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lunedì 19 novembre 2018

Udine, alla scuola Enrico Fermi canti di pace nel centenario della vittoria 1918


Grazie all’Associazione Musicologi di Gemona del Friuli si è tenuto a Udine un concerto-lezione sulla Grande Guerra alla scuola secondaria di primo grado Enrico Fermi di Via Pradamano.
L’innovativo intervento didattico, svoltosi il 16 novembre 2018, programmato con Roberta Bellina, dirigente scolastico della scuola Enrico Fermi, ha coinvolto gli allievi di cinque classi terze, accompagnati dai rispettivi insegnanti di Storia, come ad esempio la professoressa Cristina Fabris e Elena Rossi.
È stato il maestro Alessandro Tammelleo, polistrumentista, ad aprire l’incontro intitolato “Conta cento canta pace”, spiegando alla scolaresca che si trattava di ascoltare musica, canto e lezione di storia. Annunciato come concerto storico sulla Prima guerra mondiale ha visto la partecipazione di Carol Hoefken, al canto, Alessandro Tammelleo, al pianoforte e Elio Varutti per un intervento storico.
Si è parlato di irredentismo. Sul palco, non a caso, troneggiava una bandiera della Dalmazia e pure quella di Fiume. Sono stati menzionati l’esodo giuliano dalmata, anche se riferibile ad un successivo periodo storico, e l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che comunque intende preservare le tradizioni delle comunità istriano dalmate. Sono stati oltre centomila gli esuli dall’Istria, Fiume e Dalmazia a transitare a Udine per il Centro smistamento profughi di Via Pradamano, dove oggi ha sede proprio la scuola Enrico Fermi.
Udine, scuola superiore di primo grado Enrico Fermi, 16 novembre 2018 - Elio Varutti e Alessandro Tammelleo prima del concerto lezione. Fotografia di Carol Hoefken

Canzoni e musica di Conta cento, canta pace
Sono state eseguite una decina di canzoni, come quella intitolata La leggenda del Piave,  seguita da La canzone del Grappa. Il terso brano musicale, come ha spiegato il maestro Tammelleo, è del mondo anglosassone, avendo svolto un ruolo non indifferente gli eserciti inglese e, dal 1917, statunitense, perciò si è ascoltato It's a Long, Long Way to Tipperary.
Parlando di terre irredente non poteva mancare La campana di San Giusto, applauditissima e dedicata alle “Ragazze di Trieste”, che ha visto alcuni dei presenti cantare assieme alla eccellente maestra Hoefken, stupenda voce soprano. In seguito c’è stata la canzone de La tradotta e la coinvolgente O surdato innamorato, con scroscianti applausi.
Nella simpatica serata si sono alternate gradevolmente il canto e la musica, con la lezione storica. L’ultima parte musicale del repertorio Tammelleo-Hoefken era dedicata ai brani anglo-americani, come Paper doll - Tommy Lyman.
Udine, scuola superiore di primo grado Enrico Fermi, 16 novembre 2018 - Alessandro Tammelleo. Fotografia di Carol Hoefken

Lezione di storia
Il professor Varutti, con una serie di diapositive, ha mostrato le prime pagine dei giornali nazionali e locali, come la Patria del Friuli. Ha ricordato gli eroi irredenti come Fabio Filzi, da Pisino, Cesare Battisti, da Trento, Damiano Chiesa, da Rovereto e Nazario Sauro da Capodistria. Tutti patrioti volontari per l’Italia, catturati e impiccati dall’Austria-Ungheria per tradimento.
La guerra non si può riferire solo con i libri di storia, con i documenti delle diplomazie, i comunicati degli alti comandi militari e con la stampa di regime. Per tale motivo il relatore si è voluto soffermare sui casi di Giani e Carlo Stuparich. In compagnia di un loro amico, Scipio Slataper, essi partono nel 1915 come volontari per combattere a fianco degli italiani nella Prima guerra mondiale.
Varutti ha in seguito parlato dei quattro alpini fucilati a Cercivento nel 1916, per rivolta. Ecco i loro nomi: Silvio Ortis di Paluzza, Basilio Matiz di Timau, Giovanni Battista Coradazzi di Forni di Sopra e Angelo Massaro di Maniago. Essi furono fucilati a Cercivento, in provincia di Udine, con l’accusa di “rivolta”. Avevano tentato di discutere un ordine di attacco suicida sul Monte Cellon, ai confini con l’Austria. Chiedevano il fuoco di copertura italiano, l’attacco all’alba con la nebbia e di andare sui sentieri con gli “scarpets” (ciabatte cucite dalle nonne) per non farsi sentire dal nemico e gli scarponi in spalla.

Nel 2001 alcuni studenti della sezione turistica dell’Istituto “Stringher”, coi loro insegnanti di Storia e Economia turistica, prepararono un itinerario con un depliant edito dal Comune di Cercivento. Abbiamo letto che, dal 2014, c’è un comitato che chiede la riabilitazione di quei giustiziati, ma lo Stato non lo consente. Noi oggi diciamo solo di ricordarli e quel cippo diventerà sempre di più meta di viaggi pellegrinaggi formativi sui fatti della Grande Guerra. È un luogo di forti emozioni. Ci sarà un motivo se, ancor oggi, la gente del luogo racconta che, come dicevano le nonne, i carabinieri incaricati della fucilazione a sameavin animes dal purgatori (sembravano anime del Purgatorio), per lo sgomento di aver dovuto sparare sul petto degli alpini.    
In conclusione come scrive La Patria del Friuli, il 19 novembre 1918: “il giorno 3 novembre 1918 rimarrà specialmente sacro, in eterno, nella storia di Udine. Alle ore 13,30 la prima pattuglia di cavalleria dell’Esercito italiano, comandata dal tenente Baragiola, con quattro cavalieri del Reggimento Savoia, entrava in città, acclamata dalla popolazione esultante”.
Varutti ha infine presentato un caso sconosciuto a molti. Capita durante i conflitti che ci siano delle nascite al di fuori del matrimonio, per un amore clandestino, oppure per uno stupro. I figli nati da tali situazioni non legittime e violente vengono chiamati nel 1918 orfani di un padre vivo o i figli della guerra. L’Istituto religioso “San Filippo Neri” fu creato da don Celso Costantini a Portogruaro (VE) nel dicembre 1918, con il nome di “Ospizio per i figli della guerra”. Più tardi l’orfanotrofio è spostato a Casteons di Zoppola, vicino a Pordenone. Il 31 ottobre 1924 la duchessa Elena di Aosta ha effettuato una visita ufficiale all’Istituto di Zoppola che chiuse i battenti nel 1947. L’Istituto S. Filippo Neri di Zoppola ha ricoverato 355 bambini (181 maschi e 174 femmine) dal 1918 al 1922, ma altri venti furono respinti. Essi provenivano dalle provincie del Friuli, da Venezia, Belluno, Vicenza, Padova e dalle terre irredente di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara.

Sitologia




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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Fotografie di Carol Hoefken.

domenica 4 novembre 2018

Canti di pace nel centenario della vittoria 1918, con l’Associazione Musicologi


Si è tenuto a Udine un concerto-lezione sulla Grande Guerra alla sera di sabato 3 novembre 2018. Patrocinato dal Comune di Udine, l’evento è stato organizzato dall’Associazione Musicologi di Gemona del Friuli
Sul palco: Carol Hoefken e Alessandro Tammelleo

Era molto affollata la sala Baldassi della parrocchia del Cristo, in Via Montebello, quando Alessandro Tammelleo ha aperto l’incontro intitolato “Conta cento canta pace”, dando la parola a Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine. “Porto il saluto dell’Amministrazione comunale – ha detto Berti – a questa singolare iniziativa nel centenario della fine della Grande Guerra con un’attenzione alla storia locale”.
Annunciato come concerto storico sulla Prima guerra mondiale ha visto la partecipazione di Carol Hoefken, al canto, Alessandro Tammelleo, al pianoforte e Elio Varutti per un intervento storico. C’è stata poi la sorpresa artistica della lettura poetica di Giuseppe Capoluongo, che ha presentato una serie di sue particolari composizioni sulla guerra e sull’irredentismo. Sul palco non a caso troneggiava una bandiera della Dalmazia. Più volte è stata menzionata, anche se riferibile ad un successivo periodo storico, l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), che intende preservare le tradizioni delle comunità istriano dalmate. Tra parentesi, si accenna al fatto che il Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD è presieduto da Bruna Zuccolin, con parenti di Pirano.
L'intervento di Enrico Berti, presidente del Consiglio comunale di Udine al concerto-lezione Conta cento, canta pace

Sono versi sciolti quelli di Giuseppe Capoluongo, udinese nativo campano, che vanno a rievocare la tragedia della guerra di cui ricorre il centenario. Ecco lo struggente testo poetico di Capoluongo, intitolato Era il 15-18, primo classificato al premio letterario Nuove Parole 2014 di Vermiglio (Trento): “Cosa raccontano le pietre / ancor lorde di macchie nerastre / sangue che in terra ha fatto concime / qualche ciuffo un arbusto un cespuglio / ogni roccia una storia un agguato / baionette innestate nel vento / e il canto di mitraglia nella carne / urla inutili lanciate nell'aria / accorato richiamo alla mamma / e le lacrime del grande macello / all'aperto tra le rocce stupite / oh l'Italia il Regno i Savoia / le trombe che suonan la carica / dentro al fango di tristi trincee / dove ancora una scritta un pezzetto / d'una storia ch'è stolido orrore / il morire per volere di altri / dentro al greto di creste ghiacciate / campi non più seminati / una guerra per quale potere? / l'egoismo incosciente dei capi / comandanti che ti giocan la pelle / tradimenti imboscate la fame / tra le rocce di quel triste confine".

Canzoni e musica di Conta cento, canta pace
Sono state eseguite una decina di canzoni, come quella intitolata La leggenda del Piave,  seguita da La canzone del Grappa. Il terso brano musicale, come ha spiegato il maestro Tammelleo, è del mondo anglosassone, avendo svolto un ruolo non indifferente gli eserciti inglese e, dal 1917, statunitense, perciò si è ascoltato It's a Long, Long Way to Tipperary.
Parlando di terre irredente non poteva mancare La campana di San Giusto, applauditissima e dedicata alle “Ragazze di Trieste”, riproposta poi per un richiestissimo bis, che ha visto molti dei presenti cantare assieme alla eccezionale maestra Hoefken, stupenda voce da usignolo. Bisogna accennare al fatto che in sala erano presenti molti appartenenti al coro dell’Istituto “A. Zanon” e ad alcuni cori parrocchiali delle vicinanze. In seguito c’è stata la canzone de La tradotta e la coinvolgente O surdato innamorato, con scroscianti applausi.
Nella simpatica serata si sono alternate gradevolmente il canto e la musica, con le letture poetiche e con la lezione storica. L’ultima parte musicale del repertorio Tammelleo-Hoefken era dedicata ai seguenti brani anglo-americani: Beale Street blues - W.C. Handy. L’ottava canzone è stata: My Melancholy Baby. A seguire: Paper doll - Tommy Lyman. In conclusione: Over There.
Udine, 3 novembre 2018 - Oltre cento persone all'inizio del concerto-lezione Conta cento, canta pace

Lezione di storia
Il professor Varutti, con una serie di diapositive, ha mostrato le prime pagine dei giornali nazionali e locali, come la Patria del Friuli. Ha ricordato gli eroi irredenti come Fabio Filzi, da Pisino, Cesare Battisti, da Trento, Damiano Chiesa, da Rovereto e Nazario Sauro da Capodistria. Tutti patrioti volontari per l’Italia, catturati e impiccati dall’Austria-Ungheria per tradimento.
La guerra non si può riferire solo con i libri di storia, con i documenti delle diplomazie, i comunicati degli alti comandi militari e con la stampa di regime. Per tale motivo il relatore si è voluto soffermare sui casi di Giani e Carlo Stuparich. In compagnia di un loro amico, Scipio Slataper, essi partono nel 1915 come volontari per combattere a fianco degli italiani nella Prima guerra mondiale. I due fratelli triestini Stuparich vengono fatti prigionieri dagli austriaci; Carlo viene ucciso, mentre Giani riesce a fuggire. Il diario di Giani Stuparich inizia il 2 giugno 1915 con la partenza dei volontari da Roma per raggiungere Monfalcone, il fronte sul Carso, e si conclude l’8 agosto a Udine quando, dopo 2 mesi di dura esperienza di guerra, Giani e Carlo raggiungono le retrovie e Udine. “Al rientro in trincea la stanchezza è talmente forte che ci si addormenta senza sentire i cannoni sparare – così scrive Stuparich nel suo Diario – il  mattino torna un po’ di sole in mezzo alla nebbia. Il momento del rancio è scandito dai bombardamenti. Il monte Cussich è il più colpito, ma dopo poco riiniziano a sparare contro le trincee. I nemici conoscono la posizione dei ripari, visto come cercano di colpire ogni parte, diversi compagni vengono feriti. Finalmente, verso sera, gli spari cessano; si raccolgono i molti e ultimi feriti. Il cielo lontano viene mischiato dalla luce verde e rossa dei razzi”.
Giani Stuparich (Trieste, 4 aprile 1891 – Roma, 7 aprile 1961) è uno scrittore dei più raffinati del Novecento. Nato a Trieste, dove frequenta il liceo-ginnasio insieme al fratello Carlo, studia a Praga, a Berlino e a Firenze, dove consegue la laurea in lettere e filosofia.  Allo scoppio della guerra nel 1915 si arruola come volontario insieme al fratello Carlo e all’amico Scipio Slataper. Combatte prima sul Carso presso Monfalcone e poi sul Monte Cengio. Ferito due volte, viene fatto prigioniero, e internato in successione in cinque campi di concentramento austriaci, ma si salva.
Udine, sala Baldassi della parrocchia del Cristo, 3 novembre 2018 prima del concerto Conta cento, canta pace dell'Associazione Musicologi di Gemona del Friuli

Stuparich insegna come professore di italiano al liceo Dante Alighieri dal 1921 al 1941. Durante il fascismo rifiuta la tessera del partito e non prende parte ad alcuna manifestazione. Nel 1944 viene internato insieme alla moglie e alla madre nella Risiera di San Sabba, a seguito di una delazione, e viene rilasciato dopo una settimana per l’intervento del vescovo Antonio Santin e del prefetto di Trieste.
Varutti ha in seguito parlato dei quattro alpini fucilati a Cercivento nel 1916, per rivolta. I Silvio Ortis di Paluzza, Basilio Matiz di Timau, Giovanni Battista Coradazzi di Forni di Sopra e Angelo Massaro di Maniago sono quattro nomi di alpini friulani. Essi furono fucilati a Cercivento, in provincia di Udine, con l’accusa di “rivolta”. Avevano tentato di discutere un ordine di attacco suicida sul Monte Cellon, ai confini con l’Austria. Chiedevano il fuoco di copertura italiano, l’attacco all’alba con la nebbia e di andare sui sentieri con gli “scarpets” (ciabatte cucite dalle nonne) per non farsi sentire dal nemico e gli scarponi in spalla. Il 1° luglio 2016 è stato il centenario di quella tragedia umana. È stato detto di ricordare tale data dalla gente e da alcune istituzioni politiche e culturali della zona. È stato mostrato il depliant composto nel 2001 dell’Istituto “B. Stringher” di Udine, in collaborazione col Comune di Cercivento e il Coordinamento Circoli culturali della Carnia, creando un itinerario turistico in italiano, tedesco, inglese, francese e friulano, con disegni di Elisa Puddu, classe 5^ A Turistica. Noi, oggi, si sa che una destinazione turistica è quel luogo che attrae ed è facilmente fruibile dal turismo, in questo caso, della memoria. Allora il cippo che ricorda i cuatri alpins fusilâts dietro il cimitero di Cercivento è ormai tale. È dal 1996 che sta lì a ricordare quei quattro alpini. Maria Rosa Calderoni, nel suo libro edito nel 1999, scrive che è l’unico in Europa (“La fucilazione dell’alpino Ortis”, Mursia). Nel 2001 alcuni studenti della sezione turistica dell’Istituto “Stringher”, coi loro insegnanti di Storia e Economia turistica, prepararono un itinerario con un depliant edito dal Comune di Cercivento. Abbiamo letto che, dal 2014, c’è un comitato che chiede la riabilitazione di quei giustiziati, ma lo Stato non lo consente. Noi oggi diciamo solo di ricordarli e quel cippo diventerà sempre di più meta di viaggi pellegrinaggi formativi sui fatti della Grande Guerra. È un luogo di forti emozioni. Ci sarà un motivo se, ancor oggi, la gente del luogo racconta che, come dicevano le nonne, i carabinieri incaricati della fucilazione a sameavin animes dal purgatori (sembravano anime del Purgatorio), per lo sgomento di aver dovuto sparare sul petto degli alpini.     
In conclusione come scrive La Patria del Friuli, il 19 novembre 1918: “il giorno 3 novembre 1918 rimarrà specialmente sacro, in eterno, nella storia di Udine. Alle ore 13,30 la prima pattuglia di cavalleria dell’Esercito italiano, comandata dal tenente Baragiola, con quattro cavalieri del Reggimento Savoia, entrava in città, acclamata dalla popolazione esultante”.
Alessandro Tammelleo presenta il concerto-lezione del 3 novembre 2018 in sala Baldassi, via Montebello a Udine

Orfani di un padre vivo. I figli della guerra all’Istituto S. Filippo Neri di Zoppola (PN)
Varutti ha infine presentato un caso sconosciuto a molti. Capita durante i conflitti che ci siano delle nascite al di fuori del matrimonio, per un amore clandestino, oppure per uno stupro. I figli nati da tali situazioni non legittime e violente vengono chiamati nel 1918 orfani di un padre vivo o i figli della guerra. L’Istituto religioso “San Filippo Neri” fu creato da don Celso Costantini a Portogruaro (VE) nel dicembre 1918, con il nome di “Ospizio per i figli della guerra”. Più tardi l’orfanotrofio è spostato a Casteons di Zoppola, vicino a Pordenone. Il 31 ottobre 1924 la duchessa Elena di Aosta ha effettuato una visita ufficiale all’Istituto di Zoppola che chiuse i battenti nel 1947.
L’Istituto S. Filippo Neri di Zoppola ha ricoverato 355 bambini (181 maschi e 174 femmine) dal 1918 al 1922, ma altri venti furono respinti. Essi provenivano dalle provincie del Friuli, da Venezia, Belluno, Vicenza, Padova e dalle terre irredente di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara.
Si sa che 106 di questi bambini sono tornati in famiglia, mentre sul momento fu il paese a respingerli. Nei primi quattro anni di vita sono morti 205. In tutto l’Istituto S. Filippo Neri di Zoppola i bimbi nati da una violenza sessuale furono 42. Di loro, ben 39 a causa dei militari austroungarici o tedeschi e solo tre per colpa di italiani. Di molti di tali bimbi si sa che sono frutto di un amore non legittimo. Di altri 115 si sa che il padre è un soldato; 46 figli sono di padre austriaco o tedesco e 69 sono figli di un italiano. bisogna aggiungere che la donna stuprata teneva nascosto il suo dolore. Era una vergogna per la famiglia e per il borgo. Quelli adottati sono stati solo 17 e altri 17 sono rimasti nell’Istituto. Le ragazze sono state accettate dalle monache della Beata Capitanio di Venezia.

Sitologia e cenni bibliografici
In merito al poeta Capoluongo potrebbe interessare il seguente link, che si ringrazia per la diffusione e la pubblicazione nel presente blog: http://www.udinetoday.it/cronaca/piume-bianche-del-fogolar-civic-per-gli-imboscati-del-caffe-dorta-2446809.html


L’Associazione Musicologi è convenzionata con i Conservatori “J. Tomadini” di Udine e "G. Tartini" di Trieste. Ecco il sito web dell’Associazione Musicologi di Gemona del Friuli (UD):
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Rassegna stampa

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Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di E. Varutti.

domenica 24 maggio 2015

Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli

Per questo scritto sono state utilizzate varie fonti, con particolare riferimento alle antiche biblioteche e agli Archivi di Stato di Udine, Ferrara e Bologna.
La presente ricerca si pone l’obiettivo di dimostrare che la tessitura europea e quella italiana più precisamente si rinvigorirono, ai tempi delle Crociate, per mezzo degli scambi con l'Oriente. In particolare, furono i raffinati tessuti, di fattura orientale, che avvolgevano le reliquie dei Santi a creare una richiesta di prodotti analoghi, tra la committenza di prelati, regnanti e aristocratici. Ciò provocò la rinascita del mercato tessile.
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Si dice che quando Adamo vangava, Eva filava, per significare che l’arte del filare e del tessere siano molto antiche. Se ai fenici della costa siro-palestinese va il merito di aver commerciato, dal XII secolo a.C., in tutto il Mediterraneo, tessuti di colore porpora ed altre mercanzie, le corporazioni dei tintori e tessitori al tempo dei Romani non furono meno importanti. Persino l’arte longobarda lasciò un’opera in lino di rara bellezza, con un ricamo di tipo alemanno. Si tratta della Tovaglia longobarda del “Sancta Sanctorum”, risalente al IX secolo. La preziosa stoffa ricamata fa parte della Galleria Alessandrina, presso i Musei Vaticani della Città del Vaticano (DE CLARICINI DORNPACHER 1941). È uno sciamito (dal latino medievale “sciammitum”, tessuto in seta) del IX secolo, un tessuto molto esteso (122 x 144 cm.) del Museo Diocesano di Ascoli, proveniente dal sarcofago di Sant’Emidio, patrono della città picena.
È stato Jacques Le Goff a scrivere che col Medioevo si verificarono dei progressi tecnici in agricoltura, come un aratro di nuovo tipo, la rotazione triennale delle coltivazioni o l’uso dell’erpice, che fu rappresentato nell’arazzo di Bayeux, nel secolo XI (LE GOFF [2003] 2005). Tale manufatto è un magnifico ricamo di lana su tela, lungo m 70 e largo circa cm 50, che narra, in 58 scene numerate, la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo in Conquistatore, dal 1064 al 1066. Le figure ricamatevi sono assai semplici, se non primitive (un cerchio per la testa, una linea per indicare la bocca, due cerchi col puntino al centro, per gli occhi e così via), come si può vedere pure nel Velo di Sant’Anna, del Tesoro della Basilica di Apt-en-Provence, in Francia (la Apta Julia di Augusto). Risalente al 1097, tale tessuto arabo “di una qualità e di una finezza rimarchevoli” fu portato in Europa, al tempo della Prima Crociata, dal porto di Damietta, in Egitto (BERGER 2008). Sul piano religioso serviva ad avvolgere le reliquie di Sant’Anna, madre di Maria Vergine.
Oltre al sorgere dell’agricoltura moderna in quel periodo, grazie all’impegno dei monaci delle abbazie, che riprodussero, tra i servi della gleba, le conoscenze e le tecniche agricole, vi fu un cambiamento pure nelle botteghe artigiane. Il telaio fu perfezionato. Si sviluppò l’arte della tessitura. Si andarono affermando i lavori edili e quelli di estrazione mineraria e di lavorazione dei metalli. Nei secoli successivi furono riabilitati certi impieghi lavorativi, che comportavano il contatto con la sporcizia, come era per i tintori, i lavandai, i conciai o che implicavano il contatto col sangue, come per i chirurghi, macellai. Altri mestieri ancora uscirono dalla cattiva luce in cui erano finiti. Si svilupparono, inoltre, i viaggi e i pellegrinaggi. La parcellizzazione feudale della proprietà contribuì alla formazione di collettività rurali, decimate nei secoli precedenti dalle carestie e dalle invasioni barbariche.
Tali attività produttive si rivitalizzarono col sistema delle città libere del Medioevo. Per restare in ambito emiliano romagnolo, dopo il 1152, nel Ferrarese si producevano grani, lino, canapa e cuoio. Frutta a Pomposa e nella Romagna. Formaggi a Piacenza. Bestiame e lana tra Modena e Parma. Dopo l’anno 1000, in parte della pianura padana, dunque, la materia prima per taluni filati (lino, canapa e lana) iniziò a trovare un suo mercato di riferimento. Tra i ceti elevati (nobiltà, guerrieri e clero) ci fu la domanda di tessuti più fini per l’abbigliamento. Tunica corta di lino e braghe di panno o in pelle per gli uomini, oltre al pallio sacro, per i religiosi. Tunica lunga, sopravveste e velo copricapo per le donne. E un mantello, pur se di lana grezza, per tutti (CECERE 1997).
In aree limitrofe, alle volte erano i monaci benedettini cistercensi ad introdurre le lavorazioni della lana, dando origine persino ad un toponimo, come nel caso di Follina, in provincia di Treviso, la cui badia è del secolo XII. Follare la lana significa comprimerne i panni per rassodarli, facendone uscire i grassi. A Trieste il “Velum” di San Giusto, databile attorno al 1230 circa è un oggetto ancora in fase di studi. Si sa, tuttavia, che trattasi di una seta tessuta e dipinta sui due lati, che si collega alle icone musive di San Marco a Venezia. È un elaborato di altissima qualità, ellenizzante, dunque di un magister, forse, di Costantinopoli.
È la medievale città di Lucca, secondo Paolo Montanari, a detenere il primato nella produzione e nel commercio delle seterie nel secolo XII. Il motivo di tale specializzazione produttiva era nel suo maggiore cliente, ovvero la Chiesa. Necessitava essa, infatti, di tessuti per drappeggi e paramenti sacerdotali (MONTANARI 1958-1959). Alcuni autori sostengono che i tessitori di Lucca impararono presto a lavorare la seta e a fabbricarne dei drappi, in concorrenza con simili prodotti orientali (CIPOLLA 1995). È da ricordare che il fiorente comune toscano, fedele al Sacro Romano Impero, dopo l’anno 1000, all’epoca degli imperatori sassoni, fu l’unica città della regione ad avere il diritto di battere moneta.

La mobilità territoriale dei lucchesi

In quel tempo vi fu una certa mobilità territoriale da parte dei lucchesi, come pure per i tessitori e tintori di altre città. La strada per la Germania passava per Trento, oppure per Aquileia, Gemona, o per Cividale. Ulrico, marchese di Toscana, viaggiava tra la sua terra e Salisburgo, passando per il Veneto e il Friuli. Egli, il giorno 8 maggio 1149, fu testimone a Gemona in un privilegio concesso dall’imperatore Corrado II (BATTISTELLA 1898).
Il patriarca Bertoldo di Andechs, nel 1248, istituì a Udine il mercato settimanale (JOPPI 1891). In seguito alcune compagnie toscane aprirono botteghe (“Stationes”), negozi e fondaci di panni in lana, vino, ferro, pelli, cera, sapone, spezie e bestiame. Spiccavano, per le loro attività, i drappieri e i lanaioli. Nel XIII secolo certi mercanti fiorentini frequentarono le fiere di Udine, Aquileia, Gemona, Cividale e Spilimbergo. Tra le varie famiglie emigrate in Friuli si trovano: Bardi, Capponi, Chianentini, Pulci, Ramberti, Mozzi e i de’ Buonsignori. Sin dal febbraio 1265, a Cividale, Rainaldo di Rainaldino, cavaliere e Pietro Belino, mercante senese, assieme a dei loro soci, sono creditori di 200 marche di denari aquileiesi col patriarca Gregorio da Montelongo per “panni di colore e pelli ricevute da loro per uso suo e della sua corte” (BATTISTELLA 1898).  
Nel corso del Trecento l’arte della seta si diffuse da Lucca nelle vicine Prato e Firenze. Poi passò a Bologna, Piacenza, Reggio Emilia, Genova, Milano e Venezia. Sono i lucchesi – ha scritto Paolo Montanari – che trasmisero tecniche e processi della produzione serica ai bolognesi. In un primo tempo i toscani esperti in panni e in cambi, dato che furono esiliati dai loro comuni, per motivi politici, finanziari, bellici o religiosi, si trasferirono nelle regioni limitrofe, arrivando anche in Friuli, bene accolti dal Patriarcato. Nei tempi successivi la spinta al trasferimento fu motivata dalla mobilità sociale, in primis, ossia dal desiderio di arricchimento personale e della famiglia.
Nel 1230 il Comune di Bologna chiamò gli artigiani lucchesi esperti nei tessuti, oltre a maestri di panni in lana veronesi e fiorentini. Dall’archivio di Francesco di Marco Datini di Prato risulta che il traffico mercantile era sviluppato tra la Toscana e Avignone, in Francia. Dal locale fondaco Datini le merci viaggiavano per Montpellier, considerato centro di smistamento commerciale per Parigi, Bruges, Londra e le città tedesche. I magazzini Datini erano attivi pure a Barcellona, Valencia e Maiorca.
Il Museo Civico Medievale di Bologna conserva ed espone un piviale in tela di lino, ricamato in seta policroma, datato all’ultimo decennio del Duecento. Esempio di “opus anglicanum”, tale paramento liturgico dimostra la raffinatissima produzione di ricami che in Inghilterra raggiunse la sua massima espressione alla metà del secolo XIII. Appartiene alla chiesa di San Domenico e ci dà conferma sulla portata europea degli scambi mercantili emiliani e toscani.
A Venezia i lanaioli e i tessitori, il cui statuto dell’arte risale al 1244, in un primo tempo, non riuscivano a realizzare che prodotti mediocri, rispetto alla bellezza di quelli toscani. In mancanza di acqua dolce, i tessuti di lana erano inviati per la follatura a Treviso, a Padova e a Portogruaro, nella Patria del Friuli. Le tintorie con i relativi scarichi inquinanti, nei secoli successivi come ha scritto Élisabeth Crouzet-Pavan, vennero allontanate dai canali del centro urbano e da Rialto, ove c’era la sede della drapperia delle stoffe estere (CROUZET-PAVAN [1999] 2001). Si nota, altresì, la frammentazione delle arti di mestiere, definite anche “scuole”, riunite attorno alla corporazione o alla confraternita e con contatti, a volte, molto complessi. La “Scuola dei Tessitori” si trovava vicino alla chiesa di San Simeone Piccolo. Se in un primo tempo detta divisione sembrò un punto di debolezza, col passare degli anni, divenne un punto di forza, data la flessibilità che poteva sprigionare, oltre alla mancanza di conflitti fra mercanti e produttori sulla piazza lagunare.
In questo periodo si affermano a Venezia la lavorazione dei metalli intarsiati e “l’arte del vetro, appresa dagli abili artigiani siriani, imitandone la tecnica e l’iconografia, adattandola al gusto europeo” (DA CORTÀ FUMEI 2007). D’altro canto, le stoffe islamiche continuarono ad esercitare un’intensa attrazione sui maestri drappieri veneziani, per la loro soave manifattura. Non a caso, un frammento dell’abito funebre di Cangrande Della Scala, morto nel 1329, è di fattura persiana, come documenta il Museo Civico di Verona.
Nel 1341 ci fu una grande crisi finanziaria delle casate fiorentine, come quelle dei Peruzzi, degli Acciaiuoli o dei Bardi. Essi avevano filiali in Europa, come pure a Tunisi, Costantinopoli, Rodi, Cipro e Gerusalemme. Le pratiche della mercatura furono affrontate, allora, con una maggiore specializzazione. I mercanti banchieri dovettero fare i conti su scala europea con un’economia imperniata sulla proprietà della terra e sull’indiscusso primato delle attività agricole. Frattanto continuavano i flussi migratori, con l’aspirazione della mobilità economica e sociale.
Forse i toscani che si recavano a Salisburgo, passando per Trento, Bolzano e Innsbruck avranno fatto conoscenza con mastro Gotschel, che teneva un negozio con la figlia e i servi nella "Kramgasse" (vicolo delle botteghe) di Innsbruck. Su una pergamena, datata il 12 marzo 1369, mastro Gotschel è citato in veste di “chramer”, ossia: mercante con bottega (Archivio di Stato di Innsbruck).

L’Arte della seta a Bologna

Lo Statuto dell’Arte della Seta di Bologna è del 1372. È un documento membranaceo, costituito da sedici carte, vergate il lingua latina. È custodito all’Archivio di Stato cittadino. Tra i rettori dell’organismo figurano due lucchesi: “Bartholomeum quondam domini Vannis Heinrici” e poi “Carum quondam Bernardis de Caris”. Ci sono il bolognese “Pietro Nicolay de Matugliano”, un lombardo, tale “Andrea Fulchi” e un “Simonem quondam Cabrielis de Grognis” in assonanza col cognome De Crignis, segnato, sin dai primi del Cinquecento, a Ravascletto e Ovaro, in provincia di Udine. Lo statuto si riferisce alle botteghe di tessitori e tintori, che utilizzavano le acque del canale di Reno, ancor oggi presente in città, per muovere i mulini e i filatoi serici, nei pressi della duecentesca porta Govese.
Lo stesso Museo Civico Medievale bolognese custodisce uno “Statuto e Matricola della Società dei Drappieri” della città di Bologna, risalente al 1523. Il mercato, insomma, si faceva sempre più interessante. Da un documento bolognese si sa che la seta fu importata in città dal 1568, quando furono introdotte 41 mila e 704 libbre del prezioso materiale; nel 1606 la quantità raggiunse la cifra di 105 mila e 64 libbre. Da tali numeri emerge la forte domanda del prodotto. Nel 1607 si ha conferma degli scambi mercantili di livello europeo per le sete italiane. I mercanti bolognesi scrissero che “le drapperie forestiere in particolare Genovese, Napolitane e Fiorentine sono più belle delle nostre, et anco migliori non ostante che siano fabbricate d’altri orsogli [sete tramate], che de’ nostri”. Vengono menzionati, inoltre, contatti con Lucca, Padova e Londra. Le esportazioni emiliane finivano “a Venetia, in Franza & in Fiandre”.
Le tensioni fra mercanti e tessitori bolognesi dovevano essere assai sostenute, dato che nel 1607, i primi risposero per iscritto ai drappieri, tessitori e tintori che non occorrevano “mille tellari” alla città per occupare circa 22 mila addetti, altrimenti “bisognaria che tutti diuentassimo tessitori, ò suoi ministri, & non ci sarebbero persone per altra professione”. Si deve pure aggiungere che è molto complesso accettare o verificare la statistica e le cifre di quei secoli. Venezia, per esempio, possedeva circa duemila telai, con un’alta specializzazione dei “samiteri”, ossia i fabbricanti del “samito”, il tessuto serico.

Mobilità di tessitori e venditori ambulanti friulani

Alcuni autori sostengono che il rilancio degli scambi mercantili interessò il Friuli sin dall’infeudazione del Patriarcato di Aquileia, avvenuta il 3 aprile 1077, verso il patriarca Sigeardo, da parte dell’imperatore Enrico IV. Analizzando l’intitolazione delle chiese locali, è stato scritto che c’è un’influenza d’Oltralpe. Ad esempio, così avvenne per l’intitolazione della chiesa di S. Ulderico a Sutrio “attraverso i cramari, che sin dai tempi più antichi si spingevano in Germania, Austria e Boemia” (BIASUTTI 1981). C’è chi fa addirittura il nome della compagnia di mercanti ambulanti. “È certo, per esempio, che furono gli Straulino, cramârs operanti in quel tempo ad Augsburg, a portare a Sutrio, subito dopo il 1000, il culto di Sant’Ulderico, vescovo di Augsburg, canonizzato nel 993” (MOLFETTA 1992). I cramari furono favoriti dal bavarese Poppo, patriarca di Aquileia (1019-1042), che era parente del santo di Augusta. Nella parte meridionale di Udine, verso Cussignacco, c’era una chiesa alto medievale, su una lieve altura, dedicata a Sant’Ulderico; anche il duomo di Udine, nel 1200, recava il titolo di Sant’Ulderico (MOREALE 1996). Per capire la permanenza del nome di quel santo si pensi, inoltre, ai vari cognomi friulani quali: Durì, Dorlì, Dorigo, Durigutto, Durigon, Durisotti (COSTANTINI 2002).

Il primo ad interessarsi dei venditori ambulanti friulani fu il patriarca guelfo Gregorio da Montelongo, quando, il 23 settembre 1261, impose un dazio alle merci dei “cramarii” di Tolmezzo (PASCHINI 1921), centro abitato più grande della Carnia, che è l’area montana del Friuli Occidentale. Gli ambulanti vengono chiamati “cramari” – in friulano “cramârs” - dal tedesco medio alto “krâme”, che significa “cassetta in legno”, utilizzata per portare le merci a spalla. Vendevano tele, fili, spezie, pelli e medicamenti. In chiave economica furono molto importanti per tutto il territorio locale, poiché univano il mercato di Venezia con quello tedesco.

Cramari e tessitori friulani emigravano verso il Veneto, Trento, il Tirolo e poi la Baviera, il Salisburghese, Augusta e altri centri europei. Nel XII secolo a Egna / Neumarkt, in Tirolo, vicino a Bolzano sono menzionati tra i vari mestieri del posto, tessitori (definiti “tessadri” nei contratti) e cimatori di panni, per un traffico commerciale di stoffe di lino, lana e canapa. È già documentata la presenza di carnici e friulani sin dal Cinquecento, nell’area stessa (GHETTA 1977; MARTINA VARUTTI 1997), comunque ancor oggi in paese ci sono significativamente i cognomi friulani: Fabris, Furlan, Tessadri e Trebo. È opportuno precisare che in certi documenti di mercanti carnici, essendo Treppo il loro paese di origine, si ritrovano nativi di: “Trebo”. Nel cimitero di Egna c’è una lapide dedicata a un certo Giovanni Battista Giacomuzzi, morto il 9 giugno 1880. Altri cognomi di origine friulana (COSTANTINI 2002) possono essere individuati oggi nei paesi vicini o nel capoluogo dell’Alto Adige: Furlanetto a Bolzano, Delli Zotti a Laives, Plazotta a San Michele Appiano.

Per restare in Friuli, nel 1430 è segnato un tintore, “Nicolaus Pidrusij” di Fraelacco, in veste di cameraro (economo) della confraternita di Santa Maria di Tricesimo, in provincia di Udine. Nello stesso antico libro contabile, a carta 51r, si desume che ci sia un rapporto con i tessitori dalla seguente scrittura: “It(em) spendey p(er) drappo di linçuy libr. vij s.”. La partita commerciale è stata tradotta così: “Ancora spesi per tessuto da lenzuola sette libbre di soldi” (VICARIO 2000).
Anche da un altro libro contabile emerge il rapporto con i tessitori friulani, che vengono chiamati a lavorare per fabbricare le lenzuola e tovaglie di lino per un ospedale. Tra il 1438 e il 1439, dal Quaderno di Michel De Sabida, cameraro dell’ospedale di San Michele di Gemona del Friuli le tele di lino furono confezionate dal figlio di “Pieri Chargnel e da Francesch del Arey di Godo” (LONDERO 1994). È da dire che il cognome Cargnel, con le varianti di Cargnello, Cargnelutti, Carnel, venne assegnato in epoca medievale proprio a quei tessitori provenienti dalla Carnia, che emigravano in Veneto, Trentino, Tirolo ed altre località estere.
I traffici con la Francia si facevano interessanti, soprattutto col Ducato degli Estensi. I tessuti toscani giungevano pure a Mantova, della dinastia dei Gonzaga. Il loro emissario, Leonardo Arrivabene, il giorno 8 settembre 1549, giunto a Parigi, nella veste di educatore di Lodovico Gonzaga, mandato alla corte di Francia, come paggio del Delfino (il futuro Francesco II) scrisse che si faceva mandare i vestiari da Anversa, perché a Parigi tutto costava un occhio del capo. Diede altre informazioni sul mercato, chiedendo drappi di seta italiani, perché migliori. “Le biancarie da Parisio – precisò Arrivabene - vengono tutte d’Anversa, sì che pol considerar l’avantaggio; è necessario che V. S. Ill.ma mandi delli drappi di seta per vestir il signore, perché qui oltre non vi è bona né bella roba, e la mettono il doppio” (Luzio 1902, p. 14). C’è la conferma dell’ottima qualità della seta italiana, ovvero toscana.
Venezia era comunque un punto di riferimento fondamentale per cramari, lanaioli e tessitori friulani. Ma pure gli operatori di altre attività si ponevano tale meta, non escluso il ramo della prostituzione. È il caso di “Catarinella Furlana” citata, verso il 1566, con tanto di tariffe, luogo di esercizio e nome dei mezzani nel Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venetia.
I trasferimenti erano assai vari nell’area montana. Ad esempio certi tirolesi di Bressanone, nei primi del Seicento, si trovano segnati nei registri parrocchiali di Treppo Carnico, in provincia di Udine. Nel libro dei battesimi di detta parrocchia, il 2 novembre 1612, è annotato il nome di “Pietro di Giacomo Brixiani de Siaio e Caterina”. Nella frazione di Siaio venne al mondo Pietro, figlio di Giacomo e Caterina, i quali altro cognome non avevano se non quello di “Brixiani”. Non è un caso isolato, poiché il 30 gennaio 1614 è segnata  Caterina, figlia di Giovanni Mochini e Lucia “brixiani ora a Siaio”. Un’altra Caterina fu battezzata il 1° marzo 1614. È figlia di Francesco e di Leonarda, “brixiani” pure loro di Siaio. E il 5 aprile 1614 fu la volta di Maria, figlia di Giovanni e Mattiussa “Brixiani” abitanti a Zenodis, altra frazione di Treppo Carnico. Seguirono altre due nascite e il 30 maggio 1615 fu battezzato Matteo di Giovanni Cusina e Lucia, “brixiani” di Siaio. Questo ramo dei Cusina o Cussina diede origine nel Settecento a un’originale compagnia di cramârs, attivi a Mannheim e Kaiserslautern, nel Palatinato tedesco (VARUTTI 2000).

Veneziani e friulani a Ferrara e i tessitori di Venezia

Ormai i flussi migratori toccavano ogni tipo di mestiere e di località. A Venezia, nel 1572, su sessantaquattro proprietari fondiari non nobili si distinsero 17 friulani domiciliati nella città lagunare, tra i quali vi erano tre tessitori carnici, un cimador, un falegname e un fisico (MORASSI 1997).
Era il 16 giugno 1657. Girolama Coradazza, che era di Forni di Sopra, si trovava a Venezia, col clan mercantile dei Coradazzi, mercanti carnici di lana anche sulla piazza di Udine, da scambiarsi con farine, vino e granaglie. Scrisse al marito una lettera con molte tenerezze e saluti per tutto il parentado che si trovava nel paesino montanaro ai confini col Cadore. La missiva sta presso l’Archivio di Stato di Udine (ASUD), Comune di Forni di Sopra, busta 3.
Nel 1655, il tale Gio Batta Collina, “infermiere veneto”, risultò fra i votanti per l’elezione del nuovo “massaro” [amministratore] dell’Arte dei Barbieri della Comunità di Ferrara. Essi fungevano pure da “cauadenti”, come si legge nel libro Diverse Congregazioni, dell’Archivio Storico Comunale, busta 1, tenuto all’Archivio di Stato di Ferrara (ASFE). Il Collina (cognome presente pure a Venzone) partecipò intensamente alla vita della sua nuova corporazione, tanto che a gennaio del 1659, nella Chiesa della Santissima Trinità, nel “dopo disnare”, con altri 24 colleghi, venne eletto “sindico”, divenendone così il capo. Si alternò nelle cariche sino al 1672, ricoprendo pure i ruoli di “esaminatore” per i garzoni che volevano accedere alla professione, oppure di “secretto”, una sorta di proboviro. Tra gli altri veneti che lavoravano a Ferrara troviamo, nel 1722, Paolo Bozzo “Venezziano in Bottega del Sig. Innocencio Libanti”, come risulta dal libro Nomi de’ Lavoranti de’ Barbieri di Ferrara (ASFE).
Altri viaggiatori e altre terre di confine. Lo scrivente ha trovato un venditore ambulante carnico in una lista di decine di nominativi in una ricerca d’archivio svolta a Ferrara (VARUTTI 2003-2004). Il suo nome è annotato così: “Biaggio Pavoni da Triesto”. Risulta aver versato, nel 1709, trentasei baiocchi e quattro denari – cioè, moneta pontificia – a tale Giovanni Battista Pezzetti, per esercitare abusivamente l’arte di merciaio, ossia l’ambulante. Nel 1711 pagò baiocchi 54,4 e nell’anno successivo altri 27,2 baiocchi. Contro il Pezzetti la Corporazione dell’Arte dei Merciai di Ferrara intentò causa nel 1730, in quanto “non immatricolato”, confiscandogli i libri contabili, nei quali è citato, appunto detto Biagio Pavoni, con una ventina di altri “furlani”, assieme a decine di mercanti veneziani, trentini, milanesi, piemontesi, romani, genovesi, savoiardi, francesi, “un fiammengo” ed altri ancora.
Probabilmente il Pezzetti si spacciava per esattore della Corporazione dei Merciai ferraresi, oppure si avvaleva di uno stuolo di agenti e collaboratori per agire su quella piazza padana. Certo è che alla categoria dei Merciai – come risulta dal Libro delle Detterminazioni dell’Arte de Merciari (ASFE) - che si riunivano a Ferrara nella “sagristia di San Romano”, per eleggere il “massaro” (o contabile), appartenevano solo una ventina di operatori e non di certo le centinaia di persone elencate nel processo contro il menzionato Pezzetti.
Che i friulani, mercanti di tele e tessitori, si recassero fuori dell’ambito regionale è attestato dai libri dei morti della Parrocchia di Forni di Sopra (UD). La maggior parte dei decessi avvenuti fuori del Friuli si registra nello stato Tridentino, cui seguono: Venezia, Treviso, Cadore, Ungheria, Baviera, Slovenia e Istria (MARTINA VARUTTI 1997). È allora plausibile che Biagio Pavoni, per i suoi traffici mercantili, si sia prima recato a Triesto (ossia Trieste) e, in seguito, a Venezia e a Ferrara.
Di sicuro i Pavoni sono nativi di Forni di Sopra. Come ha scritto Fortunato De Santa nella sua Cronistoria dei Forni Savorgnani, del 1899, in una riunione di “vicinia” dell’11 agosto 1492 partecipa anche “Floriano Pavon”. Le “vicinie” erano strutture organizzative territoriali che deliberavano su questioni di esigenza collettiva. Si consideri poi che nella frazione di Vico, a Forni di Sopra, è documentato il toponimo “Cjà di Pavon”, come ha evidenziato Alfio Anziutti nel suo Loucs fornés, del 1997.
In una carta dell’8 novembre 1627 è menzionato tale “Pietro Pavoni di Forno abitante in Lorenzago” (ASUD, Comune di Forni di Sopra, b 9, ms). È un’altra verifica degli scambi commerciali friulani col vicino Veneto. Altre attestazioni sulla forte mobilità territoriale dei mercanti Pavoni sono contenute nei documenti del notaio Pavoni; c’era pure un notaio con detto cognome. A titolo di esempio si vedano le buste 2188 e 2189 dell’Archivio Notarile Antico (ANA), presso l’ASUD. Nei manoscritti viene descritta la “robba”, che poi è: “mezzalana, mezzalanetta, bombacina” (cotone). Talvolta il contratto è di fluitazione, poiché si riferisce alle “taglie n. 1000 per li primi del venturo maggio sarà 1739 al porto d’acqua solito di S. Vido (…)” – ovvero San Vito al Tagliamento (PN).  Firmato: Ludovico Pavoni.
Per concludere si elencano i nomi dei friulani indicati nella sopracitata causa intentata nel 1730 dalla Corporazione dell’Arte de’ Merciai di Ferrara contro Giovanni Battista Pezzetti. Si noti com’è facile individuare le compagnie mercantili familiari, osservando gli ambulanti con lo stesso cognome. “Pietro Smagna Furlano” è annotato sui libri contabili del faccendiere Pezzetti sin dal 1650, seguono Andrea Toffoli e Francesco Toniuzzo. Nel 1659 ci sono “Jseppe Tonegatto Furlano” e il “Magnifico Antonio Tonegatto Furlano ha pagato per obedienza 1.10”. Nel 1663 ci sono “Giovanni Buzzi Furlano e Batta Tonegutto Furlano”. Del 1665 è “Tommaso Tonegut Furlano”. Simon Toffolo paga dal 1677. Giovanni Toffolo dal 1679. Domenico Ceccoti è annotato dal 1682. Santo Zillano dal 1685. Domenico Gasparini, 1697. Giovanni Rozzi, 1698. Pietro Ceccoti, 1699. Pietro Orti da Triesto, 1708. Marco Biasi da Triesto, 1712. Domenico de’ Lorenzi paga nel 1727 e ancora, nel 1729, lo stesso Domenico de’ Lorenzi da Udine.
Per tutto il secolo XVIII, a Ferrara, le autorità tentarono invano di introdurre la lavorazione in loco della seta, cercando di limitare la presenza di tessitori, filatori, incannatori e tintori “foresti”, come emerge da due manoscritti della collezione Antonelli della Biblioteca Ariostea. Il grande errore commesso fu di volere utilizzare come manodopera le 465 zitelle degli otto conservatori arcivescovili, nonché i ragazzi del reclusorio, mentre sarebbe stata necessaria una motivata e qualificata presenza artigiana locale. È detto nei manoscritti, comunque, che le drapperie di seta ferrarese venivano inviate alle “fiere di Bolzano, nella Francia, Olanda, Inghilterra et altri luoghi”. Peccato che fossero “in altre città lavorate”, seppure estratte grezze nel distretto e Legazione di Ferrara.
Nel 1754 a Venezia gli Inquisitori delle Arti svolsero un Processo informativo testori e loro laboratoj e telai su circa ottocento tessitori, con particolare riferimento all’industria della seta, come ha scritto Marcello Della Valentina, studiando all’Archivio di Stato, b 85. Oltre al nome di ogni artigiano friulano, si sa la parrocchia di appartenenza, il numero dei telai posseduti e, talvolta, gli anni di funzionamento del laboratorio, vedi tabella n. 1. Si precisa che le note sono state aggiunte dallo scrivente, per specificare l’area territoriale di probabile provenienza. Se nel 1672 risultano 733 capimastri tessitori e circa 800 nel 1754, considerati i problemi dei rilevamenti statistici del passato, ecco che nel 1742 vennero contati 467 capimastri “con bottega attiva”. Furono addirittura 1218 nel 1696, ma in quell’anno, precisa l’autore dello studio, furono concessi i “suffragi”, ossia dei prestiti richiesti all’Arte dei Tessitori per far fronte ai momenti difficili. Ciò potrebbe spiegare la triplicazione del numero dei capimastri. Non era certo l’effervescenza del mercato serico a farne lievitare così la quantità.
È da ricordare che tra i vari capimastri tessitori venne censito pure l’udinese Antonio Zanon, trapiantato a Venezia dal 1738. Nel 1751 il suo laboratorio contava ventidue telai e l’attività proseguì poi col figlio Tommaso. Zanon si fece conoscere dalle autorità della Serenissima perché lanciò il progetto di inviare le “pannine” di seta veneziana in America, tramite Cadice e Lisbona (DELLA VALENTINA 2003).

Tabella n. 1 – Tessitori friulani attivi a Venezia nel 1754

Nome
Indirizzo
Telai
Da anni
Note
Carniel Marc’Antonio qd Bastian
Fondamenta S. Girolamo S. Marcuola
1
34
Pordenonese
Carniel Antonio qd Bastian
Chiesa alla Maddalena
6
50
Pordenonese
Carniel Simon di Antonio
Chiesa alla Maddalena
4

Pordenonese
Colussi Antonio di Zuane
Colussi Anzolo qd Francesco
Colussi Francesco di Zuane
Colussi Zuane qd Francesco
Colussi Zuane qd Giacomo
S. Geremia S. Marcuola
8

Frisanco
Dorigo, Fabris, Fantini



Carnia
Furlanetto Nadalin qd Anzolo
Furlanetto Girolamo qd Zuane Battista
S. Geremia S. Lunardo


Sacile
Nassivera Antonio qd Zuane
Calle della Racchetta S. Felice

43
Forni di Sotto
Nassivera Carlo di Zuane
Calle della Misericordia S. Geremia
3
26
Forni di Sotto
Novello Iseppo
S. Marcuola 


Friuli centrale
Pagnacco Iseppo qd Daniel
S. Girolamo S. Marcuola
3
20
Travesio
Pagnacco Z. Battista qd Daniel
S. Girolamo S. Marcuola
3
23
Travesio
Rizzi
S. Geremia
13


Tramontin Antonio qd Piero
S. Marcuola
3
28
Val Tramontina
Tramontin Bortolo qd Piero
S. Nicolò
1
32
Val Tramontina
Zuliani Antonio di Dionisio
S. Geremia
3
4
Campoformido
Zuliani Iseppo qd Marco
S. Marcuola
5
8
Campoformido
Fonte: Nostra elaborazione su dati di M. Della Valentina, Operai, mezzadi, mercanti. Tessitori e industria della seta a Venezia tra ‘600 e ‘700, Padova, Cleup, 2003


Il “tellaro” e la collana friulani

Nelle vecchie carte dei notai fornesi lo scrivente ha trovato alcune scritture assai affascinanti. Sono riferite al lavoro dei tessitori e al modo di passare il tempo libero femminile.
Il primo documento risale al 29 settembre 1727, come si desume dai manoscritti dei notai Gio Batta Pavoni e Floreano Coradazio, di Forni di Sopra, custoditi nella busta 2195 (ASUD). “In casa Pauoni - il notaio redige la - stima et nota delle robbe et effetti Dotalli del Domino…”, ossia signor Gio Batta Pavoni, figlio di Francesco. Sono interessanti il lessico e la sintassi del manoscritto, poiché, pur trattandosi di una dote femminile, il nome della destinataria appare quasi per inciso nel testo. Dunque gli effetti dotali sono del Gio Batta Pavoni, che “dà et consegna” a Giacomo Cella, figlio di Nicolò e ad Anna Maria, figlia del Pavoni stesso, “coll’absenza di Domino Nicolò”. Il padre della sposa, tale Nicolò, conoscendo le vicende delle famiglie Cella, deve essere stato a fare il tessitore in Trentino, da cui il soprannome “dal Trentin”, noto ancor oggi in paese.
La lista dei beni dotali si apre, dunque, con “una cassa di Nogaro con serratura alla Todesca lire 27”. È la cassapanca di nocciolo (“noglâr”) per contenere la dote. Poi c’è un “letto capezzale lire 93”. Seguono le coperte con “stametizzo Pergamasco (frange bergamasche) e con finimenti color viola o verde”. Vale lire 10 e soldi 10 “un mantilo da Tolla (tovaglia da tavola) a opera a dama schieto”. Il damascato è un tessuto ottenuto sfruttando sia il dritto lucido, sia il rovescio opaco.
Nella dote di Anna Maria, che in totale vale lire 527, c’è persino “una camiziola rotta ussata lire 10:10”, ma la nota più interessante, in veste antropologica, è senza dubbi la seguente: “una corda di Tondini d’Argento del ballo per lire 10”. In base al Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio per “tondini d’argento” si intende un collarino di sfere, ossia una collana, un abbellimento femminile per andare alle feste da ballo. Verifichiamo così che, oltre al tempo del filare, per la donna, c’era il tempo del ballo e dei divertimenti.
I “Tondini di Argento” sono citati pure in un Proclama del Senato della Repubblica di Venezia dei primi del Seicento, che si può leggere nella Biblioteca del Seminario di Udine. Questi ed altri monili potevano essere dati in pegno dal popolo ai “banchieri” ebraici del ghetto, col fine di avere un prestito. Anche Spilimbergo (PN), nel Settecento, è una piazza dove i prestiti ad usura erano fiorenti ad opera di un banco dei pegni al 12 per cento, tenuto da ebrei.
Verrà descritta, ora, un’altra annotazione, contenuta nello stesso cartolare. Siamo ad Andrazza, frazione di Forni di Sopra ed è il 1733. Viene redatta una “stima delle facoltà” lasciate dal signor Gio Batta Ulian, che doveva essere un bravo tessitore e un accorto imprenditore, vista la varietà dei mezzi di produzione dati in eredità ai figli. A Rinaldo, tra le varie cose, spettano “un Tellaro, corletto e fucello… e una gramola” di cui non si sa la valutazione. Il telaio è la macchina del tessitore. Tellaro, proviene dal friulano “telâr” e dal dialetto veneziano “telèr”. Il corletto è l’arcolaio per filare, dal friul. “corli”. Il fucello è il fuso, dal friul “fûs”, e la gramola – friul. “gramole” - è l’attrezzo per gramolare o maciullare il lino e la canapa, ottenendone dei fili.
A Pietro, un altro figlio, tra le varie cose, toccano “una gramola… e un corlo da filar lana per lire 4”. Così veniamo a sapere che c’era anche la lana tra le fibre tessili utilizzate, oltre al lino e alla canapa. Pure al terzo figlio, Vitto, spettano, tra le cose mobili, “una gramola”. Da questo testamento si deduce che il tessitore Gio Batta Ulian aveva la dotazione dei mezzi di produzione di una piccola azienda, considerato il telaio, tre gramole e due filatoi. In quel tempo veniva chiamata fraterna compagnia, secondo l’uso dei mercanti veneziani, poiché i rapporti familiari erano al centro delle relazioni commerciali e di lavoro.
Un altro caso di mobilità territoriale di fine Settecento. Dal citato archivio ferrarese emerge che il giorno 11 aprile 1788 Lazzaro Paolucci di Trieste chiese di essere ammesso all’Arte de’ Paroni (ASFE), ovvero dei barcaroli o barcaioli.

Tintori serici della Val di Zoldo e mercanti carnici

I Conighi erano un esclusivo clan di tintori di seta, trapiantati in “Gradisca Imperiale”, originari della Val di Zoldo (BL), luogo di specializzazione di tale attività per rifornire Venezia. Alcuni di loro furono segnati pure a Farra d’Isonzo, nel Goriziano, dove dal 1722 funzionava un filatoio serico, voluto dall’imperatore Carlo VI ed affidato in gestione dapprima ai napoletani Giuseppe de Trevano, Giuseppe Periello e Domenico Segalla. Nel 1788 fu venduto ad un gruppo di ebrei, stabilitisi a Trieste: Luzzatto, Morpurgo e Gentili.
L’occasione di introdurre la produzione della seta nella Contea di Gradisca fu propiziata da un’operazione di spionaggio protoindustriale. Il conte Francesco Ulderico I della Torre Valsassina, maresciallo della stessa contea, fu nominato dall’imperatore Leopoldo I ambasciatore austriaco a Venezia.  Con un sotterfugio riuscì a sottrarre alla Serenissima i modelli di telaio per la lavorazione della seta costruito da Antonio Correr, su imitazione di quelli inglesi. Ecco che l’arte della bachicoltura, filatura e torcitura della seta poterono essere introdotte, nel tardo Seicento nelle terre isontine che si riempirono di gelsi e, in seguito, fu eretto anche il filatoio di Farra (BOMBIG 1993).
La strada per Gradisca d’Isonzo, indicata persino nei racconti di Caterina Percoto – “Per la via di Manzano a Cormons…”, - univa il Friuli della Serenissima col Friuli austriaco o imperiale. Gli scambi mercantili dovevano essere di un certo livello. Se ne è trovato un riscontro anche nei protocolli notarili custoditi a Udine. Tra i rogiti del notaio Floriano Antonio Morocuti di Paluzza, il 23 giugno 1762, c’è un atto, infatti, degli “Eredi q.m Giacomo Broili di Gredisca con Pietro Cortolezis” (ASUD).
A Gradisca nel tardo Settecento i tintori Conighi erano in contatto con una comunità di mercanti carnici o friulani: i Vanino da Piano d’Arta, gli Sticotti da Socchieve, i Candido da Rigolato, i Broili da Siaio di Treppo Carnico e i Filippuzzi da San Daniele del Friuli, come si è potuto constatare nei libri parrocchiali. In particolare i fratelli Michele e Giovanni Battista Conighi, figli di Giacomo, erano attivi come tintori serici nella frazione di Bruma, parrocchia del Santo Spirito. Furono segnati come “tinctores” pure Angela Sonzonio, moglie di uno di loro e i figli Alessandro Maria Conighi (Gradisca 05.08.1772-06.08.1860) e Giobatta Andrea Giuseppe Valentino Conighi (Gradisca 07.03.1776).
Si sa che da Forno di Zoldo (BL), di preciso dalla frazione di Goima, tra il Seicento e il Settecento alcuni abili tintori di seta, come i Levis, i Costantin e i Dal Calice emigrarono a Venezia, Udine, Bertiolo, Gradisca d’Isonzo e, perfino, a Parigi.
Altri due tintori zoldani, secondo le indagini di Luciana Morassi, all’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo V Savi della Mercanzia, sono Tiziano Scodona e Tiziano Del Col. Quest’ultimo, nel 1751, fu in affari con Tommaso Del Fabbro, tessitore di lino a Moggio Udinese, dove nel, 1717, il carnico Jacopo Linussio (Paularo 1691-1747) aprì una fabbrica di tele, che diede lavoro, nel 1725, a duecento tessitori. Un altro stabilimento Linussio operò a Tolmezzo (UD).
Secondo una statistica del 1766, analizzata da Dolores Catelan, dell’Università di Udine, tra Cadore, Carnia e Canal del Ferro vivevano circa 602 mila perone. L’agricoltura occupava un terzo dei lavoratori, seguivano gli addetti ai telai, ai filatoi e alle tintorie. Essi superavano gli addetti ai mulini, ai trasporti, alle botteghe e alla lavorazione del legno. La Rivoluzione Industriale stava per nascere nel Friuli della Serenissima, ma, come sappiamo, i telai inglesi ebbero il sopravvento.
C’è chi segnala come i tessitori friulani se la passassero male alla fine del Settecento, tanto da “vendere l’anima al diavolo”, con tanto di ricevuta debitamente firmata (GRI 2004). È un documento di 18 mila ducati d’oro, firmato da Santo Pizziolati, povero e illuso giovane tessitore di Morsano, che finì processato presso la sede di Portogruaro del Sant’Ufficio. Altre volte il tessitore indebitato, come fu per Francesco Vezzi – cognome da Vito d’Asio e Cercivento -, si lasciò andare alla furia iconoclasta nei confronti di un quadro di un santo. Poi, persa l’anima, avanzò la richiesta di prestito al demone. Un altro tessitore a Udine, Domenico Angeli, fuori Porta Pracchiuso o Porta Ronchi, passando nelle vicinanze dei cimiteri dei paesi e per vincere la paura o gli “sgrisoli per la schiena”, seguì un rituale magico. Puntosi il mignolo della mano sinistra, ne cavò il sangue necessario alla firma del contratto col diavolo. Fece i cerchi prescritti e pronunciò le parole dello scongiuro suggerito, assieme ad altri assurdi rituali: il rospo sotterrato vivo, il segno della croce fatto al contrario, il furto di “cera di triangolo” della settimana santa, le particole sottratte in chiesa e la polvere di ossa di morto. Nessuno di questi tessitori, sarti o contadini, conclude Gian Paolo Gri, vide mai una moneta da parte del diavolo.

Gli ultimi tessitori friulani

Nell’Ottocento la tessitura in Friuli decollò come attività industriale, assumendo un ruolo importante verso gli ultimi anni del secolo e nel primo decennio del Novecento. Nelle campagne rimase confinata tra le attività integrative, ma fu diffusa in molte famiglie, allo stesso tempo gli artigiani, mutate le condizioni del mercato, calarono di quantità. Nel 1818 Udine contava 17.390 abitanti. Il comparto della tessitura occupava 610 addetti (3,5%), con “370 manufatturieri della seta, 194 manufatturieri del lino e della canapa e 46 tintori”. Tra tutte le altre attività spiccano 2342 “coltivatori di terreni, giardini e ortaglie, maschi e femmine” (13,5%). In tutti gli altri mestieri ci sono cifre più basse di addetti (ASUD, Archivio Comunale di Udine, Parte Austriaca 1°, b 10).

Alcuni autori hanno studiato i trasferimenti degli artigiani carnici dai monti alla pianura friulana (MARTINA 1998). Agli inizi dell’Ottocento “i tesseri Zuanne Passudet e Giovanni q. Daniel Fior” hanno cognomi diffusi a Ampezzo e Verzegnis, ma lavoravano a Bertiolo. Sempre lì, nel 1821, è segnato come tessitore Giovanni Verona, originario di Avaglio, in Carnia. Nel 1833 è registrato il “linajolo” Angelo Fior e il tessitore Gio.Batta Concina, da Clauzetto, nel 1844. Poi, a Bertiolo, ci sono Gio.Batta Travane, di Trava, oppure Giacomo de Candido, negoziante di canape, da Rigolato, le famiglie Piutti, di Cazzaso, sono tessitori e mercanti di stoffe, come pure gli Spangaro, commercianti di tele, originari di Ampezzo. Questi ultimi hanno relazioni commerciali con la ditta tessile Foramitti di Cividale, oltre che con altri operatori di Venezia, Trieste e Fiume.

A Udine, nel 1862, un certo Valentino Antoniacomi – nome tipico di Forni di Sopra – è annotato come “conciapelli” e marito di Lucia Biasutti, come emerge dall’Anagrafe dell’Archivio Comunale di Udine (ASUD, b 527 bis). Forse un suo parente, tale Giovanni Battista Antoniacomi, sposo di Anna Marissig, è di mestiere “scorzaro”, ovvero riferito ancora alla lavorazione delle pelli animali. Nel 1866, mentre Udine passava col Regno d’Italia, il tale Pietro Zanussi, era segnato come “filatore di seta” nella parrocchia del S. Redentore, come risulta dagli stessi cartolari. Poi c’era il tintore Pietro Colla, della parrocchia di S. Quirino.

Era un “filatore di seta” Sebastiano Del Negro, marito di Giulia Bon. Lei, il 10 settembre 1867, diede alla luce un figlio di nome Giacomo. Erano della parrocchia del S. Redentore. Della stessa zona erano altri “filatori di seta”, come: Andrea Cumano e Valentino Quargnassi. In quello stesso anno nella parrocchia di S. Quirino sono registrati due “filatojari”: Luigi Gri e Antonio Ternoldi. Ci sono tre “linajuoli” nella parrocchia di S. Giorgio: Antonio Zamparo, Luigi Pidutti e Giovanni Moro. Un altro “filatojaro” è segnato nella parrocchia della Beata Vergine del Carmine: Antonio Chieri. Due “filatojeri” di Cussignacco, frazione meridionale della città, si notano poiché sono partiti per l’America (ASUD, Archivio Comunale di Udine, Anagrafe, b 527 bis).

Il lavoro del filare e del tessere veniva scambiato con altri artigiani locali. I falegnami sapevano aggiustare e fabbricare telai, filatoi ed altri strumenti. È per tale motivo che nel Libretto contabile del falegname Antonio Antoniutti Bisaru”, della collezione di Aurelia Cella, di Forni di Sopra si trova, al 17 marzo 1875, a debito di Giovanni Comis, detto Cugnal, tale scrittura: “aver Giustatto la corletta importa 0,50”. L’arcolaio in friulano è il “corli”. A gennaio 1878 ci sono dei riferimenti ad operazioni di filatura “per libre 9,5” a credito di Agostino De Santa, detto Dient, per lire italiane 2,32. Lo stesso falegname, nel 1880, riporta a credito di “Pio nono” la seguente annotazione: “Marzo avermi sgartisato [sgarzato] libre 4 di lana importa [Italiane Lire] 0,60”.  Nel 1884, si segna in “avere” del conto di Isidoro D’Andrea: “aver fatta filare e intenser [tessere] Mezalana a loro per c.mi 68”. Il falegname fabbricava zoccoli, cardense (credenze, cioè armadi per cibi), aggiustava le slitte, le travature dei tetti ed altro, oltre a fare dei piccoli prestiti. I suoi clienti saldavano con contanti e con vari lavori, compresi quelli legati alla tessitura.

In un’altra area montana il cramaro venne chiamato “Handelsmann”, ossia: uomo di commerci. Il riferimento è alla Val Canale, in provincia di Udine, vicino al confine austriaco. Nel cimitero di Malborghetto si può notare la lapide Sigmund von Pollaky, nato nel 1829 e morto nel 1882, di mestiere “Handelsmann”. Una variante di tale attività è quella di “Kaufmann”, cioè: commerciante, negoziante. Come si vede nella lapide della chiesa di Santa Geltrude a S. Leopoldo di Pontebba. È il caso di Peter Unteregger, nato nel 1820 e morto nel 1882 in Tirolo. Era un commerciante ambulante.
Alcune rimanenze di onomastica friulana in Tirolo, derivanti dalla emigrazione dei tessitori, possono essere intraviste nella “Schützen Kompanie Auer” di Ora. Nel 1909, infatti, c’era un Sepp Scarazzola. È un cognome friulano: “scraçule” significa “crepitacolo”. Il cognome è di San Vito al Torre. Durante la Prima guerra mondiale altri nomi di militari inquadrati in un battaglione tirolese dimostrano una lontana origine friulana. Da Aldino c’erano Alois Zanin e Anton Zanin. Da Laives c’era Johann Scandella (cognome di Montereale Valcellina). Da Bronzolo: Josef Furlan. Da Salorno c’erano Albin Nikolussi e Rudolf Nikolussi. Da Molina di Fiemme un Battista Pollo (Polo è cognome di Forni di Sotto). Da Sover un Luigi Tessadri (CEMBRAN 1993).
La pratica del tessitore ambulante, che produceva tele in cambio di vitto, alloggio e di un compenso in denaro, restò in auge in Friuli sino ai primi del Novecento, come ha scritto Riccardo Castellani, quando venne soppiantata dalle filande e dagli stabilimenti tessili. Vengono ricordati due tessitori: un certo Zuan di Placcia da Colza di Enemonzo, in provincia di Udine e Giovanùt di Batistìn da San Lorenzo di Arzene, provincia di Pordenone (CASTELLANI 1978). Nella zona di Fagagna vengono ricordati anche “Talie Cosean dal Cjessidôr”, oltre alla famiglia Catasso Cjessidôr (DI NARDA 1997).
A Gemona, nel 1910, c’era la filanda da seta De Carli Giuseppe, il cui titolare era impegnato in una ferramenta e in un ufficio di cambiavalute (VALENTINIS 1910). Prima della Grande guerra in Friuli c’erano 40 filande, mentre nel 1921, dopo le requisizioni e il bottino bellico austriaco e tedesco, ne restarono attive soltanto 21, come riferisce Gualtiero Valentinis. Il 16 marzo 1928, in pieno fascismo, le novanta operaie della filanda Lodigiani di Gemona effettuarono una singolare manifestazione sindacale. La notizia fu riferita il giorno 11 maggio successivo dal questore Boldini al prefetto di Udine. Le filandaie “sospesero il lavoro per protesta – scrisse il questore – contro i rigori disciplinari usati verso di loro da una assistente, pretendendone il licenziamento””. Allora il direttore chiamò i Reali Carabinieri, sicché lo sciopero pare che ebbe la durata di soli “15 minuti” e finì con la denuncia di “tutte le operaie”. Un’ulteriore denuncia venne elevata contro “quattro operaie istigatrici” (ASUD, Prefettura di Udine, b 10).
La filanda gemonese viene ricordata pure da qualche fonte orale. “Lavorò fino alla fine degli anni sessanta – ha detto Patrizia Bierti – ricordo la tessitura Goi, vicino al monastero e la filanda presso Via S. Rocco, lavoravano canapa, cotone e lana… facevano lenzuola e altri capi da corredo, ricordo il corredo di mia zia Elisa Bierti, che faceva la maestra, con tessuti fini e di qualità, con solo lino e misto canapa e lino… dopo il terremoto del 1976 si sono trasferiti a Taboga, in Via Nazionale”.
Tra gli artigiani ancor attivi oggi, per concludere, ci sono dei laboratori di tessitura a Udine, Sauris e Villa Santina.

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Questo articolo (di Elio Varutti), col titolo medesimo, è stato pubblicato sul «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 11, 2009, pagg. 98-111. ISNN 1971-9914.


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