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giovedì 12 gennaio 2017

Il cammino degli esuli istriani a Udine, 1945-1960

Graziella Dainese ha voluto ripercorrere a Udine le strade fatte dalla sua mamma e dai nonni dopo l’esodo da Parenzo. Il 20 ottobre 1948 essi passano da un Centro Raccolta Profughi di Trieste, così definito “Displaced Persons Assembly Centre”. Dato che non esisteva ancora la definizione internazionale di “rifugiato”, la traduzione più efficace potrebbe essere: “Centro per Persone Senza Patria”.
Graziella Dainese sotto la lapide che ricorda Il Centro Smistamento Profughi di Udine

Giova ricordare che il capoluogo giuliano apparteneva al Territorio Libero di Trieste (1945-1954). Il 28 ottobre la Polizia di Frontiera italiana vidima “per entrata” al valico ferroviario di Monfalcone il passaporto provvisorio n. 11.072 di Casarsa Elvira, la madre della signora Graziella Dainese. Elvira è nata a Parenzo il 29 maggio 1928, figlia di Luigi e di Giovanna Zucco (Collezione Graziella Dainese, Portogruaro). Sono diretti a Udine.
Dalla stazione ferroviaria, alla quale arrivavano da Trieste, o da Monfalcone, i profughi giuliano dalmati si recavano al Centro Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano
Lapide posizionata dal Comune di Udine a 60 anni dal Diktat e dall'apertura del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano 21

Durante il cammino-pellegrinaggio sui luoghi dell’esodo familiare spiego alla signora Dainese che, come ho saputo dal signor Leonardo Cesaratto, impiegato del CSP di Udine, certe volte per portare i profughi dalla stazione al CSP c’erano delle camionette. I mezzi militari erano guidati dagli stessi istriani esuli, che si erano fatti assumere dalla polizia a tale scopo. Si percorre a piedi Viale Europa Unita, poi i profughi salivano sul cavalcavia che porta direttamente in Via Pradamano al civico numero 21, sede del CSP, dal 1947 al 1960.
Ho mostrato alla professoressa Dainese i bar-osteria dove andavano i profughi per una partita a briscola, tuttora esistenti: bar Franzolini e bar Fusâr. Ho mostrato il tabacchino dove si compravano le sigarette. C’era pure una merceria, come mi ha riferito Giulia Marioni, dove le donne esuli portavano pizzi, lenzuola e, persino qualche monile d’oro, cercando di scambiare quelle cose con del denaro.
Poi abbiamo visto il palazzo del CSP, oggi è una scuola media di primo grado. Dal Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano transitano, dal 1947 al 1960, oltre cento mila “senza patria”, come li chiamano gli anglo-americani, che all’inizio dirigono le operazioni. 
A ragione si può dire, allora, che Udine sia stata la Capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Essi vengono smistati nei 109 CRP sparsi per l’Italia, soprattutto nel centro nord. La visita è finita così. Ho mostrato dove le profughe sciorinavano i panni al sole dopo il bucato, come mi ha raccontato il signor Remo Leonarduzzi, custode del CSP.

Carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano)di Franco Leo Dainese, del Comune di Parenzo, 13 maggio 1946 

Udine capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia
Quest’anno ricorre il 70° anniversario del Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. Da quel fatto l’Italia sconfitta perde l’Istria, Fiume e Zara, assieme ai territori coloniali. Dalla fine della seconda guerra mondiale la città di Udine diviene luogo di accoglienza di migliaia di profughi giuliano dalmati. Per i primi profughi arrivati a Udine, nel 1945, vengono preparati circa duemila pasti al giorno alla mensa pubblica.
Udine, Villaggio Metallico, La "Baraca ciesa" 1946-1958...Fotografia da Facebook

Dal 9 maggio 1945 al 1946, è allestito un primo Centro di Raccolta Profughi (CRP) presso la vecchia scuola succursale della “Dante Alighieri” in Via Gorizia, più precisamente in Via Monte Sei Busi, nelle vicinanze di un vecchio camposanto. La struttura è al comando del tenente Previato: pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Nelle vicinanze di Via Gorizia c’è un acquartieramento di truppe inglesi: un centinaio di prefabbricati metallici, tipo bidonville, con alte torri di guardia e mitragliera pesante. Quando gli inglesi lasciano Udine, nel 1946-1947, quegli spazi, divenuti di proprietà dell’esercito italiano (caserma Spaccamela), dopo regolare richiesta, sono occupati dagli istriani e da altri sfollati. È il Villaggio Metallico. Oggi lì ci sono le roulotte degli zingari. Quando il CRP è pieno, allora si mandano i profughi a dormire in altri posti, come all’asilo notturno; così accade il 23 ottobre 1946 a Franco Leo Dainese, da Parenzo, autorizzato a pernottarvi per cinque giorni, come risulta dal documento custodito dalla figlia Graziella Dainese, di Portogruaro.
Nel 1947 è ricordata un’altra bidonville per i profughi istriani nella frazione di S. Gottardo, nella periferia est di Udine, dove sorge poi un Villaggio Giuliano. In base all’Archivio del Comune di Udine nel 1950 ebbe inizio la costruzione delle case del primo Villaggio Giuliano in Via Cormòr Alto, Via Casarsa, inaugurato nel 1952. Altre case per loro sorgono a Sant’Osvaldo e in Via Fruch.


Buono pasto al Posto di ristoro della Assistenza Post-bellica di Udine per il profugo istriano Franco Dainese, del 23 ottobre 1946

Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946
Mio papà – dice Graziella Dainese – ricorda che i tedeschi, nel 1943, dopo el ribalton chiesero ai giovani riuniti in piazza, a Torre di Parenzo, se volessero stare con la Landschutz (militari di difesa territoriale) o con i partigiani. I giovani istriani si divisero un po’ di qua e un po’ di là della piazza. Quelli schierati con i partigiani li hanno ammazzati tutti. Mio papà si è salvato perché aveva scelto la Landschutz, ma cosa vuoi capire a 17-18 anni? Poi i tedeschi li portarono in treno verso l’Austria, ma a Tarvisio, con altri compagni di viaggio, papà riuscì a scappare, per tornare a piedi e con mezzi vari fino a Parenzo, per restare lì fino al 1946.
Certe volte l’esodo giuliano dalmata nasce dalla confusione, oltre che dalla paura della violenza dei titini, che agiscono per rivalsa contro gli italiani, viste le angherie sofferte sotto il fascismo e per la pulizia etnica, o per quella politica. El ribalton, prima di tutto, è l’elemento disorientante. Tanti esuli chiamano così la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 ed il conseguente armistizio di Badoglio con gli alleati, comunicato il successivo 8 settembre. Ciò causò l’invasione tedesca dell’Italia, anche se già vari reparti nazisti stazionavano nella Penisola. Un altro ribalton capita quando i riva i titini e i vol farla da paroni.
Il caos è totale. In Istria, dopo i primi casi di uccisioni nelle foibe del mese di settembre 1943 – i nomi degli ammazzati sono pubblicati su «Il Piccolo» del tempo – arrivano i tedeschi, che dagli istriani sono visti come dei “liberatori”, in quanto fanno tornare “in bosco” i partigiani comunisti e poi fanno da scorta ai pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich di Pola, che inizia a riesumare le salme degli italiani infoibati, mentre i titini gli sparavano addosso. Non si dovevano scoprire le uccisioni nelle foibe, secondo gli jugoslavi.
Mensa al Centro Smistamento Profughi di Udine, anni 1947-1950. Fotografia del Gazzettino

Verso la fine del conflitto, i tedeschi in fuga, usano per retroguardia reparti di cetnici (jugoslavi monarchici) e più a nord, a Gorizia e Udine, persino gruppi di cosacchi (alleati di Hitler). La gente si muove tra spie, voltagabbana, sparizioni, furti, bombardamenti, saccheggi, militari di ogni sorta, campi di concentramento nazista e partigiani titini assetati di vendetta contro i talijanski.
Franco Leo Dainese nasce a San Michele al Tagliamento, in provincia di Venezia, nel 1924 e muore a Gorizia nel 1987. La sua famiglia si era trasferita a Parenzo per lavoro, continua così la testimonianza della professoressa Graziella Dainese, residente a Portogruaro, in provincia di Venezia.
Finita la guerra, i partigiani titini ricevono dagli inglesi decine di migliaia di militari jugoslavi alleati dei nazisti, disarmati dai vincitori. Iniziano, allora, il repulisti di domobranci (militari sloveni e croati collaborazionisti dei nazisti), belagardisti (miliziani sloveni anticomunisti) e ustascia (filo-fascisti croati, antiserbi). Vengono passati per le armi, con i loro familiari, e i loro corpi finiscono nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave di sabbia o nei trinceroni aperti dalle squadre della Organizzazione TODT, nel penoso tentativo nazista di fermare i carri armati alleati.
Anche il dopoguerra non è semplice da affrontare. A Parenzo, come in altre parti dell’Istria, nasce la “Slavensko Talijanska Antifašistička Unija”, ossia l’Unione Antifascista Italo-Slava, dove gli italiani, con sentimenti di sinistra, sono messi lì a fare da “copertina”, perché l’obiettivo di Tito è di “slavizzare” tutto. Quelli che capiscono l’andazzo se la filano alla svelta.

Tessera dell'Unione Antifascista Italo-slava, Collezione familiare privata, Venezia

Com’è allora l’esodo da Parenzo di Franco Dainese, nel 1946?  Franco Leo Dainese si fa rilasciare una carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano) dal Comune di Parenzo il 13 maggio 1946. Il documento è curioso, perché reca la marca da bollo verde da 10 centesimi, regolarmente timbrata in croato, però con l’effigie del re d’Italia, Vittorio Emanuele III, pur con l’annullo slavo di Rijeka, ossia Fiume, per “L. 100” – Lire italiane!
Poi egli è esule a Loreo, in provincia di Rovigo, dal 1946, presso alcune sue zie. Il suo itinerario dell’esodo prevede un passaggio per Udine. Il 28 ottobre 1946, infatti, è accolto all’asilo notturno di Udine, in Vicolo Porta Nuova, per cinque notti, secondo la tessera rilasciatagli del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, sezione di Udine.
Per il cibo può godere di un buono pasto “per 4 giorni” del 28 ottobre 1946, presso il Posto di Ristoro della Post-Bellica, dipendenza del Ministero dell’Interno, secondo il biglietto rilasciatogli dal Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, Sezione di Udine. Il buono pasto è scritto sul modello prestampato per la Commissione Pontificia d’Assistenza, segno che fino a poco prima si occupava dell’accoglienza la struttura ecclesiastica, piuttosto che quella statale, andata in dissolvimento.
Come gli oltre centomila esuli giuliano dalmati passati per Udine, anche Franco Dainese dalla stazione ferroviaria passa al Centro Raccolta Profughi (CRP). Nel 1946 il punto di accoglienza è ancora situato nella zona di Via Gorizia, come diceva la gente. In realtà è in Via Monte Sei Busi, dove oggi ci sono le roulotte dei rom.  Il CRP è presso la vecchia scuola succursale delle “Dante Alighieri” di via Gorizia, nelle vicinanze di un vecchio camposanto, nella zona a nordest della città. La struttura era al comando del tenente Previato. Erano pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Dopo la breve permanenza a Udine Franco Dainese è destinato al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove sta per vari mesi. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira Casarsa e Franco Dainese, che già si conoscevano dalla adolescenza a Parenzo, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra molti documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata direttamente) dell’esodo dei suoi cari. Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo. È un posto troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una bimba, appunto: Graziella Dainese. Il 14 novembre 1951 la sconvolgente alluvione del Po li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18 di Trieste, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si accrescono in eccesso. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo negli zuccherifici. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave, Gorizia e Portogruaro.

Libretto dei ricordi dell'esodo dei familiari di Graziella Dainese. Spiccano le dediche e le firme di Bojan Horvat, del Museo del Territorio Parentino, Parenzo e di Graziano Musizza, presidente della Comunità Nazionale Italiana di Parenzo.
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Fonti orali
Ringrazio e ricordo le seguenti persone per la disponibilità riservata a testimoniare e a mostrare fotografie, manoscritti e documenti di famiglia. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate.
- Leonardo Cesaratto (Bucarest 1926 – Udine 2011), impiegato del CSP di Udine, int. del 26 gennaio e dell'11 febbraio 2004.
- Graziella Dainese (Rovigo 1951 - Caorle, VE, 2022) residente a Portogruaro, provincia di Venezia, int. del 4 gennaio 2017.
- Remo Leonarduzzi (Ragogna, provincia di Udine 1926-2005), custode del CSP di Udine, int. del 16 febbraio 2004.
- Giulia Marioni (Udine 1952), nata e vissuta di fronte al CSP di Udine ed ivi curata nell’infermeria, dopo il morso del cane, all’età di quattro anni, int. dell’11 dicembre 2014.

Collezioni private
- Collezione Graziella Dainese, Portogruaro.
- Collezione familiare privata, Venezia.

Riferimenti bibliografici e nel web
- Marco Corazza, Portogruaro. Se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il Tribunale la documenta, «Il Gazzettino», 22 Settembre 2015
- Vito Digiorgio, Un pezzo della mia terra. Portogruaro: La storia di Elvira Casarsa, profuga italiana«http://www.portogruaro.net»28-08-2014
- Remo Leonarduzzi, La ex-GIL di Via Pradamano, «Baldasseria 78», 1978, pp.6-7.
- Una versione del presente articolo è stata pubblicata su infofvg.it il 9 gennaio 2017 col seguente titolo: Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946.
- Elio Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, 2015.
Per un approfondimento sui massacri di militi sloveni e croati perpetrati dai partigiani titini dal 1941 al 1952 si può vedere il seguente complesso libro, anche se secondo alcuni storici è di non facile utilizzazione in sede accademica:
Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, (1.a edizione: Lubiana, Grosuplje 1998, col titolo tradotto in italiano: I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime 1941-1948, di Franc Perme, Anton Zitnik, pp. 277), Lubiana Grosuplje, Associazione per la Sistemazione dei Sepolcri Tenuti Nascosti, 2000. Edizione italiana [considerata dagli AA. come la terza]: Slovenija 1941, 1948, 1952. Anche noi siamo morti per la patria. “Tudi mi smo umrli za domovino”. Raccolta, Milano, Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia, Mirabili Lembi d’Italia, [2005, l’anno di stampa è dedotto, fra le pagine 380 e 381, nella didascalia delle fotografie a colori n. 22-23], pp. LXVI-792, euro 30.
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Commenti del web
Sul presente articolo ho ricevuto vari commenti in posta elettronica, nei social media e 35 condivisioni in Facebook (al 14 gennaio 2017).
Sergio Satti, esule da Pola a Udine, per anni vice presidente del locale Comitato Provinciale dell’ANVGD, mi ha scritto: « Testimonianza che a distanza di tanto tempo fa ricordare il nostro drammatico periodo storico ricordato ancora da quei pochi profughi che sono ancora vivi, ma che vogliono trasmettere ai figli e nipoti la loro storia e come si superano tutte le difficoltà della vita con coraggio».


Da Trieste la signora Laura Brussi, esule da Pola e il signor Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, oltre ai graditi complimenti per il lavoro di ricerca svolto, sono andati a scomodare niente meno che Dante Alighieri, nel loro apprezzabile e colto commento all’articolo: «Gentile Professore, abbiamo apprezzato il Suo articolo relativo alle vicende della famiglia Dainese: in effetti, la grande storia è spesso l’espressione di tante microstorie, e questo è il caso. È sempre significativo apprendere quanto sia stato “duro calle lo scendere ed il salir per l’altrui scale” attraverso lunghe e stressanti peregrinazioni: in tutta sintesi, il prezzo della fede!».

Da Udine il signor Giorgo Gorlato, esule da Dignano d’Istria, mi ha scritto le seguenti confortanti parole: «Caro prof. Elio Varutti, ti ringrazio molto per avermi dato notizia dell’interessante articolo che racconta l’avventurosa vicenda dell’esodo da Parenzo della mamma e dei nonni della professoressa Graziella Dainese. È questa una ulteriore "perla" che si aggiunge al  lavoro  che, caro prof. Varutti, stai ormai da tempo portando avanti. Un lavoro davvero "prezioso" ed impagabile che, pezzo dopo pezzo, contribuisce a ricostruire in modo oggettivo, serio, privo di acredine ma basato su dati di fatto e testimonianze dal vivo inconfutabili, la storia di una parte d’Italia perduta a causa di una guerra dissennata ed il conseguente esodo degli italiani dell’Istria e Dalmazia. 
Dalla memoria storica e dal rispetto del suo passato si misura la civiltà di un popolo. Per questo noi esuli (ormai rimasti in pochi) dobbiamo esserti oltremodo grati per il tuo costante impegno volto alla ricerca della verità che hai trasmesso e che trasmetti ai tuoi studenti ed a tante persone che manifestano l’esigenza di "conoscere" la drammatica realtà di fatti accaduti in un tragico passato che si è voluto per troppo tempo tenere nascosto o, addirittura, ignorare o minimizzare. Ancora un  grazie sincero ed un abbraccio».


Da Cividale del Friuli il dottor Franco Fornasaro, nato a Trieste, con origini Piranesi, mi ha inviato questo gradito messaggio: «Anche se in ritardo, dovuto a problematiche di vario tipo, ringrazio il prof.  Elio Varutti  per il suo articolo, che contribuisce a mantenere viva una memoria di sofferenze ed ingiustizie che sono ormai o sconosciute, o ritenute un fenomeno lontano, fastidioso e da cancellare. La Storia, però, al di là di ogni revanscismo, pietismo o opportunismo, addita a chi la studia, il cammino della conoscenza e dell’approfondimento che l’ha contraddistinta e…dalle nostre parti, in particolare lungo l’Adriatico Orientale, c’è ancora una storiografia da esaminare nel dettaglio e una messe di oralità  da scoprire.
Al di là di tutto, però, un ricordo sentimentalmente partecipato, e un rispetto storico verso chi ha subito innocentemente i drammatici eventi di quel maledetto periodo! Da qualunque parte si trovasse!
Grazie prof. Varutti.

Di questi incisivi escavatori c’è sempre più necessità…anche per i tempi che corrono attualmente».
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti, se non altrimenti indicato.

domenica 6 dicembre 2015

Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948

C’è una grande pietra istriana a Portogruaro, in provincia di Venezia, per ricordare le Vittime delle Foibe. È un monumento ben tenuto per merito sia del Comune che lo ha installato nel 2005, sia di alcuni discendenti di profughi giuliani e dalmati che lo vanno a decorare e a tenere in ordine. C’è chi porta dei fiori, una corona di rami e foglie e chi si ferma per una prece in ricordo dei caduti. Il monumento si trova nel Parco della Pace, nella Villa Marzotto a Portogruaro.

Tessera del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara di Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928 e dal 21 ottobre 1948 residente al Centro Raccolta Profughi di Lucca

Sicuramente, dal 2014, a fare una tappa fissa sono le signore Elvira Casarsa e sua figlia Graziella Dainese, che ha portato alcune piccole pietre dall’Istria per abbellire la parte bassa del cippo.
Nelle mie 212 interviste ai profughi italiani dell’Istria, di Pola, di Fiume, di Zara, della Valle dell’Isonzo e della Dalmazia non mi ero mai imbattuto in una storia come quella che vado a raccontare. Tutto è incentrato sul silenzio riguardo ai fatti dell’esodo, sul non dire ad altri, neanche ai figli. Tale comportamento, dettato dalla vergogna o dalla paura che negli anni 1946-1960 pervadeva il profugo giuliano dalmata, è in questo caso elevato alla ennesima potenza.
Elvira Casarsa, venuta via da Parenzo, davanti al Cippo in ricordo delle Vittime delle Foibe di Portogruaro, nel 2014

Disegno della signora Elvira Casarsa intitolato: Il Cippo di Portogruaro in ricordo dei caduti d'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Qui sotto una foto del Monumento

Il tutto è mescolato in una salsa mitteleuropea, che Claudio_Magris non esiterebbe a definire «un mondo fatto di microcosmi». Mi è venuto in mente Magris, quando ho sentito che la protagonista di questa testimonianza ha per secondo nome “Anita”, che è il nome della vecchia morosa del padre.
Torniamo al silenzio dei profughi. È un silenzio che rende quasi trasparenti le persone protagoniste della vicenda. È come se non esistessero. È come se non fossero mai esistite. Perfino le istituzioni italiane di oggi negano loro la correttezza del luogo di nascita. Le fanno nascere nel 1928 a Parenzo “in Croazia”, quando tale entità statale nemmeno esisteva e Parenzo, nella loro amata terra, era italiana.
Approvazione per l'esportazione, intestata a Luigi Casarsa, di Parenzo, emessa dal Comitato per il commercio estero di Zagabria il 29 novembre 1948

“Mio papà non mi ha mai parlato dell’esodo – ha detto Graziella Dainese, nata a Rovigo nel 1951 ed oggi residente a Portogruaro, in provincia di Venezia – el me diseva de star zita anche se vedeva carabinieri o polizia, lui gaveva sempre paura e dopo la mia maestra alle elementari gà da el tema sulla famiglia e mi gò scrito quel che savevo, alora la maestra gà ciamado i genitori che se gà rabiado con mi”.
I genitori della professoressa Graziella Dainese sono Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928, “jera el Regno d’Italia”, oggi in casa di riposo Francescon a Portogruaro e Franco Leo Dainese, nato a San Michele al Tagliamento nel 1924 e morto a Gorizia nel 1987. Era perito agrario e ha lavorato in diversi zuccherifici.
Essi fuggirono da Parenzo “dopo el ribalton, ossia quando che riva i titini e i la fa da paroni”. Elvira e Franco si conoscevano, ma non erano sposati. Franco Dainese nel 1946 si trasferisce da certe zie di Loreo, in provincia di Rovigo, mentre Elvira Casarsa, dopo l’assenso all’opzione per l’Italia da parte delle autorità jugoslave, datato il 3 maggio 1948, parte in piroscafo il successivo 20 ottobre. Ha il “passaporto provvisorio” n. 11.072, del Consolato Generale d’Italia a Zagabria, datato 25 agosto 1948.
Timbri doganali, firme e controfirme "per scampar con 700 chili de mobili e vestiario nei bauli e nei cassoni, no se podeva de più". Documento prestampato in cirillico, datato 21 agosto 1948

Nel giorno in cui sale in piroscafo ha inizio il silenzioso esodo di Elvira Anita Casarsa, partita assieme ai genitori Luigi Casarsa (Parenzo 1893 – Trieste 1963) e Giovanna Zucco (Cividale del Friuli 1899 – Porto Tolle 1956).
La prima tappa è a Cittanova d'Istria, diventata Novigrad in croato, dove ricevono il “visto d’ingresso” il 21 ottobre. Poi sbarcano a Trieste e stanno al Campo Profughi del Silos fino al 27 del mese. Il giorno dopo, in treno, il nucleo familiare arriva al valico di Monfalcone, ovvero al confine tra il Territorio Libero di Trieste (TLT) e l’Italia, per giungere al Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, in Via Pradamano, da dove passarono oltre 100 mila individui, ovvero un terzo dell’esodo giuliano dalmata.
La mobilia e le masserizie della famiglia Casarsa si fermano al Magazzino 18 di Trieste, quello che ha dato il titolo al celebre spettacolo di Simone Cristicchi, per intenderci. “I miei nonni Giovanna e Luigi se partidi da Parenzo e i gà portà 700 chili de roba – aggiunge la signora Dainese – no se podeva portar de più nei bauli e nei cassoni e la mia nonna gà lassado la casa a una vicina, una certa Bratulic, piuttosto de altri sconosciuti, dopo coi mobili e il vestiario gà portà via anche una barca, ma a Trieste se stada rubada”.
Ecco l'elenco dei beni con i quali scappare verso l'Italia per Luigi Casarsa, fu Giovanni, di Parenzo. Si va via con la cucina e lo "sparhert", in dialetto triestino e istriano è: Spàrgher (spacher, sparghered, spagher, spraghert, sparcher, sparhert, sparghet ), ovvero la cucina a legna o a carbone. Dal tedesco Sparherd (focolare economico). Al n. 24 della lista c'è una interessante "Gabbia polli con 2 galine". Bisognava mettere in elenco persino le "lettere personali". 

Luciano Guaita, direttore del CSP di Udine, il 29 ottobre 1948 consegna a ogni profugo della famiglia Casarsa un “sussidio straordinario di 500 lire” dalla Direzione Centrale dell’Assistenza Post Bellica, dipendente dal Ministero dell’Interno. Poi li destina al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove stanno per un anno e mezzo. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira e Franco, che già si conoscevano, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra documenti su documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata) dell’esodo dei suoi cari.
Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo, vicino, troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una figlia, appunto Graziella Dainese. La devastante alluvione del 14 novembre 1951 li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si moltiplicano a dismisura. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave e Portogruaro.
Questa è un'attestazione d'inventario timbrata e controfirmata dal Comitato Popolare di Parenzo il 15 novembre 1948 per Luigi Casarsa. Tuttavia, ci pare, che il documento sia un po' tarocco, dato che la firma del segretario e quella del presidente sono uguali, oltre che dello stesso delizioso inchiostro verdulino. Con tanta gente che fuggiva le firme sui documenti erano messe un po' qui e un po' là.

Si può comprendere la diffidenza dei profughi Dainese nei confronti della “matrigna” Italia, anche dal documento seguente, datato 18 dicembre 1973. È la prefettura di Udine a scrivere a Elvira Casarsa, che si trova a Cervignano del Friuli, per comunicarle l’avvenuta “trascrizione del decreto jugoslavo del 7 luglio 1948 di accoglimento dell’opzione per la cittadinanza italiana”. Certo, la burocrazia qualche volta ha i tempi lunghi, ma 25 anni per comunicare che “sei cittadino italiano, essendo nato a Parenzo nel 1928”, paiono un po’ tanti! Ancora qualche anno e nel 1980 muore Tito, poi cade il Muro di Berlino (1989), comincia a svanire la Jugoslavia (1991).
Sempre nello spirito del romanziere Claudio Magris, si potrebbe ironizzare sul fatto che la missiva sia stata spedita come “raccomandata”. Se invece avesse avuto l’affrancatura normale, in quale secolo ci chiediamo le italiche Poste l’avrebbero recapitata?
Documento del 1973; 25 anni dopo l'esodo da Parenzo per Elvira Casarsa arriva la notizia dalla Prefettura di Udine sull'accoglimento dell'opzione italiana, per lei che è nata a Parenzo nel 1928, quando era sotto il Regno d'Italia. Come meravigliarsi se gli esuli dicono che l'Italia sia stata un po' "matrigna" nei loro riguardi?

Dopo tutte queste peregrinazioni, lutti e tante umiliazioni, negli anni 1982-1983 Elvira Casarsa, in casa di riposo, viene apostrofata con l’epiteto di “sporca slava” da qualcuno che evidentemente ce l’aveva su coi profughi istriani.
Come è successo per molti altri esuli, Elvira e sua figlia alzano la testa dopo l’approvazione della legge 92/2004 sull’istituzione del Giorno del Ricordo, al fine di mantenere e perpetuare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre dei 350 mila italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra. Secondo le stime di certi storici, come Raul Pupo, dell’Università di Trieste, la cifra degli esuli potrebbe abbassarsi ai 250 mila individui.
Le ultime sfide affrontate dalla professoressa Dainese riguardano la dignità e la storia di sua madre Elvira Casarsa, da Parenzo. Nel 2013 esse effettuano un viaggio proprio a Parenzo con un pulmino speciale per condurre i disabili, dato che la madre è costretta su di una sedia a rotelle. La Signora Elvira rivede la sua terra rossa d’Istria e si commuove. Conosce e saluta caramente gli attuali abitanti della sua vecchia casa, in Via Pietro Kandler numero 11, vicino alla settecentesca chiesa della Madonna degli Angeli. Rivede la stupenda ed unica nel suo genere Basilica Eufrasiana, inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 1997.
Graziella Dainese e sua madre Elvira Casarsa a Parenzo nel 2013

Nel Giorno del Ricordo 2014 le due donne vengono invitate all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gino Luzzato” di Portogruaro per parlare alla scolaresca dell’esodo da Parenzo. Di questo fatto riporta la notizia Vito Digiorgio sul portale Internet www. portogruaro.net  il 28 agosto 2014 con l'articolo intitolato Un pezzo della mia terra, ma anche altri giornalisti si interessano del caso.
Nel 2015 Marco Corazza, col titolo Portogruaro, se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il tribunale la documenta, sulle pagine locali de «Il Gazzettino»  di Venezia, del 22 settembre, riporta la notizia della battaglia legale intrapresa dalla professoressa Dainese, quando ha dovuto chiedere di fare da amministratrice di sostegno della sua mamma. “Voglio tutelare la località di nascita di mia madre, che ha studiato – ha detto – è stata radiotelegrafista a Trieste, nella sua vita amava la pittura, leggere libri, scrivere poesie e non si può avere poco rispetto della persona solo per il sistema informatico del tribunale”.
Nella documentazione rilasciata dal Tribunale di Pordenone, infatti, risulta che Elvira Casarsa è nata a Parenzo “in Croazia”. Allora la professoressa Dainese ha intrapreso l’ennesima sfida, “perché – sostiene – la legge 54/1989 prevede per i cittadini nati sotto la sovranità italiana, l’obbligo di scrivere nei documenti i luoghi di nascita nella lingua italiana, senza alcun riferimento allo stato cui attualmente appartiene la località”. È scorretto, quindi, segnare che Elvira sia nata “in Croazia” nel 1928 a Parenzo.


Giorno del Ricordo del 2014 per Elvira Casarsa e la scolaresca dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore "Gino Luzzato" di Portogruaro, provincia di Venezia

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I documenti menzionati fanno parte della Collezione Elvira Anita Casarsa, nata a Parenzo; residente a Portogruaro, provincia di Venezia. Intervista effettuata a Portogruaro il 28 novembre 2015 alla signora Graziella Dainese (Rovigo 1951) da Elio Varutti, che ha curato anche il servizio fotografico dell'articolo.

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Ricerca per il Gruppo di studio su “Le donne dell’esodo giuliano dalmata”, classe 5^ D  Dolciaria. Coordinamento a cura dei professori Francesco Di Lorenzo (Italiano e Storia), Elio Varutti  (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B.Stringher”, Udine. Progetto “Storie di donne nel ‘900”, sostenuto dalla Fondazione CRUP. Referente del progetto: prof. Giancarlo Martina (Italiano e Storia); anno scolastico 2015-2016.

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Una parte di questo articolo è stata pubblicata su  infofvg.it  il giorno 1° dicembre 2015 col titolo seguente: Il silenzioso esodo di Elvira Casarsa, da Parenzo 1948

Il certificato di battesimo di Elvira Casarsa, datato 1971

Riconoscimento della qualifica di "profugo" per Luigi Casarsa, rilasciato dalla Prefettura di Lucca il 24 settembre 1949. Il documento è emesso nel 1958

Parte posteriore del "Passaporto provvisorio" dei componenti della famiglia Casarsa di Parenzo, profughi istriani che passano per Cittanova (timbro di Novigrad, in alto a destra) per il Campo del Silos di Trieste (timbro tondo in basso) e per il Centro di Smistamento Profughi di Udine (timbro in alto a sinistra) 

Passaporto provvisorio di Giovanna Zucco in Casarsa, la nonna della signora Graziella Dainese

Alluvione del novembre 1951 nel Polesine a Loreo, provincia di Rovigo. Elvira Casarsa e Graziella Dainese (madre e figlia) alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dell'ente

 Franco Leo Dainese quando è esule a Loreo, provincia di Rovigo dal 1946, presso alcune sue zie

Ecco una video intervista di Elio Varutti a Graziella Dainese sul tema dell'esodo istriano, clicca:  QUI
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD.