sabato 5 giugno 2021

L’eredità del leone, presentato a Gorizia il libro di Fiorentin con l ‘ANVGD

C’è stata un’interessante conferenza a Gorizia per presentare il libro “L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)” di Flavio Fiorentin, edito da Aviani & Aviani nel 2018. L’evento, secondo le norme anti-pandemia, si è tenuto nella sala dell’Oratorio della Parrocchia Madonna della Misericordia, in Via Pola n. 20, nel quartiere della  Campagnuzza dove agli inizi degli anni ’50  sorse il ”Villaggio dell’esule” per i giuliani, fiumani e  dalmati.

Rita De Luca, Maria Grazia Ziberna, Elio Varutti, Flavio Fiorentin e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Rita Cosliani

La presentazione del libro di Fiorentin è stata organizzata il 3 giugno 2021, alle ore 15,30 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, in collaborazione con quello di Udine. L’incontro è parte del progetto “I giovani  sulle tracce  della memoria. Conoscere per ricordare. Storia del confine orientale” che ha il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune e della Prefettura di Gorizia, oltre alla UIL Scuola e all’ Istituto per la Ricerca Accademica Sociale ed Educativa (IRASE) della Città giardino. Si ricorda che il libro di Fiorentin ha vinto a Civitavecchia il 2° Premio “Gen. div. Amedeo De Cia” per la Saggistica edita, X edizione, 2018.

L’evento è stato introdotto da Maria Grazia Ziberna, Presidente del Comitato di Gorizia dell’ANVGD, che ha voluto “ringraziare l’ANVGD di Udine per la collaborazione riservata all’evento”. La Ziberna ha inoltre ringraziato “don Fulvio Marcioni, parroco della chiesa della Madonna della Misericordia,  parrocchia di Campagnuzza, ex villaggio dell’esule, che ci ha ospitato nell’oratorio dato che la nostra sede, in base alle attuali norme anti-Covid, ha spazi limitati e le sale pubbliche non erano disponibili”. Ha concluso dicendo che la presentazione del libro di Fiorentin viene registrata e sarà disponibile nei prossimi giorni sul canale Youtube dell’ANVGD di Gorizia  https://www.youtube.com/channel/UC5_CQ5di9TW5Tbajr30zQtw

Gorizia, 3 giugno 2021 - Presentazione de L'eredità del leone, libro di Flavio Fiorentin, seduto al centro, con l'ANVGD di Gorizia. Fotografia di Maria Letizia Ziberna

Poi è stata data la parola alla professoressa Rita De Luca, componente del Direttivo ANVGD di Gorizia, che ha illustrato la figura storica di Napoleone, nel quadrante mediterraneo, con dotte citazioni foscoliane. È stato lo scrittore Mauro Tonino, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, a porre alcune domande all’Autore, come ad esempio "Quale sia l’eredità del leone di S. Marco", non senza soffermarsi sull’originalità dell’opera, che tratta dei periodi storici con un’ottica nuova rispetto alla tradizionale letteratura. Il professor Elio Varutti, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, ha portato il saluto ufficiale di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. Poi ha detto che Fiorentin “ha scritto un libro di grande divulgazione” chiedendogli si dedicare alcune parole al governo delle Provincie Illiriche dell’Impero francese e al tema della snazionalizzazione italiana perpetrata dall’Imperatore Francesco Giuseppe in Istria e in Dalmazia, a favore degli slavi.

Flavio Fiorentin ha commentato le vicende storiche succedutesi tra il 1797 e il 1918, facendo emergere le contese tra alcune Potenze europee per l’eredità di terre e di popolazioni già appartenute alla Serenissima Repubblica di Venezia, oltre ai passi compiuti dal Regno d’Italia dei Savoia verso l’Unità della Nazione, rispondendo alle aspirazioni delle popolazioni “orfane” di Venezia. 

L’autore ha spiegato "i legami etnici, storici e culturali che avevano unito Venezia, San Marco, il Leone marciano alle genti della sponda orientale dell'Adriatico, evidenziando come il generale Bonaparte nel sua prima campagna d'Italia non ebbe l'occasione di scontrarsi con l'esercito veneto, agli ordini del Salimbeni. Quest'ultimo infatti, con la scusa di voler rispettare la neutralità dichiarata dalla Serenissima, in realtà favoriva in ogni modo la consegna e l'occupazione francese di tutte le piazzeforti dello Stato da Tera. Invece l'esercito e la marina francese ebbero modo di aver a che fare  più volte con la marina da guerra veneziana ed i fucilieri di marina, arruolati come è noto in Istria ed in Dalmazia, prendendole sempre di santa ragione o comunque facendo delle belle figuracce. In proposito l'autore ha ritenuto di ricordare le Pasque Veronesi, la beffa di Palmanova e la resa del brigantino Le liberateur d'Italie".

Dopo i ricordati episodi "il generale Bonaparte - ha aggiunto Fiorentin - pur vincitore indiscusso degli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Impero d'Austria durante la sua prima campagna d'Italia, nell'attraversare il territorio della Repubblica di S. Marco, evitò accuratamente di affrontare in battaglia i fucilieri di marina (composti di veneziani, istriani e dalmati), preferendo chiedere ed ottenere al Salimbeni di ritirarli al Lido e reimbarcarli per la Dalmazia".

Fiorentin ha poi "ricordato la decisione, presa nel dicembre del 1866, dal Consiglio Aulico, su proposta dello stesso Francesco Giuseppe, ed i successivi decreti attuativi di procedere alla snazionalizzazione 'senza alcuno scrupolo' della presenza italiana dal Trentino e da tutta la sponda orientale adriatica, fornendo alcuni esempi di come tale direttiva venne attuata da parte dell'Amministrazione imperiale austriaca".

L’Autore si è pure soffermato su quanto accaduto nella cittadina di Perasto,“la fedelissima”,  dove si trova l’ultimo gonfalone di San Marco, custodito dentro ad una cassa sepolta sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Nicolò.

Diapositive con cartografia a cura di Maria Grazia Ziberna


Tra il pubblico presente in sala si sono notati Maria Rita Cosliani, del Direttivo ANVGD di Gorizia,  nonché presidente della Mailing List Histria e vicepresidente dell’Associazione Italiani di Pola e Istria - Libero Comune di Pola in EsilioRuggero Botterini, nativo di Pola, del Direttivo ANVGD di Gorizia e decano del sodalizio, oltre a Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, decana dell’ANVGD di Udine, accompagnata dal figlio Claudio e l’editore Giovanni Aviani. Flavio Fiorentin, oltre che socio dell’ANVGD di Udine, è il Presidente del Collegio dei Revisori dello stesso sodalizio.

Parla Flavio Fiorentin, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Grazia Ziberna

Il libro presentato

Flavio Fiorentin, L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp. 366, euro 20.

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Testi di Elio Varutti e Maria Grazia Ziberna. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Flavio Fiorentin e Maria Grazia Ziberna. Servizio fotografico a cura dell’ANVGD di Gorizia; fotografie di Maria Letizia Ziberna, Maria Rita Cosliani e Maria Grazia Ziberna, curatrice pure delle slide con le carte geografiche. Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Flavio Fiorentin, al centro, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani


Immagini dalla consolle della regia dell'evento. Foto di Maria Letizia Ziberna

Maria Grazia Ziberna, al centro, tra Rita De Luca e Elio Varutti, durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani



giovedì 11 febbraio 2021

Bambini istriani da Rovigno al Campo profughi di Laterina (AR)

Pier Michele Benvegnù, nato a Rovigno nel 1944, ha poche tracce dell’esodo della sua famiglia avvenuto nel 1948, ma ricorda il Centro Raccolta Profughi di Laterina (Crp) “perché là dentro noi bambini si giocava assieme, ci piaceva molto e si assaporava la libertà”. Con quali mezzi viene via dall’Istria la sua famiglia?

“Ricordo con un camion – ha risposto Benvegnù – per portare via qualche mobile e certe masserizie in un deposito forse a Udine, ricordo che si è passati per Trieste, poi col treno siamo stati destinati al Crp di Laterina, in provincia di Arezzo”. Proprio al Crp di Laterina, la famiglia trova una qualche sistemazione. Bruno Benvegnù, padre di Pier Michele, è l’elettricista del Campo profughi, mentre la mamma, Pasqua Sponza nei Benvegnù, è una delle maestre della scuola elementare interna al Crp stesso. 

Centro raccolta profughi di Laterina, Befana 1952. Collez. Benvegnù

Pur lontano dalla natia Rovigno, la famiglia con vari altri parenti, inizia a riprendersi dal dolore dell’esilio. Signor Benvegnù, c’è stato qualche fatto tragico nella sua famiglia a causa dei Titini?

“Beh, il figlio di una mia zia è stato ucciso nella foiba – ha replicato Benvegnù – mentre mio papà Bruno si è salvato casualmente, era stato imprigionato dai Titini a Pisino e, in seguito ad un bombardamento tedesco, mancò la corrente, così gli slavi chiesero chi sapeva aggiustare il guasto, allora mio papà, essendo elettricista, si fece avanti, risolse il danno e si salvò la vita, anzi fu tenuto poi in considerazione, perché serviva loro proprio un tecnico”. Quanto tempo siete rimasti al Crp di Laterina?

“Per una decina d’anni, poi nel 1958, ci assegnarono la casa popolare a Firenze – ha detto il testimone – ci siamo spostati un gruppo di famiglie istriane, devo dire che eravamo mal visti come pochi, poi i fiorentini si sono ricreduti e ci si è reinseriti bene”. 

Crp di Laterina, Coro femminile, anni '50. Coll Benvegnù

Mi pare che lei è imparentato con Mario Andretti, grande campione automobilistico ed esule istriano come lei.

“Sì, è vero – ha concluso Benvegnù – è proprio mio cugino, sono andato a trovarlo negli USA nel 2009. Loro stavano al Crp di Lucca e, in pratica, io passavo i mesi estivi da loro, perché imparentati con i miei nonni paterni, per me era una vera e propria vacanza, era bello stare con i miei cugini”.

A proposito di cugini, un altro cucciolo dell’esodo istriano è Giuseppe Cattonar, detto Pino, cugino del signor Benvegnù. Nato a Rovigno nel 1945, Cattonar, mi dice che il suo ramo familiare “era autoctono dal 1528, mentre il ramo materno dei De Vescovi stava a Rovigno dal 1300 - Vedi: Storia   documentata di Rovigno, di Bernardo Benussi, Trieste, Editoriale Libraria, 1962 – però a causa della pressione dei Titini la mia famiglia viene via dall’Istria nel mese di agosto del 1951, dato che mio padre è stato minacciato più volte; sa, era coltivatore diretto, ma lo obbligavano a fare le cooperative, che erano una vera delusione, allora mio padre lasciò a ‘loro’ le campagne e chiese di andare a lavorare nell’industria del pesce”. 

 Crp di Laterina, Befana 1953. Collez. Benvegnù

Con quale mezzo abbandonate casa e campi?

“Partiamo in treno verso Canfanaro, Divaccia – ha risposto Cattonar – poi si passa per Trieste e ci si ferma a Udine, al Centro smistamento profughi, per alcuni  giorni, dove, sempre in treno, veniamo destinati al Crp di Laterina. Alla stazione ferroviaria del centro aretino ci attende il camion di servizio del Crp che ci conduce al Campo profughi, era sera e ci diedero l’alloggio, era una baracca, la n° 11, un ambiente lungo di 60 metri, ci dissero di tramezzarlo con delle coperte, per un po’ di intimità familiare, poi ci diedero le brande e i pagliericci fatti con le foglie delle pannocchie e quello era per dormire, alle finestre avevamo i vetri rotti, la porta non chiudeva bene, tanto che se c’era vento entrava un polverone da fuori, mi ricordo poi che ci disinfestarono con della polvere bianca. Per il Giorno del Ricordo, assieme ad altri amici esuli, per alcuni anni abbiamo accompagnato le scolaresche e funzionari comunali dei comuni limitrofi in visite d’istruzione all’ex Campo profughi di Laterina. Abbiamo fatto vedere loro le baracche rimaste in piedi e noi testimoni commentavamo quello che abbiamo passato. I ragazzi stanno molto attenti”. È mai ritornato nella sua natia Rovigno?

“Sì, diverse volte – ha concluso Cattonar – la prima volta è successo nel 1967, ma ultimamente c’era troppo turismo e non ci si poteva neanche muovere fino allo scoppio della pandemia”.

Il signor Pier Michele Benvegnù ha comunicato, infine, di aver trovato alcune fotografie del coro del Crp di Laterina. Era diretto dal maestro Mario Ricci, che si vede bene in un’immagine. In una foto si può notare la componente femminile del coro in gonna e camicetta chiara. È stata scattata il 16 settembre 1953, quando il coro polifonico del Crp ha partecipato alle selezioni per “Dilettanti alla ribalta”, una trasmissione credo della RAI. “Io ricordo bene questo coro poiché ne facevano parte mia mamma, mio nonno e mio zio – ha concluso Benvegnù – mi ricordo che ero costretto a seguire tutte le prove che facevano la sera dopo cena”.

Crp di Laterina, Baracca n. 12, anni '50. Coll. Cattonar

Si accenna, in conclusone, che la indovinata definizione di cuccioli dell’esodo giuliano dalmata è di Michele Zacchigna, nel suo Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.

Fonti orali e ringraziamenti – Si ringraziano gli amministratori e gli operatori del Comune di Laterina Pergine Valdarno (AR). Ringrazio molto le persone intervistate per la generosa disponibilità riservata. Le interviste (int.) sono state condotte da Elio Varutti come qui di seguito indicato.

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi (AR), int. al telefono del 20 gennaio 2021 e messaggi e-mail del 21 gennaio 2021.

Pier Michele Benvegnù, Rovigno 1944, esule a Firenze, int. telefonica del 25 gennaio 2021 ed email del 24 gennaio 2021.

Giuseppe Cattonar, Pino, Rovigno 1945, esule a Firenze, int. telefonica del 26 gennaio 2021 ed email del 31 gennaio 2021.

Cori di profughi a Laterina col maestro Mario Ricci. Coll. Benvegnù


Archivi, Collezioni private e ANVGD

Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo, Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.

Famiglia Pier Michele Benvegnù, Firenze, fotografie e ms.

Famiglia Giuseppe Cattonar, Firenze, fotografie.

Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR); consultati i seguenti documenti:

- Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di Montevarchi, Registro della Classe 2^ A mista, Comune di Laterina, frazione Campo Profughi, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua e Maffei Fratini Anna Maria, anno scolastico 1956-1957, pp. 28, stampato e ms.

- Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di [Montevarchi], Comune di Laterina, frazione Centro Raccolta Profughi, Scuola Elementare Statale, Registro della Classe 2^, 4^, 5^ mista, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua, anno scolastico 1956-1957, pp. 24, stampato e ms.

Crp di Laterina, la baracca dei Benvegnù, anni '50

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Progetto di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Ricerca e interviste a cura di C. Ausilio e Elio Varutti. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio, Pier Michele Benvegnù e Pino Cattonar. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

mercoledì 30 dicembre 2020

Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, mio fratello caduto sotto i ferri di Menghele, di Mario De Simone

Il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X di Udine dal 2016 si occupa di commemorare la Giornata della Memoria. Negli ultimi anni le iniziative sono rientrate nel calendario delle attività del Comune di Udine. Quest’anno iniziamo le attività con la pubblicazione di un interessante ed originale contributo di Mario De Simone, di Napoli, fratello di Sergio De Simone, un bambino deportato vittima dell’Olocausto. Gli è stato detto: "Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti". Dal lager di Auschwitz, fu l’unico italiano tra i 20 bambini di varia nazionalità lì selezionati da Menghele come cavie umane per esperimenti medici compiuti dal dottor Kurt Heissmeyer nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo. Proprio la città di Amburgo, di recente, ha dedicato un toponimo al bambino Sergio De Simone, vicino al Wassermann Park. L’intitolazione è: “Sergio-De-Simone Stieg”.  Per l'appoggio ricevuto siamo riconoscenti a don Maurizio Michelutti, coordinatore della Collaborazione pastorale di Udine sud.                             (A cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti)

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I fatti della seconda guerra mondiale che riguardano le sofferenze e le persecuzioni subite da grandi parti delle popolazioni europee per motivi politici, religiosi o di appartenenza ad una “razza” sono stati per molto tempo sottaciuti o evitati con un senso di imbarazzato fastidio.

L’appartenenza ad etnie o, come si diceva allora, a ‘razze’ diverse da una fantomatica ‘razza’ ariana mai esistita sulla terra è stata utilizzata dal nazionalsocialismo per indicare una ‘razza’ superiore da contrapporre alle razze inferiori costituite da ebrei (indicati come responsabili di tutti i guai che erano piombati sulla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale) e zingari (che davano fastidio con quel loro modo di vivere fuori dagli schemi di una ordinata società borghese e disciplinata). Oltre, naturalmente ad alcuni tipologie di ‘sottouomini’ quali comunisti, omosessuali, persone con problemi psichici o fisici, neri o di altro colore tutti soggetti che turbavano il quieto vivere della società nazista.

Com'è noto queste scelte odiose furono adottate anche dal fascismo e, nonostante la sostanziale indifferenza per il problema da parte del popolo italiano, furono fatte proprie anche da esponenti del mondo della cultura che speravano in questo modo di fare carriera e di avere i loro vantaggi accademici, culturali, giornalistici e patrimoniali.

Le leggi razziali del 1938 costituiscono un’imperdonabile scelta politica del governo fascista e della casa reale del nostro sfortunato paese, che adottandole si contrassegnarono con maggiore evidenza per quello che rappresentavano: un governo razzista, usurpatore, violento e contrario agli interessi degli italiani che dicevano invece di tutelare.

Tutto questo è stato fino a oggi, a contrario di quello che molti pensano, troppo poco indagato dagli storici. Del dolore arrecato alle persone moltissimi hanno cominciato ad avere conoscenza solo dopo l’entrata in vigore della legge 20 luglio 2000 n° 211 che istituisce il Giorno della Memoria, che si commemora in Italia il 27 gennaio di ogni anno nella data di liberazione del campo di Auschwitz da parte dei soldati dell’Armata Rossa.

È in questo contesto che si inquadra la vicenda della mia famiglia materna e del mio povero fratello Sergio. Nel marzo del 1944 le SS, accompagnate dai fascisti locali e da un delatore si presentarono presso la casa della mia famiglia, di origine ebraica, a Fiume [vicino all’Istria, NdR], che allora era italiana. Lì trovarono e deportarono mia nonna Rosa, mio zio Jossi con la moglie, mia Zia Sonia che viveva con la sua mamma anziana, mia zia Mira con le mie due cuginette Andra a Tatiana e mia madre Gisella con mio fratello Sergio.

Sergio De Simone e cugine Tatiana e Alessandra; foto dal web

Io sono qui a scrivere queste righe perché sono nato dopo la guerra quando mia madre, tornata da Auschwitz insieme alla sorella Mira, rientrò a Napoli e lì rincontrò mio padre anch’egli rientrato dalla prigionia come militare in Germania dove era stato condotto prigioniero per difendere la ‘Patria’ che nel frattempo gli distruggeva la famiglia. Nella terribile storia della mia famiglia materna, di cui sono tornate solo quattro persone su tredici deportate in vari momenti, la storia di mio fratello riveste un particolare significato per la sua drammaticità e crudeltà.

Infatti, come è ormai noto, il destino di mio fratello Sergio prende una strada diversa da quella delle mie cugine. Drammaticamente diversa. Egli, infatti, fu scelto dai nazisti con un vile trucco, ‘chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti’, insieme ad altri 19 bambini ebrei o presunti tali prelevati dal lager di Auschwitz, trasportati a Neuengamme per essere sottoposti ad esperimenti medici sulla TBC da uno pseudo medico di Amburgo. Qui in un contesto surreale, in cui non vi erano blokove compiacenti ma solo adulti malvagi e crudeli, furono usati come cavie. [Nei lager femminili la funzione del Kapo veniva svolta dalla Blokove, NdR]. Pensate, usati come cavie: oggi abbiamo remore anche ad usare i topi o altri animali grazie alle associazioni animaliste che giustamente li tutelano.

Furono tutti uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm ad Amburgo. In quella città, il 20 aprile del 1945, Sergio, gli altri 19 bambini, i medici e gli infermieri prigionieri che furono costretti a collaborare con Heissmayer e che per quello che potevano, tentarono di mitigare gli effetti della folle sperimentazione, i prigionieri russi utilizzati come inservienti, furono tutti eliminati ed i loro corpi inceneriti e dispersi per distruggere, insieme alle prove cartacee delle malefatte, anche le vittime, perché tanto “nessuno avrebbe mai creduto alla narrazione di quello che è accaduto realmente”, come diceva Himmler sperando nell'impunità dopo la guerra.

La storia di mio fratello e degli altri 19 bambini rappresenta la parte non a lieto fine delle storie legate alle persecuzioni razziali nazifasciste e per questo io ritengo che non debba essere mai taciuta o solo accennata ma narrata e conosciuta nel pieno dei suoi particolari aberranti per mettere tutti, moderni razzisti e non, davanti alle proprie responsabilità in particolare in relazione alle scelte politiche attuali spesso superficialmente adottate.

Voglio infine chiarire le motivazioni che mi hanno condotto a divulgare questa storia da quando ne sono venuto a conoscenza nel lontano 1995. In quell’anno fui chiamato ad Amburgo dalla Associazione dei venti bambini di Bullenhuser Damm in quanto il giornalista tedesco Gunter Schwarberg, che con fatica era riuscito a ricostruire la storia dei bambini e dei prigionieri ed a far condannare i responsabili. Nella cerimonia di commemorazione Gunter mi rivelò la storia della fine del mio povero fratello. La storia mi sconvolse e mi indignò profondamente e già sull’aereo del ritorno d’accordo con mia moglie decidemmo che non poteva rimanere chiusa nella mia famiglia ma doveva essere portata a conoscenza del maggior numero di persone possibile.

Arrivati a Napoli prendemmo contatto con la giornalista Titti Marrone del quotidiano “Il Mattino” di Napoli la quale scrisse degli articoli molto belli e poi decise di scrivere un libro su questa storia “Meglio non sapere” coinvolgendo anche le mie due cugine Tatiana e Andra Bucci. Questo è il primo dei tanti altri che successivamente sono stati pubblicati.

Questo è il motivo, infine, per cui io, come le mie cugine, non ci risparmiamo a divulgare, specie nelle scuole e nei luoghi della conoscenza, la narrazione delle nostre vicende.

Mario De Simone

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Fotografie qui accanto e poco sopra - Luneburgo (Germania), edificio adattato a Campo di concentramento nel 1943, sottocampo di Neuengamme per deportati utilizzati come forza lavoro nello sgombero di macerie in seguito ai devastanti bombardamenti alleati su Amburgo. Fotografie di Daniela Conighi, 2019.

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Cenni bibliografici e del web

Maria Pia Bernicchia (a cura di), Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti. I 20 bambini di Bullenhuser Damm una carezza per la memoria, Milano, Proedi, 2005-2006.

Elio Varutti, Ebrei di Fiume in transito a Udine per Auschwitz 1944-1945. Riflessioni, on line dal 16 gennaio 2019 su eliovarutti.blogspot.com

E. Varutti, Shoah dietro l’angolo. Carceri naziste nelle case di Udine, 1943-1945, on line dal 31 dicembre 2020 su evarutti.wixsite.com

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Autore principale: Mario De Simone. Testo a cura di Tiziana Menotti e Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Servizio redazionale e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Fiume 1943, Sergio De Simone con le cugine Andra e Tatiana Bucci, dietro, la mamma Gisella Perlow De Simone (al centro) e le zie Mira Perlow Bucci e Paula Perlow; Collez. privata. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.



giovedì 29 ottobre 2020

Zuan da Vdene Furlano, una mostra coi fiocchi al Castello di Udine dal 12 giugno 2021

Zuan da Udene furlano. Giovanni da Udine, tra Raffaello e Michelangelo (1487-1561)", è il titolo della mostra in programma presso i Civici Musei Udine dal 12 giugno al 12 settembre 2021, nel Salone del Parlamento e nelle sale della Galleria d'Arte Antica del Castello del Comune Di Udine. In mostra saranno esposte anche alcune opere su carta (manoscritti e volumi a stampa) delle collezioni della Biblioteca Civica Vincenzo Joppi di Udine (aggiornamento del 7 giugno 2021).

Finalmente in città ci sarà una mostra su Giovanni da Udine, pittore poco noto che crebbe tra i panni, le tintorie, i cramars e le rogge della Udine medievale. La sua formazione artistica avviene nell’ambito della bottega di Giovanni Martini, che insieme con Pellegrino da San Daniele era uno dei principali artisti attivi in Friuli. Giovanni Ricamatore, meglio noto come Giovanni da Udine, nasce il 27 ottobre 1487: è l’artista stesso a precisarlo in uno dei suoi libri di conti, contraddicendo il Vasari, secondo cui sarebbe nato nel 1497. Il nonno paterno, morto nel 1457, era dedito al ricamo e alla tintura dei panni, mentre il padre Francesco alternava l’attività di sarto, o più verosimilmente di tintore, a quella di ispettore sanitario del Comune.

Raffaello volle Giovanni da Udine al suo fianco nella Loggia di Psiche alla Farnesina e nell’impresa delle Logge Vaticane, Michelangelo lo teneva in alto conto, Clemente VII si affidò a lui per delicati interventi di restauro e decorazione sia a Roma che a Firenze.

Giovanni Ricamatore, o meglio, Giovanni da Udine Furlano, come si firmò all’interno della Domus Aurea, riuniva in sé l’arte della pittura, del disegno, dell’architettura, dello stucco e del restauro. Il tutto a livelli di grande eccellenza. A Roma, dove era stato uno dei più fidati collaboratori di Raffaello, rimase anche dopo la scomparsa dell’Urbinate. Conquistandosi, per la sua abilità, dapprima il titolo di Cavaliere di San Pietro e quindi una congrua pensione da pagarsi sull’Ufficio del Piombo. Intorno alla metà degli anni trenta del ’500, Giovanni decise di abbandonare la città che gli aveva garantito fama e onori e rientrare nella sua Udine con il proposito di non toccar più pennelli.

Preceduto dalla fama conquistata a Roma, una volta tornato in Friuli si trovò pressato dalle committenze e non seppe mantenere fede al suo autopensionamento. Tra gli interventi di maggiore importanza, il lungo fregio a stucco ed affresco nel castello di Spilimbergo e, a Venezia, la decorazione di due camerini di Palazzo Grimani. Sarà proprio salendo col fiatone la monumentale scalinata a doppia rampa progettata da Giovanni, stavolta in veste d’architetto, che il pubblico potrà accedere alla magnifica Sala del Parlamento che dal 12 dicembre 2020 al 14 marzo 2021 accoglie la prima retrospettiva che mai sia stata a lui dedicata.

Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 - 1561), promossa dal Comune di Udine,  Servizio Integrato Musei e Biblioteche, è a cura di Liliana Cargnelutti e Caterina Furlan, affiancate da un autorevole Comitato Scientifico. La Mostra si avvale del sostegno della Fondazione Friuli e di Amga Hera in veste di Main Sponsor.

Per la prima volta in questa mostra viene riunito un cospicuo numero di raffinati disegni che, provenienti da diversi musei europei e da una collezione privata americana, confermano la sua proverbiale abilità nella rappresentazione del mondo animalistico-vegetale e soprattutto degli uccelli. Ciascuno degli ambiti della poliedrica attività di Giovanni da Udine è indagato in mostra attraverso stucchi, incisioni, documenti, lettere, libri e altri materiali.

Inoltre le spettacolari sezioni dedicate alle stampe e ai disegni di architettura consentono di visualizzare i principali luoghi e ambienti in cui l’artista ha operato: dalla Farnesina alle Logge Vaticane, da Villa Madama alla Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze. Il contesto storico e culturale del tempo viene ricostruito in mostra attraverso libri, documenti e filmati.

Una sezione speciale ripropone al Castello di Udine la mostra documentaria, curata da Virginia Lapenta e Antonio Sgamellotti. Tale sezione, realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei, è stata presentata nell’aprile 2017 alla Farnesina, dedicata ai festoni realizzati nella Loggia di Psiche proprio da Giovanni da Udine.

Concluso il percorso espositivo, al visitatore viene proposto un itinerario che gli può consentire di ammirare dal vivo le opere architettoniche, gli affreschi e gli stucchi realizzati da Giovanni da Udine e dai suoi collaboratori nel Castello di Colloredo di Montalbano, a Spilimbergo, a San Daniele del Friuli e ad Udine. Per chi voglia spingersi fuori dal Friuli, l’itinerario ideale trova ulteriore tappe a Venezia, per una visita a Palazzo Grimani, e naturalmente a Roma, che fa tesoro delle sue opere più celebri.

Pietro Fontanini, Sindaco di Udine, ha sottolineato il suo profondo orgoglio nel “presentare questa mostra che vuole essere non solo un’occasione unica dal punto di vista del valore artistico dei pezzi esposti ma anche un segno doveroso dell’affetto e della gratitudine che la nostra città prova da sempre per uno dei suoi più grandi talenti. È anche grazie a lui e alle sue opere, di cui vanno ricordate la scalinata del Castello e la fontana di piazza San Giacomo, se Udine vanta uno dei centri storici più belli ed eleganti del nostro Paese ed è capace di attirare visitatori da tutta Europa. Dopo l’intitolazione del Teatro e lo scoprimento della lastra commemorativa sulla facciata della sua casa natale avvenuta solo alcuni giorni fa, Udine tributa al suo illustre concittadino un nuovo e importante riconoscimento: questa straordinaria mostra a lui dedicata”.

Giovanni da Udine: Studi di mazzi di fiori e frutti. Penna e inchiostro bruno, acquarellato con pigmenti colorati e lumeggiato in bianco, 292x200 mm. Vienna, Albertina.

L’Assessore alla Cultura del Comune di Udine, Fabrizio Cigolot ha aggiunto: “Finalmente la nostra città rende onore a Giovanni da Udine, l’artista che fu capace, durante la prima metà del XVI Secolo, di farsi conoscere sullo scacchiere internazionale dell’epoca come uno dei talenti pittorici più puri della sua generazione, forte anche della formazione presso la bottega di Raffaello. E lo fa attraverso un’esposizione che ha tutte le carte per richiamare a Udine visitatori da tutta Europa entrando a pieno titolo nel novero delle più importanti mostre organizzate nella nostra città”.

Accanto alle istituzioni il Gruppo Hera, con Amga Energia & Servizi, “il nostro gruppo non ha mai perso l’occasione di confermare il proprio radicamento e l’attenzione per le comunità di riferimento - ha affermato l’Amministratore Delegato di Hera Comm Cristian Fabbri -. Questo significa anche continuare, soprattutto adesso, a valorizzare e sostenere le principali espressioni artistiche e culturali locali: siamo lieti di collaborare affinché gli udinesi, ma non solo, possano ammirare e conoscere meglio un importante artista rinascimentale e che ha contribuito a rendere famoso questo territorio”.

A queste dichiarazioni si unisce il dottor Giuseppe Morandini, in veste di Presidente della Fondazione Friuli. Il Presidente Morandini ha ricordato che: “Da sempre la Fondazione Friuli è attenta a quei progetti culturali d'eccellenza che valorizzano e promuovono il territorio sia a livello nazionale che internazionale. La mostra dedicata a Giovanni da Udine, per la qualità del progetto scientifico e per i prestiti ottenuti, è sicuramente uno di questi e ci vede con soddisfazione a fianco del Comune di Udine in nome di una sinergia che, anche in tempi così difficili, potrà portare alla nostra regione importanti elementi di sviluppo turistico oltre che culturale”.

La mostra è stata posticipata alla primavera 2021 a causa del Covid-19. Aggiornamento del 16 novembre 2020.

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Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 - 1561), Udine, Castello, Gallerie d’arte antica. 12 dicembre 2020 – 14 marzo 2021. Mostra a cura di Liliana Cargnelutti e Caterina Furlan.

Info: + 39 0432.1272591

Link : http://www.civicimuseiudine.it

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Servizio redazionale con testi dall’Ufficio stampa studioesseci.net - Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e Elio Varutti. Copertina: Raffaello e aiuti (Giulio Romano e Giovanni da Udine): Pennacchio con Mercurio. Roma Villa Farnesina, Loggia di Psiche.

sabato 24 ottobre 2020

Dalmati italiani due volte esuli, lezione di Bonetti, ANVGD Udine

Bruno Bonetti ha parlato dei Dalmati italiani, due volte esuli nel 1920 e nel 1944. L’interessante incontro pubblico si è svolto il 22 ottobre 2020 all’Accademia Città di Udine, di via Anton Lazzaro Moro 58, in collaborazione col Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Ha aperto la riunione Bruno Ciancarella, segretario dell’Accademia Città di Udine, presieduta da Francesca Rodighiero, che ha curato l’accoglienza dei soci.

Poi ha avuto la parola Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. “Mi complimento con questa Accademia – ha detto la Zuccolin – per le varie attività che organizza e per la disponibilità dimostrata a tenere una conferenza sui temi dell’esodo italiano dalla Dalmazia, così poco noto”.

Prima della lezione storica del dottor Bruno Bonetti, segretario dell’ANVGD di Udine, c’è stata una lettura scenica di alcune poesie in dialetto istro-dalmata. È stata Rosalba Meneghini, figlia di un’esule da Rovigno, a leggere con intenso trasporto le liriche su Zara, sulla Dalmazia e su Trieste.

Bonetti ha poi mostrato alcune diapositive in Power Point per corredare la sua originale esposizione basata su anni di ricerche presso di archivi di stato di Venezia, Spalato e di Zara. “Alcuni italiani di Dalmazia – ha detto Bonetti – si trovano lì da secoli, come il mio avo Bartolo Buffalis, morto nel 1129 a Traù, altri dal Trecento o Quattrocento, quindi con pieno diritto di vivere in quelle terre, invece dopo la Grande Guerra hanno dovuto venir via da Curzola, Lesina, Sebenico, Spalato, Traù, perché queste ed altre zone con una minoranza italofona sono state assegnate al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi c’è stato l’esodo del 1943-’44 da Zara che subì 54 bombardamenti aerei angloamericani suggeriti dai titini, per cancellare l’italianità della città, con vestigia romane e veneziane”.

Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, presenta Bruno Bonetti. Fotografia di Elio Varutti

Bonetti si è poi soffermato a illustrare alcune figure politiche e morali come Antonio Bajamonti, sindaco di Spalato a fine dell’Ottocento, sotto l’Austria-Ungheria. “A lui si deve la costruzione dell’Ospedale – ha spiegato Bonetti – del teatro, incendiato dai nazionalisti croati nel 1881 e della fontana neoclassica, demolita dai titini nel 1947, poiché rappresentava l’italianità nella Spalato iugoslava”.

Il relatore non ha nascosto, nel secolo tremendo dei nazionalismi, gli atti di violenza perpetrati dai fascisti nei confronti degli slavi; un atto di equidistanza particolarmente apprezzato dall’uditorio.

Tra il pubblico si sono notate le presenze di alcuni soci ANVGD di Udine, come Elio Varutti, vicepresidente del sodalizio, Livio Sessa, di Trieste, con avi dalmati e parenti di Dignano e Pola, Marco Rensi, con avi di Pedena, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria e la professoressa Marina Bellina, figlia di un’esule da Fiume. Ha presenziato all’incontro pure la professoressa Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine e socia ANVGD.

Rosalba Meneghini legge le poesie in dialetto istro-dalmata

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettore: Bruno Bonetti. Fotografie di Elio Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Bruno Bonetti, segretario ANVGD di Udine, relatore alla conferenza: Dalmati italiani, due volte esuli nel 1920 e nel 1944. Fotografia di Elio Varutti


martedì 13 ottobre 2020

Norma Cossetto, 100 anni dalla nascita, cerimonia a Latina, col ricordo di un suo allievo

Riceviamo e pubblichiamo con interesse il resoconto del Ricordo del mondo esule e le celebrazioni di Latina nel LXXVII anniversario dell’uccisione nella foiba della giovane laureanda istriana. Si ringrazia Laura Brussi, esule da Pola, che ci ha inviato la cronaca dell’avvenimento del 5 ottobre 2020. È riportato, prima di tutto, l’esclusivo ricordo di un suo giovane alunno alla scuola media di Parenzo, dove la professoressa Norma Cossetto era stata nominata supplente nell’anno scolastico 1942-1943. L’alunno è Ottavio Sicconi, esule a Latina. Anche le originali fotografie che corredano l’articolo presente, inviateci cortesemente da Laura Brussi, sono inedite ed esclusive. Poche settimane dopo lo scatto di queste immagini, la Cossetto veniva seviziata e uccisa da 17 partigiani titini. - 

Premessa a cura della redazione del blog (Elio Varutti)

Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni
    Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni. Collezione Laura Brussi
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Ottavio Sicconi ricorda come quella fosse stata “una giornata indimenticabile, all’insegna di canti e giochi. Nulla faceva presagire ciò che accadde dopo pochi mesi! Resta il ricordo indelebile di Norma, con la certezza che dal Cielo continuerà a proteggere i suoi cari ed i suoi alunni”.

Ricorda ancora Sicconi: “A Norma è legato un ricordo affettuoso e straziante: era una ragazza di 23 anni, quasi nostra coetanea, con uno splendente sorriso, sempre disponibile, molto patriottica ed ottimista, con tanta fiducia nel futuro, sia militare che politico. Rammento la sua grande amicizia con la famiglia Visentini, che ebbe due Medaglie d’Oro al Valor Militare: quelle di Mario, Capitano Pilota, e di Licio, Tenente di Vascello, conferite rispettivamente nel cielo di Cheren e nelle acque di Gibilterra. All’epoca, la tradizionale gita scolastica consisteva in una passeggiata alla fine dell’anno. In quell’occasione, ad accompagnarci fu proprio Norma: andammo lungo il mare, facemmo il bagno, cantammo, ed al rientro lei volle fermarsi al ‘Caffè Parentino’ per offrire a tutti un bel gelato. Poi ci salutò con un ampio gesto della mano, dandoci appuntamento per la ripresa autunnale: fu l’ultima volta che la vidi! Come tutti sanno, i  partigiani la infoibarono il 5 ottobre a Villa Surani, dopo indicibili ed allucinanti torture”.

                                        Ottavio Sicconi, alunno di Norma Cossetto

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Nel 2020 si è celebrato il centenario dalla nascita di Norma Cossetto, la giovane patriota istriana seviziata e assassinata dai partigiani comunisti di Tito nel torbido autunno del 1943, ormai assurta a simbolo della tragedia di un intero popolo: in Italia, quello giuliano e dalmata fu il più colpito dalla guerra e dalle sue conseguenze a medio e lungo termine, alla luce dei 20 mila Caduti per cause non belliche e dei suoi 350 mila Esuli, un quarto dei quali destinati all’ulteriore diaspora dell’emigrazione in Pesi lontani a seguito dell’accoglienza non certo ottimale ricevuta troppo spesso da una patria matrigna.

Norma era nata a Santa Domenica di Visinada dove stava preparando la tesi di laurea dedicata alla sua Istria, che avrebbe dovuto discutere a Padova, quando sopravvenne l’armistizio dell’otto settembre 1943 che nelle zone del confine orientale fu immediatamente seguito dalla caccia agli italiani, ancor prima del momentaneo e precario ripristino di una sovranità nazionale largamente affievolita dalla presenza tedesca. Assieme alla famiglia finì subito nel mirino dei partigiani che la sequestrarono e le usarono ogni tipo di violenza prima di infoibarla a Villa Surani nella notte del 5 ottobre assieme a tante altre Vittime innocenti. Le efferatezze furono tanto più forti perché costoro non avevano accettato il rifiuto opposto da Norma alla pretesa di tradire l’Italia e di scegliere un ‘verbo’ oggettivamente perverso: motivo che avrebbe suffragato, in tempi largamente successivi, il conferimento della Medaglia d’Oro ad memoriam per iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, avvenuto nel 2006.

Norma Cossetto scatta la foto ai suoi alunni prima di scomparire per sempre. Anno scolastico 1942-'43. Collezione Laura Brussi

La storia di Norma, che oltre a preparare la tesi aveva assunto una supplenza di lettere nella Scuola media di Parenzo dove avrebbe lasciato ricordi indelebili della sua cordiale e affettuosa disponibilità, e che sognava un futuro felice nella sua Istria, è tutta qui. A prescindere dai tanti dettagli circa la nobiltà dei suoi pensieri e dei suoi atteggiamenti, opportunamente memorizzati dai biografi e dagli storici, il suo dramma resta quello di una donna travolta da una vicenda iniqua e dal disegno di pulizia etnica e politica programmata con metodo sicuro dai pretoriani di Tito, non senza l’aggravamento di varianti proprie.

In qualche misura si tratta di una storia breve ma emblematica e di un contributo alla storia di un genocidio che non ha bisogno di soverchi commenti. Non a caso, il nome di Norma è stato affidato al ricordo dei posteri con una lunga serie di monumenti eretti in suo onore, e di titolazioni toponomastiche di luoghi pubblici, non escluse quelle di aule scolastiche, biblioteche, sale comunali e via dicendo. Evidentemente, la sua storia, conclusa da una fine orribile a causa della ‘malefica stella vermiglia’ citata nell’iscrizione del Sacrario di Basovizza, ha colpito l’inconscio collettivo lasciando una traccia indelebile nelle menti e nei cuori di tanti italiani, e promuovendo un ventaglio d’iniziative idoneo a sottolineare la perenne attualità dei valori ‘non negoziabili’ tanto più apprezzabile in un’epoca individualista - se non anche nichilista - come la nostra.

In tale ottica, quella del Cinque Ottobre di Norma è diventata una ricorrenza quasi sacrale, in cui permane una ‘pietas’ non solo rituale per la giovane Vittima dell’odio altrui che lei aveva ricambiato con l’entusiasmo del suo atteggiamento di solare cordialità; ma prima ancora, in cui permane la condivisione dei suoi alti ideali e del suo impegno patriottico, non già a parole, ma nell’ambito della famiglia, dello studio e della professione. In tutta sintesi, si tratta di un esempio idoneo a trascendere il tempo e lo spazio, e da ergersi a modello di vita semplice, e nello stesso tempo, testimone di una forte volontà nell’opposizione a ogni tipo di violenza fisica e morale.

Conviene aggiungere che quella di Norma fu la tragedia di un’intera famiglia, perché la medesima sorte fu riservata al padre Giuseppe: preoccupato per la sua prigionia, e ignaro della fine già sopravvenuta, era rientrato da Trieste e aveva iniziato a cercare la figlia, ma fu intercettato da una banda partigiana e barbaramente ucciso. Eppure, era un uomo giusto che non mancava di sovvenire alle esigenze della sua gente, come emerge da tante testimonianze, a cominciare da quelle dell’altra figlia Licia, che dopo una rocambolesca fuga per l’esilio avrebbe dedicato tutta la vita al ricordo di Norma, fino alla scomparsa che avvenne proprio nel LXX anniversario del suo sacrificio (nel 2013) mentre si stava recando a Trieste per la celebrazione del Cinque Ottobre.

Il centenario di Norma ha consentito a tanti Comuni italiani di ricordare nuovamente Norma assieme al suo esempio; e con lei, la tragedia del suo popolo, alla luce del vecchio auspicio per cui ‘indocti discant et ament meminisse periti’. Un pensiero speciale deve essere riservato a Latina, anche alla luce della sua benemerita accoglienza storica di tanti Esuli e di una forte tradizione nella memorialistica patriottica, testimoniata dai suoi monumenti e dai suoi ricordi. In effetti, la città laziale era stata all’avanguardia, subito dopo l’approvazione della Legge 30 marzo 2004 n. 92, nell’affidare al marmo un pensiero per gli Esuli e gli Infoibati o diversamente massacrati, con alti sentimenti confermati in un’altra pietra appena scoperta per Norma Cossetto in occasione del centenario dalla nascita, quale riconoscimento dei suoi ideali e della sua Medaglia d’Oro.

Latina - Ricordo di Norma Cossetto. Collezione Laura Brussi

Al riguardo, si deve menzionare la cerimonia svoltasi in occasione del LXXVII anniversario dall’atroce scomparsa in foiba (5 ottobre), alla presenza di Autorità civili e militari e delle Associazioni d’Arma, con l’intervento del Sindaco Damiano Coletta, che non ha mancato di onorare il messaggio di fedeltà ai valori civili, culturali e umani di Norma e all’alto esempio che seppe offrire alle comuni riflessioni; e con quello di Piero Simoneschi, che ha evocato il doloroso ma eroico calvario della Martire istriana fino all’olocausto della vita; per finire con la celebre ‘Preghiera dell’Infoibato’ scritta da Mons. Antonio Santin, letta con evidente commozione da Ottavio Sicconi, Esule da Parenzo, che era stato allievo di Norma durante il suo ultimo anno di insegnamento, e che ne ha dato testimonianze coinvolgenti e indimenticabili.

Il ringraziamento a Latina deve intendersi simbolicamente esteso a tutte le Città che hanno assunto decisioni analoghe, lungi da ogni intento meramente formale o celebrativo, ancorché meritorio, ma nella consapevolezza di proporre l’obbligo di non dimenticare alla stregua di un adeguato senso civico e di una riflessione davvero propositiva: come avrebbe detto David Ben Gurion, un popolo senza ricordo è un popolo senza futuro.

Oggi non è infondato chiedersi come mai Norma sia diventata un simbolo del dramma vissuto da almeno Ventimila Vittime infoibate o diversamente massacrate dai partigiani di Tito. Si tratta di una domanda legittima, tanto più che almeno settecento donne (per non parlare di tanti minori), come da pertinente ricerca di Giuseppina Mellace, conobbero lo stesso destino nefando, spesso con la tremenda fine in foiba che non sempre era immediata, come è emerso dalle testimonianze di chi udiva per giorni le urla disperate provenienti dagli anfratti del terreno. La risposta non è difficile: Norma era buona, bella e colta, apparteneva a famiglia importante, e si affacciava alla vita con tutte le speranze dei suoi giovani anni, troncate sul nascere dalla protervia criminale dei suoi diciassette aguzzini.

Come la sorella Licia non si stancava di ripetere nel corso delle innumerevoli iniziative in memoria di Norma a cui ha partecipato durante tutta la vita, costoro erano tutti italiani al servizio degli slavi: dopo la rapida riconquista dell’Istria da parte tedesca furono prontamente catturati, riconosciuti e costretti a vegliare le Spoglie mortali di Norma (appena recuperate dalla foiba ad opera della squadra di Vigili del Fuoco comandata dall’eroico Maresciallo Harzarich) durante la notte precedente la fucilazione. Al lume di candela, in un’atmosfera resa surreale dalla paura e dall’ambiente, tre di loro impazzirono ma non furono risparmiati: la Nemesi di carducciana memoria aveva colpito senza sconti.

Cartolina di Parenzo, anni '30. Collezione privata, Udine

L’appartenenza degli assassini all’etnia italiana la dice lunga circa le matrici di una tragedia tanto più assurda qualora si pensi che la famiglia Cossetto non aveva mancato di esercitare ampie attività benefattrici a vantaggio di tutti, vanificando le ipotesi formulate a posteriori sul ‘fumus’ di vendetta che avrebbe caratterizzato le agghiaccianti soppressioni in foiba, che appartenevano - invece - al disegno di pulizia etnica programmato da Belgrado ed eseguito senza remore, come fu ammesso in tempi successivi da massimi luogotenenti di Tito del calibro di Edvard Kardelj e Milovan Djilas.

Tutto ciò avrebbe contribuito in misura importante al ricordo di Norma come martire dell’italianità, ma prima ancora, della civiltà; poi le notizie circa il suo comportamento eroico hanno fatto il resto, suffragando gli onori che le furono, le sono e le saranno resi, a cominciare dalla Medaglia d’Oro del Quirinale.

Norma Cossetto ha pagato con la vita il suo impegno per l’Italia, per la giustizia e per la libertà, come è stato ricordato sulle pietre che l’Università patavina le ha dedicato a più riprese, unitamente alla laurea “honoris causa” conferita nel 1949 per iniziativa del Prof. Concetto Marchesi e per decisione unanime del Senato Accademico: il grande latinista militava nel Partito Comunista Italiano ma era un uomo giusto che aveva compreso il dramma della sua allieva senza la benché minima simpatia per gli assassini.

Giorni orsono, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Assisi ha volgarmente insinuato che Norma è stata una ‘presunta’ Martire delle foibe, alludendo non già al fatto incontestabile confermato dal citato recupero negli anfratti del terreno ad opera dei Vigili, ma al triste destino di tanti prigionieri che nulla poterono opporre alla protervia dei torturatori. Ebbene, gli infaticabili ‘presunti’ partigiani hanno commesso un altro errore, non senza offendere, oltre a quella di Norma, anche la memoria del Presidente Ciampi: infatti, tutti dovrebbero sapere che la Medaglia d’Oro fu conferita proprio alla luce del nobile comportamento assunto dalla Martire davanti al nemico, e del rifiuto di impossibili collaborazioni.

Quel grande sacrificio non è stato moralmente vano, perché ha consentito di meditare sulle motivazioni e sul valore di scelte come quella di Norma, che fu capace di escludere l’ipotesi di ogni compromesso e di ripudiare ‘le vie dell’iniquità’ di cui alla citata preghiera di Mons. Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria in quella stagione disumana. In effetti, il male è sempre in agguato ma l’esempio dei Martiri che non vollero piegarsi alla violenza istituzionale, alla tortura più nefanda e all’ateismo di Stato è destinato a dare frutti copiosi: soprattutto se quelle meditazioni sapranno indurre una “volontà generale” idonea a spostare l’ardua frontiera del possibile.

Laura Brussi, Volontariato per non dimenticare

Norma Cossetto

Ecco una toccante video-testimonianza di Licia Cossetto, sorella di Norma; clicca qui. Da youtube.
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Testi di Laura Brussi. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.