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giovedì 12 luglio 2018

Fiume bombardata, diari e testimonianze, 1944 -1945. Il caso Centocelle


Devastanti e sconvolgenti sono stati i bombardamenti anglo-americani su Fiume del 1944-1945. Pure i tedeschi si diedero da fare! In questo blog abbiamo già pubblicato degli articoli sul tema, come ad esempio quello intitolato: “Esuli da Fiume a Udine e Novara. La famiglia Celli in Campo profughi, 1948”, on-line dal 3 luglio 2018, con le osservazioni di un testimone d’eccellenza: Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925.
Fiume, 2 maggio 1945 - Rione di Centocelle dopo che i tedeschi fecero esplodere la polveriera. Fotografia pubblicata in Facebook da Elio Celli

Il resoconto di Tardivelli peraltro si accosta, per certi aspetti, al Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line in questo stesso blog dal 7 giugno 2016. C’è poi questo breve, ma tenero, brano: Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.
Veniamo ora ad altri contributi e alla citazione di un altro Diario del periodo, scritto in questo caso da un militare della Milizia di Difesa Territoriale (MDT), di stanza a Fiume e dintorni dal 4 ottobre 1944 al 15 maggio 1945. L’autore è Torquato Dalcich, alias di Aldo Quattrocchi e l’ha prodotto in dattiloscritto, a Firenze nel 1987 e, più tardi, è stato messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali di Napoli
Andiamo con ordine. Riguardo ai raid aerei contro Fiume nella seconda guerra mondiale ci sono state due testimonianze scritte su Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!”, il 4 luglio 2018.
Nereo Ambrosio, il 4 luglio 2018, ha scritto nel citato gruppo: “Sotto uno dei bombardamenti [a Fiume] del novembre 1944 moriva a soli 18 anni mio zio Nereo, del quale porto il nome. Studente dell’ultimo anno dell’istituto nautico. Mio nonno Giovanni era vigile del fuoco e quel giorno era di servizio ambulanze come autista ed interveniva per soccorrere le povere vittime. Nella concitazione di quei momenti caricarono il figlio ferito da sei schegge di bomba ai polmoni sulla sua ambulanza, ma lui lo vide solo dopo essere giunto all'ospedale, ormai deceduto - R.I.P.”.
Perché gli alleati bombardavano Fiume? C’erano il porto, i cantieri navali, il punto franco, la stazione ferroviaria, varie caserme e le fabbriche, come la Manifattura Tabacchi, il silurificio Whitehead, lo stabilimento Rivolta, la Raffineria Oli Minerali Società Anonima (ROMSA), tanto per fare qualche esempio.
Cartolina di Fiume, anni '20. Archivio ANVGD Udine

La distruzione nazista del rione Centocelle 
Elio Celli, nato a Fiume, ha aggiunto queste righe di testimonianza il 6 luglio 2018: “Fiume, Rione Centocelle, settantadue anni fa. Nella notte del 1° e 2 maggio 1945, i tedeschi fanno saltare in aria la polveriera e i depositi di munizioni della galleria di Centocelle. Fu una deflagrazione terrificante che squassò la galleria blindata e scaraventò sulle case pietrame e materiale vario tra vampate di fuoco. Abitavo in Centocelle, terza fila via Pola n° 30, avevo 10 anni e mezzo. Quella notte fummo dirottati nel rifugio di via Valscurigne, a distanza di sicurezza dal luogo dell’esplosione preannunciata dai tedeschi. Dopo una lunga e ansiosa attesa nel rifugio si udì un boato, a quel punto gli uomini dell’Unione nazionale protezione antiaerea (UNPA) ci dissero di rientrare tranquillamente nelle nostre case e così facemmo.
Quando mai? Ci fu un terribile equivoco che poteva costarci la vita. L’esplosione che sentimmo al rifugio riguardava un altro deposito di esplosivi situato più a monte da quello di Centocelle, ma questo purtroppo lo venimmo a sapere il giorno dopo, cioè dopo il patatrac. Io e mio fratello spaventati ci mettemmo nel letto con i nostri genitori, la luce nella camera era ancora accesa quando una terrificante esplosione fece scoppiare tutti i vetri delle finestre, le ante degli armadi si aprirono con violenza, fummo coperti dai calcinacci del soffitto, credetti alla fine del mondo! Nella cameretta a due letti riposava la mia nonna, il letto accanto dove di norma dormiva mio fratello era spezzato a metà, fracassato da un enorme masso piombato attraverso il tetto, fece un tale buco da quale si vedeva il cielo.
A distanza di decenni ci fu una canzone “Il cielo in una stanza”, allora mi venne in mente la cameretta della mia nonna. La dimensione del masso era grossomodo come un vecchio televisore. La distanza della nostra casa dalla polveriera era, in linea d’aria, a non più di cento metri. Uscimmo di casa a fatica superando cumuli di detriti, legnami, infissi delle case distrutte, il vario contenuto all’interno della galleria… sputato fuori. C’erano cumuli di macerie tra le quali ardevano fiammelle di vari colori dal blu al rosso, al giallo, l’aria fumosa e velata da ceneri con un odore acre di polveri da sparo, odore di bruciato, un cimitero notturno, uno scenario dantesco. Oggi sul luogo dove c’era la polveriera passa la strada E61 - Kvarnesk Autocesta”.
Immagine dal Diario di Torquato Dalcich, che si ringrazia per la riproduzione e pubblicazione

Il Diario di Torquato Dalcich
Passiamo al Diario di Torquato Dalcich. Si precisa che tale testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori, tuttavia è molto interessante per la situazione di Fiume nel periodo 1944-1945. Nel Diario di Torquato Dalcich sono menzionati i ritrovi mondani, se possiamo dire così, del capoluogo del Quarnero, come il Caffè Centrale in Piazza Dante, la pasticceria Panciera, il teatro “La Fenice” e la trattoria L’Ornitorinco di quei tempi.
In realtà c’era una gran fame e i generi alimentari, ad un certo punto non vengono più distribuiti neanche con la tessera ai civili. C’era tanta borsa nera, con cui si arricchirono diversi loschi individui. C’era il “borsaro nero” Ambrosich, che denunciava ai titini gli italiani… c’erano i bagarini di Sussak, che vendevano clandestinamente qualsiasi cosa. Ci sono una quantità di incredibile di eserciti non tutti in conflitto tra di loro, ma tutti con sospetti, defezioni, tradimenti e scarsa umanità. Era un vero guazzabuglio. C’erano i militari italiani della Repubblica di Salò, i militari italiani badogliani (cobelligeranti degli alleati, che bombardavano Fiume), i tedeschi, le Waffen SS tedesche, la Gestapo, i cetnici (monarchici jugoslavi, poi collaborazionisti dei nazi-fascisti), i belagardisti (Guardie bianche slovene collaborazioniste dei nazi-fascisti), i nediciani (truppe serbe, seguaci di Milan Nedić, collaborazionista dei nazi-fascisti), gli ustascia di Pavelić (nazi-fascisti), i musulmani o volontari bosniaci nelle Waffen SS, i partigiani titini, i gappisti (Gruppi d’azione patriottica, di ispirazione comunista, operavano in città), i druzi (generalmente ogni partigiano jugoslavo), le staffette partigiane e il Comitato di Liberazione Nazionale fiumano (filo-partigiano).
L’esplosione della polveriera di Centocelle a Fiume procurata dai nazisti in fuga è confermata dalle parole del Diario di Torquato Dalcich che, in data 3 maggio 1945, ha scritto: “Oggi Fiume è stata occupata dalle bande titine. Qualche ora prima i nazisti, ponendo in atto l’ultimo inutile vandalico gesto, hanno fatto saltare in aria la polveriera di Centocelle, che ha causato il crollo di numerose case e la morte dei suoi abitanti” (a pag. 44).
Fiume, sede della Banca d'Italia. L'edificio fu costruito dall'Impresa Carlo Conighi, Fiume e Abbazia. Cartolina da Internet

Tra le altre, nel Diario di Dalcich sono menzionati alcuni nomi di trucidati dai titini che non si leggono nel volume bilingue (italiano croato) di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski intitolato Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), edito a Roma nel 2002. Accenno, ad esempio, al capitano marittimo Baveri di Volosca, fucilato dai titini nell’agosto 1945 (pag. 25 del Diario Dalcich).
Altri nomi di militari vengono menzionati da Dalcich pur essendo stati uccisi in Lombardia e non a Fiume o nei suoi dintorni. Ad esempio c’è la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, cieco di guerra, che teneva conferenze a Fiume nel 1944 al teatro “La Fenice”. A Milano fu “trascinato fuori dalla sua casa – ha scritto Dalcich con qualche imprecisione – e assassinato il 29 aprile 1945, morì stringendo fra le mani la scarpetta della sua bimba di soli sette mesi”. Stessa sorte capitò al colonnello Balzella, che operò in Albania e poi fu comandante della Guardia Nazionale Repubblicana a Brescia, imprigionato dopo il  25 aprile, fu bastonato fino a fargli perdere la vista e poi fucilato sugli spalti del castello lombardo (p. 8 del Diario Dalcich).


Epilogo
Per la precisione i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Scesero da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza pure da Sussak, in fila per due molto guardinghi lungo Via Roma. Malconci, qualcuno era perfino senza scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi e “da cinque carri armati tipo T-34 Stalin” (Diario Dalcich, p. 41).
Secondo gli storici marxisti quella fu la liberazione dal nazi-fascismo. Secondo altri studiosi fu un’occupazione, perché poi fu perseguitata la maggioranza degli abitanti di sentimenti italiani.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, come quello di Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro, avvenuto proprio il 4 maggio, “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Proprio a riguardo dell’uccisione del prefetto Gigante si riporta la seguente notizia ANSA di Trieste, del 10 luglio 2018: “Si sono conclusi il 7 luglio scorso gli scavi della fossa di Castua (Kastav), a 12 chilometri da Fiume (Croazia), luogo dove il 4 maggio 1945 avvenne l’uccisione del senatore Riccardo Gigante e di nove suoi compagni per decisione dell’Ozna, la polizia comunista jugoslava.
Lo ha comunicato il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del Ministero italiano della Difesa (Onorcaduti) alla Società di Studi Fiumani di Roma, che ha ricevuto conferma dal console d'Italia a Fiume, Paolo Palminteri, e da FederEsuli.
Ora i resti umani e gli oggetti ritrovati saranno sottoposti a esame dall’ufficio di medicina legale; le pratiche successive per l’identificazione sono in corso e in settembre si prevede il rimpatrio. L’iniziativa è stata avviata anche in seguito a una segnalazione della Federazione delle Associazioni degli Esuli al precedente governo, in base a uno studio dello storico Amleto Ballarini autore insieme con il croato Mihael Sobolevski del volume "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)", pubblicato nel 2002 dal Mibact.
A Castua i connazionali furono uccisi senza processo da un reparto di partigiani jugoslavi per decisione dell'Ozna”.
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Bombardiere britannico a Fiume nel 1945. Fotografia diffusa da Samuele Mosconi, nato nel 2000, nel gruppo di Facebook “Le guerre degli italiani” il 12 luglio 2018, che si ringrazia per la pubblicazione in questo blog
Fonti digitali

- Nereo Ambrosio, Vicenza 1956, vive a Senigallia, messaggio in Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!” del 4 luglio 2018.

- Elio Celli, Fiume 1934, esule a Brescia, messaggio in Facebook del 6 luglio 2018.

Sitologia sull’esodo da Fiume


- E Varutti, La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947, on-line dal 23 febbraio 2016.

- E. Varutti, Scampar da Fiume co la cavra Vava, 1943, on-line dal 2 marzo 2016.

- E. Varutti, Via da Fiume nel 1944, colpa dei partigiani, on-line dal 14 aprile 2016.

- E. Varutti, Memorie italiane dei Lupetich su Fiume, esodo 1947, on-line dal 2 luglio 2016.

- E. Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.

- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, on-line dal 30 gennaio 2017.

Fiumani che emigrano in Brasile nel 1951. Scheda di registrazione di Francesco Licheri. Immagine diffusa in Facebook da Paola Dispoto, Bari 1976, che vive a Saarbrücken (D). La si ringrazia per la divulgazione e pubblicazione di questo importante documento familiare del suo prozio


- E. Varutti, Fiume 1938 scocca l’amore. Poi, guerra ed esodo, on-line dal 1° aprile 2017.


- E. Varutti, Esodo da Fiume, i ricordi di Mirella Tainer, emigrata in Illinois, on-line dal 14 maggio 2018.

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Bibliografia
- Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibact), Direzione generale per gli archivi, 2002.

- Torquato Dalcich, Un diario (1944 – 1945), Larghi stralci tratti da Torquato Dalcich, anagramma di Aldo Quattrocchi, Firenze, 1987, dattiloscritto in formato PDF messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (I.S.S.E.S.) di Napoli. Si avvisa che il testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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domenica 13 maggio 2018

Fiume 1945, Graziella Superina salvata dal dottor Blasich, poi soffocato dai titini


Il memoriale che si pubblica qui di seguito è stato scritto da Graziella Superina, nata a Fiume, esule a Genova e deceduta nel 2011.
Michele Ugo Galliussi, Foibe, 2018, china su carta, cm 21 x 29,8. Courtesy dell’artista
È datato 31 gennaio 2001. Graziella è la moglie di Aldo Tardivelli, classe 1925, un altro fiumano ricco di ricordi e di racconti sui fatti di Fiume dal 1943 al 1948. La signora Graziella Superina ha intitolato così il suo racconto “L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. Blasich”.
È un resoconto diretto e con ricordi di altri compaesani ed amici riferito soprattutto ad un momento assai critico della vita di Fiume, quando cioè i tedeschi alla fine di aprile 1945 abbandonano la città, dopo averne messo fuori uso il porto con l’esplosivo. È il momento in cui entrano i partigiani titini ai primi di maggio.


Per scrupolo si riporta che i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Piombarono essi da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza passarono pure da Sussak. Procedevano in fila per due, molto prudenti lungo Via Roma. Molto malridotti nelle divise, qualcuno era perfino privo di scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, ad opera dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Accadde così a Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro,  proprio il 4 maggio 1945 “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Si sa che l’Odeljenje za Zaštitu NAroda, (OZNA), ossia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo, la spietata polizia politica di Tito, dopo la guerra, secondo lo storico Igor Žić ha giustiziato 300 persone. Non ci sono fonti attendibili, come ha scritto Mihael Sobolevski nel 2002. Costui e Amleto Ballarini hanno tuttavia stabilito in 2.640 il numero delle vittime italiane di Fiume per il periodo 1940-1947. È un dato scientifico condiviso.
Secondo altre fonti, alla fine della guerra, alcune centinaia di italiani scomparvero da Fiume. Certi furono eliminati, con tutta probabilità, nella vicina foiba della Bezdanka; altri in fosse comuni, come anzitutto quella di Castua / Kastav (a 10 km. da Fiume ). Il 4 maggio 1945, proprio a Castua, i titini uccidevano, senza processo, un gruppo di cittadini italiani. È Fabrizio Federici a darne notizia nel 2017.
Al testo originale di Graziella Superina sono state apportate alcune lievi modifiche grafiche e di punteggiature dal curatore per renderlo ancor più scorrevole nella lettura. (Elio Varutti)

L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH

Molti ricordi lontani di Fiume ormai sono fiochi. La maggior parte delle idee sono diventate sacrosante, pura esattezza, come i misfatti accaduti in tutta la Venezia Giulia dal 1943 al 1948. È stato un “piccolo olocausto”.
Inizio con la notte del 25 luglio 1943, e l’annuncio della caduta del fascismo. Il convulso incalzare degli avvenimenti travolse migliaia d’innocenti, sacrificati all’interesse di pochi, in quella terra martoriata, in tutte le guerre, come una maledizione. L’Istria fu l’epicentro dell’imminente tragedia. A tale annuncio non ebbe seguito alcuna manifestazione di rilievo, c’era una stanchezza generale della popolazione di fronte ad una tragica realtà di un paese già provato e debilitato per troppi anni di guerra. I vecchi alleati tedeschi, che occupavano gran parte del paese, già da lungo tempo, avevano elaborato piani precisi per assicurarsi il controllo del territorio in caso d’emergenza. Ciò avrebbe segnato un periodo ancora più nefasto per tutti.
I continui arretramenti del fronte e la sempre critica situazione generale, indussero gli ufficiali tedeschi ad accelerare i lavori di difesa delle fortificazioni e sbarramenti d’ogni tipo, in una linea che correva lungo il tracciato del vecchio confine della Jugoslavia. I partigiani di Tito riuscirono ad avvicinarsi sempre più alla città respingendo i tedeschi sfiduciati, ma sempre tenaci combattenti. Seguirono i primi colpi di cannone e le granate cadevano sulle vie e sulle case della città. L'esplosione d’ogni colpo di mortaio significava la distruzione di case, e famiglie senza tetto o peggio ancora altre vittime.
Riccardo Zanella, a sinistra, e Mario Blasich. Foto del Museo di Fiume a Roma

Abitavamo in Via Bellaria, di fronte al Tempio Votivo di Cosala. Durante le ore della giornata del 28 aprile 1945, dal monte di Tersatto, i partigiani avevano iniziato a lanciare innumerevoli granate sulla città. Erano passati parecchi giorni e a quel tamburellare di granate eravamo assuefatti e alcuna voglia di correre nel rifugio antiaereo della casa. Imprudentemente io e mia sorella Leandra siamo rimaste in casa ad ascoltare le ultime notizie dalla radio. Una granata ha colpito il tetto della casa sfondandolo, proprio sopra le nostre teste mentre avevamo mentre la radio annunciava la cattura di Mussolini e la sua condanna a morte.
Rimasi gravemente ferita e mia sorella a causa dello spostamento d’aria andò a finire dentro l’armadio, rimanendo lievemente ammaccata e stordita, ma illesa.
Devo seguitare a raccontare mischiando quello che ricordo e quello che me’ é stato riferito, giacché non potevo vedere e sentire quello che stava accadendo intorno a me. Ero nello stato dell’incoscienza tra la vita e la morte.
In lontananza si sentivano le esplosioni delle altre granate e l’ululato delle sirene che penetrava fin dentro le ossa. Dopo alcune ore, in un momento di tregua dei belligeranti, ero stata soccorsa da due vicini di casa che erano volontari dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Erano i signori Giuseppe Simich e Mario Sirola. Ambulanze e barelle purtroppo non erano a disposizione in quei momenti terribili. Tutto era a giudizio dei soccorritori, che decisero per il mio trasporto all’ospedale, ma ciò essere eseguito immediatamente, data la gravità delle ferite. A Sirola venne l’idea di smontare una porta della camera, affinché facesse funzioni di barella. Con la forza delle sole braccia e per una lunghezza di circa un chilometro fui trasportata verso l’Ospedale Civile. Sulla città, con gran fracasso, cadevano altre granate titine lanciate dalla vicina collina di Tersatto. Andavano a cadere lungo il percorso, sollevando delle nuvole di polvere, ma non altro. Quella corsa verso l’Ospedale era divenuta lunga e piena d’insidie. Ero ancora fuori conoscenza.
Una giovane Graziella Superina a Fiume. Collezione Aldo Tardivelli, esule fiumano a Genova

Strada facendo e, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, i soccorritori preoccupati della mia vita, si fermarono nella casa del dottor Mario Blasich, affinché potessi ricevere le prime cure, data la gravità delle ferite riportate. Il medico, poiché era paralizzato dalla vita in giù, era seduto su una sedia a rotelle ma in condizioni di prestare energicamente la sua opera. La situazione si presentava molto grave. Alcune schegge erano penetrate sotto il costato, altre più piccole nelle braccia e nelle gambe, mentre altre più numerose che avevano colpito il viso lo avevano trasformato in una maschera sanguinolenta. Il medico dovette intervenire subito. Con mano sicura rimosse tutte quelle schegge eseguendo le medicazioni necessarie, sollecitando i miei soccorritori a recarsi immediatamente all’Ospedale.
Ricordo di nuovo di avere avuto un momentaneo risveglio, mentre giacevo ancora sopra quella curiosa porta che fungeva da barella. Avevo vicino una moltitudine di feriti che si lamentavano e il mormorare dei miei soccorritori, per la situazione in cui si erano venuti a trovare ma sicuri che, solo l’immediato aiuto del dottor Blasich, avrebbe potuto salvarmi la vita. Mi dissero che la mia faccia esprimeva una tale sofferenza che non si sapeva più che inventare per alleviarla un po’.  Momentaneamente potevo essere considerata tra i pazienti destinati a campare. Passarono diversi giorni. Non vivevo che allo scopo di ringraziare il Dottore.
Il giorno della “Liberazione” era arrivato anche per la città di Fiume. La città era semidesertica. Erano passate molte ore da quando i tedeschi se n’erano andati; piccoli gruppi di cittadini, in buona fede avevano aperto le porte della città ai “Liberatori”. Armati di uno spirito di vendetta, non tardarono a mettere in atto il loro programma di sterminio contro i capi del popolo autonomista di Fiume.
Era passata solamente una settimana da quando il medico mi aveva accolto nella sua casa e nella notte del 3 maggio 1945 il dottor Mario Blasich, fu soffocato tra i cuscini del suo letto, ove “giaceva infermo”, da quattro partigiani di Tito. Egli fu uno fra i primi e tanti patrioti italiani che furono massacrati in quei giorni tremendi. Blasich era già stato condannato a morte dall’Austria, poiché  volontario italiano della guerra 1915-1918 e fu decorato al valore militare dal Regno d’Italia.
In quelle stesse notti dei primi di maggio 1945, nomi illustri si aggiunsero ai meno noti. Questa  strage d’innocenti continuò in seguito. Erano delle bravate di armati fino ai denti. I titini, tra bandoliere e mitra parabellum, giravano per la città penetrando nelle abitazioni e assassinando i malcapitati italiani.
Ficha Consular de Qualificação / Modulo di qualificazione consolare, del 2 ottobre 1951, emesso dal Consolato brasiliano di Napoli per Anna Squasa, nata a Fiume nel 1912. Ringrazio il signor Massimo Speciari che ha diffuso in Facebook questo importante documento di emigrazione verso il Brasile e che qui si riproduce per i lettori

Naturalmente queste cose non le sapevo. Ricordo ancora oggi che, in quei terribili giorni e in quelle brutte notti, l’aria era molto tesa. Ricordo che entrarono in Ospedale gruppi di partigiani in armi, bramosi di vendetta, alla ricerca di soldati tedeschi feriti e di civili indesiderati.
Ero ormai fuori pericolo, incominciavo di nuovo a vivere e finalmente potevo discorrere con la mamma invitandola a recarsi, quanto prima, dal mio salvatore, per ringraziare e per compensare la sua prestazione. Mia madre si era recata nella casa del Dottore e aveva avuto la triste notizia del suo assassinio dai suoi famigliari sconvolti.
Voglio allora ricordare qui il dottor Mario Blasich per l’aiuto che ho ricevuto. A tutti i Fiumani desidero dire che non dimentichino il suo tragico destino. Fino all’ultimo giorno aveva salvato la mia vita e altre ancora, come quella della signora Elvira Liubi vedova Rusich, esule in Toscana. Vedi: l’articolo pubblicato sulla «Voce di Fiume» il 26 ottobre 2000, N° 9.
Ancora tante grazie ai mei soccorritori dell’UNPA Giuseppe Simich e Mario Sirola, ovunque si trovino.

Graziella Superina 

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Collezioni private
- Graziella Superina, L’uomo che salvò più di una vita… il Dott. BLASICH, Memoriale della Collezione di Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, formato Word, Genova Pontedecimo, 31 gennaio 2001, pp. 3.
- Collezione Massimo Speciari, di Fiume, emigrato in Brasile, vive a Itatiba, Stato di San Paolo, Brasile. Notizie nel web

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Video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

Riferimenti bibliografici e nel web
- «Bollettino di Informazioni», Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato.


- Mihael Sobolevski, “Fiume, una storia complessa / Zamršena povijest Rijeke”, in Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002, pp. 147-197.

- E. Varutti, Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line dal 7 giugno 2016.

- E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, on-line dal 22 gennaio 2017.

Ringraziamenti
Il curatore di questo articolo desidera ringraziare sentitamente il professor Michele Ugo Galliussi, di Udine, che con grande sensibilità artistica ha saputo dipingere il tema della foiba appositamente per le pagine di questo blog.
Si ringrazia pure Aldo Tardivelli, per l’invio del Memoriale della sua cara signora.


Ringrazio, infine, i signori Laura Brussi, esule da Pola e Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, per la riproduzione del video intitolato “Foiba di Basovizza”, prodotto dagli studenti della classe III media e dai loro professori dell’Istituto comprensivo “Giovanni Cena” di Latina, luglio 2017.

sabato 25 giugno 2016

Fiume, 1945. Compagno Zutti, libera il mio papà


Questo documento non firmato esprime lo strazio di una figlia per l’imprigionamento del padre italiano di Fiume da parte dei partigiani di Tito, dopo il 3 maggio 1945. In seguito a ricerche con i discendenti della collezione familiare si è ritenuto di attribuire il manoscritto a Helga Maria Conighi, nata a Fiume il 16 ottobre 1923 e morta a Udine il giorno 20 del mese di aprile del 2000, in esilio.
 
Panorama di Fiume col porto, 1930-1940. Cartolina a cura del Libero Comune di Fiume in Esilio.

La persona arrestata è il padre dell’autrice: Carlo Leopoldo Conighi, architetto, nato a Trieste il 4 luglio 1884, vissuto a Fiume e morto a Udine il 5 gennaio 1972, in esilio.
Esistono più versioni di questa lettera-supplica nella stessa collezione familiare. Ciò significa che il dolore per l’arresto del babbo ha spinto l’autrice a formulare più testi e a farli vedere a qualcuno per ottenere la migliore soluzione. Il tono sembra colloquiale, nel senso che l’autrice pare che conosca il destinatario. Sarebbe interessante effettuare un’analisi più approfondita del testo. Si notano, infatti, la maiuscole rivolte al destinatario in segno di rispetto della (nuova) autorità.
Non si sa se tale lettera sia mai stata recapitata e se abbia ottenuto gli obiettivi preposti.  Di certo si sa che l’architetto Carlo Leopoldo Conighi, funzionario delle Ferrovie italiane, ebbe un lasciapassare / propusnica dalle autorità slave di Fiume il 2 giugno 1945, per motivi di lavoro sulla linea ferroviaria “Fiume-Trieste-Postumia”.
In seguito fu traferito a Udine, dove nel 1946 fece trasmigrare parte della sua famiglia e dove si adoperò a favore dei profughi dell’esodo giuliano dalmata, assumendo la carica di presidente della neonata Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, dal 1948 al 1954. Per la precisione dal dopoguerra al 1948 il sodalizio recava questo appellativo: “Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara”. Poi fu proclamato presidente onorario del medesimo sodalizio, in cui operava pure attraverso la Lega Fiumana.  
 
Banconota da mille corone dell'Impero Austro-Ungarico, stampata a Vienna nel 1902, cm 13 x 19. Usata a Fiume nel 1919-1920. Si noti in alto la sovrastampa in rosso "Deutsch:Osterreich". Finita esule pure essa a Udine. Collezione Conighi, Udine.

Il testo qui riprodotto è scritto con penna stilografica a inchiostro nero, cancellature con tagli di penna e aggiunte di parole sopra la riga su carta bianca, fronte e retro, formato UNI di cm 21 x 29,70. Fa parte della Collezione Conighi di Udine, che si ringrazia per l’autorizzazione alla pubblicazione. Si propone qui di seguito una trascrizione (diplomatica) del manoscritto-supplica. Nelle parentesi riquadrate ci sono alcune spiegazioni del curatore per una migliore lettura del prodotto culturale. 



Fiume, maggio 1945. Lettera-supplica di Helga Maria Conighi per chiedere la liberazione del padre arrestato dai miliziani titini. Collezione Conighi, Udine

«Compagno Zutti, mi rivolgo a Te  perché solo Tu puoi aiutarmi. Più volte ho tentato di parlare con Te, ma sempre mi hanno respinto.
Compagno Zutti [cancellato: Zutti] 12 giorni fa hanno arrestato il mio papà, che ora si trova alle carceri [cancellato: che ora si trova alle carceri] ignoro completamente il motivo di questo arresto e lui pure [cancellatura illeggibile] vengo a te per supplicarti a mo [cancellatura: a mo] in ginocchio di sollecitare ed affrettare il suo interrogatorio, egli è vecchio ed ammalato ed ammalata è pure la mia mamma alla quale ho tanto abilmente nascosto l’arresto del papà perché temo di perderla da un giorno all’altro. Non c’è bisogno che io ti descriva lo strazio del mio cuore perché so che Tu mi comprendi e comprenderai certo anche quanto prego [cancellatura: prego] desideri [soprascritto: desideri] di avere il mio papà [aggiunta: il mio papà] vicino papà [cancellatura: papà] in questi giorni tanto tristi.
Papà è do [cancellatura: do] d’animo retto ed onesto, Compagno [cancellatura: Compagno]e la sua unica colpa è stata quella di essere idealista; lui dal fascio [cancellatura illeggibile] non ha avuto cariche [cancellatura illeggibile] ma solo dispiaceri e delusioni; ha tenuto per sé la sua idea, non l’ha imposta a nessuno e con essa non ha fatto del male al prossimo [cancellatura: nessuno] e non solo io ti dico questo. Compagno Zutti ma lo possono testimoniare tutti i 400 ferrovieri per [cancellatura: con] i quali ha lavorato per tanti e tanti anni cercando sempre di far loro del bene e di aiutarli in qualsiasi circostanza.
Della vita del mio papà [cancellatura: Compagno Zutti] posso rispondere come della mia, per questo ti imploro di affrettare e sollecitare il suo interrogatorio affinché egli possa venire al capezzale della mamma che tanto lo chiama». 
Banconota da 100 corone della Banca d'Austria Ungheria emessa nel 1922 a Vienna, cm 8 x 10,70. Usata a Fiume negli anni Venti.
Finita esule pure essa a Udine. Collezione Conighi, Udine.

Il tale Oscar Piskulic, detto "Zuti" (il giallo) comandava i reparti dell’OZNA a Fiume fino al 1947, mentre Pietro Klausbergher è al comando del Comitato Popolare Cittadino, che, secondo certe fonti era peggio dell’OZNA, nei reparti del quale c’erano pure dei fascisti convertiti (vedi: Ballarini 1986, p. 149). 
Oskar Piškulić, nato a Fiume nel 1920, fu responsabile dell’uccisione di centinaia di italiani e di rapine. In un’intervista degli anni ‘90 si vantò delle sue azioni dicendo: “Rifarei assolutamente le stesse cose”. Non fu mai processato nel suo Paese.

Qualche considerazione conclusiva
     
- Non si sa il motivo dell’incarcerazione dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi da parte del Comitato partigiano di Fiume. 
Si sa che erano interrotti i trasporti tra Fiume e Trieste sia ferroviari che su strada, nel mese di aprile 1945. Tale dato emerge, oltre che dalla letteratura già edita, anche dal Diario Conighi, scritto dal padre dell’architetto imprigionato dai titini. I trasporti erano impossibili a causa degli attentati e della pressione militare  dei partigiani di Tito tra i quali, dopo l’8 settembre 1943, operavano pure dei reparti composti da italiani di Fiume, dell’Istria, del Friuli e di altre parti del Regno d’Italia. 
Ad esempio c’era il Battaglione italiano “Pino Budicin”, costituitosi il 4 aprile 1944 a pochi chilometri da Rovigno, appartenente alla 43^ Divisione Istriana alle dipendenze del NOVJ (“Narodno Oslobodilaćka Vojska Jugoslavije = Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia). Vedi in merito: Federico Vincenti, Partigiani friulani e giuliani all’estero, Udine, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), 2005, pag. 106. 
È evidente che al nuovo potere facesse comodo qualcuno che fosse in grado di dirigere i lavori di ripristino dei trasporti ferroviari tra Fiume, Trieste e Postumia. Forse questa è la spiegazione più plausibile per la liberazione dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi, aldilà della lettera-supplica scritta dalla figlia e ora riemersa dall’oblio delle vicende familiari.
Un altro testimone ha riferito sulla città di Fiume del 1946 e sull’importanza per i nuovi venuti di avere ferrovieri, seppur italiani. I trasporti erano essenziali per la rinascita del paese. È il macchinista ferroviere Ermes Del Fabro, nato a Udine nel 1909. Egli nel 1940 è destinato a Fiume, con la qualifica di capo deposito facente funzioni. «Se l’è vista brutta a San Pietro del Carso – ha scritto Mario Blasoni – quando un convoglio di tedeschi è stato attaccato dai partigiani e tre suoi colleghi sono morti. È stato testimone dell’occupazione slava ed è rimasto a Fiume fino al 1946. I titini non gli hanno torto un capello: In ferrovia il personale italiano era prezioso e poi il Compartimento era, allora, agli ordini del Comando inglese di Trieste».

- In un altro documento della Collezioni Conighi di Udine si è trovata traccia dell’imprigionamento a Fiume dell’architetto Carlo Conighi. Si tratta di un testo dattiloscritto inviato o da inviare alla direzione di qualche organo di stampa nel 1956. L’architetto Conighi in questo dattiloscritto si firma “Italico”, come in altri scritti per la stampa. Se ne riproduce la parte che menziona le prigioni di Fiume, non senza fare un cenno di ironia. Il testo è intitolato. “Visite di cortesia”.
«(…) Nel maggio 1945 chi scrive era ospite non volontario di un certo caseggiato di Via Roma a Fiume assieme a molti altri benemeriti concittadini e a un numero infinito di graziose bestioline (...) ospiti abituali e permanenti (…).      Italico».

 Fiume, 29 giugno 1932, classe 3^ A della scuola "Adelaide Cairoli". 45 alunne di 9 anni con la maestra. Helga Maria Conighi è la quinta da destra seduta sulla panca. Fotografia R. Carposio, Fiume. Collezione Conighi, Udine.

Contributi dal web
Il signor Rudi Decleva (che ringrazio sentitamente), il giorno 11 marzo 2017, nel social media di Google mi ha scritto questo messaggio: <<Il compagno Zutti probabilmente è Oskar Piskulic', presunto capo della Polizia segreta jugoslava OZNA di Fiume, chiamato "Zuti" >>. 
Da certi siti Internet si sa che "Zuti" significa: "Il Giallo". Anche altri lettori in Facebook hanno segnalato l'accostamento di "Zutti, o Zuti" al capo della polizia segreta jugoslava di Fiume, oltre alle fonti scritte. 
 
Cenni bibliografici
- Amleto Ballarini, L’Olocausta sconosciuta. Vita e morte di una città italiana, Roma, Edizioni Occidentale, 1986.

- Mario Blasoni, “Ferroviere con la passione per l’arte”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume I, 2004, pp. 231-233.