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domenica 13 febbraio 2022

L’Olocausto degli Ebrei di Bosnia, da una tesi di laurea dell’Università di Udine

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

                                                                               

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l'inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who's Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l'80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

Lo sterminio delle comunità ebraiche in Bosnia, dal punto di vista quantitativo, è illustrato nella tabella n. 1, che considera anche i pochi cambiamenti dopo il 1945 e le guerre sorte allo scioglimento della Jugoslavia, avvenuto dal 1991.

Tab. n. 1 – La Shoah in Bosnia-Erzegovina

Città

Ebrei nel 1941

Nel 2009

Banja Luka

480

92

Bihać

168

-

Sanski Most

79

-

Prijedor

47

-

Derventa

136

-

Doboj

105

Morti il 93%

Sarajevo

7.065 circa

1.413 nel 1946

750 nel 2014

Fonte: Nostra elaborazione su dati di Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014-2015.

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L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

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Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

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Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.


sabato 29 gennaio 2022

Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania, conferenza a Tarcento (UD)

“Qualcuno potrà non capire, ma bisogna ricordare”. Con queste parole ha chiuso il suo intervento Mauro Steccati, sindaco di Tarcento (UD), in occasione del Giorno della Memoria 2022. Il sindaco ha sottolineato come la violenza nazista si sia accanita contro i sei milioni di ebrei uccisi nei campi della morte e contro i dissidenti, gli omosessuali e gli zingari. L’evento, dedicato alla Shoah, si è svolto il 28 gennaio 2022, alle ore 18, presso la Biblioteca “Pierluigi Cappello” di Tarcento, coinvolgendo oltre 25 persone, secondo le norme anti-Covid19.

Elio Varutti, Silvia Fina e Mauro Steccati

Dietro la bandiera della Dalmazia, ha aperto i lavori dell’incontro Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici naturalistici e della Biblioteca Comunale di Tarcento. L’assessore Fina ha presentato il relatore della serata e il titolo dell’incontro con diapositive, accennando alle analoghe iniziative svolte negli anni scorsi sul tema delle Leggi Razziali e della persecuzione degli ebrei. Ha riferito inoltre che certi suoi parenti di Servola (TS), nel 1944, vedevano uscire il fumo dalla ciminiera della Risiera di San Sabba, unico Campo di sterminio nazista in Italia.

Ha poi avuto la parola il professor Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Il relatore ha illustrato il tema sconosciuto degli “Ebrei jugoslavi salvati dall’Esercito Italiano al Campo di Preza, in Albania nel 1941-1942”. La ricerca è incentrata sul libro di Vasko Kostić, uscito nel 2014 nella traduzione italiana, che esalta le virtù dei soldati italiani durante l’occupazione del Montenegro. Il testo riferisce degli internati jugoslavi a Preza, in Albania, in un Campo di concentramento gestito dagli italiani. A Preza sono imprigionati impiegati della pubblica amministrazione, maestri, professori, intellettuali, medici, impiegati bancari e altri il cui libero pensiero non comunista non accettava l’annessione italiana delle Bocche del Cattaro (Vasko Kostić, pag. 67). Le condizioni di vita in tale campo di concentramento sono definite “sostenibili”.

C’è anche un dato numerico assai interessante. “Nell’aprile 1942, da Pristina a Preza furono portati 79 ebrei” (p. 145). Essi preferivano stare con gli Italiani, anziché finire arrestati dagli ustascia croati, alleati di Hitler, che li avrebbero spediti ai campi di sterminio.

Vasko Kostić scrive liberamente dopo il 2010-2011. Fino a qualche anno prima la censura jugoslava gli bloccava ogni suo articolo sulla stampa locale. Egli è un serbo delle Bocche del Cattaro, nato nel 1930, pilota militare e controllore di volo, ingegnere con tre lauree, storico, pubblicista e scrittore, membro dell’Associazione montenegrina degli storici. Ha al suo attivo più di quaranta libri e oltre 800 pubblicazioni. Kostić riporta anche i cambi di casacca nelle Bocche del Cattaro, provincia annessa al Regno d’Italia fino all’arrivo dei partigiani titini. Chi dal 1941 veste divise fasciste, coi figli balilla o della GIL, dopo la guerra diventa niente meno che un quadro del Partito comunista (p. 74). L’autore del memoriale scrive che diversi “bocchesi”, ossia gli abitanti delle Bocche del Cattaro, dal 1941 si sentono italiani. Sarà per i vecchi ricordi della dominazione veneziana, sta di fatto che i militari italiani li trattano come cittadini dello stesso stato. Molti bocchesi non sono comunisti (Vasko Kostić, pag. 112), anche se a guerra finita il regime di Tito ed i suoi storiografi, li fanno appartenere al comunismo per comodità politica. Perasto, anni ’40. Cittadina del Montenegro, di origine veneziana, è famosa per il giuramento alla caduta di Venezia nel 1797: «Ti con nu, nu con ti».

Nel dibattito che è seguito Donatella Prando, assessore alle Finanze e patrimonio del Comune di Tarcento ha rivolto una domanda riguardo al Campo di concentramento di Gonars (UD). Il relatore ha risposto spiegando che là, dal 1941 al 1943, sono stati internati civili sloveni e croati, con le famiglie, dopo che l’Italia con gli alleati aveva invaso la Jugoslavia. Le vittime furono oltre 400, oggi ricordate in un monumento del 1973 presso il locale cimitero.

Tra i il pubblico si è notato Edoardo Di Giorgio, del gruppo ANA di Collalto, oltre ai soci ANVGD Giuseppe Capoluongo e Rosalba Meneghini, la quale ha presenziato quale delegata di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio.

Suggerimenti bibliografici e di sitologia - Sul trattamento degli ebrei di Pristina, in Kosovo, nella seconda guerra mondiale, si possono vedere:

- Vasko Kostić, Storia di un prigioniero degli italiani durante la guerra in Montenegro (1941-1943), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2014. Titolo originale in lingua serba: Preza koncentracioni logor (Preza, campo di concentramento), 2011, traduzione italiana di Mila Mihajlović, cura delle bozze di Elio Carlo. Opera pubblicata col contributo del Comitato Provinciale di Padova dell’ANVGD.

- Michele Sarfatti, “Tra uccisione e protezione. I rifugiati ebrei in Kosovo nel marzo 1942 e le autorità tedesche, italiane e albanesi”, «La Rassegna Mensile di Israel», vol. 76, n. 3, settembre-dicembre 2010, pp. 223-242.

Sui montenegrini deportati vedi: Drago V. Ivanović, Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943, ISUC [traduzione parziale di Ivanović 1989, con saggio introduttivo di Dino Renato Nardelli - traduzione di Olga Simčić], Foligno (PG), Editoriale Umbra, 2004.

- E. Varutti, Cattaro, meglio prigioniero degli italiani che dei tedeschi in Montenegro 1941-1943, on line dal giorno 8 ottobre 2018 su  eliovarutti.blogspot.com

Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Docente di "Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata" – Università della Terza Età, Udine. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie della Biblioteca di Tarcento (UD), che si ringrazia per la cortese concessione alla diffusione e pubblicazione.

lunedì 25 ottobre 2021

Venezia Giulia Istria Dalmazia: tremila anni di storia, libro di Carlo Cesare Montani

Questo libro è giunto alla quinta edizione in una veste del tutto rinnovata. “Venezia Giulia e Dalmazia: sommario storico”: il volume era uscito con tale titolo nel 1990. Hanno fatto seguito la traduzione in lingua inglese (2001), la terza edizione bilingue con testi a fronte (2002) e la quarta a stampa in forma anastatica (2011).  

L’entità geografica della Venezia Giulia, sotto il Regno d’Italia, dal 1918 al 1947, è formata dalle province di Gorizia, inclusa la Valle dell’Isonzo e fino a Circhina e Idria, Trieste fino a Postumia, Pola, comprese le Isole di Cherso e di Lussino e Fiume, da Moschiena fino a Villa del Nevoso (con alcune annessioni dal 1941). Zara con un po’ di entroterra è una exclave del Regno d’Italia dal 1918, anzi dal trattato di pace del 1920, fino all’arrivo dei titini, nel 1943, cui segue l’occupazione nazista e nel 1944 la definitiva invasione iugoslava. Nel periodo 1941-1943 Zara appartiene al Governatorato della Dalmazia del Regno d’Italia, assieme alle province di Spalato e di Cattaro.

Di grande impatto divulgativo e segnato da un profondo spirito patriottico, pur essendo privo di figure, il prodotto culturale di Carlo C. Montani si presenta molto snello nella Prima parte, di 94 pagine. Qui l’Autore è riuscito a suddividere in 18 brevi capitoli circa 3000 anni di storia, di cui c’è un cenno sin dal sottotitolo. Il riferimento va a quelle terre irredente che, nel 1863, Graziadio Isaia Ascoli, glottologo italiano di fama internazionale definiva per la prima volta “Venezia Giulia”. I loro confini sono contenuti, generalmente, tra il Friuli orientale (inclusa la Bisiacaria, ossia parte del Monfalconese), Trieste, l’Istria, le isole del Quarnaro e la città di Fiume, comprendendo perciò le terre site fra Alpi e Prealpi Giulie, Carso, Alpi Dinariche e Alto Adriatico orientale (Golfo di Trieste e Golfo di Fiume). Il celebre linguista goriziano volle contrapporlo al vocabolo Litorale, ideato dalle autorità austriache, nel 1849, per identificare una regione amministrativa più o meno coincidente. La Dalmazia include altri territori irredenti di Zara, Spalato, Sebenico, Traù e varie isole fino alle Bocche del Cattaro. Tutte aree a prevalenza, o di grande presenza di italofoni, assieme al mondo slavo. Nel Novecento tali province sono oggetto di cambi repentini di bandiera e di padrone, passando attraverso certe dittature. Sono pure soggette alle devastazioni delle due guerre mondiali, con tutte le conseguenti ricadute sociali e politiche.

Nella Premessa è lo stesso Autore a ricordare che: “La tragedia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, parte essenziale del più grande dramma italiano compiutosi nel XX secolo, rende indispensabile fare il punto sulle vicende da cui trasse origine, e sulle loro motivazioni antiche e recenti: non è possibile ignorare il grido di dolore di circa 20 mila Vittime incolpevoli, infoibate o diversamente massacrate durante e dopo l’ultimo conflitto mondiale, al pari di quello dei 350 mila profughi che furono costretti all’abbandono senza ritorno di quanto avevano caro, come la terra, gli affetti, i beni personali e prima ancora, i sepolcri degli Avi, senza dire che secondo alcune fonti le cifre dei Caduti e degli Esuli sarebbero sensibilmente maggiori” (pag. 6). Pur negli alvei della correttezza, ogni storico affronta le varie tematiche con la sua Weltanschauung e pure Carlo C. Montani lo fa. Tuttavia, come il Prof. Augusto Sinagra rileva sin dalle prime battute della Prefazione, l’Autore rivendica, in chiave filosofica, una determinata attendibilità e la necessità di essere fedeli al vero, richiamando “la comune attenzione sulle immortali parole di Tacito, il grande storico latino che aveva affermato come la storia non si possa fare coi sentimenti - scrive Sinagra - da cui deve necessariamente prescindere, perché fonda la propria attendibilità sull’obbligo di professare incorrotta fedeltà al vero. Ne discende l’imperativo di ogni storico degno di questo nome: quello di interpretare i fatti e le loro naturali matrici umane senza amore e senza odio” (p. 11).

In proposito, viene alla mente un racconto di Caterina Percoto, intitolato appunto “Non una sillaba oltre il vero”, pubblicato sul «Giornale di Trieste» nel 1848. Nel caso del Risorgimento, descritto dalla Percoto, esponente della letteratura rusticale ed amica di Nicolò Tommaseo, si tratta di una serie di violenze di rappresaglia degli austro-croati contro le genti friulane per i moti di libertà dall’invasore. Siamo comunque nel campo delle pressioni anti-italiane sulla sponda dell’alto Adriatico.

Nella Seconda parte del volume (di 167 pp.) troviamo una personale antologia di critica storica. Qui gli stessi argomenti vengono ripresi, approfonditi con le citazioni e la bibliografia relativa. A volte si tratta di studi già pubblicati su carta, o nel web dallo stesso Autore. Le fonti di riferimento per tale parte sono: il Consiglio Regionale della Toscana (Firenze); Difesa Adriatica (Roma); L’Esule (Milano); Nuova Antologia (Firenze); Riscossa Adriatica (Firenze); Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale (Roma); Studi in onore di Augusto Sinagra (Roma); Vita Nuova (Trieste) e il sito www.storico.org (Roma).

Nella Terza ed ultima parte si trova un’utile Cronologia (di 100 pp.). Come sottolinea l’Autore, la “prassi di inserire un elenco cronologico dei fatti salienti a fini di consultazione e documentazione è diventata ricorrente sia in buona parte delle opere storiografiche di maggiore impegno, sia in parecchie di quelle a carattere divulgativo, spesso fondate su testimonianze dirette: nell’ambito giuliano-dalmata tale ricorso risulta diffuso anche alla luce di una vicenda collettiva particolarmente articolata e complessa, in specie dall’Ottocento in poi” (p. 265). Sulla questione dell’esodo, delle foibe e del Giorno del Ricordo è proprio la Cronologia finale, aggiornata ai fatti e ai luoghi, con ponderata dovizia di particolari, a fornire una marcia in più all’intero volume.

Cartolina per le terre redente, collezione privata, Udine

Tra i tanti argomenti esposti troviamo la fondazione di città sulla costa dalmata per opera di coloni della Magna Grecia sin dal III secolo a.C. e la notevole presenza dell’Antica Roma in Istria, a Fiume (Tarsatica) e in Dalmazia. Seguono le invasioni barbariche e la presenza bizantina. Col VI secolo d.C. iniziano le invasioni slave. In seguito c’è il potere carolingio. È dell’anno 804 il “Placito” di Risano, presso Capodistria; a seguito di una manifestazione di “coraggio civico” destinata ad essere ricordata nei secoli, l’autonomia viene solennemente restituita alle comunità istriane davanti a 172 delegati in rappresentanza di undici città. Il duca Giovanni che aveva governato quale espressione diretta di Carlo Magno e promosso il collocamento di ulteriori coloni slavi in forte contrapposizione alle genti autoctone, è sconfessato ed allontanato. Nei decenni successivi iniziano le scorrerie turchesche in Dalmazia e nascono le alleanze con Venezia nella costa adriatica orientale, tanto che il doge Pietro Orseolo, nell’anno 1000, combatte in difesa delle città istriane ed acquista il titolo di “Dux Dalmatiae”. Nel 1300 Dante Alighieri pone sul Carnaro il confine orientale d’Italia; si tratta di un convincimento che sconta conoscenze e limiti dell’epoca in senso “italico” ignorando la Dalmazia e le Isole, ma sarà motivo di frequente ispirazione sino al terzo millennio.

Col 1420 buona parte della Dalmazia è possesso di Venezia. Ha fine il potere temporale dei Patriarchi di Aquileia: anche Udine e Cividale passano alla Serenissima. Seguono pestilenze, guerre e altalenanti domini diversificati. Nel 1779 Maria Teresa d’Austria trasferisce Fiume all’Ungheria confermando la sua indipendenza dalla Croazia e le riconosce la prerogativa di “Corpus separatum”.

Il 17 ottobre 1797 si stipula il Trattato di Campoformido. I territori della Serenissima vengono ceduti all’Austria che in cambio riconosce la Repubblica Cisalpina. Inizia il dominio austriaco in Friuli e nel Veneto mentre l’esercito napoleonico occupa Trieste. A Perasto (odierno Montenegro), veneziana dal 1420, l’ultimo vessillo della Repubblica di Venezia viene ammainato nella commozione generale e sepolto sotto l’altare maggiore del Duomo. Il Capitano Giuseppe Viscovich pronuncia la celebre allocuzione di commiato che resterà esempio imperituro della fedeltà dalmata alla Serenissima, ripreso nel Risorgimento e nell’Impresa fiumana di Gabriele d’Annunzio. “Ti con nu, nu con ti” (Tu con noi, noi con te).

Per Istria, Fiume e Dalmazia segue un fugace dominio napoleonico, prima facendo parte del Regno d’Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais e, poi, delle Provincie Illiriche dell’Impero francese (1809-1813). Col Congresso di Vienna (1815) tutto passa sotto l’Austria fino alla Grande Guerra. Nel 1831 lo Statuto della “Giovine Italia” dichiara l’italianità della Venezia Giulia. Seguono le tre guerre d’indipendenza italiane (1848, 1859, 1866) e si sviluppa l’Irredentismo italiano nella Venezia Giulia, in Istria e Dalmazia, con conseguente snazionalizzazione da parte dell’autorità austriaca a favore degli slavi, cui partecipa il clero slavo, che nei registri battesimali slavizza i cognomi, contro il volere di genitori e padrini di sentimenti italiani.

Nel Novecento spiccano le due guerre mondiali e l’impresa dannunziana di Fiume, come dai libri di testo per le scuole, che poco trattano delle uccisioni titine nelle foibe, della strage parimenti titina di Vergarolla (18 agosto 1946) e dell’esodo giuliano dalmata di 350mila persone. Col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 la Jugoslavia si annette Istria, Fiume e Dalmazia. Trieste fa parte della Zona A del Territorio Libero di Trieste fino al 1954, quando tornerà all’Italia, mentre la Zona B, da Capodistria a Cittanova passa sotto i carri armati titini. Le manifestazioni anti-iugoslave di Trieste dei primi anni ‘50 culminano nell’eccidio compiuto dalla polizia del Governo Militare Alleato nel novembre 1953, che provoca sette Vittime definite quali “ultimi Caduti del Risorgimento italiano”. I confini tra Italia e Jugoslavia vengono stabiliti nel 1975 col Trattato di Osimo. Dal 1991 si disgrega lo stato di Tito in varie entità con le guerre conseguenti. Non si poteva in queste righe riportare altro, se non alcune delle tappe cronologiche del confine orientale, ben approfondite nel volume.

Nella vasta Bibliografia (di 22 pp.) trovano spazio perfino i più recalcitranti negazionisti, peraltro in fase di trasformazione per non perdere del tutto la faccia e i pubblici finanziamenti, in un coacervo di riduzionisti e giustificazionisti. Consola il fatto che pure la recente letteratura internazionale stia orientando le proprie ricerche sulla storia trascurata nei decenni passati. Si pensi al libro di Ljubinka Toševa Karpovicz, studiosa croata, intitolato non a caso “Rijeka / Fiume (1868-1924)”, od “Autonomije do Države (Fiume 1868-1924: dall’Autonomia allo Stato) edito nel 2021 e all’opera di Dominique Kirchner Reill, ricercatrice statunitense, che ha dato alle stampe “The Fiume crisis: life in the wake of the Absburg Empire” (La crisi di Fiume: vita sulla scia dell'Impero asburgico). Tanto per dire che è difficile far scomparire la parola “Fiume” dai titoli dei libri di storia.

In tutta sintesi, sembra di poter affermare che il libro di Carlo C. Montani sarà un toccasana per il lettore a digiuno di storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia: è come un Bignami massimizzato.

Infine, per concludere con una pertinente citazione “ad hoc” mutuata da un celebre scrittore europeo, e riferibile anche ai giuliani, istriani e dalmati, vorrei dire che “nella loro bellezza rassegnata di tristi esuli in questo mondo volgare, si potevano leggere le emozioni con altrettanta chiarezza che in uno sguardo espressivo” (Marcel Proust, Le Mystérieux correspondant, 1896, traduzione italiana, Garzanti, 2021).

Il libro recensito

Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia – Istria - Dalmazia: pensiero e vita morale. Tremila anni di storia - Antologia critica - Cronologia, Udine, Aviani & Aviani, 2021, pp. 416. Seconda edizione del mese di novembre 2024.

ISBN: 978-88-7772-319-2

Bandierina per la riunificazione di Trieste all'Italia, 1954. Collezione famiglia Conighi

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AGGIORNAMENTO DEL 2024

Si comunica che è stato conferito alla Prima Edizione del volume di Carlo Cesare Montani, qui recensito, il Premio Firenze-Europa FIORINO D’ORO, nel 2021 ed ora sta per uscire una nuova edizione del volume stesso.


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Recensione di Elio Varutti, docente di “Sociologia del ricordo. Esodo giuliano dalmata” all’Università della Terza Età di Udine. Membro del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, Sede dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine: via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin, che fa parte pure del Consiglio nazionale del sodalizio e, dal 2024, è Coordinatore dell’ANVGD in Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi.  Sito web:  https://anvgdud.it/


sabato 5 giugno 2021

L’eredità del leone, presentato a Gorizia il libro di Fiorentin con l ‘ANVGD

C’è stata un’interessante conferenza a Gorizia per presentare il libro “L’eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918)” di Flavio Fiorentin, edito da Aviani & Aviani nel 2018. L’evento, secondo le norme anti-pandemia, si è tenuto nella sala dell’Oratorio della Parrocchia Madonna della Misericordia, in Via Pola n. 20, nel quartiere della  Campagnuzza dove agli inizi degli anni ’50  sorse il ”Villaggio dell’esule” per i giuliani, fiumani e  dalmati.

Rita De Luca, Maria Grazia Ziberna, Elio Varutti, Flavio Fiorentin e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Rita Cosliani

La presentazione del libro di Fiorentin è stata organizzata il 3 giugno 2021, alle ore 15,30 dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, in collaborazione con quello di Udine. L’incontro è parte del progetto “I giovani  sulle tracce  della memoria. Conoscere per ricordare. Storia del confine orientale” che ha il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune e della Prefettura di Gorizia, oltre alla UIL Scuola e all’ Istituto per la Ricerca Accademica Sociale ed Educativa (IRASE) della Città giardino. Si ricorda che il libro di Fiorentin ha vinto a Civitavecchia il 2° Premio “Gen. div. Amedeo De Cia” per la Saggistica edita, X edizione, 2018.

L’evento è stato introdotto da Maria Grazia Ziberna, Presidente del Comitato di Gorizia dell’ANVGD, che ha voluto “ringraziare l’ANVGD di Udine per la collaborazione riservata all’evento”. La Ziberna ha inoltre ringraziato “don Fulvio Marcioni, parroco della chiesa della Madonna della Misericordia,  parrocchia di Campagnuzza, ex villaggio dell’esule, che ci ha ospitato nell’oratorio dato che la nostra sede, in base alle attuali norme anti-Covid, ha spazi limitati e le sale pubbliche non erano disponibili”. Ha concluso dicendo che la presentazione del libro di Fiorentin viene registrata e sarà disponibile nei prossimi giorni sul canale Youtube dell’ANVGD di Gorizia  https://www.youtube.com/channel/UC5_CQ5di9TW5Tbajr30zQtw

Gorizia, 3 giugno 2021 - Presentazione de L'eredità del leone, libro di Flavio Fiorentin, seduto al centro, con l'ANVGD di Gorizia. Fotografia di Maria Letizia Ziberna

Poi è stata data la parola alla professoressa Rita De Luca, componente del Direttivo ANVGD di Gorizia, che ha illustrato la figura storica di Napoleone, nel quadrante mediterraneo, con dotte citazioni foscoliane. È stato lo scrittore Mauro Tonino, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, a porre alcune domande all’Autore, come ad esempio "Quale sia l’eredità del leone di S. Marco", non senza soffermarsi sull’originalità dell’opera, che tratta dei periodi storici con un’ottica nuova rispetto alla tradizionale letteratura. Il professor Elio Varutti, del Direttivo dell’ANVGD di Udine, ha portato il saluto ufficiale di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine. Poi ha detto che Fiorentin “ha scritto un libro di grande divulgazione” chiedendogli si dedicare alcune parole al governo delle Provincie Illiriche dell’Impero francese e al tema della snazionalizzazione italiana perpetrata dall’Imperatore Francesco Giuseppe in Istria e in Dalmazia, a favore degli slavi.

Flavio Fiorentin ha commentato le vicende storiche succedutesi tra il 1797 e il 1918, facendo emergere le contese tra alcune Potenze europee per l’eredità di terre e di popolazioni già appartenute alla Serenissima Repubblica di Venezia, oltre ai passi compiuti dal Regno d’Italia dei Savoia verso l’Unità della Nazione, rispondendo alle aspirazioni delle popolazioni “orfane” di Venezia. 

L’autore ha spiegato "i legami etnici, storici e culturali che avevano unito Venezia, San Marco, il Leone marciano alle genti della sponda orientale dell'Adriatico, evidenziando come il generale Bonaparte nel sua prima campagna d'Italia non ebbe l'occasione di scontrarsi con l'esercito veneto, agli ordini del Salimbeni. Quest'ultimo infatti, con la scusa di voler rispettare la neutralità dichiarata dalla Serenissima, in realtà favoriva in ogni modo la consegna e l'occupazione francese di tutte le piazzeforti dello Stato da Tera. Invece l'esercito e la marina francese ebbero modo di aver a che fare  più volte con la marina da guerra veneziana ed i fucilieri di marina, arruolati come è noto in Istria ed in Dalmazia, prendendole sempre di santa ragione o comunque facendo delle belle figuracce. In proposito l'autore ha ritenuto di ricordare le Pasque Veronesi, la beffa di Palmanova e la resa del brigantino Le liberateur d'Italie".

Dopo i ricordati episodi "il generale Bonaparte - ha aggiunto Fiorentin - pur vincitore indiscusso degli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Impero d'Austria durante la sua prima campagna d'Italia, nell'attraversare il territorio della Repubblica di S. Marco, evitò accuratamente di affrontare in battaglia i fucilieri di marina (composti di veneziani, istriani e dalmati), preferendo chiedere ed ottenere al Salimbeni di ritirarli al Lido e reimbarcarli per la Dalmazia".

Fiorentin ha poi "ricordato la decisione, presa nel dicembre del 1866, dal Consiglio Aulico, su proposta dello stesso Francesco Giuseppe, ed i successivi decreti attuativi di procedere alla snazionalizzazione 'senza alcuno scrupolo' della presenza italiana dal Trentino e da tutta la sponda orientale adriatica, fornendo alcuni esempi di come tale direttiva venne attuata da parte dell'Amministrazione imperiale austriaca".

L’Autore si è pure soffermato su quanto accaduto nella cittadina di Perasto,“la fedelissima”,  dove si trova l’ultimo gonfalone di San Marco, custodito dentro ad una cassa sepolta sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Nicolò.

Diapositive con cartografia a cura di Maria Grazia Ziberna


Tra il pubblico presente in sala si sono notati Maria Rita Cosliani, del Direttivo ANVGD di Gorizia,  nonché presidente della Mailing List Histria e vicepresidente dell’Associazione Italiani di Pola e Istria - Libero Comune di Pola in EsilioRuggero Botterini, nativo di Pola, del Direttivo ANVGD di Gorizia e decano del sodalizio, oltre a Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, decana dell’ANVGD di Udine, accompagnata dal figlio Claudio e l’editore Giovanni Aviani. Flavio Fiorentin, oltre che socio dell’ANVGD di Udine, è il Presidente del Collegio dei Revisori dello stesso sodalizio.

Parla Flavio Fiorentin, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. Fotografia di Maria Grazia Ziberna

Il libro presentato

Flavio Fiorentin, L'eredità del Leone, dal Trattato di Campoformio (1797) alla Prima Guerra Mondiale (1918), Udine, Aviani & Aviani, 2018, pp. 366, euro 20.

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Testi di Elio Varutti e Maria Grazia Ziberna. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Flavio Fiorentin e Maria Grazia Ziberna. Servizio fotografico a cura dell’ANVGD di Gorizia; fotografie di Maria Letizia Ziberna, Maria Rita Cosliani e Maria Grazia Ziberna, curatrice pure delle slide con le carte geografiche. Altri materiali dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Flavio Fiorentin, al centro, tra Elio Varutti e Mauro Tonino. durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani


Immagini dalla consolle della regia dell'evento. Foto di Maria Letizia Ziberna

Maria Grazia Ziberna, al centro, tra Rita De Luca e Elio Varutti, durante la presentazione. Fotografia di Maria Rita Cosliani



mercoledì 25 luglio 2018

Militari italiani a Fiume, in Istria, Dalmazia e Erzegovina, 1941-1943


Dai documenti di una collezione familiare è possibile documentare la presenza dei militari italiani in Istria, a Fiume, in Dalmazia e, nell’entroterra occupato durante la seconda guerra mondiale, in Croazia e in Erzegovina, peraltro già presente in letteratura.
Cartolina di Fiume, Viale delle Camicie Nere e Chiesa dei Reverendi Padri Cappuccini a destra, 1940. A sinistra, il palazzo dei ferrovieri e la Piazza Cesare Battisti. Coll. C. Conighi, Udine

Con l’invasione della Jugoslavia, del 6 aprile 1941, da parte delle forze dell’Asse, guidate da Germania e Italia, l’Esercito Italiano si disloca con oltre 350 mila militari sulla fascia costiera jugoslava e pure nell’interno.
Vengono create la provincia italiana di Lubiana, il Governatorato della Dalmazia, allargando la piccola enclave di Zara, già italiana dal 1918, includendo le città con presenze italiane di Spalato, Traù a Sebenico. Da queste città, peraltro, si era già verificato un esodo degli italiani verso Zara e Fiume nel 1921-1929, perché i croati spaccavano le vetrine dei loro negozi, per l’imposizione della lingua e della cittadinanza croata nelle istituzioni pubbliche e nel lavoro e per persecuzioni varie, come raccontato da Bruno Bonetti, nell’articolo I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata
Altri hanno confermato la pressione croata sugli italiani di Dalmazia, che si rifugiarono a Zara, in Istria o nell’Isola di Lagosta negli anni ‘20, come riferito da Elvira Dudech, Elisabetta Missoni Foffani, con avi di Sebenico. Lo zaratino Silvio Cattalini, che fu presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) dal 1972 al 2017, ricordava che i suoi avi Cattalinich avevano cantieri navali a Traù poi, volendo restare italiani, furono costretti a trasferirsi a Zara, perché la Dalmazia passò al Regno dei Croati, dei Serbi e degli Sloveni.
Giulio Orgnani alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Pinerolo (TO) nel 1934. Fotografia di U. Monti, Pinerolo. Collezione G. Orgnani, Udine

Un altro zaratino, come Segio Brcic, ha spiegato che i contrasti tra italiani e croati sono proseguiti anche dopo il 1947, anno del Trattato di pace, persino sui dati storici. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni. “La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani”.
Abbiamo chiesto a Bruno Perissutti, nato a Zara, cosa sapesse dell’esodo italiano degli anni ’20 dalle città dalmate a causa del nazionalismo croato.  “Basti pensare a Ottavio Missoni, il noto stilista nato a Ragusa con la mamma di Sebenico e poi trasferitosi a Zara con la famiglia – ha detto Perissutti – fu un grande amico di Silvio Cattalini”. Ricorda qualcosa del 1943-1944? “Mio padre aveva un negozio di alimentari a Zara - ha aggiunto Perissutti - e non fu richiamato militare perché la sua attività era strategica per la distribuzione degli alimenti con la tessera annonaria, ma al sabato e alla domenica era obbligato dai tedeschi ad un servizio di vigilanza, tipo protezione civile, al lago di Scardona (Skradin), vicino a Sebenico, dove ammaravano gli idrovolanti”. Il nome del lago, in croato, è Prokliansko jezero – Lago di Proklian, alimentato dal fiume Cherca / Krka.
Cartolina di Gorizia viaggiata e timbrata il 9 dicembre 1940. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

Il Montenegro nel 1941 diviene protettorato italiano e l’Albania, già occupata e annessa all'Impero italiano nel 1939, si allarga nel Kossovo di Pristina e per una parte della Macedonia fino al Lago di Ocrida. Gli alloglotti serbo-croati abitanti nel Governatorato della Dalmazia sono oltre 340 mila individui, rispetto agli italiani del litorale dell’Adriatico orientale che vivevano soprattutto nelle città della costa, rappresentando il 10% della popolazione. Ciò contribuì a provocare gravi attriti tra croati e italiani, iniziati sin dall’Ottocento, sotto la guida dell’Austria in funzione anti-italiana. Sono le varie etnie, comunque, a rappresentare un problema in Jugoslavia nel Novecento.
Dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio italiano con gli alleati, il reale esercito italiano si sfaldò, trovandosi allo sbando, senza ordini precisi se non con qualche dispaccio non interpretabile in forma univoca. È il famoso ribalton: “i tedeschi no ze più nostri aleati”. Si pensi che il generale Mario Robotti, comandante della 2^ Armata con sede a Sussak (Fiume) venne a conoscenza dell’armistizio dalle feste che facevano i suoi militari nel magazzino. Avevano saputo la notizia niente meno che dai partigiani, che l’avevano sentita da una trasmissione di Radio-Cincinnati, subito rilanciata da Radio-Algeri, come ha scritto Oddone Talpo.
Secondo molti la guerra era finita. In piazza, nelle grandi città, la gente faceva festa e tirava giù gli emblemi del fascismo. A parere di certi ufficiali italiani in Dalmazia sarebbero arrivati gli angloamericani e avrebbero portato a casa i militari dispersi verso le coste pugliesi, controllate dagli alleati. Non fu così. Vero è che il generale Emilio Becuzzi, comandante il presidio di Spalato e la Divisione “Bergamo”, il 23 settembre, riuscì a sbarcare a Bari con 3.000 militari, ma i civili e gli altri italiani in divisa restarono in balia dei titini, come ha scritto Antonio Faleschini in suo studio del 1969.
Timbro tondo del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria – Amministrazione, con la firma del sottotenente Alessandro Tomei in una comunicazione del 28 luglio 1941-XIX, dattiloscr. Collezione G. Orgnani, Udine

In ogni angolo di strada dalmata il soldato italiano veniva disarmato da gruppi di partigiani armati. Furono assaliti i negozi, i magazzini e le case private degli italiani; circa 800 erano di Spalato e 1.200 della Penisola, dei quali oltre 300 insegnanti. Questurini, guardie carcerarie e carabinieri a piccoli gruppi, dopo il disarmo, furono obbligati dai titini a spogliarsi – ha aggiunto Talpo – poi furono portati nelle campagne e fucilati.
Molti militari di Spalato si consegnarono ai tedeschi e finirono nei campi di concentramento, stipati in 50-60 in un carro bestiame piombato, mentre succedeva che gli ufficiali, imprigionati dai tedeschi e deportati al campo di concentramento di Belgrado, venissero fucilati sul posto, come ha scritto Giacomo Scotti, a pag. 27, del suo libro Il battaglione degli straccioni. Lo stesso autore ricorda che ammontarono a 40 mila i volontari dell’esercito italiano passati a combattere a fianco dei partigiani jugoslavi contro i nazi-fascisti; una cifra che fa riflettere.
A Spalato certi militari scambiavano il fucile per un pezzo di pane. Altri, stanchi della guerra, gettavano l’arma, subito raccolta dai partigiani, che sbucavano da ogni dove. Allo stesso tempo i titini iniziavano le prime fucilazioni di italiani, donne incluse. Ruggero Tommaseo, direttore del «Popolo di Spalato» fu appunto fucilato dai partigiani jugoslavi, come ha evidenziato Antonio Faleschini. Tale autore, inoltre, vide con i suoi occhi due civili, entrati nella sede degli insegnanti italiani, portare via con la forza Giovanni Soglian, il provveditore agli studi. Nessuno avrebbe mai pensato che fosse fucilato pure lui. Stessa sorte per il preside Eros Luginbhul. La città fu tappezzata di manifesti inneggianti a Tito, alla armata liberatrice, alla democrazia popolare, ma tutti avevano una gran fame. 
Tromba del 3° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Trombettiere: cavalleggero Giovanni Pinato, Zona di Karlovac, estate 1941, ottone e cordone. Coll. G. Orgnani, Udine

Mancava l’acqua, mancava l’energia elettrica. I magazzini furono presi d’assalto dai titini, perché “rappresentavano gli alleati”. Ai soldati italiani i partigiani, in abiti borghesi con qualche coccarda, dicevano: “Voi avete fatto l’armistizio, perciò lasciateci le armi, i generi alimentari e andate via”.
Sulle prime pareva che 11 persone, tra i maggiorenti di Spalato, potessero essere processate dai titini del generale Koka Popovic poiché contrari all’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia o perché responsabili di particolari crimini – come ha spiegato Talpo – tale accordo, del 17 settembre, rientrava nella resa della Divisione “Bergamo”, in presenza del capitano Deakin della missione inglese e del maggiore Burke di quella americana. Il generale Becuzzi si oppose. Nelle trattative non si parlò più di italiani da giustiziare e, a notte inoltrata, fu firmata la resa. Al mattino seguente sui muri della città c’era l’avviso della eliminazione di 22 persone (non 11). 
Il 27 settembre 1943 la città fu occupata dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Obbedendo all’ordine tedesco emanato immediatamente molti soldati italiani si presentarono ai comandi germanici, anche perché la pena era la fucilazione. Furono catturati e trattati “bestialmente e col massimo disprezzo”, ha precisato Antonio Faleschini.
Ricevuta per prestazioni sanitarie dell’Ospedale Civile di S. Spirito di Fiume al ten. Giulio Orgnani, del 18 settembre 1941. Coll. G. Orgnani, Udine

Il calvario dei militari italiani imprigionati e degli “ufficiali di Spalato” iniziò proprio il 27 settembre 1943. Prima vengono trasportati a Signo / Sinj, in Croazia a 30 km da Spalato – continua il racconto di Faleschini, che era tra di loro. Per tre giorni, senza cibo, vengono interrogati, insultati e maltrattati dai nazisti. “La sera del 1° ottobre – ha aggiunto Faleschini – terminato l’interrogatorio, fummo riuniti coi nostri miseri bagagli, svaligiati dai dobromani croati e dai tedeschi nel cortile dove si era svolto l’interrogatorio: furono chiamati una cinquantina di nomi. I chiamati sono stati fatti salire sopra i camion e trasportati in una località vicina, dove furono immediatamente fucilati”. Secondo Talpo la località della fucilazione di 46 ufficiali italiani in quella data da parte nazista è: Treglia / Trilj.
Per quanto riguarda i dobromani croati c’è da dire che si trattava della Hrvatsko domobranstvo (Guardia Interna Croata) faceva parte delle forze armate dello Stato indipendente croato, 1941-1945. I dobromani furono spesso in rivalità con gli ustascia, ma in sostanza erano milizie collaborazioniste dei nazi-fascisti.
Poi in cinque giorni furono incolonnati fino a Mostar e Sarajevo, dove “ci tolsero anche il denaro”. A Mostar entrarono scortati dalle Waffen SS della Divisione “Prinz Eugen”. Dalla Serbia occupata dai nazisti, giunsero poi al campo per prigionieri di Wietzendorf (in Bassa Sassonia, Germania), dove continuarono gli insulti, le perquisizioni e lo scarso cibo. “Tutti dovevano rubarci qualcosa” – è sempre Faleschini a raccontare. Caricati nei vagoni piombati e controllati da soldati kirghisi o calmucchi filo-nazisti fino ai campi di concentramento di Wietzendorf e di Söndbosel (recte: Sandbostel, in Bassa Sassonia).  Il calvario degli ufficiali di Spalato continuò nelle “baracche-porcili” del lager, distesi sulla nuda terra senza nemmeno la paglia. Faleschini si salvò.
Carta annonaria n. 56.273 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per generi da minestra, zucchero, grassi e sapone, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Intanto a Spalato, dopo l’arrivo dei tedeschi, furono individuate delle fosse comuni nel Cimitero di San Lorenzo dove erano stati sepolti gli italiani fucilati dai titini. In città regnavano livore e fame. Nella fossa comune si pensava di trovare 22 salme, ma ne furono dissepolte ben 39. Dopo alcuni giorni, superata l’opposizione del Comune – ha aggiunto Talpo – fu individuata e aperta una seconda fossa. Al posto di 8 eliminati citati in un secondo avviso partigiano, furono esumati 25 corpi. Addirittura fu scoperta una terza fossa, della quale non c’era notizia ufficiale alcuna. Conteneva 42 cadaveri. Tutti col colpo alla nuca. In tutto furono esumate 106 spoglie e fu dato il nome a quanti potevano essere riconosciuti.
Il tenente Giulio Orgnani, Fiume 1942. Fotografia della Coll. G. Orgnani, Udine

Un’altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l’ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell’Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
“Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine”.
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o con i leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica d’italianità.
“Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia”. Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci. “Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati”.
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
“Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili”.
Carta annonaria n. 57.486 del Comune di Fiume, Provincia del Carnaro, intestata a Giulio Orgnani, per il pane (o farina di grano) e per la farina di granoturco, aprile-giugno 1942-XX, stampa. Coll. G. Orgnani, Udine

Biografia di Giulio Orgnani
Il tenente Giulio Orgnani (Udine 1912-1988) era inquadrato del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria di stanza a Palmanova (UD) nella seconda guerra mondiale. Fu impegnato a Fiume, in zona d’operazioni militari dell’Esercito Italiano. Secondo i suoi album fotografici, in base ai suoi documenti, come rapporti, cartoline e lettere in possesso ai discendenti, il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria fu impegnato, nel periodo 1941-1943, nelle seguenti località di occupazione italiana: Barilovic, D. Poloj (dove fu ferito in combattimento il 17 ottobre 1942), Jaškovo, Josipdol (Croazia), Kamensko, Karlovac (Croazia), Perijazica, La Plat Plaski, Ogulin (Croazia), Oshalj e Voinic. Nel 1943 raggiunse la zona d’operazioni di Mostar (Erzegovina), quindi fu a Betina, Kramina, Murter e Stretto (Dalmazia).
Dopo l’8 settembre 1943, essendo in convalescenza in Friuli, Giulio Orgnani, di spirito monarchico, fu ricercato dalle Waffen SS per essere internato in Germania, come accadde a molti militari italiani. Allora egli si mise alla macchia a Colza di Maiaso, in comune di Enemonzo (UD) in Carnia. Col nome di battaglia di “Riccardo” – in base alle ricerche presso l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, sito a Udine – collaborò, in zona carnica, con le Brigate partigiane Osoppo, ispirate all’area cattolica e del Partito d’Azione. Nel 1976 a Udine sposò, in seconde nozze, l’esule fiumana Helga Conighi (1923-2000).
Ruolino di marcia del 2° Plotone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. Nell’ultima colonna si leggono i nomi dei cavalli di tre squadre per un totale di 27 elementi, Zona di Karlovac, 13 luglio 1942-XX, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Tolmino, Spalato, Karlovac
Nel luglio 1941 ci sono alcune comunicazioni riguardanti l’Orgnani col comando della Guardia di Frontiera del XI Corpo d’Armata di Tolmino, nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora era parte della provincia di Gorizia, oggi Slovenia.
Il giorno 11 giugno 1941 il tenente Orgnani riceve una lettera dal commilitone tenente Carlo Morossi, il quale gli comunica di aver “passato un mese e mezzo al comando nel presidio di Spalato col generale Viale, col.(onnello) Conte e maggiore Morvidi”.
Nel 1942, secondo i documenti della Collezione Orgnani, si manifestano alcune tensioni ed attriti tra le truppe ustascia di Ante Pavelić e l’Esercito Italiano di occupazione. Da un rapporto inviato per posta militare dal tenente Orgnani, comandante del posto di blocco n. 2, nella zona di Karlovac (Croazia), ai suoi superiori si ha un chiaro sentore della conflittualità emergente tra militari italiani e croati.
Ecco cosa dice il rapporto. Il 29 marzo 1942, alle ore 8.30, il carabiniere di servizio Andrea Curcio “fermava un suddito Croato per chiedergli i documenti”. Siccome la tessera d’identità risaliva all’anno precedente, il carabiniere, come da disposizioni impartite, decise di accompagnare il borghese alle autorità italiane per dargli un lasciapassare. Sopraggiungeva in quel mentre il capitano maggiore croato Jvan Baiuk, per dare il cambio al suo collega di servizio.
Il Baiuk fermava il carabiniere Curcio e il civile croato, chiedendo spiegazioni. Dopo alcune parole scambiate col borghese e il carabiniere si faceva consegnare il lasciapassare e lo strappava inveendo contro il Curcio. Baiuk sosteneva che il suddito croato fosse libero. Poi diceva ad alta voce che loro comandavano e che “gli italiani non avevano alcuna autorità”. Alle rimostranze degli italiani aggiungeva che se ne “fregava dell’Esercito Italiano e degli ufficiali italiani”.
Biglietto per il ten. Orgnani dal Comandante della 1^ Brigata Celere “Eugenio di Savoia” degli ultimi mesi del 1942, ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Vista la sceneggiata, giungevano il sergente Armando Ercole, sottufficiale del posto di blocco, ed il caporalmaggiore di fazione Gino Munerato per cercare di porre fine alla questione. Il Baiuk inveì contro tutti, bestemmiando e mostrando la baionetta ai militari italiani in segno di minaccia. Fra le altre disse che: “gli italiani non sanno fare nulla e non hanno nessuna autorità di comando, sono tutti contro il capo Pavelić”.
Più tardi, chiamato a rapporto dal tenete Orgnani, il Baiuk disse di non riconoscere gli italiani come superiori. L’Orgnani fu costretto ad andare a cercarselo. Sempre più arrogante, solo alle intimazioni di fare silenzio e di portare rispetto, il croato Baiuk esibì i documenti, borbottando fra i denti.
Il rapporto sul fatto increscioso fu stilato dal tenente Orgnani ed inviato alla 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”. In rapporti analoghi si menzionano altri casi di scarso contengo militare delle milizie ustascia nei confronti degli italiani o, peggio, vengono esplicitamente citate “azioni di intralcio al servizio”.
In un altro rendiconto, datato 5 aprile 1942, è menzionato un attacco di oltre 50 cetnici (milizie monarchiche serbe, prima alleate dei partigiani poi, in quanto anticomuniste, coalizzate agli italiani, contro i titini). L’assalto, con moschetti e tre fucili mitragliatori, si verifica al presidio di Kamensko, nella zona di Karlovac. L’incursione provocò due morti: un ustascia di sentinella e un altro militare croato ucciso nei locali della scuola adibita a dormitorio.
Licenza per l’esercizio del commercio ambulante rilasciata dal Comune di Resia (UD) a Luigi Barbarino per le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Treviso, Venezia, Belluno per il 1941, rinnovata nel 1942. Nell’Alta Valle dell’Isonzo, allora provincia di Gorizia, i partigiani titini nel 1943 fermarono l’ambulante, con le armi spianate, con l’accusa di essere una spia fascista; poi fu rilasciato, stampa. Coll. Lucillo Barbarino, Resia (UD)

I cetnici fanno bottino di un moschetto, 2.500 cartucce e 50 bombe a mano poi, ad un segnale di tromba, rientrano a sud – sud-ovest da dove erano penetrati. La popolazione dei villaggi è terrorizzata e teme rappresaglie da varie parti. “I ribelli hanno ramificazioni tra gli stessi abitanti dei villaggi” – precisa il tenente Orgnani. Altri suoi rapporti ai superiori sono zeppi di segnalazioni di spari e lanci di bombe a mano che incrinano il morale della popolazione e dei militari.
Nei rapporti dell’Orgnani vengono rilevati, tra i militari italiani di basso grado, anche fenomeni di alcolismo e di gioco d’azzardo, con grave indebitamento dei giocatori perdenti, causa di tensioni varie. Ad esempio c’è Giuseppe T., un sergente, che il 24 febbraio 1943, con altri tre cavalleggeri, se ne va Kramina “in passeggiata”. Il tenente Orgnani segna nel rapporto per posta militare che i quattro soldati italiani con i cavalli di servizio “erano fuori dal presidio di Betina e privi di scorta”. Il presidio era sull’Isola di Murter, vicino a Sebenico. Per giunta, la passeggiata ha avuto lo scopo di fare visita al vice brigadiere del paese comandante la brigata di finanza, con una robusta bevuta di vino.
Fronte di Mostar (Erzegovina), 1942. Il carabiniere Alfonso Zamparo, in piedi. Nel 1943 fu deportato nei campi di concentramento nazisti. Fotografia della Collezione famiglia Zamparo, Scorzè, provincia di Venezia pubblicata in Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, a cura di Chiara Fragiacomo e Daniele D’Arrigo

Rientrati al presidio, il sergente Giuseppe T. ordina al caporale Vincenzo G. di sellare altri cavalli per un’altra passeggiata. A quel punto il caporale Vincenzo G., già ammonito in precedenza circa la scarsa pulizia degli equini domandò, invece, a chi toccasse di pulire i quattro cavalli rientrati sudati e stanchi. In quelle circostanze dal semplice diverbio si può passare agli atti di indisciplina tra commilitoni. Il sergente, brillo, capita l’antifona, minaccia il caporale di morte. Allora altri cavalleggeri si buttano su di lui per togliergli la pistola, creando un disdicevole parapiglia e, per fortuna, nessun ferito.
Tali fatti di nervosismo e di insubordinazione, assieme ai furti di vivande nei magazzini o durante i trasporti, non è che siamo all’ordine del giorno, ma non sono nemmeno casi isolati nelle poche carte custodite dall’Orgnani. Tutti gli atti indegni sono stati debitamente segnalati ai rispettivi comandanti di Squadrone Cavalleggeri.
Incarico di comandante del presidio di Betina (Dalmazia) affidato al ten. Giulio Orgnani il 5 febbraio 1943, con firma autografa del colonnello Guido Da Zara, comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Dopo el ribalton del 1943 c’è il rientro a casa dei militari
In una lettera di Antonio Guan dell’8 novembre 1943 indirizzata al tenente Giulio Orgnani di Udine, viene descritta la fuga dal fronte verso casa a Sorrento, nel Meridione d’Italia. Ci sono alcuni errori di ortografia, segnalati qui di seguito con le parentesi tonde, tranne che per i numerosi accenti che sono stati corretti per un’agevole lettura. Nelle parentesi tonde vi sono pure alcune precisazioni redazionali.
Il cavalleggero Antonio Guan, ad un certo punto del suo convulso ritorno a casa, si trova a Loreo, in provincia di Rovigo, allora il 17 ottobre 1943 scrive una cartolina postale al suo tenente per chiedere rispettosamente sue notizie. In queste corrispondenze ci sono molte notizie sui cavalli del Reggimento, segno che i cavalleggeri erano, in un certo senso, affezionati all’animale, loro compagno di sventura balcanica.
Nella seconda parte dell’affettuosa lettera dell’8 novembre, recante un timbro tondo col n. 39, forse di un ufficio di censura, si può leggere: “Ed ora vi sarà qualche piccola spiegazione su come (h)o fatto a recarmi a casa. Quando al nostro bel tempo che si stava tutti riuniti col nostro Regg.to (Reggimento di Cavalleria Alessandria in Zona d’operazioni tra Karlovac e Mostar) si diceva di essere stufi della Cavalleria, erano tutte id(d)ee sbagliate, perché ancora non si aveva provato la Fanteria (allude al fatto che il rientro si svolge per lo più a piedi). Ma io che ora per recarmi a casa a Sor(r)ento (ho dovuto) cam(m)inare la bel(l)ezza di 14 giorni e sempre in mezzo a montagna e bosco vi giuro che avrei preferito aver fatto altri 3 anni di Cavall.(e)ria.
Ordine permanente n. 47 del 10 febbraio 1943 del Comando del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria firmato dal comandante Guido Da Zara e dal colonnello addetto R. Posentino, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Sono arrivato alla mia casa – aggiunge il cavalleggero Antonio Guan – che nessuno più mi conosceva, ero ridotto peg(g)io di un zinghero (zingaro). Tutto stracciat(t)o scalzo e con tutti i piedi rotti (a) forza di cam(m)inare. Per riprendere il cam(m)ino (h)o fatto 12 giorni di riposo. Vorrei es(s)ervi vicino per rac(c)ontarvi tutte le mie venture, vi gi(u)ro che si potrebbe descrivere un romanzo, ma speriamo di rimanere in corrispondenza e così in seguito vi darò mi(g)liori spiegazioni da quell’ultima volta che ci siamo lasciati ad Abbazia, mi sembrava di sentirmi che suc(c)edesse (q)ualcosa non ci ero molto allora come le prime volte. E poi è stat(t)o vero che non ci siamo più visti ed ora vi chiedo scusa del mio mal scritto. Vi ringrazio di vero cuore della gentilezza di rispondermi, se vi farà piacere non mancherò mai di darvi mie notizie. Molti cari saluti a parte degli Amici e così pure della mia Famiglia. Da me distinti saluti. Affez(z).mo Antonio Guan”.
È il caso di ricordare – in conclusione – che dopo l’8 settembre 1943 iniziò in Istria, a Fiume e in Dalmazia l’esodo degli italiani per la paura di finire uccisi nelle foibe, o annegati o fucilati dai titini. La città di Udine accolse oltre cento mila profughi italiani al Centro di smistamento di via Pradamano, vicino alla stazione ferroviaria, per sventagliarli negli oltre cento Centri di raccolta profughi di tutta Italia. L’esodo coinvolse oltre 350 mila persone fino agli inizi degli anni ’60 sotto la pressione jugoslava, in piena guerra fredda. Oltre 65 mila di loro si fermarono in Friuli Venezia Giulia, in base al Piano abitativo dell’Opera Profughi di Roma. Poi ci sono tutti quelli che non hanno fatto domanda per avere la casa e che si sono arrangiati da soli, lavorando sodo e patendo molto.
Ordine del giorno n. 1 del 17 febbraio 1943-XXI del generale C. Lomaglio contenente il necrologio del colonnello Guido Da Zara, 33° Comandante del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, caduto in combattimento il 16 febbraio, contro i ribelli, “in terra di Balcania”, ciclostil. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti archivistiche e collezioni familiari
- Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
- Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli, Udine.
- Collezione Lucillo Barbarino, Resia (UD).
- Collezione famiglia Conighi, Udine.
- Collezione famiglia Riccato, Udine.
- Collezione famiglia Zamparo, Scorzè (VE).
- Della collezione Giulio Orgnani, Udine, oltre a quelli qui riprodotti in immagine, sono stati citati i seguenti documenti nel presente articolo:
Lettera del tenente Carlo Morossi al ten. Orgnani dell’11 giugno 1941, dattiloscritto.
Rapporto del ten. Orgnani al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 29 marzo 1942, XX, datt.
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 3° Squadrone Reggimento Cavalleggeri di Alessandria al Comando della 1^ Divisione Celere “Eugenio di Savoia”, Karlovac, del 5 aprile 1942, XX, datt., cc 2. 
Rapporto del ten. Orgnani, Comandante del 2° Plotone del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, al Comandante del 3° Squadrone Regg.to Cavalleggeri di Alessandria, Stretto / Tisno, del 24 febbraio 1943, XXI, datt., cc 2.
Lettera del cavalleggero Antonio Guan al ten. Organi dell’8 novembre 1943, ms.
Busta affrancata per una lettera espresso al capitano Ferdinando Comotti, spedita per posta militare, timbrata a Udine il 4 settembre 1943-XXI e restituita al mittente, essendo molto ravvicinata la data dell’armistizio del’8 settembre 1943 e la conseguente confusione, datt. Coll. G. Orgnani, Udine

Fonti orali
Si ringraziano e si ricordano le seguenti persone, intervistate a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica, a cura di Elio Varutti, ove non altrimenti indicato:
- Lucillo Barbarino, Matiònawa, Resia (UD), 1941, intervista del 7 luglio 2015.
- Bruno Bonetti, Gorizia 1968, int. del 18 dicembre 2016.
- Sergio Brcic, Zara 1930, int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
- Silvio Cattalini (Zara 1927 – Udine 2017), int. del 10 febbraio 2016.
- Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.
- Elisabetta Missoni Foffani, Roma 1949, int. a Clauiano di Trivignano Udinese del 6 marzo 2016.
- Bruno Perissutti, Zara 1936, int. del 23 luglio 2018.
Cartolina postale inviata dal commilitone Antonio Guan al ten. G. Orgnani il 17 ottobre 1943 da Loreo (RO), ms. Coll. G. Orgnani, Udine

Riferimenti bibliografici
- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume III, 2007, pp. 36-38.
- Emilia Calestani, Memorie. Zara, 1937-1944 (1.a edizione Libero Comune di Zara in esilio e Associazione Nazionale Dalmazia, Modena, 1979), 2.a edizione a cura di Sergio Brcic e Silvio Cattalini, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 2013.
- Antonio Cattalini, La mia città. Zara oggi (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1975), ristampa Udine, ANVGD, 1995.
- Antonio Cattalini, I bianchi binari del cielo (ediz. originale: Trieste, L’Arena di Pola, 1990), 3^ ediz. a cura di S. Cattalini, Udine, ANVGD, 2005.
- Diego Degan "I taccuini di Mario il soldato" «Il Gazzettino», 5 dicembre 2018, p. 18.
- Antonio Faleschini, “Italiani a Spalato (Insegnanti e militari)”, «Rivista Dalmatica», XL, fasc. I, 1969, pp. 79-82.
- Chiara Fragiacomo, Daniele D’Arrigo (a cura di), Alfonso Zamparo. Siamo tornati uomini. Scritture di una deportazione, Udine, Associazione Nazionale ex Deportati (ANED), 2015.
- Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, Roma, Newton Compton, 2014.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.
- Giacomo Scotti, Il battaglione degli “straccioni”. I militari italiani nelle brigate jugoslave: 1943-1945, Milano, Mursia, 1974.
- Oddone Talpo, “Le terre adriatiche nel dramma delle due guerre mondiali”, in Alessia Rosolen, (coordinamento), I dalmati per Trieste. Storia del ‘900 nell’area dell’Adriatico orientale, Dalmati italiani nel mondo, Libero Comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, Trieste, 2001, pp. 23-47.
- Lucio Toth, Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016.
- Elio Varutti, Il Campo profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, Edizioni ANVGD Comitato provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017 (disponibile anche nel web: 2^ edizione, Udine, 2018).
Marcello Tomadini, Donne polacche a Sandbostel 1944, in Marcello Tomadini, Venti mesi fra i reticolati, LX tavole con prefazioni di don Pasa e Guglielmo Cappelletti, Vicenza, Editrice Società Anonima Tipografica, 1946. Si ringrazia per tali materiali di ricerca la famiglia Riccato di Udine

Sitologia
- E. Varutti, Donne fucilate a Spalato 1943, on-line dal 25 febbraio 2016.

- E. Varutti, I Bonetti di Zara nell’esodo dalmata, on-line dal 6 febbraio 2017.


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Servizio giornalistico e fotografico di Elio Varutti. Ricerche storiche e Networking a cura di Gerolamo Jacobson e E. Varutti. Siamo grati per la collaborazione artistica a Sebastiano Pio Zucchiatti.
Per le fotografie dei documenti e dei cimeli storici si è riconoscenti ai familiari di Giulio Orgnani di Udine, che si ringraziano per la gentile partecipazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione nel blog presente.


Zara sotto i bombardamenti 1943-1944, opera del professor Giampiero Bertolini, 2005. La riproduzione su carta (Archivio ANVGD di Udine) è diventata il manifesto della Giornata del ricordo 2008