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giovedì 10 aprile 2025

STRAGE DI VERGAROLLA DEL 18 AGOSTO 1946 - DAL SILENZIO ALL’IMPEGNO ISTITUZIONALE - PROPOSTA LEGISLATIVA PER LA MEMORIA DEI MARTIRI

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Laura Brussi, esule da Pola e consigliere nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce. È un resoconto della Riunione-Stampa tenutasi presso la Camera dei Deputati a Roma il giorno 8 aprile 2025, cui ha presenziato. L’evento era sul tema della strage di Vergarolla del 18 agosto 1946 ed il grande eroe dottor Geppino Micheletti con l’illustrazione di una proposta di legge per istituire una Giornata nazionale per i martiri uccisi in quell’attentato. Ecco il testo di Laura Brussi. (Premessa di Elio Varutti, della redazione del blog - Cenni dal web: Presentazione PdL per istituzione giornata nazionale del ricordo dei martiri di Vergarolla - Conferenza stampa di Nicole Matteoni, 8 aprile 2025).

Micheletti è al centro, vestito di nero, a capo chino, mentre regge la bara del figlio Carlo. Pola, funerali per la strage di Vegarolla. Fotografia dal profilo Facebook di Unione degli Istriani, ch si ringrazia per la diffusione
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La strage compiuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola, in cui caddero oltre cento persone (1) che per la maggior parte erano donne e bambini, è entrata a far parte della storia novecentesca come la più sanguinosa tra quelle che ebbero luogo in tempo di pace nel cosiddetto “secolo breve” avendo causato la morte straziante di tanti Martiri italiani, e nello stesso tempo, avendo accelerato l’Esodo dal capoluogo istriano, facendolo diventare plebiscitario. Non a caso, il 15 settembre dell’anno successivo, quando la sovranità sull’Istria e sul capoluogo fu trasferita alla Jugoslavia in esecuzione del trattato di pace che aveva fatto seguito alla Seconda Guerra mondiale, l’Esodo aveva raggiunto una quota pressoché unanime, tanto da interessare oltre nove decimi degli abitanti, mentre quanti decisero di non partire, perché vecchi, ammalati o fautori del nuovo regime comunista, furono meno di tremila.

Con tutta evidenza  si trattò di un vero e proprio plebiscito, analogo a quello già avvenuto a Fiume, a Zara e nelle altre città dell’Istria e della Dalmazia, con un’aggiunta negativa sul piano psicologico, perché a Pola, che a guerra finita era rimasta una piccola “enclave” gestita dagli Alleati americani e britannici, si era confidato in una soluzione favorevole all’Italia fino a quando le trattative di pace dimostrarono chiaramente, nel luglio 1946, che le scelte definitive erano state fatte a favore di Belgrado. In tale ambito, la “strage degli innocenti” di cui in premessa fu uno strumento criminale adottato da parte slava per convincere gli ultimi incerti e per accelerare l’Esodo facendo leva sulla paura e sulla disperazione.

L’Esodo da Pola, a parte la tempistica ritardata, ebbe un livello di concentrazione superiore a quelli che lo avevano preceduto, perché si sarebbe completato nel breve giro di alcuni mesi, terminando sostanzialmente entro il successivo marzo con l’utilizzo prioritario del vecchio piroscafo “Toscana” che fece diversi viaggi nelle direzioni rispettive di Ancona e di Venezia col suo dolente carico di profughi, costretti a lasciare le proprie abitazioni, i propri beni e persino le tombe degli Avi. in quest’ultimo caso, con qualche eccezione di alto valore simbolico, come accadde per il feretro dell’Eroe nazionale Nazario Sauro. All’inizio della primavera successiva, l’Esodo era stato pressoché completato, tanto che nel successivo settembre, quando un ufficiale britannico avrebbe consegnato simbolicamente le chiavi della città al famigerato Ivan Motika, Pola apparve pressoché deserta, e come tale, in grado di assicurare immediata ospitalità all’immigrazione slava. D’altro canto, qualsiasi ipotesi alternativa non era stata possibile, tanto più che, per promuovere le partenze, al pari di quanto era già accaduto altrove, gli Slavi non si astennero dal ricorrere alla violenza programmata, come accadde con l’eccidio di Vergarolla e con i suoi Martiri immuni da ogni colpa, salvo quella di essere Italiani.

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La proposta di legge formulata dall’On. Nicole Matteoni e da una trentina di altri parlamentari della Camera, volta all’istituzione di una “Giornata nazionale” in onore dei Martiri di quella strage contro l’umanità, ha preso l’avvio nello scorcio conclusivo del 2024 ed è stata oggetto di presentazione alla stampa in una conferenza tenutasi a Montecitorio lo scorso otto aprile, alla presenza della predetta prima proponente, e di vari esponenti prioritari del Gruppo “Fratelli d’Italia” quali il Sen. Luca Ciriani, gli On. Galeazzo Bignami, Walter Rizzetto, Alessando Amorese, e la stessa presentatrice del nuovo disegno legislativo.

Nella sua qualità di Ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani ha ricordato che la strage in questione fu “una delle pagine più feroci del lungo dopoguerra” nelle zone del confine orientale, e di quelle “strappate alla storia italiana per viltà o per interesse” allo scopo di perseguire, quale obiettivo prioritario, quello di “impedire ai nostri connazionali di rimanere nel loro territorio e nelle loro case”. L’iniziativa, d’inusitata crudeltà, ebbe un’evidente matrice anti-italiana, tanto da rendere assolutamente impossibile l’ipotesi di continuare a vivere in siffatte condizioni, che oggi è legittimo e doveroso ricordare, tanto più che “per guardare avanti bisogna conoscere il passato”. Di qui, la proposta della nuova “Giornata nazionale” volta a far conoscere in maniera più completa e meno episodica una vera e propria tragedia nazionale.

Dopo la votazione quasi unanime dell’encomiabile Legge 30 marzo 2004 n. 92 istitutiva del Ricordo con un “passaggio certamente decisivo” per la cancellazione di una “lunghissima indifferenza” - ha proseguito Ciriani - nel Parlamento italiano sono emerse attenzioni innovative per la tragedia del confine orientale, e più specificamente, per una strage come quella del 18 agosto 1946 ordita a Vergarolla, che “va ricordata perché volutamente anti-italiana”.

Dal canto suo, il Capo Gruppo di “Fratelli d’Italia” alla Camera, Galeazzo Bignami, ha definito quello della strage in questione come un “momento profondo di storia nazionale” di cui si è perduta per troppo tempo una memoria condivisa, al pari di quanto è accaduto per la lunga e angosciosa vicenda delle foibe, anche alla luce delle analoghe espressioni di una “dinamica particolarmente cruenta e criminale”. Proprio per questo, appare oggettivamente necessario proporre una memoria nazionale per quanto possibile condivisa, alla luce di un’identità e di una cultura patriottica presenti come non mai nello spirito del popolo, e in ogni caso, da diffondere e da insegnare ulteriormente.

Walter Rizzetto, Presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio, ha parlato di “evento tragico” occorso a due soli mesi dalla nascita della Repubblica Italiana, che non avendo ancora ottenuto i doverosi e necessari riconoscimenti, ha bisogno di una nuova legge come quella in fase di proposizione, che s’inserisce “nel più vasto contesto della testimonianza di un eccidio come quello degli Italiani di Venezia Giulia e Dalmazia” e nel suo ambito, dell’opera altamente meritoria svolta dal compianto Dr. Geppino Micheletti,  primario dell’Ospedale di Pola distintosi, nell’alacre ed eroica opera di assistenza ai feriti di Vergarolla, nonostante la perdita dei due figlioletti Carlo e Renzo, del fratello Alberto e della cognata. Dopo l'esplosione Il corpo di Carlo venne rinvenuto, ma di Renzo restarono soltanto o una scarpetta ed un calzino, che il medico avrebbe portato sempre con sé, anche nell’esilio di Narni.

Sempre nell’ambito di una memoria da condividere e da promuovere, Rizzetto ha accennato ai “Tremila anni di storia” giuliana e dalmata di Carlo Cesare Montani quale utile strumento di consultazione e valutazione storiografica (2) chiudendo il proprio intervento nel senso che le istituzioni “hanno il dovere di ricordare” e di promuovere la conoscenza della storia.

Infine, Rizzetto ha aggiunto che esiste un’altra proposta, presentata in tempi precedenti d’intesa con il Sen. Roberto Menia,  primo proponente della Legge istitutiva del Ricordo, dove è stata inserita nel titolo stesso del provvedimento la definizione di “Martiri” sostitutiva di quella riferita a “Vittime” perché proprio di questo si è oggettivamente trattato, col conseguente obbligo di tramandare la verità storica a futura memoria.

Ha fatto seguito l’intervento di Emanuele Merlino, che ha portato il saluto del mondo esule ringraziando il momento politico per la particolare sensibilità manifestata nei confronti del popolo giuliano, istriano e dalmata.

Il Capo Gruppo di FdI nella Commissione Cultura della stessa Montecitorio, Alessandro Amorese, premesso che il grande Esodo giuliano e dalmata sta diventando un patrimonio comune del popolo italiano, ha formulato la proposta di un adeguato riconoscimento pubblico per il Dr. Micheletti, nell’ambito delle iniziative in fieri, spiegando che si tratta di iniziative fondamentali perché inserite “nel lungo lavoro per riempire le pagine di storia con i capitoli strappati, per toglierli dall’oblio e dalla polvere”. Oltre all’idea del Museo dell’Esodo, già approvata, ne scaturisce anche quella di una “rete d’archivi sull’Esodo e sul centinaio di Campi profughi” esistiti nel lunghissimo dopoguerra dei profughi giuliani e dalmati.

Infine, Nicole Matteoni ha spiegato il significato della proposta di legge che reca la sua firma di prima proponente. Dopo avere ricordato la triste priorità della strage di Vergarolla nella storia della Repubblica uscita dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ha rammentato che nell’esplosione di decine di ordigni che avrebbe cancellato tante vite incolpevoli nell’orrenda giornata del successivo 18 agosto, scomparvero oltre cento persone, di cui soltanto 64 ebbero la possibilità di essere identificate, stante la violenza della deflagrazione. Ebbene, proprio “per avere una memoria nazionale condivisa” si è ritenuto congruo e funzionale presentare una proposta di legge (3) in grado di dare “finalmente giustizia e verità a una pagina di storia italiana dimenticata”, tanto più necessaria approssimandosi l’ottantesimo anniversario di quel terribile delitto collettivo, che sottolinea, a più forte motivo, quanto sia necessario e condivisibile promuovere la definitiva istituzionalizzazione della memoria.

          Laura Brussi, Esule da Pola, Opera per i Caduti senza Croce / Consigliere Nazionale

 

Annotazioni

(1) - in base alla storiografia più recente ed aggiornata, le Vittime della strage assommerebbero tra le 110 e le 116, cui si deve aggiungere anche la morte di uno tra i 54 feriti operati dal Dr. Micheletti, che del resto era giunto nella sala operatoria in stato ormai agonico. Giova ricordare che il medesimo medico, impegnato per due giorni e due notti in interventi pressoché ininterrotti, fu costretto a evitare le normali precauzioni per la sua persona, con la successiva conseguenza di perdere alcune dita delle mani a causa delle complicazioni sopraggiunte. Fra le proposte dell’On. Matteoni si deve menzionare anche quella di intitolare alla memoria del Dr. Micheletti un’aula dell’Università degli Studi di Trieste.

(2) - Cfr. Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e vita morale, Seconda edizione ampliata, Aviani & Aviani Editore, Udine 2024, pagg. 416 (per la strage di Vergarolla si veda in modo particolare il cap. 16 della seconda parte, pagg. 183-186).

(3) - Conviene aggiungere che nella presentazione del disegno di legge si accenna, per completezza, a qualche residua riserva circa le matrici dell’attentato, in conformità a talune espressioni della storiografia più datata; nondimeno, a tale ultimo riguardo conviene rammentare che, dopo l’apertura degli Archivi britannici avvenuta nel sessantennio dalla strage, ogni residua interpretazione difforme fu accantonata, confermando quella che la “vox populi” aveva anticipato sin dal momento della strage.

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Un approfondimento in coda

Come argomento in coda, ci permettiamo di aggiungere quanto accaduto nel 2021 a Montevarchi, provincia di Arezzo, grazie alla proposta di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi, che collabora attivamente con l’ANVGD di Udine sul tema del Centro raccolta profughi di Laterina (AR). Si riprendono le parole dal profilo Facebook di Unione degli Istriani.

“Il Consiglio comunale di Montevarchi (Arezzo), nella seduta del 25 febbraio 2021 ha approvato all’unanimità un articolato documento finalizzato a ricordare la Strage di Vergarolla ed onorare il ricordo del medico Giuseppe Micheletti, principale artefice dei soccorsi alle vittime dell’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia affollata di Pola.

Con l’approvazione di questo atto a pochi giorni di distanza dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021, il Consiglio Comunale ha dato mandato al Sindaco Silvia Chiassai Martini di avviare le procedure di intitolazione di uno spazio pubblico all’interno del territorio comunale al medico chirurgo Giuseppe Micheletti per l’inestimabile ed altissimo valore morale e di senso civico di un “Eroe dimenticato” – ed al ricordo delle altre vittime di quella che è passata alla storia come la più grande strage della repubblica italiana.

La prima cittadina di Montevarchi è stata inoltre impegnata dall’assise cittadina ad avviare, assieme agli altri sindaci del Valdarno aretino, un progetto di realizzazione all’interno dell’ex campo profughi di Laterina di un monumento dedicato al ricordo di Micheletti e delle vittime di Vergarolla, da realizzarsi con il coinvolgimento degli istituti superiori del Valdarno aretino attraverso un concorso di idee, affinché siano proprio le nuove generazioni gli artefici della costruzione di un “processo del Ricordo”.

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Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.   Sito web:  https://anvgdud.it/

Articolo da <<Il Dalmata>> del mese di marzo 2008, n. 54, con i nomi degli agenti dell'OZNA, autori dell'attentato di Vergarolla: Giuseppe Covacich, Oreste Parovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino.



domenica 13 gennaio 2019

Giorno del Ricordo 2019. Celebrazione solenne il 9 febbraio al Palazzo del Quirinale, Roma

Riceviamo e volentieri diffondiamo da Antonio Ballarin, presidente della Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, la seguente comunicazione.

“La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati esprime grande soddisfazione avendo appreso che la celebrazione solenne dell’imminente Giorno del Ricordo si terrà al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica.
Con la celebrazione che avrà luogo il 9 febbraio 2019, il Presidente Sergio Mattarella dà seguito al calore umano già espresso nell’incontro con le Associazioni degli Esuli avvenuto il 15 febbraio 2017.
Il mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata ringrazia sentitamente il Capo dello Stato per la Sua vicinanza”.
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Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti.

 

mercoledì 28 novembre 2018

Mario Sironi a Pordenone, Dal Futurismo al Classicismo 1913-1924


C’è una interessante mostra di oltre 200 opere di Mario Sironi a Pordenone. Aperta fino al 9 dicembre 2018, l’originale rassegna è stata inaugurata alla Galleria Harry Bertoia il 16 settembre 2018.
Pordenone, l’ingresso della Galleria Bertoia, per la mostra Mario Sironi. Dal Futurismo al Classicismo 1913-1924. Fotografia di E. Varutti

Come scrivono nel depliant d’ingresso Pietro Tropeano, assessore alla Cultura del Comune di Pordenone, assieme al sindaco Alessandro Ciriani “Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”. I due civici amministratori non sono dei critici d’arte, perché citano per tale frase niente meno che Pablo Picasso, per esaltare il futurista Mario Sironi (1885-1961), pittore, illustratore, grafico, scultore, decoratore, scenografo e protagonista principale della cultura e dell’arte del tormentato Novecento.
L’esposizione è stata curata da Fabio Benzi, che si era occupato della grande e eloquente rassegna su Sironi esposta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1993. La mostra è stata realizzata dal Comune di Pordenone e dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale (ERPAC) con l’attiva collaborazione dell’Associazione Mario Sironi e il patrocinio della Regione Lombardia, inserendosi nelle iniziative per l’Anno Europeo della Cultura 2018 del MIBACT.
Mario Sironi, Periferia, 1921. Collezione privata

Nelle belle sale espositive sono ben collocate le poche opere ad olio su tela e le molte, moltissime chine o tempere su carta e su cartone. Molti disegni, persino minuscoli, cm. 10 x 15 circa, provengono da collezioni private, come diverse altre opere presenti nell’esposizione.
Si comprende bene il passaggio dell’artista dal futurismo ante Grande Guerra al classicismo dei primi anni Venti, con vari sconfinamenti verso il bozzetto pubblicitario, dato che il tratto di Sironi era richiesto sui giornali dell’epoca, come Noi e il Mondo, oppure Gli Avvenimenti, fino a Industrie Italiane Illustrate, per finire, dopo un aiutino da parte di certe grazie femminili, al Popolo d’Italia.
È l’artista che disegna i primi camion militari, i cannoni, i siluri, i dirigibili, i primi aerei, le navi corazzate e i primi carrarmati. 
Nel dopoguerra dipinge con tonalità smorte le ciminiere, le periferie informi, i tram, i ferrovieri, oppure – chissà come mai? – ieratiche donne tremendamente sole, col titolo, ovviamente di Solitudine.
Mario Sironi, Figura futurista (Antigrazioso), 1913/1914, olio su tela, cm 84,5 x 59,5

L’approccio di Sironi alla pubblicità non è di mera propaganda, come sostiene certa critica. Altri autori dubitano di ciò, vista la sua fideistica adesione al fascismo, ben documentata dalle vivaci caricature per il Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini. In Sironi c’è satira contro il capitalismo, contro gli ebrei, contro il Partito Popolare, contro Lenin, ma nulla di critico nei confronti di certe dittature del Novecento che sconvolsero l’Europa.

Sebastiano Pio Zucchiatti, Dedica ai futuristi, 1999, olio su cartone, cm 17 x 14. Courtesy del'artista
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Orari della mostra
Da martedì a venerdì dalle 15 alle 19. Sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. MARIO SIRONI. DAL FUTURISMO AL CLASSICISMO 1913-1924. Pordenone, Galleria Harry Bertoia (corso Vittorio Emanuele II, 60). 16 settembre - 9 dicembre 2018.

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Fotografie di E. Varutti, ove segnalato. Si ringrazia Sebastiano Pio Zucchiatti per la pittura messa a disposizione della presente recensione, intitolata Dedica ai futuristi. 

Pordenone, sulla destra c’è l’ingresso della Galleria Bertoia. Fotografia di E. Varutti


lunedì 7 maggio 2018

In bici da Roma a Capo Nord con Antonella Gentile. Un incontro a Udine il 13 maggio


Sarà presentato a Udine, in Via Piutti, al civico numero 156 il viaggio di Antonella Gentile dalla Puglia alla Norvegia. La giovane di Barletta, infatti, con la sua bicicletta è partita da Roma per arrivare a Capo Nord, lungo il circolo polare artico.

L’Associazione "Insieme con noi", in collaborazione con il Comune di Udine - Ufficio Progettazione Sport e Movimento, nell’ambito di “BICImaggio”, domenica 13 maggio 2018, alle ore 18,00 al Centro Socio Riabilitativo Educativo di Via Piutti, 156, ha organizzato la serata dal titolo: “In bicicletta da Roma a Capo Nord. Il viaggio di Antonella Gentile”.
Questa insolita esperienza di Antonella Gentile, semplice cicloturista che con una normale citybike, in tre mesi, ha percorso 5 mila km, ossia la distanza che divide la città di Roma con il Capo nord.
La serata, come ricorda Germano Vidussi, presidente dell’Associazione "Insieme con noi", ha delle finalità generali ed obiettivi specifici. Prima di tutto c’è l’esigenza di condividere esperienze relative all’esplorazione di territori nuovi attraverso un mezzo quale la bicicletta. Ciò consente di conoscere persone e di scrutare i particolari dei posti da cui si passa. Poi c’è la possibilità di comprendere il valore della solidarietà e della condivisione sociale.
Viaggiare in autonomia, imparando ad essere indipendenti e liberi, è un altro fattore di consapevolezza, come diffondere l’uso della bicicletta come strumento per migliorare lo stile di vita, l’ambiente e per una mobilità sostenibile.
L'evento di Via Piutti del 13 maggio 2018 sarà articolato in tre momenti. Dapprima ci sarà la presentazione del viaggio, di Antonella Gentile, in bicicletta per 5000 km, attraversando Italia, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia e passando per il circolo polare artico. Poi si assisterà alla proiezione di un video sui momenti più affascinanti del viaggio. Infine ci sarà il dialogo con la cittadinanza.
L’incontro si prefigge un’efficacia educativa e formativa. Si tratta di descrivere un viaggio non convenzionale all’insegna della mobilità sostenibile. Poi si cercherà di capire le motivazioni per cui Antonella Gentile è partita e la sua caparbietà. C’è da dire infine che il viaggio di Antonella Gentile non è solo geografico turistico, ma anche solidale, dato il suo sostegno ad African Medical and Research Foundation (Amref).  Essa è una organizzazione non governativa (Ong) internazionale fondata alla metà del XX secolo e tutt'oggi attiva. L’Ong si propone di migliorare la salute in Africa attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità locali.

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Servizio redazionale a cura di Gabriele Anelli Monti e E.V. - Fotografia dell'Archivio di Germano Vidussi, Udine
Per questa significativa immagine si ringrazia "Il Quotidiano italiano" di Bari per la diffusione e pubblicazione in questo blog

martedì 5 settembre 2017

Cesare Conighi da Fiume ai lager di Dachau, Sachsenhausen e Polonia

Cesare Augusto Conighi è stato un ufficiale dell’Esercito Italiano. Nasce a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, il 14 maggio 1895 da Carlo Alessandro e da Elisa Ambonetti. Muore a Roma il 10 dicembre 1957 col grado di tenente colonnello.
Il volontario dell’Esercito Italiano Cesare Conighi. Fiume d’Italia, 4 marzo 1920. Ph. Gino Cavalieri, Perugia. Collezione famiglia Conighi, Udine.

È l’ultimo di cinque fratelli Conighi: Maria Regina (Trieste 1881-Udine 1955), Carlo Leopoldo Antonio (Trieste 1884- Udine 1972), Silvia (Fiume 1888-1892) e Giorgio Alessandro (Fiume 1892-Trento 1977). Il padre, l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, è impresario, costruttore e presidente della Camera di Commercio e Industria di Fiume.
Il suddito austro-ungarico Cesare, da ragazzo, assiste alle gesta dei fratelli e di altri giovani concittadini per l’italianità di Fiume. Il 30 novembre 1908 il fratello Carlo Leopoldo, detto Carlo Conighi Junior, è eletto nel consiglio del circolo “La Giovine Fiume”, legato alle idee di Giuseppe Mazzini. Secondo l’autorità austro-ungarica tale gruppo “irredentistico italiano”, di ispirazione mazziniana, ha “deciso e procurato l’arruolamento d’un corpo di volontari a Trieste, l’incorpamento [incorporamento] di questi al Corpo di volontari esistente in Italia, per favorire un’invasione armata delle cosiddette provincie italiane dell’Austria”. Così ha scritto, in un suo saggio a pag. 4, Antonio Luksich-Jamini.
Come ha accennato Giovanni Stelli a pag. 170 di un suo studio pure Cesare Conighi, nel 1908, è vicino all’associazionismo irredentista fiumano, nonostante la sua giovane età. Poi succede che il fratello Giorgio Conighi, assieme ad altri nove fiumani, viene processato per alto tradimento il 10 dicembre 1910, dalla Corte d’Assise di Graz; così ha riportato Enrico Burich, a pag. 15, di un suo articolo.
Dedica autografa di Cesare Conighi al fratello Carlo Leopoldo, sotto la firma del fotografo di Perugia Gino Cavalieri, 1920.  Collezione famiglia Conighi, Udine.

«È del febbraio 1911 la beffa dei finti bersaglieri – come ha ricordato Giovanni Stelli, a p. 173 di un suo articolo – a cui parteciparono, tra gli altri Giorgio Conighi e Giovanni Host: i “bersaglieri”, ossia un gruppo di giovani fiumani travestiti da bersaglieri, entrarono nel teatro comunale per recarsi al ballo della Beneficenza italiana e poi durante le notte “la fanfara scorrazzò per le vie della città suonando gli inni patriottici”, mentre la polizia stupita e interdetta non intervenne».
La sorella Maria Regina Conighi si impegna in quei frangenti, con le donne filo-italiane della città, a cucire coccarde e bandiere tricolori, oltre ad organizzare l’assistenza ai perseguitati politici della gendarmeria austro-ungarica.
Cesare Conighi a Roma il 15 maggio 1913. Col logo del fotografo che incolla l’immagine su cartoncino in stile Liberty. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Con la Grande Guerra il fratello maggiore Carlo Leopoldo Conighi è richiamato quale artigliere telefonista in divisa austriaca, di stanza tra Aurisina, Sistiana e Grado, come ha riportato Varutti nell'articolo "Sembra la pace in avvicinamento...", nel 1997.
Cesare e il fratello Giorgio Conighi invece scappano da Fiume, passano il confine per arruolarsi nel Regio Esercito Italiano. Cesare è a Roma nel 1913-1914, come testimoniano alcuni disegni ad acquerello nella collezione familiare e una fotografia datata. 
Di Giorgio Conighi si legge una notizia sul «Giornale di Udine» del 14 novembre 1915. La testata friulana scrive che il «soldato volontario negli alpini Giorgio Conighi, nato a Fiume (Ungheria)» riceve assieme ad altri militi un encomio solenne. Deve essere l’ultima volta che appare pubblicamente il nome e cognome di un irredentista a chiare lettere.
Per sfuggire alla forca austriaca, che li persegue per alto tradimento e, su indicazione dell’autorità militare italiana, i fratelli Conighi cambiano il cognome, come fanno molti altri irredentisti trentini, triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati inquadrati nelle truppe italiane. Cesare adotta lo pseudonimo di “Cesare Nelli”, come riportano alcuni giornali di Trieste e di Perugia. Si veda in merito «Il Piccolo della Sera», del 25 febbraio 1933, p.1 e «L’Unione liberale» di Perugia, 4 settembre 1922, p. 3. Mentre in determinate carte familiari si è rintracciato anche l’alias di “Carlo Nelli”. Il fratello Giorgio Conighi tramuta il suo nome in Giorgio “Dilenardo”.
Cesare Augusto Conighi, Roma, acquerello su carta firmato e datato in alto a destra: 1914, cm 24 x 34. 
Collezione famiglia Conighi, Udine.

La gendarmeria austo-ungarica si mobilita: «nell’ira furibonda che il giovane Cesare Conighi avesse potuto osare l’inosabile – come ha scritto E.R.P. – lo condannarono a morte in contumacia». La Commissione austro-ungarica che condannò a morte Cesare Battisti, ordinò che egli (Cesare Conighi) fosse impiccato in effigie vicino al grande martire del Castello del Buon Consiglio di Trento. Poi Cesare Conighi fa parte dell’Aviazione militare italiana e, nel 1918, è legionario fiumano come i fratelli Carlo Junior e Giorgio e molti giovani fiumani, in collegamento all’impresa dannunziana.
Maria Regina Conighi, con varie altre donne di Fiume, si impegna in difesa degli italiani nel 1915-1918. Ecco le parole di un necrologio per lei (vedi:  C.L. Conighi, Lettera del 16 aprile 1955, dattil. Collezione famiglia Conighi, Udine); è stato stilato nel 1955 dal fratello architetto Carlo Conighi Junior: «Durante il primo conflitto mondiale (Maria Regina) rimasta a Fiume sola con la diletta Mamma… aiutò in tutti i modi i prigionieri italiani e i giovani fiumani (parola cancellata: disertori) nascondendoli perfino nella propria casa, per sottrarli alla prigionia».
Ritratto della famiglia Conighi di Fiume verso il 1899, Stabilimento fotografico Carposio, Via Ciotta, Fiume. L’ingegnere Carlo Alessandro Conighi è in piedi, la moglie Elisa Ambonetti, seduta, la figlia Maria Regina, in piedi, Carlo Leopoldo, col farfallino, seduto sullo sgabello, con Cesare e Giorgio, in piedi davanti al babbo. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Terminata la guerra, la stessa fonte ci rivela che: «Tra il 1918 e il 1924 Maria Regina Conighi opera nella Giovane Fiume e, poi, nella Giovane Italia, aiutando e soccorrendo i fiumani e gli altri legionari dannunziani». Si ricorda che la Giovane Fiume sorge nel 1905, come ha scritto Giovanni Stelli.
I tre fratelli Conighi (Carlo Junior, Giorgio e Cesare) sono attivamente impegnati come legionari fiumani di Gabriele d’Annunzio dal 1918-1919 al 1924, quando la città quarnerina è annessa al Regno d’Italia. «Gabriele d’Annunzio – ha scritto E.R.P. in riferimento a Cesare Conighi – per il suo passato d’italiano e patriota, volle appuntare sul suo petto la stella d’oro dei valorosi, su cui incise col proprio pugnale la data e il nome».
Carlo Leopoldo e Giorgio Alessandro, infatti, sono ferventi soci della Giovane Italia, di cui Carlo Leopoldo è cassiere, come si evince dai registri contabili del circolo (C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine. C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine). 
Nel registro delle spese della Sezione di Fiume della Giovane Italia, tenuto dal fratello Carlo Leopoldo Conighi, si legge la seguente annotazione contabile del 22 marzo 1919: «Consegnate al tenente Nelli per la sezione di Perugia a titolo di prestito L. 400 e cor. 2,90. (totale) 580». Con l’abbreviazione “cor” si intende corone, ossia la svalutata moneta austriaca, mentre il “tenente Nelli” è chiaramente: Cesare Conighi, alias Cesare o Carlo Nelli, come già scritto.

Cesare Conighi, primo a sinistra, con amici a Roma il 29 giugno 1919. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Cesare Conighi il 2 settembre 1922 sposa a Perugia la marchesina Lodovica Torelli Massini, che gli dà due figlie: Maria Alessandra (Fiume 1924) e Maria Elisabetta (Roma 1935). «Testimoni della sposa – si legge sul giornale di Perugia, già citato, del 1922 – furono il conte Napoleone Faina e il dottor conte Solazzi; dello sposo il conte onorevole Luciano Valentini e il conte Tiberio Rossi Scotti rappresentato dal maggiore Martorelli». Il quotidiano spiega inoltre che molti perugini chiamano lo sposo ancora con l’appellativo di Cesare Nelli, il cognome scambiato per sfuggire alla vendetta austriaca.
La signora Margherita Abbozzo, dopo aver letto l'articolo presente, il 4 ottobre 2021, ci ha scritto: "Vichina Torelli doveva essere una ragazza in gamba. Per esempio guidava un'automobile nel 1918! Con le sue sorelle e con mia nonna, Egle Mondino Abbozzo, facevano parte di un gruppo di giovani che in quegli anni frequentavano il famoso avvocato e docente Francesco Innamorati. Nonna Egle Mondino, piemontese, era arrivata a Perugia nel 1915 per il lavoro del padre, Regio Conservatore delle Ipoteche. Giovane brillante, di idee progressiste, suffragetta, fu la prima donna a laurearsi in Giurisprudenza nell'ateneo perugino nel 1919".
Nel giugno 1926 Cesare Conighi è impegnato in Libia col reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Tra le altre si trova a Bengasi e a Tobruk. In base alla stampa di Fiume (Vedi: “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2), nel 1930, si trova di stanza a Udine ed è citato quale “tenente di cavalleria combattente nel Regio esercito”. Secondo il carteggio di famiglia, nel 1933, Cesare Conighi è a Roma dove, due anni più tardi, gli nasce la secondogenita Maria Elisabetta.
Cesare a Tobruk, primo a sinistra, giugno 1926. Si conoscono la signora Pettazzi, col n.1 e la figlia Marinella (Maria Alessandra), col n. 2. Collezione famiglia Conighi, Udine.

«Nominato ufficiale effettivo per merito di guerra – scrive ancora E.R.P. – nel 1939-1940 capitano di Piemonte Reale Cavalleria, diviene ufficiale d’ordinanza del generale Alfredo Guzzoni nella campagna di Albania». Qui, per una caduta da cavallo, riporta gravi ferite, come la lesione della spina dorsale. 
Nel 1940 è con la 4a Armata agli ordini del Principe di Piemonte. Nel 1941, nonostante le condizioni critiche di salute, è inviato in Russia, facendo parte dell’Armata italiana in Russia (ARMIR). Riesce a rientrare in Italia e, nel 1943, è in Sicilia, sempre ai comandi del generale Guzzoni, con la 6a  Armata.
Nel 1943, dopo l'armistizio italiano con gli alleato dell'8 settembre, mentre è in servizio a Montebello di Vicenza, viene imprigionato dai tedeschi e, siccome si rifiuta di collaborare con loro, viene deportato nei Campi di concentramento nazisti di Norimberga e di Berlino, secondo E.R.P. Si precisa, tuttavia, che a Norimberga non si trovano campi di concentramento, però la città è a pochi chilometri di distanza da Dachau. Altra precisazione: a 40 chilometri da Berlino si trova il Campo di concentramento di SachsenhausenPare molto probabile, quindi, che Cesare Conighi sia stato rinchiuso a Dachau e a Sachsenhausen.
Lettera autografa di Cesare Conighi al padre, scritta da Roma il 2 agosto 1933 (particolare). Collezione famiglia Conighi, Udine.

Liberato dai Russi, a guerra conclusa, è subito mantenuto in cattività. Questa volta non sono i nazisti, ma i sovietici a imprigionarlo.
Dopo un trasferimento a marce forzate nella neve e nel freddo per oltre cento chilometri, Cesare Conighi viene detenuto nuovamente in un Campo di concentramento sovietico in Polonia per altri cinque mesi.
Rientra in Italia solo nel mese di ottobre 1945, stroncato nel fisico. Pesa circa 35 chilogrammi. Nel 1946 la sua famiglia di Fiume deve affrontare l’esodo giuliano dalmata, poiché scacciata dai titini della Jugoslavia.
Cesare, esule nella sua stessa patria tanto agognata, si stabilisce a Roma, dedicandosi agli aspetti assistenziali dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e muovendosi con due bastoni, visti i problemi di deambulazione, fino al dicembre 1955, quando lo coglie la morte.
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Fiume, 4 settembre 1940. Nozze di diamante di Carlo Alessandro Conighi, primo a sinistra seduto e di Elisa Ambonetti, seduta di fonte a lui. Cesare, in divisa, è in piedi dietro al babbo. Poi si conoscono: una familiare; Amalia, moglie di Carlo Leopoldo, che le sta in piedi accanto. A seguire: Helga e Ferruccio, seduti a capotavola. In mezzo a loro il bimbo Elio, figlio di Giorgio. Dietro, in piedi: Enrico. Poi c’è Maria Regina tra due signori non noti e Giorgio Conighi accanto alla mamma Elisa.  
Collezione famiglia Conighi, Udine.

Fonti e riferimenti
- Le fotografie, i disegni e i documenti riprodotti nel presente articolo sono della: Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
Commiato di lettera autografa di Cesare al fratello e ai nipoti per la morte della cognata Amalia Rassmann, Roma, gennaio 1954. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Bibliografia
- Enrico Burich, “Momenti della polemica per Fiume prima della guerra 1915/18”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», IX, 1-2, gennaio – giugno 1961, p. 15.
- E.R.P. (Elia Rossi Passavanti), “T. Colonnello Cesare Conighi”, «Notiziario della Cavalleria italiana,  Associazione Nazionale», III, n. 12, Roma, dicembre 1957, pag. 4.
- Antonio Luksich-Jamini, “Appunti per una storia di Fiume dal 1896 al 1914”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», XIV, 1-2-3-4, gennaio – dicembre 1968, p. 91.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», Trieste 25 febbraio 1933 – Anno XI, p. 1. 
- “Nozze”, «L’Unione liberale», Perugia, 4 settembre 1922, p. 3.
- “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2.
- E. Varutti, “Sembra la pace in avvicinamento… Diario dell’artigliere austriaco Carlo Conighi e le cartoline postali del bancario Dante Malusa, internato a Tapiosüly da Fiume nel 1915-1918”, in E. Polo et alii., Un doul a mi strinzeva il cour. 1917: questo terribile mistero, San Daniele del Friuli (UD), Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1997, pp. 59-76.
- E. Varutti, “Casi familiari di radicamento sociale del Risorgimento nel Friuli e nella Venezia Giulia”, in S. Delureanu, L. Piccardo, L. Bisicchia... et al., I moti friulani del 1864. Un episodio del risorgimento europeo. Atti del convegno, San Daniele del Friuli – Meduno 29 – 31 ottobre 2004, «Quaderni guarneriani», San Daniele del Friuli, 2005, pp. 131-156.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
Tessera dell’ANVGD del 1956, un anno prima della morte di Cesare Conighi. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Sitologia
- Giovanni Stelli, “L’irredentismo a Fiume”, in L’irredentismo armato. Gli irredentismi davanti alla guerra, a cura di F. Todero, «Quaderni di Qualestoria», n. 33, Trieste, IRMSL, 2015, pp. 145-179.
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Testi e ricerche di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti.

venerdì 28 aprile 2017

Morto Lucio Toth, patriota dalmata e pilastro dell'associazionismo degli Esuli


È venuto a mancare un punto di riferimento per il mondo degli Esuli istriani, fiumani e dalmati, nonché un grande intellettuale: nato a Zara il 30 dicembre 1934, è morto nella notte dal 27 al 28 aprile 2017 a Roma Lucio Toth, Presidente onorario dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ed ex Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati

Dopo una brillante carriera di Magistrato cassazionista e l’esperienza di Senatore della Repubblica nella X Legislatura, Toth è stato dal Congresso nazionale di Muggia (TS) del 1992 fino alle dimissioni nel 2012 al vertice dell’ANVGD, conducendola con mano sicura ed esperta negli anni in cui le nostre terre d’origine vivevano profondi sconvolgimenti geopolitici.
Cattolico liberale e convintamente europeista, fautore del dialogo e del confronto, fu troppo modesto per ammettere il ruolo importantissimo che svolse per l’associazionismo della diaspora adriatica e per i dalmati. Membro della Commissione storico-culturale italo-slovena che fra il 1993 ed il 2000 elaborò un documento comune sulle relazioni italo-slovene nel 1880-1956, preparato e convinto della bontà della nostra causa, Toth seppe lavorare con le istituzioni in maniera tale da creare i presupposti affinché la Legge istitutiva del Giorno del Ricordo fosse patrimonio condiviso della comunità nazionale. 
Il dibattito, moderato dai direttori de “Il Piccolo” e del “Primorski dnevnik”, che intrattenne ad aprile 2009 con il Senatore Milos Budin, autorevole esponente della comunità slovena in Italia, fu invece propedeutico per lo storico Concerto dei Tre Presidenti in Piazza Unità d’Italia a Trieste nel luglio dell’anno dopo.
Seppe così meritarsi la stima ed il rispetto dei suoi interlocutori, i quali compresero la profondità del legame che manteneva con le sue terre d’origine ed apprezzarono il prezioso impegno profuso da questa figura di intellettuale europeo per ricostruire la storia ed il futuro dell’Adriatico orientale: il suo ultimo libro “Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri” rappresenta l’estremo atto di amore per la sua Dalmazia. 
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Notizia diffusa da Renzo Codarin, presidente nazionale Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

lunedì 6 giugno 2016

Premiata a Roma Martina Provito, dello Stringher di Udine

Una speciale allieva dello Stringher di Udine, ha ricevuto il primo premio a Roma per un concorso nazionale cui ha partecipato un gruppo di studenti dello Stringher. A consegnarle la targa ricordo, il 2 giugno 2016, è stato niente meno che Pietro Grasso, presidente del Senato della Repubblica Italiana. 
Pietro Grasso, presidente del Senato della Repubblica Italiana premia Martina Provito, studentessa dello Stringher di Udine

La cerimonia di consegna del premio si è svolta nell’aula di Montecitorio, alla presenza di Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati. Il concorso vinto da Martina Provito e dai ragazzi dello Stringher è sul tema “Dalle aule parlamentari alle aule di scuola. Lezioni di Costituzione”, giunto ormai alla 9^ edizione. 
Martina ha tenuto pure un breve discorso dinanzi all’aula di Montecitorio colma di studenti, insegnanti e volontari dello scoutismo e di altre associazioni. È stato molto emozionante. Martina Provito ha citato anche don Milani, quando sosteneva che la scuola deve portare avanti tutti i ragazzi. 
Martina ha concluso, riferendosi all’azione dei professori, dei compagni di classe e degli operatori scolastici dello Stringher, dicendo: «La scuola mi ha aiutato a sentirmi parte di un gruppo e oggi con voce alta e forte voglio dire: io posso».
L’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” di Udine era rappresentato a Montecitorio dalla studentessa Martina Provito e dai professori Andrea Fabris e Giovanni Cucci. Dopo i discorsi di Laura Boldrini, per il 70° anniversario del referendum istitutivo della Repubblica Italiana, di Pietro Grasso e di altre autorità istituzionali, dello scoutismo e del volontariato, c’è stata la cerimonia di consegna dei premi. 
Lo Stringher ha vinto il primo premio nella categoria “Efficacia didattica e comunicazione”, con il video intitolato “Articoli da cucina. Inserimento e integrazione dei disabili nella scuola”.
Il comitato di valutazione del concorso  era formato da un gruppo di senatori, di deputati e di altre autorità. Le scuole partecipanti al concorso sono state 53, per un totale di 470 studenti da tutta Italia.
Anna Maria Zilli è il Dirigente scolastico dell'Istituto Stringher di Udine. Il gruppo di ragazzi che ha partecipato al concorso, oltre a Martina Provito, della classe 5^ A Commerciale, seguita da Chiara Amatruda, insegnante di sostegno, è formato da Federico, Riccardo e Marco, del ristorante Benzachi, oltre agli studenti del settore Commerciale e Alberghiero dello Stringher, coordinati dai professori Giovanni Cucci e Andrea Fabris. 

Fotografie da Facebook

Qui sotto si allega il LINK del video RAI della cerimonia del 2 giugno 2016. Per comodità del lettore ricordiamo che Martina Provito interviene al minuto 47.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5b40e8cd-5df1-425b-9410-a800604ed127.html

RASSEGNA STAMPA

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BIOGRAFIA DI BONALDO STRINGHER

Personaggio italiano. Nato nel 1854 a Udine, studia al Reale Istituto Tecnico, aperto in piazza Garibaldi dal Commissario straordinario Quintino Sella nel 1866, appena il Friuli viene annesso al Regno d’Italia. Diplomatosi a Ca’ Foscari, Venezia, in economia, Stringher è funzionario statistico del ministero dell'Agricoltura e in seguito dirigente del ministero delle Finanze. Si occupa in particolare di politica doganale. Libero docente di Scienza delle finanze all'Università di Roma nel 1888.
Direttore generale del Tesoro dal 1893 al 1898, è poi nominato consigliere di Stato; viene eletto deputato nel 1900 e nominato sottosegretario al Tesoro (giugno-novembre 1900).

Diventa Direttore Generale della Banca d'Italia nel novembre dello stesso anno. Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei dal 1901. Lascia la Banca temporaneamente per guidare il ministero del Tesoro dal gennaio al giugno del 1919. È nominato Governatore della Banca d'Italia quando detta carica viene istituita, nel 1928. Muore nel dicembre 1930.
Nel 1959 al suo nome viene intitolata una scuola superiore di studi commerciali a Udine. Si apre così, il 1° ottobre 1959, l'I.P.S. (Istituto professionale di Stato ) con D.P.R. n. 1413 del 20.08.1959, intitolato a Bonaldo Stringher, l'illustre friulano che fu Governatore della Banca d'Italia dal 1928 al 1930.



domenica 6 dicembre 2015

Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948

C’è una grande pietra istriana a Portogruaro, in provincia di Venezia, per ricordare le Vittime delle Foibe. È un monumento ben tenuto per merito sia del Comune che lo ha installato nel 2005, sia di alcuni discendenti di profughi giuliani e dalmati che lo vanno a decorare e a tenere in ordine. C’è chi porta dei fiori, una corona di rami e foglie e chi si ferma per una prece in ricordo dei caduti. Il monumento si trova nel Parco della Pace, nella Villa Marzotto a Portogruaro.

Tessera del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara di Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928 e dal 21 ottobre 1948 residente al Centro Raccolta Profughi di Lucca

Sicuramente, dal 2014, a fare una tappa fissa sono le signore Elvira Casarsa e sua figlia Graziella Dainese, che ha portato alcune piccole pietre dall’Istria per abbellire la parte bassa del cippo.
Nelle mie 212 interviste ai profughi italiani dell’Istria, di Pola, di Fiume, di Zara, della Valle dell’Isonzo e della Dalmazia non mi ero mai imbattuto in una storia come quella che vado a raccontare. Tutto è incentrato sul silenzio riguardo ai fatti dell’esodo, sul non dire ad altri, neanche ai figli. Tale comportamento, dettato dalla vergogna o dalla paura che negli anni 1946-1960 pervadeva il profugo giuliano dalmata, è in questo caso elevato alla ennesima potenza.
Elvira Casarsa, venuta via da Parenzo, davanti al Cippo in ricordo delle Vittime delle Foibe di Portogruaro, nel 2014

Disegno della signora Elvira Casarsa intitolato: Il Cippo di Portogruaro in ricordo dei caduti d'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Qui sotto una foto del Monumento

Il tutto è mescolato in una salsa mitteleuropea, che Claudio_Magris non esiterebbe a definire «un mondo fatto di microcosmi». Mi è venuto in mente Magris, quando ho sentito che la protagonista di questa testimonianza ha per secondo nome “Anita”, che è il nome della vecchia morosa del padre.
Torniamo al silenzio dei profughi. È un silenzio che rende quasi trasparenti le persone protagoniste della vicenda. È come se non esistessero. È come se non fossero mai esistite. Perfino le istituzioni italiane di oggi negano loro la correttezza del luogo di nascita. Le fanno nascere nel 1928 a Parenzo “in Croazia”, quando tale entità statale nemmeno esisteva e Parenzo, nella loro amata terra, era italiana.
Approvazione per l'esportazione, intestata a Luigi Casarsa, di Parenzo, emessa dal Comitato per il commercio estero di Zagabria il 29 novembre 1948

“Mio papà non mi ha mai parlato dell’esodo – ha detto Graziella Dainese, nata a Rovigo nel 1951 ed oggi residente a Portogruaro, in provincia di Venezia – el me diseva de star zita anche se vedeva carabinieri o polizia, lui gaveva sempre paura e dopo la mia maestra alle elementari gà da el tema sulla famiglia e mi gò scrito quel che savevo, alora la maestra gà ciamado i genitori che se gà rabiado con mi”.
I genitori della professoressa Graziella Dainese sono Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928, “jera el Regno d’Italia”, oggi in casa di riposo Francescon a Portogruaro e Franco Leo Dainese, nato a San Michele al Tagliamento nel 1924 e morto a Gorizia nel 1987. Era perito agrario e ha lavorato in diversi zuccherifici.
Essi fuggirono da Parenzo “dopo el ribalton, ossia quando che riva i titini e i la fa da paroni”. Elvira e Franco si conoscevano, ma non erano sposati. Franco Dainese nel 1946 si trasferisce da certe zie di Loreo, in provincia di Rovigo, mentre Elvira Casarsa, dopo l’assenso all’opzione per l’Italia da parte delle autorità jugoslave, datato il 3 maggio 1948, parte in piroscafo il successivo 20 ottobre. Ha il “passaporto provvisorio” n. 11.072, del Consolato Generale d’Italia a Zagabria, datato 25 agosto 1948.
Timbri doganali, firme e controfirme "per scampar con 700 chili de mobili e vestiario nei bauli e nei cassoni, no se podeva de più". Documento prestampato in cirillico, datato 21 agosto 1948

Nel giorno in cui sale in piroscafo ha inizio il silenzioso esodo di Elvira Anita Casarsa, partita assieme ai genitori Luigi Casarsa (Parenzo 1893 – Trieste 1963) e Giovanna Zucco (Cividale del Friuli 1899 – Porto Tolle 1956).
La prima tappa è a Cittanova d'Istria, diventata Novigrad in croato, dove ricevono il “visto d’ingresso” il 21 ottobre. Poi sbarcano a Trieste e stanno al Campo Profughi del Silos fino al 27 del mese. Il giorno dopo, in treno, il nucleo familiare arriva al valico di Monfalcone, ovvero al confine tra il Territorio Libero di Trieste (TLT) e l’Italia, per giungere al Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, in Via Pradamano, da dove passarono oltre 100 mila individui, ovvero un terzo dell’esodo giuliano dalmata.
La mobilia e le masserizie della famiglia Casarsa si fermano al Magazzino 18 di Trieste, quello che ha dato il titolo al celebre spettacolo di Simone Cristicchi, per intenderci. “I miei nonni Giovanna e Luigi se partidi da Parenzo e i gà portà 700 chili de roba – aggiunge la signora Dainese – no se podeva portar de più nei bauli e nei cassoni e la mia nonna gà lassado la casa a una vicina, una certa Bratulic, piuttosto de altri sconosciuti, dopo coi mobili e il vestiario gà portà via anche una barca, ma a Trieste se stada rubada”.
Ecco l'elenco dei beni con i quali scappare verso l'Italia per Luigi Casarsa, fu Giovanni, di Parenzo. Si va via con la cucina e lo "sparhert", in dialetto triestino e istriano è: Spàrgher (spacher, sparghered, spagher, spraghert, sparcher, sparhert, sparghet ), ovvero la cucina a legna o a carbone. Dal tedesco Sparherd (focolare economico). Al n. 24 della lista c'è una interessante "Gabbia polli con 2 galine". Bisognava mettere in elenco persino le "lettere personali". 

Luciano Guaita, direttore del CSP di Udine, il 29 ottobre 1948 consegna a ogni profugo della famiglia Casarsa un “sussidio straordinario di 500 lire” dalla Direzione Centrale dell’Assistenza Post Bellica, dipendente dal Ministero dell’Interno. Poi li destina al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove stanno per un anno e mezzo. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira e Franco, che già si conoscevano, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra documenti su documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata) dell’esodo dei suoi cari.
Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo, vicino, troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una figlia, appunto Graziella Dainese. La devastante alluvione del 14 novembre 1951 li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si moltiplicano a dismisura. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave e Portogruaro.
Questa è un'attestazione d'inventario timbrata e controfirmata dal Comitato Popolare di Parenzo il 15 novembre 1948 per Luigi Casarsa. Tuttavia, ci pare, che il documento sia un po' tarocco, dato che la firma del segretario e quella del presidente sono uguali, oltre che dello stesso delizioso inchiostro verdulino. Con tanta gente che fuggiva le firme sui documenti erano messe un po' qui e un po' là.

Si può comprendere la diffidenza dei profughi Dainese nei confronti della “matrigna” Italia, anche dal documento seguente, datato 18 dicembre 1973. È la prefettura di Udine a scrivere a Elvira Casarsa, che si trova a Cervignano del Friuli, per comunicarle l’avvenuta “trascrizione del decreto jugoslavo del 7 luglio 1948 di accoglimento dell’opzione per la cittadinanza italiana”. Certo, la burocrazia qualche volta ha i tempi lunghi, ma 25 anni per comunicare che “sei cittadino italiano, essendo nato a Parenzo nel 1928”, paiono un po’ tanti! Ancora qualche anno e nel 1980 muore Tito, poi cade il Muro di Berlino (1989), comincia a svanire la Jugoslavia (1991).
Sempre nello spirito del romanziere Claudio Magris, si potrebbe ironizzare sul fatto che la missiva sia stata spedita come “raccomandata”. Se invece avesse avuto l’affrancatura normale, in quale secolo ci chiediamo le italiche Poste l’avrebbero recapitata?
Documento del 1973; 25 anni dopo l'esodo da Parenzo per Elvira Casarsa arriva la notizia dalla Prefettura di Udine sull'accoglimento dell'opzione italiana, per lei che è nata a Parenzo nel 1928, quando era sotto il Regno d'Italia. Come meravigliarsi se gli esuli dicono che l'Italia sia stata un po' "matrigna" nei loro riguardi?

Dopo tutte queste peregrinazioni, lutti e tante umiliazioni, negli anni 1982-1983 Elvira Casarsa, in casa di riposo, viene apostrofata con l’epiteto di “sporca slava” da qualcuno che evidentemente ce l’aveva su coi profughi istriani.
Come è successo per molti altri esuli, Elvira e sua figlia alzano la testa dopo l’approvazione della legge 92/2004 sull’istituzione del Giorno del Ricordo, al fine di mantenere e perpetuare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre dei 350 mila italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra. Secondo le stime di certi storici, come Raul Pupo, dell’Università di Trieste, la cifra degli esuli potrebbe abbassarsi ai 250 mila individui.
Le ultime sfide affrontate dalla professoressa Dainese riguardano la dignità e la storia di sua madre Elvira Casarsa, da Parenzo. Nel 2013 esse effettuano un viaggio proprio a Parenzo con un pulmino speciale per condurre i disabili, dato che la madre è costretta su di una sedia a rotelle. La Signora Elvira rivede la sua terra rossa d’Istria e si commuove. Conosce e saluta caramente gli attuali abitanti della sua vecchia casa, in Via Pietro Kandler numero 11, vicino alla settecentesca chiesa della Madonna degli Angeli. Rivede la stupenda ed unica nel suo genere Basilica Eufrasiana, inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 1997.
Graziella Dainese e sua madre Elvira Casarsa a Parenzo nel 2013

Nel Giorno del Ricordo 2014 le due donne vengono invitate all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gino Luzzato” di Portogruaro per parlare alla scolaresca dell’esodo da Parenzo. Di questo fatto riporta la notizia Vito Digiorgio sul portale Internet www. portogruaro.net  il 28 agosto 2014 con l'articolo intitolato Un pezzo della mia terra, ma anche altri giornalisti si interessano del caso.
Nel 2015 Marco Corazza, col titolo Portogruaro, se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il tribunale la documenta, sulle pagine locali de «Il Gazzettino»  di Venezia, del 22 settembre, riporta la notizia della battaglia legale intrapresa dalla professoressa Dainese, quando ha dovuto chiedere di fare da amministratrice di sostegno della sua mamma. “Voglio tutelare la località di nascita di mia madre, che ha studiato – ha detto – è stata radiotelegrafista a Trieste, nella sua vita amava la pittura, leggere libri, scrivere poesie e non si può avere poco rispetto della persona solo per il sistema informatico del tribunale”.
Nella documentazione rilasciata dal Tribunale di Pordenone, infatti, risulta che Elvira Casarsa è nata a Parenzo “in Croazia”. Allora la professoressa Dainese ha intrapreso l’ennesima sfida, “perché – sostiene – la legge 54/1989 prevede per i cittadini nati sotto la sovranità italiana, l’obbligo di scrivere nei documenti i luoghi di nascita nella lingua italiana, senza alcun riferimento allo stato cui attualmente appartiene la località”. È scorretto, quindi, segnare che Elvira sia nata “in Croazia” nel 1928 a Parenzo.


Giorno del Ricordo del 2014 per Elvira Casarsa e la scolaresca dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore "Gino Luzzato" di Portogruaro, provincia di Venezia

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I documenti menzionati fanno parte della Collezione Elvira Anita Casarsa, nata a Parenzo; residente a Portogruaro, provincia di Venezia. Intervista effettuata a Portogruaro il 28 novembre 2015 alla signora Graziella Dainese (Rovigo 1951) da Elio Varutti, che ha curato anche il servizio fotografico dell'articolo.

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Ricerca per il Gruppo di studio su “Le donne dell’esodo giuliano dalmata”, classe 5^ D  Dolciaria. Coordinamento a cura dei professori Francesco Di Lorenzo (Italiano e Storia), Elio Varutti  (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B.Stringher”, Udine. Progetto “Storie di donne nel ‘900”, sostenuto dalla Fondazione CRUP. Referente del progetto: prof. Giancarlo Martina (Italiano e Storia); anno scolastico 2015-2016.

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Una parte di questo articolo è stata pubblicata su  infofvg.it  il giorno 1° dicembre 2015 col titolo seguente: Il silenzioso esodo di Elvira Casarsa, da Parenzo 1948

Il certificato di battesimo di Elvira Casarsa, datato 1971

Riconoscimento della qualifica di "profugo" per Luigi Casarsa, rilasciato dalla Prefettura di Lucca il 24 settembre 1949. Il documento è emesso nel 1958

Parte posteriore del "Passaporto provvisorio" dei componenti della famiglia Casarsa di Parenzo, profughi istriani che passano per Cittanova (timbro di Novigrad, in alto a destra) per il Campo del Silos di Trieste (timbro tondo in basso) e per il Centro di Smistamento Profughi di Udine (timbro in alto a sinistra) 

Passaporto provvisorio di Giovanna Zucco in Casarsa, la nonna della signora Graziella Dainese

Alluvione del novembre 1951 nel Polesine a Loreo, provincia di Rovigo. Elvira Casarsa e Graziella Dainese (madre e figlia) alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dell'ente

 Franco Leo Dainese quando è esule a Loreo, provincia di Rovigo dal 1946, presso alcune sue zie

Ecco una video intervista di Elio Varutti a Graziella Dainese sul tema dell'esodo istriano, clicca:  QUI
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD.