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sabato 30 agosto 2025

In memoria di Alma Cosulich vedova Gabrielli. Commiato di Laura Brussi e Cesare Montani

Riceviamo e pubblichiamo “uno scritto in ricordo della cara Alma Cosulich  Ved. Gabrielli, Amica di fede e di vita”. Ne sono autori Laura Brussi, esule di Pola, e Carlo Cesare Montani, esule di Fiume. Il commiato è rivolto ai discendenti della maestra Alma Cosulich. (A cura di Elio Varutti).

Alma Cosulich Ved. Gabrielli con l'amico Carlo Montani

“Cari Familiari, unica consolazione per la dolorosa scomparsa della Vostra carissima Mamma Alma, e nostra amica di alta fede patriottica, è la certezza di sapere che vive nella gloria del Signore unitamente al diletto ed amato Italo. A Voi giungano le espressioni della nostra commossa partecipazione ad un dolore già annunciato, ed a più forte ragione, tanto sofferto.

Vi sia di conforto l’affettuoso Ricordo degli amici che di Alma ed Italo hanno potuto apprezzare il vivo ed esemplare patriottismo, l’amore per la Famiglia, quello per la propria terra nativa ingiustamente perduta e per la grande Patria italiana, perdonando le troppe incomprensioni, se non anche i tradimenti, con una convinta ed esemplare fede cristiana. Motivo in più per conservare sempre il nostro vivo apprezzamento e per onorare Chi ci ha dato lezioni indimenticabili di Vita morale.

Ebbene, vogliate considerarci sempre a disposizione per qualsiasi pur modesto contributo alla memoria dei Vostri Cari Mamma e Papà. Vi abbracciamo con tutto il cuore, partecipando al Vostro dolore ed a quello di tanti Amici, di tutti gli altri familiari e della comunità Esule, confidando nelle intercessioni di Alma ed Italo per le nobili Cause della Giustizia e della Libertà.

Con affetto, Laura Brussi e Carlo Cesare Montani”

Il commiato per Alma Cosulich vedova Gabrielli
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Laura Brussi e Alma Cosulich vedova Gabrielli, ultima recente foto insieme. Collezione di Laura Brussi e Cesare Montani

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Si legge in un annuncio pubblico sul «Piccolo», del 27 agosto 2025, che il funerale di Alma Cosulich ved. Gabrielli si terrà sabato 30 agosto 2025 alle ore 11 nella Chiesa di Nostra Signora della Provvidenza a Trieste con la celebrazione della Santa Messa. Seguirà la tumulazione il mercoledì 3 settembre successivo nel cimitero di Sant’Anna a Pirano alle ore 11:00. È prevista la sepoltura nella tomba di famiglia.

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Collezione familiare di Laura Brussi e Cesare Montani, fotografie.

Carlo Cesare Montani e Italo Gabrielli in una foto d'archivio


martedì 13 ottobre 2020

Norma Cossetto, 100 anni dalla nascita, cerimonia a Latina, col ricordo di un suo allievo

Riceviamo e pubblichiamo con interesse il resoconto del Ricordo del mondo esule e le celebrazioni di Latina nel LXXVII anniversario dell’uccisione nella foiba della giovane laureanda istriana. Si ringrazia Laura Brussi, esule da Pola, che ci ha inviato la cronaca dell’avvenimento del 5 ottobre 2020. È riportato, prima di tutto, l’esclusivo ricordo di un suo giovane alunno alla scuola media di Parenzo, dove la professoressa Norma Cossetto era stata nominata supplente nell’anno scolastico 1942-1943. L’alunno è Ottavio Sicconi, esule a Latina. Anche le originali fotografie che corredano l’articolo presente, inviateci cortesemente da Laura Brussi, sono inedite ed esclusive. Poche settimane dopo lo scatto di queste immagini, la Cossetto veniva seviziata e uccisa da 17 partigiani titini. - 

Premessa a cura della redazione del blog (Elio Varutti)

Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni
    Norma e Ottavio Sicconi con gli alunni. Collezione Laura Brussi
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Ottavio Sicconi ricorda come quella fosse stata “una giornata indimenticabile, all’insegna di canti e giochi. Nulla faceva presagire ciò che accadde dopo pochi mesi! Resta il ricordo indelebile di Norma, con la certezza che dal Cielo continuerà a proteggere i suoi cari ed i suoi alunni”.

Ricorda ancora Sicconi: “A Norma è legato un ricordo affettuoso e straziante: era una ragazza di 23 anni, quasi nostra coetanea, con uno splendente sorriso, sempre disponibile, molto patriottica ed ottimista, con tanta fiducia nel futuro, sia militare che politico. Rammento la sua grande amicizia con la famiglia Visentini, che ebbe due Medaglie d’Oro al Valor Militare: quelle di Mario, Capitano Pilota, e di Licio, Tenente di Vascello, conferite rispettivamente nel cielo di Cheren e nelle acque di Gibilterra. All’epoca, la tradizionale gita scolastica consisteva in una passeggiata alla fine dell’anno. In quell’occasione, ad accompagnarci fu proprio Norma: andammo lungo il mare, facemmo il bagno, cantammo, ed al rientro lei volle fermarsi al ‘Caffè Parentino’ per offrire a tutti un bel gelato. Poi ci salutò con un ampio gesto della mano, dandoci appuntamento per la ripresa autunnale: fu l’ultima volta che la vidi! Come tutti sanno, i  partigiani la infoibarono il 5 ottobre a Villa Surani, dopo indicibili ed allucinanti torture”.

                                        Ottavio Sicconi, alunno di Norma Cossetto

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Nel 2020 si è celebrato il centenario dalla nascita di Norma Cossetto, la giovane patriota istriana seviziata e assassinata dai partigiani comunisti di Tito nel torbido autunno del 1943, ormai assurta a simbolo della tragedia di un intero popolo: in Italia, quello giuliano e dalmata fu il più colpito dalla guerra e dalle sue conseguenze a medio e lungo termine, alla luce dei 20 mila Caduti per cause non belliche e dei suoi 350 mila Esuli, un quarto dei quali destinati all’ulteriore diaspora dell’emigrazione in Pesi lontani a seguito dell’accoglienza non certo ottimale ricevuta troppo spesso da una patria matrigna.

Norma era nata a Santa Domenica di Visinada dove stava preparando la tesi di laurea dedicata alla sua Istria, che avrebbe dovuto discutere a Padova, quando sopravvenne l’armistizio dell’otto settembre 1943 che nelle zone del confine orientale fu immediatamente seguito dalla caccia agli italiani, ancor prima del momentaneo e precario ripristino di una sovranità nazionale largamente affievolita dalla presenza tedesca. Assieme alla famiglia finì subito nel mirino dei partigiani che la sequestrarono e le usarono ogni tipo di violenza prima di infoibarla a Villa Surani nella notte del 5 ottobre assieme a tante altre Vittime innocenti. Le efferatezze furono tanto più forti perché costoro non avevano accettato il rifiuto opposto da Norma alla pretesa di tradire l’Italia e di scegliere un ‘verbo’ oggettivamente perverso: motivo che avrebbe suffragato, in tempi largamente successivi, il conferimento della Medaglia d’Oro ad memoriam per iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, avvenuto nel 2006.

Norma Cossetto scatta la foto ai suoi alunni prima di scomparire per sempre. Anno scolastico 1942-'43. Collezione Laura Brussi

La storia di Norma, che oltre a preparare la tesi aveva assunto una supplenza di lettere nella Scuola media di Parenzo dove avrebbe lasciato ricordi indelebili della sua cordiale e affettuosa disponibilità, e che sognava un futuro felice nella sua Istria, è tutta qui. A prescindere dai tanti dettagli circa la nobiltà dei suoi pensieri e dei suoi atteggiamenti, opportunamente memorizzati dai biografi e dagli storici, il suo dramma resta quello di una donna travolta da una vicenda iniqua e dal disegno di pulizia etnica e politica programmata con metodo sicuro dai pretoriani di Tito, non senza l’aggravamento di varianti proprie.

In qualche misura si tratta di una storia breve ma emblematica e di un contributo alla storia di un genocidio che non ha bisogno di soverchi commenti. Non a caso, il nome di Norma è stato affidato al ricordo dei posteri con una lunga serie di monumenti eretti in suo onore, e di titolazioni toponomastiche di luoghi pubblici, non escluse quelle di aule scolastiche, biblioteche, sale comunali e via dicendo. Evidentemente, la sua storia, conclusa da una fine orribile a causa della ‘malefica stella vermiglia’ citata nell’iscrizione del Sacrario di Basovizza, ha colpito l’inconscio collettivo lasciando una traccia indelebile nelle menti e nei cuori di tanti italiani, e promuovendo un ventaglio d’iniziative idoneo a sottolineare la perenne attualità dei valori ‘non negoziabili’ tanto più apprezzabile in un’epoca individualista - se non anche nichilista - come la nostra.

In tale ottica, quella del Cinque Ottobre di Norma è diventata una ricorrenza quasi sacrale, in cui permane una ‘pietas’ non solo rituale per la giovane Vittima dell’odio altrui che lei aveva ricambiato con l’entusiasmo del suo atteggiamento di solare cordialità; ma prima ancora, in cui permane la condivisione dei suoi alti ideali e del suo impegno patriottico, non già a parole, ma nell’ambito della famiglia, dello studio e della professione. In tutta sintesi, si tratta di un esempio idoneo a trascendere il tempo e lo spazio, e da ergersi a modello di vita semplice, e nello stesso tempo, testimone di una forte volontà nell’opposizione a ogni tipo di violenza fisica e morale.

Conviene aggiungere che quella di Norma fu la tragedia di un’intera famiglia, perché la medesima sorte fu riservata al padre Giuseppe: preoccupato per la sua prigionia, e ignaro della fine già sopravvenuta, era rientrato da Trieste e aveva iniziato a cercare la figlia, ma fu intercettato da una banda partigiana e barbaramente ucciso. Eppure, era un uomo giusto che non mancava di sovvenire alle esigenze della sua gente, come emerge da tante testimonianze, a cominciare da quelle dell’altra figlia Licia, che dopo una rocambolesca fuga per l’esilio avrebbe dedicato tutta la vita al ricordo di Norma, fino alla scomparsa che avvenne proprio nel LXX anniversario del suo sacrificio (nel 2013) mentre si stava recando a Trieste per la celebrazione del Cinque Ottobre.

Il centenario di Norma ha consentito a tanti Comuni italiani di ricordare nuovamente Norma assieme al suo esempio; e con lei, la tragedia del suo popolo, alla luce del vecchio auspicio per cui ‘indocti discant et ament meminisse periti’. Un pensiero speciale deve essere riservato a Latina, anche alla luce della sua benemerita accoglienza storica di tanti Esuli e di una forte tradizione nella memorialistica patriottica, testimoniata dai suoi monumenti e dai suoi ricordi. In effetti, la città laziale era stata all’avanguardia, subito dopo l’approvazione della Legge 30 marzo 2004 n. 92, nell’affidare al marmo un pensiero per gli Esuli e gli Infoibati o diversamente massacrati, con alti sentimenti confermati in un’altra pietra appena scoperta per Norma Cossetto in occasione del centenario dalla nascita, quale riconoscimento dei suoi ideali e della sua Medaglia d’Oro.

Latina - Ricordo di Norma Cossetto. Collezione Laura Brussi

Al riguardo, si deve menzionare la cerimonia svoltasi in occasione del LXXVII anniversario dall’atroce scomparsa in foiba (5 ottobre), alla presenza di Autorità civili e militari e delle Associazioni d’Arma, con l’intervento del Sindaco Damiano Coletta, che non ha mancato di onorare il messaggio di fedeltà ai valori civili, culturali e umani di Norma e all’alto esempio che seppe offrire alle comuni riflessioni; e con quello di Piero Simoneschi, che ha evocato il doloroso ma eroico calvario della Martire istriana fino all’olocausto della vita; per finire con la celebre ‘Preghiera dell’Infoibato’ scritta da Mons. Antonio Santin, letta con evidente commozione da Ottavio Sicconi, Esule da Parenzo, che era stato allievo di Norma durante il suo ultimo anno di insegnamento, e che ne ha dato testimonianze coinvolgenti e indimenticabili.

Il ringraziamento a Latina deve intendersi simbolicamente esteso a tutte le Città che hanno assunto decisioni analoghe, lungi da ogni intento meramente formale o celebrativo, ancorché meritorio, ma nella consapevolezza di proporre l’obbligo di non dimenticare alla stregua di un adeguato senso civico e di una riflessione davvero propositiva: come avrebbe detto David Ben Gurion, un popolo senza ricordo è un popolo senza futuro.

Oggi non è infondato chiedersi come mai Norma sia diventata un simbolo del dramma vissuto da almeno Ventimila Vittime infoibate o diversamente massacrate dai partigiani di Tito. Si tratta di una domanda legittima, tanto più che almeno settecento donne (per non parlare di tanti minori), come da pertinente ricerca di Giuseppina Mellace, conobbero lo stesso destino nefando, spesso con la tremenda fine in foiba che non sempre era immediata, come è emerso dalle testimonianze di chi udiva per giorni le urla disperate provenienti dagli anfratti del terreno. La risposta non è difficile: Norma era buona, bella e colta, apparteneva a famiglia importante, e si affacciava alla vita con tutte le speranze dei suoi giovani anni, troncate sul nascere dalla protervia criminale dei suoi diciassette aguzzini.

Come la sorella Licia non si stancava di ripetere nel corso delle innumerevoli iniziative in memoria di Norma a cui ha partecipato durante tutta la vita, costoro erano tutti italiani al servizio degli slavi: dopo la rapida riconquista dell’Istria da parte tedesca furono prontamente catturati, riconosciuti e costretti a vegliare le Spoglie mortali di Norma (appena recuperate dalla foiba ad opera della squadra di Vigili del Fuoco comandata dall’eroico Maresciallo Harzarich) durante la notte precedente la fucilazione. Al lume di candela, in un’atmosfera resa surreale dalla paura e dall’ambiente, tre di loro impazzirono ma non furono risparmiati: la Nemesi di carducciana memoria aveva colpito senza sconti.

Cartolina di Parenzo, anni '30. Collezione privata, Udine

L’appartenenza degli assassini all’etnia italiana la dice lunga circa le matrici di una tragedia tanto più assurda qualora si pensi che la famiglia Cossetto non aveva mancato di esercitare ampie attività benefattrici a vantaggio di tutti, vanificando le ipotesi formulate a posteriori sul ‘fumus’ di vendetta che avrebbe caratterizzato le agghiaccianti soppressioni in foiba, che appartenevano - invece - al disegno di pulizia etnica programmato da Belgrado ed eseguito senza remore, come fu ammesso in tempi successivi da massimi luogotenenti di Tito del calibro di Edvard Kardelj e Milovan Djilas.

Tutto ciò avrebbe contribuito in misura importante al ricordo di Norma come martire dell’italianità, ma prima ancora, della civiltà; poi le notizie circa il suo comportamento eroico hanno fatto il resto, suffragando gli onori che le furono, le sono e le saranno resi, a cominciare dalla Medaglia d’Oro del Quirinale.

Norma Cossetto ha pagato con la vita il suo impegno per l’Italia, per la giustizia e per la libertà, come è stato ricordato sulle pietre che l’Università patavina le ha dedicato a più riprese, unitamente alla laurea “honoris causa” conferita nel 1949 per iniziativa del Prof. Concetto Marchesi e per decisione unanime del Senato Accademico: il grande latinista militava nel Partito Comunista Italiano ma era un uomo giusto che aveva compreso il dramma della sua allieva senza la benché minima simpatia per gli assassini.

Giorni orsono, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Assisi ha volgarmente insinuato che Norma è stata una ‘presunta’ Martire delle foibe, alludendo non già al fatto incontestabile confermato dal citato recupero negli anfratti del terreno ad opera dei Vigili, ma al triste destino di tanti prigionieri che nulla poterono opporre alla protervia dei torturatori. Ebbene, gli infaticabili ‘presunti’ partigiani hanno commesso un altro errore, non senza offendere, oltre a quella di Norma, anche la memoria del Presidente Ciampi: infatti, tutti dovrebbero sapere che la Medaglia d’Oro fu conferita proprio alla luce del nobile comportamento assunto dalla Martire davanti al nemico, e del rifiuto di impossibili collaborazioni.

Quel grande sacrificio non è stato moralmente vano, perché ha consentito di meditare sulle motivazioni e sul valore di scelte come quella di Norma, che fu capace di escludere l’ipotesi di ogni compromesso e di ripudiare ‘le vie dell’iniquità’ di cui alla citata preghiera di Mons. Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria in quella stagione disumana. In effetti, il male è sempre in agguato ma l’esempio dei Martiri che non vollero piegarsi alla violenza istituzionale, alla tortura più nefanda e all’ateismo di Stato è destinato a dare frutti copiosi: soprattutto se quelle meditazioni sapranno indurre una “volontà generale” idonea a spostare l’ardua frontiera del possibile.

Laura Brussi, Volontariato per non dimenticare

Norma Cossetto

Ecco una toccante video-testimonianza di Licia Cossetto, sorella di Norma; clicca qui. Da youtube.
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Testi di Laura Brussi. Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI – 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

lunedì 11 giugno 2018

Fuga da Isola d’Istria nel 1953, perché papà è “nemico del popolo”


Arduino Coppettari mi racconta della sua vita al Centro smistamento profughi di Udine. “Siamo stati lì per un mese – ha detto – dove i bambini e le donne venivano separati dagli uomini nelle camerate; per mangiare si doveva andare alla mensa della Pontificia Opera Assistenza (POA) coi piatti de latta”.
Arduino Coppettari, in seconda fila con la camicia grigia, a un recente incontro dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD)



È uno dei tanti ricordi dell’esodo giuliano dalmata, quello di Arduino Coppettari, nato a Isola d’Istria nel 1950. Ora vive a Nogarole Rocca, in provincia di Verona. Ha un modo di parlare un po’ ridicolo. Mi perdonerà il signor Arduino se scrivo così, ma egli parla in dialetto istriano con un forte accento romanesco. Ecco perché fa un po’ sorridere. Anche questi sono gli esiti della profuganza. 
“Dopo de Udine – ha continua Arduino – ci hanno messo nel Centro raccolta profughi (CRP) de Latina per tre anni, là è poi sorto il Villaggio Trieste, per dare una sistemazione abitativa ai profughi e se fazeva ‘na coda per magnar dalla mattina alle 10, perché se zera in 3.000, compresi i senza tetto de Montecassino”.
Allora domando quando sono fuggiti sotto la pressione e le violenze titine. “Siamo venuti via nel 1953 – ha replicato il signor Coppettari – perché mio papà, nativo de Rovigno, era stato dichiarato nemico del popolo. Cattivi, ci hanno inculcato il terrore di essere fascisti”. Fanno dispiacere certe etichette, così tanto che “ancor oggi, da pensionato, viene un po’ di emozione” – mi dice Arduino, col groppo in gola. È il tipo di fuga che hanno dovuto attuare che lo fa star male. Io non voglio andare avanti con l’intervista. Il signor Arduino si rimette in sesto, così decidiamo che non c’è tempo per andare a fondo su questa parte dell’accaduto.
“Al CRP de Latina – ha aggiunto il signor Coppettari – i omini uscivano alle 6 per andare al lavoro e si doveva rientrare entro le ore 19 al corpo di guardia, ci presero le impronte digitali, eravamo nella vecchia caserma dell’82° Reggimento Fanteria, c’erano tanti de Rovigno, oggi lì c’è l’università”.
Ci sono altri ricordi? “Ricordo che una mia bisnonna era Francesca Fabris – ha spiegato Arduino – e  un nonno bis lavorava alle poste tra Canfanaro e Rovigno sotto l’Austria, eh! Mi raccontavano che è stata proprio l’Austria dopo il 1848 a slavizzare tutto in funzione anti-italiana in un’Istria che era italiana al 95 per cento. La gente di Latina diceva che eravamo slavi e al lavoro a Udine in ferrovia, siccome provenivo da Latina, i colleghi si dicevano tra loro: Viôt che chel li al è teron (Attento che quello lì è terrone)”. Per la cronaca, Arduino Coppettari è l’intervistato n. 363 del mio archivio.
Cartolina da Neresine. Foto da Internet

Altri racconti del popolo in fuga
“Io sono esule da Pirano, Zona B, siamo fuggiti tra il 1958 e il 1959” – ha esordito così il signor Claudio Apollonio, cresciuto a Bertocchi, frazione di Capodistria, fino al 1953. “Ci siamo dovuti dividere in famiglia – ha spiegato il signor Apollonio – siamo venuti via un po’ per mare e un po’ per terra, così non ci hanno presi e siamo riusciti ad arrivare a Trieste, dove siamo stati ospiti del Campo profughi della Risiera di San Sabba per sette giorni”.
Poi cos’è successo? “Poi siamo stati al Centro smistamento profughi di via Pradamano a Udine, mi ricordo che da bambino mi piacevano tanto i reni ed andavo a guardarli allo scalo vicino al campo profughi, poi la mia famiglia ha avuto la casa a Busto Arsizio, lì i giovani si sono sposati e si è messo su famiglia”.
Vi hanno mandato in qualche altro Centro raccolta profughi? “Sì – ha concluso il signor Apollonio – abbiamo vissuto per sette anni al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, mi ricordo di quel posto perché i miei genitori facevano l’albero di Natale e per addobbarlo usavano delle semplici arance, era bellissimo”.
Un altro intervistato ricorda un battesimo del 1959 a Dignano d’Istria, in pieno regime jugoslavo di Tito. “Metà della mia famiglia è esule e l’altra metà è rimasta – ha detto Livio Sessa – così in estate negli anni 1950-1960 andavo dagli zii a Dignano e lavoravo con loro nei campi, se parlava istrian e croato. Per passare i confini c’erano dei severi controlli da parte dei graniciari, che temevano fughe di giovani verso Trieste e mi ricordo il battesimo di un mio parente, io facevo da santolo, era il 1959, non si poteva andare dai preti secondo i titini, così si esce di sera tardi e si va in chiesa a Dignano per battezzare il piccolo, poi si rientra a piccoli gruppi per non dare nell’occhio, è andato tutto bene”.
Ho trovato dei discendenti di esuli istriani persino tra i tecnici di Telefriuli, dove sono stato invitato per una trasmissione sui temi storici. “Sa che i miei nonni e i miei bisnonni erano di Pola – mi dice il signor Gabriele Gustin, mentre mi sistema il microfono per la diretta sui temi dell’esodo giuliano dalmata – pensi che ho parenti nell’Indiana (USA) e in Australia”. Posso raccontare anche di lei? “Sì, ma adesso devo andar nell’altra sala”.
Tessera dell'ANVGD del 1959. Coll. privata Udine
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Fonti orali
L’autore desidera ringraziare gli intervistati, che hanno accettato di raccontare la propria esperienza di fuga dalla Jugoslavia, anche se tragica e disorientante. L’intervista a cura dello scrivente si è svolta a Udine con penna, taccuino e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
- Claudio Apollonio, Capodistria 1947, esule a Busto Arsizio (VA), int. telefonica del 2 giugno 2018.
- Arduino Coppettari, Isola d’Istria 1950, esule a Nogarole Rocca (VR), intervistato a Padova il 9 giugno 2018.
- Gabriele Gustin, trentenne, tecnico audio di Telefriuli, int. a Tavagnacco (UD) del 9 febbraio 2018.
- Livio Sessa, Trieste 1942, int. del 19 maggio 2018, con ricordi su Pola e Dignano d’Istria.

Bibliografia ragionata
- Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.

- Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia fino in Sicilia? Ebbene sì, ben tre erano i Centri Raccolta Profughi (CRP) attivati nell’isola: a Termini Imerese, provincia di Palermo, a Cibali, quartiere di Catania e a Siracusa. Vedi l’interessante libro di Fabio Lo Bono, Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza. L’esodo degli italiani del confine orientale a Termini Imerese, Lo Bono editore, Termini Imerese (PA) prima edizione 2016, seconda edizione 2018.


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Servizio redazionale, di fotografia e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti.