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domenica 12 novembre 2023

Teodorico Goacci, legionario a Fiume e terzino della Olympia calcio, esule a Bologna

Ecco una storia fiumana poco nota del “terzino valanga”. Teodorico Goacci nacque ad Ancona il 21 febbraio 1898 e seguì a Fiume la famiglia, per il lavoro del babbo al silurificio Whitehead. Il padre era Cesare e la madre Rosina Moroni, una parente del compositore Pergolesi. Avevano dieci figli, come ha scritto Giacomo Bollini nel 2019. Abitavano nelle case destinate agli impiegati del silurificio in viale Italia.

Teodorico Goacci, da "La Voce di Fiume", 1977
Nel 1914 con la Prima guerra mondiale la famiglia, come molti altri italiani, venne internata in Bassa Austria, a Sankt Pölten, dove esisteva un grande campo di raccolta per italiani. Al momento dell’internamento Teodorico, affermato calciatore a Fiume, fu notato da Hugo Meisl, una della maggiori personalità del calcio austroungarico, calciatore e poi allenatore, ed ideatore del famoso Wunderteam, la nazionale austriaca delle meraviglie degli anni ‘30. Meisl lo prese sotto la sua ala protettrice e lo fece entrare addirittura nel giro della nazionale austriaca del periodo di guerra, menomata dalle tante assenze per cause belliche. Teodorico addirittura giocò al Prater di Vienna indossando la maglia del Rapid Wien una partita amichevole contro l’MTK di Budapest, vinta 2-0 dai padroni di casa. Il trattamento privilegiato della famiglia era dovuto alla sua bravura calcistica. Di ruolo difensore, fu definito dalla stampa “il terzino valanga” (Pamich C 1977, p. 4). Gli internamenti di triestini, istriani e fiumani non avvennero solo in Slovenia e Austria. È il fiumano Rodolfo Decleva che ha trattato gli internamenti di sudditi italiani del Quarnaro in Ungheria (Decleva R 2017 : 18).

Alla fine della guerra la famiglia Goacci rientrò Fiume. Teodorico, per anni nel Villaggio operario di Sankt Pölten, era stato percorso dal desiderio di arruolarsi nel Regio Esercito italiano e dare il suo contributo alla guerra, decise di partecipare all’impresa di Fiume dannunziana: desiderando con tutto il cuore l’annessione della sua città adottiva all’Italia. Nel 1919 fu tra i primi italiani di Fiume a mettersi al servizio di D’Annunzio ed evidentemente la sua personalità e la sua intraprendenza si fecero subito notare. Divenne una delle quattro guardie del corpo del poeta-vate tanto che, anche in vecchiaia, amava ripetere con quel suo tipico accento: “Chi voleva andar dal comandante doveva passare sul mi corpo!”, come ha aggiunto Giacomo Bollini. Di notte lui e gli altri tre suoi compagni, letteralmente dormivano fuori dalla porta della camera di D’Annunzio, stesi per terra, a turno, pronti ad intervenire in caso di bisogno.

Una ricerca di Bollini fra il materiale del Vittoriale, che conserva gli archivi della Reggenzaitaliana del Carnaro, ha dato risultati sorprendenti che confermano in tutto e per tutto la storia che da anni, in famiglia, si tramanda. Teodorico è legionario fiumano (Elenco Ufficiale dei Legionari, p. 74), ma viene denunciato il 23 gennaio 1920 per non aver risposto alla chiamata alle armi del Regno d’Italia. A marzo risulta già inquadrato fra i volontari fiumani, nella Compagnia Noferi. Nelle carte dell’Associazione Nazionale Combattenti, Ufficio Stralcio Milizie Fiumane, è chiaramente scritto il suo percorso all’interno delle milizie fiumane: dapprima arruolatosi nel “Sursum Corda”, in data 7 giugno 1919, passò poi al battaglione Baccich-Ipparco– Annibale Noferi, Polizia militare e addetto alla persona del comandante Gabriele D’Annunzio. Il suo arruolamento nelle milizie fiumane è datato 12 settembre 1919. Molti dei suoi documenti sono sottoscritti da una firma eccellente del fiumanesimo: Giovanni Host Venturi.

Teodorico Goacci in età matura. Foto dal blog di Giacomo Bollini

Proprio durante il periodo della Reggenza del Carnaro, Teodorico si sposò, giovanissimo. Al suo matrimonio con l’amica di infanzia Margherita Parenzan partecipò anche D’Annunzio che vergò sulla foto ricordo dello sposalizio un suo autografo accompagnato da un “Eia Eia!”. Pochi sanno che a Fiume, durante il periodo dell’impresa dannunziana, si giocò molto a calcio. Il “vate” ne era molto appassionato e Teodorico non poteva che farsi notare anche in questo frangente. Lo stesso D’Annunzio, nell’intervallo dello storico match dell’8 febbraio 1920 fra la rappresentativa cittadina e il Comando militare dei Legionari, lo chiamò a sé, quale capitano della squadra e gli disse apertamente che, per il suo stacco superbo, pareva avesse “la testa di ferro”. Il 17 agosto 1919 fu in campo come capitano contro la Milanese, una delle partite ancora oggi ricordate dagli annali del calcio fiumano, ha precisato Giacomo Bollini.

Alla fine dell’avventura dannunziana, trovò impiego in ferrovia. Continuò, ovviamente, a giocare a calcio con i colori bianconeri dell’Olympia Fiume per diverse stagioni, fino al 1925. Coma ha scritto Rodolfo Deceva, la prima società calcistica sorta a Fiume fu il Club Sportivo “Olympia” che venne costituita nel 1904, alla quale seguirono successivamente il “Gloria” nel 1917, il Club Sportivo “Fiume” nel 1919 e nel 1920 il Club Sportivo “Tarsia” (Decleva R 2020). Il 2 settembre 1926 il Club sportivo “Olympia” si fuse con il concittadino Club “Gloria” nell’Unione Sportiva Fiumana.

La grande passione di Teodorico per lo sport non era ristretta al calcio: eccelleva anche nel canottaggio (con la società Eneo) e nell’atletica leggera dove si specializzò nel salto in lungo e nel triplo. A Fiume nacquero le sue due figlie, Laura (deceduta il 4 novembre 2023 e molto attiva nell’ANVGD di Bologna) e Verbena. Si ricorda che, nel 1943, dopo l’8 settembre, Teodorico aiutò molti soldati italiani sbandati che tentavano di rientrare in Italia, fornendo loro tute da ferrovieri per poter dismettere la divisa grigioverde e passare inosservati ai numerosi controlli. Non aderì al fascismo, continuando la sua vita di tranquillo lavoratore e padre di famiglia. I “fasti animosi” della sua gioventù ormai erano alle spalle. Quando a fine guerra Fiume venne ceduta alla Jugoslavia, non volendo vivere da estraneo in un paese straniero, trasferì tutta la famiglia, che oramai si era allargata, in Italia, raggiungendo prima uno dei fratelli, Omero, a Ferrara, e poi raggiungendo Bologna, dove aveva trovato nuovamente un impiego in ferrovia. La sua famiglia visse per breve tempo nel Villaggio dei Profughi giuliano dalmati, trovando poi presto una sua sistemazione cittadina decorosa. Nonostante i tanti racconti terrificanti fatti sul primo trattamento riservato agli esuli giuliano dalmati a Bologna, nella famiglia Goacci non risulta alcun tipo di maltrattamento ai loro danni da parte dei loro nuovi concittadini bolognesi.

Oramai in pensione, Teodorico a Bologna fece ancora l’allenatore del settore giovanile di alcune squadre, fra cui l’Unione Sportiva Compressori Grazia-Secchiarapita. Un infarto fulminante lo portò via all’affetto dei suoi cari il 28 giugno 1977, all’età di 79 anni.

Ruolino del terzino destro Teodorico Goacci – 7° nella classifica di tutti i tempi delle presenze nell’olympia con 57 partite

Periodo

Squadra

Nazionalità

1917-1919

Libertas St. Pölten

Austria

1919-1921

Olympia Fiume

Reggenza del Carnaro

1921-1925

Olympia Fiume

III e II Divisione, Italia

1925-1927

Dopolavoro Ferroviario

Unione Libera Italiana del Calcio

1927-1929

Fiumana B

Italia

Fonte: Giacomo Bollini, 2019

Una precisazione necessaria - Da un altro contributo scritto non risulta che a Sankt Pölten vi fossero campi di internamento per italiani nella Grande guerra. Come ha precisato Igor Mandich, piuttosto le famiglie delle maestranze del silurificio furono là trasferite in conseguenza del trasloco del silurificio di Fiume, avvenuto nel 1915, per proteggerlo dai bombardamenti italiani, che infatti colpirono dal 1916. È con il massimo rispetto nei confronti dei famigliari che hanno trasmesso il loro ricordo su Teodorico Goacci che si propongono le seguenti precisazioni.

Levassich Emilio a Sankt Pölten nel 1918. Collez. Igor Mandich
“La stessa sorte – ha aggiunto Igor Mandich – capitò al mio bisnonno materno Emilio Levassich, di  famiglia triestina, ma originaria dall’isola di Brazza, che mi accomuna all’amico Bruno Bonetti. Il bisnonno lavorò presso il silurificio a Sankt Pölten nel periodo 1915-1918. Come si vede dalla cartolina allegata, che lui spedì a casa per salutare la famiglia, le condizioni non erano certo quelle di un prigioniero o di un osservato speciale, ma semplicemente quelle di un impiegato in trasferta, trattato anche piuttosto bene direi”.

Retro foto Sankt Pölten, Levassich Emilio 1918. Collez. Igor Mandich

“Sono molto chiare invece le condizioni nei campi di prigionia Austriaci e Ungheresi, attivi durante la prima guerra mondiale – ha concluso Mandich – che non lasciavano certo lo spazio per coltivare il giuoco del calcio: Tápiósülyi (149 morti), Wagna (2.920), Pottendorf (650) e Wurmberg (90). Conosco bene questa parte di storia, in quanto Compassi Guido, nato a Fiume nel 1899 (fratello di mio nonno Compassi Gustavo) fu rinchiuso a 16 anni a Tápiósülyi (Ungheria) e tornò vivo, ma si trascinò tutta la vita con grossi problemi polmonari che lo uccisero a soli 43 anni (anche in questo caso allego cartolina che i suoi genitori, Gustavo Sr. e Margherita, gli indirizzarono presso il campo in cui era confinato). All’inaugurazione del monumento che ricorda i morti italiani, avvenuta nel 1996, era presente mio padre Alfio Mandich, di Fiume”.

Margherita Bursa e Gustavo Compassi. Collez. Igor Mandich
Proprio Alfio Mandich, nato a Fiume il 9 ottobre 1928 e deceduto a Genova l’11 gennaio 2006, è stato un grande calciatore italiano, di ruolo jolly difensivo. Come molti fiumani, dopo l’esodo, fu accolto nel Centro raccolta profughi di Laterina, in provincia di Arezzo.

Margherita Bursa e Gustavo Compassi, retro. Collez. Igor Mandich

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Cenni bibliografici

- Giacomo Bollini, Storie di famiglia: il nonno di mio zio Teodorico Goacci, legionario fiumano, on line dall’8 agosto 2019 su emiliaromagnaalfronte.com

- Rodolfo Decleva, Piccola storia di Fiume 1847 – 1947, ilpigiamadelgatto, II edizione, Sussisa di Sori (GE), 2017.

- Rodolfo Decelva, Calcio fiumano. Il Club sportivo “Tarsia”, post in Facebook del 19 settembre 2020.

- Luca Di Benedetto, El balon fiuman quando su la Tore era l’Aquila, Borgomanero (NO), Litopress, 2004.

- Elenco ufficiale dei legionari fiumani depositato presso la fondazione del Vittoriale degli italiani in data 24/6/1939, PDF.

- Igor Kramarsich, “Olympia. Così il pallone si racconta”, «La Voce del Popolo», 25 novembre 2021.

- Igor Mandich, lettera e-mail all’Autore del 10 novembre 2023.

- Cesare Pamich, “Teodorico Goacci”, «La Voce di Fiume», 3 marzo 1977, p. 4.

Altri riferimenti nel web

- Fernando Pellerano, “Il Villaggio dimenticato con gli eredi degli esuli”, «Corriere della Sera, Corriere di Bologna» 2 giugno 2015, p. 1.

- Elio Varutti, Antologia del calcio a Fiume, 1904-1956, on line dal 5 ottobre 2020 su varutti.wordpress.com

Ringraziamenti – Gran parte dell’articolo presente è liberamente ripresa dalle parole di Giacomo Bollini, discendente del “terzino gladiatore” Teodorico Goacci. Ringraziamo sentitamente, quindi, il blog di Bollini per la pubblicazione in queste pagine. Si ringrazia pure Igor Mandich per le precisazioni qui contenute.

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Progetto e ricerche a cura di Elio Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Chiara Sirk (ANVGD Bologna), Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo), Igor Mandich (Genova), Sergio Satti (ANVGD Udine) e i professori Enrico Modotti ed Ezio Cragnolini. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web: https://anvgdud.it/


venerdì 24 aprile 2015

Aldo Ghirardello artista a Udine

In una location assai intrigante ed inusuale mercoledì 22 aprile è stata inaugurata alle 17,30 a Udine con un folto pubblico, per lo più di specialisti, la mostra «Percorsi di ricerca 1990-2015» di Aldo Ghirardello

Aldo Ghirardello mentre spiega al pubblico una delle due opere all'aperto: Altarino in blu, tecnica mista su pannello in legno, cm 80 x 100, 1993. Sottoportico di Palazzo Caiselli, Udine.

L’esposizione dell’artista, udinese di adozione – è docente all’Istituto Statale d’Arte “Sello” di Udine –, ritorna sui passi della sua carriera. Si va dalla pittura (matite, olio, acquerello, tempera, tecniche miste) fino alle performance. Il tutto non in un museo, non in una galleria d’arte, bensì tra gli spazi dell’Università di Udine restaurati da alcuni anni. Si tratta di un palazzo di una famiglia nobiliare del Friuli, in vicolo Florio 2.
Originale proprio originale l’area espositiva, dato che la mostra ha luogo secondo una serie di stazioni, secondo una serie di varie contaminazioni – mi viene in mente la total contamination di Pier Paolo Pasolini, con i dovuti distinguo. Siamo a palazzo Caiselli, nell’ambito del programma di esposizioni che il Dipartimento di storia e tutela dei beni culturali dell’ateneo friulano dedica agli artisti che operano nel territorio. Idea senza dubbi vincente. Tra l’altro è una buona occasione per il pubblico udinese e friulano di vedersi le varie stanze del palazzo, che non sono trascurabili.

Aldo Ghirardello, Altarino, tecnica mista su porta in legno, cm 40 x 170, 1994. Corte di Palazzo Caiselli, Udine 

Video del collettivo "La Badini"

Ghirardello, nato a Vicenza nel 1963, si è laureato al Dams di Bologna in Psicologia delle arti. Collabora col gruppo artistico "La Badini". Rappresenta l’ala più effervescente dell’arte contemporanea friulana. Dopo gli esordi negli anni ’80, con esposizioni nella ‘Casa del Mantegna’ a Mantova, all'Arte Fiera di Bologna, alla galleria ‘Diecipuntodue Arte’ di Milano, alla ‘Romberg’ di Latina e al Trevi Flash Art Museum a Palazzo Lucarini, nei decenni seguenti l’artista ha affrontato i temi caldi a lui più congeniali. Allora si va dalla durezza e dall’evanescenza della vita, fino all’esasperazione della quotidianità, mostrando i corpi, i volti e i ritratti, finché sta nel campo figurativo, mediante un’interpretazione del tutto particolare, surreale, ironica. Talvolta affronta il settore astratto, lasciando le parti “non finite”, per suggerire all’osservatore chissà quale messaggio. Forse disagio? Sicuramente ansia. È quasi un “Balthus locale” (oserei dire un “Balthus padano”, tanto per individuare rilassanti identità fluviali…) negli interni di famiglia, che offrono uno struggente quadretto di vita familiare dei decenni passati.

Aldo Ghiradello, Questione di geni, installazione con pupazzi di pezza, 2009. Palazzo Caiselli, Udine, piano terra.

Pino Roveredo di lui ha scritto che trattasi di un pittore “che trattiene gli istanti di una vita già avvenuta”. Il riferimento è appunto alle tracce iconiche degli album di famiglia per trasferire in pittura attenta, quasi rinascimentale, la memoria  individuale e quella collettiva. Si possono riconoscere in certi quadri di Ghirardello le prime fotografie domestiche pure dei nostri ricordi o dei nostri cari. Sono immagini da tardo boom economico o da prime crisi politiche degli anni Sessanta dello scorso secolo. Lo scavo psicologico è lì che si getta nella mischia. Attenzione a non rimanervi coinvolti. Guardate, ammirate e pensate alle vostre situazioni con un pensiero positivo. Così l’arte può servire anche da terapia.
La rassegna sarà visitabile fino al 15 maggio 2015, da lunedì a venerdì, dalle 8 alle 18.30. Vedi info su:  qui.uniud.it e-magazine dell'Università degli Studi di Udine.


Aldo Ghirardello, Rifigurazioni. Pinocchio, tecnica mista su pannello di poliestere, cm 60 x 120, 2014. Palazzo Caiselli, Udine, piani superiori.
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Ora impiego qualche parola sul luogo dell’esposizione: il palazzo Caiselli, dal sito dell’università.
Al Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni Culturali (DIBE) appartengono docenti e ricercatori di varie discipline, che si possono raggruppare in quattro settori principali: area storico artistica, area archeologica, area archivistico libraria, area storica e filologica. Dal 2008 il Dipartimento ha la sua sede in Palazzo Caiselli. I conti Caiselli, alla metà del XVII secolo, acquistarono alcuni edifici in "Borgo San Cristoful", con l'intento di accorparli per realizzare un unico grande palazzo. Nel 1658 già erano iniziati alcuni lavori di trasformazione, ma dovette passare quasi un secolo e mezzo prima che l'opera potesse dirsi conclusa. Solo all'inizio dell'Ottocento, infatti, la fabbrica assunse il suo aspetto attuale, grazie alla realizzazione della facciata neoclassica progettata dall'architetto francese Jean Le Terrier de Manetot. I Caiselli, colti mecenati, fecero decorare molte sale del palazzo da abili artisti, fra cui spicca il nome di Giambattista Tiepolo (che realizzò il dipinto La Virtù e la Nobiltà trionfano sull'ignoranza, 1740, oggi ai Musei Civici di Udine).
A tali vicende ha fatto seguito un periodo di degrado e di manomissioni, che si è protratto quasi per l'intero Novecento.

Divenuto proprietà dell'Università degli Studi di Udine, il palazzo, fra il 2001 e il 2004, è stato finalmente oggetto di un complesso restauro, grazie al quale sono state recuperate significative testimonianze architettoniche e decorative e sono stati eseguiti gli interventi necessari per destinarlo a sede del Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni Culturali.

L'ultima stazione della mostra «Percorsi di ricerca 1990-2015» di Aldo Ghirardello. Titolo: Rifigurazioni. Il suo mondo, tecnica mista su pannello in poliestere, cm 60 x 120, 2009. Palazzo Caiselli, Udine. Foto di Elio Varutti, fin qui...

Un ritrattone, come l'ha chiamato l'autore. Fotografia di Ale Loni. Palazzo Caiselli, Udine, pianerottolo scale.


Aldo Ghirardello in un bello scatto di Ale Loni. Udine, corte di Palazzo Caiselli, 22 aprile 2015 ore 17,30.


venerdì 26 dicembre 2014

Natale dell’esule 2014 a Udine. I ricordi del treno della vergogna

Udine. Sembrava un Natale dell’esule come tanti altri. Molti di tali incontri di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, di loro parenti, amici e conoscenti si sono rivelati dei piacevoli ritrovi per ricordare i tempi passati e farsi una cantata. Anche questa volta i cori spontanei de “Quei de Pinguente”, guidati da Eda Flego procedevano alla grande, concludendosi con l’immancabile “Mula de Parenzo”.

Nella fotografia: Mons. Ottavio Belfio celebra la messa nell'Oratorio della Purità

Non mi sarei mai immaginato di incappare in una viaggiatrice del cosiddetto treno della vergogna, l’esempio più squallido della brutta accoglienza da parte della “Matrigna Italia” per chi scappava dalle terre perse della Venezia Giulia dopo la seconda guerra mondiale.
Al mattino, alle 11, il ritrovo era nell’affollato Oratorio della Purità, sotto gli affreschi di Giovanni Battista e Domenico Tiepolo, del 1759. La santa messa di monsignore Ottavio Belfio è stata impreziosita dall’Aquileiensis Chorus, diretto dal maestro Ferdinando Dogareschi. Al termine della cerimonia, presentato dall’ingegner Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Furio Honsell, sindaco di Udine, ha portato il saluto della città con significative parole.


 Furio Honsell, sidaco di Udine alla messa nell'Oratorio della Purità
 I dirigenti dell'Anvgd di Udine alla cerimonia religiosa, con Cattalini al centro
Poi il coro si è esibito in un apprezzato mini concerto. Sono stati eseguiti quattro canti natalizi, in inglese, in tedesco e in italiano. Molto interessante, in veste antropologica, è stato il coro dei questuanti della notte di Natale dell’antica Rovigno. Poi il gruppo si spostato all’Astoria Hotel Italia, per l’aperitivo e per il pranzo.
Dopo uno scambio di doni, il pubblico, composto da oltre 70 commensali, ha assistito alla proiezione del DVD “Zara e dintorni”, di Fulvio Pregnolato, su testi di Silvio Cattalini e fine dizione di Chiara Gremese. La riunione ufficiale si è chiusa con la consegna del sigillo con il rilievo del Duomo di Sebenico ai soci più attivi. Tra i premiati si sono visti Giorgio Gorlato, esule di Dignano d’Istria, e la moglie Graziella Brusin. Poi c’erano l’architetto Franco Pischiutti, Fulvio Pregnolato e Chiara Gremese, esule da Fiume.

Sul treno della vergogna c’ero anche io. Ricordi dell'esodo giuliano dalmata 1945-1947

Il paragrafo seguente è stato pubblicato nel web su www.friulionline il 24 dicembre 2014, con lo stesso titolo proposto in questo articolo.
“Son venuda via da Pola il 17 marzo 1947 col penultimo trasbordo del piroscafo Toscana”. Inizia così il racconto dell’esodo istriano della signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936.

Elio Varutti e Luciana Luciani

- Perché siete venuti via? 
“Jera tanta tension, la paura delle foibe e mia mamma Elisabetta Rocchi, nata a Rovigno, la gà dito: magnerò na volta sola al giorno, ma vado in Italia”.
- Come fu la partenza? 
“Non ricordo molto di quella partenza – ha aggiunto – perché la mia testa deve aver cancellado tutto. E con i miei genitori se parlava poco de quei fatti. Me dispiase, dovevo domandar, dovevo scriverme qualche cosa. Arrivo ad Ancona e semo subito caricadi sul treno per Parma e La Spezia, perché mio papà jera già a La Spezia, dal arsenal de Pola a quello de La Spezia”.
Secondo la letteratura degli esuli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, cacciati dalle loro terre tra il 1943 e gli anni cinquanta, per la pulizia etnica iugoslava, quello è il treno della vergogna. Alla stazione di Bologna fu attuata una manifestazione dai ferrovieri comunisti contro quegli italiani chiamati fascisti. Non fu concesso nemmeno di dare un po’ di latte caldo ai bambini del treno. Ormai è storia d’Italia anche questa. Lo sta descrivendo Simone Cristicchi nelle decine di repliche del suo spettacolo Magazzino 18, dedicato al grande contenitore di masserizie dei profughi istriani del porto di Trieste. “Quello che Cristicchi dice – aggiunge la Luciani – è tutto corrispondente alla realtà”. 

- E poi cosa successe?
“Non capivamo come mai si stava tanto fermi dentro quel treno – prosegue la testimonianza – a Ancona ricordo un lampion che se speciava su una pozzanghera del marciapiede vicin del binario e a Parma, siccome el Campo Profughi de La Spezia jera pien, le donne gà dormido in un convento coi bambini e i omini alla Casa del Reduce, dopo semo rivadi a La Spezia, ma no i voleva vignir a scaricarne, gà dovudo intervenir i camion de la Marina Militare”.
- Siete passati dal Campo Profughi? 
“Sì, de giorno con la mamma se stava alla caserma ‘Ugo Botti’, che jera una specie de campo profughi, con stanze, fatte coi separè, letti a castello”.
- Altri ricordi di Pola? 
“Sì, jera le manifestazioni politiche su un marciapiede col tricolore per l’Italia e, di fronte, con le bandiere rosse pro-Tito; volavano grida, insulti di ogni tipo e, in mezzo, jera i bacoli neri, che jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel. Prima de partir i ne gà dà 3 etti de ciodi e un poche de stecche de legno per imballar i mobili, così gà fatto mio papà e le nostre robe le jera alla Giudecca de Venezia per cinque anni, finché no gavemo avudo la casa dei profughi istriani occupadi a l’arsenal, la casa jera a Ribocco, un quartier de La Spezia”. 
- E poi? 
“Gò studiado a Pisa de infermiera, dopo gò vinto un posto all’Enpas di Catanzaro e lì me son sposada, adesso son qua esule a Udine, vicin de l’Istria, ma non me piase tornar a Pola”. 
- Come mai? 
“Gò un grosso senso de distacco”.
Qualcuno del treno della vergogna ebbe la fortuna di viaggiare nei vagoni passeggeri “quei coi sedili de legno”, come ricorda la signora Luciani. Ad altri profughi, spediti da Udine a Trapani toccò addirittura il carro merci scoperto! 
“Il mio esodo inizia a Gorizia – dice Savina Fabiani, nata a Ravenna nel 1933, poi trasferita in provincia di Gorizia con la famiglia – era l’ottobre del 1945, la mia famiglia stava su una jeep americana, poi a Udine ci hanno fatto salire su un treno merci con i vagoni scoperti, nove giorni di viaggio fino a Trapani”. 
- E se pioveva? 
“Gavemo verto le ombrele, ma i miei genitori erano contenti, perché eravamo salvi”. 
- A Udine ci fu accoglienza per i profughi? 
“Mi ricordo che le crocerossine ne gà dà la minestra calda de risi e bisi, la jera cussì bona”. 
- Quanto jera longhi i risi? 
“Tanto, tanto, anzi i aveva una forma de ‘x’ da tanto che i jera cotti, ma jera proprio boni”.
L’occasione di queste interviste è sorta durante il pranzo del Natale dell’esule, svoltosi a Udine il 14 dicembre 2014, per l’organizzazione del Comitato Provinciale dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia, alla cui presidenza c’è, da quasi quaranta anni, l’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara. Proprio sul viaggio a “Zara e dintorni”, tenutosi di recente, era il filmato mostrato agli oltre 70 commensali, per la regia di Fulvio Pregnolato, su testi di Cattalini e voce narrante di Chiara Gremese, esule da Fiume. All’incontro religioso, svoltosi in mattinata nell’Oratorio della Purità, ha partecipato anche Furio Honsell, sindaco di Udine. 

 Chiara Gremese, Fulvio Pregnolato e Silvio Cattalini col sigillo di Sebenico

 L'architetto Franco Pischiutti premiato col sigillo di Sebenico e Cattalini

 Giorgio Gorlato al tavolo dei Cattalini

 Al centro, Silvio Cattalini che premia Graziella Brusin e Giorgio Gorlato col sigillo

      Graziella Brusin, Armando Delzotto, Renzo Piccoli ed altri soci e simpatizzanti dell'ANVGD al pranzo di Natale dell'esule 2014 all'Astoria Hotel Italia

Si propone ora uno stralcio della ricerca svolta da un'allieva dell'Istituto Stringher di Udine nel 2005.

SCAPPARE DALL’ISTRIA IN BARCA

La nostra terra era passata alla Jugoslavia. Nel 1949 io, mio marito Severino, i suoi fratelli Antonio e Giulio (*) e i loro genitori Domenica e Giacomo facemmo domanda per l’opzione italiana [all’autorità iugoslava].
La domanda di trasferimento fu accettata solo per Giulio, che era cappellano e partì subito e per Domenica e Giacomo (partiti nel 1956).
Io partii da Lussingrande con le figlie nel 1958 per raggiungere mio marito [che era già scappato]. Severino e Antonio scapparono il 1° maggio 1956 con una barca a remi. sbarcarono a Fano, vicino a Senigallia, provincia di Ancona. [La corrente li aveva portati lì.]
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(*) Si tratta del Monsignore Giulio Vidulich, Lussinpiccolo, Pola 1927 - Percoto, Udine 2003. 
Fu pievano di Porpetto (provincia di Udine). Aveva studiato al seminario di Zara. Fu molto vicino agli esuli e all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.

Nome e cognome dell’intervistata: Narcisa D.
Anno e città di nascita: 1928, Lussingrande (Pola). Data dell’intervista: 1 giugno 2005
Intervistatrice: Monica C., Classe 2^ A commerciale, Istituto “B. Stringher”, Udine

 professoressa Elisabetta Marioni, Storia