendo partecipare alla cerimonia, come il Colonello di Onorcaduti Maurizio Masi, il Presidente dell’Unione Italiana Maurizio Tremul, l’Ambasciatore d’Italia a Zagabria Adriano Chiodi Cianfarani, il Presidente di FederEsuli Antonio Ballarin, il generale Elio Ricciardi e i componenti dell’Esecutivo Renzo Codarin, David Di Paoli, Tito Sidari, Franco Luxardo.
Si accenna anche alla Vice Presidente dell’AFIM Libero Comune di Fiume in esilio Laura Calci. Il Presidente dell’Unione degli Istriani Massimiliano Lacota. Il Presidente della Fondazione Rustia Traine Renzo de’Vidovich. Il direttore dell’IRCI di Trieste Piero Delbello. Il Comitato ANVGD di Bologna presidente Marino Segnan e vice presidente Anna Decastello.
Infine un ricordo commosso anche a tutti coloro che non ci sono più ma che nel corso del tempo ci sono stati vicini: Cav. Mario Stalzer (già Segretario generale del Libero Comune di Fiume in esilio); Cav. Aldo Secco (Lega Nazionale di Trieste – Sezione di Fiume); Dr. Alessandro Lekovic (già Presidente della Comunità Italiani di Fiume); Agnese Superina (già Presidente della Comunità Italiani di Fiume).
Marino Micich
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Si ringraziano per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione della fotografia la redazione de “La Voce del Popolo” di Fiume / Rijeka, Croazia e Goran Žiković. Ecco il link del sito web relativo.

Sitologia
Gianfranco Miksa, “Pace liberatoria per i caduti italiani della fossa di Castua”, «La Voce del Popolo», 17 settembre 2018.