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sabato 30 agosto 2025

In memoria di Alma Cosulich vedova Gabrielli. Commiato di Laura Brussi e Cesare Montani

Riceviamo e pubblichiamo “uno scritto in ricordo della cara Alma Cosulich  Ved. Gabrielli, Amica di fede e di vita”. Ne sono autori Laura Brussi, esule di Pola, e Carlo Cesare Montani, esule di Fiume. Il commiato è rivolto ai discendenti della maestra Alma Cosulich. (A cura di Elio Varutti).

Alma Cosulich Ved. Gabrielli con l'amico Carlo Montani

“Cari Familiari, unica consolazione per la dolorosa scomparsa della Vostra carissima Mamma Alma, e nostra amica di alta fede patriottica, è la certezza di sapere che vive nella gloria del Signore unitamente al diletto ed amato Italo. A Voi giungano le espressioni della nostra commossa partecipazione ad un dolore già annunciato, ed a più forte ragione, tanto sofferto.

Vi sia di conforto l’affettuoso Ricordo degli amici che di Alma ed Italo hanno potuto apprezzare il vivo ed esemplare patriottismo, l’amore per la Famiglia, quello per la propria terra nativa ingiustamente perduta e per la grande Patria italiana, perdonando le troppe incomprensioni, se non anche i tradimenti, con una convinta ed esemplare fede cristiana. Motivo in più per conservare sempre il nostro vivo apprezzamento e per onorare Chi ci ha dato lezioni indimenticabili di Vita morale.

Ebbene, vogliate considerarci sempre a disposizione per qualsiasi pur modesto contributo alla memoria dei Vostri Cari Mamma e Papà. Vi abbracciamo con tutto il cuore, partecipando al Vostro dolore ed a quello di tanti Amici, di tutti gli altri familiari e della comunità Esule, confidando nelle intercessioni di Alma ed Italo per le nobili Cause della Giustizia e della Libertà.

Con affetto, Laura Brussi e Carlo Cesare Montani”

Il commiato per Alma Cosulich vedova Gabrielli
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Laura Brussi e Alma Cosulich vedova Gabrielli, ultima recente foto insieme. Collezione di Laura Brussi e Cesare Montani

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Si legge in un annuncio pubblico sul «Piccolo», del 27 agosto 2025, che il funerale di Alma Cosulich ved. Gabrielli si terrà sabato 30 agosto 2025 alle ore 11 nella Chiesa di Nostra Signora della Provvidenza a Trieste con la celebrazione della Santa Messa. Seguirà la tumulazione il mercoledì 3 settembre successivo nel cimitero di Sant’Anna a Pirano alle ore 11:00. È prevista la sepoltura nella tomba di famiglia.

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Collezione familiare di Laura Brussi e Cesare Montani, fotografie.

Carlo Cesare Montani e Italo Gabrielli in una foto d'archivio


giovedì 10 aprile 2025

STRAGE DI VERGAROLLA DEL 18 AGOSTO 1946 - DAL SILENZIO ALL’IMPEGNO ISTITUZIONALE - PROPOSTA LEGISLATIVA PER LA MEMORIA DEI MARTIRI

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola e consigliere nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce. È un resoconto della Riunione-Stampa tenutasi presso la Camera dei Deputati a Roma il giorno 8 aprile 2025, cui ha presenziato. L’evento era sul tema della strage di Vergarolla del 18 agosto 1946 ed il grande eroe dottor Geppino Micheletti con l’illustrazione di una proposta di legge per istituire una Giornata nazionale per i martiri uccisi in quell’attentato. Ecco il testo di Laura Brussi. (Premessa di Elio Varutti, della redazione del blog - Cenni dal web: Presentazione PdL per istituzione giornata nazionale del ricordo dei martiri di Vergarolla - Conferenza stampa di Nicole Matteoni, 8 aprile 2025).

Micheletti è al centro, vestito di nero, a capo chino, mentre regge la bara del figlio Carlo. Pola, funerali per la strage di Vegarolla. Fotografia dal profilo Facebook di Unione degli Istriani, ch si ringrazia per la diffusione
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La strage compiuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola, in cui caddero oltre cento persone (1) che per la maggior parte erano donne e bambini, è entrata a far parte della storia novecentesca come la più sanguinosa tra quelle che ebbero luogo in tempo di pace nel cosiddetto “secolo breve” avendo causato la morte straziante di tanti Martiri italiani, e nello stesso tempo, avendo accelerato l’Esodo dal capoluogo istriano, facendolo diventare plebiscitario. Non a caso, il 15 settembre dell’anno successivo, quando la sovranità sull’Istria e sul capoluogo fu trasferita alla Jugoslavia in esecuzione del trattato di pace che aveva fatto seguito alla Seconda Guerra mondiale, l’Esodo aveva raggiunto una quota pressoché unanime, tanto da interessare oltre nove decimi degli abitanti, mentre quanti decisero di non partire, perché vecchi, ammalati o fautori del nuovo regime comunista, furono meno di tremila.

Con tutta evidenza  si trattò di un vero e proprio plebiscito, analogo a quello già avvenuto a Fiume, a Zara e nelle altre città dell’Istria e della Dalmazia, con un’aggiunta negativa sul piano psicologico, perché a Pola, che a guerra finita era rimasta una piccola “enclave” gestita dagli Alleati americani e britannici, si era confidato in una soluzione favorevole all’Italia fino a quando le trattative di pace dimostrarono chiaramente, nel luglio 1946, che le scelte definitive erano state fatte a favore di Belgrado. In tale ambito, la “strage degli innocenti” di cui in premessa fu uno strumento criminale adottato da parte slava per convincere gli ultimi incerti e per accelerare l’Esodo facendo leva sulla paura e sulla disperazione.

L’Esodo da Pola, a parte la tempistica ritardata, ebbe un livello di concentrazione superiore a quelli che lo avevano preceduto, perché si sarebbe completato nel breve giro di alcuni mesi, terminando sostanzialmente entro il successivo marzo con l’utilizzo prioritario del vecchio piroscafo “Toscana” che fece diversi viaggi nelle direzioni rispettive di Ancona e di Venezia col suo dolente carico di profughi, costretti a lasciare le proprie abitazioni, i propri beni e persino le tombe degli Avi. in quest’ultimo caso, con qualche eccezione di alto valore simbolico, come accadde per il feretro dell’Eroe nazionale Nazario Sauro. All’inizio della primavera successiva, l’Esodo era stato pressoché completato, tanto che nel successivo settembre, quando un ufficiale britannico avrebbe consegnato simbolicamente le chiavi della città al famigerato Ivan Motika, Pola apparve pressoché deserta, e come tale, in grado di assicurare immediata ospitalità all’immigrazione slava. D’altro canto, qualsiasi ipotesi alternativa non era stata possibile, tanto più che, per promuovere le partenze, al pari di quanto era già accaduto altrove, gli Slavi non si astennero dal ricorrere alla violenza programmata, come accadde con l’eccidio di Vergarolla e con i suoi Martiri immuni da ogni colpa, salvo quella di essere Italiani.

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La proposta di legge formulata dall’On. Nicole Matteoni e da una trentina di altri parlamentari della Camera, volta all’istituzione di una “Giornata nazionale” in onore dei Martiri di quella strage contro l’umanità, ha preso l’avvio nello scorcio conclusivo del 2024 ed è stata oggetto di presentazione alla stampa in una conferenza tenutasi a Montecitorio lo scorso otto aprile, alla presenza della predetta prima proponente, e di vari esponenti prioritari del Gruppo “Fratelli d’Italia” quali il Sen. Luca Ciriani, gli On. Galeazzo Bignami, Walter Rizzetto, Alessando Amorese, e la stessa presentatrice del nuovo disegno legislativo.

Nella sua qualità di Ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani ha ricordato che la strage in questione fu “una delle pagine più feroci del lungo dopoguerra” nelle zone del confine orientale, e di quelle “strappate alla storia italiana per viltà o per interesse” allo scopo di perseguire, quale obiettivo prioritario, quello di “impedire ai nostri connazionali di rimanere nel loro territorio e nelle loro case”. L’iniziativa, d’inusitata crudeltà, ebbe un’evidente matrice anti-italiana, tanto da rendere assolutamente impossibile l’ipotesi di continuare a vivere in siffatte condizioni, che oggi è legittimo e doveroso ricordare, tanto più che “per guardare avanti bisogna conoscere il passato”. Di qui, la proposta della nuova “Giornata nazionale” volta a far conoscere in maniera più completa e meno episodica una vera e propria tragedia nazionale.

Dopo la votazione quasi unanime dell’encomiabile Legge 30 marzo 2004 n. 92 istitutiva del Ricordo con un “passaggio certamente decisivo” per la cancellazione di una “lunghissima indifferenza” - ha proseguito Ciriani - nel Parlamento italiano sono emerse attenzioni innovative per la tragedia del confine orientale, e più specificamente, per una strage come quella del 18 agosto 1946 ordita a Vergarolla, che “va ricordata perché volutamente anti-italiana”.

Dal canto suo, il Capo Gruppo di “Fratelli d’Italia” alla Camera, Galeazzo Bignami, ha definito quello della strage in questione come un “momento profondo di storia nazionale” di cui si è perduta per troppo tempo una memoria condivisa, al pari di quanto è accaduto per la lunga e angosciosa vicenda delle foibe, anche alla luce delle analoghe espressioni di una “dinamica particolarmente cruenta e criminale”. Proprio per questo, appare oggettivamente necessario proporre una memoria nazionale per quanto possibile condivisa, alla luce di un’identità e di una cultura patriottica presenti come non mai nello spirito del popolo, e in ogni caso, da diffondere e da insegnare ulteriormente.

Walter Rizzetto, Presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio, ha parlato di “evento tragico” occorso a due soli mesi dalla nascita della Repubblica Italiana, che non avendo ancora ottenuto i doverosi e necessari riconoscimenti, ha bisogno di una nuova legge come quella in fase di proposizione, che s’inserisce “nel più vasto contesto della testimonianza di un eccidio come quello degli Italiani di Venezia Giulia e Dalmazia” e nel suo ambito, dell’opera altamente meritoria svolta dal compianto Dr. Geppino Micheletti,  primario dell’Ospedale di Pola distintosi, nell’alacre ed eroica opera di assistenza ai feriti di Vergarolla, nonostante la perdita dei due figlioletti Carlo e Renzo, del fratello Alberto e della cognata. Dopo l'esplosione Il corpo di Carlo venne rinvenuto, ma di Renzo restarono soltanto o una scarpetta ed un calzino, che il medico avrebbe portato sempre con sé, anche nell’esilio di Narni.

Sempre nell’ambito di una memoria da condividere e da promuovere, Rizzetto ha accennato ai “Tremila anni di storia” giuliana e dalmata di Carlo Cesare Montani quale utile strumento di consultazione e valutazione storiografica (2) chiudendo il proprio intervento nel senso che le istituzioni “hanno il dovere di ricordare” e di promuovere la conoscenza della storia.

Infine, Rizzetto ha aggiunto che esiste un’altra proposta, presentata in tempi precedenti d’intesa con il Sen. Roberto Menia,  primo proponente della Legge istitutiva del Ricordo, dove è stata inserita nel titolo stesso del provvedimento la definizione di “Martiri” sostitutiva di quella riferita a “Vittime” perché proprio di questo si è oggettivamente trattato, col conseguente obbligo di tramandare la verità storica a futura memoria.

Ha fatto seguito l’intervento di Emanuele Merlino, che ha portato il saluto del mondo esule ringraziando il momento politico per la particolare sensibilità manifestata nei confronti del popolo giuliano, istriano e dalmata.

Il Capo Gruppo di FdI nella Commissione Cultura della stessa Montecitorio, Alessandro Amorese, premesso che il grande Esodo giuliano e dalmata sta diventando un patrimonio comune del popolo italiano, ha formulato la proposta di un adeguato riconoscimento pubblico per il Dr. Micheletti, nell’ambito delle iniziative in fieri, spiegando che si tratta di iniziative fondamentali perché inserite “nel lungo lavoro per riempire le pagine di storia con i capitoli strappati, per toglierli dall’oblio e dalla polvere”. Oltre all’idea del Museo dell’Esodo, già approvata, ne scaturisce anche quella di una “rete d’archivi sull’Esodo e sul centinaio di Campi profughi” esistiti nel lunghissimo dopoguerra dei profughi giuliani e dalmati.

Infine, Nicole Matteoni ha spiegato il significato della proposta di legge che reca la sua firma di prima proponente. Dopo avere ricordato la triste priorità della strage di Vergarolla nella storia della Repubblica uscita dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ha rammentato che nell’esplosione di decine di ordigni che avrebbe cancellato tante vite incolpevoli nell’orrenda giornata del successivo 18 agosto, scomparvero oltre cento persone, di cui soltanto 64 ebbero la possibilità di essere identificate, stante la violenza della deflagrazione. Ebbene, proprio “per avere una memoria nazionale condivisa” si è ritenuto congruo e funzionale presentare una proposta di legge (3) in grado di dare “finalmente giustizia e verità a una pagina di storia italiana dimenticata”, tanto più necessaria approssimandosi l’ottantesimo anniversario di quel terribile delitto collettivo, che sottolinea, a più forte motivo, quanto sia necessario e condivisibile promuovere la definitiva istituzionalizzazione della memoria.

          Laura Brussi, Esule da Pola, Opera per i Caduti senza Croce / Consigliere Nazionale

 

Annotazioni

(1) - in base alla storiografia più recente ed aggiornata, le Vittime della strage assommerebbero tra le 110 e le 116, cui si deve aggiungere anche la morte di uno tra i 54 feriti operati dal Dr. Micheletti, che del resto era giunto nella sala operatoria in stato ormai agonico. Giova ricordare che il medesimo medico, impegnato per due giorni e due notti in interventi pressoché ininterrotti, fu costretto a evitare le normali precauzioni per la sua persona, con la successiva conseguenza di perdere alcune dita delle mani a causa delle complicazioni sopraggiunte. Fra le proposte dell’On. Matteoni si deve menzionare anche quella di intitolare alla memoria del Dr. Micheletti un’aula dell’Università degli Studi di Trieste.

(2) - Cfr. Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e vita morale, Seconda edizione ampliata, Aviani & Aviani Editore, Udine 2024, pagg. 416 (per la strage di Vergarolla si veda in modo particolare il cap. 16 della seconda parte, pagg. 183-186).

(3) - Conviene aggiungere che nella presentazione del disegno di legge si accenna, per completezza, a qualche residua riserva circa le matrici dell’attentato, in conformità a talune espressioni della storiografia più datata; nondimeno, a tale ultimo riguardo conviene rammentare che, dopo l’apertura degli Archivi britannici avvenuta nel sessantennio dalla strage, ogni residua interpretazione difforme fu accantonata, confermando quella che la “vox populi” aveva anticipato sin dal momento della strage.

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Un approfondimento in coda

Come argomento in coda, ci permettiamo di aggiungere quanto accaduto nel 2021 a Montevarchi, provincia di Arezzo, grazie alla proposta di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi, che collabora attivamente con l’ANVGD di Udine sul tema del Centro raccolta profughi di Laterina (AR). Si riprendono le parole dal profilo Facebook di Unione degli Istriani.

“Il Consiglio comunale di Montevarchi (Arezzo), nella seduta del 25 febbraio 2021 ha approvato all’unanimità un articolato documento finalizzato a ricordare la Strage di Vergarolla ed onorare il ricordo del medico Giuseppe Micheletti, principale artefice dei soccorsi alle vittime dell’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia affollata di Pola.

Con l’approvazione di questo atto a pochi giorni di distanza dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021, il Consiglio Comunale ha dato mandato al Sindaco Silvia Chiassai Martini di avviare le procedure di intitolazione di uno spazio pubblico all’interno del territorio comunale al medico chirurgo Giuseppe Micheletti per l’inestimabile ed altissimo valore morale e di senso civico di un “Eroe dimenticato” – ed al ricordo delle altre vittime di quella che è passata alla storia come la più grande strage della repubblica italiana.

La prima cittadina di Montevarchi è stata inoltre impegnata dall’assise cittadina ad avviare, assieme agli altri sindaci del Valdarno aretino, un progetto di realizzazione all’interno dell’ex campo profughi di Laterina di un monumento dedicato al ricordo di Micheletti e delle vittime di Vergarolla, da realizzarsi con il coinvolgimento degli istituti superiori del Valdarno aretino attraverso un concorso di idee, affinché siano proprio le nuove generazioni gli artefici della costruzione di un “processo del Ricordo”.

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Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.   Sito web:  https://anvgdud.it/

Articolo da <<Il Dalmata>> del mese di marzo 2008, n. 54, con i nomi degli agenti dell'OZNA, autori dell'attentato di Vergarolla: Giuseppe Covacich, Oreste Parovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino.



venerdì 19 agosto 2022

La commemorazione del 18 agosto 2022 a Trieste per la strage di Vergarolla

Nel 76° anniversario della strage di Vergarolla, volentieri pubblichiamo nel blog l’originale riflessione di Laura Brussi Montani sull’attentato del 1946, a Pola e sulla cerimonia che si tiene a Trieste ogni anno in San Giusto, dal 2011, data dell’inaugurazione del Lapide in ricordo delle vittime; vedi le fotografie qui sotto. Nel 2022 c’erano, oltre alla Rappresentanza del Comune, il Generale Francesco Bonaventura, Presidente di Assoarma e Grigioverde, vari commossi cittadini (a cura di Elio Varutti).

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La calda estate del 1946, pur avendo avuto inizio con le nuove speranze suscitate dagli accordi di Belgrado intervenuti fra Tito e Alexander, sarebbe passata alla storia con la tragedia di Vergarolla, a breve distanza dal centro di Pola, rimasta negli annali d’Italia come la più grave, quanto a numero di Vittime, fra quelle che ebbero luogo nel “secolo breve” in periodo di pace, per cause non naturali. Infatti, la deflagrazione di una trentina di mine accatastate sulla spiaggia dopo il necessario disinnesco, avvenuta in giorno festivo durante la manifestazione natatoria organizzata dalla Società Pietas Julia, avrebbe provocato almeno 64 Vittime accertate ed oltre un centinaio di feriti.

Le matrici terroristiche e l’organizzazione criminale furono immediatamente chiare, anche se le prove circa la responsabilità dell’OZNA sarebbero sopraggiunte dopo parecchi anni con l’apertura degli Archivi del Foreign Office. A Pola, se qualcuno aveva ancora dubbi circa le sorti della città, peraltro già chiare dopo gli orientamenti emersi dalla Conferenza di pace in svolgimento a Parigi, si convinse  definitivamente  dell’iniquo destino e della necessità di scegliere la triste via dell’esilio: ne ebbe origine un vero e proprio plebiscito, che in pochi mesi condusse allo svuotamento della città, forzatamente abbandonata da oltre nove decimi dei suoi abitanti.

Oggi, la memoria di quella tragedia vive con la grande stele eretta a Trieste, nella Zona Sacra di San Giusto, per iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio, recando l’elenco dei Caduti: in maggioranza, donne, bambini e minori, per un’età media di ventisei anni.  Presso il monumento in Pietra del Carso, anche quest’anno ha avuto luogo la cerimonia commemorativa, con l’intervento ufficiale del Comune e la presenza delle Associazioni d’Arma  e di quelle patriottiche, ciascuna con i rispettivi Labari, e con l’intervento di molti cittadini, a conferma della perenne, attenta sensibilità con cui quell’infausta pagina di storia continua ad essere ricordata nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92, ma prima ancora, nella memoria delle Vittime innocenti e nel rifiuto categorico di ogni violenza.

Laura Brussi Montani  -  Esule da Pola.                                                                                                               Opera Nazionale per i Caduti senza Croce.


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Autore principale Laura Brussi Montani. Altri testi di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie: collezione di Laura Brussi Montani e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

martedì 15 febbraio 2022

La bambina con la valigia, Egea Haffner. Una vicenda umana nella tragedia dell’Istria (1943-1947)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo nel blog un articolo di Laura Brussi, esule di Pola. La ringraziamo per le significative parole dedicate all’esodo giuliano dalmata e all’icona di quel fatto storico: Egea, la bambina con la valigia. La congiura del silenzio si sta sfaldando e dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo del 2004 sempre più esuli e loro discendenti  hanno il coraggio di raccontare in pubblico la propria struggente testimonianza. Siamo convinti che così si recupera un pezzo di storia d’Italia negata per troppo tempo. Ecco il commovente testo di Laura Brussi. 

(a cura di Elio Varutti)

La grande storia non è fatta soltanto dal pensiero umano e dagli eventi che ne sono scaturiti, né tanto meno dalle ideologie susseguitesi nel corso dei tempi. Al contrario, si compone anche di un’immensa cifra delle storie personali che, alla fine, hanno contribuito a determinare lo svolgimento di quella generale, e con essa, dei grandi valori umani e civili, in lotta perenne con ricorrenti iniquità.

In queste storie personali s’inserisce a buon diritto quella di Egea Haffner, la discreta “Esule Giuliana 30001” che è diventata un simbolo della tragedia di Pola, trovando spazio anche in un volume di  riferimento che la stessa Egea ha scritto assieme a Gigliola Alvisi, con il decisivo supporto di “un importante Maestro”, il marito Gianni (La Bambina con la valigia: il mio viaggio tra i ricordi di esule al tempo delle foibe, Edizioni Piemme, Milano 2022, pagg. 206) e che si legge davvero di getto, a conferma di interesse e partecipazione coinvolgenti.

Nel tenebroso maggio del 1945, mentre altrove trionfava la pace, una Pola atterrita assisteva con  sgomento alle violenze indiscriminate del nuovo padrone, a cominciare da quelle che ebbero per involontarie protagoniste le tante foibe del territorio circostante. In una di queste voragini scomparve anche l’amato buon padre di Egea, persona integerrima di soli ventisei anni, ucciso proditoriamente dai partigiani slavi, come tanti altri, per la “sola colpa di essere italiano”.

Papà Kurt fu catturato a tre giorni dalla “conquista” titina del capoluogo istriano, presenti i familiari, con la consueta scusa di un semplice “controllo”. Purtroppo non sarebbe più tornato, e la prova del suo infame destino sarebbe giunta dopo qualche giorno, quando uno degli aguzzini fu visto in città con la sciarpa che papà aveva indossato al momento dell’arresto. Per Egea, che aveva appena tre anni, quella fu una tragedia tanto improvvisa quanto traumatica, seguita a breve dal dramma dell’esodo, dapprima per la Sardegna e poi per l’Alto Adige.

Nonostante l’età infantile, la “bambina con la valigia” comprese subito che avrebbe dovuto “abbandonare la riva sicura dell’amore per un mare ignoto” incontrando tutto lo strazio di “quel dolore segreto che solo i bambini sanno provare”. Il resto diventa un corollario: le incomprensioni di un popolo che usciva dalla grande tragedia collettiva della guerra, delle distruzioni e della morte; il trattamento non troppo cristiano ricevuto da qualche Suora del Collegio alto-atesino dove avrebbe frequentato i primi due anni di scuola elementare, prima che la zia Ilse la trasferisse in quella pubblica; i disagi rivenienti dalle abitazioni precarie e dalle pesanti ristrettezze economiche.

Eppure, la vita doveva continuare. Egea, diventata improvvisamente ben più matura della sua età anagrafica, fu capace di reagire in maniera costruttiva alla sventura da cui era stata colpita, al pari del “vir bonus” di Seneca posto davanti alla “mala fortuna”. Di qui, la sua capacità di apprezzare quanto poteva esserle offerto, come le limpide acque di un mare che ricordava tanto quello della sua Istria; la “fortuna” di avere evitato i disagi e le promiscuità dei tristissimi campi profughi; e più tardi, la scoperta di valide e serie attitudini professionali, come accadde con la prima vendita “senza sconto” di un piccolo gioiello nel negozio dello zio.  Egea avrebbe progredito bene anche nello studio, e non appena giunta in età idonea, fu subito assunta dall’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Statali. Mantenne un buon rapporto con la mamma che era rimasta a Cagliari dove, in seguito, aveva costruito una nuova famiglia, ma volle rimanere a Bolzano con lo zio Alfonso e con Ilse, che ebbe il dolore di perdere quando la zia era in età ancora giovane.

Poi, ci fu l’incontro con Gianni, che sarebbe diventato l’uomo della sua vita e padre delle sue figlie Roberta e Ilse, e che dopo la laurea in Ingegneria avrebbe assunto posizioni di crescente rilievo professionale, fissando la residenza familiare nella bella casa di Rovereto, non lontano dalla Campana dei Caduti. L’Ing. Giovanni Tomazzoni, uomo giusto, coniuge e padre esemplare, è appena scomparso, ma Egea ha affrontato il dolore nella consapevolezza che, al pari del papà, è sempre accanto a lei, con una sommessa, costante, protettiva Presenza.

Oggi, Egea dedica molto tempo al Ricordo, compreso quello istituzionale di cui alla Legge 30 marzo 2004 n. 92, che ha voluto onorare i venti mila Martiri delle foibe o altrimenti massacrati dai partigiani di Tito, e con essi, i 350 mila Esuli da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, facendo contestualmente conoscere le “complesse vicende del confine orientale”. In questa prospettiva si deve inquadrare, fra l’altro, l’attività di Egea - con il cuore italiano sempre a Pola - nell’ambito delle più recenti iniziative per onorare la memoria delle Vittime e il dramma degli Esuli.

In tale ambito, una realizzazione di alto spessore mediatico e simbolico è costituita dal Museo “Egea” sorto a Fertilia dei Giuliani (Sassari) proprio nel suo Nome, e in omaggio ai tanti profughi che costituirono il primo nucleo di un nuovo aggregato comunitario programmato all’insegna della speranza e della fede nei valori “non negoziabili”: per l’appunto, quelli della Bambina con la valigia.

Un contributo fondamentale all’iniziativa sarda è stato conferito da Egea e da Gianni Tomazzoni. Il Museo, voluto dalla Giunta Regionale nel complesso delle ex Officine EGAS  per onorare gli Esuli, a cominciare dai pescatori dalmati che approdarono in Sardegna dopo avere circumnavigato l’Italia, vide la  posa della prima pietra il 1° febbraio 2020 con l’intervento dell’Assessore Quirico Sanna e della stessa Egea col marito,  mentre l’inaugurazione ha fatto seguito nel breve volgere di un anno, e più precisamente nella primavera del 2021, grazie al solerte impegno dei promotori.

Il Museo, dovuto al progetto degli Architetti Govoni, Polese e Masala, è diventato realtà nel corso di una concorde dimostrazione di patriottismo, con l’intervento del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas,  dello stesso Assessore Sanna e del Sindaco di Alghero Mario Conoci, insieme al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia Piero Mauro Zanin, testimoni di una comune volontà politica e morale. Ciò, come da elette parole dello stesso Assessore Sanna, secondo cui il Museo “restituisce dignità e memoria a un popolo involontario protagonista di una vicenda che lo ha costretto a dividersi in tutto il mondo nell’indifferenza dei governanti” e rimuove “un velo di omertà” non più accettabile nella realtà contemporanea.

In tutta sintesi, Egea, anche attraverso il “suo” Museo, è diventata testimone perenne di una storia finalmente conosciuta, e nello stesso tempo, di “egregie cose” finalizzate a tradurla in impegni di  fede, e di umana civiltà. Conviene aggiungere che durante le interviste concesse alla RAI-TV e alla stampa in occasione del “Giorno del Ricordo” (10 febbraio 2022) Egea ha ulteriormente testimoniato il suo dramma di orfana e di esule, con qualche aggiunta eticamente ragguardevole: ad esempio raccontando che quando tornò a Pola per visitare il luogo in cui era stata scattata la celebre fotografia, e per rivedere la casa dell’infanzia, venne ad aprire una donna, alla quale disse che sarebbe stata lieta di dare uno sguardo alla sua cameretta di quel tempo lontano. Per tutta risposta fu cacciata via, in omaggio al verbo collettivista della nuova Jugoslavia!

Nell’epoca plumbea delle foibe, il grande Vescovo di Trieste e Capodistria, Mons. Antonio Santin, esortava a non disperare perché “le vie dell’iniquità non possono essere eterne”. Purtroppo, il cammino è ancora lungo, ma la “linea del possibile” di cui al pensiero di Benedetto Croce potrà avvicinarsi tangibilmente grazie a chi, come Egea, onora un grande impegno di memoria civile, e con esso, un’indomita speranza.

Laura Brussi, Esule da Pola

Fotografia dal sito web di federesuli.org  che si ringrazia per la diffusione nel blog 

Note – Autrice principale: Laura Brussi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Lettori: Laura Brussi e Sebastiano Pio Zucchiatti. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

domenica 28 novembre 2021

Laura Antonelli. Iniziative opinabili nell’ottantesimo anniversario dalla nascita

 


Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Laura Brussi Montani, in memoria dell’attrice istriana Laura Antonelli. Il brano non rientra nell’ottica della critica cinematografica, ma della memorialistica alla quale si sono dedicate varie penne e alcuni pennivendoli dal 2015, anno della sua morte. L’angolo visuale del testo è invece attento all’umanità, alla gentilezza e alle introspezioni della bella attrice, passata per un Campo profughi a Napoli. (A cura di Elio Varutti).

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Ci sono delle iniziative opinabili programmate nell’ottantesimo anniversario dalla nascita di una grande attrice italiana (1941). Le glorie effimere passano ma i valori restano. L’assunto vale anche per la dolorosa scomparsa di Laura Antonelli (Pola, 28 novembre 1941 – Ladispoli RM, 22 giugno 2015) che oggi avrebbe compiuto ottant’anni, e che si appresta ad essere ricordata con una serie di iniziative consistenti, in primo luogo, nella rivisitazione di alcune sue pellicole di maggior successo. Purtroppo, sono già trascorsi diversi anni da quando Laura è “tornata alla Casa del Padre” dopo una vita di grandi soddisfazioni professionali, ma nello stesso tempo, di forti sofferenze. Pertanto, non è dato sapere se quelle iniziative potranno esserle gradite, ma non mancano buoni motivi per dubitarne.

Nata in piena guerra mondiale, con tutti i traumi infantili derivanti dal conflitto in agro di Pola, aveva vissuto sin da piccola il dramma dell’Esodo dall’Istria e quello dell’allucinante campo profughi di Napoli, dove conobbe assieme alla famiglia una dolorosa esperienza che l’avrebbe segnata e accompagnata per tutta la vita, rendendola insicura e fragile. Nondimeno, al pari di tanti giovani esuli, aveva completato gli studi e dopo avere conseguito il diploma dell’ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica) si era trasferita a Roma iniziando l’insegnamento della sua materia presso il Liceo Artistico di Via Ripetta.

Il resto è storia già illustrata con dovizia di particolari, talvolta frutto di fantasie troppo fertili e d’interpretazioni spesso estensive, per non dire offensive. Sta di fatto che l’incontro di Laura col mondo dello spettacolo fu sostanzialmente casuale, e non alieno da motivazioni economiche, analoghe a quelle di tante famiglie esuli, chiamate ad affrontare i problemi spesso drammatici della casa e del lavoro, non senza diffuse incomprensioni, come quelle storicamente ben documentate, e particolarmente gravi, di Ancona, Bologna, Genova e Venezia (ma non solo).

La straordinaria bellezza e le indubbie capacità di interpretare al meglio i suoi personaggi furono decisive nel condurre Laura ai vertici dell’arte cinematografica: non solo della cosiddetta “commedia all’italiana” ma anche di opere molto impegnative. Le sue tante pellicole (una cinquantina), alcune delle quali  avrebbero esaltato il suo fascino assieme alle indubbie doti artistiche (come “L’innocente” del grande regista Luchino Visconti, tratto dalla celebre opera dannunziana, od “Il Malato immaginario” e “L’Avaro” di Tonino Cervi, ispirati a quelle di Molière; la prima con Giancarlo Giannini e le altre due con Alberto Sordi) raggiunsero livelli record di spettatori e d’incassi, ed i riconoscimenti artistici furono suffragati da diversi premi prestigiosi, tra cui il “Nastro d’Argento”, la “Grolla d’Oro” ed il “Globo d’Oro” (due volte). In buona sostanza, Laura Antonelli assunse un ruolo di autentica “stella” nel variegato mondo del cinema, rimasto vivo anche dopo la sua scomparsa, diversamente da quanto è accaduto per tante altre attrici, sebbene brave e popolari.

Nondimeno, quel mondo spesso improntato all’esteriorità se non anche al cinismo, che era lontano anni luce dalle sue origini, finì per travolgerla, con l’aggiunta di una “giustizia” miope e discriminante che l’avrebbe perseguitata davvero iniquamente, salvo concederle una riabilitazione tardiva e formale dopo un decennio di sofferenze, con un modesto risarcimento (in un primo momento addirittura offensivo) ottenuto a fronte di un iter tanto lungo quanto penoso.

Laura aveva scelto di vivere a Ladispoli, sulla riviera laziale, davanti a quel mare che le ricordava la sua bella Istria, ingiustamente perduta. Gli ultimi anni, come lei stessa lasciava intendere ai pochissimi amici, quale il Parroco Don Alberto Mazzola, furono improntati, in totale riservatezza, alla riflessione e all’espiazione di peccati che certamente non le appartenevano, ma che erano tipici di quel mondo vile da cui era stata ignobilmente sfruttata e inghiottita.

Le sue condizioni economiche, un tempo più che agiate, erano tornate nuovamente precarie, ma Laura poteva contare sulla confortante assistenza del Comune e della famiglia. Aveva conservato una straordinaria dignità, tanto da rifiutare il supporto che poteva esserle conferito alla stregua delle leggi vigenti per i vecchi artisti in condizioni di povertà. Anzi, non mancano testimonianze degli aiuti che offriva a chi stava peggio di lei, e cui aveva destinato gran parte dei risarcimenti di cui si è detto.

Va aggiunto che non era incapace di intendere come qualcuno ha voluto insinuare, perseverando nell’assunto anche in occasione delle iniziative per l’ottantesimo anniversario dalla nascita, di cui in premessa. Ciò, manifestando un ostracismo non privo di talune invidie anacronistiche, tanto crudele e pervicace quanto immotivato: secondo testimonianze popolari raccolte in occasione dell’ultimo saluto di Ladispoli, presenti almeno duemila persone e la bandiera istriana posta sul feretro (26 giugno 2015), Laura dialogava con Don Alberto, ascoltava “Radio Maria” e acquistava persino “La Settimana Enigmistica” all’edicola prossima a casa. Come ha lasciato scritto nell’ultima intervista concessa a “L’Ortica”, settimanale della sua città di residenza, viveva spartanamente in una piccola casa, confessava di non avvertire il peso degli anni e affermava di non avere bisogno di soldi né tanto meno di lussi, leggendo e pregando nella consapevole serenità di “non far male a nessuno”.

In effetti, da parecchio tempo si era votata al colloquio con Dio, in una spiritualità che richiama quella di alcune grandi conversioni, come quelle manzoniane dell’Innominato e della Monaca di Monza. Quando fu trovata priva di vita nella sua casetta di Ladispoli, aveva vicino a sé una Bibbia e un Vangelo, a testimonianza di una nuova, importante vittoria della Fede “ai trionfi avvezza”. Il suo solo desiderio era di essere lasciata in pace, come quella che ha raggiunto dopo una vita di sofferta ma nobile ascesa dalla polvere all’altare.

Proprio per questo, ciò che è stato scritto per il lancio del “revival” cinematografico programmato non senza evidenti interessi di carattere speculativo in occasione dell’ottantesimo “compleanno” di Laura, è un’offesa alla verità, nel momento stesso in cui si afferma che, spente le luci della ribalta, gli ultimi ventiquattro anni di vita della grande attrice istriana sarebbero stati un “mistero”. Tutt’altro: è vero che si era ritirata completamente da quelle luci e che incontrava soltanto pochissimi amici fidati ma è altrettanto vero che aveva affrontato “coram populo” i problemi della sua nuova vita, e con essi, il giudizio non certo caritatevole della grande stampa e quello non certo migliore del vecchio pubblico, generalmente insensibile alla sua esperienza nel segno catartico di valori autentici ma sempre attratto dalle pellicole della citata “commedia all’italiana”.

Laura Antonelli merita ben altro, in ossequio al suo primigenio dolore di esule, alla sventura di avere rischiato la perdizione attraverso l’effimero, e soprattutto, ai lunghi anni di meditazioni costruttive, al recupero della speranza, all’esperienza di fede, all’esempio di luce trionfante sulle tenebre, all’invito di “riflettere con mente pura”.

 Laura Brussi Montani - Esule da Pola, 28 novembre 2021

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Note - Autore principale: Laura Brussi Montani. Altri testi di Elio Varutti. Networking di Marco Birin e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio (ANVGD) di Arezzo e Girolamo Jacobson. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull'esodo giuliano dalmata, Udine e Delegazione ANVGD di Arezzo.

Ricerche nell’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Fotografia ripresa dal sito seguente che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione nel presente blog: https://www.zendalibros.com/laura-antonelli-la-reina-del-softcore-que-perdio-la-razon/

 

giovedì 30 novembre 2017

Ricordo di Angelo Tomasello, prigioniero a Mitrovica nel 1945 e esule istriano

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola. Ha voluto scrivere un pezzo commemorativo su Angelo Tomasello (1928-2017), esule istriano, che passò le sue brutte peripezie verso la fine e dopo la seconda guerra mondiale, in mano ai partigiani jugoslavi. Era un ragazzo di Canfanaro d'Istria nel 1945, quando decise di... Ecco il testo di Laura Brussi...
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Angelo Tomasello: grande patriota italiano ed esule dall’Istria. Esempio di speranza e di fede nella tragedia epocale di un intero popolo.

Non c’è dubbio: la grande storia, che Alessandro Manzoni aveva interpretato quale grande lotta contro il tempo, avente lo scopo di perpetuare ricordi ed esempi, è costituita da quella delle idee, e dei fatti che ne derivarono, ma nello stesso tempo, da una miriade di storie e vicende individuali che contribuiscono a costituirla ed in qualche misura, a spiegarla. La tragedia del confine orientale italiano, con particolare riguardo al grande Esodo del dopoguerra, protrattosi dal 1945 fino agli anni cinquanta del secolo scorso, coinvolgendo un intero popolo di 350 mila persone, ne costituisce palese conferma.
Un caso emblematico, al pari di tanti altri, è quello di Angelo Tomasello (1928-2017), patriota istriano, combattente della Decima Mas, protagonista del dramma di Pola, esule in patria, testimone attento e partecipe. 
Era nato a Canfanaro d’Istria, e quando aveva 17 anni, mentre la guerra  volgeva al termine con orribili prospettive per la sua terra istriana, aveva dovuto prendere una decisione vitale: l’alternativa, esclusa quella partigiana - essendo già tristemente noto il trattamento che gli slavi riservavano agli italiani - era fra l’esercito tedesco (Flak) o le sue Organizzazioni di supporto logistico (Todt) da una parte, e la Decima Mas dall’altra. Angelo Tomasello non ebbe dubbi e come tanti altri fece la sua scelta all’insegna dell’italianità.
Non fu un’opzione sofferta. Anzi, si onorava di essere rimasto fedele al giuramento fino all’ultimo ammaina bandiera della Decima, che ebbe luogo a Pola il 2 maggio 1945, quando le armi vennero consegnate ad un gruppo di ufficiali del Maresciallo Tito, con cui era stata trattata la resa dei reparti istriani di Junio Valerio Borghese. Tomasello, al riguardo, ricordava sempre che il glorioso vessillo della Flottiglia fu portato in salvo da una signora italiana rimasta sconosciuta, sottraendolo a sicuro scempio; e soprattutto, che i patti, come spesso accadeva in quella stagione plumbea, non vennero rispettati. Si può ben dire che mai come allora fossero stati scritti sulla sabbia.
Era un periodo tragico, ed a suo giudizio non sarebbe stato possibile comportarsi con una scelta diversa, in specie a seguito di quanto era accaduto al padre, che nel 1943, dopo la tragedia dell’otto settembre, era stato prelevato dai partigiani, portato a Pisino con la famigerata “corriera della morte” e rinchiuso nel Castello locale adibito a carcere. Avrebbe dovuto finire in foiba, assieme ad un’altra dozzina di sventurati stipati nella sua cella, ma nel pomeriggio riuscì a fuggire grazie alla confusione creata da un bombardamento tedesco, in cui altri infelici trovarono la morte. Camminò di notte per sfuggire ai suoi aguzzini e pur essendo ferito riuscì ad arrivare a Pola, controllata dalla Wehrmacht, ed a mettersi in salvo.

I ricordi della Decima che vivevano nel cuore di Angelo Tomasello non erano molti, perché riferiti ad un periodo piuttosto breve, ma egli rammentava bene che il Comandante  Borghese seppe tenere arditamente testa al nemico, ed in qualche caso anche ai tedeschi, nonostante questi ultimi lo avessero minacciato di arresto. I combattimenti con gli slavi, certamente impari, si protrassero fino a tutto aprile: non solo per l’onore, come spesso si legge, ma prima ancora, per l’italianità dell’amatissima terra istriana. Ciò, con particolare riguardo alle battaglie di Tarnova della Selva ed all’ultima difesa di Cherso, in cui si distinsero Stefano Petris (autore del celebre testamento spirituale scritto sulla propria “Imitazione di Cristo” prima di essere fucilato) e gli uomini del suo reparto: episodi rimasti per sempre nel ricordo di Tomasello e di tutti i patrioti come lui.
All’indomani della consegna delle armi, cioè il 3 maggio 1945, i prigionieri vennero incolonnati e portati via dagli scherani di Tito: erano una sessantina. Per prima cosa, furono divisi per nazionalità e gli uomini di etnia slava avviati ad ignota ma intuibile destinazione, e conseguente “liquidazione” in quanto “colpevoli” di avere collaborato con il fascismo. I superstiti, dopo due giorni di precario accampamento, marciando sempre a piedi, vennero avviati a Fasana per essere imbarcati sulla nave cisterna “Lina Campanella” che avrebbe dovuto trasferirli in Jugoslavia, verso qualche allucinante campo di prigionia. Nel frattempo il loro numero era nuovamente cresciuto.
Dopo poche ore di navigazione, il dramma: il natante era finito su una mina, cosicché la cisterna si inclinò rapidamente dopo l’esplosione. Molti prigionieri annegarono: Tomasello ricordava con particolare angoscia la tragica sorte di un  giovane commilitone che non riuscì ad allontanarsi in tempo e venne straziato dalle eliche. Nondimeno, a salvarsi furono in diversi, perché il naufragio era avvenuto a distanza relativamente breve dalla costa, che venne guadagnata a nuoto, portando a terra anche alcuni feriti: date le circostanze, un episodio di cameratismo davvero eroico.

Venne ricostituita la colonna dei prigionieri, che fu riportata a Pola attraverso Carnizza e Dignano, ma senza i feriti, crudamente “liquidati” dai partigiani con un colpo di pistola (gli spari furono uditi subito dopo la partenza), Poi, essendo in arrivo gli Alleati, l’anabasi proseguì immediatamente verso Fiume e Susak, sempre a piedi salvo un breve tratto in treno, e quindi verso Belgrado con altri allucinanti 40 giorni di marcia: molti cadevano sfiniti, ma era vietato soccorrerli, e tanto meno si poteva impedire che venissero finiti con una scarica di mitra o di fucile. Tomasello e compagni di sventura videro più volte la morte in faccia e soffrirono una fame atroce, tanto che, se a Susak erano circa tremila, quando giunsero al campo serbo di Mitrovica non superavano il migliaio.
Dopo ulteriori angherie facilmente immaginabili, in luglio ebbe luogo l’ispezione di due ufficiali con la stella rossa, uno dei quali era un concittadino di Angelo, con cui lo stesso Tomasello era stato amico d’infanzia e di adolescenza. Fu un colpo di fortuna, o meglio della Provvidenza, perché lui ebbe il “dono” di essere rimpatriato viaggiando in treno fino a Trieste, e da qui a Pola.
A quel punto, cominciò a lavorare con gli Alleati nella località costiera di Vergarolla, dove sarebbe avvenuta la strage del 18 agosto 1946 in cui trovarono la morte oltre cento concittadini, in maggioranza donne e bambini. Tomasello conosceva bene le mine che sarebbero esplose durante la festa per il LX della Società “Pietas Julia” e che erano state opportunamente disinnescate: su quelle mine, una trentina, qualcuno giocava o addirittura si riposava, cosa che conferma, se per caso ve ne fosse ancora bisogno dopo l’apertura degli Archivi inglesi del Foreign Office (Kew Gardens), la subdola matrice terroristica dell’attentato, attribuito sin dall’inizio all’Ozna, la polizia politica di Tito, quale strumento particolarmente idoneo, nella sua perversità, ad incentivare l’esodo.
Le provocazioni slave erano uno stillicidio, con aggressioni notturne da cui era necessario difendersi in proprio perché il controllo della città da parte delle forze d’occupazione anglo-americane era decisamente “soft” in specie da quando si era saputo che l’Italia avrebbe perduto anche Pola. Fu così che il capoluogo istriano vide un esodo plebiscitario, capace di coinvolgere il 92 per cento della popolazione, e concentrato soprattutto nel primo trimestre del 1947, in buona prevalenza con il piroscafo “Toscana” che fece la spola da Pola a Venezia ed Ancona, compiendo dodici viaggi e trasportando un dolentissimo carico umano.
Angelo Tomasello dal sito di Primonumero

Durante i lugubri mesi della preparazione, Tomasello lavorò duramente - circa 12 ore al giorno - agli imballaggi ed ai trasporti delle masserizie di tanti esuli verso il celebre “Magazzino 18” di Trieste, dove avrebbero conosciuto l’infausta sorte cantata in tempi recenti da Simone Cristicchi. In tale circostanza, conobbe di persona Maria Pasquinelli, che operava presso il Comitato di Assistenza ai Profughi e che sarebbe passata alla storia perché il 10 febbraio, proprio mentre a Parigi si stava per firmare il “diktat”, uccise il Generale Robert De Winton, comandante della piazzaforte di Pola (poi sepolto nel cimitero militare di Adegliacco presso Udine), in segno di estrema protesta contro il tradimento degli Alleati che avevano consegnato a Tito l’Istria e la Dalmazia.
Alla fine, anche Angelo prese la via dell’esilio e dopo ulteriori peripezie giunse a Torino dove venne assunto in Fiat, iniziando una lunga e proficua carriera industriale non priva di soddisfazioni (avrebbe lavorato in qualità di quadro direttivo persino nello stabilimento jugoslavo di Kragujevac) conclusa a Termoli nel 1984, con il collocamento in quiescenza. Il suo esempio, al pari di tanti altri, dimostra come gli esuli, lungi dal piangersi addosso, abbiano operato con perseveranza in una ricostruzione della propria vita sin dalle fondamenta, spesso con significativi successi.
Tomasello ha sempre considerato un onore partecipare alle manifestazioni per il “Giorno del Ricordo” - istituito con apposita legge del 2004 dopo tanti anni di colpevole silenzio - e portare il contributo della sua testimonianza, con particolare riguardo alle iniziative del Libero Comune di Pola in Esilio ed a quelle organizzate in Molise e nelle Puglie presso Amministrazioni pubbliche ed Istituzioni scolastiche. Gli esuli di Venezia Giulia e Dalmazia, e lui tra loro, si erano guadagnati il convinto rispetto di tutti restando fermi difensori di umanità e civiltà, ed onorando “i valori tradizionali senza trascurare ogni buona, giusta ed indistruttibile speranza”. Sono parole che è bene affidare alla memoria comune, in quanto sintesi di una vita esemplare.
Angelo Tomasello è “andato avanti” il 27 ottobre 2017 con la vigile scolta della Bandiera tricolore e di quella istriana, lasciando un vivido messaggio di alto valore cristiano, nel segno di un’indomita fede e di un beninteso patriottismo.
Laura Brussi, esule da Pola

Trieste, Magazzino 18. Foto Varutti 2016 
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Networking a cura di Girolamo Jacobson e E.V.

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Cenno sitologico

Giovanni De Fanis,“Fuga da casa e dall’orrore. Parla uno scampato alle Foibe”, pubblicato nel web dal 10 febbraio 2006 su www.primonumero.it

sabato 17 dicembre 2016

Premio Firenze a Francesco Tromba, esule istriano

Figlio di un infoibato di Rovigno d’Istria, ha scritto la sua storia “da adulto, ma le considerazioni e i sentimenti che vengono dal cuore sono quelli dell’adolescente” (p.77).
Francesco Tromba

Lo scorso 3 dicembre 2016, per il suo libro, Francesco Tromba, classe 1934, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento istituzionale e culturale a Firenze, a Palazzo della Signoria, alla presenza di autorità e di un folto pubblico. La pagina della citazione suddetta si riferisce alla quinta edizione del volume: Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi Esuli Istriani, Trieste, Libero Comune di Pola in esilio, 2013.
Si tratta di un evento eccezionale per il mondo degli esuli e dei loro discendenti. Accade che il racconto della morte di un italiano nella foiba diventi letteratura. È un fatto che fa riflettere. L’Autore usa toni pacati, senza recriminazioni. Chiede rispetto e preghiera per i morti.
La madre dell’Autore viene imprigionata dai miliziani titini nel giugno 1945, assieme ad altri italiani. Il padre era Giuseppe Antonio Tromba, nato a Rovigno d’Istria il 26 giugno 1899. Fu prelevato dai partigiani di Tito il 16 settembre 1943; erano in sette “tutti rovignesi”. Non fece più ritorno.
L’utilizzo del dialetto istro-veneto in alcune parti del volume premiato è assai espressivo. Il dialetto, usato per il racconto della madre imprigionata e disperata, assume qui una forza estetica particolare, oltre a rappresentare in modo precipuo il pathos. Certi brani del volume di Francesco Tromba vanno a sfiorare i canoni dell’epica. Forse anche per tale motivo il libro, che ha raggiunto la settima ristampa, ha ottenuto il Premio Firenze 2016.

A questo punto, avendo ricevuto, volentieri pubblichiamo l’originale articolo scritto da un’esule di Pola – Laura Brussi – sulla premiazione a Firenze del signor Francesco Tromba, del 3 dicembre passato.
(Elio Varutti)


XXXIV PREMIO LETTERARIO FIRENZE
Palazzo della Signoria, 3 dicembre 2016
Significativo riconoscimento ad un Esule istriano: Francesco Tromba, figlio di un Infoibato

Nel mondo contemporaneo, preda della globalizzazione e del consumismo “usa e getta” anche in campo culturale, non capita spesso che un’opera letteraria possa fruire di sette edizioni nel giro di quindici anni; a più forte ragione, nell’ambito della pubblicistica sul grande esodo giuliano, istriano e dalmata, la dolorosa diaspora dei 350 mila e la tragedia delle foibe: una produzione quasi infinita, ma circoscritta, nella maggior parte dei casi, a circolazioni episodiche, se non anche filiformi. 
Non è il caso di “Pola cara: Istria terra nostra” di Francesco Tromba, la cui prima edizione vide la luce nell’anno 2000, a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e che poi è stata seguita da altre sei uscite, tra cui quelle promosse dalla Famiglia di Rovigno (Unione degli Istriani) e dal Libero Comune di Pola in Esilio, e l’ultima, ad iniziativa del Lions Club, opportunamente ampliata ed aggiornata (Art Group, Trieste 2016, con prefazione di Silvio Mazzaroli).
Ora, l’opera di Tromba ha ottenuto un nuovo riconoscimento di grande spessore e di forte condivisione con il conferimento del Premio letterario Firenze, promosso ed organizzato dal Centro Culturale “Marco Conti” col patrocinio - fra gli altri – del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del Comune di Firenze. Con l’iniziativa del 3 dicembre 2016 il Premio è giunto alla XXXIV edizione nella prestigiosa e suggestiva cornice del Salone dei Cinquecento, presenti il Sindaco di Firenze, onorevole Dario Nardella, con il Gonfalone municipale, ed il Presidente del Centro “Marco Conti”, onorevole Marco Cellai, al cospetto di un pubblico assai attento e numeroso.

Ebbene, quando il professor Enrico Nistri, nella sua qualità di Presidente della Giuria, ha dato lettura delle motivazioni per cui l’opera di Francesco Tromba è stata ritenuta meritevole del conferimento, riassumibili nella lucida evocazione del suo dramma personale, parte integrante di quello vissuto da un intero popolo, e nella capacità di offrire alle meditazioni del lettore un valido contributo di commendevole oggettività, l’applauso del Salone è stato particolarmente affettuoso e cordiale. Nistri, nello stringere la mano a Tromba, ha soggiunto di sentirsi onorato per la sua presenza e per la sua testimonianza, al pari della Giuria.
Nel mondo dell’esodo, l’opera premiata - come si diceva - era stata oggetto da tempo di ampie attenzioni, oltre che di altri riconoscimenti, con particolare riguardo alle ultime due edizioni, in cui il generale Silvio Mazzaroli, già Sindaco del Comune di Pola in Esilio, ha dato atto a Tromba di avere espresso in modo encomiabile la sua “istrianità” e la sua italianità, mentre l’Autore, nella premessa, aveva sottolineato come il suo messaggio (anche a seguito del suggerimento venutogli dal professor Augusto Sinagra, dell’Università “La Sapienza” di Roma) non fosse finalizzato soltanto al pur commosso ricordo, ma nello stesso tempo, anche a contenuti cristiani e patriottici di impegno e di speranza: una sintesi davvero felice di prassi e di pensiero, che non è azzardato presumere di rilievo importante nelle valutazioni di una Giuria competente e consapevole come quella del Premio Firenze. In questo senso, si può ben dire che, grazie a Francesco Tromba, la pubblicistica circa esodo e foibe abbia fatto un ulteriore salto di qualità, ponendosi all’attenzione generale con una sintesi non certo facile di storia e di ethos.
In questa ottica, è sempre fonte di emozione e di partecipazione il rileggere pagine angoscianti come quelle in cui Francesco descrive la cattura del papà Giuseppe Antonio da parte di una banda di partigiani, la sua successiva scomparsa, quasi certamente nella foiba di Vines (Albona), il calvario della mamma nella vana ricerca del consorte ed in un’altrettanto allucinante prigionia, la grande tragedia del 18 agosto 1946 in cui si consumò la strage di Vergarolla, la durezza dell’esilio e le difficoltà familiari nella difficile ricostruzione di vite spezzate; ma nello stesso tempo, è motivo di sicuro apprezzamento ed a tratti di stupore, constatare come Tromba sia uomo di fede adamantina e di metodo storiografico tanto chiaro quanto oggettivo, nella misura in cui riesce a sublimare un immenso dolore, elevandosi a spazi che, se confrontati con quelli degli assassini infoibatori, esprimono una distanza per lo meno siderale, sia sul piano etico che su quello civile.

È cosa buona e giusta che quest’opera rimanga negli annali di un’iniziativa di forte impegno culturale come il Premio Firenze e nelle biblioteche pubbliche, a testimonianza, anche nel lungo termine, della grande tragedia istriana, giuliana e dalmata del Novecento, e dell’impegno di tanti Esuli che, senza indulgere alla tentazione di piangersi addosso, così frequente e gettonata nel mondo contemporaneo, seppero confrontarsi attivamente con la sventura e diventare un grande esempio, come nel caso di Francesco Tromba, di valori professionali, di alto memento storico e di straordinaria forza morale.

Laura Brussi – Esule da Pola

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Riferimenti bibliografici e sitologici

-          Laura Brussi, “POLA CARA – ISTRIA TERRA NOSTRA. Storia di uno di noi Esuli istriani. Un libro di Francesco Tromba”, «Il Giornale del Friuli», 23 luglio 2013.


-          Incontro a Bibione “L’esodo degli istriani e dalmatidopo la II guerra mondiale e la tragedia delle foibe”, «Il Giornale del Friuli», 28 ottobre 2013.

-          R. P., “Un libro su Rovigno: “Premio Firenze” al tipografo Tromba”, «Messaggero Veneto», Cronaca di San Michele al Tagliamento, 11 dicembre 2016


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Servizio giornalistico di Laura Brussi.
Ipertesto di Sebastiano Pio Zucchiatti.
Premessa, cenni bibliografici e networking di Elio Varutti.
Servizio fotografico di “New Press Photo – Firenze”.