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martedì 14 aprile 2020

L’esodo da Veglia di Celina Maracich, esule in Toscana

Certi esuli preferiscono dimenticare tutto e andare avanti. Lasciano perdere, per non avere rancori, per non riaccendere i dolori e i patimenti subiti, forse perché erano molto giovani durante la seconda guerra mondiale. Mi è sembrato il caso di Celina Maracich Pardi, nata a Veglia nel 1933 ed esule a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI). “Son venuta via da Veglia il 19 marzo 1949, avevo 16 anni – inizia così il racconto della testimone – con me c’erano la mia mamma Maria Fiorentin e il babbo Giovanni Maracich, nati alla fine dell’Ottocento”. La signora Celina è la sorella di Maria Maracich, scappata clandestina nel 1944 con una zia e le cugine, per sfuggire dalle grinfie dei titini e dei nazisti di cui ho già descritto la sua esperienza nel 2016.
La scuola italiana di Veglia nel 1920. Fonte: da Internet

Celina, Mario e Maria Maracich, sono tre fratelli che, con i genitori e parenti vari, fanno parte di quel gruppo di esuli di Veglia (Krk, in croato) definiti “italiani all’estero”, in quanto nati in un’entità statale diversa dall’Italia, anche se molto vicina territorialmente a Fiume e al Regno d’Italia. Bisogna accennare al fatto che, nel mese di aprile 1941, l’Italia di Mussolini, con truppe di altri stati, invade la Jugoslavia, che adotta tale denominazione dal 1929. Gli italiani di Veglia vengono evacuati fino a Verona, per tre settimane. Si tratta di oltre 1.500 individui. Gli optanti alla cittadinanza italiana a Veglia città, nel 1927, sono 1.162. Poi l’isola è annessa all’Italia, fino al 1943, quando arrivano i partigiani di Tito e i nazisti che la riprendono per poco tempo. Oggi fa parte della Croazia.
“Ricordo che si andava a messa nella chiesa di San Quirino, vicino al Duomo – aggiunge Celina Maracich – e la funzione era in italiano; avevamo le scuole italiane e il Consolato italiano in città, poi noi con l’esodo si fa tappa al Centro smistamento profughi di Udine”.
Come mai siete finiti in Toscana? “Mio fratello don Mario Maracich, nato nel 1925, dopo l’esodo studia a Udine, Venezia e poi a Pisa, dove dal 1948 è arcivescovo monsignor Ugo Camozzo, prima vescovo di Fiume – risponde la signora Celina – così, per motivi di famiglia, ci hanno destinato al Centro raccolta profughi  (CRP) di Migliarino Pisano, dove mia sorella Maria si è sposata nel 1950, mentre il mio matrimonio è del 1960 ed a Ripafratta è cominciata un’altra vita. Certo, ho perso tutti gli amici d’infanzia e a Veglia sono ritornata una volta sola nel 1986 con mia sorella, il cognato e il marito”.
Perché siete andati a Ripafratta? “Mons. Camozzo, nel 1951, assegna la parrocchia a mio fratello don Mario Maracich proprio lì – replica la signora – così noi siamo potuti uscire dal CRP di Migliarino Pisano, dato che siamo andati a vivere in canonica. Il babbo si lamentava, perché essendo emigrato negli Stati Uniti d’America, negli anni ’20, aveva guadagnato i soldi per comprarsi la casa a Veglia, poi abbiamo perso tutto. Papà sperava che gli dessero un indennizzo per i beni perduti, ma non ha avuto mai nulla. Don Mario ha vissuto con me per 22 anni ed è deceduto nel 2006, è stato un parroco benvoluto da tutti, perché ricordava proprio il prete di campagna vicino alla sua gente”.
Dove sono oggi i suoi parenti? “Oggi mi ritrovo con una nipote in Australia – conclude Celina Maracich – ed altri parenti in Olanda e in Finlandia; eh già, gli istriani, fiumani e dalmati sono sparsi per il mondo".
Cartolina di Veglia con porta Pisana, ricordo delle Repubbliche marinare: Venezia, Pisa, Amalfi e Genova


Nota storico-geografica. Tante bandiere, un campanile
La basilica romanica di San Quirino, a Veglia (Krk) è appoggiata alla cattedrale, notevole monumento architettonico della città, come ha scritto Zdenko Šenoa, pag. 47. Tale basilica reca dei ricchi ornamenti plastici sulle facciate e frammenti di dipinti murali in stile romanico. La cattedrale, originariamente basilica paleocristiana, è un edificio a tre navate, costruito e ampliato a più riprese. Fabbricata nelle forme attuali all’inizio del XII secolo, ha un campanile eretto tra il XVI e il XVII secolo. Nella navata di sinistra è situata a Cappella dei Frankopani, del XV secolo, con volta gotica a rete. Tra le varie opere notevoli si nota la Deposizione di Cristo di Giovanni Antonio Pordenone nel cappella in fondo alla navata destra. Veglia (Krk) è l’antica Splendidissima civitas Curictarum, che in epoca romana era un abitato con amministrazione municipale. Dal VI secolo è sede vescovile. La dedizione di Veglia a Venezia è del 1481, mentre l’Istria e il Friuli lo fanno nel 1420. Nel 1797, col Trattato di Campoformido, Veglia passa all’Austria come le Isole quarnerine (Cherso e Lussino), per volere di Napoleone. Nel 1805, dopo la cosiddetta terza coalizione contro Napoleone, divenuto imperatore dei francesi il 2 dicembre 1804, l’Austria perde Venezia e Dalmazia (con Veglia) passate al Regno d’Italia, la corona del quale è di Napoleone stesso. Nel 1809 sorge lo stato napoleonico delle Provincie Illiriche dell’Impero francese con Trieste, Pola, Fiume (Isole quarnerine incluse), Zara, Spalato e Ragusa, con capitale Lubiana. Le Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813), comprendono l’Istria, Dalmazia, Ragusa, Cattaro, con ampie presenze di italofoni, assieme a Carinzia (Austria), Carniola (Slovenia) e a una parte della Croazia, con le quali le prime entità, in precedenza, nulla avevano avuto a che fare, secondo Flavio Fiorentin. L’effimero stato franco-imperiale si sgretola nel 1813, con la disfatta di Napoleone, Veglia ripassa all’Austria-Ungheria, che la possiede sino al 1918, al termine della Grande Guerra. Nel 1919 Veglia è occupata dai Legionari di D’Annunzio e, per qualche tempo, fa parte della Reggenza italiana del Carnaro. Poi è parte di un nuovo stato: il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che muta denominazione in Jugoslavia nel 1929. Come già accennato Veglia è occupata e annessa al Regno d’Italia nel 1941 fino al 1943, con l’arrivo dei partigiani di Tito, che l’assegnano alla Jugoslavia. Al discioglimento iugoslavo, nel 1991, Veglia diventa croata.

Le cartoline di Veglia
Oltre che di editori asburgici, molte cartoline illustrate di Veglia, prodotte sin dal 1896, sono opera con tutta probabilità del fotografo Ilario Carposio. Nato a Trento nel 1852, Carposio muore a Fiume nel 1921. Quale fotografo di Fiume, attivo dal 1869, è menzionato nelle raccolte fotografiche del Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume, come sostiene Margita Cvijetinović Starac, curatrice delle collezioni fotografiche del Museo di Fiume. Nel 1869 Carposio fotografa la visita a Fiume dell’Imperatore Francesco Giuseppe e la visita imperiale alla Raffineria del 1891. Esegue dei ritratti a tale Germana Canarich, nel 1889, con dicitura: “Cherso, Fiume” (Arch. Anvgd, UD), dimostrando di avere uno stabilimento fotografico a Cherso, isola vicina a Veglia, nel Golfo del Quarnero.
L'Isola di Veglia, in alto, vicino a Fiume

Fonte orale
Celina Maracich Pardi, Veglia 1933, vive a Ripafratta di San Giuliano Terme (PI), intervista telefonica di Elio Varutti del 14 aprile 2020. L’autore ringrazia il signor Roberto Loru per la collaborazione ricevuta.

Sitologia e bibliografia

- Flavio Fiorentin, L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018.
- Lauro Giorgolo, “50 anni di sacerdozio di don Mario Maracich, di Veglia”, «Il Dalmata», IV, n. 3, maggio 2000, p. 10.
- Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo (UD), Edizioni Beltramini, 2013.
- Zdenko Šenoa, Litorale jugoslavo. Guida e atlante. Trieste, Lukovo, Cres, Lošinj, Krk, traduz. italiana di Dušanka e Roberto Orlandi, Jugoslavenski Leksikografski Zavod, Zagreb, 1971.
- E. Varutti, Il viaggio di Meri. Esodo da Veglia, 1944, on line dal 21 febbraio 2016.

Musei e Archivi citati
- Archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
- Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato di Fiume (Croazia).
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

martedì 22 agosto 2017

Gnochi de susini de Fiume e de Veglia

De tuto gnochi se pol far. Si capisce da questa frase che nella cucina fiumana, a volte, ci si arrangiava come meglio capitava. È Francesco Gottardi a ricordare queste semplici parole della sua Nonna Lina nel volume Come mangiavamo a Fiume

Gli gnocchi di susine vogliono l’impasto classico degli gnocchi di patate. C’è poi la variante con le albicocche, al posto delle susine. Allora: bollire ½ kg di patate a pasta gialla (quelle per gnocchi) con la buccia. Pelatele e passatele calde nello strucapatate. Lasciatele su un ripiano in maniera da far evaporare bene l’acqua. Altrimenti poi si è portati ad aggiungere farina, facendo risultare gli gnocchi duri come sassi.
Si impastano le patate passate con 200 gr di farina, un uovo intero e un cucchiaio di sale fino. C’è chi usa la raffinatezza di mettere 150 gr di farina e 50 gr di semolino al posto della sola farina. Distendere l’impasto col mattarello fino ad avere uno spessore di  1 cm. Usate come stampo un bicchiere o una piccola scodella per ottenere dei dischi di cm 8 di diametro. Riporre nel mezzo di ogni disco la prugna (o un’albicocca) denocciolata. In luogo del nocciolo mettere una punta di cucchiaino di zucchero. Plasmate il tutto a forma di palla ben richiusa, facendola passare tra i palmi delle mani infarinate.
Attenzione – spiega il fiuman Gottardi, classe 1925 – le susine devono essere quelle piccole blu, di forma allungata. Venivano portate al mercato di Fiume dai Cici. Popolazione di origine rumena, i Cici, provenivano da Mune ed altri villaggi del Carso. Carbonai di mestiere, scendevano a Fiume e a Trieste per vendere legna, carbone e ortaggi. Non conoscevano la marineria gli abitanti della Cicceria. Così sorse il proverbio: “No xe per cicio barca” (ovvero: a ciascuno il suo mestiere).
Non andrebbero bene le prugne rotonde (o susine claudie), che venivano dette a Fiume: ronclò. Forse, dal francese: reine claude. Così si legge nel dizionario di Salvatore Samani. Le prugne rotonde sono inadatte agli gnocchi.

Le albicocche erano più piccole di quelle oggi in commercio. Gli gnocchi di albicocche venivano detti: gnochi de armelini. Dopo la bollitura gli gnocchi vengono lasciati nel colapasta, poi si mettono in un tegame a soffriggere con burro e pangrattato. Fateli rotolare finché sono bene avvolti. Vanno serviti caldi e spruzzati di zucchero velo.
Le stesse preparazioni possono essere fatte con la pasta degli gnocchi di ricotta. In tal caso c’è l’alternativa di tre ciliegie snocciolate al posto della prugna, perciò ogni gnocco è più piccolo. Il primo piatto o dessert di “Gnocchi di susine” è utilizzato anche nella cucina del Friuli Venezia Giulia.
Si possono trovare in vari ristoranti, come al Giardinetto di Cormons, vicino a Gorizia.
Per il piatto riprodotto nelle fotografie, gnochi de susini con canela, si ringrazia la signora Daniela Conighi.


Gnochi de susini in Istria e a Veglia
Chiara Vigini ha raccolto varie ricette dell’Istria e delle Isole del Quarnero pubblicate nel tempo su «La Voce Giuliana». Ad esempio, il 2 maggio 1971, il giornale pubblica la ricetta dei gnochi de susini riportata da Graziella Fiorentin, in base ai ricordi di Nonna Mimma di Veglia (in croato: isola di Krk) Ecco le sue parole.
«Gli gnocchi di prugne avevano un trattamento un po’ speciale che ricordava l’influsso dell’Austria sulla cucina istriana. Per me era come un pranzo, oltre che ottimo, anche eccitante quanto giocare a tombola, perché la nonna, fra gli altri gnocchi, ne inseriva sempre uno vuoto, cioè senza prugna e chi se lo trovava nel piatto diventava un “pampalugo” fra le risate e i lazzi dei commensali. Stranamente, se non toccava a me, ero delusa. [Il pampalugo, o panpalugo, in dialetto, è il fante di spade nel gioco a carte; è sinonimo di persona sciocca].
Ingredienti: pasta da gnocchi (patate, uovo, farina), prugne secche snocciolate o susine fresche di stagione e mettere, zucchero, burro, parmigiano.
Formate con l’impasto un rotolo di circa 5 cm di diametro. Tagliarlo a pezzi grandi circa come una albicocca. Appiattire la pasta, appoggiare la prugna nel mezzo e richiudere ricoprendola completamente con la pasta. Cuocere in abbondante acqua leggermente più salata che per gli gnocchi normali. Come per questi, lo gnocco è cotto quando viene a galla.
A parte sciogliere 50 gr di burro e mantenerlo caldo. Riempire una tazza da caffelatte per metà di parmigiano grattugiato [forse è: pangrattato. Dato che il parmigiano nella cucina di Fiume è assai sospetto. E poi il parmigiano con le prugne dolci? Che sia un errore di stampa? E.V.] e un po’ meno di un’altra metà di zucchero e mescolare. Spolverare gli gnocchi cotti in ciascun piatto con questa mescolanza e bagnare con il burro sciolto molto caldo. Vino consigliato: Malvasia».
Veglia, scuola italiana nel 1920. Cartolina da Internet

In Austria oggi
Capita oggi che in certi ristoranti austriaci propongano lo gnocco di susina come dessert, con la spruzzata di zucchero velo, elegante nocina di panna montata, uno sbrodolino di cioccolata fondente e una foglietta di menta fresca come guarnizione. Ma, ahinoi! Quando si spezza lo gnocco si scopre che hanno lasciato il nocciolo dentro. Che delusione! Eh, se sa che la coga no jera de Fiume! Certuni poi non apprezzano l’uso pratico di una prugna secca al posto di quelle fresche.
Ecco il classico piatto "Gnocchi di susine" proposto all'ottimo ristorante Centopassi di San Daniele del Friuli, ottobre 2017

Bibliografia e sitologia
- Francesco Gottardi, Come mangiavamo a Fiume nell’Imperial Regia Cucina Asburgica e nelle zone limitrofe della Venezia Giulia, 2.a edizione, Treviso, AG Edizioni, 2005, pag. 66.
- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia – Roma, 1978.
Maria Stelvio, La cucina triestina, Trieste (1.a edizione: 1927), Lint, 18.ma edizione, 2013.
- Chiara Vigini (a cura di), Mangiar memoria. Cibi tradizionali e trasmissione della cultura dentro e fuori ‘Voce Giuliana’, Associazioni delle Comunità Istriane (1.a edizione: 2007), Trieste. 2011, pag. 37.


- Gnocchi di susini: il primo piatto che sa di dessert. Sito ben documentato.

- Gnocchi di patate con prugne alla triestina. Sito web con ricetta veloce che, però, suggerisce le prugne secche o di sbollentare quelle fresche. Gulp?
Alfa Romeo 85 A Orlandi Macchi, Freccia del Carnaro, 1938. Fotografia da Facebook

lunedì 6 febbraio 2017

I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata

Gina Bonetti fu tra gli ultimi abitanti che nel 1944 lasciarono la città di Zara / Zadar, colpita da 54 incursioni aeree anglo-americane e sotto la pressione dei miliziani di Tito. Il piroscafo Sansego che, nel 1944, la portava in fuga era talmente sovraccarico che dovette lasciare i bagagli a terra, perdendo così per sempre il vestiario, i ricordi e le fotografie della famiglia.
Zara, cartolina del 1898. Si noti che il fotografo o stampatore, tale "A. Gilardi & Figlio, Zara", reca lo stesso cognome di certe famiglie coinvolte nel presente articolo. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Sono vicende già note a chi ha letto le Memorie di Emilia Calestani, che visse lo stesso disperato esodo sulla nave costretta a viaggiare di notte a luci spente, sotto i raid alleati, in condizioni igieniche penose e con l’ansia per le minacce del presente e le incertezze del futuro.
Nel caso di Gina (Cittavecchia / Starigrad 1885 – Milano 1966), le angosce venivano anche dalla recente morte, il 17 novembre del 1943, del marito Amato Filippi (Obbrovazzo / Obrovac 1884). Preside del liceo di Zara, direttore dell’Aquila del Dinara su cui scriveva D’Annunzio (i fitti carteggi tra i due sono tuttora conservati dalla famiglia) e vicepresidente della Provincia, era morto di malattia contratta a seguito delle notti passate all’addiaccio, dopo che le bombe avevano distrutto la loro casa.
Come ricorda Antonio Cattalini in I bianchi binari del cielo, “i funerali del prof. Filippi furono un plebiscito di compianto e di devozione ad uno dei figli più degni ed onorati della città morente”.
Le vedove dalmate affrontarono l’esodo con grande spirito di intraprendenza, anche se spesso “ospiti in una patria voluta, ma che non le desiderava”. Come tante di loro, nonostante il grande dolore, Gina non amava ricordare quegli eventi. Le nonne parlavano poco di quei fatti, con la motivazione che: “a forza de sbisigar ne le bronze, xe impiza el fogo”.

Cartolina di Spalato, anni Venti. Ripresa da Internet

Come ho già scritto, è stata la signora Elvira Dudech, di Zara, a ripetermi varie volte che: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Quindi l’autocensura era motivata dal non far star male le giovani generazioni, oppure dalla vergogna dell’esodo, o anche dalla paura di definirsi esuli giuliano dalmati.
Tuttavia molti «cuccioli dell’esodo istriano», secondo una indovinata dizione di Roberto Zacchigna, cioè i discendenti, sono alla ricerca della memoria familiare e del paese d’origine. Ad esempio Bruno Bonetti, che si è dedicato alla ricerca delle proprie radici con una approfondita indagine genealogica sui Bonetti di Zara, occupandosi poi anche del ramo spalatino della famiglia, di sentimenti croati.

Oltre al grande esodo, per i dalmati ci fu anche il “primo” esodo, 1920-1931
Con Gina furono esuli anche i figli, tra cui Cesia Filippi (il nome fu un vezzo del padre latinista, dalla «gens Caesia», che significa “celeste”), che sposò Giuseppe Gilardi, discendente della casata spalatina proprietaria dell’omonimo cementificio “Gilardi & Bettiza”.
Bruno Bonetti, Signo / Sinj 1879 – Trieste 1933

Il dettaglio è importante perché ci permette di mettere a fuoco un fatto importante per la Dalmazia e ancora poco conosciuto: il “primo esodo”.
Alla fine della prima guerra mondiale, tutta la Dalmazia, tranne Zara, era stata assegnata al Regno serbo croato sloveno. La comunità italiana di Spalato, la più forte e organizzata della regione, era largamente minoritaria e pari al 15% circa della popolazione; ma aveva nelle sue mani le principali attività produttive, industriali e commerciali, della città.
Analogamente con quanto sarebbe successo ad opera del fascismo al di qua del confine, dopo la presa del potere, i croati incominciarono ad accanirsi contro i dalmati italiani. Le vetrine dei loro negozi venivano fracassate e squadre di picchiatori aggredivano chi rivendicava i diritti della minoranza.
Gina Bonetti

Le persecuzioni si intensificarono nel 1928, quando le lotte interetniche sconvolsero il regno serbo croato sloveno, e dopo il colpo di Stato del 1929, quando re Alessandro avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi e cambiò il nome dello Stato in Jugoslavia, portando avanti un programma di assimilazione forzata di tutte le differenze culturali dei popoli che lo componevano.
Fu così che il cementificio Gilardi & Bettiza di Spalato, la più importante industria della città, fu ceduto il 25 marzo 1929 alla famiglia croata Ferić. Quanto ai Gilardi, lo stesso anno dovettero ritirarsi a Zara, che era terra italiana, ignari che di lì a poco li avrebbe aspettati un nuovo esilio.
Un destino simile attese la cugina del ramo spalatino Nada Bonetti (San Pietro della Brazza / Supetar 1905 – Roma 1998). 
Costei aveva sposato l’ingegnere triestino Giuseppe Pahor, occupato nello stabilimento di carburo di calcio della SUFID di Punta Lunga / Dugi Rat presso Almissa / Omiš. Nel 1929 la proprietà italiana della SUFID (Società per l'usufrutto delle forze idriche della Dalmazia) fu costretta a vendere. I nuovi dirigenti accondiscesero immediatamente alle richieste croate di mortificare l’elemento italiano. Trenta operai con le relative famiglie rinunciarono alla cittadinanza italiana e dal 1931 la cittadinanza iugoslava fu un requisito indispensabile per non essere licenziati. Così si espresse la stampa croata: «Facciamo appello alla coscienza degli industriali affinché allontanino dai lavori gli operai stranieri e occupino i nostri»: gli stranieri erano gli spalatini di cittadinanza italiana. Analoga sorte capitò agli operai del cementificio di Spalato. Nada con il marito Giuseppe dovette quindi riparare in Italia, e finì i suoi giorni a Roma.
Zara, Riva nuova. Cartolina da Internet 

Come Gina, anche la sorella maggiore Evelina Bonetti (Signo / Sign 1878 – Milano 1967) fu profuga da Zara; ma anche per lei le pene dell’esilio furono doppie. Evelina infatti aveva sposato il medico lesignano Vincenzo Fabiani (Cittavecchia / Starigrad 1870 – Milano 1959), vivendo con lui sulla stessa isola.
Fabiani nel 1911 si era presentato candidato per il Partito italiano nelle elezioni politiche per la Dieta della Dalmazia. Il Partito croato, appoggiato dalle autorità austriache, ebbe la meglio, ma Fabiani a Cittavecchia riportò la maggioranza dei voti. Il «Narodni list» pubblicò in quell’occasione un articolo, in cui si rimproveravano i croati, padroni dell’amministrazione comunale, di non essere riusciti ad impedirne l’affermazione, con il pericolo di perdere in futuro il Comune.
A seguito del trattato di Rapallo, che assegnò l’isola di Lesina al regno serbo croato sloveno, nel 1920 la famiglia dovette lasciare tutto e imbarcarsi alla volta di Zara. Nelle elezioni amministrative del 1923 (le prime dopo la redenzione), Fabiani venne eletto sindaco. Direttore dell’ospedale civile, fu affettuoso maestro di un’intera generazione di medici dalmati. Ma, come detto, durante la seconda guerra mondiale, Evelina e Vincenzo dovettero fuggire una seconda volta, a Milano.
Porto di Ancona, idrovolante Ancona-Zara andata e ritorno, 1930-1935. Cartolina da Internet

Il “primo” esodo a Veglia, 1920
Bruno Bonetti ci ha raccontato anche di sua zia Ottilia (Zara 1918 – Trieste 1989), che sposò in seconde nozze il veglioto Livio Benevenia.
Alla fine del primo conflitto mondiale, Veglia / Krk, città a maggioranza italiana, capoluogo dell’omonima isola, non venne ricompresa all’interno dei nostri confini. Qui, il nuovo governo serbo croato sloveno rese la vita difficile agli italiani. Il Comune fu commissariato e venne occupata con la forza la scuola italiana. Chiunque ricopriva una professione, optando per la cittadinanza italiana, non vedeva riconosciuti i suoi titoli e fu costretto a emigrare. 
Tra gli esuli, il dottor Livio Benevenia (Veglia 1911 – Trieste 1977), futuro ragioniere capo dell’ospedale di Trieste, che dovette lasciare l’isola nel 1920 con il padre, il medico Aldo Benevenia. La gran parte degli italiani, tuttavia, per lo più pescatori, agricoltori ed artigiani, non avendo interessi economici da tutelare, restò, tanto che alla vigilia della seconda guerra mondiale la metà degli abitanti di Veglia era ancora italiana.
Lesina 18 novembre 1918. Accoglienza alle truppe italiane. Cartolina a cura del Circolo Dalmatico Jadera di Trieste nel decennio della sua costituzione 1960-1970. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Chi nel 1920 dovette andarsene per lavoro…
Infine, non può essere dimenticato come la fine della comunità italiana della Dalmazia sia dovuta anche ai trasferimenti dei molti dipendenti della pubblica amministrazione di Zara dopo il trattato di Rapallo. È il caso di Bruno Bonetti (Signo / Sinj 1879 – Trieste 1933), fratello di Gina ed Evelina, e nonno dell’omonimo nostro odierno testimone. Bruno, alla fine della Grande guerra, era dirigente postale a Zara, città che lasciò per sempre, comandato a Trieste il 16 luglio 1921.
La nuova amministrazione serbo croato slovena, infatti, cercò il più possibile di tagliare fuori dalle linee postali e telegrafiche Zara, che fino ad allora era, oltre che la capitale, il centro delle comunicazioni della Dalmazia. Con l’annessione all’Italia, la città divenne una piccolissima enclave slegata dal suo territorio. Dal 1921 al 1922 passò da 17.000 a 11.000 abitanti perché i numerosi funzionari vennero trasferiti con nuove posizioni in seno all’amministrazione italiana.

…e chi preferì restare assimilandosi
Dopo il Trattato di Rapallo, a Spalato quasi tutti gli italiani, per lo più appartenenti alla borghesia, posti di fronte all’opzione per la cittadinanza prevista dal trattato, rifiutarono questa scelta, che avrebbe impedito loro l’accesso agli uffici pubblici, lo svolgimento delle professioni di medico, ingegnere, avvocato, notaio, e avrebbe ostacolato la loro attività industriale.
Spalato, 1930. Cartolina da Internet

Così si spiega come dalmati dai nomi di origine inequivocabile, e che in casa parlavano dialetto veneto (come il deputato Bianchini o il sindaco Tartaglia) si siano professati jugoslavi. Ivo Tartaglia, compagno di ginnasio di Bruno Bonetti, fu il primo sindaco del regno serbo croato sloveno di Spalato, dal 1918 al 1928, anno in cui gli successe il cugino di Bruno, Pietro.
Pietro Bonetti (Spalato / Split 1888 – Zagabria / Zagreb 1967) merita un cenno biografico a sé. Calciatore dilettante, giocò nello storico derby dell’11 giugno 1911 tra Hajduk e Calcio Spalato (la squadra della minoranza italiana), davanti a un pubblico allora eccezionale di tremila spettatori, e vinta per 9-0. Partita che fu un simbolo della fine della comunità italiana in Dalmazia. Pietro fu anche uno dei primi presidenti dell’Hajduk, tra il 1912 e il 1913.
Alla fine della Grande guerra, si schierò politicamente con il partito unionista slavo. Magistrato e consigliere di banovina, nel dicembre 1924 fu nominato regio commissario del Comune di Dernis / Drniš. Si trattava di un incarico difficile, che esercitò con equilibrio, essendo la località teatro di aspri scontri fra serbi e croati, che impedivano di eleggere un’amministrazione. Si guadagnò così la fiducia di entrambe le parti e soprattutto del re.
Pietro Bonetti

Come sopra ricordato, a Spalato, nel 1928 si riaccesero le persecuzioni contro gli italiani. Alla fine del decennale mandato del carismatico Ivo Tartaglia, il nuovo consiglio comunale non riusciva ad eleggere un sindaco. Re Alessandro pensò bene di nominare komesar Pietro Bonetti. Pochi mesi, da luglio a novembre 1928, e la città ritornò pacificamente all’ordine. Il commissario da un lato garantì fedeltà al re serbo, che stava instaurando una dittatura centralista (e per questo sarebbe stato assassinato a Marsiglia nel 1934); dall’altro, tutelò l’autonomia della città e della sua popolazione croata, oltre che il rispetto della minoranza italiana.
Sebbene tenesse contatti con la resistenza jugoslava, mantenne importanti funzioni amministrative durante l’occupazione italiana di Spalato, diventando dall’aprile 1941 al settembre 1943 il braccio destro dell’amico viceprefetto Oscar Benussi (poi prefetto della Repubblica sociale a Treviso e, sotto il governo De Gasperi, di Cremona e di Firenze, per concludere la carriera come consigliere di Stato).
Pietro Bonetti, altrettanto abile e capace, continuò a fare carriera a Zagabria, che concluse (mai iscritto al partito) come capo ufficio legale del governo croato jugoslavo comunista.

Fonti orali e ringraziamenti
Si precisa che è stato indicato il bilinguismo (italiano / croato) nei toponimi, per comodità di lettura e di individuazione delle località sugli atlanti e sulle carte geografiche. Si ringraziano e si ricordano le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, se non altrimenti specificato:
Bruno Bonetti (Gorizia 1968), intervista del 18 dicembre 2016.
Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), intervista del 28 gennaio 2004.

Elvira Dudech, al centro, in passeggiata con amiche nel corso di Laterina (Arezzo), sede di un Centro Raccolta Profughi, 1949. Fotografia per gentile concessione di Claudio Ausilio 

Archivi parrocchiali e comunali
Sono stati consultati da Bruno Bonetti per le sue ricerche genealogiche i seguenti archivi:
- Archivio arcivescovile di Zara
- Archivio di Stato di Zara
- Archivio di Stato di Spalato

Collezioni private
- Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo
- Collezione famiglia Bonetti, Udine
Collezione professor  Giuseppe Bugatto  (1924 - 2014), esule da Zara a Udine
- Collezione famiglia Gilardi, Venezia
Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine


Zara con architetture in stile razionalista, 1925-1935. 
Collezione Giuseppe Bugatto, esule da Zara a Udine

Bibliografia
- Bruno Bonetti, I Bonetti di Dalmazia negli ultimi duecento anni, Udine, 2013, videoscritto in formato PDF, con immagini in b/n e a colori.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944, Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo, Trieste, L’Arena di Pola, 1990.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.
- Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia, Firenze, Le Lettere, 2007.
- Marzio Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia, 1866-1943, Università di Milano, Facoltà di scienze politiche, a.a. 1995-96. Tesi di laurea, relatore prof. Edoardo Bressan, correlatore prof. Maurizio Antonioli.

Abbazia, passeggiata lungo mare, 1913, cartolina viaggiata. Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine

Sitologia
- Petar Bonetti (Split, 3. listopada 1888. - Zagreb 14. listopada 1967)

Ombrellino parasole femminile da passeggio, Paglia, velluto nero, legno, metallo, filo. Anni 1910-1912. Collezione Antonie Aloisia Mosettig, Abbazia, ora in collezione privata, Udine

domenica 21 febbraio 2016

Il viaggio di Meri. Esodo da Veglia, 1944

Autrice di questo memoriale è Maria Maracich, detta “Meri”. Nata il 25 marzo 1926 a Veglia, nel Regno dei Serbi, dei Croati e Sloveni, dovette scappare dall’Isola del Carnaro un anno dopo il giorno 8 settembre 1943. Maria fa parte di quel gruppo di esuli di Veglia (Krk, in croato) definiti “italiani all’estero”, in quanto nati in un’entità statale diversa dall’Italia, anche se molto vicina territorialmente al Bel Paese.
Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950. Matrimonio in Campo Profughi, Don Mario Maracich. Gli sposi sono Maria Maracich e Gino Beltramini. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Il libro, di 40 pagine, è stato stampato a Codroipo, provincia di Udine, e reca questa indicazione: Edizioni Beltramini. È senza l’anno di stampa, ma ho verificato essere il 2013, considerato che il manoscritto è del 2012. Il volumetto è stato pubblicato solo in una trentina di copie, ad uso dei parenti e conoscenti, perciò è introvabile. Per le mie ricerche sull’esodo giuliano dalmata, ho avuto la fortuna di consultarne una, potendo vedere pure il manoscritto, che gira comunque in fotocopie tra conoscenti, amici e simpatizzanti.
Nel mese di aprile 1941 l’Italia di Mussolini dichiarò guerra alla Jugoslavia, che usò tale denominazione dal 1929. Gli italiani di Veglia furono evacuati fino a Verona, per tre settimane. Si trattò di oltre 1.500 individui. Gli optanti alla cittadinanza italiana a Veglia città, nel 1927, erano 1.162. Poi l’isola fu annessa all’Italia, fino al 1943, quando arrivarono i partigiani di Tito.
Sposi Gino Beltramini e Maria Maracich al Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Dopo l’annessione di Mussolini «Cominciarono i guai – scrive Maria Maracich a pag. 14 – non si trovava niente da mangiare. A mezzogiorno si andava a prendere qualche cosa alla mensa militare. Essendo un’isola non era facile procurarsi il cibo». Si diffuse la borsa nera, soprattutto a Fiume.
Col 1943 i soldati italiani «dovettero cedere le armi a un gruppo di ragazzi croati armati». Iniziarono le prime minacce a mano armata dei titini nei confronti degli italiani, per portare via cibarie. 
«Io avevo una cesta piena di roba e me ne andavo vero casa. – scrive la Maracich a pag. 16 –  Uno di questi ragazzi mi conosceva, mi fermò puntandomi il fucile contro e mi disse: “Metti giù quella roba se no ti sparo”. Io gli risposi: “Spara se hai coraggio, questa è roba italiana e non te la do». Si verificarono poi le prime vendette. «I croati ci odiavano a morte. – scrive Meri Maracich a pag. 17 – I tedeschi chiesero loro la lista dei partigiani, ma loro gli dettero dei nomi italiani».
Nel 1944 i nazisti sequestrarono giovani, uomini e donne. «Dovevano portarci in Germania per lavorare. Così dissero. Intervennero le autorità italiane ed il vescovo presso i loro superiori a Fiume, per liberarci».
Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950 - Sposi Maria Maracich e Gino Beltramini, confetti per i bimbi. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

La fuga di Maria Maracich avvenne da clandestina, nel maggio 1944, in compagnia della zia Dolores e dei suoi cinque figli. Da Veglia a Fiume viaggiò su un peschereccio di sera, col blando controllo di due militari tedeschi anziani.
La fuga di italiani di Veglia nel mese di maggio 1944 su alcuni pescherecci verso Fiume viene descritta anche da Lauro Giorgolo nel suo Veglia ed i suoi cittadini, del 1997, a pag. 44. I profughi italiani di Veglia scappano dai rastrellamenti tedeschi e dei croati, loro consoci, ma anche dagli imprigionamenti dei partigiani di Tito. All’arrivo dei nazisti, i titini si ritirano, portandosi dietro tutti i prigionieri. Di questi sequestrati in mano titina solo uno riuscirà a fare ritorno (Vedi: L. Giorgolo, a cura di, Veglia ed i suoi cittadini, 1997, a pagg. 44-45).
Poi Maria Maracich proseguì con la famiglia in treno fino in Friuli, a Tolmezzo, alla ricerca dello zio che lavorava in posta. Durante il controllo dei militari tedeschi in treno Maria si portò in gabinetto il cugino Pino, istruendolo su cosa dire se fossero passati i tedeschi per controllo. «Vennero a bussare alla porta – scrive Maria Maracich a pag. 18 – io ero nascosta dietro, lui [Pino] aprì la porta e seccato disse: “Ma non vedi che faccio la cacca!” Se ne andarono tranquilli».
I partigiani della Carnia rispedirono la comitiva verso Udine, in treno, perché in montagna era troppo pericoloso con tutti quei bambini. Nel capoluogo friulano furono accolti dalla prefettura, che li indirizzò all’asilo notturno, nei pressi del Giardin Grande (poi detta: Piazza I Maggio). «Dopo un mese – aggiunge Maria Maracich a pag. 19 –  il Comune di Udine ci dette una baracca di legno in Via San Rocco, vicino alla caserma».
A Udine Maria incontrò il fratello Rino, sposatosi a Pola e sfollato ad Aiello del Friuli. Il fratello la volle con sé nel paesino della bassa friulana. Ad Aiello Maria fu requisita dai tedeschi per lavorare nella TODT.
Finalmente la guerra finì e la famiglia era divisa. I genitori stavano ancora a Veglia, sperando di poter vendere la casa e i campi. Il fratello Mario studiava al Seminario di Udine, poi a Venezia. «Nell’estate del 1947 conobbi Gino, dopo quindici giorni partì come emigrante per la Francia». 
Campo Profughi di Migliarino Pisano, 10.04.1950 - In 17 nella baracca del campo per il matrimonio di Maria e Gino, sposati dal fratello di lei don Mario Maracich. Fotografia da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

Il 19 marzo 1949 Maria rivide i suoi genitori, mentre il fratello Mario studiava al Seminario di Pisa. «Arrivarono a Udine al Campo smistamento profughi. – scrive la Maracich a pag. 26 –  Quello fu il giorno più bello della mia vita». Pochi giorni dopo furono trasferiti al Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, dove vissero in baracca per un anno e mezzo».
Il 10 aprile 1950 Maria Maracich e Gino Beltramini si sposarono nel Campo Profughi di Migliarino Pisano. Celebrante don Mario Maracich, fratello di Maria. «Prima notte di nozze in baracca. Vestito prestato da un’altra sposa di Aiello, sposatasi quindici giorni prima. I sandali erano miei, vecchi e con i buchi, mia sorella mi tirava giù il vestito, così non se li vedeva. Anche i guanti erano vecchi. Per mio fratello fui la prima sposa».
Quanti furono gli invitati? «Eravamo in 17 in una baracca. Il menu era: minestra in brodo, tre polli arrosto regalati dalla gente di Aiello, cavolfiori e piselli, al posto della torta: biscotti. Uno del Campo suonava la fisarmonica [dovrebbe trattarsi di Checo, secondo la testimonianza di Shamira Franceschi, 14.02.2014], c’era un piazzale e ballavamo tutti, tanto non c’era niente per cena! Alle 10 di sera tolsero la luce e… tutti a nanna!».
Il viaggio di Meri continua poi a Gorizia, in Francia (1950), Ripafratta, in provincia di Pisa (1953) e in Svizzera (1960), per concludersi, dopo il 1975, a Lonca di Codroipo, in Friuli.
 Maria Maracich requisita ad Aiello del Friuli dalla TODT a scavare fosse anticarro "con la pala e il piccone" nel 1944. Fotografie da: Maria Maracich, Il viaggio di Meri, Codroipo, 2013.

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Ho potuto consultare, recensire e riprodurre il libro di Maria Maracich, grazie alla splendida collaborazione di un suo cugino, anch'egli esule da Veglia; è il signor Celso Giuriceo, nato a Veglia nel 1936, "italiano all'estero". 
L'ho intervistato e incontrato più volte a Udine il 10.02.2016 e in giornate successive. «Mi ricordo la fuga da Veglia sul peschereccio nel 1944 - ha detto Celso Giuriceo -  e quando siamo arrivati al porto di Fiume, abbiamo dovuto aspettare che lo aprissero, perché alla notte veniva bloccato con delle catene».
Martedì 6 giugno 2016, dopo breve malattia, muore Maria Maracich, detta "Meri", come mi comunica per telefono suo cugino Celso Giuriceo.

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Mi ha colpito la dedica che la signora Maria Maracich ha scritto di pugno al libro "Il viaggio di Meri" donato al cugino Celso Giuriceo. Essa recita:  «Quanto volte abbiamo mangiato a Udine, all'asilo notturno la pasta, facendo la gara chi era più veloce, quanta fame. Con affetto Meri».

La copertina del volume, edito nel 2013

Bibliografia di riferimento

Anna Maria Fiorentin, Veglia la «Splendidissima Civitas Curictarum», Pisa, Edizioni ETS, 1993.

Anna Maria Fiorentin, Nel Carnaro. Un'isola. Racconti, Pisa, Edizioni ETS, 1997.

- Shamira Gatta, alias Shamira Franceschi, Così la mia famiglia fuggì dall’Istria per salvarsi dalle foibe"Il Tirreno", 14.02.2014.

- Shamira Gatta, alias Shamira Franceschi, Il Giorno del Ricordo, 10.02.2014, dal suo blog personale.

Lauro Giorgolo, a cura di, Veglia ed i suoi cittadini, 1997.

Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo, provincia di Udine, Edizioni Beltramini, 2013.

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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.