giovedì 14 settembre 2017

Antica Terra della Tisana, Atti del convegno di Lignano 2016

Talvolta le vecchie istituzioni sembrano meglio di quelle nuove. È il caso della cosiddetta Terra della Tisana. Non era solo un’indicazione geografica che univa i paesi rivieraschi della foce del Tagliamento: Latisana, San Michele al Tagliamento, Ronchis e Lignano Sabbiadoro.
La copertina del volume uscito nel 2017

Fu pure una realtà amministrativo-istituzionale di derivazione feudale appartenuta prima al Conte palatino di Gorizia, poi a diverse famiglie nobili veneziane consorziate fra loro, come ha scritto Roberto Tirelli, a pag. 33, di questo originale volume miscellaneo.
Il testo, come accennato in copertina, contiene gli Atti del 1° Convegno sul tema, svoltosi a Lignano Sabbiadoro il 5 marzo 2016. Il titolo dell’assise è: Antica Terra della Tisana, Il governo della Terra. Il volume riporta i saluti ai convegnisti di Luca Fanotto, sindaco di Lignano Sabbiadoro, di Elena De Bortoli, assessore alla Cultura del Comune di San Michele al Tagliamento e di Claudio Gigante, assessore alla Sicurezza e Protezione civile, del Comune di Ronchis.
Ciò che può più interessare il lettore è che l’evento è stato favorito Francesco Frattolin, presidente della Consulta Comunale per la Friulanità del Comune di San Michele al Tagliamento, che oggi è pertinente alla città metropolitana di Venezia, anche se di cultura, lingua e tradizioni radicate nel Friuli storico. Proprio Frattolin presenta una sintetica Premessa al volume, dove spiega che «le popolazioni nei territori di ca e di là da l’Aga vivono unitariamente i vari aspetti antropici (sociale, culturale, sportivo, turistico, ecc.) rimanendo condizionati però dal confine politico-amministrativo con ricadute sugli aspetti prima citati (sanità, scuole, campionati vari, trasporti, ecc.». Lo scopo precipuo della Consulta Comunale citata è allora quello di recuperare una dimensione unitaria del vivere quotidiano nel mondo del lavoro, dell’economia, della sanità e delle aggregazioni umane.
Per una dichiarata scelta editoriale gli Atti del convegno contengono alcuni contributi “fuori sacco”.
Per esempio il primo saggio, opera del professor Sergio Zamperetti, dell’Università di Venezia, intitolato “Dai conti di Gorizia al consorzio patrizio. La giurisdizione di Latisana nell’età della Repubblica di Venezia”, richiesto per il 2° convegno, svoltosi nel 2017, è stato qui inserito per la pertinenza della tematica. Altri quattro articoli sono stati ripresi – tali e quali – dal periodico “la bassa”. Si tratta degli studi di Tirelli, di Mortegliano, col titolo “Le istituzioni del feudo consortile della Terra della Tisana” (“la bassa”, n. 72). Pure il lavoro di Enrico Fantin è stato tratto dallo stesso periodico co titolo “L’Antica Terra della Tisana com’era governata ai tempi della Serenissima”. La ricerca di Benvenuto Castellarin, di Ronchis, intitolata “Alcuni toponimi di luogo di uso e utilità pubblica nella Antica Terra della Tisana”, è tratta dal n. 73 della medesima rivista. Dal n. 74 sono stati ripresi gli studi di Franco Romanin, di San Michele al Tagliamento, col titolo “Dal patriarcato di Aquileia al vescovo di Concordia” e quello di Luca Vendrame, di Teglio Veneto, intitolato “Le comunità rurali nella giurisdizione di Latisana in età moderna”.
Nel 1° convegno ha relazionato Eugenio Marin, di Cintello di Teglio Veneto, sul tema delle “Pievi, parrocchie e cappelle della Terra”, come documentato dai relativi atti. Poi c’era Carla Marcato, dell’Università di Udine, col contributo “La Terra della Tisana e l’idronimo Tagliamento”. Incaricato di trarre le conclusioni era Franco Rossi, direttore dell’Archivi di Stato di Venezia, non presente negli Atti, per motivi tecnici, come pure è capitato per i saluti del sindaco di Latisana.
Denaro di Latisana della fine del 1200, l'originale era in argento; riconiato in oro nel 1998 dall'orafo Faidutti di Latisana, con l'Ascom della zona

A questo punto mi permetto di aggiungere un breve contributo riguardo alla esclusiva moneta medievale coniata a Latisana, della quale si fanno dei cenni pure in questi stessi Atti. Ciò per segnalare che il tema della Terra di Tisana coinvolge vari settori della vita cultura ed economica della zona. Nel 1998 la Delegazione mandamentale di Latisana dell’Associazione dei Commercianti (Ascom), tramite il suo presidente Antonio Bonelli lanciava il concorso a premi “Gratta, parcheggia e vinci”, mettendo in premio 45 monete d’oro riconiate sull’originale in argento del denaro scodellato usato per il porto di Latisana sul finire del 1200. Il dritto della moneta mostra il patriarca seduto in faldistorio con alla destra il pastorale e alla sinistra il Vangelo. Il soldo è contornato dalla scritta: “+PORTUMTE S ANA”. Sul rovescio si nota un tempio di cinque colonne con due torri coperte da cupole.
Il denaro di Latisana, coniato alla fine del 1200, risponde alle esigenze del suo porto fluviale sul Tagliamento. Si conosce l’esistenza di quattro esemplari in argento e tre versioni, con scritte differenti. La moneta originale ha un diametro di 21 mm ed un peso di gr 1,04. Presenta il caratteristico bordo rilevato o scodellato. Dimostra che il porto di Latisana aveva una rilevanza di un certo livello per gli scambi mercantili tra il mondo germanico, Venezia, l’Adriatico e il Medio Oriente. Rivela, infine – come ha scritto M. Altan, nel 1991, nel n. 22 de “la bassa” – la curiosità giuridica di una comunità che, pur sotto la nominale sovranità del Patriarcato di Aquileia, si auto-amministrava disponendo niente meno che di una zecca propria, in collegamento a quelle dei Conti di Gorizia. Il pezzo metallico presenta alcune affinità con le monete del Patriarca Pellegrino II (1195-1204) e con quelle di Wolger di Ellenbrechtskirchen (1204-1218).
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Per chi fosse curioso di leggere nel web uno dei saggi contenuti negli Atti citati, veda qui accanto l'articolo di Eugenio Marin, Pievi, parrocchie e cappelle dell’Antica terra della Tisana, in Atti Antica Terra della Tisana. Il governo della Terra, (Lignano Sabbiadoro 5 marzo 2016), Latisana; San Michele al Tagliamento, La bassa, 2017, pp. 67-80.
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Francesco Frattolin (coordinamento editoriale di), Antica Terra della Tisana, Il governo della Terra, Atti del 1° Convegno, Lignano Sabbiadoro 5 marzo 2016, Associazione culturale “la bassa”, 2017, pagg. 104, fotografie b/n.

ISBN 979-12-200-1956-9

domenica 10 settembre 2017

Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale, conferenza a Cividale

C’erano i nervi a fior di pelle per la conferenza di Mauro Tonino, Luca Urizio e Roberto Novelli a Cividale del Friuli il 9 settembre 2017. L’incontro, che ha tenute inchiodate alla sedia o in piedi oltre 100 persone al Caffè San Marco, aveva per titolo “Verità scomode e tragedie nascoste sul confine orientale 1943-1945”. Assai interessante pure il sottotitolo, che diceva: “Scavi archivistici, considerazioni storiche e responsabilità dei vari soggetti in campo”.
Roberto Novelli, al microfono nella sala del Caffè San Marco di Cividale apre la conferenza "Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale"

Ha aperto la serata Roberto Novelli, consigliere regionale di Forza Italia e promotore dell’iniziativa assieme alla Lega Nazionale di Gorizia, per sottolineare come l’incontro pubblico avesse un tema di richiamo forte. È stato proprio Stefano Balloch, sindaco di Cividale, ad accennare alle «verità scomode che verranno trattate questa sera, perché lo stato non ha voluto dire ai propri cittadini tutto quanto avrebbe dovuto dire». Gli ha fatto eco Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia per ricordare come l’argomento del confine orientale «fosse brandito nel passato come lotta politica dalle opposte fazioni politiche italiane, mentre oggi chiediamo solo di sapere dove sono sepolte le persone scomparse nel 1945 nei giorni di terrore titino a Gorizia e in altri luoghi. Come si fa a negare ai discendenti degli scomparsi il posto dove portare un fiore del proprio parente ucciso?»
Tra il pubblico che affollava la sala di Largo Boiani 7, si sono notati Manuela Di Centa, già deputata di Forza Italia, Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale, Maria Grazia Ziberna, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, Francesco Romanut, sindaco di Drenchia, Eliana Fabello, sindaco di Grimacco e Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, rappresentava Bruna  Zuccolin presidente del sodalizio degli esuli giuliano dalmati del capoluogo friulano.
Ha poi avuto la parola lo scrittore Mauro Tonino, autore di Rossa terra, un romanzo storico sulla vicenda di un infoibato in Istria, edito nel 2013 dall’editore L’Orto della Cultura, di Pasian di Prato. L’infoibato si chiama Cattunar, di Villanova di Verteneglio.
In prima fila: Stefano Balloch, sindaco di Cividale, Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia e Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale

Mauro Tonino ha descritto la situazione «complessa tra il 1943 e il 1945 dell’Italia Orientale, dove molti individui e istituzioni hanno avuto un ruolo determinante, come Tito, che voleva annettersi i territori fino a Monfalcone, Benecia inclusa, poi c’erano gli inglesi, i partigiani garibaldini e osovani, senza dimenticare l’importanza che ebbe la Chiesa, con tutti i preti della Osoppo, come don Aldo Moretti, don Redento Bello e don Ascanio De Luca». Lo scrittore ha spiegato la grande preoccupazione di mons. Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, dopo l’8 settembre 1943, quando i titini occupano l’Istria e cominciano a uccidere nelle foibe le prime centinaia di italiani, civili e donne incluse, per la pulizia etnica. «D’altro canto gli inglesi nutrivano un forte sospetto, la loro preoccupazione era che a fine conflitto si creasse una situazione simile alla Grecia, cioè un contesto di guerra civile tra le varie fazioni». 
Pubblico in sala e, prima a sinistra, Manuela Di Centa

Si aggiunga il ruolo di mons. Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine, e il suo carteggio con Montini, dove si evidenzia la preoccupazione della possibile avanzata titina sul Friuli.
Nella sua relazione Mauro Tonino ha letto vari stralci di documenti, come i Diari di Galeazzo Ciano, oppure le interpretazioni storiche di Claudio Pavone, scomparso di recente. Naturalmente si è parlato dell’eccidio di Porzus e dell’intenzione di mettere sotto il comando del IX Corpus titino le formazioni partigiane italiane delle brigate Garibaldi Osoppo«Con il comando partigiano unico, di fatto si sarebbero legittimate le rivendicazioni di Tito sulle nostre terre - ha concluso Tonino».
Poi ha parlato Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. «In seguito ai recenti ritrovamenti di documenti sulle sparizioni e uccisioni di persone varie da parte dei partigiani filo-titini nelle nostre zone, abbiamo cercato negli archivi del Comune se era rimasto qualche atto, fu così che abbiamo trovato un faldone intitolato ANPI gioie e dolori, con i nomi delle persone eliminate dai partigiani rossi negli ultimi tempi della guerra. Ad esempio c’è un Rino Piani ucciso a 14 anni, beh sapete che è capitato proprio a me, anni fa, mentre aravo col trattore, di vedere Catina Piana, la madre di questo sventurato che veniva a gridare e a chiamare il figlio vicino al campo dove sapeva che fosse sparito».

Il sindaco ha aggiunto che pochi hanno il coraggio di raccontare con dichiarazioni ufficiali ed esposti alle autorità, perché hanno paura delle ritorsioni, come hanno scritto i carabinieri nel concludere che la fossa di Rosazzo non è rintracciabile. Nel faldone suddetto, ha concluso Trentin «abbiamo trovato i nomi e i cognomi degli scomparsi e uccisi, fatti passare poi come morti per motivi bellici, si tratta di almeno 22 casi, tra i quali donne e un minore, il figlio di Catina Piana, appunto. Poi ricordo una frase di mio padre, quando si parlava della guerra, lui diceva: Pôre dai partisans, mai dai todescs! [Paura dei partigiani, mai dei tedeschi!]».
Luca Urizio, presidente della Lega nazionale di Gorizia, confermando le dichiarazioni del sindaco di Premariacco, ha parlato di «omertà, mistificazione e malafede su fatti accaduti e di cui abbiamo qui alcune documentazioni. Gli anziani intervistati raccontano eccome, ma poi se si tratta di firmare degli atti, molti si ritirano per timore di ripercussioni negative per quanto riguarda la cosiddetta fossa di Corno di Rosazzo. Poi nel 2016 a Roma, alla Farnesina, ho trovato le liste dei 665 deportati e eliminati di Gorizia da parte titina. Stiamo verificando i nomi con i rientri nel dopoguerra, per consegnare al sindaco di Gorizia l’elenco ufficiale di queste vittime e per mettere gli assassini alla gogna». Sono state menzionate poi le atrocità dei filo-titini perpetrate a Resia, Travesio e Cormons.
Dietro al tavolo: Mauro Tonino, Roberto Novelli e Luca Urizio

Poi si è aperto il dibattito. Sono state rivolte varie domande sull’eccidio di Porzus. Poi Giovanni Guerrini, figlio di un infoibato istriano, ha raccontato dell’uccisione da parte dei partigiani di Orietta Coccolo a Stremiz, gettata in una fossa. Stessa fine per due marò, i resti dei quali sono stati portati a Gorizia.
L'entrata a Stremiz in una fotografia del 1997. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Si è fatta una piccola ricerca per questo blog. Stremiz, frazione di Faedis, è un borgo antico, menzionato per la prima volta nella storia nel 1294. Era assoggettato alla nobile famiglia dei Cucagna, a partire dal XIII secolo. Costituito da pochi edifici attorno ad una piccola piazza, ha una fontana del XIX secolo. Poi ci sono i resti di tre mulini e un ponte ad arco in pietra di origine romana, nei pressi delle sorgenti del Grivò. Nel 2015 Stremiz contava 32 abitanti.
Nel 1945, a guerra conclusa, qui vengono fucilati, dopo un sommario processo, i due marò citati sopra, alcuni militi della RSI e certe donne. Autori della fucilazione sono stati i partigiani rossi della Divisione Garibaldi Natisone. Fu detto che i morti ammazzati erano spie fasciste o camicie nere compromesse. Nel 1997 le autorità competenti effettuarono lo scavo. I corpi di sette vittime, tutti decapitati, sono stati riesumati dopo 52 anni, in base ad una testimonianza di una donna, che aveva assistito all'eccidio, come ha riportato il «Messaggero Veneto» del 16 febbraio 2016.
La fossa di Stremiz nel 1997 ormai ricoperta, dopo la riesumazione dei sette cadaveri fucilati nel 1945. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Per ritornare alla conferenza, bisogna dire che Urizio ha spiegato che non c’è una foiba di Manzano, come hanno titolato i giornali, quanto invece si tratterebbe di varie fosse comuni, scavate dagli stessi morti ammazzati, in quel triste periodo della guerra, prima di essere uccisi. «La nostra mission è verità e giustizia – ha concluso Urizio – bisogna usare le idee per fare luce e non come armi». 
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di E. Varutti e due fotografie, del 1997, di Checco R., che si rinrazia per la diffusione nel blog.
Mauro Tonino al microfono. Fotografia da Facebook
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Sitologia
- Rosanna Turcinovich Giuricin, “Confine orientale. Le verità sono sempre scomode”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 11 settembre 2017.

- “Sul Lapidario i nomi dei responsabili delle deportazioni”, «Il Piccolo», 13 settembre 2017.

martedì 5 settembre 2017

Cesare Conighi da Fiume ai lager di Dachau, Sachsenhausen e Polonia

Cesare Augusto Conighi è stato un ufficiale dell’Esercito Italiano. Nasce a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, il 14 maggio 1895 da Carlo Alessandro e da Elisa Ambonetti. Muore a Roma il 10 dicembre 1957 col grado di tenente colonnello.
Il volontario dell’Esercito Italiano Cesare Conighi. Fiume d’Italia, 4 marzo 1920. Ph. Gino Cavalieri, Perugia. Collezione famiglia Conighi, Udine.

È l’ultimo di cinque fratelli Conighi: Maria Regina (Trieste 1881-Udine 1955), Carlo Leopoldo Antonio (Trieste 1884- Udine 1972), Silvia (Fiume 1888-1892) e Giorgio Alessandro (Fiume 1892-Trento 1977). Il padre, l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, è impresario, costruttore e presidente della Camera di Commercio e Industria di Fiume.
Il suddito austro-ungarico Cesare, da ragazzo, assiste alle gesta dei fratelli e di altri giovani concittadini per l’italianità di Fiume. Il 30 novembre 1908 il fratello Carlo Leopoldo, detto Carlo Conighi Junior, è eletto nel consiglio del circolo “La Giovine Fiume”, legato alle idee di Giuseppe Mazzini. Secondo l’autorità austro-ungarica tale gruppo “irredentistico italiano”, di ispirazione mazziniana, ha “deciso e procurato l’arruolamento d’un corpo di volontari a Trieste, l’incorpamento [incorporamento] di questi al Corpo di volontari esistente in Italia, per favorire un’invasione armata delle cosiddette provincie italiane dell’Austria”. Così ha scritto, in un suo saggio a pag. 4, Antonio Luksich-Jamini.
Come ha accennato Giovanni Stelli a pag. 170 di un suo studio pure Cesare Conighi, nel 1908, è vicino all’associazionismo irredentista fiumano, nonostante la sua giovane età. Poi succede che il fratello Giorgio Conighi, assieme ad altri nove fiumani, viene processato per alto tradimento il 10 dicembre 1910, dalla Corte d’Assise di Graz; così ha riportato Enrico Burich, a pag. 15, di un suo articolo.
Dedica autografa di Cesare Conighi al fratello Carlo Leopoldo, sotto la firma del fotografo di Perugia Gino Cavalieri, 1920.  Collezione famiglia Conighi, Udine.

«È del febbraio 1911 la beffa dei finti bersaglieri – come ha ricordato Giovanni Stelli, a p. 173 di un suo articolo – a cui parteciparono, tra gli altri Giorgio Conighi e Giovanni Host: i “bersaglieri”, ossia un gruppo di giovani fiumani travestiti da bersaglieri, entrarono nel teatro comunale per recarsi al ballo della Beneficenza italiana e poi durante le notte “la fanfara scorrazzò per le vie della città suonando gli inni patriottici”, mentre la polizia stupita e interdetta non intervenne».
La sorella Maria Regina Conighi si impegna in quei frangenti, con le donne filo-italiane della città, a cucire coccarde e bandiere tricolori, oltre ad organizzare l’assistenza ai perseguitati politici della gendarmeria austro-ungarica.
Cesare Conighi a Roma il 15 maggio 1913. Col logo del fotografo che incolla l’immagine su cartoncino in stile Liberty. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Con la Grande Guerra il fratello maggiore Carlo Leopoldo Conighi è richiamato quale artigliere telefonista in divisa austriaca, di stanza tra Aurisina, Sistiana e Grado, come ha riportato Varutti nell'articolo "Sembra la pace in avvicinamento...", nel 1997.
Cesare e il fratello Giorgio Conighi invece scappano da Fiume, passano il confine per arruolarsi nel Regio Esercito Italiano. Cesare è a Roma nel 1913-1914, come testimoniano alcuni disegni ad acquerello nella collezione familiare e una fotografia datata. 
Di Giorgio Conighi si legge una notizia sul «Giornale di Udine» del 14 novembre 1915. La testata friulana scrive che il «soldato volontario negli alpini Giorgio Conighi, nato a Fiume (Ungheria)» riceve assieme ad altri militi un encomio solenne. Deve essere l’ultima volta che appare pubblicamente il nome e cognome di un irredentista a chiare lettere.
Per sfuggire alla forca austriaca, che li persegue per alto tradimento e, su indicazione dell’autorità militare italiana, i fratelli Conighi cambiano il cognome, come fanno molti altri irredentisti trentini, triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati inquadrati nelle truppe italiane. Cesare adotta lo pseudonimo di “Cesare Nelli”, come riportano alcuni giornali di Trieste e di Perugia. Si veda in merito «Il Piccolo della Sera», del 25 febbraio 1933, p.1 e «L’Unione liberale» di Perugia, 4 settembre 1922, p. 3. Mentre in determinate carte familiari si è rintracciato anche l’alias di “Carlo Nelli”. Il fratello Giorgio Conighi tramuta il suo nome in Giorgio “Dilenardo”.
Cesare Augusto Conighi, Roma, acquerello su carta firmato e datato in alto a destra: 1914, cm 24 x 34. 
Collezione famiglia Conighi, Udine.

La gendarmeria austo-ungarica si mobilita: «nell’ira furibonda che il giovane Cesare Conighi avesse potuto osare l’inosabile – come ha scritto E.R.P. – lo condannarono a morte in contumacia». La Commissione austro-ungarica che condannò a morte Cesare Battisti, ordinò che egli (Cesare Conighi) fosse impiccato in effigie vicino al grande martire del Castello del Buon Consiglio di Trento. Poi Cesare Conighi fa parte dell’Aviazione militare italiana e, nel 1918, è legionario fiumano come i fratelli Carlo Junior e Giorgio e molti giovani fiumani, in collegamento all’impresa dannunziana.
Maria Regina Conighi, con varie altre donne di Fiume, si impegna in difesa degli italiani nel 1915-1918. Ecco le parole di un necrologio per lei (vedi:  C.L. Conighi, Lettera del 16 aprile 1955, dattil. Collezione famiglia Conighi, Udine); è stato stilato nel 1955 dal fratello architetto Carlo Conighi Junior: «Durante il primo conflitto mondiale (Maria Regina) rimasta a Fiume sola con la diletta Mamma… aiutò in tutti i modi i prigionieri italiani e i giovani fiumani (parola cancellata: disertori) nascondendoli perfino nella propria casa, per sottrarli alla prigionia».
Ritratto della famiglia Conighi di Fiume verso il 1899, Stabilimento fotografico Carposio, Via Ciotta, Fiume. L’ingegnere Carlo Alessandro Conighi è in piedi, la moglie Elisa Ambonetti, seduta, la figlia Maria Regina, in piedi, Carlo Leopoldo, col farfallino, seduto sullo sgabello, con Cesare e Giorgio, in piedi davanti al babbo. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Terminata la guerra, la stessa fonte ci rivela che: «Tra il 1918 e il 1924 Maria Regina Conighi opera nella Giovane Fiume e, poi, nella Giovane Italia, aiutando e soccorrendo i fiumani e gli altri legionari dannunziani». Si ricorda che la Giovane Fiume sorge nel 1905, come ha scritto Giovanni Stelli.
I tre fratelli Conighi (Carlo Junior, Giorgio e Cesare) sono attivamente impegnati come legionari fiumani di Gabriele d’Annunzio dal 1918-1919 al 1924, quando la città quarnerina è annessa al Regno d’Italia. «Gabriele d’Annunzio – ha scritto E.R.P. in riferimento a Cesare Conighi – per il suo passato d’italiano e patriota, volle appuntare sul suo petto la stella d’oro dei valorosi, su cui incise col proprio pugnale la data e il nome».
Carlo Leopoldo e Giorgio Alessandro, infatti, sono ferventi soci della Giovane Italia, di cui Carlo Leopoldo è cassiere, come si evince dai registri contabili del circolo (C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine. C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine). 
Nel registro delle spese della Sezione di Fiume della Giovane Italia, tenuto dal fratello Carlo Leopoldo Conighi, si legge la seguente annotazione contabile del 22 marzo 1919: «Consegnate al tenente Nelli per la sezione di Perugia a titolo di prestito L. 400 e cor. 2,90. (totale) 580». Con l’abbreviazione “cor” si intende corone, ossia la svalutata moneta austriaca, mentre il “tenente Nelli” è chiaramente: Cesare Conighi, alias Cesare o Carlo Nelli, come già scritto.

Cesare Conighi, primo a sinistra, con amici a Roma il 29 giugno 1919. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Cesare Conighi il 2 settembre 1922 sposa a Perugia la marchesina Lodovica Torelli Massini, che gli dà due figlie: Maria Alessandra (Fiume 1924) e Maria Elisabetta (Roma 1935). «Testimoni della sposa – si legge sul giornale di Perugia, già citato, del 1922 – furono il conte Napoleone Faina e il dottor conte Solazzi; dello sposo il conte onorevole Luciano Valentini e il conte Tiberio Rossi Scotti rappresentato dal maggiore Martorelli». Il quotidiano spiega inoltre che molti perugini chiamano lo sposo ancora con l’appellativo di Cesare Nelli, il cognome scambiato per sfuggire alla vendetta austriaca.
La signora Margherita Abbozzo, dopo aver letto l'articolo presente, il 4 ottobre 2021, ci ha scritto: "Vichina Torelli doveva essere una ragazza in gamba. Per esempio guidava un'automobile nel 1918! Con le sue sorelle e con mia nonna, Egle Mondino Abbozzo, facevano parte di un gruppo di giovani che in quegli anni frequentavano il famoso avvocato e docente Francesco Innamorati. Nonna Egle Mondino, piemontese, era arrivata a Perugia nel 1915 per il lavoro del padre, Regio Conservatore delle Ipoteche. Giovane brillante, di idee progressiste, suffragetta, fu la prima donna a laurearsi in Giurisprudenza nell'ateneo perugino nel 1919".
Nel giugno 1926 Cesare Conighi è impegnato in Libia col reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Tra le altre si trova a Bengasi e a Tobruk. In base alla stampa di Fiume (Vedi: “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2), nel 1930, si trova di stanza a Udine ed è citato quale “tenente di cavalleria combattente nel Regio esercito”. Secondo il carteggio di famiglia, nel 1933, Cesare Conighi è a Roma dove, due anni più tardi, gli nasce la secondogenita Maria Elisabetta.
Cesare a Tobruk, primo a sinistra, giugno 1926. Si conoscono la signora Pettazzi, col n.1 e la figlia Marinella (Maria Alessandra), col n. 2. Collezione famiglia Conighi, Udine.

«Nominato ufficiale effettivo per merito di guerra – scrive ancora E.R.P. – nel 1939-1940 capitano di Piemonte Reale Cavalleria, diviene ufficiale d’ordinanza del generale Alfredo Guzzoni nella campagna di Albania». Qui, per una caduta da cavallo, riporta gravi ferite, come la lesione della spina dorsale. 
Nel 1940 è con la 4a Armata agli ordini del Principe di Piemonte. Nel 1941, nonostante le condizioni critiche di salute, è inviato in Russia, facendo parte dell’Armata italiana in Russia (ARMIR). Riesce a rientrare in Italia e, nel 1943, è in Sicilia, sempre ai comandi del generale Guzzoni, con la 6a  Armata.
Nel 1943, dopo l'armistizio italiano con gli alleato dell'8 settembre, mentre è in servizio a Montebello di Vicenza, viene imprigionato dai tedeschi e, siccome si rifiuta di collaborare con loro, viene deportato nei Campi di concentramento nazisti di Norimberga e di Berlino, secondo E.R.P. Si precisa, tuttavia, che a Norimberga non si trovano campi di concentramento, però la città è a pochi chilometri di distanza da Dachau. Altra precisazione: a 40 chilometri da Berlino si trova il Campo di concentramento di SachsenhausenPare molto probabile, quindi, che Cesare Conighi sia stato rinchiuso a Dachau e a Sachsenhausen.
Lettera autografa di Cesare Conighi al padre, scritta da Roma il 2 agosto 1933 (particolare). Collezione famiglia Conighi, Udine.

Liberato dai Russi, a guerra conclusa, è subito mantenuto in cattività. Questa volta non sono i nazisti, ma i sovietici a imprigionarlo.
Dopo un trasferimento a marce forzate nella neve e nel freddo per oltre cento chilometri, Cesare Conighi viene detenuto nuovamente in un Campo di concentramento sovietico in Polonia per altri cinque mesi.
Rientra in Italia solo nel mese di ottobre 1945, stroncato nel fisico. Pesa circa 35 chilogrammi. Nel 1946 la sua famiglia di Fiume deve affrontare l’esodo giuliano dalmata, poiché scacciata dai titini della Jugoslavia.
Cesare, esule nella sua stessa patria tanto agognata, si stabilisce a Roma, dedicandosi agli aspetti assistenziali dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e muovendosi con due bastoni, visti i problemi di deambulazione, fino al dicembre 1955, quando lo coglie la morte.
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Fiume, 4 settembre 1940. Nozze di diamante di Carlo Alessandro Conighi, primo a sinistra seduto e di Elisa Ambonetti, seduta di fonte a lui. Cesare, in divisa, è in piedi dietro al babbo. Poi si conoscono: una familiare; Amalia, moglie di Carlo Leopoldo, che le sta in piedi accanto. A seguire: Helga e Ferruccio, seduti a capotavola. In mezzo a loro il bimbo Elio, figlio di Giorgio. Dietro, in piedi: Enrico. Poi c’è Maria Regina tra due signori non noti e Giorgio Conighi accanto alla mamma Elisa.  
Collezione famiglia Conighi, Udine.

Fonti e riferimenti
- Le fotografie, i disegni e i documenti riprodotti nel presente articolo sono della: Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
Commiato di lettera autografa di Cesare al fratello e ai nipoti per la morte della cognata Amalia Rassmann, Roma, gennaio 1954. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Bibliografia
- Enrico Burich, “Momenti della polemica per Fiume prima della guerra 1915/18”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», IX, 1-2, gennaio – giugno 1961, p. 15.
- E.R.P. (Elia Rossi Passavanti), “T. Colonnello Cesare Conighi”, «Notiziario della Cavalleria italiana,  Associazione Nazionale», III, n. 12, Roma, dicembre 1957, pag. 4.
- Antonio Luksich-Jamini, “Appunti per una storia di Fiume dal 1896 al 1914”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», XIV, 1-2-3-4, gennaio – dicembre 1968, p. 91.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», Trieste 25 febbraio 1933 – Anno XI, p. 1. 
- “Nozze”, «L’Unione liberale», Perugia, 4 settembre 1922, p. 3.
- “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2.
- E. Varutti, “Sembra la pace in avvicinamento… Diario dell’artigliere austriaco Carlo Conighi e le cartoline postali del bancario Dante Malusa, internato a Tapiosüly da Fiume nel 1915-1918”, in E. Polo et alii., Un doul a mi strinzeva il cour. 1917: questo terribile mistero, San Daniele del Friuli (UD), Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1997, pp. 59-76.
- E. Varutti, “Casi familiari di radicamento sociale del Risorgimento nel Friuli e nella Venezia Giulia”, in S. Delureanu, L. Piccardo, L. Bisicchia... et al., I moti friulani del 1864. Un episodio del risorgimento europeo. Atti del convegno, San Daniele del Friuli – Meduno 29 – 31 ottobre 2004, «Quaderni guarneriani», San Daniele del Friuli, 2005, pp. 131-156.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
Tessera dell’ANVGD del 1956, un anno prima della morte di Cesare Conighi. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Sitologia
- Giovanni Stelli, “L’irredentismo a Fiume”, in L’irredentismo armato. Gli irredentismi davanti alla guerra, a cura di F. Todero, «Quaderni di Qualestoria», n. 33, Trieste, IRMSL, 2015, pp. 145-179.
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Testi e ricerche di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.

lunedì 4 settembre 2017

Mostra su tram e treni al Museo Etnografico, Udine

È stata inaugurata in pompa magna la mostra “Binari a Udine e dintorni”. C’erano il sindaco Furio Honsell e Federico Pirone, assessore comunale alla Cultura, altre autorità e, soprattutto, molta gente.
Una delle foto in mostra

La sede espositiva è presso il Museo Etnografico del Friuli, in Via Grazzano, 1 a Udine. La rassegna è aperta dal 2 al 17 settembre 2017, con orario di apertura da martedì a domenica, dalle ore 10,30 alle ore 19. La mostra è stata organizzata dalla Sezione Appassionati Trasporti (SAT) del Dopolavoro Ferroviario di Udine e dal Club Cortonesi Toscani Amici F.V.G
Nel volantino di presentazione ci sono poi il logo del Comune di Udine, del Comune di Cortona e dell’Editore Calosci; quest’ultimo ha, infatti, edito un catalogo snello e documentato della rassegna udinese al Museo di Via Grazzano, 1.
L’esposizione mette in pubblico fotografie storiche, disegni di locomotive, un plastico ferroviario, modelli di treni e tram, oltre a dei cimeli ferroviari.
Da sinistra: Franco Della Rossa, consigliere comunale, Romano Vecchiet, Federico Pirone, Furio Honsell, Enzo Rossi e Claudio Canton all'inaugurazione della mostra “Binari a Udine e dintorni”

Il sindaco di Udine ha ringraziato tutti i presenti per una mostra che appassiona non solo i club organizzatori, ma anche il pubblico qualsiasi e, dato che è inserita nel calendario di Friuli Doc, avrà molti visitatori ancora. L’assessore Pirone ha ricordato che il trasporto collettivo pubblico non riguarda solo il passato, ma anche il futuro della città. Enzo Rossi, presidente del Club Cortonesi Toscani Amici in Friuli Venezia Giulia, ha ringraziato e salutato i presenti e le autorità militari.
Il folto pubblico

Romano Vecchiet, dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche e direttore della Biblioteca Civica V. Joppi di Udine, ha ricordato che tram, treni e stazioni sono dei beni culturali. Da attento studioso delle ferrovie e delle strade ferrate qual è, ha poi menzionato Arturo Malignani, pioniere nello sviluppo dell’energia elettrica utile anche al tram, Pecile e Pacifico Valussi, che fu uno dei primi propugnatori della strada ferrata a Udine negli anni 1840-1850, quando il Friuli stava sotto l’Austria e pochi credevano al valore della ferrovia per i trasporti mercantili e di passeggeri.

Per ultimo ha parlato Claudio Canton, presidente della Sezione Appassionati Trasporti (SAT) del Dopolavoro Ferroviario di Udine. Ha voluto precisare che sono passati 35 anni dalla nascita della SAT del DLF e, soprattutto, 130 anni dalla presenza del tram in città.

Era presente all’inaugurazione pure Tiziana Ribezzi, conservatore del Museo Etnografico del Friuli, che si è prestata a fare da dotta accompagnatrice all’esposizione per le autorità presenti. 
La rete tranviaria di Udine fu attivata con servizio a cavalli nel 1887; sostituita ed ampliata a partire dal 1906 con un servizio di tram elettrici, la stessa rimase in esercizio fino al 1952.
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato.

Cartolina da Internet


mercoledì 30 agosto 2017

Torta Dobos de Fiume e Trieste

Questa torta era cucinata, negli anni 1910-1930, dalle donne di Fiume, come nonna Amalia R., poi la ricetta è andata in esilio, dopo il 1945, con i discendenti dell’esodo giuliano dalmata, via per l’Italia. Per certe famiglie, è una torta dell’esodo.
Torta Dobos a otto strati

A Trieste si può trovare la torta Dobos ancor oggi presso la pasticceria Penso, anche in forma di pasticcini. Nella città portuale giuliana viene proposta anche alla pasticceria La Bomboniera, di Via XXX Ottobre. A Budapest la producono 200 pasticcerie in oltre cento versioni, ma tutte a soli sei strati. Si racconta che, qualche anno fa, in un gruppo di turisti italiani alla pasticceria Gerbeaud di Pest, fondata nel 1858, una discendente di una ava di Fiume, dopo avere assaggiato un fetta della locale Dobos, abbia esclamato, con malcelato orgoglio: «Xe asai più bona quela de mia nona!»

Nasce nel 1884 a Budapest
Conosciuta a Trieste, Fiume, Zara, Pola, Vienna e Budapest, proprio nella capitale ungherese fu creata nel 1884 dal pasticcere József Carl Dobos (1847 - 1924). Nella versione classica si adopera il cioccolato fondente e la pasta Dobos in sei strati a disco, con un “tettuccio” di caramello tagliato in 8-10 sezioni triangolari, prima che lo zucchero caramellato si addensi. Occhio, perché è una torta che presenta alcune difficoltà e 3 livelli di lavorazione: dischi, crema e glassa.
Secondo il ricettario dei dolci triestini di Mariella Devescovi Damini gli ingredienti sono i seguenti. Per i dischi Dobos: gr 220 di zucchero, gr 150 di farina griffig (rimacinata di grano duro), 6 uova, vaniglia. Per la crema al cioccolato: gr 140 di cacao (oppure: gr 10 di cioccolato fondente), gr 450 di burro, gr 225 di zucchero a velo, 2 cucchiai di cacao amaro, essenza di vaniglia. Per la glassa: gr 200 di zucchero, gr 50 di nocciole tritate e tostate, 3 cucchiai d’acqua, 1 cucchiaio di burro, 10 nocciole intere sgusciate, 2 cucchiai di succo di limone.

Preparazione
I dischi Dobos. Scaldato il forno a 180°, foderare 2 tortiere con la carta da forno imburrata e infarinata. Sbattere i tuorli con lo zucchero e la vaniglia per ottenere una sostanza cremosa chiara. Montare gli albumi a neve con un pizzico di sale. Inserite i tuorli con farina intervallando con gli albumi. È da riporre circa un sesto dell’impasto in ogni tortiera, cuocendo per 6 minuti. I dischi ottenuti servono a formare gli strati della torta Dobos.
La crema al cioccolato si ottiene sciogliendo il cioccolato a bagnomaria, aspettando che si raffreddi. Montate a crema il burro con lo zucchero a velo e con il cacao, aggiungendo il cioccolato e la vaniglia. Spalmate con tale crema ogni disco di pasta cotta, tranne uno da mettere a parte (il “tettuccio” con la glassa da farsi). Ricomporre la torta e spalmare pure i bordi.
La glassa. Bollite l’acqua, lo zucchero, il burro e il succo di limone su fiamma bassa, sciogliendo bene lo zucchero, finché diventa di colore ambrato. Versarlo velocemente sul disco messo a parte, lisciate con un coltello. Dopo 30 secondi tagliate il disco in 8-10 spicchi triangolari di caramello, uno per ogni futura fetta. Riporre detti spicchi sulla torta (a mo’ di tettuccio). Guarnire con le nocciole intere attorno alla torta.
József C. Dobos - fotografia da wikipedia

Bibliografia e sitologia
- Mariella Devescovi Damini, Pasticceria triestina, Trieste, Ediz. Italo Svevo, 2007, pag. 41.
- Marco Guarnaschelli Gotti, Grande enciclopedia illustrata della gastronomia (1.a edizione: Milano 1990), Nuova edizione a cura dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Milano, Mondadori, 2007, pag. 414.
- Tra le tante ricette nel web ecco la Torta Dobos, dal sito di Ricette di giallo zafferano (clicca qui).

Ringraziamenti

Per le fotografie, con fetta di Dobos a otto strati, sono riconoscente alla signora Daniela Conighi.
Fiume, teatro comunale "Giuseppe Verdi", 1919, Ad. Kirchhofer & Co. Fiume, Via Alessandrina 2. Archivio ANVGD di Udine

Commenti del web
Da Facebook nel gruppo “Un FIUME di FIUMANI” hanno commentato vari signori ed amici. Tra i primi a cliccare l’articolo, il 30 agosto 2017, c’è la signora Flavia Mrak, da Milano, che scrive: «Questa ze la torta che mi facio per el compleanno dei miei fioi e nelle occasioni importanti».
Laura Calci aggiunge: «Torta Dobos xe ungherese. La mia mamma la faceva per i compleanni familiari. La go mangiada anche a Budapest, dove naturalmente la xe de casa. Una bomba de bontà e de calorie!!» La signora Laura, tanto per essere chiara, si definisce così nel social media: «Una fiumana (nata a Fiume) forte come tutta la gente di confine».
Il signor Márton Pelles, da Pécs, in terra magiara, suggerisce di leggere la storia della torta Dobos su Wikipedia, in italiano.
La signora Arianna Gerbaz, che vive a Torino, si rammarica in questo modo: «Quando ero piccola mio zio la portava da Milano dove c’era un pasticcere di Fiume, che bontà! Non ho più avuto la possibilità di mangiarla».
Elvia Fabijanic ci dà un simpatico tono familiare: «La torta Dobos la faceva El mio papa nato a Vienna…». Pure Mirella Tainer, che sta a Deerfield (Illinois), ci scrive: «A Fiume la faceva el nostro zio Mario Zocovich che era pasticer de mestier però la faceva anche la mia mamma».
Sempre dal “FIUME di FIUMANI” Roswitha Flaibani, di Merano che vive a Vecelli, scrive così: «La faceva mia nonna Julia Sirola che era ungherese di famiglia ma nata a Fiume». Un signore che si firma L Covo De Badò comunica che è: «Una de le mie preferide. Ungherese ma indisolubilmente ligada a Fiume. Mi personalmente la preferiso a la più nota Sacher-torte».
Erica Marelli, che vive a Trieste, apre un dialogo, dicendoci che: «Mia nonna era originaria di Zara e faceva spesso la Dobos, anche se francamente mi sembra un po’ diversa (forse meno elaborata). Usava degli strati di tipo waffle (croccanti) che infatti trovavamo solo a Zara e poi sopra colata di cioccolato fondente con aggiunta di liquore (solitamente Half della Maraska)... a nessuno di voi dice nulla?». Flavia Mrak ribatte: «Il liquore Half non lo producono più, la mia non contiene liquore».



domenica 27 agosto 2017

La strage di Vergarolla, 18 agosto 1946, libro di Paolo Radivo

Questo importante libro sull’attentato vile di Pola si divide in tre parti. La prima, di tipo espositivo, esamina i vari giornali e testi delle radio emittenti del territorio giuliano prodotti al momento del tragico fatto, ovvero il 18 agosto 1946. 
La copertina del volume

Alcuni giornalisti scrivono della “strage di Vergarolla”, altri solo di “esplosione”. Sono poi analizzate le conseguenze politiche, militari e sociali dell’eccidio della spiaggia di Pola (detta di Vergarolla), sotto vari aspetti. Il secondo capitolo contiene l’elencazione commentata di tutti gli articoli comparsi sulle testate giornalistiche giuliane coeve di lingua italiana, slovena e croata, aldilà della specifica tendenza politica. 
Nella terza parte Radivo, direttore de «L’Arena di Pola», effettua un puntuale raffronto tra le fonti dirette giornalistiche di quegli anni del dopoguerra con quelle archivistiche, giornalistiche, bibliografiche e orali successive. «In questa parte finale – come scrive l’autore nella Introduzione – si possono inoltre leggere alcuni documenti d’archivio inglesi e italiani finora inediti, almeno nella loro versione integrale e/o nella loro traduzione italiana».
Il libro affronta almeno un paio di fondamentali obiettivi di tipo documentario e di indagine, per fare chiarezza sui mandanti, sugli esecutori della strage, confrontando le pubblicazioni più recenti, anche dei negazionisti neo-titini. È vero che finalmente c’è per la prima volta la rassegna completa della stampa giuliana d’epoca sul tema. D’altro canto qui si illustrano i contenuti di quegli articoli in modo critico e vengono pure confrontati con tutto ciò che è stato pubblicato in seguito. Paolo Radivo fornisce pure nuovi elementi e spunti di personale riflessione.
«Quest’opera fu concepita anni or sono – spiega l’Autore – come uno dei progetti 2012 del Libero Comune di Pola in Esilio, da realizzare grazie al contributo finanziario della legge 72/2001 sulle attività culturali delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Lo scopo era di fornire sia agli studiosi sia agli interessati una preziosa fonte primaria mancante, utile anche per successive ricerche, insieme a un imprescindibile corredo narrativo».
Nel frattempo l’esule polese Lino Vivoda ha pubblicato in un suo libro, del 2013, alcune rivelazioni importanti circa uno dei possibili attentatori. Spiega ancora Radivo che, nel 2014, sono usciti in contemporanea due testi storiografici ineludibili su Vergarolla: il volume del giovane storico piemontese Gaetano Dato e l’opuscolo del compianto storico fiumano William Klinger, commissionato dal Libero Comune di Pola in Esilio ed allegato a «L’Arena di Pola».
Purtroppo le fonti principalmente archivistiche e secondariamente giornalistiche consultate e proposte dai due autori, secondo l’opinione di Paolo Radivo. non hanno permesso di rispondere in modo risolutivo ai quesiti cruciali ancora aperti: chi furono i mandanti e gli esecutori? Qual era il loro movente? Quante furono le vittime totali? Chi erano quelle non identificate? Quanti furono nel complesso i feriti e come si chiamavano quelli non registrati? Il Governo Militare Alleato della Venezia Giulia, che respinse qualsiasi responsabilità legale, contribuì al pagamento dei sussidi ai feriti e ai familiari delle vittime?
La mancata soluzione di tali rebus – scrive ancora l’Autore – ha confermato l’utilità e l’opportunità di compiere un lavoro organico ed esaustivo sulle fonti giornalistiche giuliane di allora, invece di renderlo superfluo. Inoltre le recentissime acquisizioni pubblicistiche e testimoniali hanno consigliato una ricognizione e un’analisi di quanto emerso dopo il 1946 per offrire un quadro possibilmente completo del materiale oggi esistente sulla spinosa materia.
Nemmeno la consultazione sistematica dei giornali giuliani del tempo e l’illustrazione ragionata delle altre fonti disponibili hanno consentito di sciogliere definitivamente tutti i nodi essenziali del caso, conclude Radivo. Hanno di certo colmato determinate lacune, fornendoci elementi nuovi e a volte illuminanti.
Trieste, colle di San Giusto, 2017 - Lapide in memoria delle 64 vittime riconosciute della strage di Vergarolla. Si ringrazia per la fotografia: Carlo Cesare Montani, esule da Fiume

«Ora ne sappiamo di più sui preparativi e sulle gare natatorie svoltesi la mattina di domenica 18 agosto 1946 a Vergarolla – spiega Paolo Radivo – sul luogo e l’orario dello scoppio». Si sa di più sull’impatto materiale e psicologico causato a Pola e ai polesani, sul numero e le caratteristiche degli ordigni esplosi, sui soccorsi alle vittime e le cure ai feriti, sul lutto cittadino, sul numero esatto e i dati anagrafici dei morti identificati e sepolti, che sono 64, come segnato sulla lapide in San Giusto a Trieste. Nessun morto ci fu fra i filo-jugoslavi. Si sa con minore precisione il nome delle vittime non identificate e dei feriti, sui funerali, sul cordoglio e la solidarietà di polesi e di altri.
Se ne sa di più «sul recupero degli effetti personali delle vittime, sulle messe di suffragio, sulle benemerenze al dottor Geppino Micheletti – aggiunge l’Autore – sui feriti e i familiari delle vittime beneficiari del sussidio corrisposto tramite la Presidenza di Zona, sulle indagini ufficiali, sulle polemiche circa le responsabilità, sulla rimozione degli ordigni residui dalla città, sulla natura dolosa o accidentale dello scoppio, sui possibili esecutori e mandanti, sul movente, sullo scenario politico-diplomatico in cui la strage si collocò, sulle speranze che i polesani filo-italiani ancora nutrivano, sull’offensiva terroristica condotta dai titini contro i filo-italiani e gli anglo-americani nella Venezia Giulia, sulle altre piste ventilate oltre a quella jugoslava (che rimane la più verosimile), nonché sul completamento delle gare a Vergarolla interrotte il giorno della catastrofe. Ora sappiamo inoltre dell’indagine avviata dalla magistratura italiana ma subito avocata per competenza dal Governo Militare Alleato».
Ormai è stato celebrato il 71° anniversario del terribile misfatto e abbiamo a disposizione, da qualche tempo, questo volume di Radivo che ci consente di fornire in forma integrale una ponderosa fonte diretta (quella giornalistica), difficilmente proponibile in un libro di natura eminentemente commerciale. Men che meno in quelli di stampo politico. Così, oltre che alle opinioni, Radivo ha dato ampio spazio anche ai documenti.
«L’auspicio è che il copioso materiale fornito – conclude l’Autore – possa giovare a una migliore ricostruzione e a una più diffusa conoscenza della strage probabilmente più sanguinosa e ignorata dell’Italia repubblicana, in attesa di scoprire verità definitive sulle questioni ancora aperte o controverse».
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Gli interessati possono richiedere la versione cartacea del volume alla Redazione de «L’Arena di Pola»  redazione.arena@yahoo.it.
Per ulteriori informazioni: paolo.radivo@gmail.com
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Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive, Libero Comune di Pola in esilio, «L’Arena di Pola», 2016, pagg. 648.
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Sitologia