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giovedì 12 luglio 2018

Fiume bombardata, diari e testimonianze, 1944 -1945. Il caso Centocelle


Devastanti e sconvolgenti sono stati i bombardamenti anglo-americani su Fiume del 1944-1945. Pure i tedeschi si diedero da fare! In questo blog abbiamo già pubblicato degli articoli sul tema, come ad esempio quello intitolato: “Esuli da Fiume a Udine e Novara. La famiglia Celli in Campo profughi, 1948”, on-line dal 3 luglio 2018, con le osservazioni di un testimone d’eccellenza: Aldo Tardivelli, nato a Fiume nel 1925.
Fiume, 2 maggio 1945 - Rione di Centocelle dopo che i tedeschi fecero esplodere la polveriera. Fotografia pubblicata in Facebook da Elio Celli

Il resoconto di Tardivelli peraltro si accosta, per certi aspetti, al Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945, on-line in questo stesso blog dal 7 giugno 2016. C’è poi questo breve, ma tenero, brano: Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.
Veniamo ora ad altri contributi e alla citazione di un altro Diario del periodo, scritto in questo caso da un militare della Milizia di Difesa Territoriale (MDT), di stanza a Fiume e dintorni dal 4 ottobre 1944 al 15 maggio 1945. L’autore è Torquato Dalcich, alias di Aldo Quattrocchi e l’ha prodotto in dattiloscritto, a Firenze nel 1987 e, più tardi, è stato messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali di Napoli
Andiamo con ordine. Riguardo ai raid aerei contro Fiume nella seconda guerra mondiale ci sono state due testimonianze scritte su Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!”, il 4 luglio 2018.
Nereo Ambrosio, il 4 luglio 2018, ha scritto nel citato gruppo: “Sotto uno dei bombardamenti [a Fiume] del novembre 1944 moriva a soli 18 anni mio zio Nereo, del quale porto il nome. Studente dell’ultimo anno dell’istituto nautico. Mio nonno Giovanni era vigile del fuoco e quel giorno era di servizio ambulanze come autista ed interveniva per soccorrere le povere vittime. Nella concitazione di quei momenti caricarono il figlio ferito da sei schegge di bomba ai polmoni sulla sua ambulanza, ma lui lo vide solo dopo essere giunto all'ospedale, ormai deceduto - R.I.P.”.
Perché gli alleati bombardavano Fiume? C’erano il porto, i cantieri navali, il punto franco, la stazione ferroviaria, varie caserme e le fabbriche, come la Manifattura Tabacchi, il silurificio Whitehead, lo stabilimento Rivolta, la Raffineria Oli Minerali Società Anonima (ROMSA), tanto per fare qualche esempio.
Cartolina di Fiume, anni '20. Archivio ANVGD Udine

La distruzione nazista del rione Centocelle 
Elio Celli, nato a Fiume, ha aggiunto queste righe di testimonianza il 6 luglio 2018: “Fiume, Rione Centocelle, settantadue anni fa. Nella notte del 1° e 2 maggio 1945, i tedeschi fanno saltare in aria la polveriera e i depositi di munizioni della galleria di Centocelle. Fu una deflagrazione terrificante che squassò la galleria blindata e scaraventò sulle case pietrame e materiale vario tra vampate di fuoco. Abitavo in Centocelle, terza fila via Pola n° 30, avevo 10 anni e mezzo. Quella notte fummo dirottati nel rifugio di via Valscurigne, a distanza di sicurezza dal luogo dell’esplosione preannunciata dai tedeschi. Dopo una lunga e ansiosa attesa nel rifugio si udì un boato, a quel punto gli uomini dell’Unione nazionale protezione antiaerea (UNPA) ci dissero di rientrare tranquillamente nelle nostre case e così facemmo.
Quando mai? Ci fu un terribile equivoco che poteva costarci la vita. L’esplosione che sentimmo al rifugio riguardava un altro deposito di esplosivi situato più a monte da quello di Centocelle, ma questo purtroppo lo venimmo a sapere il giorno dopo, cioè dopo il patatrac. Io e mio fratello spaventati ci mettemmo nel letto con i nostri genitori, la luce nella camera era ancora accesa quando una terrificante esplosione fece scoppiare tutti i vetri delle finestre, le ante degli armadi si aprirono con violenza, fummo coperti dai calcinacci del soffitto, credetti alla fine del mondo! Nella cameretta a due letti riposava la mia nonna, il letto accanto dove di norma dormiva mio fratello era spezzato a metà, fracassato da un enorme masso piombato attraverso il tetto, fece un tale buco da quale si vedeva il cielo.
A distanza di decenni ci fu una canzone “Il cielo in una stanza”, allora mi venne in mente la cameretta della mia nonna. La dimensione del masso era grossomodo come un vecchio televisore. La distanza della nostra casa dalla polveriera era, in linea d’aria, a non più di cento metri. Uscimmo di casa a fatica superando cumuli di detriti, legnami, infissi delle case distrutte, il vario contenuto all’interno della galleria… sputato fuori. C’erano cumuli di macerie tra le quali ardevano fiammelle di vari colori dal blu al rosso, al giallo, l’aria fumosa e velata da ceneri con un odore acre di polveri da sparo, odore di bruciato, un cimitero notturno, uno scenario dantesco. Oggi sul luogo dove c’era la polveriera passa la strada E61 - Kvarnesk Autocesta”.
Immagine dal Diario di Torquato Dalcich, che si ringrazia per la riproduzione e pubblicazione

Il Diario di Torquato Dalcich
Passiamo al Diario di Torquato Dalcich. Si precisa che tale testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori, tuttavia è molto interessante per la situazione di Fiume nel periodo 1944-1945. Nel Diario di Torquato Dalcich sono menzionati i ritrovi mondani, se possiamo dire così, del capoluogo del Quarnero, come il Caffè Centrale in Piazza Dante, la pasticceria Panciera, il teatro “La Fenice” e la trattoria L’Ornitorinco di quei tempi.
In realtà c’era una gran fame e i generi alimentari, ad un certo punto non vengono più distribuiti neanche con la tessera ai civili. C’era tanta borsa nera, con cui si arricchirono diversi loschi individui. C’era il “borsaro nero” Ambrosich, che denunciava ai titini gli italiani… c’erano i bagarini di Sussak, che vendevano clandestinamente qualsiasi cosa. Ci sono una quantità di incredibile di eserciti non tutti in conflitto tra di loro, ma tutti con sospetti, defezioni, tradimenti e scarsa umanità. Era un vero guazzabuglio. C’erano i militari italiani della Repubblica di Salò, i militari italiani badogliani (cobelligeranti degli alleati, che bombardavano Fiume), i tedeschi, le Waffen SS tedesche, la Gestapo, i cetnici (monarchici jugoslavi, poi collaborazionisti dei nazi-fascisti), i belagardisti (Guardie bianche slovene collaborazioniste dei nazi-fascisti), i nediciani (truppe serbe, seguaci di Milan Nedić, collaborazionista dei nazi-fascisti), gli ustascia di Pavelić (nazi-fascisti), i musulmani o volontari bosniaci nelle Waffen SS, i partigiani titini, i gappisti (Gruppi d’azione patriottica, di ispirazione comunista, operavano in città), i druzi (generalmente ogni partigiano jugoslavo), le staffette partigiane e il Comitato di Liberazione Nazionale fiumano (filo-partigiano).
L’esplosione della polveriera di Centocelle a Fiume procurata dai nazisti in fuga è confermata dalle parole del Diario di Torquato Dalcich che, in data 3 maggio 1945, ha scritto: “Oggi Fiume è stata occupata dalle bande titine. Qualche ora prima i nazisti, ponendo in atto l’ultimo inutile vandalico gesto, hanno fatto saltare in aria la polveriera di Centocelle, che ha causato il crollo di numerose case e la morte dei suoi abitanti” (a pag. 44).
Fiume, sede della Banca d'Italia. L'edificio fu costruito dall'Impresa Carlo Conighi, Fiume e Abbazia. Cartolina da Internet

Tra le altre, nel Diario di Dalcich sono menzionati alcuni nomi di trucidati dai titini che non si leggono nel volume bilingue (italiano croato) di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski intitolato Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), edito a Roma nel 2002. Accenno, ad esempio, al capitano marittimo Baveri di Volosca, fucilato dai titini nell’agosto 1945 (pag. 25 del Diario Dalcich).
Altri nomi di militari vengono menzionati da Dalcich pur essendo stati uccisi in Lombardia e non a Fiume o nei suoi dintorni. Ad esempio c’è la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, cieco di guerra, che teneva conferenze a Fiume nel 1944 al teatro “La Fenice”. A Milano fu “trascinato fuori dalla sua casa – ha scritto Dalcich con qualche imprecisione – e assassinato il 29 aprile 1945, morì stringendo fra le mani la scarpetta della sua bimba di soli sette mesi”. Stessa sorte capitò al colonnello Balzella, che operò in Albania e poi fu comandante della Guardia Nazionale Repubblicana a Brescia, imprigionato dopo il  25 aprile, fu bastonato fino a fargli perdere la vista e poi fucilato sugli spalti del castello lombardo (p. 8 del Diario Dalcich).


Epilogo
Per la precisione i partigiani di Tito entrarono a Fiume il 3 maggio 1945. Scesero da Drenova e intorno alle ore 10 e mezza pure da Sussak, in fila per due molto guardinghi lungo Via Roma. Malconci, qualcuno era perfino senza scarpe, erano essi preceduti da reparti di sminatori jugoslavi e “da cinque carri armati tipo T-34 Stalin” (Diario Dalcich, p. 41).
Secondo gli storici marxisti quella fu la liberazione dal nazi-fascismo. Secondo altri studiosi fu un’occupazione, perché poi fu perseguitata la maggioranza degli abitanti di sentimenti italiani.
Iniziarono di lì a poco i sequestri di beni e di persone, come quello di Riccardo Gigante, prefetto della Provincia del Carnaro, avvenuto proprio il 4 maggio, “arrestato dagli slavi, venne tradotto a Castua ed ivi subì il martirio”. (Bollettino di Informazioni, Centro Studi Adriatici, Roma, IV, supplemento al n. 141 del 10 ottobre 1953, f. 10-11, ciclostilato).
Proprio a riguardo dell’uccisione del prefetto Gigante si riporta la seguente notizia ANSA di Trieste, del 10 luglio 2018: “Si sono conclusi il 7 luglio scorso gli scavi della fossa di Castua (Kastav), a 12 chilometri da Fiume (Croazia), luogo dove il 4 maggio 1945 avvenne l’uccisione del senatore Riccardo Gigante e di nove suoi compagni per decisione dell’Ozna, la polizia comunista jugoslava.
Lo ha comunicato il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del Ministero italiano della Difesa (Onorcaduti) alla Società di Studi Fiumani di Roma, che ha ricevuto conferma dal console d'Italia a Fiume, Paolo Palminteri, e da FederEsuli.
Ora i resti umani e gli oggetti ritrovati saranno sottoposti a esame dall’ufficio di medicina legale; le pratiche successive per l’identificazione sono in corso e in settembre si prevede il rimpatrio. L’iniziativa è stata avviata anche in seguito a una segnalazione della Federazione delle Associazioni degli Esuli al precedente governo, in base a uno studio dello storico Amleto Ballarini autore insieme con il croato Mihael Sobolevski del volume "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)", pubblicato nel 2002 dal Mibact.
A Castua i connazionali furono uccisi senza processo da un reparto di partigiani jugoslavi per decisione dell'Ozna”.
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Bombardiere britannico a Fiume nel 1945. Fotografia diffusa da Samuele Mosconi, nato nel 2000, nel gruppo di Facebook “Le guerre degli italiani” il 12 luglio 2018, che si ringrazia per la pubblicazione in questo blog
Fonti digitali

- Nereo Ambrosio, Vicenza 1956, vive a Senigallia, messaggio in Facebook nel gruppo intitolato “Un Fiume di Fiumani!” del 4 luglio 2018.

- Elio Celli, Fiume 1934, esule a Brescia, messaggio in Facebook del 6 luglio 2018.

Sitologia sull’esodo da Fiume


- E Varutti, La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947, on-line dal 23 febbraio 2016.

- E. Varutti, Scampar da Fiume co la cavra Vava, 1943, on-line dal 2 marzo 2016.

- E. Varutti, Via da Fiume nel 1944, colpa dei partigiani, on-line dal 14 aprile 2016.

- E. Varutti, Memorie italiane dei Lupetich su Fiume, esodo 1947, on-line dal 2 luglio 2016.

- E. Varutti, Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA, on-line dal 13 ottobre 2016.

- E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, on-line dal 30 gennaio 2017.

Fiumani che emigrano in Brasile nel 1951. Scheda di registrazione di Francesco Licheri. Immagine diffusa in Facebook da Paola Dispoto, Bari 1976, che vive a Saarbrücken (D). La si ringrazia per la divulgazione e pubblicazione di questo importante documento familiare del suo prozio


- E. Varutti, Fiume 1938 scocca l’amore. Poi, guerra ed esodo, on-line dal 1° aprile 2017.


- E. Varutti, Esodo da Fiume, i ricordi di Mirella Tainer, emigrata in Illinois, on-line dal 14 maggio 2018.

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Bibliografia
- Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibact), Direzione generale per gli archivi, 2002.

- Torquato Dalcich, Un diario (1944 – 1945), Larghi stralci tratti da Torquato Dalcich, anagramma di Aldo Quattrocchi, Firenze, 1987, dattiloscritto in formato PDF messo in rete dall’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (I.S.S.E.S.) di Napoli. Si avvisa che il testo appare datato e non privo di varie imprecisioni ed errori.
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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
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giovedì 13 ottobre 2016

Arrigo Di Giorgio, morto a Fiume nel 1944 sotto le bombe USA



Morire a Fiume, nel 1944, durante un bombardamento americano. È successo così a Arrigo Di Giorgio, nato a Fiume il 15 giugno 1928. Arrigo aveva sedici anni il giorno della sua morte. Era il 5 novembre 1944. La guerra è tremenda.
 
Certificato di studio di Arrigo Di Giorgio, Fiume 1938. 
Collezione privata, Udine

I familiari, dopo l’esodo, si sono tenuti nel cuore e nel cassetto dell’armadio le immagini qui riprodotte e tutta la sua storia zeppa di dolore. Chissà quante lacrime hanno versato guardando queste immagini? Come si fa a mettere in piazza una vicenda così intima?
Dopo la morte dei protagonisti diretti dell’esodo, avvenuta in questi ultimi anni, alcuni discendenti di Arrigo mi hanno contattato da una casa nella periferia di Udine per mostrarmi questi documenti e per dirmi le poche cose che sapevano. Per la loro consapevolezza e data la mia disponibilità, allora, facciamo emergere questa piccola storia.
La memoria di Fiume qui è poca cosa. Abbiamo due fotografie e un certificato di studio conseguito il 27 giugno 1928, quando Arrigo aveva dieci anni. La sua maestra era Maria Ziron alla scuola “di grado inferiore” di Via dei Gelsi a Fiume. La regia Direttrice didattica risulta Mercedes Philippovich sposata Conighi. È la moglie di Giorgio Conighi, comandante dei pompieri di Fiume e poi di Trieste.
Arrigo era figlio di Raffaele Di Giorgio e di Beatrice Bevilacqua. Gli piacevano l’Educazione fisica, il Canto e il Disegno e la bella scrittura, secondo i giudizi dei suoi esaminatori. 

C’è stata una persona buona di Fiume (divenuta Rijeka) e che, per molto tempo, si è occupata della tomba di Arrigo. Non ci sono molte alte notizie per questo racconto, se non che esso è stato nascosto per tanto tempo. È stato riferito poco o per niente ai discendenti, perché c’era la consegna del silenzio. I profughi, per vergogna o per paura, non raccontavano questi fatti ai propri cari. C’era il silenzio degli esuli.
Così questo articolo finisce in modo improvviso. Non c’è molto altro da riferire. Solo una lunga ed estenuante tristezza per Arrigo Di Giorgio, morto nel 1944 e per i suoi affettuosi parenti fuggiti da Fiume nel dopoguerra.
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Nota
Le fotografie e il documento scolastico qui riprodotti sono di una Collezione privata di Udine. Si ringraziano i discendenti di Arrigo Di Giorgio, per aver acconsentito alla diffusione delle immagini.

Fiume, cimitero - la tomba di Arrigo Di Giorgio, in basso, con una parente in un momento di mestizia e di preghiera

sabato 30 aprile 2016

L’agonia di Toni, Dignano d’Istria 1944

Morire di botte legato ad un albero. È successo per mano dei fascisti repubblichini a Antonio Franco, vigile urbano di Dignano d’Istria, ritrovato cadavere irriconoscibile nel 1944. Era come nel sogno premonitore di sua moglie Filomena Marin, che continuava ad andare dal podestà a dirgli di cercare il marito, sparito nel nulla. «Signor podestà, diceva mia mamma disperata, me lo sogno tutte le notti el xe morto nel bosco degli ulivi racconta Evelina Franco, figlia di Toni   Il podestà ripeteva sempre lo stesso ritornello e tentava di rassicurala con queste parole: Ma no, signora, sarà andà in bosco coi partigiani».
 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Suggestioni su Calle Nova a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 18 x 21, 2016 - da una fotografia di C. Stincich di Pola 1907. 
Un altro bravo fotografo di Dignano d'Istria fu Francesco Giachin, attivo negli anni 1930-1937.

Invece Antonio Franco, vigile di Dignano d’Istria conosciuto e stimato da molti paesani, era proprio penzolante da un olivo, sfigurato, massacrato di legnate, con gli abiti laceri. «Adesso so perché il podestà non voleva fare le ricerche – continua la testimonianza – passati tre mesi dalla sua scomparsa è stato trovato da chi andava a fare erba per i conigli e fu avvisato il paese. Certi paesani andarono sul luogo del supplizio. Mio fratello Libero, nato nel 1932, non lo riconobbe, continuava a ripetere: No, no xe papà».
Allora, come è stato riconosciuto?
«Mia mamma si ricordava che ad un alluce di papà mancava l’unghia, persa durante la naia e mai più ricresciuta bene – aggiunge la signora Evelina Franco – poi ha detto a chi è andato nel bosco degli ulivi a recuperare quel cadavere: Guardate in bocca, perché Toni ha due denti d’oro». Fu in questo modo sconvolgente che fu identificata la guardia Antonio Franco di Dignano d’Istria, nonostante i capelli allungati e i pantaloni blu sbiaditi, per essere stato esposto al sole e alle intemperie, dopo le strazianti torture. «A quell’epoca mio padre era un’autorità importante – spiega la signora Franco – ma non voleva essere comunista, né repubblichino».
Avete trovato i colpevoli delle sevizie mortali?
«Saputa la notizia dell’identificazione, mia madre era svenuta – continua Evelina Franco – poi tutto il paese si strinse vicino a lei per il cordoglio, perché mio papà era una persona giusta, in gamba e benvoluta da tutti. Il suo corpo martoriato fu esposto su un balcone in piazza e i partigiani, che nel frattempo avevano preso il paese, fecero un processo e i due assassini alla fine hanno confessato».
Successe tutto dopo l’8 settembre 1943. Avete capito come mai fu torturato e ucciso a percosse?
«In quei mesi c’era confusione – spiega la signora Evelina  – c’era molto odio, poi c’erano le uccisioni nelle foibe, ammazzavano per dei rancori, mio padre ripeto era un’autorità importante e non voleva essere comunista, né repubblichino».
 
Domande sull'esodo istriano, testo predisposto dagli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Dopo la guerra avete affrontato anche voi l’esodo?
«Scappati da Dignano d’Istria, siamo partiti da Pola – riferisce la testimone – nel  mese di febbraio del 1947, col piroscafo Toscana fino alla città di Ancona, perché nonna Filomena Marin, disperata, continuava a dire a mia madre: Cosa farai adesso che sei vedova con tre figli?».
Sa, per caso, come si chiamava la madre di nonna Filomena, cioè la sua bisnonna?
«Sì, me lo ricordo bene, era Filomena pure lei e, per giunta, figlia ancora di una Filomena – aggiunge Evelina Franco – perché mia mamma mi raccontava sempre che la levatrice di Dignano, quando sono nata io, nel 1935, disse a mia madre: Non sta ciamarla Filomena, eh!».
Allora, con la nave arrivate ad Ancona e lì vi hanno portato in un Campo Profughi?
«Ricordo che ad Ancona ci hanno accolto le crocerossine – riferisce la signora Evelina Franco – col latte e la cioccolata calda, poi ci portarono in treno a Rovigo, stavamo in una palestra, coi materassi per terra, per tre giorni siamo stati lì, era scomodo, tutti insieme maschi, femmine e bambini, poi le donne si lamentavano, perché non potevano lavarsi in tranquillità, per fortuna un conoscente, il padrino di mio fratello, ci ha portato da lui, avevano campagna con i coloni, ma mio fratello non c’era perché sul piroscafo un prete raccoglieva i ragazzi per portarli in un collegio per orfani di profughi a Oderzo, in provincia di Treviso, ma mio fratello Libero, dopo tre anni passati lì, scappò dal collegio e arrivò da noi, ma non lo riconoscevamo perché era cresciuto tanto e poi era magro come un chiodo».
Insomma avete trovato una sistemazione a Rovigo…
«Un po’ di anni più tardi – aggiunge la signora Evelina Franco – mia madre trovò una casa a Bellombra, in provincia di Rovigo, mentre mia sorella Ida, nata nel 1938 a Dignano, ed io abbiamo trovato lavoro presso le suore e il fratello Libero continuava a lavorare da agricoltore presso il suo santolo, cioè il padrino. Da Torino, città di esilio di Bonetta Franco, sorella di mio papà, la zia Bonetta diceva sempre a mia mamma di andare tutti a Torino, perché là potevamo cambiare vita. Dopo molte insistenze siamo partiti per Torino in treno. Essendo profughi di guerra e profughi giuliani, mio fratello Libero ha trovato lavoro alla Fiat, mia sorella Ida in una fabbrica di piastrelle ed io in un laboratorio di maglieria. Ci siamo così sistemati».


Materiali grigi sull'esodo istriano, scheda di intervista somministrata da Davide L. alla signora Evelina Franco (sua nonna), esule a Torino, correzioni e cancellature a cura degli allievi della classe 2^ E alberghiero dell'Istituto "B. Stringher" di Udine, con la guida di Anna Ghersani Durini, insegnante di Storia, 2016

Anche questa è storia d’Italia, secondo lei?
«Sì, bisogna sapere queste cose – dice la signora Evelina Franco – adesso possiamo parlare, raccontare e ricordare questi fatti e chiedo solo rispetto per i nostri morti».
Qualcuno dei suoi partenti è rimasto a Dignano d’Istria, dopo il 1945-1947?
«Sì, mio cugino Vittorio Marin è rimasto là – conclude la signora Franco – ma è morto un po’ di anni fa, i Marin avevano campagna, olivi e vino, prima della guerra».
Vorrebbe tornare a Dignano d’Istria?
«No».
È ritornata qualche volta in Istria e le è piaciuto ritornare là?
«Sono ritornata, ma non mi è piaciuto, perché è tutto diverso».
Preferisce Dignano d’Istria, oppure Torino?
«Torino».

 
Sebastiano Pio Zucchiatti, Nuvola scura sopra Piazza Italia a Dignano d'Istria, elaborazione al computer, stampa acquerellata, gouache e pastelli su carta, cm 20 x 20,50, 2016. 
Da una fotografia del 1930.

1.   Il santo co la bareta rossa
Da un’altra fonte orale si viene a sapere una storia tutta particolare e al limite del ridicolo. Nella chiesa di Dignano d’Istria era d’uso, durante la processione interna, cantare le litanie e pregare i santi davanti agli altari, alle immagini e alle statue. Però di un santo non si sapeva proprio il nome. C’era la statua, ma si era persa la sua denominazione, nonostante il copricapo rosso che portava. Così il popolo devoto cantava: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa». Le notizie di questa originale cultura popolare dei santi di Dignano d’Istria sono state riferite dai discendenti di Iris D.P., nata a Pola nel 1921.

Il mistero del “Santo co la bareta rossa”
Il “santo co la bareta rossa” è con tutta probabilità un beato, morto nel 1207. Il riferimento bibliografico è il seguente: Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006.
Si tratta di beato Leone Bembo, di nobile famiglia veneziana, che fu vescovo di Modone (Methoni), nella Morea o Peloponneso, sottoposto alla Repubblica di Venezia. Egli è raffigurato non in una statua (come accennato dalla fonte orale), ma su una tavola dipinta in stile bizantino su sfondo dorato, da Paolo Veneziano, nel secolo XIV. Tale opera, menzionata come il Trittico di Beato Leone Bembo, era appesa alla parete sinistra del presbiterio del duomo di Dignano.
L’intitolazione e l’attribuzione furono incerte sino oltre il primo quarto del Novecento. Abbellimenti e cure del duomo sono successivi al 1926. Ecco come si spiega la non conoscenza popolare dei devoti cristiani di Dignano, poco prima e poco dopo la Grande Guerra, cui si fa riferimento nella fonte orale.
Si sa che certe reliquie e alcune opere d’arte furono portate a Dignano, nel 1818, dal pittore veronese Gaetano Grezler (el sior Gaetano), chiamato a decorare il nuovo duomo, consacrato nel 1808, in seguito al crollo di quello precedente. Antonio Alisi, in Istria: città minori, scrive che, dopo la furia di Napoleone, a Venezia furono distrutti il convento di San Lorenzo e la chiesetta di San Sebastiano, tanto che Gaetano Grezler comprò alcune reliquie (mummie), come quelle di beato Leone Bembo e di prete Giovani Olini, oltre ad altari, pitture ed altri oggetti. Già sul cognome di quest’altro religioso ci fu confusione nell’Ottocento, dato che egli figura in un catartico come: «b. Joannes olim presbiter-plebanus». Gli studiosi di tradizione veneziana, avendo letto male la parola “olim” (= una volta), la interpretarono come un cognome di famiglia: “Olini” (Conte, pag. 42).
Si pensi che nel 1909 la pittura del Trittico di Beato Leone Bembo – come scrive l’Alisi – stava rovesciata in sacristia, appoggiata su dei cavalletti ad uso tavolo per smoccolar candele o per sistemare i materiali di adornamento degli altari. In seguito fu appeso in chiesa, senza sapere molto su di esso.
Il Trittico di Beato Leone Bembo è il quadro più antico del duomo. Il dipinto è diviso il tre parti. La figura centrale è quella del beato, raffigurato in piedi ricoperto da una tunica talare scura sulla quale si evidenzia un mantello fulvo aperto sulla destra e allacciato sulla spalla. Intorno al collo – scrive il Rismondo nel suo Dignano d’Istria nei ricordi, pag. 167 – il beato ha una breve mozzetta di pelle nera, alluso greco. Ciò fa spiccare con maggiore chiarezza la testa e il mento barbuto. Sul capo, cinto di aureola d’oro, porta una cuffia bianca per cingere i capelli arruffati e sopra questa sta un’altra cremisina simile a una calotta. Poi la descrizione iconografica procede con tanti altri particolari. Dunque la cuffia cremisina simile a una calotta è proprio la “bareta rossa” del popolino devoto.
Persino i dati anagrafici dei beati in questione non sono definiti. Ogni autore sembra fare a gara per smentire quelli precedenti. Tale confusione tra gli esperti provocò una ignoranza nel popolo, che scelse di onorare comunque la reliquia e la pittura di Dignano nelle litanie col canto: «Che sia quel santo che sia co la bareta rossa».


Riferimenti bibliografici. Mons. Antonio Conte, Guida al Duomo e alle chiese dignanesi, Torino, Famiglia Dignanese, 2006, pagg. 33-36.

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Ringraziamenti
Ringrazio, per avermi concesso l’intervista, la signora Evelina Franco, nata a Dignano d’Istria nel 1935 ed esule a Torino, da me ascoltata al telefono il 28 aprile 2016. Sono riconoscente a suo nipote Davide L., studente della classe 2^ E alberghiero, presso l’Istituto “B. Stringher” di Udine, dove con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini, è stata sviluppata una ricerca sull’esodo giuliano dalmata nella primavera 2016, nell’ambito del Piano dell’Offerta Formativa, con interviste alla nonna Evelina Franco.   
Per la storia religiosa del «Santo co la bareta rossa» sono grato a Gabriele D.C., nato a Venezia nel 1947, discendente dei Bunder di Dignano d’Istria, da me intervistato a Udine il 23 aprile 2016. 
Per i disegni di questo articolo ringrazio l'autore.
Sono riconoscente a Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha cortesemente messo a disposizione delle mie ricerche la collezione di 300 cartoline d’epoca riprodotta da Piero Delbello (a cura di), Saluti dall’Istria e da Fiume, Edizioni Svevo, Trieste, con gli auspici di: Unione degli Istriani, Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Trieste.
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Ricerche personali ragionate
Mi è capitato di raccogliere varie testimonianze riguardo a Dignano d’Istria, che qui mi permetto di ricordare per il lettore incuriosito. 
1)      Maria Chialich, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine nel 2010 assieme ai suoi discendenti ha vissuto la vicenda più tragica, dato che ebbero ben sette familiari uccisi e gettati nella foiba dai miliziani di Tito. Si veda in questo stesso blog il paragrafo n. 2, intitolato “Una famiglia, sette infoibati” nell’articolo seguente: Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943.
2)      Giorgio e Daria Gorlato persero il padre Giovanni, notaio di Dignano d’Istria, ucciso dai titini. Vedi il saggio: “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, del 2015.
3)      Armando Delzotto, detto “Terere” ha scritto un memoriale di ricordi su Dignano d’Istria, intitolato “I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), edizioni del Sale, Udine, 2014. Vedi l’articolo: “ANVGD Udine, Memoriale di Delzotto sull’esodo istriano”.
4)      Maria Giovanna Copic, nata a Tarvisio, provincia di Udine, nel 1950, ricorda lo zio Pino Iursich, che con la moglie Celestina di Portole gestivano un forno e una trattoria a Dignano d’Istria, fino alla fuga alla volta di Trieste, presso parenti (int. del 30 gennaio 2004).
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Lettera di ringraziamento alla intervistata della classe 2^ E alberghiero, dell'Istituto “B. Stringher” di Udine, con la conduzione della professoressa di Storia Anna Ghersani Durini
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.