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giovedì 15 marzo 2018

Antonio Longhino ha pubblicato Val Resia, 2017

Ecco uno splendido volume ricco di fotografie inedite. Appassionato cultore della tradizione montanara della sua valle, Antonio Longhino ha dato alle stampe Val Resia. Tradizioni e cultura di un popolo, Udine, Tipografia Marioni, 2017. 
Dalla copertina del libro di Toni Longhino "Livìn" appena uscito. Fotografia di Clemente Danilo

È un libro interessante, semplice e col grande pregio della chiarezza espositiva. Stiano parlando di una comunità plurilingue. I resiani parlano (orgogliosamente) l’italiano, il resiano e il friulano (tutelati dalla Legge 482 del 1999). Gran parte del testo è comunque in lingua italiana, con un gustoso glossario iniziale (resiano / italiano).
Dopo una presentazione ufficiale svoltasi a Resia il 28 dicembre 2017, c’è stata una presentazione anche a Udine. Il salone del Quaglio a Palazzo Belgrado, sede della Provincia di Udine era gremito di invitati  mercoledì 14 marzo 2018, alle ore 17.30. I musicisti resiani battevano il tempo e suonavano come se fosse Carnevale. Poi ci sono stati gli interventi di saluto del presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini e del sindaco di Resia, Sergio Chinese. In seguito pure il presidente della Società Filologica Friulana, Federico Vicario ha detto la sua. Ci sono state, infine, alcune considerazioni dell’autore. Al termine un’esecuzione di musiche resiane (patrimonio mondiale dell’Unesco), interpretate dai musicisti Franco Di Lenardo e Pietro Naidon.

Ritorniamo al libro. Certi capitoli hanno il carattere cronachistico, perciò la vita del paese viene descritta citando i giornali del tempo, soprattutto del Novecento, con puntigliosità. C’è l’attività contadina dell’area, ma c’è pure una carrellata sull’attività economica turistica legata al Parco delle Prealpi Giulie. Ci sono alcuni capitoli di storia, dal Patriarcato di Aquileia, alla Serenissima fino a Napoleone; poi ci sono un po’ di parole sulle guerre coloniali, sulla Grande Guerra, fino alla seconda guerra mondiale, con le complicate vicende partigiane.
Non è trascurata la vita religiosa della valle, elencando le chiese, le funzioni legate alla vita: nascita, battesimo, coscritti, matrimonio e morte. Ci sono le rogazioni, la raccolta delle offerte per la chiesa, il dono del formaggio, i tre re magi ed altro. Non potevano mancare i gruppi folcloristici, che alimentano il famoso e caloroso Carnevale resiano (pust), la musica, i cori, i balli e gli strumenti musicali tipici della zona: zitira e bunkula (violino e violoncello). Ci sono pure i giochi dei bambini di una volta.
Resia 1° maggio 1927, Prima Comunione. Collezione Lucillo Barbarino “Matiònawa”, Resia-Udine. Questa foto non è contenuta nel libro di Longhino

Finalmente l’autore fa chiarezza sulla curiosa leggenda dei resiani che provengono dai russi. Nelle 254 pagine del bel volume è scritto che i resiani sono un residuo di grandi movimenti di popoli slavi, a seguito della calata dei Longobardi.
Mi ha colpito un piccolo pezzo di guerra fredda vissuto a Resia nel 1950. “Fu recuperata la salma di Silvio Buttolo di 25 anni da Uccea – scrive Longhino – ucciso dai graniciari jugoslavi (guardie confinarie) mentre stava tagliando legna sul loro territorio. Le Autorità slave rifiutarono di restituire la salma. Disperato e sconfortato, il padre Simeone, di notte, dopo alcuni giorni, riuscì a raggiungerlo, metterlo in un sacco e trascinarlo fino al fiume” (pag. 67).
Sfogliando altre pagine del testo ci si imbatte nelle vicende del terremoto del 1976 e di ciò che avvenne con la ricostruzione e nei decenni successivi. È ben trattata l’emigrazione resiana che portò i famosi arrotini in giro per l’Europa centrale.  Il volume si chiude con l’elenco dei sindaci di Resia.

E. Varutti, Val Resia, olio su faesite, cm. 11,5 x 40, 1994

Bibliografia di Toni Longhino
- I molini della Val Resia, 1987.
- La produzione del sidro in Val Resia, 1988.
- Val Resia terra di arrotini, 1992
- La chiesetta di Podklanaz, 1993.
- Coritis, ultimo paesino della Val Resia, 1997.
- Processioni rogazionali in Val Resia, 2001.
- Sorgenti, acquedotti e fontane della Val Resia, 2004.
- Uccea, un paese di confine, 2005.
- La latteria di San Giorgio di Resia e le malghe della Val Resia, 2009.

Assieme a Alberto Siega, Longhino ha curato questi volumi:
- 20 anni del Circolo resiano di Udine “Rošajanska Dolin” 1980-2000.
- Hlas od Našaha Särza, Voce del nostro cuore. Poesie e racconti, 2002.

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Sitologia
Presentazione libro “Val Resia, Tradizioni e cultura di un popolo” di Antonio Longhino, on-line dal 27 dicembre 2017.

- A. Longhino, Rośajanska pravizaAll’Ombra del Canin / Ta pod Ćanynowo sinco, 72/1, 1999, p. 5.

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Servizio giornalistico, fotografico e di networking a cura di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato. Ricerche nel web in collaborazione con Sebastiano Pio Zucchiatti.

domenica 14 agosto 2016

La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto

L’artista Franca Venuti ha ricreato con maestria la casa contadina della Val Canale in “Shadow Boxes”, o quadri nello spazio, detti anche “diorami”. La Venuti usa una tecnica costruttiva basata su materiali riciclati o di sfrido, in formato “mignon”. 
Franca Venuti, La Stube, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Rivivono così le antiche case della Val Canale nel Museo Etnografico “Palazzo Veneziano” di Malborghetto, in provincia di Udine, con tanto di pupazzi dalle forme umane. Quello che sto recensendo è il catalogo della mostra su detto tema apertasi nel mese di dicembre 2015 e in funzione nel 2016 in tale Museo.
L’autrice riesce così a riprodurre nelle sue opere artistico artigianali in miniatura le antiche atmosfere, pregne di suggestioni del passato. C’è una grande attenzione alla storia, alle tradizioni, alla cultura e alla vita familiare negli ambienti casalinghi di una volta. Secondo il mio parere c’è un po’ di antropologia culturale in questa originale esperienza creativa.
L’artista impiega e sa lavorare la pasta di farina e sale, la ceramica, il legno e i tessuti. Appassionata di antiquariato friulano e di restauro, ha saputo unire le sue competenze acquisite con l’esperienza alle sue capacità artistiche nel costruire gli interni delle abitazioni avite di Malborghetto e dintorni.
C’è una assoluta attenzione al dettaglio per i pezzi costitutivi dei vani casalinghi in formato ridotto per i visitatori. Sono stati fabbricati i mobili tipici, le figure, il vasellame, le cibarie e ogni utensile casalingo.
Nell’atrio, o vano d’ingresso, si notano il tavolo da falegname per i lavori “da uomini” (come si dice nel mondo tedesco). Non si dimentichi che nella Val Canale (Kanaltal, in tedesco) si parlano quattro lingue (l’italiano, il tedesco, lo sloveno e il friulano) con tanto di riconoscimento della legge nazionale n. 482 del 1999. Del resto, queste zone erano del Vescovado di Bamberga (Germania) e il confine con la Slovenia non è distante.
Franca Venuti, L'atrio, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

C’è una donna che lava i panni nell’atrio riprodotto dalla Venuti. È la prima stanza di questo viaggio virtuale nella casa avita della Val Canale. Era una stanza ad uso promiscuo, insomma, se necessario diveniva officina, calzoleria o genericamente ripostiglio-deposito. Aveva tanti nomi nelle varianti linguistiche delle vallate. 
La cernita delle varietà linguistiche svolta per il volume e la mostra hanno un alto valore scientifico. Mi soffermerò solo sull’atrio nelle varie parlate. Non potrò trattare così tutte le stanze recensite qui. Era detto “Uéjža” nello sloveno di Ugovizza. L’atrio, invece, nello sloveno di Valbruna è “Ueža”. Nel tedesco della Val Canale diventa “Lab’n”, oppure “der Vorhof”.
Si pensi alla ricchezza lessicale di questi luoghi! Dall’atrio si accedeva ad altri vani dell’abitazione rurale: la cucina nera, la Stube, la camera e Die Speis (dispensa, o camarin, in friulano).
Era detta “cucina nera” la stanza utilizzata principalmente per l’affumicatura dei prodotti suini mediante il focolare, “fogolâr” in friulano. In tedesco era la: “Schwarze Küche”. Nello sloveno di Ugovizza: “Črna kuhinja / kuhnja”. 
Nella fine dell’Ottocento per fare fuoco (fûcarriva lo Spolert, o cucina economica, che migliorerà la qualità della vita e del lavoro casalingo, con l’introduzione delle pentole basse per cucinare.
Franca Venuti, La cucina nera, diorama, materiali vari, 2015. 
Fotografia di Claudio Saccari.

Non poteva mancare nella “Stube” la grande stufa in maiolica, che riscaldava in modo continuo in base ad un sistema di condutture a mattoni refrattari. Documentate sin dal 1652 nella Val Canale, queste stanze erano il punto nobile della casa, oggi diremmo: il soggiorno. Qui si svolgeva la vita della famiglia.
Poi c’era la dispensa, ossia la cassaforte o frigorifero della famiglia patriarcale, le cui chiavi erano tenute dalla padrona di casa. Non a caso in friulano la moglie è detta “parone” (padrona). Poi ci sono le camere, il gabinetto (che era proprio una stretta cabina di abete, con un sedile dotato di un buco – l’antesignano del water!) e la stalla per gli animali.
Il volume si chiude con un breve brano di Raimondo Domenig, intitolato: “La dote delle case”. Nel volume, infine, si notano una bibliografia e una sitologia orientate al tema. Le belle fotografie dei capolavori di Franca Venuti Caronna, sono opera di Claudio Saccari, di Trieste.
Molto curioso e, per qualcuno, inesplicabile è il titolo del catalogo: La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale. È presto detto. È stata qui esaminata, studiata e riprodotta la prima casa del paese montano, appunto “la numero 1”. Il “licȏf” (anche in lingua friulana) era o è (poiché si usa tuttora) il brindisi o banchetto offerto dal proprietario alla fine di una grande affare e, per estensione, al termine della costruzione del tetto di una nuova costruzione. Sin dalla copertina si celebra il “licȏf” della nuova produzione in diorama.

“Ocjo, che al è un licȏf virtuȃl...” (Attenzione che è un “brindisi” virtuale…).
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Lara Magri (a cura di), La N. 1. Likof per la casa contadina della Valcanale, Museo Etnografico “Palazzo Veneziano”, Malborghetto – Valbruna (UD), Comunità Montana del Gemonese, Canal del Ferro e Valcanale, 2015, p. 48. 

sabato 6 agosto 2016

Fontanebuine, memoriis di Danila Braidotti, Friûl 1930-1960

I ricuarts di Nila, sorenon di Danila Braidotti (1928), a son stâts stampâts tal mês di Mai dal 2016. Il paîs di Fontanebuine al è une frazion di Pagnà. La vite contadine e je contade cence pretese leterarie, ma cuntune vore di passion. Si va dai agns Trente fintremai ai agns Sessante dal Nûfcent. Te prime pagjine Nila e tache cussì la sô conte.
La famee Braidotti di Fontanebuine, agns Trente dal Nûfcent

«Mi presenti: il gno non al è Danila, il cognon Braidotti, ma fin di piçule mi àn simpri clamade Nila. No disevin nancje Nila Braidote, parcè che di Nila o jeri dome jo a Fontanebuine. Cuant co soi nassude ai dodis di Lui, dì di Sant Ramacul dal mil nûfcent e vincjevot, o pesavi un chilo e mieç. Chì a son lis feminis che àn assistût al part, la none di Cecot che mi diseve: “Ti ai puartade jo, sâstu”. Po Irme dal Muscjo e mê agne Fine, vignude di di la de Tor a cjatâ sô mari, siei fradis e dute la famee dai Braidots abàs.
 Chês feminis a àn vût tancj fruts, ma no vevin mai viodude une creature tant picinine. A àn volût pesâmi: 1 chilo e mieç. Mê mari e à dit: “E coventave ancje chê ca, cun tant lavôr che o vin, tignìnle fin che e dure”.
 Mê agne Fine che in chel dì e je tornade a cjase sô e à dit a sô fie Massimine: “Va vie dai tiei barbis a viodi che pipinute che e je nassude a buinore a to agne Luzie, se tu le cjatis ancjemò vive” ».

Tal librut e je publicade ancje une poesie di Nila, cul titul di “Aghe”. Jo o ai cognossût Nila propit par vie che le àn clamade a lei une sô poesie inte parochie di Sant Piu Diesim a Udin. Dopo il plevan vieli, don Tarcisio Bordignon, al à publicât lis sôs composizions tai gjornâi de parochie istesse.
Il volum al è scrit soredut in lenghe furlane, cu le variante dal Friûl des culinis, stant che Fontanebuine e je propite te culine, dongje di Udin. Dome une premetidure e je par talian e cualchivolte la autore medesime e à scugnût doprâ il talian tes descrizion dai dialics.
Il test al è une vore interessant parcè che a vegnin contâts i lavôrs dai cjamps. A son segnadis lis tradizions di paîs. O publichi culì un altri toc di chest biel libri, fat cun tant cûr di Nila.

«Il lavôr dai cjamps
I lavôrs in campagne a scomençavin adore. I oms tor des vîts a spelâ e leâ, lis feminis a meti in fassuts i lens di vencjâr, svangjâ plantis che a’nd  jerin tantis, curâ e taiâ lis patatis par semenâ, po e rivavin i cavalîrs, lavorâ tai orts, semenâ, dopo seselâ il forment, arâ e semenâ la blave, la trebie ancje di gnot, la siale bisugnave batile a cjase, curâle, petenâ i balçûi che a servivin par peâ il soreâl, che sarès la gjambe de blave.
La blave e dave une vore di lavôr, prime par semenâle a man, po a pene cressude cuindis, vincj centimetris, bisugnave srarîle sui cincuante centimetris (o lis plantis a cressevin masse dongje) e sveçâle (o purgâle). Li si tratave di jevâ ancje a dôs a buinore, nô fruts par tignî lis gjambis che no lavin sot il vuarzenon. E cussì ancje il cincuantin e lis patatis. E cui vignivial a viodi il sfrutament dai fruts?
Cuant che al jere jevât il soreli si finive di solçâ, parcè che lis vacjis e jerin strachis e nô che o jerin morbits si continuave cu la sape a ledrâ, che al vûl dî sistemâ ben la cumiere, po sierâ insom e da pît cu la pale i sfris.
Si semenave i fasûi inte blave dopo vêle solçade. Dopo al jere di seâ la meniche, trifoi, netâ rivâi, gjavâ lenghe di vacje, puartâ fûr claps dal cjamp cul zei. Ancje cul seâ al jere lavôr, i oms a lavin a buinore a seâ, lis feminis, prime di misdì, spacâ cu la forcje, dopodimisdì parâ dongje, ristielâ e fâ in côl i covons, cjariâ cjarons e discjariâ sul toglât prime di cene. Cjapâ sù lis patatis, seâ altiûl, la vendeme e dopo de vendeme cjapâ sù blave, crevâ la panole de gjambe de blave, cjariâle tal casselot e puartâle a pesâ, mieze al paron e mieze a nô.
La sere dopo cene te arie a disfueâ e fâ in lignole (strece) tal doman puartâle sul cjast a suiâ, ma une sere a cjase nestre e une sere sul granâr dal paron e cuant che al ploveve si lave a curâle e zirâle sotsore par no che cjapàs la mufe. Prime de nêf (che a ‘nt vignive tante) si lave a netâ il bosc, ristielâ lis fueis, cjariâ e discjariâ a cjase e po boscâ. I lens grues cu la manarie e cul seon, ancje cu la see.
Lis feminis a dopravin la massanghete par scurtâ e fâ in fassuts, peâ cu lis ghirdiulis.
Si faseve lis medis, si consumave une vore di lens, no dome in cjase tal spolert, ma ancje te lissarie par fâ bevarons aes bestiis e pe lave. Cuant che si veve la mangjadure dal silo che lis vacjis le mangjavin plui vulintîr dal fen (però no si po fâ formadi cul lat di silo, al diseve il casâr) alore bisugnave puartâ il lat une vore a buinore par vendilu.
I cjamps a jerin lontans, se al jere in viste un temporâl si cirive di cori a cjariâ parcè che la mangjadure no pierdi la sostance. Lis bestiis no vevin di bagnâsi, par lôr e jere simpri une cuviertate a pueste, par nô e jere cualchi ombrenate che gno pari al riparave, parcè no si doprave par lâ in campagne la ombrene di fieste.
Insom dal stradon a vevin fat un gabiot che nô o disevin “el casot”, ma tant piçul che si stave dome in trê. Une dì mê mari mi dîs: “Intant che polsis, prime che vegni la ploie, va tal palût a semenâ i fasûi in chel cjamp di blave e spessee”.
O soi partide cul zei dai fasûi e la pale, simpri svelte par pôre de ploie. Rivade sul puest, o tiri sù il grumâl. Ingropât ben daûr, o met dentri i fasûi, o spessei a semenâ. Finîts chei o torni a jemplâ il grumâl, ma lu vevi jemplât masse che planc, planc si è disgropât e mi son colâts ducj i fasûi.
O spessei a cjapâju sù ma al scomence a plovi e cu la tiere bagnade no si po cjapâ sù fasûi. O ai cjapât il zei e la pale e vie di corse a cjase strafonde fin sot. I fasûi e son nassûts un grant sterpon che mês cusinis e an protestât: “Ise maniere di strassâ cussì i fasûi?” O ai scugnût dîur ce che mi jere sucedût, però ur ai dit che no son strassâts se cumò chi o vin almancul trê zeis di cjapâ sù. Però di bagnadis o vin cjapadis tantis, no dome jo ma ducj. Al jere tant lavôr e nissune comoditât.
Cuant che il timp al jere verementri brut, neri cun tons e saetis, al faseve tante pôre, si diseve e ven la codebuie, si brusave ulîf. Tai lavôrs a par-tecipavin scuasit simpri ancje i fruts, o se non altri la presince, nol jere timp di zuiâ a cjase. Dome la domenie di Istât, i fruts e zuiavin lontan dai grancj. I zovins no volevin vê dongje mularie. Te placute, (che si diseve ancje: “La sù de Vile”) e jere iluminade di une lampadine di cinc cjandelis, une vore alte. Ducj i zovins e lis zovinis naturalmentri, si sentavin sui lens grues che al scuadrave Giordan marangon, o cuant che al jere tant cjaldon si lave su la tese che di la si viôt dut il Friûl.
I zovins e cjantavin lis vilotis che a savevin. Al jere tant biel sintî a cjantâ chês vilotis furlanis prime de vuere. Jo o nomeni dome une, chê che mi plaseve di plui:
«In chê sere, in chê sere i grîs a cjantavin
Vie pai prâts dal Nadison
Lis agacis, lis agacis svintulavin e nulivin
E nulivin cussì bon.
In chê sere ti ai viodude a tornâ sul cjar dal fen
Di lontan, di lontan jo ti ai sintude
Tu cjantavis cussì ben
Di lontan, di lontan jo ti ai sintude
Tu cjantavis cussì ben».  

Par sierâ cheste recension jo o ai voie di sclarî che chest libri al è tant che un test di antropologjie culturâl scrit dal bas, di une cualsisei persone dal popul. Si pues cjatâ tante ironie in chestis pagjinis. O podeis cjatâ ancje i valôrs de societât, tant che la onestât, la coretece e la solidarietât.
Lis peraulis di chst volum a son gjenuinis, tant che la tiere di dulà che e ven la autore. Al è un biel lavôr nassût in maniere spiontanie, cu la voie di fissâ i ricuarts, di dâ forme ae memorie. A chì si cjatin la memorie de vite di zovine di Nila, la storie de sô famee, la straçarie di afiets e la vite te comunitât, dentri dal paîs. Il libri al è tant che une sburte ai sintiments dai oms e ae apartignice dal teritori.
O presenti culì un ultin toc dal biel libri di Nila su la mestre, la scuele e una mascarade nuie mancul che cul Negus…

«La mestre, come che o ai dit, e vignive simpri tart, a misdì e mandave cualchi frut cu la sô biciclete a cjase sô a Pagnà a cjoli la mignestre che faseve sô mari, e nus tignive sierâts inte scuele fin trê, cuatri dopo misdì. E jere une mestre plene di iniziativis, une volte al an, nus compagnave fin a Are, dongje Tresesin, a pîts pal Cormôr, e veve la machine fotografiche e le armoniche, ogni an nus faseve il presepi, la mascarade a Carnevâl.
Un an a Carnevâl e à preparât une mascarade, sielzûts fruts adats, Vincenzino e Graziano, fîs dal vecjo gastalt Bianchini, vistûts di militârs, Luciano Sefin camufât di Negus, Bruno Minisin ancje lui plen di galis neri al faseve il soldât dal Negus, i tignive un ombrenin par parâsi dal soreli, Giulia sûr di Bruno, femine dai soldâts e ancje jo, plui che femine o someavi fie.
O vin zirât par trê dîs di cjase in cjase. Une dì a Pagnà, une altre a Çampis, une altre a Leçà, Modolêt, Paçan, cjantant:
«Benito Mussolini ha detto ai militari, quando tornate dall’Africa puartaitmi rastafari. Eccolo qua che lo gavem cjapà».
In cualchi cjase nus vuacavin i cjans, nus paravin vie, in altris ur fasevin dûl, nus devin un ûf, un pugn di farine, une palanche. Jo o vevi il compit di tignî il sacut dai bêçs e po si consegnave dut ae mestre».

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Dalla Prefazione, in lingua italiana
Riporto il brano introduttivo, in italiano, al volume di Nila.

«Questa raccolta di ricordi è stata scritta da Nila nei ritagli di tempo, senza alcuna pretesa letteraria, con la semplice intenzione di annotare le tradizioni e i modi del vivere contadino durante la seconda grande guerra, in uno dei paesi più piccoli e belli del Friuli collinare, Fontanabona.
Come spesso accade nella pratica del pericoloso e coinvolgente esercizio del ricordo, il punto di vista cambia in corso d’opera e la descrizione storica di ciò che circonda non può prescindere dalle memorie personali. Così l’autrice si ritrova a fare i conti con la storia di Nila, le umiliazioni di una bambina, i dolori di un’adolescente e le amarezze di una ragazza, che fortunatamente lascia il paese che racconta con la serenità di una donna.
Nila scrive su grandi fogli a righe, la grafia è minuta e ordinata, un corsivo scolastico, quasi infantile.
Il testo trova amici volonterosi, che lo trascrivono in digitale. Alcuni fogli vengono persi, altri riscritti e assemblati con ricordi sullo stesso tema, ma riportati in tempi diversi, con uno stile frammentato, che caratterizza tutto il libro. Un libro che aspira a nuove correzioni da parte di chi conosce a fondo la lingua friulana, per una revisione, che possa renderlo più fluido, con il sostegno di un editore coraggioso.
Anche se, così come sta, con i suoi difetti naturali, ha il pregio di essere una testimonianza onesta e sincera, un piccolo, prezioso, spaccato di vita rurale, per non dimenticare».

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Danila Braidotti (Nila), Fontanebuine, Udine, Fuoricatalogo, 2016, p. 120, con 10 fotografie b/n.

Il libri al è stât stampât li de Tipografie Marioni a Udin, cul jutori di: Giulietta, Patrizia, Alberto e Walter.
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Danila Braidotti, Nila, e je muarte a Udin ai 29 di lui dal 2017.



Un scrit di Nila Braidotti in marilenghe dal 2000-2005, te sô grafie, sul piçul lâc "Alcione" di Baldassarie, a Udin, in Vie dai Prati

Un altri test di Nila Braidotti, cheste volte par talian, fat intai agns 1980-1990; al somee ai scrits, tat che un zûc di peraulis di Dino Virgili

Nila Braidotti

lunedì 1 agosto 2016

Edelweiss di Sappada, buona accoglienza e cibi

Fare una recensione enogastronomica ad un buon ristorante è un atto che appassiona. Mi riferisco all’Edelweiss di Sappada, in provincia di Belluno. Qui si mescolano tradizione montanara, innovazione imprenditoriale tra i fornelli e raro spirito di accoglienza del turista. Il risultato è un mix di genuinità e di piacevolezza.
Il menu è ricco e legato alla tradizione del ridente paese alpino. Tra gli antipasti, oltre ai mitici taglieri di affettati e formaggi, c’è ad esempio un piatto di speck, pesche, rucola e scaglie di formaggio stagionato. 
Penso ai primi piatti con canederli, oppure con späzle, oppure con i tortelli sappadini. Per non dire dei secondi. I medaglioni di cervo con tortino di noci, pera cotta e patate. Oppure lo stinchetto di maiale con la polenta, il petto di tacchinella con le verdurine. Uh! Per non scordare i dolci. Dallo strudel immancabile alle torte con la frutta, oppure la cocottina con mela e frutti di bosco, per concludere con le grappe a vari gusti. 
Interessante è la scelta delle birre. E sempre graditi e gradevoli gli assaggini dello chef fuori sacco!
Sappada, il ristorante Edelweiss si trova nel mezzo, in borgata Palù

Sappada, per chi non lo sapesse, è un’isola alloglotta tedesca. Nel Medioevo alcune famiglie di pastori provenienti dalla vicina Austria furono spostati dai Conti di Gorizia in questa valle per colonizzarla, con il permesso del patriarca di Aquileia. Rimasero vive nel tempo la lingua e la cultura degli avi, perciò ancor oggi i sappadini, oltre all’italiano, parlano un idioma germanico riconosciuto come lingua ufficiale del Belpaese dalla legge n. 482 del 1999.

Molti di loro sanno anche il friulano, essendo il Friuli confinante. Anzi, la maggioranza dei sappadini nel 2008 si è espressa con un referendum per passare dalla regione Veneto al Friuli Venezia Giulia. Tanto per dire qui la diocesi è quella di Udine, ma pare più facile spostare una montagna che seguire le lungaggini burocratiche per cambiare regione, in Italia.
Stinchetto di maiale con polenta

Petto di tacchinella con le verdurine
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GLOSSARIO

Edelweiss = nome tedesco della stella alpina. Edelweiss è anche un nome proprio di persona tedesco femminile.
Stube = La stube o stua, a seconda che si preferisca la dicitura tedesca o ladina, è il soggiorno  (inteso come stanza, con la stufa) tipico di talune zone alpine, come l’Alto Adige, il Trentino, l’Alto Bellunese e la Valtellina, ma in particolar modo è diffuso in Austria e in Germania.
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Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti.


Bar Edelweiss Stube
Food, coffee & more
Indirizzo: Borgo Palu', 23
CAP: 32047  Sappada (Belluno)
Contatti:  0435.66019

Cellulare: 335.6452540

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Bocconcini di capriolo e polenta

Per secondo: il piatto Edelweiss

Orzotto con mele, cannella, speck e carotine per estetica

La lasagna alle ortiche... gnam!

martedì 15 settembre 2015

Dindarine di Marisa Scuntaro a Friuli Doc

Col suo “liron” (contrabbasso), si è presentata al pubblico di Friuli Doc di Udine per il suo ultimo CD Marisa Scuntaro. L’album è arricchito, per i testi scritti, da un libro di 36 pagine della editrice Kappa Vu (2014), con disegni di Federica Pagnucco.

Marisa Scuntaro col suo "liron" a Friuli Doc.
Fotografie di Elio Varutti
 
Col titolo “Dindarine dindarone”, domenica 13 settembre 2015, sotto l’affollata Loggia del Lionello a Udine, la performer friulana si è esibita in un concerto assai particolare e di un certo valore etnografico. Il pubblico di Friuli Doc, avvezzo  agli aspetti enogastronomici della rassegna, ha apprezzato l'originale iniziativa culturale. Le sue non solo canzoni e musiche, perché Marisa Scuntaro è una ricercatrice di musica popolare, che intervista e registra le nonne e le zie dei paesi friulani, per riportare alla luce ninne nanne, filastrocche e tiritere del tempo che fu. Lo sottolinea pure la professoressa Silvana Schiavi Fachin, già docente di Didattica delle lingue moderne  all’Università di Udine, nella sua introduzione al volumetto. Tra l’altro, libro e CD, sono stati presentati all’attento pubblico da William Cisilino, della Agenzia Regionale per la LinguaFriulana (Arlef). 

Il primo pezzo, cantato in friulano e suonato dal trio di Marisa, è stato della zona di Sauris (Zahre), intitolato “La moscje e il gri” (La mosca e il grillo). Poi “His hös” (Hi, hi cavallino) cantato in saurano (idioma germanico del Friuli Venezia Giulia). Poi il gruppo musicale si è esibito in un canto di Timau (Tischlbong), col titolo “Ring aringa raia” (Leggera, leggera linea). Poi Marisa è passata ad una Ninna Nanna di Dogna col titolo “Nane, nanute” (Nanna, nannetta). Il seguito è toccato ai canti della Carnia con “Paolo Dana” e a quelli di Resia, con “Din don Pantalon”, in idioma della Val di Resia. E così via, con qualche brano suonato e cantato a richiesta ed un pezzo svolto assieme al pubblico.

È stato un lavoro certosino, quello della maestra “di scuelute” (scuola dell’infanzia) Marisa Scuntaro, perché ha registrato e parlato con tutte le sue informatrici, come facevano i folcloristi del Novecento. Due informatrici addirittura sono finite nel CD, lì in bella mostra. Si tratta di Ines Di Gleria, di Villamezzo di Paularo, per la voce di “Nanâ pupin” e di Matilde Barbieri di Gemona del Friuli, per la voce di “Ursule Parussule”.

Interessante, dunque, è che oltre alla lingua friulana, i testi dei canti spontanei sono stati raccolti e riportati anche nel dialetto veneto di Marano Lagunare, in resiano, nello sloveno delle Valli del Natisone e del Torre, nonché nell’idioma germanico di Timau e di Sauris. Ovvero nelle varie parlate della regione Friuli Venezia Giulia, molte delle quali sono state  elevate al rango di lingua minoritaria con la legge n. 482/1999.

Nell’esibizione dal vivo Marisa Scuntaro, che canta, suona il contrabbasso e i famosi cucchiai – del resto il suo primo gruppo era proprio “Sedon Salvadie” (Cucchiaio selvatico) – si è fatta accompagnare da Lucia Clonfero, al violino, e da Alessio Velliscig alla chitarra. Nel CD, oltre alla Clonfero, invece, Marisa ha come collaboratori alla chitarra e mandolino, Michele Pucci, assieme a qualche ospitalità di Silvio Pontelli al clarinetto e Roberto Lugli alle percussioni.
William Cisilino, dell'Arlef, alla presentazione di "Dindarine dindarone" di Maria Scuntaro alla Loggia del Lionello

 Lucia Clonfero, al violino, e Marisa Scuntaro in un momento del concerto del 13 settembre a Udine

 
Il trio di Marisa Scuntaro, con Alessio Velliscig alla chitarra a Friuli Doc (sopra) e la Scuntaro con la professoressa Silvana Schiavi Fachin (sotto). Più in basso la copertina de CD.
Fotografie di Elio Varutti


 
Parte di questo articolo è stata pubblicata sul sito web  infofvg.it  col titolo "Dindarine di Marisa Scuntaro a Udine" del 15 settembre 2015.