domenica 14 agosto 2016

La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto

L’artista Franca Venuti ha ricreato con maestria la casa contadina della Val Canale in “Shadow Boxes”, o quadri nello spazio, detti anche “diorami”. La Venuti usa una tecnica costruttiva basata su materiali riciclati o di sfrido, in formato “mignon”. 
Franca Venuti, La Stube, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Rivivono così le antiche case della Val Canale nel Museo Etnografico “Palazzo Veneziano” di Malborghetto, in provincia di Udine, con tanto di pupazzi dalle forme umane. Quello che sto recensendo è il catalogo della mostra su detto tema apertasi nel mese di dicembre 2015 e in funzione nel 2016 in tale Museo.
L’autrice riesce così a riprodurre nelle sue opere artistico artigianali in miniatura le antiche atmosfere, pregne di suggestioni del passato. C’è una grande attenzione alla storia, alle tradizioni, alla cultura e alla vita familiare negli ambienti casalinghi di una volta. Secondo il mio parere c’è un po’ di antropologia culturale in questa originale esperienza creativa.
L’artista impiega e sa lavorare la pasta di farina e sale, la ceramica, il legno e i tessuti. Appassionata di antiquariato friulano e di restauro, ha saputo unire le sue competenze acquisite con l’esperienza alle sue capacità artistiche nel costruire gli interni delle abitazioni avite di Malborghetto e dintorni.
C’è una assoluta attenzione al dettaglio per i pezzi costitutivi dei vani casalinghi in formato ridotto per i visitatori. Sono stati fabbricati i mobili tipici, le figure, il vasellame, le cibarie e ogni utensile casalingo.
Nell’atrio, o vano d’ingresso, si notano il tavolo da falegname per i lavori “da uomini” (come si dice nel mondo tedesco). Non si dimentichi che nella Val Canale (Kanaltal, in tedesco) si parlano quattro lingue (l’italiano, il tedesco, lo sloveno e il friulano) con tanto di riconoscimento della legge nazionale n. 482 del 1999. Del resto, queste zone erano del Vescovado di Bamberga (Germania) e il confine con la Slovenia non è distante.
Franca Venuti, L'atrio, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

C’è una donna che lava i panni nell’atrio riprodotto dalla Venuti. È la prima stanza di questo viaggio virtuale nella casa avita della Val Canale. Era una stanza ad uso promiscuo, insomma, se necessario diveniva officina, calzoleria o genericamente ripostiglio-deposito. Aveva tanti nomi nelle varianti linguistiche delle vallate. 
La cernita delle varietà linguistiche svolta per il volume e la mostra hanno un alto valore scientifico. Mi soffermerò solo sull’atrio nelle varie parlate. Non potrò trattare così tutte le stanze recensite qui. Era detto “Uéjža” nello sloveno di Ugovizza. L’atrio, invece, nello sloveno di Valbruna è “Ueža”. Nel tedesco della Val Canale diventa “Lab’n”, oppure “der Vorhof”.
Si pensi alla ricchezza lessicale di questi luoghi! Dall’atrio si accedeva ad altri vani dell’abitazione rurale: la cucina nera, la Stube, la camera e Die Speis (dispensa, o camarin, in friulano).
Era detta “cucina nera” la stanza utilizzata principalmente per l’affumicatura dei prodotti suini mediante il focolare, “fogolâr” in friulano. In tedesco era la: “Schwarze Küche”. Nello sloveno di Ugovizza: “Črna kuhinja / kuhnja”. 
Nella fine dell’Ottocento per fare fuoco (fûcarriva lo Spolert, o cucina economica, che migliorerà la qualità della vita e del lavoro casalingo, con l’introduzione delle pentole basse per cucinare.
Franca Venuti, La cucina nera, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Non poteva mancare nella “Stube” la grande stufa in maiolica, che riscaldava in modo continuo in base ad un sistema di condutture a mattoni refrattari. Documentate sin dal 1652 nella Val Canale, queste stanze erano il punto nobile della casa, oggi diremmo: il soggiorno. Qui si svolgeva la vita della famiglia.
Poi c’era la dispensa, ossia la cassaforte o frigorifero della famiglia patriarcale, le cui chiavi erano tenute dalla padrona di casa. Non a caso in friulano la moglie è detta “parone” (padrona). Poi ci sono le camere, il gabinetto (che era proprio una stretta cabina di abete, con un sedile dotato di un buco – l’antesignano del water!) e la stalla per gli animali.
Il volume si chiude con un breve brano di Raimondo Domenig, intitolato: “La dote delle case”. Nel volume, infine, si notano una bibliografia e una sitologia orientate al tema. Le belle fotografie dei capolavori di Franca Venuti Caronna, sono opera di Claudio Saccari, di Trieste.
Molto curioso e, per qualcuno, inesplicabile è il titolo del catalogo: La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale. È presto detto. È stata qui esaminata, studiata e riprodotta la prima casa del paese montano, appunto “la numero 1”. Il “licȏf” (anche in lingua friulana) era o è (poiché si usa tuttora) il brindisi o banchetto offerto dal proprietario alla fine di una grande affare e, per estensione, al termine della costruzione del tetto di una nuova costruzione. Sin dalla copertina si celebra il “licȏf” della nuova produzione in diorama.

“Ocjo, che al è un licȏf virtuȃl...” (Attenzione che è un “brindisi” virtuale…).
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Lara Magri (a cura di), La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale, Museo Etnografico “Palazzo Veneziano”, Malborghetto – Valbruna (UD), Comunità Montana del Gemonese, Canal del Ferro e Valcanale, 2015, p. 48. 

venerdì 12 agosto 2016

In luce. Storia e simbologia dell’illuminazione, Udine


Questo volume esce come corredo alla mostra organizzata col titolo medesimo dal Museo Etnografico del Friuli. L’originale rassegna, sostenuta da Amga – Heragroup, è stata visitabile a Udine dal 15 dicembre 2015 al 29 maggio 2016, presso il museo stesso in Via Grazzano al civico numero 1.
La mostra è stata curata da Tiziana Ribezzi (conservatore del Museo Etnografico), Lucia Stefanelli (dell’Archivio di Stato di Udine) e Lucio Fabi (storico), con le eccezionali fotografie di Ulderica Da Pozzo.


Come spiega Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, nella prolusione il museo friulano “ha raccolto l’iniziativa di educazione e sensibilizzazione voluta dall’UNESCO e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU” di dichiarare il 2015 Anno internazionale della Luce e delle tecnologie basate su di essa.

È significativo l’apporto dell’Azienda municipalizzata del gas e dell’acqua, perché la vita di tale attività pubblica coincide con la  storia della pubblica illuminazione cittadina. Udine fu una delle prime città al mondo ad essere illuminata mediante l’energia elettrica, con il grande contributo di quel genio che fu Arturo Malignani. “Era il 1888 – spiega Romano Vecchiet, dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche a Udine, nella seconda prolusione del volume – Il giovanissimo Malignani, ideatore di un brevetto che garantiva alla lampadina una vita ben superiore a quella prodotta da Edison, con risultati commerciali decisamente molto promettenti, si imponeva sulla scena mondiale”.

Lo stesso Malignani volle l’introduzione del tram elettrico. Dapprima solo urbano e poi anche verso Feletto, Tavagnacco, Tricesimo e Tarcento (con le carrozze bianche, la “vacje blancje” – diceva la gente, per via della tromba di segnalazione, molto simile al muggito). Poi il tram andò pure verso San Daniele, con le carrozze verdi.

Il primo saggio, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, inizia con la storia del fuoco per arrivare alla lampadina elettrica e al led (Light Emitting Diode), passando per la torcia, la lucerna, la candela, il lume ad olio, la lanterna.
È sulla lampadina inventata da Malignani che ci si sofferma. Quanti in città o in Friuli conoscono la sua geniale scoperta? Nel 1884 presenta la sua invenzione alle autorità cittadine. Era al corrente delle invenzioni di Thomas Edison e del piemontese Alessandro Cruto. Essi avevano creato le primordiali lampadine di filamento a incandescenza, ma avevano una bassa durata.
Allora Malignani, oltre che a lavorare bene il vetro, preparò un’ampolla con un filamento di grafite lungo tre centimetri che assicurava una luce più bianca, immobile e di doppia durata e luminosità rispetto al filamento delle lampade di Cruto e di Edison. Malignani inventò anche il modo per creare il vuoto dentro le ampolle che sarebbero diventate lampadine. Mostrò la tecnica a New York a Edison che si comprò subito i diritti di brevetto del sistema chimico-industriale friulano. Tale sistema è impiegato ancor oggi per la vuotatura delle ampolle.
Lucia Stefanelli propone al lettore il saggio col titolo “La luce per la città”. Così scopriamo che nel 1381 il Comune deliberava di tenere acceso un ferale sotto la Loggia comunale e si poteva circolare la notte solo con un lume a mano. Poi sotto l’Austria il progresso portò l’illuminazione a gas, tuttavia fu proprio un guasto, il 19 febbraio 1879, con una fuga di gas la causa di un devastante incendio della Loggia del Lionello. È documentata anche in questo contributo l’attività industriale di Arturo Malignani.

Il saggio successivo, scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato si intitola “La luce per lavorare, viaggiare e nel buio della terra”. Oltre alle lampade dei minatori, vengono descritti i lumi da navigazione, i fari marittimi, le lampade ferroviarie da segnalazione e quelle stradali. Ci sono pure lampade sterilizzatrici per laboratori farmaceutici, oppure quelle per la merlettaia, oppure quelle a luce rossa per lo sviluppo della stampe fotografiche

Il quarto brano è opera di Tiziana Ribezzi, Valentina Annaccarato e Giorgio Linda. Ha per titolo: “La luce, simbolo religioso”. In questo campo candele e candelabri vanno alla grande, ma ci sono pure i putti ceroferari, lanterne processionali e candelabri ebraici per la festa di Chanukkà.

Il quinto contributo scritto da Tiziana Ribezzi e Valentina Annaccarato, si intitola “La luce e l’intrattenimento”. In questo capitolo a farla da padrona è la lanterna magica, con gli spettacoli organizzati in strada nei secoli scorsi.
Sopra: reparto someggiato con riflettore da 60 cm.
Sotto: Riflettore automontato da 90 cm.


L’ultimo saggio sulla Prima guerra mondiale, opera di Lucio Fabi, ha per titolo: “Luci di Guerra”. Qui il repertorio è vario e stimolante. Si va dai riflettori giganteschi montati sui primi camion, alla “Taschenlampe” appesa al collo dei soldati germanici, alle lanterne pieghevoli o da segnalazione, fino alla lampada a carburo o ad acetilene. C’è pure una vezzosa lanterna da marcia a soffietto, oppure le lanterne autoprodotte dai militari stessi in trincea, utilizzando barattoli vuoti di cibo o, addirittura, le bombe a mano svuotate. 

In chiusura dell’interessante volume si trova un paragrafo di Appartati con aspetti di fisica della luce, oppure l’influenza della luce nelle opere d’arte e una bibliografia orientata.

Ogni tanto nel libro fa la sua bella mostra un manifesto sul tema della luce, dal 1898 al 1924. Le  opere sono del Museo di Treviso, Collezione Salce, su concessione del Polo museale del Veneto.

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Curiosità: proprio difronte al museo di Udine è attivo da anni un efficiente negozio di elettricista, dove trovi di tutto. Poi si dice che tante volte sono solo delle coincidenze...


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Tiziana Ribezzi (a cura di), In luce. Storia, arte e simbologia dell’illuminazione, Udine, Quaderni del Museo Etnografico del Friuli, 2016, p. 160. (fotografie b/n e colori).

ISBN 978-88-95752-22-8

martedì 9 agosto 2016

Quattro Villaggi Giuliani a Udine

In base alle mie ricerche i Villaggi Giuliani a Udine sono quattro. Si tratta di case popolari edificate dal 1950 al 1962, generalmente con i fondi dell’UNRRA Casas. Ufficialmente la “United Nations Relief and Rehabilitation Administration” (UNRRA) era un’organizzazione delle Nazioni Unite, con sede a Washington, istituita il 9 novembre del 1943 per assistere economicamente e civilmente i Paesi usciti gravemente danneggiati dalla seconda guerra mondiale. Fu sciolta il 3 dicembre 1947. L’acronimo Casas sta per: Comitato Amministrativo Soccorso Ai Senzatetto.
In base all’Archivio del Comune di Udine nel 1950 ebbe inizio la costruzione delle case del primo Villaggio Giuliano in Via Cormòr Alto, Via Casarsa e Via Cordenons. Fu inaugurato nel 1952, secondo Giuseppe Marsich, esule da Veglia per una quindicina di famiglie. Anche Bruno De Faccio lo ricorda, ma sono soprattutto gli esuli da Pinguente a darne notizie: Onorina e Vittore Mattini, e i fratelli Tancredi.
Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto» ha scritto che l’ingegnere Angelo Morelli De Rossi, di Udine “nel 1946 ha assunto la direzione dell’ufficio interregionale dell’UNRRA Casas, ente preposto alla ricostruzione degli abitati danneggiati o distrutti dai bombardamenti angloamericani o dalle rappresaglie naziste”. I suoi principali lavori furono svolti a Latisana, San Michele al Tagliamento, San Donà di Piave, Nimis, Attimis, Faedis e Forni di Sotto. Gli ultimi quattro sono i paesi bruciati dai nazi-fascisti.
Fascicolo di 32 pagine stampato a Roma verso il 1949.
The Marshall Plan (officially the European Recovery Program, ERP) was an American initiative to aid Western Europe, in which the United States gave over $12 billion (approximately $120 billion in current dollar value as of June 2016) in economic support to help rebuild Western European economies after the end of World War II.
Collezione E.Varutti, Udine

Poi, riferendosi sempre all’ingegnere Morelli De Rossi, il giornalista aggiunge la seguente precisazione: “ha operato anche a favore dei profughi giuliano-dalmati (villaggi a loro destinati a Gorizia, Grado, Monfalcone, Udine e Marghera)”.
C’è chi pensa, allora, che sia stato proprio lui il progettista del Villaggio Giuliano n. 1, quello di Via Casarsa, Via Cordenons, Via Cormòr Alto. Di sicuro l’ingegnere Morelli De Rossi ha progettato due preventori antitubercolari di Sappada, in provincia di Belluno, in base ai documenti dell’Archivio del Comune di Sappada.
I due luoghi di accoglienza alpina per i bambini dell’esodo giuliano dalmata furono edificati nei seguenti anni: il preventorio “Dalmazia”, del 1953-1954 e quello intitolato alla “Venezia Giulia”, del 1960-1964. Ambedue gli edifici sono su progetto dell’ingegnere Angelo Morelli De Rossi di Udine. Al progetto del 1960 ha operato anche Diomede Morossi, che aveva lo studio in Via Aquileia a Udine con Morelli De Rossi.
Ritorniamo, ora, nel capoluogo friulano. 
C'era un "Secondo Villaggio Giuliano" a Udine, inaugurato nel 1956. Sorse in Via Enrico Fruch in alcuni piccoli condomini. Qui abitavano alcuni esuli d'Istria, di Fiume e della Dalmazia, oltre ad altri assegnatari di case popolari. I cortili interni stanno tra Via Fruch e Via Abbazia. Un’altra visuale del villaggio può essere colta tra Via Pola e Via Fruch. Tra gli esuli c'è chi ricorda queste abitazioni come "le case degli esuli giuliani e dalmati", altri come il Secondo Villaggio Giuliano. 
Le notizie sul secondo Villaggio Giuliano a Udine sono state fornite dal professor Daniele D’Arrigo. 

Qui siamo in Via Enrico Fruch e in questi piccoli condomini del 1956 abitavano alcuni esuli d'Istria, di Fiume e della Dalmazia, oltre ad altri assegnatari di case popolari. La fotografia qui sotto riportata mostra l'incrocio tra Via Pola e Via Fruch. 
(Fotografia di Elio Varutti 2015)


All’Ufficio Tecnico del Comune di Udine (il 9 agosto 2016) ho reperito la data di costruzione del terzo Villaggio Giuliano. Quello sorto in Via Sant’Osvaldo al civico numero 42, agli interni 16, 17, 18, 19 e 20. L’apertura del cantiere è del 4 luglio 1957, mentre l’abitabilità è rilasciata il 3 luglio 1962.
Un altro testimone dell’esodo giuliano dalmata, il signor Flavio Serli, ha comunicato di aver abitato nel terzo villaggio giuliano di Udine dall’agosto 1962, dove stavano 36 famiglie in Via Sant’Osvaldo.
Anche la signora Albina Alma Visintin vedova Benolich, esule da San Giovanni di Portole ha ricordato le case del Villaggio Giuliano di Sant’Osvaldo ed è lì che si è svolta l’intervista sul suo esodo.


Poi c’è il Villaggio Giuliano di San Gottardo, che fu edificato nel 1954-1955. Inaugurato nel 1955 col sindaco Giacomo Centazzo, come dalle interessanti immagini diffuse da Alessandro Rizzi nel 2016, qui riportate. Allora i villaggi giuliani sono quattro (secondo le informazioni raccolte fino a settembre 2016). Le ricerche continuano...
Udine - Case del Villaggio Giuliano Sant’Osvaldo, il terzo; era per 36 famiglie di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia.
Fotografia di Elio Varutti 2016

Fonti orali
Le interviste, se non altrimenti indicato sono state condotte a Udine da Elio Varutti, con penna taccuino e macchina fotografica. Ringrazio le seguenti persone per la buona collaborazione alle ricerche:
- Daniele D’Arrigo (1951), Udine, intervista del 23 dicembre 2015.
- Bruno De Faccio, Udine (1933), int. a cura della professoressa Elisabetta Marioni e dei suoi allievi del 12 ottobre 2011.
- Giuseppe Marsich (1928), Veglia “italiano all’estero” (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni), int. dell’11.02.2004.
- Onorina Mattini “Là de Maria Osso” (1924), Pinguente, int. del 15 febbraio 2007.
- Vittore Mattini “Là de Maria Osso” (1929), Pinguente, int. del 15 febbraio 2007.
- Flavio Serli (1954), Umago, vive a Trieste e a Forni Avoltri (provincia di Udine), intervista svolta a cura di E. Varutti a Sappada (BL) il 15 luglio 2016.
- Cesare Tancredi (1933), Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Luciana Tancredi (1935), Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Norma Tancredi (1939), Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Sergio Tancredi (1945), Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Albina Alma Visintin vedova Benolich, San Giovanni di Portole (1936), int. del 27 dicembre 2003.
Fascicolo di 32 pagine stampato a Roma verso il 1949.Pagine interne che citano l'UNRRA. Collezione E.Varutti, Udine

Fonti edite
Comune di Udine, Cinque anni di civica amministrazione. Giugno 1951 – maggio 1956, Udine, Doretti, 1956.


Per i riferimenti biografici all’ingegnere Angelo Morelli De Rossi, direttore dell’ufficio interregionale dell’UNRRA Casas (Veneto - Friuli Venezia Giulia), vedi: Mario Blasoni, “Protagonista della ripresa postbellica”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume III, 2007, pagg. 182-184.

- Elio Varutti, Il campo profughi di via Pradamano e l’associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Comitato di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2007.
Udine - Case del Villaggio Giuliano Sant’Osvaldo, il terzo; era per 36 famiglie di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia.
Fotografia di Elio Varutti 2016
Fondi archivistici
- Archivio del Comune di Sappada, provincia di Belluno.
- Archivio del Comune di Udine.
- Ufficio Tecnico del Comune di Udine.


Collegamenti Internet
- Per i dati e varie fotografie su un Itinerario giuliano a Udine, costruito da una classe di studenti assieme allo scrivente e ad altri professori nel 2013, dove trova posto anche il primo Villaggio Giuliano di Udine, si veda: Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale.

- Per le notizie sul più grosso Centro Smistamento Profughi giuliano dalmati, che sorse a Udine vedi l’articolo scritto nel 2014, con successivi aggiornamenti in questo stesso blog: Il Centro di smistamento profughi istriani di Udine, 1945-1960.

- Riguardo agli intervistati di Pinguente d’Istria, c’è questo articolo del 2015: Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943.

- Per le notizie riportate dal professor Daniele D’Arrigo di Udine nel 2016 sul secondo Villaggio Giuliano, vedi: La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947.

- Per l’intervista a Flavio Serli di Umago sul terzo Villaggio Giuliano di Udine,  vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016).

- Per altre informazioni sui preventori antitubercolari di Sappada per i bimbi dell’esodo giuliano dalmata, vedi il mio contributo del 2016: Preventori antitubercolari di Sappada per esuli istriani, 1945-1978.

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- Fotografie in bianco e nero del 1955-1956 sul Villaggio Metallico e sul Villaggio Giuliano di San Gottardo di Alessandro Rizzi, diffuse nel gruppo di Facebook “Sei di Udine se…” il 16 settembre 2016.
Estate del 1955 il sindaco di Udine Giacomo Centazzo consegna le chiavi delle nuove case del villaggio S. Gottardo agli assegnatari provenienti dal Villaggio Metallico. Fotografia diffusa da Alessandro Rizzi. Foto di Enrico Pavonello. Fonte: Fototeca dei Civici Musei e Gallerie di Storia e Arte, Udine. Nel web con ERPAC © Ente Regionale PAtrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia 

Il Villaggio di San Gottardo nel 1956, dove sono state trasferite le famiglie che abitavano nelle baracche del Villaggio Metallico. Fotografia diffusa da Alessandro Rizzi.

Scene familiari al Villaggio Metallico di Udine, pieno di istriani, fiumani e dalmati, 1947-1955. 
Fotografia diffusa da Alessandro Rizzi.