venerdì 3 marzo 2017

Funerale di Silvio Cattalini a Udine

C’erano il vice sindaco Carlo Giacomello, il presidente della Provincia di Udine, onorevole Pietro Fontanini, molte altre autorità e tanta gente al funerale di Silvio Cattalini, esule da Zara. Le esequie sono state celebrate a Udine da monsignor Giancarlo Brianti, nella Chiesa della Beata Vergine del Carmine, in Via Aquileia, opera del 1503.
Monsignor Giancarlo Brianti celebrando il funerale di Cattalini ha usato parole gentili ed affettuose con dei colti riferimenti alle Sacre scritture, tra quelli che stanno di qua e di là del mare 

Famoso perché custodisce il sarcofago di Beato Odorico da Pordenone, eseguito da Filippo De Santi tra il 1331 e il 1332, questo stesso luogo di culto, nel 1953-1958 vide la celebrazione di decine di matrimoni di giovani profughi istriani e dalmati, alloggiati al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano.
Il feretro di Cattalini, ricoperto dalla bandiera dalmata con le teste dei tre leopardi in campo azzurro, è stato portato vicino all’altare maggiore con la scorta dei labari dell’Associazione “Giuliani nel mondo”, di Trieste e dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, di cui un alfiere portava pure una bandiera.
Tra le autorità si sono notati il senatore Mario Pittoni, la professoressa Letizia Burtulo e Paolo Braida dell’Università della Terza Età di Udine. Poi c'erano Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di UdineRenzo Pravisano, consigliere comunale a Udine, Silvano Varin, presidente dell’ANVGD di Pordenone, lo scrittore Mauro Tonino, il direttore della Biblioteca civica di Udine, Romano Vecchiet, l’ingegnere Sergio Satti da Pola, per decenni vice presidente dell’ANVGD di Udine, la segretaria Savina Fabiani e i consiglieri Fulvio Pregnolato e Franco Fornasaro.
Tra gli insegnanti presenti, si è notata la professoressa Elisabetta Marioni dell’Istituto Stringher di Udine. Tra i presenti c’era Agostino Maio, capo di gabinetto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

In prima fila c’erano i familiari, come il figlio di Fulvio e le figlie Daniela e Sandra, con i nipotini. Tutti, orgogliosamente, col fazzoletto azzurro coi tre leoni stretto al collo.

Il saluto partecipe di Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine

Tra gli esuli c’erano Onorina Mattini e Eda Flego da Pinguente, Flavio Fiorentin e Celso Giuriceo da Veglia, Franco Fornasaro da Pirano, Giancarlo Randich, Chiara Dorini, Egle e Odette Tomissich da Fiume, Bruno Bonetti, con avi di Zara e Spalato, Giorgio Gorlato e Armando Delzotto da Dignano d’Istria, Giorgina Vatta da Pola, i fratelli Gabriele e Licio Damiani, da Lussino, Bruno Rossi con parenti da Sebenico, Angelo Viscovich da San Lorenzo di Albona. Mi scuso sin d’ora se ho dimenticato qualche altro nome, ma la chiesa era gremita di persone.
Al termine della cerimonia Carlo Giacomello ha portato i saluti di Furio Honsell, sindaco di Udine, assente perché impegnato all'estero. Giacomello ha ricordato quanto «Silvio Cattalini si sia speso per realizzare il Parco Vittime delle Foibe, inaugurato il 25 giugno 2010, per fare i convegni sull’esodo istriano sul Giorno del Ricordo e i libri su Zara e sul Centro Smistamento Profughi, da dove sono transitati oltre centomila persone in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia». 
Gli ha fatto eco Pietro Fontanini. «Bisogna ricordare la grande attività di Cattalini – ha detto Fontanini – per dare dignità al popolo giuliano dalmata in fuga dalle violenze della fine della guerra e del dopoguerra, incontri pubblici, presentazioni di libri, conferenze di storici, interventi nelle scuole, come all’Istituto Stringher e allo Zanon, era una persona instancabile».
Poi ha parlato Bruna Zuccolin, vice presidente dell’ANVGD di Udine. «Il comandante degli esuli se ne è andato – ha esordito la Zuccolin, che ha parenti istriani – è volato sopra la sua Zara, che tanto amava e che tanto ci ha insegnato ad amare. Riprendiamo le parole della famiglia e del quotidiano che gli ha dedicato un articolo bellissimo per ricordarlo. Mentre leggevamo quelle parole, ci sembrava che Silvio fosse ancora accanto a noi e che stessimo leggendo e commentando insieme, come eravamo soliti fare».
In prima fila Carlo Giacomello, vice sindaco di Udine e Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine, con le fasce delle istituzioni pubbliche

Poi la Zuccolin ha aggiunto: «Il Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD vuole ricordare il proprio presidente, il creatore, l’anima, la guida, la figura caratterizzante dell’associazione stessa. Silvio ha percorso il tragitto del profugo, dell’esule. Nel proseguo della vita, la passione, la nostalgia, la volontà di tornare a Zara gli hanno fatto accettare la nuova realtà, con cui si è sempre confrontato serenamente, divenendo il fondatore della politica del disgelo tra le opposte rive dell’Adriatico. Silvio è stato un grande uomo, di grandi passioni e di grandi imprese, ma anche umile, come lo sono i grandi. Amava raccontare, amava scherzare e sorridere, amava la vita. Ci ha dato e ci ha insegnato tanto. Noi abbiamo il dovere di raccogliere la sua eredità morale e di portare avanti con altrettanta passione e impegno quello che ha costruito. Grazie Silvio!».

In seconda fila i figli e i nipoti del compianto Silvio Cattalini
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Le belle parole di Lucio Toth
Pubblichiamo volentieri l’intervento di Lucio Toth, datato 3 marzo 2017 col titolo: “Se ne è andato un dalmata vero. Uomo forte e schietto, Silvio Cattalini resterà una figura indimenticabile della diaspora giuliano-dalmata”.
“Ora è volato nella sua Zara…” Così mi ha annunciato la morte di Silvio Cattalini l’amico Rudi Ziberna nella notte fra il 28 febbraio e il 1° marzo. Un colpo per tutti noi, “veci” dell’ultima generazione di esuli nati nelle nostre città ancora italiane.
Ma ci ha lasciato Silvio un esempio di serena e combattiva tenacia, una fiaccola accesa da portare con orgoglio nel buio di una memoria che ci veniva disconosciuta.
Una memoria al cui recupero Cattalini ha dato un contributo decisivo. Sulle orme del padre Toto, barcagnusso patocco (di Barcagno schietto; la riviera di Barcagno è nella parte di Zara dove c’era la fabbrica dei Luxardo e il villino Calestani), costruttore di maone e brazzere (imbarcazioni tipiche), di armi da regata, di barche da diporto per solcare le onde delle nostre isole, Silvio ne ereditò l’amore per la ricerca storica su eventi che aveva vissuto in diretta nei giorni più tragici della nostra vicenda di istriani, fiumani e dalmati.
Questa immagine è stata composta appositamente in memoria di Silvio Cattalini da Claudio Ausilio, delegato provinciale dell'ANVGD di Arezzo, dopo aver letto il toccante intervento di Lucio Toth

I convegni di studio da lui organizzati con il comitato provinciale di Udine dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e altri comitati in tutta Italia nei decenni fra il 1990 e il 2010 - e ancora dopo quando la sua fibra cominciava a denunciare i primi cedimenti dell’età - instancabile sempre e inventore di tematiche che spaziavano su tutta la storia degli italiani dell’Adriatico orientale, sono stati decisivi, con gli atti che con umile pazienza ricostruiva, per far conoscere e diffondere la realtà umana di una gente che ha dato all’Italia nei secoli artisti e scienziati, letterati e uomini d’azione che ne hanno definito l’identità nazionale, dai due Laurana all’Orsini, a Francesco Patrizi, al Tommaseo.
Era forte di carattere come le rocce della sua Dalmazia e schietto di linguaggio, quando voleva denunciare, senza arroganza, quelle che lui riteneva debolezze e contraddizioni delle nostre associazioni di esuli.
E tra quelle isole, quelle scogliere, quei valloni avvolti da boschi di  pini, tornava ogni estate per pescare spari e branzini e nuotare nel suo mare, quasi gli comunicasse ogni volta il ritmo vitale dell’infanzia e dell’adolescenza, come tutti noi sentiamo quando ci immergiamo in quelle acque limpide e sincere che ci hanno insegnato il coraggio e l’orgoglio di dalmati, la sicurezza nell’affrontare le avversità, la poesia ritrovata di un tramonto tra gli scogli del Quarnaro e l’arcipelago di Zara. Addio, Silvio".
Lucio Toth, Presidente onorario Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Trieste.

La bandiera coi tre leopardi dalmati sulla bara
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Altri piccoli messaggi dal web
Sono state segnate le condoglianze dall’ANVGD di Grosseto, di Arezzo e di altre località, anche dall’estero, come per i dalmati di Toronto, Canada, o per quelli dagli USA.
Daniela Dotta, dal Veneto, riferendosi al nostro Cattalini, il 28 febbraio 2017 ha scritto in Facebook: «Un grande simpatico Leone sempre senza fazzoletto ai raduni… Ci mancherai al banchetto, ma un fazzoletto te lo metteremo comunque da parte».
Oreste Pocorni, nato a Zara nel 1939, esule a Ravenna su Facebook il 1° marzo 2017 ha scritto «Ho dei bei ricordi di alcuni viaggi a Zara in cui era un appassionato e competente guida».
Mauro Tonino, il 3 marzo 2017, ha scritto in Facebook: « Ci ha lasciati l'ingegner Cattalini, anima e Presidente dell'A.N.V.G.D. Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Udine, esule di Zara e ponte tra chi ha dovuto andar via e chi è rimasto. Un uomo fermo nelle sue convinzioni e costante nell'opera di divulgazione storica sui tragici fatti che toccarono Istria e Dalmazia, sempre espressi con pacatezza e saggezza. Mi piace ricordarlo così, mentre presentavo il mio romanzo ROSSA TERRA proprio presso la sede dell'Associazione, sorridente, come ogni volta che si parlava di quella splendida terra che sta di là dell'Adriatico. Buon vento Silvio!».


Il cordoglio di Carlo Montani, esule da Fiume e di Giorgio Gorlato, da Dignano d'Istria
Riporto qui di seguito un commosso intervento sulla scomparsa di Cattalini inviatomi da un esule da Fiume. Si tratta di Carlo Cesare Montani, ora a Trieste.

«Caro Professore,
trovandomi fuori sede, apprendo soltanto ora la tristissima notizia della scomparsa di Silvio Cattalini, che mi colpisce dolorosamente, avendo avuto la ventura di conoscere da lunga data il versatile patriottismo e la viva umanità di un Uomo che, come tutti noi, era molto legato ai valori della tradizione, pur essendo sempre disponibile ad ascoltare anche le ragioni degli altri. Silvio era una roccia, tanto da far pensare a tutti noi che il suo fosse un messaggio perenne di forza e di continuità.
L’ingegner Cattalini era stato anche un importante Dirigente d'Azienda, e quindi avevo potuto apprezzare, a più forte ragione, le doti di pragmatismo e di realismo del Collega, sempre pronto ad impegnarsi, tra l'altro, a favore di una categoria troppo spesso bistrattata, ma di fondamentale importanza nella vita economica. Erano doti che, direi naturalmente, aveva trasferito anche nell'associazionismo giuliano-dalmata.
Amava la vita, come è stato giustamente ricordato, ma partecipava alle iniziative della nostra memorialistica più impegnata in modo assai sentito, talvolta commosso: come mi accadde di constatare, ad esempio, in occasione della scopertura del Cippo di Pagnacco in memoria dell'eroico Maresciallo Arnaldo Harzarich, protagonista dei recuperi di non poche Vittime delle Foibe dopo la "prima ondata" del 1943.
Sono ricordi molteplici, che si estendono alla presenza di Cattalini, quale Vice Presidente Nazionale dell'ANVGD, a diverse iniziative del Comitato di Firenze, tra cui la presentazione del mio libro dedicato a Don Luigi Stefani, Concittadino di Silvio, Cappellano degli Alpini e grande patriota; o la scopertura del Cippo di Trespiano in onore di tutte le nostre Vittime.
Non era alieno dal capire le ragioni degli altri: giova ripeterlo, per aggiungere che le discuteva, anche in occasione di valutazioni dissenzienti, in un'ottica di dialogo, di confronto e di approfondimento, ed in ogni caso di amicizia, che mai avrebbe rinnegato, al pari degli affetti familiari, cui era legatissimo, al pari dei cavalieri senza macchia del buon tempo antico. In questo senso, resta un esempio ed un punto di riferimento per tutti, suffragando la continuità delle Presenze davvero egregiamente meritevoli : "non omnis moriar"!

Carlo Cesare Montani
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Anche Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria a Udine, ha voluto esprimere i suoi sentimenti riguardo alla scomparsa di Silvio Cattalini.

"Caro prof. Elio Varutti,
come al solito sei stato molto puntuale, attento, sensibile e circostanziato nel descrivere e fare memoria del momento particolarmente doloroso e commovente dell'ultimo saluto che, in una Chiesa del Carmine affollata di Autorità, esuli e cittadini udinesi. È stato dato al nostro "mitico", insostituibile presidente ingegnere Silvio Cattalini. Con la sua instancabile energia, con la sua voglia incrollabile di tenere sempre accesi il ricordo e la memoria della sua Zara e delle nostre terre perdute, Silvio Cattalini è già entrato, a buon diritto, nella storia del nostro drammatico esodo e, più in generale, del triste dopoguerra dell’Italia tutta. È stato un personaggio di grande valore, figura carismatica e trascinante, schietto, simpatico a tutti. Per tanti anni è stato un punto di riferimento ineguagliabile dell’ANVGD di Udine e non solo, avendo ricoperto incarichi importanti in seno all’Associazione anche a livello nazionale. Tutta la mia stima ed il mio affetto vadano all’ingegnere Silvio Cattalini al quale volevo, anzi, voglio molto bene. Egli occuperà per sempre un grosso spazio nella mia memoria e nel mio cuore. “A Dio” indomabile leone di Zara! Grazie Elio per il tuo prezioso ricordo del nostro amato Presidente".

Giorgio Gorlato

Una poesia di Giuseppe Bugatto
Di un altro zaratino, nato nel 1924, si propone ora una poesia in quel dialetto che risuona da secoli nelle calli e nelle strade di Zara. È una lirica di Giuseppe Bugatto, deceduto esule a Udine nel 2014, tratta dal suo piccolo libro intitolato “El ramo scavezzà”, pubblicato dall’ANVGD di Udine nel 1990, con disegni di Melisenda de Michieli Vitturi. Ricordo che il professore Giuseppe Bugatto era detto "Juniore", per non confonderlo con l'omonimo, pure lui di nome Giuseppe Bugatto (Zara 1873-Grado 1948), che fu deputato al parlamento di Vienna . 
Tramonto in riva è la poesia di Bugatto che ho scelto per ricordare Silvio Cattalini.  

Tramonto in riva
El mar xe una lastra de luse,
i veri
infogai dal tramonto
par stizzi che brusa.
Un caicio
xe fermo in Canal
nel cor
de sta luse difusa
la riva
la par de coral
e nel grando silenzio
incantado
se senti svolar el cocal.

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Riferimenti  bibliografici
- Mario Blasoni, Fu il primo a proporre la politica del disgelo, «Messaggero Veneto», 1 marzo 2017, p. 19.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944, (1.a edizione: Sanremo, provincia di Imperia 1978), a cura di Sergio Brcic e Silvio Cattalini,  Udine, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo, Trieste, L’Arena di Pola, 1990.

- Paolo Medeossi, Addio a Cattalini, bandiera degli esuli, «Messaggero Veneto», 1 marzo 2017, p. 19.
- Giacomina Pellizzari, L'addio a Cattalini: "Grazie all’ingegnere che portò Zara tra noi", «Messaggero Veneto», 4 marzo 2017, p. 23.
- Rosanna Turcinovich Giuricin, Addio al fautore della politica del disgelo, «La Voce del Popolo», 2 marzo 2017.
Rosanna Turcinovich Giuricin, Gli appunti di Stipe in italiano e in croato perché i giovani conoscano le radici della storia, «La Voce del Popolo», 31 dicembre 2016.

- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
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Le fotografie sono di Fulvio Pregnolato, che ringrazio per la cortese collaborazione.
Redactional e networking di Elio Varutti.


Rassegna stampa



L'ultimo atto

mercoledì 1 marzo 2017

Esuli giuliano dalmati nella Bassa friulana, conferenza a Gonars

C’era vento e pioggia, eppure una trentina di abitanti di Gonars e di Aiello del Friuli erano lì, in sala, per sentire il racconto sugli esuli istriani.
Fauglis, Centro civico - Scambio di doni tra Elio Varutti e Marino Del Frate, sindaco di Gonars, vicino a Marco Sicuro, presidente dell'Associazione Stradalta di Gonars. Fotografia di Maria Cristina Stradolini

Il 24 febbraio 2017, alle ore 20,45 presso il Centro Civico di Fauglis, in via IV Novembre, 88 a Gonars il professore Elio Varutti, componente del Consiglio Direttivo dell’ANVGD Comitato Provinciale di Udine, ha illustrato la conferenza intitolata: “Esuli nella Bassa friulana. L’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia e il Campo Profughi di Udine”. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Stradalta di Gonars, presieduta da Marco Sicuro, in collaborazione con il Comune di Gonars.
C’è stato il saluto di Marino Del Frate, sindaco di Gonars, che ha voluto accennare a qualche ricordo personale: «Mi viene in mente che quando ero giovane – ha detto il sindaco - e gli adulti parlavano di profughi istriani e di foibe era tutto un bisbiglio, un parlare sottovoce, non ho mai capito se fosse per pudore o per altri motivi». Sull’importanza del Giorno del Ricordo si è trattenuta Maria Cristina Stradolini, assessore comunale alla Cultura di Gonars «anche se ne parliamo il 24 di febbraio, anziché il giorno 10 per noi è importante questo ricordo, come è stato fatto nelle nostre scuole, parlando poi di vari temi storici del Novecento, come la Shoah».
Diciamo che dopo tale evento l’icona degli esuli giuliano dalmati nella Bassa friulana è la fotografia del 1948 del maestro Renato Lupetich con una classe di scolare di Latisana, mostrata ai presenti con le dovute spiegazioni.
Il maestro Renato Lupetich con le sue scolare a Latisana, dove insegnò tra il 1948 e il 1958. Finì la sua carriera scolastica con la qualifica di direttore didattico di Palazzolo dello Stella. Collezione privata Belluno.

Renato Lupetich era nato a Fiume il 3 marzo 1900 e morì nel 1960, quando era direttore didattico a Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine. È il racconto del figlio, Giovanni Lupetich, a precisare i fatti, come ha ricordato Varutti. Il testimone ha proseguito: «Mio padre si è laureato in Pedagogia a Urbino il 16 giugno 1955, col rettore Carlo Bo. Renato Lupetich era un “ufficiale postale”, poi legionario di D’Annunzio, come pure mio zio Nereo Lupetti. Essi sono citati in un libro di Amleto Ballarini, intitolato: Diedero Fiume alla patria. Mio padre era perito contabile e lavorava a Fiume alla Raffineria di Olii Minerali Società Anonima, costruita tra il 1882 e il 1883 (ROMSA), dopo l’esodo mio padre fece il maestro a Pertegada, a Latisana e a Gorgo di Latisana, in provincia di Udine». Varutti ha ringraziato pubblicamente il signor Giovanni Lupetich, di Belluno, che ha fornito vari documenti originali sull’esodo del babbo, il maestro Renato Lupetich.
Prima di questo racconto Varutti ha portato i saluti ai presenti dei dirigenti dell’ANVGD di Udine. Dal presidente ingegnere Silvo Cattalini, esule da Zara, molto ammalato e di Bruna Zuccolin, vice presidente dello stesso sodalizio.
Una ricerca del 2014 ha individuato gli esuli istriani ricordati dai friulani. I professori del Laboratorio di Storia dell’Istituto “B. Stringher” di Udine dal 2009 hanno iniziato un progetto dal titolo “Vivere in tempo di guerra”. L’obiettivo era di analizzare la vita nella Seconda guerra mondiale in Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Udine (Asud), con varie ricadute nel web. Una parte del progetto si sviluppò attraverso un questionario cartaceo che gli studenti sottoposero a testimoni diretti degli eventi.
Elio Varutti, Marino Del Frate e Marco Sicuro a Fauglis. Fotografia di Maria Cristina Stradolini

Una parte del questionario riguarda i profughi dell’esodo giuliano dalmata, così si è raccolto vario materiale, intitolandolo “I Profughi istriano dalmati nel ricordo dei friulani”.
In tutta l’indagine, fino al mese di febbraio 2014, sono state raccolte 59 testimonianze, delle quali 40 della provincia di Udine, 14 della città di Udine e 5 di altre realtà dell’Italia.
Col coordinamento del professor Giancarlo Martina, le allieve Irene Campagna e Agnese De Giorgi, della classe 3^ A Turistico sono state incaricate di analizzare, con l’ausilio di strumenti informatici di laboratorio, i dati raccolti per le seguenti domande: Finita la guerra sono arrivati profughi nel suo paese? Da dove venivano i profughi? Quanti erano?
Su 40 intervistati della provincia di Udine, 13 di essi hanno risposto affermativamente: hanno conosciuto gli esuli. Si ricordavano di qualche nucleo famigliare proveniente dall’Istria, Zara e Fiume o più genericamente dalle “zone di confine”. A Flambro ci si rammenta di due famiglie di Cherso. Più numerosi i profughi arrivati tra Flambro e Castions di Strada; da 50 a 100 individui. A Cervignano ci sono le case degli esuli. A San Giorgio di Nogaro c’è il Villaggio Giuliano di 30 appartamenti, con qualche loro discendente. Altre forti comunità di esuli sono presenti a Grado (GO) e a Bibione (VE).
Rassegna stampa

Dopo qualche domanda di Marco Sicuro, presidente dell’Associazione Stradalta di Gonars, è intervenuto il professor Stefano Perini per «comunicare alcuni dati sul Comune di Aiello del Friuli riguardo ai profughi italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel 1945, c’erano 110 profughi italiani di Zara e molti altri dell’Istria nel 1946». Si è svolto, infine, un piccolo dibattito col pubblico interessato.
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RINGRAZIAMENTI 
Ringrazio sentitamente il signor Giovanni Lupetich, con padre di Fiume. Egli è nato a Udine nel 1953 ed è residente a Belluno; è stato da me intervistato al telefono il 10-14 giugno, il 7 agosto 2016, oltre ad un contatto faccia a faccia del 1° settembre 2016, verificatosi a Udine assieme a sua figlia Marianne Lupetich.

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Riferimenti sitologici
E. Varutti, Memorie italiane su Fiume, esodo 1947, articolo nel web del 2016 sul maestro Renato Lupetich di Fiume.

E. Varutti, L’esodo giuliano dalmata a Udine visto da Gli Stelliniani, articolo nel blog di Varutti sull’incontro svoltosi al liceo classico “J. Stellini” di Udine nel 2016.


martedì 28 febbraio 2017

Da Valle d’Istria a Laterina. I Druzi ne gà lassà in mudande

Presento ora la testimonianza di una esule che visse al Centro Raccolta Profughi di Laterina, in provincia di Arezzo nel 1958-1959. 

"Quell’anno, alla festa della Consolata, le suore avevano regalato ad ogni bimbo un biscotto wafer – ha riferito Pastrovicchio – e, una volta avuto il biscotto in mano, siamo stati immortalati in una fotografia, dopo di che ciò che restava fu fatto sparire".

È Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, provincia di Pola, il 16 maggio 1952. Fu immatricolata al CRP di Laterina il 25 giugno 1958 col n. 5377, come emerge dalla sua scheda di registrazione. Ecco la sua storia dell’esodo giuliano dalmata, con una valigina di cartone. Al confine di Divaccia la famiglia Pastrovicchio subì una indegna perquisizione da guerra fredda. I profughi furono fatti tutti spogliare, rimanendo in mutande, davanti ai Druzi. Con le Druze intente a ispezionare le parti intime delle profughe, in cerca di dinari. Cose dell’altro mondo!
Col termine di “Druzi” gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia indicano i partigiani comunisti jugoslavi. Deriva dallo storpiamento della parola serbo-croata “drug”, che significa “compagno”. Un altro dato informativo è che il cappellano del Campo Profughi di Laterina era don Bruno Bernini. Egli si adoperò affinché, nel 1955, il Corso per carpentieri e muratori attivato per i profughi portasse alla costruzione delle scuole elementari del paese, in località Casanuova, dietro il finanziamento di 900 mila lire da parte del Comune. Ma, ecco la incredibile avventura di Luisa Pastrovicchio. (Elio Varutti)
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Luisa Pastrovicchio alla colonia della FIAT di Marina di Massa

Domanda: Quando siete venuti via? Quanti eravate?
Risposta: «Era l’anno 1958 – ha detto Luisa Pastrovicchio – e siamo stati tra gli ultimi profughi a partire da Valle d’Istria. Eravamo mamma Virginia Silvi Zilovich, papà Gaudenzio, nonno Giorgio Pastrovicchio ed io. Avevo cinque anni. Siamo partiti in una gelida mattina di gennaio dell’inverno più freddo che io abbia mai visto. 
C’era tanta neve, la strada era ghiacciata ed ognuno di noi portava una valigia, io ne avevo una piccola di cartone. Anch’io volevo essere utile a portare via le poche cose permesse. Per avere quella valigetta avevo fatto uno scambio, con la mia bambolina di stoffa più un passeggino fatto di legno, cosa assai povera, ma che era il desiderio di un’altra bimba ed io mi sentivo già grande».
D.: Come siete partiti e cosa avete lasciato?
R.: «Prima di partire il babbo e la mamma avevano donato tutti i pochi averi ai parenti che restavano – ha risposto – e mi ricordo che li avevo aiutati a rompere i vetri della vetrina a muro e i vetri delle finestre. Il babbo aveva tolto tutte le prese elettriche di ceramica dicendo: Queste mi sono costate ed ai Druzi non le lascio. Nella mia testa mi domandavo chi erano i Druzi e perché rompere quello che tanto mi avevano raccomandato di non rompere tempo prima».
Virginia Silvi Zilovich col marito Gaudenzio Pastrovicchio e i figli Luisa e Giuliano sulle sponde dell'Arno, verso il 1958

D.: Signora Luisa Pastrovicchio, posso chiederle da dove siete partiti?
R.: «Ebbene eccoci al giorno della partenza – è la replica – da Rovigno eravamo saliti in treno e tutti ci salutavano. I nonni materni, Antonia Vidotto e Giovanni Silvi Zilovich, erano con le lacrime agli occhi, la mamma piangeva ed io non capivo. Salutavo, andavo in treno. Ma dove? – mi chiedevo. Mi rispondevano in un paese che ha tante giostre. Adesso avrei qualcosa da obiettare. Ogni cosa che abbiamo avuto, dal lavoro alla casa, è stata duramente conquistata ed il paese dei balocchi non è mai esistito».
D.: Da quale valico confinario siete passati?
R.: «Quando siamo arrivati al confine di Divaccia, il treno si è fermato – ha precisato la Pastrovicchio – sono saliti i Druzi. Che paura avevamo! Ci hanno divisi: donne da una parte e uomini dall’altra. In uno scompartimento ai loro ordini ci siamo spogliate. Mamma era in attesa di mio fratello Giuliano. Era  all’ottavo mese di gravidanza. Era partita prima di farlo nascere in Istria, sennò bisognava aspettare altri anni per avere il visto anche per lui. 
I Druzi non volevano che papà partisse perché era un elettricista specializzato ed era l’unico che sapeva far funzionare i proiettori del cinema di Valle e Dignano. A quei tempi uno dei primi divertimenti del dopoguerra».


Scheda di registrazione di Luisa Pastrovicchio al Centro Raccolta Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

D.: Ci sarà stato anche personale femminile per la perquisizione delle donne profughe, oppure c’erano solo maschi?
R.: «Sì. Ritornando a raccontare del confine – ha puntualizzato la testimone – le Druze, ossia le doganiere donne, ci hanno fatto spogliare e siamo rimaste solo con le mutande. Faceva tanto freddo e siamo state tanto tempo nude. Le Druse non credevano che mia mamma fosse incinta. Erano convinte che sotto quel pancione nascondesse indumenti e soldi. Prese dalla rabbia l’hanno visitata davanti a me, bimba, anche nei posti che pudicamente ognuno di noi nasconde. 
La vedevo così pudica, così piena di vergogna, povera mamma! Alla fine, visto che non avevamo valuta, ci hanno fatto rivestire».
D.: Che tristezza, cara signora mia. Ma è giusto raccontare anche questi particolari intimi per far capire a tutti come siete stati trattati. È successo dell’altro?
R.: «Insieme a noi c’era una signora che aveva nascosto dei soldi nell’imbottitura del reggiseno – ha risposto – allora la Druza si è messa ad urlare e, fatta rivestire la malcapitata, fu fatta scendere dal treno e accompagnata da due soldati. L’hanno portata lontana, in una giornata fredda, con tanta neve. Dove sarà andata? In prigione – hanno detto – per almeno dieci anni. Oddio, che paura avevo. 
E se a papà avessero trovato i soldi che aveva addosso. Io rimanevo senza papà. Dio, che angoscia, ma per fortuna presi da questo trambusto non se ne sono accorti. Già, allora mi domandai che male facevamo a portare via le cose che erano nostre».
Ricordo della cresima della signora Virginia Pastrovicchio

D.: Siete per caso transitati per il Centro di Smistamento Profughi di Udine, in via Pradamano, prima di giungere al CRP di Laterina?
R.: «Sì. Dopo una settimana che eravamo ad Udine, nel nostro primo centro di accoglienza profughi, nacque mio fratello. Era il 7 febbraio 1958. Dopo tre mesi siamo stati destinati al campo profughi di Laterina. 
Altro treno, altro viaggio e sempre con la mia valigetta. Siamo arrivati in questo campo costruito nella campagna toscana, con 22 baracconi lunghi circa 60 metri, per tenervi i prigionieri Americani ed Inglesi. Questi poi, nel dopoguerra, avevano rinchiuso i prigionieri Italiani e Tedeschi. La prima volta che è stata alzata la sbarra d’ingresso era il 19 agosto del 1948, per far entrare duemila profughi istriani».
Baracca n. 6 del CRP di Laterina, Arezzo. Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD Arezzo

D.: Come era la vita tra le baracche del CRP di Laterina?
R.: Lì arrivammo noi il 25 giugno 1958 – ha detto Pastrovicchio – eravamo partiti in quattro e ora eravamo in cinque bocche da sfamare, mentre i fiori cominciavano a colorare un mondo per noi, sotto molti aspetti, ancora freddo, grigio ed ostile. Le baracche erano divise da pareti di cartone e di tavole o con tende appese a un filo. Quattro metri per quattro per ogni famiglia».


La classe 2^ elementare con Luisa Pastrovicchio

D.: Come erano gli arredi del CRP di Laterina? Camera e cucina tutto insieme?
R.: «Avevamo in dotazione una brandina di ferro, un pagliericcio e due coperte militari. Il nonno ed io avevamo un letto a castello. Mamma e papà, con il mio fratellino, avevano il pagliericcio. La mamma cucinava su un fornello improvvisato a legna. Il governo italiano ci dava un sussidio giornaliero più una razione di legna per scaldarci che, ricordo, non bastava mai. 
Allora gli uomini andavano a prestare la loro manodopera preso i contadini dei casolari. Le donne raccoglievano lattughe selvatiche, castagne e gli scarti dell’unico negozio presente al Campo profughi, quando andava bene. Anche noi ragazzini andavamo nel bosco a raccogliere i rami secchi. Poche cose potevamo portare, ma servivano ad accendere il fuoco».
D.: Quali attrezzature aveva il Campo Profughi di Laterina? C’era la scuola?
R.: «Tutto intorno al Campo c’era il filo spinato – ha risposto la testimone – mi sembrava di essere in prigione. I carabinieri venivano con la loro camionetta a fare i giri di ispezione affinché tutto filasse liscio. 
Qui incominciai la scuola. In una baracca mal riscaldata ho incominciato a fare le prime aste su un quaderno nero con le righe rosse. Non ne facevo una dritta di asta e la maestra mi metteva sempre in castigo. Per qualsiasi ragione tutti i bimbi finivano in castigo dietro la lavagna e saltavano la merenda. Ma, chi aveva la merenda? I più fortunati mangiavano castagne secche, quelle che eravamo riusciti a procurarci».
Amiche al CRP di Laterina, 1958-1959

D.: Ricorda, per caso, un fatto bello, magari con un cibo particolare?
R.: «Quell’anno, alla festa della Consolata, le suore avevano regalato ad ogni bimbo un biscotto wafer – ha riferito Pastrovicchio – e, una volta avuto il biscotto in mano, siamo stati immortalati in una fotografia, dopo di che ciò che restava fu fatto sparire. 
Che voglia di mangiare ancora una volta quella dolcezza! Quando ho potuto, mi sono mangiata da sola una scatola di wafer. Sembra stupido,  ma una roba da poco può rivelarsi una grande conquista per chi ha vissuto nelle privazioni».
D.: Dove lavoravano i profughi? C’era lavoro nella zona?
R.: «Siamo stati due anni in questo campo ha detto – e papà nel frattempo era partito alla volta della Francia per trovare lavoro. Aveva resistito sei mesi, poi passando da Torino, in visita ad alcuni parenti, aveva trovato lavoro là e ci siamo trasferiti in una vera casa, un piccolo alloggio tutto per noi. Era l’anno 1960. L’alba di una nuova vita scacciava le tenebre di un periodo non voluto, né  cercato.
Parenti dei Pastrovicchio al CRP di Laterina

D.: Ricorda qualche altro fatto, una curiosità?
R.: «Una piccola curiosità è rinvenuta dagli archivi del Campo Profughi – ha concluso Luisa Pastrovicchio – in cui emerge la collaborazione da parte degli esuli verso questa nuova nazione, ma fatta poi subito eliminare. I profughi istriani del campo di Laterina hanno contribuito all’elezione di Amintore Fanfani, poi divenuto ministro. 
Si è trovato nell’album della direzione, datato 1956, un telegramma del Ministro dell’interno Fanfani, collegio elettorale di Arezzo, che ringrazia i profughi perché su 519 votanti del Campo Profughi ben 462 avevano votato per il suo partito, togliendo ai comunisti l’amministrazione del Comune di Laterina. I profughi trasferiti in un altro campo, dopo il 1958, furono invitati a non trasferire l’iscrizione anagrafica, per non ripetere lo stesso scherzo di Laterina, nelle successive elezioni».
Luisa e Giuliano Pastrovicchio

Messaggi dal mondo a questo blog
Le storie che racconto in queste pagine web raggiungono gli esuli in Italia, Europa e nei luoghi più lontani. Il signor Gianni Marchiori il 24 febbraio 2017, dalla città di Tigre, in Argentina, mi ha scritto nel profilo di Google il seguente messaggio: «Molto interessanti queste informazioni per me che sono figlio e nipote da parte materna di esuli polesani. Grazie per la diffusione della storia delle nostre radici. Cari saluti».
Il signor Enzo Bertolissi, nato nel 1937 a Prosecco, in provincia di Trieste, mi ha riferito che la sua famiglia fu costretta a sfollare in Friuli, in seguito ad episodi di prelevamento di persone amiche da parte dei partigiani titini, mai più viste e, probabilmente, uccise nelle foibe.
La signora Lorena Lizzul, da Bollate, Milano, mi ha scritto il 6 febbraio 2017, in riferimento al Centro di Smistamento Profughi di Udine, che: «Anche i miei genitori sono passati da Udine nel 1958». Ecco, nel 1958, come la famiglia Pastrovicchio di Valle d’Istria.

Comunione e cresima al CRP di Laterina, 1959
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Fonti e ringraziamenti
L’autore desidera ringraziare le seguenti persone per la condivisione dei racconti sull’esodo giuliano dalmata e per le riflessioni su detto fenomeno. Prima di tutti  ringrazio la signora Luisa Pastrovicchio, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, per il memoriale dattiloscritto, i documenti personali e le fotografie messe a disposizione per il presente articolo. Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché ha facilitato gentilmente il contatto con la signora Pastrovicchio.
- Lorena Lizzul, nata a Chiari nel 1961, in provincia di Brescia, ora vive a Bollate, Milano, messaggio in Facebook del 6 febbraio 2017.
- Enzo Bertolissi, Prosecco 1937, provincia di Trieste, esule a Tarvisio, provincia di Udine, intervista del 20 e 22 febbraio 2017 a Udine a cura di E. Varutti.
- Gianni Marchiori, Tigre, Argentina, con avi di Pola, messaggio nel profilo di Google del 24 febbraio 2017.
Campo Profughi di Laterina, Corso muratori e carpentieri, disteso a terra in primo piano, Gaudenzio Pastrovicchio, esule da Valle d'Istria

Collezioni private
- Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD di Arezzo, informazioni, piante, prospetti e planimetrie progettuali del CRP di Laterina.
- Collezione famiglia Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino, fotografie, documenti e memoriale dattiloscritto.
- Collezione Enzo Bertolissi, Tarvisio, provincia di Udine, memoriale dattiloscritto
- Collezione Giuliana Filipovich, Torino, certificati.

Interessante documento d'identità dell'International Refugees Organization (IRO)di Fiorito Filipovich, nato a Udine e registrato a Laterina il 20 settembre 1949. Ringrazio la figlia Giuliana Filipovich, di Torino che, in un messaggio in Facebook del 1° marzo 2017, mostrando questo documento, ha spiegato l'esodo del babbo così: "Da Fiume a Laterina".

Un altro raro documento che esce dagli archivi familiari. Si tratta di un "Foglio di ricognizione per le persone della gente di mare di seconda categoria", emesso dal Compartimento marittimo di Livorno il 4 ottobre 1949, che iscrive una persona in qualità di "pescatore". L'intestatario è Fiorito Filipovich, nato a Udine il 16 novembre 1921, che poi lavorò a Fiume quando, col Trattato di pace del 1947, scelse l'Italia. La matrigna Italia lo alloggiò nelle baracche del Centro Raccolta Profughi di Laterina, Arezzo. Curioso che gli diano un documento "Valevole per il solo imbarco su navi battenti bandiera estera" a lui che è italiano per scelta. Collezione Giuliana Filipovich,  Torino.

Riferimenti bibliografici e del web

E. Varutti, Esodo disgraziato dei Tardivelli, da Fiume a Laterina 1948, articolo pubblicato nel 2017.


Virginia Silvi Zilovich col marito Gaudenzio Pastrovicchio, nel 2016, a Torino

Luisa Pastrovicchio con la mamma nel 2016 a Torino

Planimetria del CRP di Laterina. Collezione Claudio Ausilio, delegato provinciale ANVGD Arezzo

Udine, Via Pradamano 21 - Collegio convitto Opera Nazionale Balilla, poi GIL, progetto di Ermes Midena. Fotografia del 1938, quando fu inaugurato da Mussolini. Dal 1947 al 1960 questo impianto divenne il Centro di Smistamento Profughi, da dove transitarono oltre centomila italiani esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia, come recita la lapide posta dal Comune di Udine nel 2007, nel 60° anniversario dell'apertura ai profughi giuliano dalmati
Gli edifici di Via Pradamano a Udine oggi ospitano la scuola media "E. Fermi", una biblioteca, un ambulatorio ed altri uffici. Fotografie di Elio Varutti 2017