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domenica 27 maggio 2018

Santo Rosario al Villaggio Giuliano 2018. Bella iniziativa a Udine


C’erano circa 50 persone alla recita del rosario al Villaggio giuliano di Via Casarsa lo scorso 25 maggio 2018. È un tradizione per Udine, iniziata nel 1952 dalle donne istriane, fiumane e dalmate del piccolo villaggio di esuli della zona di Viale Venezia. L’incontro religioso si è tenuto all’aperto davanti all’ancona della Madonna della Rinascita, opera del 1952 di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876 – Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato proprio Madonna della Rinascita.
Fotografia della signora istriana Rosa Viola

Claudio Della Longa, abitante nel quartiere, ha detto nel 2012: “Ricordo che gli istriani del Villaggio giuliano, costituito da una quindicina di case costruite nel 1951-1952, si riunivano vicino alla sacra ancona nel mese di maggio per le preghiere ed il rosario, meravigliando il clero locale. Ricordo poi alcuni loro cognomi: Pesle, Harzarich, Tancredi e Ghersi, che era un Ghersinich”.
L’ingegnere Sergio Satti, esule da Pola, è intervenuto al rosario del 2018 per portare il saluto ufficiale di Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), assente per altri impegni. Erano presenti altri soci e simpatizzanti dell’ANVGD di Udine.
C’è stata una sentita partecipazione di persone del quartiere, ma soprattutto dei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La devota recitazione è stata animata dal sacerdote colombiano padre Juan Carlos Cerquera. Tra i presenti si sono notati i componenti della famiglia Pacco e il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia.
Udine, Villaggio giuliano, Sergio Satti, decano dell’ANVGD di Udine, porta il saluto di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. Fotografia di Giorgio Gorlato

Padre Juan ha ricordato chi ha lasciato tutto in Istria, a Fiume e in Dalmazia per ricominciare a vivere in Friuli. Allora i presenti hanno pregato per chi non c’è più e per chi è scomparso tragicamente al tempo della guerra. Il clima era caldo come la funzione sentita e partecipata. Hanno suonato il maestro Marco Turco e si è esibita una parte del coro inter-parrocchiale, diretto dalla maestra Isabella Comand. Al termine della funzione padre Juan ha dato un ricordo ai partecipanti la medaglia miracolosa in onore alla Madonna. “In cielo c’erano tante rondini – ha detto Eugenia Pacco – ed è stato molto sentito questo rosario, dato che ho visto molte persone anziane commuoversi e don Juan ha dato appuntamento per la messa del 15 giugno prossimo alle ore 20 davanti all’icona della madonnina della rinascita del villaggio istriano”.
Udine, folto pubblico al rosario del Villaggio giuliano. Fotografia di Giorgio Gorlato, 2018
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Fonti orali e digitali
- Claudio Della Longa, 1957, Udine, intervistato da E. Varutti il 30 aprile 2012.
- Eugenia Pacco, Udine 1980, con avi istriani (Parenzo e Dignano d'Istria), messaggio in Facebook del 27 maggio 2018.
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Un altro scorcio del rosario del Villaggio giuliano. Fotografia di Giorgio Gorlato, 2018
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti su dati di Eugenia Pacco. Fotografia della signora istriana Rosa Viola, che vive a Udine e di Giorgio Gorlato, esule da Dignano d'Istria, pure lui residente a Udine.

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Riferimenti nel web
- E. Varutti, Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine, nel blog dal 27 maggio 2017.

domenica 18 giugno 2017

Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine

C’è stata una cerimonia religiosa al Villaggio Giuliano di Via Casarsa a Udine. È stata una santa messa semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19.


È la prima volta che si celebra una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.
La cerimonia religiosa è stata animata da una rappresentanza del coro parrocchiale di San Rocco. Il gruppo corale è formato anche da alcuni residenti del Villaggio Giuliano. Si esibiscono sotto la direzione della cantante lirica Isabella Comand, del maestro d’organo Marco Turco e di Valentino Morellato. Alla messa all’aperto c’era poi la voce solista di Serena, abitante del Villaggio Giuliano. I chierichetti sono della nuova generazione discendenti di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.


Il sacerdote padre Juan Carlos Cerquera ha ringraziato per la magnifica accoglienza e la cura nel tenere il luogo sacro, come hanno raccontato i presenti. Ha aggiunto che è stato proprio bello celebrare una funzione cosi intensa, con oltre trenta persone. Ha affidato alla Santa Vergine tutte le intenzioni degli astanti. Don Juan Carlos le ha idealmente depositate nel calice e le ha offerte ai piedi della Madonnina.

Un altro parere di una signora presente. «Ecco una cosa bella che mi piace ricordare – ha detto Eugenia Pacco, con avi di Parenzo e di Dignano d’Istria – in questa funzione, alla quale ha partecipato anche gente estranea al Villaggio Giuliano, si è sentito certo il senso di appartenenza alla comunità istriana e dalmata, ma pure alla realtà parrocchiale. È una comunità grande che coinvolge ben quattro parrocchie: San Giuseppe, San Rocco, Cormor e Tempio Ossario; tutto ciò sta avvenendo grazie al nuovo sacerdote vincenziano don Juan Carlos Cerquera».

Alla cerimonia hanno partecipato pure alcuni soci dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Era presente anche il signor Alberto Nadbath, di Udine, col papà di Abbazia; è stato lui a pulire la scultura in bronzo, il cippo in pietra chiara e l'area ove sorge il luogo sacro del Villaggio Giuliano di Udine. 
Vedi:  Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine, 2017.

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Ringrazio Eugenia Pacco per le fotografie della cerimonia religiosa.

Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, 1952. 
Fotografia di E. Varutti

sabato 27 maggio 2017

Il rosario al Villaggio Giuliano di Udine

È stato recitato il Santo rosario in ricordo di tutti gli istriani vivi e defunti al Villaggio Giuliano di Udine in via Casarsa. 

L’evento religioso si è tenuto il 26 maggio 2017 con la partecipazione dei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La devota recitazione è stata animata dal nuovo sacerdote colombiano padre Juan Carlos Cerquera.
Tra i presenti c’erano le famiglie Pacco, Battistella e il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia. Lui, con la varechina ha spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ha sistemato i mattoni alla base del cippo, trasformando l’ancona in un gioiellino di preghiere popolari. Si sono unite al rito anche alcune famiglie di Viale Venezia, dove è stato fabbricato il Villaggio Giuliano, una quindicina di case costruite nel 1951-1952 «coi schei dei americani».


Proprio in quel luogo, sin dal 1952-1953, le donne giuliane e dalmate si riunivano a maggio per recitare il rosario, attirando altre donne e uomini del quartiere. Gli udinesi così si mescolavano con i profughi giuliani, fiumani e dalmati nel rito religioso spontaneo, meravigliando il clero locale.


L’evento si è ripetuto nel 2017. «È stata una serata molto bella – ha detto Eugenia Pacco – e la preghiera ha unito la terra e il cielo, su molti visi dei presenti ho visto scendere una lacrima».

Il parroco ha poi proposto di celebrare una messa davanti alla Madonnina della Rinascita in futuro. Ha incoraggiato tutti a continuare e a invitare anche le nuove generazioni. Bisogna trasmettere a loro questi sani valori. Bisogna ricordare la storia del popolo istriano, fiumano e dalmata per condividere con i giovani e con gli stranieri come padre Cerquera questa preghiera. Così la storia potrà portare pace e unità tra i popoli.


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Si ringrazia Eugenia Pacco per le fotografie


mercoledì 5 aprile 2017

Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine

La vedevo sempre più pulita e lucidata. Ogni volta che passavo vicino alla ancona della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, la vedevo sempre più linda. 
L'ancona votiva di Via Casarsa a Udine, al centro del Villaggio Giuliano. 2017

Ricordo che nel 2013 la pietra aveva una grossa macchia scura di smog. Persino i mattoni del basamento erano un po’ ballerini. Il bassorilievo in bronzo, opera di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876 - Roma 1962), era tutto scuro.
Proprio in quel luogo, sin dal 1952-1953, le donne giuliane e dalmate si riunivano a maggio per recitare il rosario, attirando altre donne e uomini. Gli udinesi così si mescolavano con i profughi giuliani, fiumani e dalmati nel rito religioso spontaneo, meravigliando il clero locale.
L’effigie della Madonna è ricordata da un professore udinese. È Claudio Della Longa, che ha detto: «Ricordo che gli istriani del Villaggio Giuliano, costituito da una quindicina di case costruite nel 1951-1952, si riunivano vicino alla sacra ancona nel mese di maggio per le preghiere ed il vespero».
Il signor Giuseppe Marsich, esule da Veglia, ricorda di essere andato ad abitare verso il 1952 nel Villaggio Giuliano di Udine. «Xe case fate coi schei de l’UNRRA CASAS, dei americani nelle strade de Via Casarsa, Via Cormòr Alto e Via Cordenons, jera tutti campi in quella volta». Al Villaggio Giuliano ci abitano, o ci hanno vissuto, o lo conoscono anche i signori Tancredi e i fratelli Mattini di Pinguente. «Al Villaggio Giuliano de Udine jera tanti scampadi da Pinguente – hanno ricordato».
Poi ad un certo punto, nel 2016, è comparsa pure una piccola targa con la seguente scritta: “VILLAGGIO GIULIANO / 1953 / PROFUGHI ISTRIANI-DALMATI”. Chissà chi è stato a posizionarla? E chi è stato a lucidare, restaurare e pulire tutto l’insieme?
Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, bronzo, Villaggio Giuliano di Via Casarsa, di Udine. 2017

Finalmente ho scoperto chi è l’autore del restauro e della pulizia della sacra immagine di Via Casarsa. «Son sta mi a lustrar la Madonna del Villaggio Giuliano, perché abito lì – esordisce così il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia – e con la varecchina ho spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ho sistemato i mattoni alla base».
Di antica origine ungherese il signor Nadbath mi accenna al fatto che con la nonna, pure lei esule, dopo il 1947-1948 «si poteva parlare solo in tedesco». Come si chiamava suo padre? «Mio padre era Gualtiero, detto Walter, classe 1913, nato ad Abbazia e morto a Udine nel 1996. Era finito in Africa per la guerra del 1940, poi gli inglesi l’hanno fatto prigioniero e recluso in India e poi in Gran Bretagna, dove con altri italiani dovevano lavorare a raccogliere patate con un cucchiaio, sembra incredibile a raccontarla».
Alberto Nadbath mi riferisce qualcosa sul vecchio parroco di S. Giuseppe «oggi c’è un colombiano che ha un mucchio di parrocchie da seguire! Invece don Armando, che lo ha preceduto, ci raccontava di avere conosciuto i profughi del Villaggio Giuliano, perché prima alcuni di loro erano al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano. È stato lui, don Armando, a continuare la tradizione del rosario a maggio presso l’ancona della Madonna del Villaggio Giuliano. Io tengo pulita e ordinata l’opera, aggiungo il ghiaino e ho messo la targa di ricordo».
Signor Nadbath ha qualche altro fato da raccontare su quel sacello? «Sì, mi ricordo che da bambino con gli altri figli degli esuli giuliano dalmati giocavamo a nascondino – risponde Nadbath – e il libera-tutti era proprio lì sul marmo della Madonna; chi stava sotto doveva appoggiare la testa sul braccio alla pietra e ad occhi chiusi contare, mentre gli altri andavano a nascondersi… Ah che robe!»
Per caso ha dei parenti che con l’esodo sono andati all’estero? «Sì, so che ci sono miei parenti finiti a Vienna – è la conclusione di Alberto Nadbath – ed altri ancora negli Stati Uniti d’America, sa siamo un po’ sparsi pel mondo».
Progetto delle abitazioni del Villaggio Giuliano di Via Cormòr Alto, Via Casarsa, Via Cordenons a Udine, studio di Roma, 1950. Archivio del Comune di Udine

Altri ricordi sui profughi giuliano dalmati
Il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano a Udine, da dove passarono oltre 100 mila esuli, è ricordato anche dal signor Roberto Zini, un toscano che ho incontrato ad una delle manifestazioni sul Giorno del Ricordo. «Abitavo di fronte al Bar Cantoni, in piazzale Cavalcaselle e passavo in Via Pradamano negli anni 1950-1955 e sentivo ogni giorno un grande odore di minestrone. E pensavo: Ma quanto minestrone faranno lì dentro?». Ricorda qualcosa d’altro sui profughi giuliano dalmati? «Mi viene in mente che i preti del Campo Profughi erano quelli della parrocchia del Carmine, come don Armando Bassi, don Giovanni Perosa, che poi andò a Pagnacco».
A volte i ricordi paiono insignificanti, ma in poche parole è detto molto. È il caso del signor Gino Nonino, abitante in Baldasseria, nella stessa zona del CSP di Via Pradamano. «Era tutta brava gente, alcuni istriani si sono sposati con la gente di Baldasseria, loro stavano al Campo Profughi di Via Pradamano, me li ricordo, tutti gran lavoratori!»
Ho intervistato oltre 300 persone sull’esodo giuliano dalmata e sulla vicenda delle foibe, ma certi racconti vengono in mente quando si è vicini al Giorno del Ricordo. Il silenzio dei profughi si stempera vieppiù quando cade il 10 febbraio di ogni anno. «La cugina di mio marito – ha riferito Rita Fontanello – è di Dignano d’Istria e non voleva che si parlasse mai dell’Istria o di Jugoslavia. Si doveva parlare sottovoce di quei posti in sua presenza. Lei diceva che le venivano in mente le voci. Si riferiva alle grida degli infoibati ancora vivi. Quelle voci venivano ascoltate dai paesani vicino alle foibe. Tutto ciò le faceva molto dolore. Non si doveva mai parlare di Istria con lei».
La targa posta da Alberto Nadbath nel 2016 sul sacello della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, 2017

Contatti con profughi giuliano dalmati e loro discendenti
Alcuni discendenti di profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia mi contattano nei social media (Google, Facebook, LinkedIn ed altri). Ornella Dall’Alba mi ha scritto che «Il senso della patria perduta è quello che ha accompagnato mio padre, Manlio Dall’Alba, esule fiumano, per tutta la vita, che ebbe alcuni amici uccisi nella foiba». Manlio Dall’Alba, alla data dell’11 febbraio 1947, risulta del Comitato Giuliano di Roma, Ufficio di Fiume, come si legge nelle riviste della Società Studi Fiumani.
Nello stesso gruppo di Facebook Rita Mattioli, di Parenzo, ha descritto un momento della vita in un Centro Raccolta Profughi, quello di Marina di Carrara, spiegando come dormivano: «Noi a Marina di Carrara con le coperte e brandine da campo». Vedendo una fotografia del Centro Smistamento Profughi di Udine, c’è chi digita alcune stentate parole. È successo a Nicolò Zupcich, nato a Zara, durante la seconda guerra mondiale, che ha scritto in dialetto: «Madre e fradei i stava in sto campo; i me gà contà in un altro a Roma, Centocelle, ex caserma. Maledetta guerra».
C’è chi vede una fotografia nel web e si mette a scrivere un messaggio carico di affetti. È successo a Marina Zappetti, di Bolzano, dopo aver letto il mio articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, riguardo al Centro Raccolta Profughi di Firenze di Via Guelfa. «Nella foto di gruppo riconosco i miei amatissimi zii Nerucci e Romano Tuntar, quanti racconti su Via Guelfa e sul nido/asilo della Manifattura Tabacchi di Firenze».
Altri si chiedono se c’è qualche parentela tra i lettori del social media, come Maria Tuntar, di Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, che ha scritto: «Chissà Romano Tuntar forse era parente nostro? Io sono nata a Laterina, Arezzo». Qualcuno si commuove nel leggere l’articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, venuta via col piroscafo “Toscana” e le invia un messaggio affettuoso. È il caso di Claudio Ispa, di Pola, che ha scritto: «Eravamo sulla stessa nave, mi gavevo sette anni. Un saluto caro a te e famiglia»
Gianna Villatora, di Pola, il 22 dicembre 2016, riguardo all’esodo col piroscafo “Toscana”, mi ha comunicato che: «Anch’io nel 1947 da Pola a Grado, avevo due anni e mezzo, credo con lo stesso piroscafo… non so se a Trieste o Venezia, poi siamo stati a Grado, ex provincia di Gorizia».

Il Villaggio Giuliano di Udine in uno scorcio da Via Casarsa

Fonti orali, del web e ringraziamenti
Ringrazio le seguenti fonti orali per la disponibilità riservata. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate, se non altrimenti riportato.
- Ornella Dall’Alba, messaggi in Facebook, nel gruppo “Esodo Istriano per non dimenticare”, del 4 e 5 maggio 2016.
- Claudio Della Longa, 1957, Udine, intervista del 30 aprile 2012.
- Rita Fontanello, 1947, San Michele al Tagliamento, Venezia, int. dell’11 febbraio 2017.
- Claudio Ispa, 1940, Pola, vive a Rivarolo Canavese, Torino, messaggio in Facebook del 19 gennaio 2017
- Giuseppe Marsich, 1928, italiano all’estero, Veglia, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del giorno 11 febbraio 2004. Suo fratello, Livio Marsich (Veglia 1932-Udine 2011) ha voluto che dopo il suo funerale, svoltosi a Udine nella Chiesa di San Rocco gremitissima di parrocchiani ed esuli, le sue ceneri riposassero a Veglia, oggi Croazia.
- Onorina Mattini “Là de Maria Osso”, 1924, Pinguente, int. del 10 febbraio 2017.
- Vittore Mattini “Là de Maria Osso”, 1929, Pinguente, int. del 15 febbraio 2007.
- Rita Mattioli, Parenzo, vive a Torino, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Alberto Nadbath, 1951, Udine, int. del 2 aprile 2017.
- Gino Nonino, 1944, Baldasseria, Udine, int. del 17 aprile 2016.
- Cesare Tancredi, 1933, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Luciana Tancredi, 1935, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Maria Tuntar, nata nel CRP di Laterina, ex provincia di Arezzo, vive a Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Gianna Villatora, 1944, Pola, messaggio in Facebook del 22 dicembre 2016.
- Marina Zappetti, di Bolzano, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Roberto Zini, 1938, Pistoia, int. del 20 febbraio 2015.
- Nicolò Zupcich, Zara, messaggio in Facebook dell’8 febbraio 2017.

Udine - Villaggio Giuliano con l'icona della Madonna della Rinascita in basso a destra, 2017

Bibliografia e sitologia
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, “Cara maestra, le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine, 1948-1963”, «Sot la Nape», Bulletin of the Friulian Philological Society, Udine, Italy, 2008.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, 2015, pagine 128.
- E. Varutti, Quattro Villaggi giuliani a Udine, articolo nel web del 2016.
Per i dati su un Itinerario giuliano a Udine, costruito da una classe di studenti assieme allo scrivente e ad altri professori nel 2013, si veda: Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale.
- Per le notizie sul più grosso Centro Smistamento Profughi giuliano dalmati, che sorse a Udine vedi l’articolo scritto nel 2014, con successivi aggiornamenti in questo stesso blog: Il Centro di smistamento profughi istriani di Udine, 1945-1960.
- Riguardo agli intervistati di Pinguente d’Istria, c’è questo articolo del 2015: Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943.
- Per leggere un’intervista a Flavio Serli di Umago vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016).
- Per una ricerca sul senso della patria fiumana perduta e altre notizie riportate dal professor Daniele D’Arrigo di Udine, nel 2016, vedi: La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947.

- Un articolo nel web sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, Da Pola al Centro Profughi di Firenze, con pareti di cartone, 2017.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti 

giovedì 12 gennaio 2017

Il cammino degli esuli istriani a Udine, 1945-1960

Graziella Dainese ha voluto ripercorrere a Udine le strade fatte dalla sua mamma e dai nonni dopo l’esodo da Parenzo. Il 20 ottobre 1948 essi passano da un Centro Raccolta Profughi di Trieste, così definito “Displaced Persons Assembly Centre”. Dato che non esisteva ancora la definizione internazionale di “rifugiato”, la traduzione più efficace potrebbe essere: “Centro per Persone Senza Patria”.
Graziella Dainese sotto la lapide che ricorda Il Centro Smistamento Profughi di Udine

Giova ricordare che il capoluogo giuliano apparteneva al Territorio Libero di Trieste (1945-1954). Il 28 ottobre la Polizia di Frontiera italiana vidima “per entrata” al valico ferroviario di Monfalcone il passaporto provvisorio n. 11.072 di Casarsa Elvira, la madre della signora Graziella Dainese. Elvira è nata a Parenzo il 29 maggio 1928, figlia di Luigi e di Giovanna Zucco (Collezione Graziella Dainese, Portogruaro). Sono diretti a Udine.
Dalla stazione ferroviaria, alla quale arrivavano da Trieste, o da Monfalcone, i profughi giuliano dalmati si recavano al Centro Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano
Lapide posizionata dal Comune di Udine a 60 anni dal Diktat e dall'apertura del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano 21

Durante il cammino-pellegrinaggio sui luoghi dell’esodo familiare spiego alla signora Dainese che, come ho saputo dal signor Leonardo Cesaratto, impiegato del CSP di Udine, certe volte per portare i profughi dalla stazione al CSP c’erano delle camionette. I mezzi militari erano guidati dagli stessi istriani esuli, che si erano fatti assumere dalla polizia a tale scopo. Si percorre a piedi Viale Europa Unita, poi i profughi salivano sul cavalcavia che porta direttamente in Via Pradamano al civico numero 21, sede del CSP, dal 1947 al 1960.
Ho mostrato alla professoressa Dainese i bar-osteria dove andavano i profughi per una partita a briscola, tuttora esistenti: bar Franzolini e bar Fusâr. Ho mostrato il tabacchino dove si compravano le sigarette. C’era pure una merceria, come mi ha riferito Giulia Marioni, dove le donne esuli portavano pizzi, lenzuola e, persino qualche monile d’oro, cercando di scambiare quelle cose con del denaro.
Poi abbiamo visto il palazzo del CSP, oggi è una scuola media di primo grado. Dal Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano transitano, dal 1947 al 1960, oltre cento mila “senza patria”, come li chiamano gli anglo-americani, che all’inizio dirigono le operazioni. 
A ragione si può dire, allora, che Udine sia stata la Capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Essi vengono smistati nei 109 CRP sparsi per l’Italia, soprattutto nel centro nord. La visita è finita così. Ho mostrato dove le profughe sciorinavano i panni al sole dopo il bucato, come mi ha raccontato il signor Remo Leonarduzzi, custode del CSP.

Carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano)di Franco Leo Dainese, del Comune di Parenzo, 13 maggio 1946 

Udine capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia
Quest’anno ricorre il 70° anniversario del Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. Da quel fatto l’Italia sconfitta perde l’Istria, Fiume e Zara, assieme ai territori coloniali. Dalla fine della seconda guerra mondiale la città di Udine diviene luogo di accoglienza di migliaia di profughi giuliano dalmati. Per i primi profughi arrivati a Udine, nel 1945, vengono preparati circa duemila pasti al giorno alla mensa pubblica.
Udine, Villaggio Metallico, La "Baraca ciesa" 1946-1958...Fotografia da Facebook

Dal 9 maggio 1945 al 1946, è allestito un primo Centro di Raccolta Profughi (CRP) presso la vecchia scuola succursale della “Dante Alighieri” in Via Gorizia, più precisamente in Via Monte Sei Busi, nelle vicinanze di un vecchio camposanto. La struttura è al comando del tenente Previato: pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Nelle vicinanze di Via Gorizia c’è un acquartieramento di truppe inglesi: un centinaio di prefabbricati metallici, tipo bidonville, con alte torri di guardia e mitragliera pesante. Quando gli inglesi lasciano Udine, nel 1946-1947, quegli spazi, divenuti di proprietà dell’esercito italiano (caserma Spaccamela), dopo regolare richiesta, sono occupati dagli istriani e da altri sfollati. È il Villaggio Metallico. Oggi lì ci sono le roulotte degli zingari. Quando il CRP è pieno, allora si mandano i profughi a dormire in altri posti, come all’asilo notturno; così accade il 23 ottobre 1946 a Franco Leo Dainese, da Parenzo, autorizzato a pernottarvi per cinque giorni, come risulta dal documento custodito dalla figlia Graziella Dainese, di Portogruaro.
Nel 1947 è ricordata un’altra bidonville per i profughi istriani nella frazione di S. Gottardo, nella periferia est di Udine, dove sorge poi un Villaggio Giuliano. In base all’Archivio del Comune di Udine nel 1950 ebbe inizio la costruzione delle case del primo Villaggio Giuliano in Via Cormòr Alto, Via Casarsa, inaugurato nel 1952. Altre case per loro sorgono a Sant’Osvaldo e in Via Fruch.


Buono pasto al Posto di ristoro della Assistenza Post-bellica di Udine per il profugo istriano Franco Dainese, del 23 ottobre 1946

Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946
Mio papà – dice Graziella Dainese – ricorda che i tedeschi, nel 1943, dopo el ribalton chiesero ai giovani riuniti in piazza, a Torre di Parenzo, se volessero stare con la Landschutz (militari di difesa territoriale) o con i partigiani. I giovani istriani si divisero un po’ di qua e un po’ di là della piazza. Quelli schierati con i partigiani li hanno ammazzati tutti. Mio papà si è salvato perché aveva scelto la Landschutz, ma cosa vuoi capire a 17-18 anni? Poi i tedeschi li portarono in treno verso l’Austria, ma a Tarvisio, con altri compagni di viaggio, papà riuscì a scappare, per tornare a piedi e con mezzi vari fino a Parenzo, per restare lì fino al 1946.
Certe volte l’esodo giuliano dalmata nasce dalla confusione, oltre che dalla paura della violenza dei titini, che agiscono per rivalsa contro gli italiani, viste le angherie sofferte sotto il fascismo e per la pulizia etnica, o per quella politica. El ribalton, prima di tutto, è l’elemento disorientante. Tanti esuli chiamano così la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 ed il conseguente armistizio di Badoglio con gli alleati, comunicato il successivo 8 settembre. Ciò causò l’invasione tedesca dell’Italia, anche se già vari reparti nazisti stazionavano nella Penisola. Un altro ribalton capita quando i riva i titini e i vol farla da paroni.
Il caos è totale. In Istria, dopo i primi casi di uccisioni nelle foibe del mese di settembre 1943 – i nomi degli ammazzati sono pubblicati su «Il Piccolo» del tempo – arrivano i tedeschi, che dagli istriani sono visti come dei “liberatori”, in quanto fanno tornare “in bosco” i partigiani comunisti e poi fanno da scorta ai pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich di Pola, che inizia a riesumare le salme degli italiani infoibati, mentre i titini gli sparavano addosso. Non si dovevano scoprire le uccisioni nelle foibe, secondo gli jugoslavi.
Mensa al Centro Smistamento Profughi di Udine, anni 1947-1950. Fotografia del Gazzettino

Verso la fine del conflitto, i tedeschi in fuga, usano per retroguardia reparti di cetnici (jugoslavi monarchici) e più a nord, a Gorizia e Udine, persino gruppi di cosacchi (alleati di Hitler). La gente si muove tra spie, voltagabbana, sparizioni, furti, bombardamenti, saccheggi, militari di ogni sorta, campi di concentramento nazista e partigiani titini assetati di vendetta contro i talijanski.
Franco Leo Dainese nasce a San Michele al Tagliamento, in provincia di Venezia, nel 1924 e muore a Gorizia nel 1987. La sua famiglia si era trasferita a Parenzo per lavoro, continua così la testimonianza della professoressa Graziella Dainese, residente a Portogruaro, in provincia di Venezia.
Finita la guerra, i partigiani titini ricevono dagli inglesi decine di migliaia di militari jugoslavi alleati dei nazisti, disarmati dai vincitori. Iniziano, allora, il repulisti di domobranci (militari sloveni e croati collaborazionisti dei nazisti), belagardisti (miliziani sloveni anticomunisti) e ustascia (filo-fascisti croati, antiserbi). Vengono passati per le armi, con i loro familiari, e i loro corpi finiscono nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave di sabbia o nei trinceroni aperti dalle squadre della Organizzazione TODT, nel penoso tentativo nazista di fermare i carri armati alleati.
Anche il dopoguerra non è semplice da affrontare. A Parenzo, come in altre parti dell’Istria, nasce la “Slavensko Talijanska Antifašistička Unija”, ossia l’Unione Antifascista Italo-Slava, dove gli italiani, con sentimenti di sinistra, sono messi lì a fare da “copertina”, perché l’obiettivo di Tito è di “slavizzare” tutto. Quelli che capiscono l’andazzo se la filano alla svelta.

Tessera dell'Unione Antifascista Italo-slava, Collezione familiare privata, Venezia

Com’è allora l’esodo da Parenzo di Franco Dainese, nel 1946?  Franco Leo Dainese si fa rilasciare una carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano) dal Comune di Parenzo il 13 maggio 1946. Il documento è curioso, perché reca la marca da bollo verde da 10 centesimi, regolarmente timbrata in croato, però con l’effigie del re d’Italia, Vittorio Emanuele III, pur con l’annullo slavo di Rijeka, ossia Fiume, per “L. 100” – Lire italiane!
Poi egli è esule a Loreo, in provincia di Rovigo, dal 1946, presso alcune sue zie. Il suo itinerario dell’esodo prevede un passaggio per Udine. Il 28 ottobre 1946, infatti, è accolto all’asilo notturno di Udine, in Vicolo Porta Nuova, per cinque notti, secondo la tessera rilasciatagli del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, sezione di Udine.
Per il cibo può godere di un buono pasto “per 4 giorni” del 28 ottobre 1946, presso il Posto di Ristoro della Post-Bellica, dipendenza del Ministero dell’Interno, secondo il biglietto rilasciatogli dal Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, Sezione di Udine. Il buono pasto è scritto sul modello prestampato per la Commissione Pontificia d’Assistenza, segno che fino a poco prima si occupava dell’accoglienza la struttura ecclesiastica, piuttosto che quella statale, andata in dissolvimento.
Come gli oltre centomila esuli giuliano dalmati passati per Udine, anche Franco Dainese dalla stazione ferroviaria passa al Centro Raccolta Profughi (CRP). Nel 1946 il punto di accoglienza è ancora situato nella zona di Via Gorizia, come diceva la gente. In realtà è in Via Monte Sei Busi, dove oggi ci sono le roulotte dei rom.  Il CRP è presso la vecchia scuola succursale delle “Dante Alighieri” di via Gorizia, nelle vicinanze di un vecchio camposanto, nella zona a nordest della città. La struttura era al comando del tenente Previato. Erano pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Dopo la breve permanenza a Udine Franco Dainese è destinato al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove sta per vari mesi. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira Casarsa e Franco Dainese, che già si conoscevano dalla adolescenza a Parenzo, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra molti documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata direttamente) dell’esodo dei suoi cari. Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo. È un posto troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una bimba, appunto: Graziella Dainese. Il 14 novembre 1951 la sconvolgente alluvione del Po li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18 di Trieste, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si accrescono in eccesso. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo negli zuccherifici. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave, Gorizia e Portogruaro.

Libretto dei ricordi dell'esodo dei familiari di Graziella Dainese. Spiccano le dediche e le firme di Bojan Horvat, del Museo del Territorio Parentino, Parenzo e di Graziano Musizza, presidente della Comunità Nazionale Italiana di Parenzo.
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Fonti orali
Ringrazio e ricordo le seguenti persone per la disponibilità riservata a testimoniare e a mostrare fotografie, manoscritti e documenti di famiglia. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate.
- Leonardo Cesaratto (Bucarest 1926 – Udine 2011), impiegato del CSP di Udine, int. del 26 gennaio e dell'11 febbraio 2004.
- Graziella Dainese (Rovigo 1951 - Caorle, VE, 2022) residente a Portogruaro, provincia di Venezia, int. del 4 gennaio 2017.
- Remo Leonarduzzi (Ragogna, provincia di Udine 1926-2005), custode del CSP di Udine, int. del 16 febbraio 2004.
- Giulia Marioni (Udine 1952), nata e vissuta di fronte al CSP di Udine ed ivi curata nell’infermeria, dopo il morso del cane, all’età di quattro anni, int. dell’11 dicembre 2014.

Collezioni private
- Collezione Graziella Dainese, Portogruaro.
- Collezione familiare privata, Venezia.

Riferimenti bibliografici e nel web
- Marco Corazza, Portogruaro. Se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il Tribunale la documenta, «Il Gazzettino», 22 Settembre 2015
- Vito Digiorgio, Un pezzo della mia terra. Portogruaro: La storia di Elvira Casarsa, profuga italiana«http://www.portogruaro.net»28-08-2014
- Remo Leonarduzzi, La ex-GIL di Via Pradamano, «Baldasseria 78», 1978, pp.6-7.
- Una versione del presente articolo è stata pubblicata su infofvg.it il 9 gennaio 2017 col seguente titolo: Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946.
- Elio Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, 2015.
Per un approfondimento sui massacri di militi sloveni e croati perpetrati dai partigiani titini dal 1941 al 1952 si può vedere il seguente complesso libro, anche se secondo alcuni storici è di non facile utilizzazione in sede accademica:
Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, (1.a edizione: Lubiana, Grosuplje 1998, col titolo tradotto in italiano: I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime 1941-1948, di Franc Perme, Anton Zitnik, pp. 277), Lubiana Grosuplje, Associazione per la Sistemazione dei Sepolcri Tenuti Nascosti, 2000. Edizione italiana [considerata dagli AA. come la terza]: Slovenija 1941, 1948, 1952. Anche noi siamo morti per la patria. “Tudi mi smo umrli za domovino”. Raccolta, Milano, Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia, Mirabili Lembi d’Italia, [2005, l’anno di stampa è dedotto, fra le pagine 380 e 381, nella didascalia delle fotografie a colori n. 22-23], pp. LXVI-792, euro 30.
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Commenti del web
Sul presente articolo ho ricevuto vari commenti in posta elettronica, nei social media e 35 condivisioni in Facebook (al 14 gennaio 2017).
Sergio Satti, esule da Pola a Udine, per anni vice presidente del locale Comitato Provinciale dell’ANVGD, mi ha scritto: « Testimonianza che a distanza di tanto tempo fa ricordare il nostro drammatico periodo storico ricordato ancora da quei pochi profughi che sono ancora vivi, ma che vogliono trasmettere ai figli e nipoti la loro storia e come si superano tutte le difficoltà della vita con coraggio».


Da Trieste la signora Laura Brussi, esule da Pola e il signor Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, oltre ai graditi complimenti per il lavoro di ricerca svolto, sono andati a scomodare niente meno che Dante Alighieri, nel loro apprezzabile e colto commento all’articolo: «Gentile Professore, abbiamo apprezzato il Suo articolo relativo alle vicende della famiglia Dainese: in effetti, la grande storia è spesso l’espressione di tante microstorie, e questo è il caso. È sempre significativo apprendere quanto sia stato “duro calle lo scendere ed il salir per l’altrui scale” attraverso lunghe e stressanti peregrinazioni: in tutta sintesi, il prezzo della fede!».

Da Udine il signor Giorgo Gorlato, esule da Dignano d’Istria, mi ha scritto le seguenti confortanti parole: «Caro prof. Elio Varutti, ti ringrazio molto per avermi dato notizia dell’interessante articolo che racconta l’avventurosa vicenda dell’esodo da Parenzo della mamma e dei nonni della professoressa Graziella Dainese. È questa una ulteriore "perla" che si aggiunge al  lavoro  che, caro prof. Varutti, stai ormai da tempo portando avanti. Un lavoro davvero "prezioso" ed impagabile che, pezzo dopo pezzo, contribuisce a ricostruire in modo oggettivo, serio, privo di acredine ma basato su dati di fatto e testimonianze dal vivo inconfutabili, la storia di una parte d’Italia perduta a causa di una guerra dissennata ed il conseguente esodo degli italiani dell’Istria e Dalmazia. 
Dalla memoria storica e dal rispetto del suo passato si misura la civiltà di un popolo. Per questo noi esuli (ormai rimasti in pochi) dobbiamo esserti oltremodo grati per il tuo costante impegno volto alla ricerca della verità che hai trasmesso e che trasmetti ai tuoi studenti ed a tante persone che manifestano l’esigenza di "conoscere" la drammatica realtà di fatti accaduti in un tragico passato che si è voluto per troppo tempo tenere nascosto o, addirittura, ignorare o minimizzare. Ancora un  grazie sincero ed un abbraccio».


Da Cividale del Friuli il dottor Franco Fornasaro, nato a Trieste, con origini Piranesi, mi ha inviato questo gradito messaggio: «Anche se in ritardo, dovuto a problematiche di vario tipo, ringrazio il prof.  Elio Varutti  per il suo articolo, che contribuisce a mantenere viva una memoria di sofferenze ed ingiustizie che sono ormai o sconosciute, o ritenute un fenomeno lontano, fastidioso e da cancellare. La Storia, però, al di là di ogni revanscismo, pietismo o opportunismo, addita a chi la studia, il cammino della conoscenza e dell’approfondimento che l’ha contraddistinta e…dalle nostre parti, in particolare lungo l’Adriatico Orientale, c’è ancora una storiografia da esaminare nel dettaglio e una messe di oralità  da scoprire.
Al di là di tutto, però, un ricordo sentimentalmente partecipato, e un rispetto storico verso chi ha subito innocentemente i drammatici eventi di quel maledetto periodo! Da qualunque parte si trovasse!
Grazie prof. Varutti.

Di questi incisivi escavatori c’è sempre più necessità…anche per i tempi che corrono attualmente».
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti, se non altrimenti indicato.

mercoledì 21 dicembre 2016

Esodo da Pola nel 1947, dopo le botte

«La mia famiglia è venuta via da Pola il 2 o 3 marzo 1947 col piroscafo Toscana e siamo sbarcati a Venezia – ha raccontato la signora Giorgina Vatta – noi siamo riusciti a portare via anche i mobili e i bauli che sono stati in magazzino per cinque anni a Venezia».
Pola 1906, Erminia Chiudina Piaceri, al centro della foto, con altri bambini. Notare le maglie adornate dell'Arena di Pola e dell'Arco dei Sergi

Quanti eravate? «In quattro – replica la signora Vatta – mio papà Carlo Vatta, nato a Pola nel 1900 e morto ad Anzio nel 1991, mia mamma nata a Pola nel 1903 e morta a Udine nel 1964, mi e mia sorella Elda, che la sta a Roma».
Siete passati dal Campo profughi? E avete ripreso le vostre masserizie? «Per un mese siamo stati al Centro Raccolta Profughi (CRP) di Brescia – ha aggiunto la signora Vatta – e poi per due anni al CRP di Fasano del Garda, in provincia di Brescia, lì le suore ci facevano da mangiare… ah, se stava ben, poi si stava nelle case ammobiliate in affitto, andavo a scuola a Salò… i mobili? Sì, li abbiamo recuperati, ma i tappeti erano inumiditi e rovinati, mancavano certe cose e il mobilio era ammuffito, abbiamo dovuto ricomprare quasi tutto. Si sono salvati i bauli e i cassoni con un po’ di abbigliamento e le bambole, che oggi custodisco gelosamente. Mi ricordo anche una fotografia del 1906 dove mia madre, da bambina, partecipa ad uno spettacolo assieme ad altri bambini che sono vestiti con la maglietta con l’Arena di Pola, oppure con l’Arco dei Sergi».
La bambola dell'esodo istriano. Giocattolo del 1906 regalato alla bambina Erminia Chiudina Piaceri e partito da Pola col Toscana nel 1947; destinazione: Venezia.

Poi cosa è successo? «Mio papà Carlo Vatta e mia mamma Erminia Chiudina Piaceri volevano andare al CRP di Vicenza – ha risposto la testimone – per restare in Veneto, vicin de l’Istria, a Trieste non era sicuro, perché troppo vicino al confine coi sciavi, dopo, nel 1952, ci hanno assegnato la casa al Villaggio Giuliano di Udine e qui ci siamo stabiliti».
Cosa ricorda di Pola? «Me ricordo che son nata vicin della Arena – ha spiegato la signora Giorgina – in Via San Martin, vicin de la ciesa de Sant’Antonio, dopo c’è da dire che mio papà lavorava, col suo negozio di meccanico di biciclette a Pisino e ci eravamo trasferiti là, ma dopo el ribalton [ossia dopo l’8 settembre 1943] alle cinque de matina i sciavi titini i xe vignudi in cinque per ciaparlo e portarlo nelle prigioni del Castel de Montecuccoli».
Carlo Vatta (25 luglio Pola - Anzio 4 marzo 1991). Fotografia tratta da "L'Arena di Pola", 23 marzo 1991.

Ha rischiato di finire ucciso e gettato in foiba? «Sì, proprio così – ha risposto Giorgina Vatta – erano in 80 nelle carceri di Pisino e solo in quattro sono stati salvati dai tedeschi che hanno occupato l’Istria, prima i gà avertido che i bombardava, dopo i gà bombardà Pisino, gà occupà el paese e i sciavi titini scampava. Tutti gli altri civili italiani prigionieri dei titini sarà morti in foiba. Gò visto i soldati italiani abbandonare le armi e scampar mezzi vestiti da civile e mezzi da militare. Allora i miei genitori gà deciso de tornar a Pola dai parenti e semo restadi fin al 1947».
Bambole dell'esodo istriano. Questo giocattolo è di Giorgina Vatta, quando era bambina, chiuso in un baule, ha viaggiato da Pola col Toscana nel 1947 per Venezia.

A Pola cosa succedeva? C’erano violenze contro gli italiani dopo la guerra? «Sì, mio papà xe stado bastonado dai sciavi – ha detto la signora Vatta – lo spetava vicin de casa, a bosco Siana, dove gavevino la bandiera tricolor senza la stella rossa nel mezzo, così lo gà fermà e giù botte coi bastoni, lui cascando xe gà  riparado con la bicicletta e gà fatto el morto, così xe andadi via e lui xe gà salvado, anche se con un po’ de ossa rotte. Gavevimo un rifugio antiaereo vicin de casa e lì gavemo tignudo nascoso un ufficial italiano per due giorni el xe gà salvado anche lui».
Giorgina Vatta, al centro dell'immagine, tratta da "L'Arena di Pola" del 14 novembre 1992.

Qualcuno di famiglia è rimasto a Pola? «Sì, mia nonna Giorgina De Destales, sposata Vatta, resta a Pola – ha precisato la signora Vatta – in una casa con cinque camere, col fio Mario che el iera cieco, de famiglia se stava ben, me ricordo che la nona pagava el medico sciavo con un vaso de porcellana del Giappone, perché el suo primogenito, mio zio Alberto Vatta iera in marineria, navigava per l’Oriente e portava tanti regali a tutti i familiari, come i vasi de porcellana giapponesi».
Ha dei conoscenti all’estero o in giro per l’Italia? «Son vignuda via a diciassette anni – ha concluso Giorgina Vatta – ho perso le amicizie, le simpatie, le conoscenze, lori xe tutti per l’Italia, sarà anche morti… o anche negli Stati Uniti d’America e in Australia… eh! i istriani xe dappertutto».

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Fonte orale: Giorgina Vatta, Pola 1929, intervista effettuata a Udine il 21 dicembre 2016 a cura di E. Varutti.
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Le fotografie, ove non altrimenti indicato, sono della Collezione Giorgina Vatta, esule da Pola, Udine.
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Silvio Cattalini tra due esuli: a destra Giorgina Vatta, da Pola e, a sinistra Egle Tomissich, venuta via da Fiume nel 1948. Natale dell'esule a Udine 2016. Fotografia di E. Varutti.

Cenni bibliografici
Maria Zanolli, “In fuga da Tito, profughi a Brescia. Il giornalista Paolo Cittadini e il suo libro: «I miei nonni hanno vissuto nel campo profughi di via Callegari»”, «Corriere Della Sera», Cronaca di Brescia, 12 febbraio 2012.